venerdì, febbraio 11, 2011

the green hornet

the green hornet
di Michel Gondry


The Green Hornet (dal serial radiofonico americano degli anni 30) è tanto lontano dal cliché del cavaliere oscuro afflitto da gravi travagli interiori o dai traumi infantili quanto dalle rivoluzioni genetiche che stravolgono la vita e rendono gli amori difficili: Britt Reid è uno spensierato ramPollo che conduce una leggera e gaudente vita-party dove i soli turbamenti riguardano il perseguimento della felicità attraverso collezioni (di ragazze e popolarità) e colazioni (preparate come dio comanda).

Possiamo tirare un sospiro di sollievo… finalmente non c’è nulla di serio in questo eroe che ha molti difetti ma non quello più stupido comune a tutti i super eroi, ovvero essere buoni e ricattabili: non è seria la sua missione, i principi sono quelli di uno sfaticato superficiale e goliardico che fa della giustizia un hobby da edonista e, a partire dal nome “calabrone verde”, non è seria la sua genesi, frutto dell’incontro casuale con Kato, il meccanico/maggiordomo cinese fan di Bruce Lee (nel serial televisivo the green hornet degli anni 60 Kato era interpretato proprio da Lee), un incontro generato a sua volta dal puro capriccio di un apologeta del cappuccino perfetto.


Lo scoppiettante faccia a faccia iniziale tra James Franco – che non compare nei credits – ed il bravissimo e cattivissimo Christoph Waltz è l’antipasto di autoironia e di parodia che anticipa una storia scritta e interpretata in modo intelligente e strepitoso dallo stesso attore protagonista Seth Rogen (Strafumati, Funny People) e messa abilmente in scena dal francese Michel Gondry (Eternal Sunshine, Be kind rewind) che qui ha il talento di sparire, perché senza essere invasivo mette la propria poetica “artigianale” al servizio dei mezzi immensi della produzione americana e a sostegno delle idee geniali di un autore/attore originale e incontenibile,

insomma Gondry dà cuore e anima al caos lasciandolo magicamente scorrere fluido e compatto e trasformando il guazzabuglio prolisso del super-anti-eroe ricco e cretino in un film di 2 ore molto divertente.

Voto: 8


giovedì, febbraio 10, 2011

Film in sala dal 11 febbraio 2011

Burlesque
(Burlesque)
GENERE: Drammatico, Musical
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Steve Antin

Gianni e le donne

GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Gianni Di Gregorio

Il Truffacuori
(L'arnacoeur)
GENERE: Commedia, Romantico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Pascal Chaumeil

Rabbit Hole
(Rabbit Hole)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: John Cameron Mitchell

Sanctum 3D
(Sanctum 3D)
GENERE: Azione, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Australia, USA
REGIA: Alister Grierson

Senna
(Senna)
GENERE: Biografico, Documentario
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Asif Kapadia

martedì, febbraio 08, 2011

Frankie & Alice

Sarà stata la lontananza dallo schermo o forse il bisogno di recuperare un'ispirazione sacrificata sull’altare del prestigioso riconoscimento, sta di fatto che Halle Berry non ha badato a spese per organizzare la sua rentrée: abituata ad esaltare il proprio corpo con scelte sempre attente a soddisfare le pruderie di un cinema mai a disagio nei confronti di un'esposizione sottomessa ai voleri del Dio denaro, e nella consapevolezza di doversi confrontare con una reputazione santificata dall’inattesa vittoria hollywoodiana, l’attrice gazzella diventa imprenditrice di se stessa e sottomette l’intera produzione alla riuscita del personaggio da lei interpretato.
Tutti al suo servizio dunque, a cominciare da un alter ego dall’effetto assicurato se è vero che i personaggi borderline come quello di Frankie Murdoch, una ragazza affetta da disturbi bipolari, sembrano sintonizzati sull’emotività delle platee così come su quella dei giurati, e proseguendo con un compagno di merende, Stellan Skarsgård nella parte dello psichiatra, tanto professionale quanto parsimonioso nell’evitare la ribalta di una vicenda in cui la dialettica medico/paziente deve essere necessariamente a favore del secondo e per finire da un regista carneade, tale Geoffrey Sax, capace di tralasciare qualsiasi iniziativa per modellarsi sui desideri fotogenici della sua divina. Il risultato è una serie interminabile di scene madri in cui il susseguirsi degli sdoppiamenti schizofrenici (Frankie che diventa Alice) si alterna allo struggimento per un destino apparentemente già deciso. Ambientato nell’America degli anni 70 più per giustificare il razzismo a monte della tragedia che per motivi filologici (la vicenda parrebbe ispirata ad una storia vera), il film latita anche nella ricostruzione del panorama storico, affidato esclusivamente alla presenza di brani musicali inconfondibili, ai pantaloni a zampa di elefante ed alla vaporosa capigliatura della protagonista. Eccessivamente castigata anche quando non sarebbe richiesto, vedasi il prologo in cui Frankie ancora ignara di quello che l’attende si esibisce come stripper in un locale per soli uomini con la telecamera che mantiene lontana dall’oggetto del proprio desiderio, la Berry satura la scena con una performance così paradigmatica da annullare qualsiasi effetto sorpresa e toglie al personaggio con delle scelte quanto meno discutibili -la schizofrenia è resa in maniera così bonaria da uniformare le opposte tendenze- quel minimo di empatia capace di tenere desto l’interesse. Uscito in America alla fine di dicembre per alimentare le speranze di un eventuale candidatura della sua star, "Frankie & Alice" non ha fatto fatica a rientrare nei ranghi di un anonimato ampiamente giustificato.

