martedì, agosto 21, 2018

LOCARNO 71 - M

M
di Yolande Zauberman
con Mehamen Lang
Francia, 2018
genere, documentario
durata, 105'


Il film di cui stiamo andando a parlare è di quelli che in un festival sono destinati a fare scandalo. Bravi sono stati dunque i selezionatori a non farsi spaventare dalla delicatezza, anche politica, del soggetto, a riprova che la libertà del Festival di Locarno, di cui si parlava in sede di presentazione, è tutt'altro che uno spot per lanciare il prodotto. "M" di Yolanda Zauberman è infatti il diario intimo di una vittima che torna sul luogo del delitto. Il famoso interprete di canti liturgici Menahem Lang riesce nell'impresa di farsi aprire le porte della città di Bnei Brak, la capitale mondiale degli Haredì, gli ebrei ultra-ortodossi, i "timorati di Dio" in ebraico, in cui egli stesso è nato e cresciuto. In partenza la difficoltà non consisteva solo nel filmare la vita privata dei riservati cittadini, ma il fatto di farlo allo scopo di metterne a nudo la versione meno piacevole e conosciuta. Lang infatti torna nella città natale per fare i conti con chi, quando era ragazzino, aveva approfittato di lui abusandone a più riprese. Ma non basta, poiché la ricerca personale e la volontà di affrontare i propri fantasmi prendendo il diavolo per le corna diventa in maniera spontanea una vera e propria terapia di gruppo alla quale partecipano i pochi audaci che, alla pari di Lang, hanno deciso di liberarsi del medesimo fardello, parlandone a cuore aperto davanti alla telecamera della regista. Se lo scandalo degli abusi sessuali commessi da esponenti del clero almeno da noi non è una novità, è altrettanto vero che a fare notizia è che se ne riesca a parlare in un contesto così riottoso ad aprirsi verso l'esterno.
Al cospetto di un'esperienza così drammatica e per certi versi indicibile il rischio per la Zauberman era quello di tralasciarne le ragioni per inseguire i vantaggi della scontata demonizzazione. Capita invece che pur soffrendo nel ricordo di quanto accaduto e portandone addosso ancora oggi i segni (e come lui gli altri suoi interlocutori) Lang si avvicini all'inferno con atteggiamento duplice: in questo è esplicativa la frase di Kafka che più o meno recita "porto con me il coltello per uccidere i miei nemici, lo porto per proteggerlo". Lo stesso fanno "M" e il suo protagonista. 

Carlo Ceofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

domenica, agosto 19, 2018

LOCARNO 71 - RAY & LiZ


Ray & Liz

di Richard Billingham
con  Michelle Bonnard, James Eeles, Sam Gittins
UK, 2018
genere, drammatico
durata, 108'


Ray & Liz di Richard Billingham è uno di quei film che per essere gustati appieno ha bisogno di qualche parola in più d'introduzione poiché la famiglia disfunzionale che viene raccontata nella storia non è solo un'estensione romanzata di quella reale in cui il regista è nato e in parte vissuto, ma la sintesi di un percorso artistico avente sempre come riferimento il medesimo soggetto, seppure mediato dalle tecniche di pittura e soprattutto dalla fotografa di cui Bellingham è diventato maestro (e pure docente in un'importante università dell'Inghilterra). La premessa è significativa perché permette di capire da dove venga il sentimento d'amore e di umana pietas che il regista riserva ai protagonisti, colpevoli agli occhi dello spettatore, ma non a quelli di Bellingham, di una degradazione morale e materiale che neanche l'indigenza della propria condizione sociale potrebbe giustificare. E ancora, per capire come la visione della galleria degli orrori che il film generosamente ci riserva (alcuni dei quali davvero insopportabili e ci riferiamo per esempio alla scena in cui il cane si precipita a saziarsi del vomito uscito di bocca dall'uomo riverso sul divano) non sia una furbizia escogitata dall'autore per fare scandalo, ma una sorta di terapia psicanalitica in cui l'accumulo degli episodi raccapriccianti altro non è che il modo per accelerare una catarsi che diventa pubblica solo in un secondo momento, collegandosi innanzitutto al vissuto personale del regista.

Ciò non toglie che "Ray & Liz" sia un film duro e provocatorio, pensato per mettere lo spettatore a disagio, spiazzato non solo dagli effetti dello shock visivo che il film gli somministra ma anche dal fatto di ritrovarsi di fronte alla versione lisergica del cinema dei vari Ken Loach, Mike Leigh e via dicendo. Questo perché la periferia di Birmingham e i suoi slum diventano un'installazione permanente in cui le soluzioni formali adottate da Billingham (a partire dal formato ridotto dell'inquadratura), cosi come la frantumazione della linearità narrativa, destinata a perdersi e ricongiungersi senza soluzione di continuità, altro non solo che le modalità con le quali il film riesce a far sentire, oltre che vedere, cosa significhi vivere in una dimensione esistenziale in perenne disfacimento. Per chi scrive, una delle sorprese del festival.
Carlo Cerofolini
(ondacinema.it)

giovedì, agosto 16, 2018

MOST BEAUTIFUL ISLAND: INTERVISTA AD ANA ASENSIO


Most Beautiful Island, esordio alla regia dell'attrice Ana Asensio, è un film indipendente che utilizza i generi cinematografici per raccontare la storia della protagonista e quella della città di New York, emblema di un sogno americano che forse non esiste più. Taxi Drivers ha incontrato la regista spagnola



Il tuo è un film molto duro, soprattutto dal punto di vista delle relazioni umane. Non c’è amicizia nella storia che non sia destinata a essere tradita e la rapacità sociale è il tratto dominante di New York City. Era questo un modo per creare uno sfondo più verosimile possibile alla vicenda della protagonista o, invece, era una maniera per esprimere una visione politica sul mondo e sulla città di New York?



