mercoledì, novembre 09, 2016

ABOUT THE YOUNG IDEA

About the young idea
di Bob Smeaton
genere, documentario
UK, 2015
durata, 90’


“Quando saremo diventati polvere,
magari qualcuno tornerà sulle nostre
cose”.
- P.Weller, a negare qualunque ipotesi
di ricostituzione del gruppo -







Esistono band in grado d’infiggersi nel cuore delle persone con una forza tale che neanche il tempo (tantomeno un prematuro e definitivo scioglimento) riesce a scalzarle dal loro giardino segreto. Avventura esemplare e parabola limitata - una manciata di anni a cavallo tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80: brevità, in linea, volendo metaforizzare, con buona parte delle loro composizioni - sono quelle ricostruite nel documento firmato da Bob Smeaton dedicato al gruppo britannico degli Jam, capitanato da Paul Weller (1958, voce e chitarra), chiuso a triangolo da Bruce Foxton (1955, basso) da un lato e da Rick Buckler (1955, batteria) dall'altro, a gloriosa perpetuazione della santa trinità dell’energia rock nella primordiale eppur classica formazione chitarra-basso-batteria e giunto al canto del cigno nel dicembre 1982 a Brighton, quando si esibì per un ultimo concerto. 

Essenziale e diretto, “About the young idea” tesse per immagini le vicende della formazione nata nel piccolo centro di Woking - area metropolitana londinese del Surrey - in pochi anni proiettata verso una popolarità la cui ampiezza, nel gran calderone della cosiddetta musica di massa, è risultata (tirando le somme e caso raro) pressoché non contraddittoria rispetto all’autenticità e all'immediatezza rivendicata dal materiale proposto, moltiplicando e incrociando il punto di vista fatalmente retrospettivo dei protagonisti (più distante e pacato quello di Weller, incline per carattere e avvezzo per prassi alle sfide e alla ricerca di sentieri nuovi; più combattuto e qua e là punteggiato d'amarezza quello di Foxton e Buckler, incapaci alla lunga d'inventarsi una precisa fisionomia solista, tanto da riesumare in tempi recenti il vecchio ensemble con l'etichetta From the Jam, esperimento dal quale Weller, senza polemiche ma con decisione, s'è tenuto alla larga), con quello parimenti nostalgico ma scevro quasi del tutto dal sentimentalismo e dal biografismo giulebboso e auto-contemplativo di personaggi comuni, diversi per estrazione, formazione ed inclinazioni (spiccano il coinvolgimento e la rievocazione partecipata quanto critica dell'attore Martin Freeman), che hanno trovato nella musica degli Jam coagulo ideale e denominatore comune per le tensioni e le aspettative dei propri anni verdi. Scorrono così le istantanee e le sequenze-reperto di una Londra (e dintorni) eminentemente, schiettamente e, verrebbe da dire, cocciutamente proletaria, percorsa da ambivalenti e spesso rabbiose spinte interne (eravamo agli albori delthatcherismo), luogo europeo simbolo di una transizione contraddistinta da torsioni conservatrici che su scala più vasta contribuirono anche a relegare in via definitiva nel passato i cascami di una stagione irripetibile, quella della grande illusione dell'era dei colori e della fantasia, sostituendo ad essi i rigori di una visione severa, iper-materialista, noncurante dei destini dei maldisposti o degli apertamente ostili ad un'organizzazione sociale di mera impostazione quantitativa, in sostanza refrattaria alla mediazione, come sospettosa verso il dissenso ("I first felt a fist and then a kick/I could now smell their breath/They smelt of pubs and wormwood scrubs" - da Down at the tube station at midnight -). In relazione a tale assunto, un fenomeno come quello degli Jam il quale - è utile ricordarlo anche per comprendere meglio prese di posizione e scelte future dei singoli componenti (in particolare quelle di Weller) - affonda le proprie radici in un terreno tanto percorso da vene sotterranee comuni ad esperienze propriamente rock, punk, di derivazione mod, et., quanto irrorato da linfe soulrythm'n'blues,funky, et., si connota e s'inserisce in un contesto di drastiche contrazioni del tessuto comunitario e di asprezze nei rapporti di forza tra i vari portatori d'interessi e rappresenta - con tutte le incoerenze del caso (per un certo periodo i Jam sollevarono non solo tra i propri seguaci più di una perplessità al momento di annunciare pubblicamente l'intenzione di votare a favore del Tory Party) - l'ennesima manifestazione artistica che veicola e prova a farsi interprete, dal basso - così come pari interpreti erano stati, in momenti più o meno coevi e con sfumature diverse, ad esempio, gli Who, i Sex Pistols e i Clash - di sentimenti, di stati d'animo, d'illusioni germinate e presto infrante, di episodi di cronaca o della storia (al tempo) recente, appartenenti ad un fascia di popolazione - genericamente quella giovanile - per la gran parte marginale, orfana di prospettive e di riferimenti credibili, ignorata dalle istituzioni e vezzeggiata dal Mercato solo come potenziale aggregato informe per un consumo reiterato e passivo. Un'idea giovane, appunto, in grado di guardare, allo stesso tempo, alle tradizioni non solo patrie dell'espressività e dell'inventiva musicale (come a quella, lato sensu, ascrivibile all'immagine: i Jam hanno sempre optato per un'apparenza tanto stilizzata, quanto di gusto retrò, privilegiando, per dire, abiti aderenti di taglio sartoriale e di preferenza di colore scuro, scelta, per altro, in coerente corrispondenza e continuità con un repertorio di pezzi spesso veloci, ritmati, aggressivi) e di proiettarsi nel futuro con la pretesa/presunzione/illusione sacrosanta di non arrendersi all'evidenza di un mondo le cui prospettive sembrano irrevocabilmente segnate ("You choose your leaders and place your trust/As their lies wash you down and their promises rust/.../And the public wants what the public gets/But I don't get what this society wants" - da Going underground -).