(pubblicato su ondacinema.it)

lunedì, febbraio 07, 2011

The Constant Gardener

L’incontro tra Justin e Tessa durante la conferenza da lui tenuta per giustificare scelte diplomatiche piuttosto discutibili è qualcosa di davvero folgorante: è l’amore che se ne frega degli schieramenti e delle ideologie, che abbatte le posizioni di partenza, che riesce a trasformare le diversità in pluralismo. Alle proteste di Tessa, attivista politica e ragazza appassionata lui risponde proteggendola da una platea che non apprezza la schiettezza di quelle rimostranze.
E’ un lasso di tempo brevissimo, quanto basta per guardarsi negli occhi e fiutare un linguaggio del corpo dissimulato dalle necessità di uno spazio comune. Ed è proprio in quella dimensione collettiva che si verifica la magia, la capacità di trasformare note da stadio in musica da camera. E’ un amore a prima vista, un colpo di fulmine che lascia indietro le future incomprensioni. Il buon senso e la conoscenza reciproca devono fare un passo indietro rispetto all’energia dell’attrazione. Il matrimonio repentino, la gravidanza travagliata, il viaggio in Africa al seguito del marito diplomatico sono gli accessori che trasformano il quotidiano in qualcosa di più grande. Quello che segue appartiene ai romanzi di spionaggio, alle teorie cospirative del grande Fratello, ad una lotta di denaro e di potere in cui saranno coinvolte una multinazionale farmaceutica, il governo inglese ed un manipolo di personaggi senza scrupoli decisi a tutto pur di favorire la sperimentazione di un farmaco nocivo. Una partita giocata all’ombra delle grandi corporation umanitarie, degli slogan perbenisti e terzomondisti in cui le motivazioni di Tessa, paladina dei più deboli troverranno terreno fertile e purtroppo, un destino senza futuro. Ma come spesso accade nei cicli naturali anche qui la morte significa rinascita e dovremo dire riscoperta poiché il motivo del lutto e l’indagine per individuare i mandanti del delitto diventeranno per Justin l’occasione di conoscere veramente la persona che gli stava accanto e sulla quale, per un momento pur breve, aveva dubitato. Rivestito delle caratteristiche del film di genere, la fonte della storia è infatti l’omonimo libro dello scrittore John Le Carrè, The Constant Gardner è in realtà uno spaccato sull’ambivalenza delle relazioni umane una grande romanzo d’amore in cui la presenza assenza della persona amata, sottratta al protagonista ed a noi spettatori all’inizio del film e poi riproposta con una serie di flash back ed attraverso le azioni dell’inconsolabile marito, è il paradigma di quella dialettica emotiva in cui il rapporto con la persona amata deve passare inevitabilmente per la sua negazione. In bilico tra la storia dei grandi numeri ed un intimismo che trascolora in un romanticismo tout court The Constant Gardener è anche l’occasione per il suo regista, Fernando Meilleres (The city of God), di tornare sulla geografia delle nostre dimenticanze, sui luoghi necessari al benessere ingordo del mondo occidentale. Colorato in maniera iperrealista da una fotografia che esaltando i colori netti e luminosi rimarca la vitalità di un paesaggio saccheggiato ma ancora vitale, il film si avvale della performance di due attori, Ralph Fiennes e Rachel Weisz, capaci di dare credibilità alle alchimie del cuore lavorando di sottrazione ed esaltando il valore dello sguardo. Per questo film la Weisz ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Sicuramente meritato.