Quello che mi premeva mostrare era il modo in cui gli stranieri irregolari fossero più predisposti a diventare prede del sottobosco della società capitalistica. Quando non puoi predisporre di beni necessari, sei costretto a prendere decisioni giorno per giorno, proprio per evitare di essere divorato dalla città. I rapporti che si costituiscono in questi casi sono quindi basati sul bisogno più che su un’autentica e comune visione del mondo. Per questo motivo, non credo che tali rapporti possano essere considerati veri e propri tradimenti, quanto un comportamento basato sulla sopravvivenza. Situazioni di vulnerabilità aumentano la possibilità di commettere errori; alcuni di questi sono pericolosi proprio come vediamo nel film.

A proposito di impegno, Most Beautiful Island è girato in 16mm, che è la pellicola usata dai documentaristi, mentre il film affronta con originalità il problema dell’immigrazione attraverso le vicissitudini di  Luciana. Se uno non avesse visto letto il tuo nome sui titoli di testa sembrerebbe di vedere un film di Ken Loach.

Aver  paragonato in qualche modo Most Beautiful Island a un film di Ken Loach è uno dei più grandi complimenti che avessi potuto ricevere. Apprezzo il realismo sociale nei film e quello che cercavo era il modo di esprimerlo. Ho usato persone reali nella parte di se stesse, l’intero film è stato girato con la camera a mano per cogliere la crudezza della città e il primo montatore del film lavora esclusivamente sui documentari. Nella prima metà del film la gran parte delle scene si basano sull’improvvisazione: sia per ciò che attiene l’azione che per i movimenti della cinepresa. Ho lasciato che gli attori (e l’ho concesso anche a me stessa) di interpretare le scene in modo libero rispetto alle parole che avevo scritto e ai movimenti di camera che avevo originariamente predisposto. Questo funziona specialmente quando lavori con i bambini o interagisci con i passanti newyorkesi.

Nonostante quello che abbiamo, detto Most Beautiful Island è prima di tutto un thriller con venature horror. Essendo il tuo primo film in assoluto, ti volevo chiedere com’è nata la storia e perché la scelta di esordire con un film di genere.

Non avevo previsto, infatti, di fare film di genere. Volevo fare un dramma realistico con qualche elemento di mistero. Volevo aumentare l’incertezza e l’ansietà del personaggio principale e desideravo che lo spettatore facesse la stessa esperienza. Credo che il film sia un ibrido e penso di aver inserito elementi tipici di ogni genere di film. Molti di questi nascono da decisioni prese in sala di montaggio, fuori da qualunque previsione.

Olga, l’amica di Luciana, ad un certo punto le dice che “A New York tutto è possibile”. Ti chiedo se per te è davvero così e in caso di risposta positiva da dove viene questa convinzione.

Credo doveroso che sia così. Questa città attrae persone che cercano di trovare i propri limiti e questo può accadere in modi diversi.

Tra gli interpreti del film c’è un cameo di Larry Fassbenden (presente anche in veste di produttore), figura imprescindibile dell’indie horror statunitense. Ti volevo chiedere se la sua presenza fosse in qualche modo anche una dichiarazione di ammirazione nei confronti del suo lavoro.

Ammiro davvero molto Larry, per molte ragioni. Devo dire che la più importante di queste sono la sua morale, tanto nel lavoro quanto nella vita privata. Lui è un sognatore, un anticonformista. Nel suo primo film, Habit, ha dimostrato di essere anche un visionario. Ha creato una filmografia attraverso la Glass Eye Pix, che prende sotto la propria ala molti nuovi cineasti in cerca di un luogo dove mettere a punto le loro prime opere. Questo è veramente generoso da parte sua! Dopo aver letto la sceneggiatura, Larry mi ha offerto il suo aiuto e io ne sono stata onorata. Sapeva che la mia intenzione era quella di fare un film molto personale e io non potevo promettere che sarebbe stato un film di genere. Lui ha abbracciato la mia visione ed è stato anche così gentile da parteciparvi.


La sequenza clou del film, quella che si svolge nello scantinato, è davvero efficace per tensione e drammaticità. Nella prima parte della stessa lavori con il fuori campo, nascondendo ai personaggi e allo spettatore il destino che attende Luciana dentro la stanza in cui dovrà entrare. Ci puoi raccontare come hai lavorato per realizzarla?

Tutto si basava sulla possibilità di creare tensione senza parlare. Non mi interessava che i personaggi parlassero, così gli attori dovevano vivere quella particolare situazione attraverso i loro respiri… tutte quelle ragazze si tengono tutto dentro e lo fanno per davvero. Abbiamo girato in un luogo oscuro e freddo e loro sono dovute rimanere sui tacchi alti per molte ore e ciò ha permesso loro di immedesimarsi con il disagio e la tensione della storia. Ho isolato dei dettagli per rilevare la loro apprensione (tipo le mani e i piedi) ma sono stata attenta a non esagerare. Mi sono concentrata sui loro volti, tutti molto belli eppure colmi d’angoscia. Il silenzio è stato poi riempito in post produzione con dei rumori creati nella sound design room. Quando i personaggi non parlavano non ci sono soprassalti, lo spettatore assorbe davvero la tensione e i minuti scorrono davvero piano…

Nei primi minuti del film inserisci alcune sequenze che funzionano come presagio di ciò che sta per succedere: mi riferisco a quella iniziale dove ci fai vedere diverse ragazze che sembrano essere le protagoniste del film e che invece ritroveremo solo in un secondo momento e poi agli scarafaggi che escono dal muro del bagno e si posano sul corpo di Luciana. Il fatto di lasciarle aperte e senza una spiegazione immediata concorre a creare un clima di incertezza e di disagio allo spettatore. Le hai pensate per ottenere questo effetto?