Proprio tale calma irrequietezza - che erompe in particolar modo dalle scene che ritraggono il terzetto dalvivo; dalla loro sobria disponibilità ad intrattenersi nei dintorni del palco con ragazzi e ragazze più o meno coetanei; da certi sguardi affilati di Weller un attimo prima di scatenarsi in un assolo; dalla composta soddisfazione e dalla velata malinconia mista a stupore che mostrano i musicisti al momento di ripercorrere con il ricordo o di ritrovare dopo tanto tempo ciò che resta degli spazi che avevano reso possibile tentare un cammino alternativo - individua il lato migliore del lavoro di Smeaton: una sorta di sommessa ma continua frizione tra l'urgenza di comunicare un lato vitale e poetico della realtà che altrimenti si scioglierebbe nella rinuncia e finirebbe riassorbito nella frustrazione e la consapevolezza - in minore, si potrebbe dire - per cui seppur gran parte di quello slancio è andato davvero perduto in ragione dell'inumana capacità del famigeratoSistema di metabolizzare qualunque eversione, qualunque turbativa, qualunque discrepanza, qualcosa però è rimasto, ciò che è stato non è stato del tutto invano, in specie se ancora pulsa e interroga nel quotidiano di tutti quelli che non riescono a smettere di fischiettare In the city ("In the city there's a thousand faces all shining bright/And those golden faces are under twenty-five/They wanna say, they gonna tell you/About the young idea/You better listen now you've said your bit-a").
TFK

martedì, novembre 08, 2016

7 MINUTI

7 minuti
di Michele Placido
con Ottavia Piccolo, Ambra Angioin, FIorella Mannoia, Cristiana Capotondi
Italia, 2016
genere, drammatico
durata, 88'



Riferendosi alla produzione cinematografica degli ultimi anni non è sbagliato affermare che la nostra cinematografia quasi mai si è occupata in maniera seria e approfondita delle problematiche legate al mondo del lavoro e in particolare al diritto di esercitare le varie professioni secondo i criteri di giustizia e uniformità stabiliti dalla nostra costituzione. Andando a ritroso ma neanche troppo non mancano di certo i riferimenti all'argomento ma nella quasi totalità dei casi le anomalie legate alla precarietà lavorativa sono trattate di riflesso, più come fattore di crisi e di discordia che in qualità di oggetto dell'indagine filmica. Così se negli "Equilbristi" di Ivano De Matteo è il licenziamento del protagonista a dare il colpo di grazia alla crisi del suo menage matrimoniale a monopolizzare il minutaggio sono più che altro le notti insonni, gli incontri e i peregrinaggi in giro per la città del personaggio interpretato da Valerio Mastandrea. E se anche un regista di sinistra come Nanni Moretti quando si tratta di entrare in fabbrica per raccontare di sollevazioni sindacali e di lotta al capitale lo fa (in "Mia Madre") sotto forma di boutade è chiaro che non siamo ancora maturi per meritarci un film del valore e dell'influenza di "La classe operaia va in Paradiso".



Ciò detto "7 minuti" di Michele Placido senza averne le pretese si poneva almeno nello spirito sulla scia del film di Elio Petri pretendendo di affrontare il problema alla radice e nel suo luogo d'elezione che è appunto la fabbrica tessile dove il consiglio di fabbrica guidato dalla decana delle operaie (Ottavia Piccolo, rediviva) deve decidere se assecondare o meno le condizioni contrattuali proposte dalla dirigenza francese che ha rilevato la fabbrica dai vecchi padroni. Scongiurata la paura del licenziamento, per le undici donne chiamate a rappresentare il resto del consesso la materia del contendere è data dall'accettazione o meno della clausola che prevede la riduzione di sette minuti della pausa lavorativa. Davanti al quesito costituito dal confronto tra i vantaggi di una rinuncia che permette di garantirsi un salario sicuro c le incertezze di una vertenza sindacale che invece lo metterebbero in discussione, il gruppo finisce per dividersi tra favorevoli e contrari, ritardando la sottoscrizione dell'accordo.



Tratto dall'omonima piece di Stefano Massini "7 minuti" denuncia la sua natura teatrale nella concentrazione spaziale che pure Placido cerca di spezzare con sistematiche fughe verso l'esterno dove, alla stregua di una tragedia greca ritroviamo il "coro" di voci rappresentato dalla gente comune e dagli addetti ai lavori che diventano parte integrante della vicenda, interpretandola nei termini di un anonimato invisibile ma chiamato a partecipare in veste di inconscio collettivo della storia. E ancora, nella funzione evocativa della parola usata per restituire la "visione" di ciò che rimane fuori campo; e quindi per dare conto di un ingiustizia sociale che non riguarda solamente il degrado delle condizioni lavorative, messe sotto scacco da una crisi di sistema che rispetto alla minaccia di licenziamento riduce al lumicino le possibilità di contrattazione, ma che arriva al punto di mettere uno contro l'altro - in una specie di guerra fratricida - persone unite dal medesimo destino. Come succede in "7 minuti" quando il confronto tra favorevoli e contrari si trasforma in un gioco al massacro che offusca le coscienze e indebolisce la voglia di solidarietà, tirando in ballo temi scottanti e irrisolti come quelli dell'immigrazione e del razzismo di cui le protagoniste si appropriano e strumentalizzano a seconda della convenienza.