(dedicato all'amico Joachim che mi ha lasciato un po' piu' solo)

sabato, febbraio 05, 2011

NON C'ERA NESSUNA SIGNORA A QUEL TAVOLO

NON C'ERA NESSUNA SIGNORA A QUEL TAVOLO
Regia Lorenzo Conte - Davide Barletti


Il nuovo lavoro di Lorenzo Conte e Davide Barletti ci racconta di Cecilia Mangini (Mola di Bari 1927) saggista, critica cinematografica e soprattutto una delle più importanti esponenti del cinema documentario italiano.
Il suo lavoro più noto è probabilmente La canta delle marane (1961) dove la sua mdp scruta i gesti e gli sguardi di un gruppo di ragazzini della periferia romana, mentre il commento di Pier Paolo Pasolini ne racconta le storie e i sogni.
Altri lavori che vanno sicuramente ricordati sono Stendalì (1960), testimonianza sul lamento funebre in lingua grika, All'armi siam fascisti (1962) e Essere donne (1965).
Nel documentario di Barletti e Conte riprendono vita le immagini di un Italia apparentemente lontana nel tempo: quella degli anni '60, del boom economico, con le sue lacerazioni sociali e i suoi drammi.
Una porzione di storia del nostro Paese ci viene riproposta attraverso l’occhio di una delle protagoniste della stagione più ricca e vitale del cinema italiano.
Barletti e Conte confezionano Non c'era nessuna signora a quel tavolo alternando le immagini dei documentari con il commento appassionato della stessa Mangini legando il tutto con immagini di vecchi proiettori e fasci di luce che mettono in risalto quella polvere che solo apparentemente ricopriva il materiale che viene proposto allo spettatore.
L'opera di Cecilia Mangini basterebbe da sola a soddisfare l'appetiito di appassionati e spettatori che guardano al cinema con interesse, ma Barletti e Conte oltre a compiere un'operazione colta si preoccupano anche di fornire alcuni strumenti di approccio al tema, ottenendo il risultato di ridare vita ad un intera epoca e ai suoi protagonisti.

http://www.fluidproduzioni.com/mangini/

venerdì, febbraio 04, 2011

ANOTHER YEAR

Another year
di M. Leight


Se fosse un colore avrebbe la classicità del Fumo di Londra; ed invece è un film, per giunta importante, vista la firma del suo regista, un abituè dei palmares festivalieri e da anni uno dei massimi umanisti del cinema mondiale.

Anche questa volta era annunciato come uno dei favoriti tra i film in concorso all’ultimo festival di Cannes ed invece a conti fatti “Another Year”, una storia corale incentrata sulle vicissitudini di una donna delusa dalla vita e sulle reazioni di chi le sta vicino, si dimostra un lavoro poco ispirato e soprattutto senza la naturalezza delle opere precedenti.

Leigh sembra più interessato alla costruzione della cornice piuttosto che allo sviluppo della storia. Avendo a che fare con una drammaturgia da teatro cechoviano, di cui riprende non solo il rapporto tra lo scorrere del tempo e lo stato d’animo dei personaggi ma anche una certa staticità nell’azione, il regista rende evidente le sue scelte dividendo la vicenda in quattro quadri corrispondenti alle omonime stagioni, utilizza la luce naturale ed anche quella artificiale, (nell’ultimo quadro, quello invernale desaturato dei colori primari per corrispondere all’atmosfera di dolore per una morte improvvisa) e si mantiene sempre all’interno di un cinema da camera, fatto di interni domestici e piani americani, saltuariamente interrotto dallo stesso campo lungo che, riprendendo scene di vita contadina sembra alludere al ciclo naturale della vita. Un allestimento tanto impeccabile quanto schematico che fa il paio con il dipanarsi di una vicenda che non esce fuori da un naturalismo privo di sorprese ed un fiume di parole che non aggiunge nulla a quello che vediamo.

Tra nevrosi ed insoddisfazione, il film procede capitalizzando la bravura dei suoi interpreti, specialmente quelli femminili ma si conclude senza nessuna variazione rispetto al punto di partenza.

02/01/11

giovedì, febbraio 03, 2011

Film in sala dal 4 febbraio

Another Year
(Another Year)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Mike Leigh

Biutiful
(Biutiful)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Messico
REGIA: Alejandro González Inarritu

Femmine contro maschi
(Femmine contro maschi)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Fausto Brizzi

I fantastici viaggi di Gulliver in 3D
(Gulliver's Travels)
GENERE: Commedia, Avventura
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Rob Letterman