La sequenza d’apertura del film è una delle cose di cui mi sento più orgogliosa e tra l’altro non era nella sceneggiatura originale. È stato quando ho finito l’ultima scena del film che ho capito di aver bisogno di una nuova introduzione, qualcosa che stabilisse il tono della storia e allo stesso tempo l’ampliasse. È la storia di Luciana, ma poteva essere quella di qualunque delle donne precedentemente viste. Non avevamo più soldi per girare, così io e Noah Greenberg, il direttore della fotografia, siamo scesi in strada e abbiamo cominciato a girare con la sua camera digitale. Non c’era nessun altro con noi e le attrici hanno acconsentito di lavorare gratis per queste scene addizionali. Mi è piaciuto molto riprenderle, mi sono sentita molto libera. Inoltre volevo introdurre la città come il personaggio principale della storia. Il tema musicale più importante è stata la chiave per gettare ulteriore incertezza che si prolunga attraverso il resto del film.
Carlo Cerofolini
(pubblicata  su taxidrivers.it)

mercoledì, agosto 15, 2018

MOST BEAUTIFUL ISLAND

Most Beautiful Island
di Ana Asensio
con Ana Asensio, Natasha Romanova, Larry Fessenden
USA, 2017
genere, thriller
durata, 80'


L’unica cosa di cui sorridere a proposito dell’opera prima di Ana Asensio è il titolo. A fronte di un film che fa di tutto per mettere alle corde la tranquillità dello spettatore, precipitandolo nell’angoscia che sempre subentra quando si parteggia per l’incolumità del protagonista, messa a repentaglio da un incombente quanto sconosciuto pericolo, Most Beautiful Island rappresenta quasi una boutade, riferendosi si, alla città di New York, ma qualificandola con un superlativo assoluto che per nulla corrisponde al tenore della vicenda raccontata nel film. Questo perché dopo una partenza drammatica ma tutto sommato ordinaria, in cui la regista suggerisce le ragioni del dolore che perseguita Luciana, inducendola ad allontanarsi dalla famiglia nel vano tentativo di tenerlo a distanza, Most Beautiful Island, e con esso la metropoli newyorkese, diventano in realtà lo scenario di un incubo a occhi aperti. Succede infatti che la protagonista, a corto di soldi e allettata dalla lauta ricompensa di un lavoro apparentemente sicuro, si presenti in abito corto e tacchi a spillo nello scantinato di un edificio fuori mano dove ad attenderla ci sarà una misteriosa organizzazione e un gruppo di notabili alla ricerca di emozioni forti.


Prodotta da Larry Fessenden, uno dei campioni dell’horror indipendente americano, Asensio si pone sulla scia dei tanti connazionali che si sono imposti sulla scena internazionale cimentandosi nel prodotto di genere. Quello di Most Beautiful Island è infatti un thriller che si avvicina al macabro quando lascia intendere che l’immaginazione in esso contenuta si avvicini di molto alla realtà, e che le pratiche messe in atto dai loschi figuri che tengono prigionata Luciana altro non siano che la trasfigurazione di fatti reali, accaduti davvero, seppur a nostra insaputa. Tenendo a mente un film come Tesis e la maniera con cui Amenabar era riuscito a romanzare uno dei pochi tabù del nostro tempo (la realizzazione degli Snuff Movie), la regista enfatizza il realismo della messinscena con riprese e fotografia che riprendono il paesaggio alla maniera del cinema documentario. A parte questo, Most Beautiful Island utilizza meccanismi e stilemi tipici del genere, come quelli di far salire la tensione nascondendo fino all’ultimo che tipo di inferno attende Luciana nel momento in cui entrerà dentro la stanza degli orrori.

Girato con un budget esiguo che però nelle mani della Asensio diventa risorsa, permettendole di “sporcare” la storia con una buona dose di verosimiglianza, Most Beautiful Island deve molto all’efficacia del montaggio che taglia il superfluo e concentra la vicenda in ottanta minuti di pura follia. Distribuito nelle sale nel prossimo Agosto, il film è di quelli da godersi in un sol boccone.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su Taxidrivers.it)

martedì, agosto 14, 2018

DARK HALL


Dark Hall
di Rodrigo Cortes
con Anna Sophia Robb, Uma Thurman, Isabelle Furhman
USA, 2018
genere, drammatico, fantasy, thriller
durata, 96'


“Canta in me, o musa, e attraverso me racconta la storia”.
È con questa citazione di Omero che Cortès dedice di dare il La alla sua narrazione. Un richiamo diretto al discorso del premio Nobel per la letteratura del 2016, Bob Dylan. Un messaggio forte allo spettatore, forse quasi un avvertimento: la storia che verrà rappresentata sarà tutt’altro che qualcosa di lineare e di logico, dove il passato tornerà a far visita al presente attraverso l’ala abbandonata di un vecchio palazzo del 1800.

Un racconto di muse e di arte, di persone e di strumenti, con questi ultimi due aspetti che finiscono inevitabilmente per confondersi spesso l’uno nell’altro.

Dark Hall è la vicenda di 5 ragazze problematiche, scartate dalla società ed allontanate da tutti, ai cui genitori si presenta la classica illusione della speranza risolutiva nel momento di maggiore bisogno: la costosissima Blackwood School dispersa nei boschi Americani dove tentare l’ultima occasione prima della prigione che troppe volte è già stata rimandata.

Le parole con le quali le adolescenti vengono accolte rendono bene l’idea della loro situazione attuale: “Benvenute a Blackwood. Le conseguenze delle vostre azioni vi hanno portato qui. È un'alternativa alla galera”.
Allontanate da tutti per l’appunto tranne che da Madame Duret (Uma Thurman), direttrice della scuola ed unica ad essere disposta a dare l’ennesima seconda occasione alle adolescenti in questione. Una donna dura e spigolosa, determinata e fortemente orientata all’obiettivo, la quale conserva nel proprio ufficio i quadri con i volti ed i nomi dei suoi più grandi successi con la medesima cura con cui il cacciatore custodisce normalmente le teste delle sue vittime. L’obiettivo di Madame Duret e dei suoi collaboratori infatti, è quello scovare e di offrire al mondo il talento speciale che ciascuno di loro ha ma che non sa ancora di avere….e l’illusione dell’istituto è tutta qui, con le ragazze che d’un tratto iniziano a scoprire capacità artistiche ed intellettive che mai si erano palesate nel corso della loro vita.
La protagonista è la giovane Kit (AnnaSophia Rob, la piccola Violet Beauregard nel film “La fabbrica di cioccolato”), che operando da detective neanche troppo silenzioso riesce piano piano a far luce sugli scopi reali della scuola e della sua ambiziosa direttrice.