Debitore di un film come "Due giorni, una notte" da cui quello di Placido eredita sia contesto che contenuti, è un certo tipo di cinema di lingua francese e alcuni dei titoli più importanti realizzati sull'argomento - non solo quello dei fratelli Dardenne ma anche film del calibro di "Risorse umane" di Laurent Cantet e "La legge del mercato" di Stéphane Brizé - che bisogna tenere in mente per trovare l'esatta collocazione dell'opera di Placido. Il quale, per il suo film sceglie una messinscena lontana dal taglio documentaristico utilizzato dai modelli appena menzionati; infatti, pur partendo da un fatto realmente accaduto (in una società dell'Alta Loira francese) Placido tratteggia la realtà trasfigurandola attraverso l'espressionismo delle cromie imposte dalla fotografia di Arnaldo Catinari cosi come dalla valenza archetipica di personaggi che sono prima di tutto caratteri e poi persone a tutto tondo.



Se l'intento di trascendere il contingente con il linguaggio dell'universalità era una delle opzioni con cui rendere il testo di Massini, a non convincere del lavoro di Placido è la sensazione di programmaticità che fa sembrare ciò che accade non tanto il risultato della concatenazione di eventi imponderabili quanto piuttosto un'ordito calcolato a priori per giustificare l'affondo nei confronti di soprusi e ingiustizie. L'esempio lampante è fornito a circa metà del film quando al termine della votazione che ha decretato la vittoria delle "collaborazioniste" tutto viene rimesso improvvisamente in discussione da un pretesto risibile e senza una preparazione drammaturgia capace di giustificare i ripensamenti di chi poco prima era di parere opposto. E poi, sempre per restare all'interno del medesimo schema, l'opportunismo con cui a partire da quel momento la sceneggiatura inserisce una serie di confronti a viso aperto tra le diverse protagoniste che intente a rinfacciarsi i rispettivi opportunismi altro non fanno che tirare acqua al mulino di un generico manifesto di filosofia progressista certamente inopinabile nel prendere le difese dei più deboli ma altrettanto discutibile sotto il profilo cinematografico per via di una correttezza politica che va a braccetto con una sentenziosità (del tipo "Si vive con il lavoro non con le idee") e un didascalismo da talk show televisivo. La visceralità di Placido non è messa in dubbio e, di conseguenza, anche la buona fede che si deve a chi non ha più bisogno di concessioni o scorciatoie per continuare a lavorare. Al contrario a latitare è lo sguardo di un regista che nel corso della carriera aveva dimostrato, pur con qualche inciampo, di sapersela cavare con ogni genere di film. Ciononostante a fronte di ciò che è abbiamo detto "7 minuti" è stato accolto alla Festa del cinema di Roma da un consenso che da anni mancava all'autore pugliese, a dimostrazione di quanto ancora oggi messaggio e ideologie siano capaci di determinare i giudizi della critica.
(pubblicata su ondacinema.it)

domenica, novembre 06, 2016

LA FOTO DELLA SETTIMANA






















Mash di Robert Altman (Usa, 1970)

IN GUERRA PER AMORE

In guerra per amore
di Pif 
con Pif, Andrea Di Stefano, Sergio Vespertino
Italia, 2016 
genere, drammatico
durata, 99' 


New York, 1943. Arturo Giammarresi, palermitano trapiantato in America, sogna di sposare la bella conterranea Flora, ma lei è già promessa a Carmelo, figlio del braccio destro di Lucky Luciano. L'unico modo per ottenere la mano di Flora è quello di chiederla direttamente al padre della donna, rimasto in Sicilia. Poiché anche gli Alleati stanno per sbarcare in Trinacria, Arturo si arruola nell'esercito americano e approda nel paesino di Crisafulli dove comandano, in ordine sparso, la Madonna, il Duce, il boss locale Don Calò e un pugno di gerarchi fascisti. Il destino di Arturo si incrocerà con quello degli abitanti di Crisafulli e soprattutto di un tenente dell'esercito yankee, l'italoamericano, Philip Chiamparino, entrato in guerra per amore del suo Paese e dotato di un senso alto dell'onore. Dopo il successo di "La mafia uccide solo d'estate", Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, torna dietro la cinepresa con una storia scritta insieme a Michele Astori e Marco Martani, cercando di replicare il fortunato format del film precedente: una commedia che nasconde una visione indignata della realtà italiana passata e presente, con particolare attenzione allo strapotere mafioso in Sicilia. L'idea di partenza anche questa volta è buona: raccontare lo sbarco degli Alleati nel sud dell'Italia come un punto di svolta per le sorti della Seconda Guerra Mondiale, ma anche della diffusione tentacolare di Cosa Nostra. Purtroppo, però, "In guerra per amore" non ritrova, sennò verso la fine, la cifra stilistica di Pif, quell'umorismo surreale e politically incorrect con cui il regista-sceneggiatore raccontava i delitti di mafia a Palermo attraverso il punto di vista del bambino protagonista; crea, invece, un centone cinematografico, sfruttando "La vita è bella" e "Baaria", passando per "Hair" e "Forrest Gump", quest'ultimo già fonte di ispirazione dichiarata di "La mafia uccide solo d'estate". 