Into Paradiso
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Paola Randi

mercoledì, febbraio 02, 2011

VENTO DI PRIMAVERA - La Rafle

Vento di primavera
titolo originale: la rafle (la retata)
un film di roselyne bosch


vento di primavera, di rose bosch, mette in scena una storia realmente accaduta, personaggi che sono realmente esistiti, nel preciso contesto storico del nazismo. siamo in francia, è il 1942.
verrebbe da dire che si tratta dell'ennesimo film sull'orrore dell'olocausto - su cui tanto si è scritto e girato - e che poco di nuovo potrebbe dare al cinema, ma vento di primavera racconta un fatto che ha macchiato la francia per sempre e lo fa mettendosi dalla parte dei bambini.
come sappiamo spesso non sono i temi affrontati a rendere un film un buon prodotto quanto come li si racconta.
nel tentativo di riportare all'attenzione del grande pubblico la deportazione, voluta dal regime collaborazionista del maresciallo vichy, di circa 13.000 ebrei che si erano rifugiati a parigi, bosch focalizza l'attenzione sui bambini: dai loro occhi apprendiamo i fatti, partecipiamo allo strazio che li ha travolti insieme alle loro famiglie, cerchiamo risposte che non troveremo e ci sentiamo assaliti dal medesimo senso di abbandono e smarrimento.
i bambini, che con la loro innocenza e purezza d'animo guardano l'orrore degli adulti senza poter comprendere, rappresnetano il motore della pellicola. gli adulti ne sono i comprimari.
il medico ebreo eroico (jean reno) che non pensa nemmeno per un secondo di salvarsi e che invece assiste fino alla fine i propri compagni, oppure l'infermiera cattolica (melanie laurent) che non abbandonerà i bambini ebrei nemmno nello sfinimento della propria malattia, non sorreggono il film ma ne sono sorretti, perchè vento di primavera è un film corale, di molti piccoli occhi che non si arrendono alla morte e che ci testimoniano una forza vitale preziosa.
dei cira 25.000 ebrei destinati al rastrellamento solo una parte si salvò grazie al prezioso aiuto dei cittadini francesi che accettarono di nasconderli. i rimanenti furono condotti al vélodrome d'hiver da dove partirono per quello che fu il loro ultimo viaggio. di essi ritornarono solo venticinque persone e nessun bambino.
film di denuncia, di memoria, crudo ed autentico, l'opera di bosch ha la precisione del documentario ed il pudore dei prodotti televisivi destinati alle famiglie.
i colori sono saturi, la luce è intensa e giocata sempre sul limite tra finzione e realtà.
dal ritmo sostenuto e mai scevro di delicatezza, il film rivela senza mostrare troppo.
bosch non cede mai all'evidenza, ma piuttosto spiega lasciando ampio margine di intuizione allo spettatore, senza abbandonarlo alla supposizione.
sappiamo bene che fine faranno le vittime, quali orrori subiranno e possiamo immaginare cosa hanno dovuto affrontare. proprio in questa non evidenza, in tal non esplicitare, risiede la forza emotiva del racconto.
jean reno, un po' imbolsito e sgualcito, è piuttosto intenso, così come lo è melanie laurent (la bionda vendicatrice del tarantinato Inglorious Basterds), che dà vita ad una donna sensibile, determinata e dalla grande forza interiore.
vento di primavera è un film sui bambini e sulla loro forza, sulla forza dell'amore umano e del credere nella vita.
un buon prodotto per tutti, per non dimenticare mai.

LAST NIGHT

Last night
un film di Massy Tadjedin


I motivi della tentazione sono spesso caratterizzati dalla mancanza di luce: che la si interpreti in maniera metaforica, associando l’accecamento della ragione ad un buio primordiale fatto d’istinto e poco altro, oppure scegliendo la strada di un realismo che la nasconde alla vista del quotidiano, il deragliamento dei sensi è di per sé un animale notturno abituato ad orientarsi senza bisogno di accessori.
Ed è proprio questa sobrietà espressiva, continuamente ribadita nell’essenzialità degli ambienti così come dei personaggi, mai sopra le righe seppure emotivamente surriscaldati dalle diverse contingenze- la coppia del film si ritrova per una notte separata ed in compagnia di un potenziale amante - unità alla scelta di concentrare l’azione della storia nello spazio di un unico arco notturno a rendere intrigante un film come Last Night.
Immersi nella notte urbana, illuminata quel tanto che basta per riconoscere un linguaggio del corpo fatto di gambe che si incrociano e sguardi che si perdono, i quattro protagonisti danno vita ad una quadriglia sentimentale in cui perdersi e ritrovarsi è una costante così come la luce ed il suo opposto, continuamente in contrasto, come la ragione nei confronti dell’istinto.
Una lotta alla pari se non fosse che cedere alla propria essenza è il solo modo per essere se stessi, per rimanere attaccati ad una natura continuamente tradita dalle menzogne del giorno dopo. Diretto con eleganza da Massy Tadjedin il film integra perfettamente ambienti e personaggi con una simbiosi che aiuta a dilatare i limiti di un discorso in cui le reticenze prevalgono sull’azione e si avvale di una fotografia di un tipo che ha lavorato con David Lynch e che qui riesce a trasformare le pareti del quotidiano in autentici non luoghi capaci di enfatizzare la centralità delle figure umane.