Si capisce l’idea inziale del regista di voler trovare la giusta collocazione cinematografica all’opera della talentuosa Lois Duncan (“Down a Dark Hall” del 1974), ma quello che esce fuori è una storia di fantasmi e nulla più, con pochi momenti di suspense e gli effetti horror limitati al “c’è qualcuno dietro di te” …un racconto per la fascia Young Adult che non annoia ma che sicuramente non entusiasma.
Lorenzo Governatori


ANT-MAN AND THE WASP


Ant Man and The Wasp 
di Peyton Reed
con Paul Rudd, Evangeline Lily
USA, 2018
genere, azione, fantascienza, avventura
durata, 118'


Il Diavolo si nasconde nei dettagli. Considerati dai più come il risultato di quella mentalità mercantile che a Hollywood è virtù indispensabile, mentre da noi incarna quanto di meno conforme ci sia a un’idea corretta di settima arte, i film della Marvel ad ogni uscita, oltre a ribadire l’accuratezza della confezione, non perdono occasione di ritagliarsi uno spicchio di autonomia dal resto del contesto per utilizzare nuove tecniche e mettere a segno qualche miglioria. Confermata la riconoscibilità del prodotto con una serie di ingredienti pressoché immutabili, tra cui annoveriamo la soluzione oramai consolidata di affiancare agli attori protagonisti un parterre di vecchie glorie dello spettacolo hollywoodiano, (oltre a Michael Douglas, qui la new entry è Michelle Pfeiffer) anche Ant Man and The Wasp riesce a ritagliarsi la propria linea distintiva, a cominciare dalla scelta di un tono, quello da commedia, appropriato alle stravaganze connesse con il fatto di avere a che fare con le avventure di eroi “lillipuziani”, più di una volta costretti a difendersi da pericoli che, in taluni casi, non farebbero paura neanche a un bambino.

Ma non finisce qui, perché nel carrozzone delle meraviglie allestito da Peyton Reed (confermato alla guida della serie) a smarcarsi dalla norma è ciò che accade in una delle prime sequenze, con Douglas e Pfeiffer miracolosamente ringiovaniti e pronti a figurare senza alcuna forzatura nei panni dei genitori di Hope van Dyne, alias The Wasp, l’intrepida eroina che, insieme ad Ant-Man, si prodiga per ritrovare la madre scomparsa anni prima nel regno Quantico. Così,  è vero che a rimanere impressi sono gli effetti speciali collegati alle scene d’azione meglio riuscite, come quella che – citando Godzilla – vede il protagonista emergere dalle acque della baia con un corpo di gigantesche misure, oppure l’ironia che ogni volta accompagna il mutamento di dimensione di oggetti e persone: una su tutte quella relativa al quartier generale del professor Pym, all’uopo rimpicciolito dal padrone di casa e portato a spasso come un qualunque trolley. 

D’altro canto, in prospettiva, è la sequenza di cui dicevamo prima a lasciare il segno, perché da ciò che abbiamo visto non passerà molto tempo dal giorno in cui gli interpreti potranno essere letteralmente “programmati” per restare giovani senza bisogno di ricorrere ad Avatar o chirurgia plastica. Tornando al presente, invece, a intrigare di Ant Man and The Wasp è la scelta di certe soluzioni narrative: pensato come spettacolo per famiglie, la sceneggiatura ne mette in campo addirittura due – quelle di Hope/The Wasp e di Scott/Ant-Man -, entrambe rimaneggiate, entrambe da salvare. Impossibile non identificarsi con esse e non sperare che tutto vada a finire per il meglio. Anche qui, però, ce n’è per tutti i gusti e, quindi, anche per coloro che ai sentimenti e alle riflessioni preferiscono risate e leggerezza: la contagiosa simpatia di Paul Rudd e della squadra di amici capitanata dall’ottimo Michael Pena si dimostra all’altezza del compito tanto da farci dire che sono proprio loro i veri effetti speciali del film!
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

domenica, agosto 12, 2018

LOCARNO 71 - A LAND IMAGINED


A Land Imagined
di Yeo Siew Hua.
con Peter Yu, Jack Tan, Luna Kwok, Kelvin Ho.
genere, drammatico 
Singapore,Francia, Paesi Bassi, 2018,
durata, 92’




Se nella scorsa edizione la presenza massiccia del cinema di genere era stato una delle novità più sorprendenti del programma, quest'anno a livello di concorso ufficiale la categoria in questione era ancora latitante. A rompere il digiuno ci ha pensato il regista di Singapore YEO Siew Hua con un'opera che solo in apparenza si risolve nella messa in campo della classica indagine investigativa, giustificata dalla scomparsa di un personaggio e focalizzata sulle ricerche messe in campo da chi ha il compito di ritrovarlo. Siccome la vittima di turno è scelta nell'ambito del sottoproletariato cinese assoldato dalle compagnie industriali che lavorano nelle aree di recupero di Singapore (presenti per rubare terre alle acque dell'arcipelago ed estendere i metri quadri di suolo calpestabile), la storia di "A Land Imagined" si sviluppa quasi subito lungo la direzione di un doppio binario, con la trama poliziesca che rappresenta il motore narrativo, quello che da cui si dipana il detour sensoriale voluto dal regista per amplificare gli orizzonti del suo film, doppiata da un sottotesto politico che ragiona sulle sfruttamento degli immigrati presenti nelle industrie del suo paese e sul sacrificio di vite umane necessario alla messa in opera di nuove aree edificabili.