La confezione è curata e c'è una grande attenzione per le ricostruzioni d'ambiente, le luci, i costumi, la fotografia, gli effetti speciali. Ma il Pif autore si perde in una serie di riferimenti altri e nel tentativo di creare un prodotto esportabile dando spazio a innumerevoli cliché sulla Sicilia ai tempi della guerra. "In guerra per amore" è dedicato ad Ettore Scola, anche questa un'iniziativa encomiabile, ma controproducente in quanto invita lo spettatore a paragonare la scrittura elegante e sottile di un grande maestro del nostro cinema, capace di creare personaggi a tutto tondo e situazioni di dolorosa e profonda verità, con quella di questo film, che è lontana anche da quella misurata e sagace di "La mafia uccide solo d'estate". La denuncia finale, basata su un documento storico davvero importante, arriva tardi ed è espressa in toni aulici, sottolineati da un commento musicale che non dà tregua al pubblico per tutta la narrazione e soffoca quei silenzi che dovrebbero essere altrettanto importanti delle parole, soprattutto in un film ambientato in Sicilia. Quel che invece resta straordinario è il cast di caratteristi siciliani, costantemente al di sopra del materiale a loro disposizione: in particolare Sergio Vespertino e Maurizio Bologna nei panni di Saro e Mimmo, Maurizio Marchetti in quelli di Don Calò, e Lorenzo Patané nel ruolo dell'odioso Carmelo.
Riccardo Supino

venerdì, novembre 04, 2016

ANIMELAND - RACCONTI TRA MANGA, ANIME E COSPLAY: INTERVISTA A FRANCESCO CHIATANTE

Presentato in anteprima mondiale a Roma, alla nona edizione del Roma Fiction Fest, “Animeland – Racconti tra Manga, Anime e Cosplay”  è un documentario ideato e interamente realizzato in low budget dal regista Francesco Chiatante, che ne ha curato anche montaggio, fotografia e post produzione. Alla vigilia della proiezione al Lucca Comics & Games abbiamo chiesto all’autore di parlarcene più diffusamente. 


La prima domanda è d’obbligo: come nasce il progetto di “Animeland”


Il progetto "Animeland – Racconti tra Manga, Anime e Cosplay" nasce dall’unione di tre mie grandi passioni: quella per manga e anime (e per tutto l’immaginario pop giapponese, cosplay inclusi), quella per gli aneddoti in genere e i racconti (soprattutto quelli confidenziali) e il grande amore per film e documentari.E poi, per certi versi, ho sempre avuto voglia di poter contribuire in qualche maniera alla diffusione e ad una maggiore comprensione di questi immaginari che hanno segnato più generazioni di ragazzi italiani e stranieri!
L’ opera prima rappresenta una sorta di stella cometa per la capacità di annunciare seppur in nuce la poetica dei nuovi autori; rispetto a ciò “Animeland” quanto e in che modo è indicativo del tuo cinema.


"Animeland" è un progetto talmente particolare da essere, anche solo in parte, fuori dagli schemi tipici sia dei film che dei documentari, infatti per certi versi e nonostante il massiccio lavoro di ricerca che c’è dietro (a più livelli) il risultato è probabilmente, narrativamente parlando, più vicino ad una “chiacchierata tra amici” che ad un tipico film o un documentario (almeno per come si è abituati, di norma, a concepirli). Ma questo è voluto. L’idea originaria era proprio quella di ottenere quest’effetto “chiacchierata tra vecchi e nuovi amici” che ricostruiscono una buona parte di quel periodo ripartendo dai ricordi della loro infanzia! Ragionando su ANIMELAND da questo punto di vista non c’è dubbio che c’è tantissimo del mio immaginario e della mia visione cinematografica del mondo perché io sono da sempre un cultore di ricordi, in maniera assoluta, e della “memoria” di un tempo che non c’è più rispetto a quello di oggi.

L’organizzazione del film sembra fare capo a tre linee guida: la prima più nostalgica è legata al ricordo, la seconda più analitica compie una sorta di analisi critica dell’argomento mentre la terza si confronta con il senso di identificazione tra opera e lettore.


E’ indubbiamente così. C’è una parte che coinvolge infanzia e adolescenza dei personaggi pop (italiani e non), un’altra basata sulle opinioni degli esperti e un’altra ancora che tira una linea tra tutti questi mondi di fantasia (e l’identificazione con questi inclusa) da fine anni ’70 fino al giorno d’oggi.


Il documentario italiano rifugge le forme di racconto tradizionale mentre “Animeland” ricorre alle cosiddette talking heads e riesce a vincere la sua scommessa grazie alla dimensione pop dei suoi protagonisti. Mi riferisco ai personaggi dei Manga ma anche agli intervistati.



Quando spiegavo il tipo di narrazione che avrei usato nel film, anche a professionisti dell’ambito, questo non era sempre ben compreso ed ovviamente oggi, a distanza di tempo, sono felice che alla fine la mia idea di film abbia avuto la meglio!

Anche se indirettamente il fenomeno dei Manga in Italia attraverso il resoconto che nei fai attraverso il film funziona anche come rievocazione degli ideali della generazione degli anni 80 che era nata sulle ceneri dei cosiddetti “anni di piombo”. In questo senso Manga e Anime sono stati più formativi o rappresentativi rispetto agli ideali della gioventù di quel periodo.