lunedì, gennaio 31, 2011

VALLANZASCA - GLI ANGELI DEL MALE

VALLANZASCA - GLI ANGELI DEL MALE
Regia: Michele Placido


Siamo a metà degli anni '80 e il fuorilegge Renato Vallanzasca è rinchiuso in una cella di isolamento nel carcere di Ariano Irpino. Andando indietro con la memoria ripercorriamo la storia della sua carriera criminale: le rapine, i sequestri, gli inseguimenti, la sanguinosa guerra con la banda di Francis Turatello, le sue evasioni al limite dell’incredibile, la galera.
In una livida Milano, come non la si vedeva dai tempi di Fernando Di Leo, Michele Placido lancia la mdp all'inseguimento dell'irrefrenabile Renato Vallanzasca esattamente come le Alfa della polizia si lanciavano all'inseguimento del boss della comasina e della sua banda.
Vallanzasca - Gli angeli del male è sostanzialmente costruito sull'azione, che poi, in buona sostanza, è quello che si chiede ad un gangster movie.
Placido incalza i suoi attori imponendo alla pellicola un ritmo frenetico, cosa rara per il cinema italiano.
Il regista di Ascoli Satriano si trova alle prese con una materia che sicuramente sa trattare al meglio ed infatti dirige con grande mestiere e mano sicura questo gangster movie di buon livello; è bravo a romanzare la vita del "bel Renè", e a raccontare con efficacia i suoi crimini indagando su quell'etica del male che fece del bandito Vallanzasca un uomo da copertina.
Polemiche preventive, isteriche e ingiustificate che non ricordo abbiano preceduto l'uscita di altri film come Banditi a Milano (C. Lizzani 1968) che narrava le gesta criminali di Pietro Cavallero e che arrivò in sala a "ferite ancora aperte" in quanto si trattava di un instant movie o altre pellicole come Romanzo Criminale (2005) diretto dallo stesso Placido.
"Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è predisposta unicamente per l'autoflagellazione". Con questa frase di Truman Capote, il regista pugliese apre il suo film. I doni che Dio concesse a Renato Vallanzasca furono fascino e arguzia, la sua scelleratezza fu l'inesorabile frusta e Michele Placido racconta tutto questo con franchezza senza moralismi e senza voler fare pedagogia.
Vallanzasca - Gli angeli del male, con un cast solido e un Kim Rossi Stuart ad altissimi livelli è uno dei rari prodotti italiani che non faticherà a trovare mercato nel resto d'Europa.

giovedì, gennaio 27, 2011

Film in sala dal 28 gennaio

Vento di primavera
(La Rafle)
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Germania, Francia, Ungheria
REGIA: Roselyne Bosch

Febbre da fieno

GENERE: Commedia, Romantico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Laura Luchetti

Il discorso del Re
(The King's Speech)
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Australia, Gran Bretagna
REGIA: Tom Hooper

Parto col folle
(Due Date)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Todd Phillips

The Green Hornet
(The Green Hornet)
GENERE: Azione, Giallo, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Michel Gondry

Yattaman - Il film
(Yattâman)
GENERE: Fantasy
ANNO: 2010
NAZIONALITA': Giappone
REGIA: Takashi Miike