Considerato che stiamo parlando di una città che è tra i principali centri finanziari del mondo e di una comunità in assoluto tra le più cosmopolite, la scelta di rappresentarla attraverso uno dei suoi aspetti più inquietanti e meno conosciuti non è casuale. Se poi ci mettiamo che a essere protagonisti sono due tipi umani che per necessità (l'operaio) e predisposizione (il detective) si collocano ai margini della società, si capisce quale sia la misura e la forza con cui il film in questione si oppone alla visione dominante delle cose. Ed è proprio la percezione, reale e immaginaria, dell'esistenza dei due protagonisti e la prospettiva dei rispettivi sguardi a far scattare il cortocircuito narrativo che spinge "A Land Imagined" verso territori in cui niente è vero e tutto è permesso: innanzitutto al regista, che approfitta di questa libertà per alimentare un gioco di specchi nel quale a fare da filo conduttore è il tema del doppelganger, abbinato tanto alla trama, replicata da punti di vista "uguali e diversi", quanto ai personaggi, destinati ad apparire alla fine del "falso" inseguimento messo in campo dall'investigazione come le due facce della stessa medaglia.

Detto che, come capita con i film di David Lynch - i deragliamenti dei protagonisti così tanto ricordano - il modo migliore per gustare "A Land Imagined" non è la tentazione di mettere ordine ai suoi continui detour narrativi, ma piuttosto quello di lasciarsi trasportare dalle sensazioni prodotte dalla fantasia del suo tessuto visivo, l'impressione è di trovarsi di fronte a un regista di talento che però si affida più di quel che dovrebbe alla cinematografia preesistente e, per esempio, a quella del primo Wong Kar-wai, invece di "rischiare" di suo. Il risultato è esteticamente affascinante, ma fin troppo scoperto nei suoi intenti.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

sabato, agosto 11, 2018

LOCARNO 71 - HOTEL BY THE RIVER


Hotel by the River
di Hong Sang-soo
con Ki Joo-bong,, Kim Min-hee
Corea del Sud
genere, drammatico
durata, 96'


Uno dei tratti principali del cinema di Hong Sang-soo è quello di saper parlare in modo semplice di argomenti complessi. In "Hotel by the River" presentato nel concorso internazionale del 71 Locarno Festival a essere di scena è la morte o, per meglio dire, la maniera per prepararsi al momento del trapasso. Come si capisce da queste poche note, anche stavolta il regista non ha alcuna intenzione di abbassare il livello delle proprie tematiche, tantomeno di adeguare i toni del suo cinema alla drammaticità dell'argomento. Così, ad andare in scena è, ancora una volta, la disarmante e spesso divertente umanità dei suoi personaggi e un racconto morale il cui messaggio si desume più dalla caratterizzazione di uomini e donne e dalla modalità con cui essi entrano in contatto tra di loro che dalla presenza di un sottotesto filosofico, peraltro rischioso da inserire in un contesto fatto di equilibri delicati come quelli che reggono le composizioni dell'autore coreano. Il quale, come aveva fatto altrove, dà l'idea di radunare davanti alla mdp personaggi che avevamo già incontrato nelle storie precedenti. Infatti se il carattere centrale, quello del vecchio poeta (Ki Joo-bong) che si sente prossimo alla fine, è di fatto inedito, a favorire il déjà vu narrativo sono personalità e occupazioni dei personaggi che gli stanno attorno e, in particolare, del più giovane dei suoi figli che di mestiere fa, per l'appunto, il regista, e delle due sorelle ospiti dell'albergo, dove vive il protagonista, arrivate sul posto per trovare la pace necessaria a lenire i tormenti amorosi di una delle due. Favorita dalla presenza dell'attrice feticcio del regista - la compagna di vita Kim Min-hee - per la sesta volta sul set di un film dell'autore e di Hong Sang-soo, già visto in "Right Now, Wrong Then", la commedia umana di Hong Sang-soo sembra riprendere il discorso lasciato in sospeso con il lavoro precedente nell'intenzione di aggiornarlo con un nuovo capitolo della stessa avventura. E di avventura si tratta perché pur non avendone la forma - troppo poco esibita e movimentata per poterlo essere - "Hotel by the River" ha anch'esso il pregio di aprirsi alle incognite dell'animo umano con una purezza stilistica e di contenuti che prende ogni volta in contropiede. 

D'altronde come non esserlo di fronte alle circostanze con cui l'autore fa incontrare i personaggi, sempre concepite all'insegna dell'imprevisto e della sorpresa, anche quando si tratta di incontrarsi nella hall dell'albergo, come si verifica nelle sequenze introduttive, oppure alla spontaneità delle loro reazioni, come quella in cui poeta con l'innocenza di un fanciullo non riesce a smettere di complimentarsi con le sue interlocutrici per il regalo della loro bellezza. Come pure. e non è la prima volta che gli succede, di non prendersi sul serio e anzi di burlarsi di se stesso e della propria arte per interposta persona, attraverso i commenti poco lusinghieri che una delle ragazze utilizza per sottolineare la noiosità dei film diretti dal figlio del protagonista. 