Gli anime giapponesi più significativi giunti a noi negli anni ’70 e ‘80 avevano di certo ideali molto forti e positivi. Quando si guarda alla grossa produzione serie animate giapponese degli anni ’60 e ’70 bisogna sempre tener presente che sono stati creati in un Paese che veniva fuori da un devastante post Seconda Guerra Mondiale (incluse due bombe atomiche) e che cercava, oltre al tanto lavoro per una ripresa economica e finanziaria, anche svago, diversivi e fantasie per ‘superare’ le tragedie che l’avevano colpito.In questo manga e anime sono stati fondamentali. Indubbiamente, anche se all’origine manga e anime non erano stati prodotti per essere indirizzati al nostro mercato, hanno di certo portato grandi sogni, fantasie e ideali anche nelle vite dei bambini e dei ragazzi italiani del periodo successivo agli “anni di piombo”.

Fenomeno di massa l’invasione dei Manga si trasforma ben presto in qualcosa di più profondo arrivando a incarnare attraverso i vari Goldrake, Mazinga, Heidi etc. quel sentimento di ribellione che durante l’adolescenza ogni figlio arriva 
a nutrire nei confronti del proprio genitore.



Segnarono generazioni di bambini, ragazzi e adolescenti e continuano, nonostante siano cambiati sia tempi che prodotti che mezzi di comunicazione, a segnarne tutt’oggi anche in altre maniere!!La differenza tra ieri ed oggi è che in passato manga e anime diventarono un vero e proprio argomento di scontro tra genitori e figli! Oggi non è più così forse anche perché i bambini della Goldrake-generation sono oramai i genitori di oggi!

Nel corso del film accanto a un aspetto puramente ludico emerge la capacità dei Manga di sapersi calare nella realtà dei lettori con un livello di introspezione che appare a superiore a quella della produzione americana coeva.



Probabilmente tutto questo nasce dal semplice dato di fatto che per i giapponesi fumetti e cartoni animati sono sempre state due tecniche (con cui poter raccontare storie per bambini, adulti, adolescenti, signori, signore, anziani…) mentre in occidente fumetti e cartoni animati quasi sempre stati identificati col genere “prodotti per ragazzi” o addirittura “per bambini”. E’ chiaro che vedendo le cose come nel secondo caso diventa tutto molto limitato, produttivamente parlando, mentre il modo di vederle “alla giapponese” apre infinite possibilità narrative, anche quelle introspettive-autoriali.


Il fatto di non inserire spezzoni animati degli Anime è una tua precisa scelta o è dal costo dei diritti d’autore.



Ho sempre immaginato il film esattamente così, come un lungo racconto tra amici e tutt’il resto, spezzoni di anime inclusi, non m’è mai interessato.
La modernità dei Manga emerge tra le altre cose dalle caratteristiche d’interdisciplinarietà dei suoi contenuti che a distanza di tempo è possibile ritrovare in altre forme d’espressione artistica come la musica, la moda e il cinema di finzione.


Questo è uno dei pensieri alla base di "Animeland. Prendiamo ad esempio la musica di Caparezza. Quando un cantautore come lui mette un’infinità di citazioni (e intendo ovunque tra parole, musica, atmosfere, tematiche, effetti sonori) in tutto il suo repertorio non si tratta più di una semplice citazione ma di una vera e propria cifra stilistica! E questo vale anche per Simone Legno (inventore del brand ‘tokidoki’), per Giorgio Maria Daviddi del Trio Medusa (nelle sue battute/citazioni comiche spesso legate a questi immaginari) e per tantissimi altri artisti nei più svariati ambiti in Italia e non solo.

A questo proposito non pensi che il successo di “Lo chiamavano Jeeg Robot” sia un segno di come i Manga siano riusciti a entrare nell’immaginario comune.


Senza ombra di dubbi, "Animeland" ha avuto l’anteprima mondiale a distanza di qualche settimana da quella del film di Gabriele Mainetti e "Lo chiamavano JeegRobot"conferma perfettamente la tesi del mio film documentario! Inoltre, in "Animeland" c’è anche Valerio Mastandrea che racconta di "Basette", cortometraggio diretto sempre dallo stesso Mainetti, in cui Mastandrea, Marco Giallini e Daniele Liotti sognano di mettere a segno un colpo come gli eroi dei cartoni animati della loro infanzia: Lupin III, Jigen e Goemon!

Nel film intervisti addetti ai lavori ma anche personaggi più o meno famosi del mondo del cinema della musica e del giornalismo. A parlare sono Caparezza, Cortellesi, Mastandrea ma anche Vincenzo Mollica e altri: mi puoi dire con che 
criterio li hai scelti.



Per realizzare "Animeland" come l’avevo in mente occorrevano una serie di personaggi ed esperti che avessero un legame con fumetti, manga, cartoons, anime, cosplay, collezionismo, ecc., o anche solo una evidente simpatia per questi argomenti. Ho fatto accurate ricerche su svariati personaggi pop della cultura italiana, del giornalismo e della critica nostrana e alla fine ho selezionato i nomi che avete riconosciuto nel film e, se per assurdo dovessi rifarlo ricominciando oggi stesso, non ne cambierei neanche uno.
Mi puoi raccontare com’è andata con Michel Gondry.



Con gli stessi ragionamenti sopracitati cercavamo anche un personaggio internazionale, meglio se europeo, che potesse tirare delle somme di "Animeland"in maniera più ampia! La fortuna volle che Carlo Dutto, ufficio stampa del film che sapeva bene cosa stavamo cercando, riuscì a contattarlo, a proporgli la cosa e Gondry, gentile e carino come non mai, si rese istantaneamente 
disponibile! E a quel punto, chi avrebbe potuto parlare meglio del futuro e della multimedialità di manga, anime e cosplay di un poliedrico sperimentatore artista pop come lui?