lunedì, gennaio 24, 2011

QUALUNQUEMENTE

QUALUNQUEMENTE
Regia: Giulio Manfredonia


Cetto La Qualunque (Antonio Albanese) fuggito in Sudamerica a causa di problemi con la giustizia ritorna a Marina di Sopra, paesotto calabrese.
Al suo rientro viene informato dagli amici che il suo patrimonio e i suoi interessi sono minacciati da un'ondata di legalità che sta investendo la cittadina e che ha come portabandiera il tenente dei Carabinieri Cavallaro (Antonio Gerardi) e il candidato sindaco De Santis (Salvatore Cantalupo).
Per difendere i propri interessi ed evitare la galera Cetto La Qualunque, indotto e incoraggiato dai suoi amici, decide di candidarsi a sindaco.
Il trionfo della volgarità, dell' ignoranza e della corruzione, del menefreghismo e del clientelismo, questo è Qualunquemente, in poche parole lo specchio di una porzione importante del nostro Paese.
Paesaggi stuprati dall'abusivismo edilizio, ospedali fatiscenti, assenza dello Stato, disprezzo più assoluto delle leggi, informazione di parte, lacchè, killer, prostitute, un improbabile coach elettorale che rinnega le origini baresi (Sergio Rubini) in questo ambiente si muove il personaggio creato da Antonio Albanese, cinico e spietato malfattore che conquista il potere.
Qualunquemente rischia di apparire come un istant movie, ma non lo è, visto che la sceneggiatura risale al 2009 e il personaggio Cetto La Qualunque è comparso per la prima volta nel programma televisivo di rai tre Non c'è problema datato 2003, bisogna riconoscere quindi ad Albanese di aver visto lungo e capito prima di altri quale piega andava prendendo la politica italiana e a quale genere di politici i cittadini italiani avrebbero affidato il loro futuro.
Come detto, Cetto la Qualunque nasce con ritmi televisivi e portarlo su grande schermo, dilatandone i tempi comici, è operazione difficile, infatti spesso il repertorio di battute mostra la corda a causa dell'usura televisiva, ma il vero problema di questa pellicola è che purtroppo, la realtà politica italiana spesso supera la farsa.
Qualunquemente è un film sottilmente violento, che se non avesse scelto la via della satira potremmo definire un film di denuncia.
Una regia (Giulio Manfredonia), superiore alla media per questo genere di pellicole, dove troppo spesso trionfa il "fai da te" e il comico di turno, reduce dai successi televisivi, si improvvisa attore-regista-sceneggiatore con risultati pessimi; un attore di gran livello come Antonio Albanese; una spalla eccellente come Sergio Rubini e una serie di comprimari del calibro di Lorenza Indovina e Luigi Maria Burruano, fanno di Qualunquemente un buon prodotto dove la risata passa in secondo piano per lasciare spazio alla riflessione e allo sconforto. Straordinaria fotografia dell'Italia che lascia l'amaro in bocca.

giovedì, gennaio 20, 2011

Film in sala dal 21 gennaio 2011

Animals United 3D
(Die Konferenz der Tiere)
GENERE: Animazione
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Germania
REGIA: Reinhard Klooss, Holger Tappe

Immaturi
(Immaturi)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Paolo Genovese

La donna che canta
(Incendies)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Canada
REGIA: Denis Villeneuve

Qualunquemente

(Qualunquemente)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Giulio Manfredonia

Segui il tuo cuore
(Charlie St.Cloud)
GENERE: Drammatico, Fantasy, Sentimentale
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Burr Steers

The Shock Labyrinth 3D

(Senritsu meikyû 3D)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Giappone
REGIA: Takashi Shimizu

Vallanzasca - Gli angeli del male
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Michele Placido

lunedì, gennaio 17, 2011

KILL ME PLEASE

KILL ME PLEASE
Regia: Olias Barco


Il dottor Kruger (Aurelien Recoing) gestisce una clinica che offre assistenza a chi ha deciso di mettere fine ai propri giorni e alle proprie sofferenze.
Tra gli obiettivi della clinica vi è quello di dissuadere i pazienti dal suicidarsi e, in caso di decisione irreversibile, di dare dignità e decoro al suicidio.
Nella villetta del suicidio medicalmente assistito sbarcano i personaggi più disparati, dal depresso che si finge malato di cancro pur di poter accedere al programma di morte assistita, alla cantante ( Zazie De Paris- che nella vita reale è una trans ) che ha perso la voce, a chi ha perso la moglie giocando a poker (Bouli Lanners).
Non essendo ben vista dalla bigotta comunità locale, la clinica viene presa d'assalto da un gruppo di fanatici pronti a far valere le loro convinzioni a colpi d'arma da fuoco.
Con pochissimi soldi, una troupe composta da pochissimi elementi, un cast che ha lavorato praticamente gratis, Olias Barco è riuscito nell’impresa di girare un film spiazzante, scorretto e cinico.
Obbligato a ricorrere al bianco e nero per ovvie ragioni di budget, Olias Barco ha dato vita ad una pellicola maledettamente coraggiosa che sviluppa la questione eutanasia ricostruendo tramite i personaggi del suo film il dibattito sulla morte assistita che tanto divide i cittadini dei Paesi occidentali.
Lo schema del film è molto semplice: la clinica è l’eutanasia, gli abitanti del piccolo centro rappresentano la difesa catto-integralista del diritto alla vita, l’intervento dello Stato tramite l'agente della Guardia di Finanza altro non è che l’ingerenza delle istituzioni su questioni private.
Piccolo film che più indipendente non si può, è riuscito nell'impresa di vincere un festival del cinema tutto lustrini e paillettes come quello di Roma, impresa ancor più difficile se si pensa al fatto che il tutto è avvenuto nella città simbolo della cristianità pur trattando un tema assai delicato e tanto caro ai gerarchi del vaticano
Il film è piacevole, infarcito di scene seriamente disturbanti, ma è evidente che ci troviamo dinanzi ad una pellicola "da festival" forse pensata per un pubblico di cinefili piuttosto che per le grandi platee.
Probabilmente con un maggior impegno a livello di dialoghi e calcando ulteriormente la mano sul lato grottesco della vicenda, Kill me please avrebbe avuto le carte in regola per raggiungere un pubblico più ampio.