In tale contesto la bravura di Hong Sang-soo non è solo quella del miniaturista che si preoccupa di rifinire i suoi "ornamenti", ma anche la grazia e la poesia con cui lo stesso li fa convivere con il resto della rappresentazione. La sensazione che se ne ricava è quella che nulla sia in grado di corrompere l'universo creato dal regista, neanche la morte, esorcizzata nella scena conclusiva, dagli antidoti che la storia aveva messo in campo attraverso i discorsi dei suoi personaggi. Meno sperimentale di altri e forse non altrettanto ispirato nell'orchestrazione di un intreccio che risulta fin troppo basico, "Hotel by the River" è comunque sufficiente a soddisfare le attese degli appassionati. Per "Hotel by the River" Ki Joo-Bong ha vinto il premio del migliore attore al Locarno Festival.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

venerdì, agosto 10, 2018

LOCARNO 71 - YARA


Yara
di Abbas Fahdel
con Michelle Wehbe, Elias Freifer, Mary Alkady, Elias Alkady
Libano, Iraq, Francia 2018
genere, drammatico
durata, 101'




Rispetto al dibattito sulla condizione femminile contemporanea la domanda a cui tenta di rispondere il festival di Locarno ragiona intorno alla possibilità di conciliare da una parte la determinazione e, in taluni casi, la durezza assunta dalle battaglie del nuovo corso femminista e, dall'altra, la necessità da parte delle donne di non perdere le prerogative della propria diversità, adeguandosi al temperamento e agli atteggiamenti della sua controparte: è quindi, in sostanza, un modo di chiedersi se il coraggio e l'eroismo messo in mostra in più di un'occasione possa andare di pari passo con gli slanci e la bellezza tipiche del proprio modo di essere. Se dovessimo tenere conto di quanto visto nel film del libanese Abbas Fahdel, la risposta oltre ad essere positiva lascerebbe intravedere un percorso di realizzazione che non ha bisogno di mezzi straordinari per potersi compiere. Un'affermazione, quest'ultima, strettamente collegata alla qualità del lungometraggio in questione, che fa della semplicità il suo tratto dominante. Si badi bene, però, che l'aggettivo è usato in termini tutt'altro che dispregiativi, sposandosi alla perfezione con il concetto di meraviglia e di purezza presenti nel cinema delle origini.

Ma non basta, poiché l'altra caratteristica di "Yara", titolo ricavato dal nome della ragazza libanese che insieme con la nonna vive in una vallata ubicata nel nord del paese, è quella di porsi in contrasto - estetico e di contenuti - con la maggior parte dei film provenienti dallo stesso territorio. Se, infatti, lo scenario usuale delle storie ambientate in medioriente non può fare a meno di mostrarci la guerra e le sue conseguenze, "Yara" riesce a farne a meno, sostituendola con le atmosfere edeniche e pacificate del paesaggio naturale e con gli atteggiamenti di amicizia e di condivisione di un'umanità che non per questo è esente dai problemi e dalle sofferenze della vita. La differenza, in "Yara" e nella filosofia che vi sta dietro, consiste nel considerare gli accadimenti come il risultato di esperienze inquadrate all'interno di una dimensione che esalta la dignità e l'armonia degli esseri umani, come accade con le gioie e i dolori conseguenti all'amore di Yara nei confronti del giovane escursionista capitato per caso nei pressi della sua casa. Nel raccontarli Fahdel si fa complice della sua eroina riflettendone i sentimenti nella sobrietà delle composizioni (piani-sequenza a camera fissa con elementi ridotti al minimo e figure per lo più statiche) e in particolare nella dialettica esistente tra le scene di vita quotidiana in cui è la ragazza ad essere protagonista e gli stacchi sul paesaggio (umano e animale) che la circonda, ameno quanto basta per rappresentare una visione del mondo che pur non riuscendo a proteggerla dai rovesci del destino quanto meno ne rende le conseguenze più sopportabili. Per stile e contesto ciò che vediamo ricorda certo cinema iraniano con la differenza che Fahdel riesce a sfuggire al rischio del bozzetto (come taluni sarebbero portati a pensare) con l'utilizzo di un linguaggio archetipico che gli consente di superare i limiti imposti alla storia della compartimentazione paesaggistica e dalle scelte formali della regia, per aprire le vicende del film a una poesia che risulta allo stesso tempo commovente e universale. Film e attrice (Michelle Wehbe) entrano di diritto nel novero dei pretendenti a uno dei premi del palmares.
Carlo Cerofolini
pubblicato su ondacinema.it)


giovedì, agosto 09, 2018

LOCARNO 71- UN NEMICO CHE TI VUOLE BENE


Un emico che ti vuole bene di Denis Rabaglia
con Diego Abatantuono, Antonio Folletto, Sandra Milo, Massimo Ghini
Italia, Svizzera 2017
genere, drammatico, commedia
durata, 97'


È vero che la maggior parte dei comici ha un'anima nera e che molti di loro riescono con disinvoltura a passare dal dramma alla commedia mantenendo inalterata la qualità della propria arte. Di esempi ce ne sono all'infinito e basterebbero, su tutti,  i casi di Tom Hanks e Jim Carrey per non avere dubbi a riguardo. Nonostante questo per la parti in causa la questione è tutt'altro che scontata, come sa bene Diego Abatantuono, il quale, abbonato a replicare la variante del terrunciello settentrionale,  ha deciso di fare il grande salto, spinto più che altro dalla necessità di rilanciare la propria carriera giunta in quel momento a una fase di stallo e solo grazie all'intuito di Pupi Avati che, per la prima volta, lo ha voluto sullo schermo cinico e duro nel suo "Regalo di Natale" (1996). Nonostante non sia la stessa cosa, poiché nel frattempo la filmografia del nostro si è arricchita di personaggi a tinte forti, è pur sempre vero che vedere l'attore milanese con il viso rabbuiato e la mente occupata da pensieri poco felici è comunque un'eccezione rispetto al normale. In questa occasione a farne risaltare la vena più drammatica è Denis Rabaglia, regista di "Un nemico che ti vuole bene", per il quale Abatantuono interpreta il professore di astronomia Enzo Stefanelli, coinvolto suo malgrado negli affari di un killer su commissione a cui per circostanze casuali ha salvato la vita e che per questo lo vuole ricompensare proponendogli di far fuori il suo peggior nemico.