Cosa bisogna fare per vedere “Animeland”.



Per il momento aspettarlo in un festival/evento in giro per l’Italia (e in questi giorni stiamo definendo diversi accordi per le prossime proiezioni). Ma siamo in trattative per altri canali distributivi. Non disperate: quando sapremo - saprete!


Hai già in preparazione qualcos’altro e si ci puoi accennare qualcosa a 
riguardo. 

Sto ricercando e mettendo insieme materiale per due o tre prossimi progetti ma, per il momento, anche un po’ per scaramanzia, preferisco non parlarne.

Carlo Cerofolini, Adele de Blasi

SAINT AMOUR

Saint Amour
di Benoit Delephine e Gustave de Kervern
con Gerard Depardieu, Benoit Polevoorde, Vincente Lacoste, 
Francia, 2016
genere, commedia
durata, 102'


Ci sono dei film che assomigliano a bolle di sapone; divertenti da fare, belli da vedere e però evanescenti quando dopo esserne stati ingolositi si cerca di verificarne la consistenza. “Saint Amour” dei registi Benoit Delephine e Gustave de Kervern rientra nella fattispecie per eccesso d’abbondanza. E qui non stiamo parlando della scelta degli autori di mettere insieme nella parte dei protagonisti la coppia formata da Gerard Depardieu e Benoit Poelvoorde che nell’arte della finzione non conosce mezze misure ne quando si tratta di entrare nella parte dal punto di vista fisico (e qui ci riferiamo esclusivamente alla taglia extra large del sempre più espanso attore francese) che di quello inerente alla sfera emotiva, con quest’ultima a prevalere per più di una spanna su tecnica e psicologismi. Perché “Saint Amour” compromette un pezzo della sua riuscita quando nella seconda parte della storia non si accontenta di dare briglia sciolta alla libertà anarchica, malinconica e un pò slabbrata che contraddistingue i caratteri di Jean e Bruno, picareschi quanto basta per alimentare con i loro strampalati incontri il road movie etilico che in tappe diverse attraversa la campagna francese. I registi, infatti, rispondendo alla richiesta esistenziale dei personaggi, tutti, nessuno escluso, afflitti da una senso di incompletezza derivato dalla mancanza d’amore (filiale, genitoriale, coniugale, sessuale) a sua volta ratificata dall’occasionalità dei rapporti umani, si rifugiano in una visione utopistica e consolatoria; con la cornice finale in cui le aspirazioni dei singoli (non solo di Jean e Bruno ma anche del taxista che li porta in giro e della ragazza in dolce attesa) risultano soddisfatte, neanche a farlo apposta, da una versione riveduta e corretta dell’istituzione famigliare. 



Anticipata dalla riconciliazione tra padre (Jean) e figlio (Bruno) e da alcuni brevi passaggi dedicati alla presa di coscienza di Mike e Venus rispetto ai propri bisogni e a quelli degli altri, l’idealismo post sessantottino impresso alla vicenda dalle ultime sequenze arriva fuori tempo massimo e a conclusione di una storia non certo originale (“Sideways” e “Nebraska” sono solo due riferimenti possibili) ma non dimeno capace di ovviare con spudorata leggerezza ai difetti di una trama che procede a scatti e che si sfilaccia accumulando situazioni senza costrutto delle quali “Saint Amour” si fa carico non come un difetto proprio ma in qualità di riflesso istintivo e fenomenologico (segnalato da uno stile da cinema del reale) del mood dei protagonisti e più in generale del carattere ondivago dell’umanità con cui questi entrano in contatto. Dopo aver aperto gli occhi sugli abissi della loro infelicità e aver dato sfogo ai fantasmi della propria depressione la ritrovata felicità di Jean e Bruno appare più una forzatura narrativa che la naturale conseguenza di ciò che abbiamo visto. 

mercoledì, novembre 02, 2016

AMERICAN PASTORAL

American pastoral
di, Ewan McGregor
con, EwanMcGregor, Jennifer Connelly, Dakota Fanning, David Strathairn
USA 2016 
genere, drammatico
durata, 125'




Vivere senza fare rumore. Aderire ai codici sociali. Rispettare, in una sorta di persuasa omologazione, le leggi, le regole del proprio ambiente, le trappole morbide del quieto vivere nell'illusione, al tempo feroce e puerile, che la vita trascorra un-po'-più-in-là, permettendo alle cose, come loro malgrado, di tenersi insieme. La vita, però - ed è persino banale affermarlo - non asseconda certe cautele. La vita, perlopiù, uccide. Uccide aspirazioni, slanci, sentimenti. E sogni, orgogli, viltà, lasciandosi per ultima la pratica meno interessante: uccidere chi se ne fa portatore.