sabato, gennaio 15, 2011

La mia classifica 2010


































Il segreto dei suoi occhi (Juan José Campanella)
Bright Star (Jane Campion)
Il profeta (Jacques Audiard)
Animal Kingdom (David Michôd)
Io sono l’amore (Luca Guadagnino)
Soul Kitchen (Fatih Akin)
L’uomo nell’ombra (Roman Polanski)
Revanche – Ti ucciderò (Götz Spielmann)
Uomini di Dio (Xavier Beauvois)
Nine (Rob Marshall)


Miglior regia:
Jane Campion (“Bright Star”)
Miglior attore:
Ben Wishaw (“Bright Star”), Ricardo Darín (“Il segreto dei suoi occhi”)
Miglior attrice:
Abbie Cornish (“Bright Star”), Soledad Villamil (“Il segreto dei suoi occhi”)
Miglior debutto:
Animal Kingdom (David Michôd)

Chi vuole si puo' accomodare....

giovedì, gennaio 13, 2011

Film in sala dal 14 gennaio 2011

Kill Me Please
(Kill Me Please)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Belgio, Francia
REGIA: Olias Barco

La versione di Barney
(Barney's Version)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Canada, Italia
REGIA: Richard J. Lewis

L'orso Yoghi
(Yogi Bear)
GENERE: Animazione, Commedia, Avventura, Family
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Nuova Zelanda, USA
REGIA: Eric Brevig

Skyline
(Skyline)
GENERE: Fantascienza, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Greg Strause, Colin Strause

Un giorno della vita
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010 DATA: 14/01/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Giuseppe Papasso

Vi presento i nostri

(Little Fockers)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Paul Weitz

lunedì, gennaio 10, 2011

HEREAFTER

Hereafter
di Clint Eastwood


Hereafter è la storia di tre persone che vedono le loro esistenze sconvolte perchè toccate in maniera diversa dalla morte.
A San Francisco vive George (Matt Damon), un uomo che ha il potere-dono-maledizione di parlare con i defunti.
A Londra vive Marcus (George McLaren), un dodicenne con madre tossicodipendente e un gemello deceduto in un incidente stradale mentre cercava di sfuggire ad un'aggressione.
A Parigi vive Marie (Cècile de France), giornalista televisiva molto nota, che ha avuto un'esperienza fra la vita e la morte durante un terribile tsunami.
I tre episodi di Hereafter si sviluppano in modo indipendente per quasi tutta la durata del film, intrecciandosi solo verso la fine e portando ad una conclusione commovente una vicenda iniziata in circostanze ruvide e violente.
Clint Eastwood ha tagliato il traguardo degli 80 anni e Hereafter è il sesto film che gira negli ultimi quattro anni e sempre più spesso le tematiche trattate dal regista americano riguardano la morte.
In Hereafter si da per scontato che esista un aldilà ma il paradiso resta meno di una ipotesi, rimarcando come già avvenuto in Gran Torino, la diffidenza di Eastwood verso le religioni.
L'inossidabile Clint, questa volta si rivolge agli atei, ai non credenti, a coloro che sono convinti che le religioni ipnotizzino le menti.
Attraverso sequenze, che nella loro classicità rendono il film un po' rigido, l’autore americano mette lo spettatore nella condizione di confrontarsi con qualcosa che dovrebbe essere familiare come il dolore, fornendo alcuni punti di vista e ponendo domande sul tema della morte.
Nel complesso, a mio modesto parere, Hereafter è un film interessante e (inutile dirlo) ben girato ma che manca di energia e perde di forza nell'eccessivo minutaggio e in una struttura dal passo lento.
Matt Damon in grande spolvero.

giovedì, gennaio 06, 2011

Film in sala dal 7 gennaio 2011

Hereafter
(Hereafter)
GENERE: Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Clint Eastwood

Oggi è una bella giornata
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Gennaro Nunziante

Tamara Drewe
(Tamara Drewe)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Stephen Frears

mercoledì, gennaio 05, 2011

Ano Bisiesto

di Michael Rowe

Cinema punitivo o allegoria di una forma d’arte sempre più invasiva, simile alle pene corporali subite dalla giovane protagonista, una donna che nel giro di pochi giorni e per un motivo non meglio precisato decide di mettere fine alla sua vita durante l’ennesimo atto amoroso con un partner che come lei preferisce il sesso estremo.