Da questo spunto - peraltro suggeritogli dal polacco Krzysztof Zanussi - è partito il regista Denis Ramaglia per sviluppare la vicenda di "Un nemico che ti vuole bene", film che alla stregua delle opere più interessanti deve la sua riuscita alla capacità di cambiare forma cinematografica e di restare sempre in bilico tra le diverse opzioni che mette in campo. A partire da quella attinente all'individuazione del nemico da uccidere, che il film, come in un giallo di Agatha Christie, riesce a tenere fino all'ultimo in sospeso, nascondendolo allo spettatore e allo stesso protagonista, costretto ogni volta a rivedere i propri piani e a riconsiderare le proprie posizioni attraverso il continuo rimescolamento di ruoli e di rapporti. Una caratteristica, questa, favorita dalla verosimiglianza con cui la sceneggiatura riesce a fare incontrare i diversi fili narrativi senza compromettere l'intento di cambiare ogni volta l'obiettivo del killer e di riservarsi un colpo di scena finale capace di ribaltare le premesse del film. 


Fluidità e mutevolezze che, comunque, non sono riferibili a soli contenuti ma parimenti allo stile di recitazione - ritirato e quasi laconico quello del sempre ottimo Abantuono, più spinto e leggero quello di Ghini e Ciufoli - e alla varietà delle atmosfere. Queste ultime ricavate da un'ambientazione che ancora una volta rilancia il principio dell'unità degli opposti nel momento in cui alla foresta cupa e tenebrosa della sequenza iniziale subentrano gli scorci illuminati e pittoreschi offerti dalla bellezza della costa pugliese, a cominciare da quelli del suo capoluogo. È dunque un peccato che, tirando le fila del ragionamento, non si possa parlare di "Un nemico che ti vuole bene" qualificandolo con gli aggettivi che avrebbe meritato se fosse stato più audace e, diciamo pure, cattivo quando, nella seconda parte, si trattava di affondare il colpo e dare seguito ai propositi di rivalsa nei confronti di amici e parenti. Il finale buonista e la voglia di ritornare nell'alveo della normalità lo costringono a tenere strette le briglia sulla sua voglia di eversione.
Il film è comunque buono ma secondo chi scrive inferiore alle ambizioni palesate nelle sue premesse.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

domenica, agosto 05, 2018

LOCARNO 71: SIBEL


di Çağla Zencirci e Guillaume Giovanetti
con Damla Sönmez
Turchia, Fancia 2018
genere, drammatico
durata 



Di tutt'altra pasta - rispetto a "Diane", di Kent Jones, anch'esso proiettato al Settantunesimo Festival di Locarno - è il film della coppia di registi franco turca Çağla Zencirci e Guillaume Giovanetti, i quali per raccontare il romanzo di formazione della loro giovane eroina ci portano in un territorio dimenticato da Dio e dagli uomini e, nella fattispecie, in un villaggio isolato su una montagna della costa del Mar Nero in Turchia, dove la venticinquenne Sibel condivide la propria vita insieme alla sorella e al padre che è anche sindaco della comunità. Privata della voce in tenera età per i postumi di una febbre malcurata, Sibel comunica con gli altri modulando il suono dei suoi fischi. Una caratteristica, questa, che però non la salva dall'isolamento a cui la relegano non solo la particolarità della sua condizione fisica, ma anche e sopratutto le manifestazioni di una personalità - ancora acerba ma consapevole della propria indipendenza - che la ragazza esprime nella libertà (non concessa alla sorella) di entrare e uscire di casa a proprio piacimento e di passeggiare nel bosco alla stregua di un uomo, armata di fucile e pronta a uccidere il fantomatico lupo che vi si aggira.


Racconto di formazione e insieme favola nera per i riferimenti (archetipici) alle fiabe europee più conosciute, "Sibel" riesce nel duplice intento di essere da un lato un film di pura narrazione, raccontando le avventure della protagonista che ad un certo punto sceglie di nascondere agli altri la presenza del presunto terrorista di cui finirà per innamorarsi, e dall'altro di rappresentare i riti di passaggio di un'emancipazione che va oltre le vicissitudini personali e riscrive (all'interno della vicenda e nel messaggio lanciato dai registi) il ruolo sociale della Donna con un utilizzo originale di simboli e metafore legate al paesaggio naturale (la selva, il bosco, il fuoco, la notte). Ma a differenza di ciò che accade sovente in lungometraggi di questo tipo,"Sibel" organizza il suo discorso senza dimenticarsi della compagine maschile, che seppur spodestata dalla sua normale vetrina comunque ne partecipa con una dialettica non priva di sfumature e che per esempio, nel caso del padre di Sibel, si fa promotrice di una serie di sfumature psicologiche e di reazioni nei confronti della figlia ribelle che sono dimostrazione dell'antico retaggio patriarcale e, allo stesso tempo, lasciano intravedere la possibilità di un cambiamento in meglio e verso una prospettiva di ritrovata condizione tra uomini e donne.


Ma la ricchezza di un film come "Sibel" non si ferma alla sua mancanza di retorica, né alla constatazione della straordinaria performance di Damla Sönmez, un concentrato di energia in continuo movimento alla quale si deve aggiungere la capacità dell'attrice di supplire alla mancanza di parole voluta dal copione con un'espressività che ne moltiplica l'empatia. A colpire infatti è l'abilità dei registi di ribaltare le premesse di un processo creativo che partendo dal reale (il villaggio così come la lingua dei suoni presente nel film esistono per davvero e corrispondono a quello che lo spettatore vede sullo schermo) arriva a trasfigurarlo con una messinscena (iperrealista) che ne accentua l'autenticità. Presentato nel concorso internazionale e accolto da un lungo applauso del pubblico presente in sala "Sibel" si candida al premio per la regia e l'interpretazione femminile.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it/speciale Locarno festival)

venerdì, agosto 03, 2018

LOCARNO 71 - PRIMA GIORNATA


Liberty
di Leo McCarey
con Stan Laurel, Oliver Hardy
USA, 1929
genere, comico
durate, 23'