Seymour Irving Levov/E.McGregor, detto lo Svedese, alla fine degli anni Cinquanta, è uno di quelli che s'è messo di buzzo buono per stare al passo con ciò che il Sistema, la Società, il Buon Senso si aspetta da ogni bravo cittadino. Asso dello sport, eroe ecumenico del liceo di Old Rimrock, New Jersey, scampa d'un niente i campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale (pur essendosi, ligio e a modo suo patriottico, regolarmente arruolato); rinuncia senza patemi evidenti ad una promettente carriera agonistica entrando nella Newark Maid Leatherware, fabbrica di guanti sopraffini ("Vede le cuciture ? La distanza dei punti della bordatura della pelle ? Ecco da cosa si vede la lavorazione di qualità. Questo margine tra le cuciture e l'orlo è probabilmente meno di un millimetro" - P.Roth, American pastoral -) gestita dal padre Lou ("Uomo limitato provvisto di un'energia illimitata" - op.cit. -), che arriverà nel '58 ad aprire una filiale a Portorico; sposa le ventiduenne Dawn Dwyer/J.Connelly, la più croccante delle shiksa, Miss New Jersey 1949 e, in linea con le desolate parole postume di suo fratello Jerry/R.Evans ("Lei post-cattolica, lui post-ebreo, se ne andranno insieme a Old Rimrock ad allevare tanti ragazzini che saranno guardati con invidia. Hanno, invece, quella figlia del cazzo" - op.cit -), mette al mondo la bionda e complicata Meredith/D.Fanning, detta Merry (sadica antifrasi), la quale, raggiunta l'adolescenza al seguito di una a volte invalidante balbuzie la cui autentica scaturigine rimane un ambiguo rompicapo per tutti - tra complessi d'inferiorità nei confronti di genitori troppo perfetti; eventuali tare di carattere fisico mai diagnosticate: un subdolo e perverso ingranaggio psicologico di difesa autolesionistica approntato per tenere a bada una realtà che si ritiene soffocante e falsa - comincia, frequentando, in quei  promettenti e contraddittori tardi anni '60, gli ambienti radicali newyorchesi, a minare pezzo per pezzo il terreno su cui la famiglia sta tentando di edificare la propria riproduzione in scala del Sogno Americano...

I
ntercalato, come il testo di Roth, dalle parole di un osservatore non neutrale, qui Nathan Zuckerman/D.Strathairn, detto Skip, (alle spalle del quale si può intravedere lo stesso autore di Newark), compagno di scuola di Jerry, grande ammiratore dello Svedese, schivo e riflessivo scrittore, l'esordio dietro la mdp di McGregor guarda al prototipo letterario operando alcune prevedibili (e legittime) variazioni, tipo concentrare la vicenda attorno al trauma e alle ripercussioni che esso genera nel nucleo di una famiglia modello per opera di una ragazza antagonista, la cui vocazione alla sconfitta e tensione manifesta ad essere-per-la-morte è uguale e contraria a quella che induce lo Svedese (e, per irraggiamento, la mistica che s'è creata intorno lui, nel progressivo sbriciolamento delle certezze di una Nazione, di un periodo, di una Cultura intera) ad essere come gli altri, esattamente come gli altri, al centro di una colorata e dolciastra aurea mediocritas a stelle e strisce, il cui calibratissimo e spietato meccanismo si stabilizza in tempi brevi al passo "di una vita dominata dal buonsenso e dal senso della misura, col conformismo che, ancora una volta, avvolgeva tutto, le grandi e le piccole cose, e fungeva da barriera contro le improbabilità... Lo Svedese... aveva quello che ci voleva per evitare tutto ciò che era sconnesso, speciale, irregolare, difficile da valutare o da capire - op.cit. -".


Se la scelta espressiva del neo-regista è personale e insindacabile, gran parte della sua realizzazione, nella diligente rigidità di una messinscena che ambisce all'esemplarità classica di un dramma interiore in dialogo diretto o metaforico con quello attraversato da un Paese in tumultuosa trasformazione (gli Stati Uniti a cavallo tra gli anni '60 e '70, con ben altra puntigliosità e amaro disincanto raccontati - cinematograficamente parlando - da un altro dramma borghese, un'altra chimera spezzata attorno all'impossibilità di qualunque autentica ribellione, quella di "Revolutionary Road" di Mendes, da R.Yates), sconta una qual esangue programmaticità, una progressione spesso conflittuale ma anodina, come se l'intera costruzione fosse ostaggio di un artificioso determinismo - trappola che l'ordito letterario, organizzato a mo' d'intarsio fra vari piani, quello della memoria che tende ad aggiustare i ricordi; quello dell'inesorabilità del Tempo che tutto travolge; quello della deformazione grottesca e, non ultimo, quello della rabbia e della crudeltà come essenza indecente che allo stesso tempo sostenta e avvelena il mito americano, quasi sempre schiva - tale da stemperare, corollario brutale, anche i passaggi più drammatici, icastici e di cupa consistenza teatrale se avulsi dal contesto; forzati e un po' convenzionali nel loro mostrarsi orfani inermi di quel respiro che dovrebbe allinearli al ritmo del grande polmone della Storia. Ciò implica, tra l'altro, a fronte di partecipi interpretazioni, in specie quelle dello stesso McGregor e della Connelly, il prevalere nel dipanarsi delle vicende di un insistente senso d'estraneità, di sfasatura tra intenzione e risultato, paradosso involontario di cui proprio lo Svedese è motore e vittima: "un giorno la vita ha cominciato a ridergli in faccia e non ha più smesso" - op.cit -.
TFK

martedì, novembre 01, 2016

DOCTOR STRANGE

Doctor Strange
di Scott Derrickson
con Benedict Cumberbatch Tilda Swinton, Chjwetel Ejiofor, Rachel McAdams
Usa, 2016
genere, avventura, fantasy, azione
durata, 115' 


Quella che agli occhi dello spettatore può sembrare una semplice stravaganza, o ancora meglio, il modo ironico e scherzoso scelto dal regista e dai suoi sceneggiatori per alleggerire la gravità del momento, torna utile come cartina di tornasole da impiegare nel tentativo di fare il punto sull'ultima produzione targata Marvel Studios. Accade più volte, prima, durante e dopo il corso da apprendista stregone propinatogli da un arcano mentore ("L'Antico", interpretato da una Tilda Swinton in una versione riveduta e corretta dell'Orlando di Sally Potter), che il protagonista del film in questione si preoccupi di specificare la propria identità scandendo alla maniera di James Bond nome e cognome e titolo professionale. Così facendo, quella che all'interno della storia è l'espediente atto a segnalare la reazione di chi esorcizza le proprie paure con ciò che gli è più famigliare diventa la chiave per intercettare il marchio di fabbrica dell'intera operazione. Perché la mancanza di distinzione tra identità e alter ego, annunciata sin dal titolo (del film e del fumetto da cui lo stesso è tratto) e successivamente ribadita dall'interessato quando oramai è diventato un vero e proprio super eroe, finisce per riflettersi sulla struttura del racconto e sulle caratteristiche delle avventure del protagonista. In "Dottor Strange" infatti non c'è modo di distinguere il privato dal pubblico in una perfetta coincidenza tra l'immagine del personaggio e la sua essenza che, sul piano narrativo si traduce in una dimensione certamente poliedrica, per i diversi livelli di coscienza su cui si muove la vicenda (conseguenti non solo dalla forma astrale che permette all'anima del dottore di abbandonare il proprio corpo ma anche per la presenza degli universi paralleli) ma priva di quel "mascheramento" che è il cuore pulsante della materia super omistica , quasi sempre alle prese con nevrosi derivategli dal dover fare i conti con quella parte di esistenza fatta di consuetudini (famigliari, amicali, lavorative) che esulano dall'acquisizione dei super poteri. In questo senso "Dottor Strange" è l'espressione di un universo unidimensionale e monotematico perché completamente interno alla battaglia combattuta dal protagonista per opporsi alle forze che mettono a repentaglio l'ordine del cosmo; e ancora l'emblema di una diversità - rispetto al resto del pantheon marvelliano -ereditata dalla personalità del suo inventore, il mitico Steve Ditko, che alla pari di quanto aveva fatto con L'uomo Ragno - di cui fu co-creatore insieme a Stan Lee - traspose nella tendenza all'introspezione tipica delle avventure del Dottor Strange le proprie inclinazioni che furono quelle di un uomo talmente timido e schivo da rifiutare (a partire dagli anni sessanta) interviste e ritratti fotografici.

Ora, se a quanto abbiamo appena detto aggiungiamo il fatto che i primi comics dedicati al "maestro della arti mistiche" avevano dalla loro una progressione dialogica e figurativa paragonabile a un vero e proprio flusso di coscienza, la cui comprensibilità richiedeva un'attenzione al di sopra della media, appare chiaro che l'impresa di Derrickson e della sua equipe non era delle più agevoli. Considerato che alla pari degli altri film della Marvel anche questo nasceva con l'intenzione di risultare popolare ed economicamente vantaggioso,"Doctor Strange" correva due rischi opposti e convergenti. Il primo era quello di tradire la natura delle storie per eccesso di semplificazione mentre il secondo, di segno contrario, nasceva dalla possibilità di rimanervi fedele al punto di risultare oscuro e complicato. Con l'intenzione di non scontentare nessuno Derrickson sceglie la via del compromesso: da un lato, privilegiando le atmosfere claustrofobiche e oppressive proprie delle strisce originali; dall'altro, lavorando sulla riconoscibilità degli aspetti visuali e narrativi. Così se "Doctor Strange" si presenta quasi privo di luce e con colori virati al grigio e al nero, è altrettanto vero che la struttura del racconto, organizzata secondo archetipi ultra conosciuti - imperniati sulla lotta tra bene e male e sulla morte e rinascita del protagonista inizialmente borioso ed egoista e alla fine partecipe e altruista - e sull'impiego di una manciata di star che al solito rappresentano un buon compromesso tra qualità interpretative (ottime) e livello di riconoscibilità (discreto se se consideriamo che stiamo parlando di un blockbuster), soddisfa le finalità più mercantili. E ancora sul versante della mediazione è doveroso notare da parte di Derrickson la commistione tra citazionismo e originalità; con la capacità fornita ai personaggi di costruire spazi virtuali alla maniera di "Inception" oppure di ricalcare l'estetica dei cattivi capitanata dal personaggio di Mads Mikkelsen traendola - almeno per quanto concerne il modo di stare in scena - da "Superman II" di Richard Lester, affiancati alle fantasie psichedeliche con cui Derrickson descrive lo scarto dimensionale che permette ad uno scettico Strange di ricredersi a proposito dell'esistenza di una vita ultraterrena. Anche in ragione di essere la prima puntata di una possibile serie "Doctor Strange" appare più così più fresca e convincente rispetto al gigantismo delle saghe degli Avengers e di Captain America e eon almeno due scene destinare a entrare nella hall of fame delle produzioni Marvel: quella del body language di Strange/Cumberbacht che in sala operatoria maneggia il bisturi seguendo il tempo di un hit da discoteca anni 70 e, su un versante più ridanciano, la sequenza in cui in un tripudio da slapstick comedy vediamo Strange sballottato da una parte all'altra dal mantello incantato che finirà per salvarlo dalle grinfie dell'acerrimo nemico.
(pubblicato su ondacinema.it)