Parlavamo proprio ieri delle peculiarità che fanno di Locarno un festival unico nel suo genere. La giornata inaugurale, aperta dal cortometraggio (23’) in bianco e nero diretto da Leo McCarey e interpretato da Stan Laurel e Oliver Hardy ne è la contro prova. Trattandosi di una vera e propria comica, appena successiva a quella che nel ventisette (Putting Pants on Philip, diretta dallo stesso Carey) avrebbe inaugurato la nascita artistica del celebre duo, non era poca la curiosità per la scelta di aprire la manifestazione con una tipologia cinematografica mai vista in questo genere di contesto. Al contrario la purezza di “Liberty” e ancora, la capacità dei partecipanti - attori e regista - di creare divertimento e spettacolo lavorando su un’unica variante, è la dimostrazione che nel cinema non esistono confini che non possano essere abbattuti. In questo modo l’evasione dal carcere dei protagonisti e i maldestri tentativi di scambiarsi i pantaloni erroneamente indossati danno il là a un’esilarante quanto acrobatica avventura sulle pericolanti impalcature di un grattacielo in costruzione, con Stanlio e Olio impegnati a salvarsi la vita in un continuo scambio di ruoli e di situazioni. Se in un scenario simile la trama appare il pretesto per innescare la comicità dei funambolici attori, a stupire è la modernità della confezione tanto sotto il profilo del ritmo, scatenato ma perfettamente consequenziale allo sviluppo delle vicenda, quanto degli effetti speciali, straordinari nel rendere credibile la “danza sul vuoto” degli sciagurati evasi. Ma non basta, perché a fare di “Liberty” un oggetto meravigliosamente alieno concorre la scelta degli organizzatori di accompagnare le immagini con una partitura musicale eseguita dal vivo il cui mix di suoni - elettronici e tradizionali - completa lo straniamento sensoriale prodotto dal film in questione. Meglio di così non si poteva iniziare.
voto 10
Carlo Ceofolini
(pubblicato su ondacinema.it

mercoledì, agosto 01, 2018

LOCARNO 71 - IL DIARIO DEL FESTIVAL


La nuova edizione del Locarno Festival conferma la sua predilezione cinefila con una selezione di film e di autori tutta da scoprire


E' tipico dei festival, soprattutto di quelli maggiori, sottolineare la propria cinefilia menzionando il numero di opere prime e di registi sconosciuti presenti in cartellone a discapito dei "soliti noti". La realtà, come sappiamo, è ben diversa perché è oramai acclarato che, accanto al gusto artistico dei selezionatori, i festival per prosperare o anche solo per sopravvivere debbano tenere conto delle logiche industriali e di potere che spesso impongono la presenza di titoli prodotti dalle Major e dai grandi network di distribuzione via internet, per i quali le kermesse festivaliere sono sempre di più una rampa di lancio per promuovere i propri film. In questo senso la 71esima edizione del Locarno Festival che sta per iniziare - l'ultima diretta da Carlo Chatrian - ci ricorda che esistono ancora delle eccezioni rappresentate appunto da una manifestazione come quella ticinese, nella quale lo scouting di nuovi talenti funziona meglio che da altre parti. Se non ci credete, provate a dare un'occhiata al concorso internazionale, quello che assegna i premi maggiori, e vedrete che a parte "Gangbyun Hotel" del coreano Hong Sang-soo, beniamino del festival e qui vincitore nel 2015 ("Right Now, Wrong Then") è difficile, se non impossibile, trovare riferimenti a qualcosa di conosciuto o di già visto. Una radicalità che si segnala anche nella fruizione stessa delle opere selezionate se è vero che la durata fiume (338') di un film come "From What is Before" di Lav Diaz (vincitore nel 2014) rischiano di essere poca cosa di fronte agli 808' minuti dell'argentino "La Flor", vera e propria sfida anche per gli appassionati più incalliti. 

A fare da antidoto a cotanto rigore non mancano le alternative più leggere che qua e la fanno da contorno al programma e funzionano da grancassa in grado di attirare le attenzioni di giornali e televisioni. Da una parte quindi gli incontri con il pubblico di una (ex) star come Meg Ryan e con un beniamino del cinema indipendente del calibro di Ethan Hawke, presente fuori concorso con la regia di "Blaze" e ancora con uno dei massimi autori del cinema europeo, Bruno Dumont di cui si avrà modo di vedere in prima mondiale la serie "Coincoin et les z'inhumains". 


A confermare il trend del festival concorre la squadra degli autori italiani abituati a frequentare Locarno con film scomodi (ricordate "Sangue" di Pippo Del Bono?) e poco accondiscendenti rispetto al pensiero dominante in voga nel nostro paese. Quest'anno toccherà ad Alberto Fasulo mantenere alta l'intransigenza con il suo "Menocchio" nel quale si racconta l'Italia della Controriforma e del Concilio tridentino attraverso la storia di un presunto eretico realmente vissuto nella fine del Cinquecento. Tra i titoli che non mancheranno di far discutere segnaliamo "Ora e sempre riprendiamoci la vita", documentario sugli anni 70 che segna il gradito ritorno di Silvano Agosti, autore di quelli che oramai non esistono già. Chiudono la partita Diego Abantantuono protagonista (in Piazza Grande) de "Il mio miglior nemico" e, tra gli altri, "L'Ospite" di Duccio Chiarini (sempre in Piazza Grande) incentrato sulla crisi di un rapporto sentimentale e ancora (Fuori concorso) di "Sembra mio figlio" dramma famigliare di Costanza Quatriglio ambientato nell'Afghanistan dilaniato dalla guerra. I consuntivi si faranno alla fine, ma anche quest'anno siamo di fronte a un'edizione del Locarno Festival tutta da scoprire e noi come sempre ve la racconteremo con il nostro diario giornaliero.
Carlo Ceofolini
(pubblicata su ondacinema.it/ speciale Locarno 71 - Diario giornaliero)