Pur non risparmiandoci nessuno degli abusi e delle stranezze messe in atto dall’acrobatico duo, il film isola questi momenti e li riduce, anche dal punto di vista emotivo, all’interno di un quotidiano dove l’isolamento, l’alienazione e la mancanza di un sincero sentimento di condivisione sono il “Pasto Nudo” al quale sembra dobbiamo proprio abituarci. Un attualità ribadita anche dal punto di vista formale, per la capacità di rendere un esistenza ed il personaggio che la vive attraverso una sobrietà di mezzi davvero rara: facendo di necessità virtù e volendo rendere i labirinti mentali di una personalità allo stremo, Rowe utilizza un unico spazio scenico, la casa della donna, privandosi completamente del mondo esterno, una chimera per chi ha deciso di togliersi la vita. Così facendo, e grazie anche ad un utilizzo invisibile della macchina da presa il regista mantiene evidente la cifra realistica del suo cinema, enfatizzata dalla presenza ossessiva dell’ambiente domestico e degli oggetti che lo costituiscono, ma allo stesso tempo la trascolora con una liturgia gestuale che restituisce il mondo interiore della giovane donna.

Interpretato da Monica Del Carmen con assoluta naturalezza ed un masochismo che piacerebbe all’inventore del Dogma, “Año bisiesto” è un film apolide perchè prodotto da capitali (si fa per dire) messicani e diretto da un regista australiano, Michael Rowe; presentato alla Quinzaine de Realisateurs dell’ultimo Festival di Cannes, ha vinto la Camera D’or come migliore opera prima.

(pubblicato su Ondacinema.it)

giovedì, dicembre 30, 2010

8 Million way to die

8 Million way to die
di H. Ashby


Una città tentacolare e la voce di una fine anticipata. I numeri della violenza snocciolati dai burocrati del crimine danno parola all’indifferenza di una città ridotta ad un grumo di strade perdute.
La sequenza iniziale, panoramica dall'alto di un arteria stradale in overdose di clienti con commento fuori campo a definire lo spazio d’azione di una scena altrimenti anonima, sono il biglietto da visita di un film che tenta di mettere insieme il compendio esistenziale di Hal Ashby un autore in lotta con la vita, e le regole di un genere, la crime story, che di lì a poco e con differenti nomi (neo noir) sarebbe diventato la forma di cinema più adatta a rimettere insieme i pezzi di un mondo andato in frantumi.
Non è difficile infatti riconoscere nel percorso esistenziale di Matt Scudder, interpretato da un Jeff Bridges, un ex poliziotto che cerca di redimersi aiutando una prostituta a liberarsi dal proprio carnefice, i segni di una biografia fortemente segnata dall’uso di additivi, nel film la tossicodipendenza diventa alcolismo, e da una diversità difficilmente assimilabile dal sistema-dopo la sua fuoriuscita Scudder continua a comportarsi come un poliziotto ma lo fa a modo suo e di fatto il desiderio di rientrare nei ranghi finisce in secondo piano rispetto alle urgenze della vita - cosi’ come le convenzioni del genere, riassunte nella struttura di un racconto circolare in cui l’identità perduta e poi ritrovata è il pretesto per un percorso attraverso i gironi di un inferno che ha il profumo di una città dal ventre molle.
Certo il paragone con il resto della filmografia del regista fa difetto alla sua ultima opera, soprattutto perché la visione caustica della realtà e la contagiosa ingenuità dei suoi personaggi più famosi (Harold e Maude) è qui sostituita da un pessimismo spalmato a piene mani nelle rispettive esistenze dei personaggi coinvolti nella vicenda, invischiati in una solitudine dorata ma letale (le due prostitute che per differenti ragioni cambieranno la vita di Scudder, ma anche Maldonado, trafficante di droga rinchiuso in una torre d’avorio piena di cadaveri per non parlare del protagonista principale, abbandonato dalla famiglia e costretto ad elemosinare l’attenzione della figlia) ma soprattutto da una sensazione di immobilismo che non permette a nessuno di tirarsi fuori dalla propria infelicità.
Ashby è bravo ad inserirsi negli spazi della crisi, nelle frazioni di tempo in cui bisogna decidere se vivere o morire. È lì, in quella penombra di sguardi e di silenzi, di corpi fiaccati dal tempo e dalle abitudini che emerge il talento di un regista abituato a lavorare per gli attori. E’ per questo che pur in un panorama rappresentato con molte approssimazioni (i ruoli antagonisti rimangono poco caratterizzati ed anche gli ambienti sono ridotti ad un realismo di facciata), non si può non mettersi dalla parte di Scudder, interpretato con sofferta partecipazione da Jeff Bridges, cavallo di razza piegato ma non abbattuto, con le scarpe bucate ed i vestiti da due soldi, eppure regale nella sua dignità fatta di poche parole e molto sentimento, pronto a riconoscere negli altri il riflesso di se stesso e per questo a coinvolgersi senza mezzi termini.
Anima e cuore di un film diseguale ma sincero, sfuggito più volte di mano al suo artefice per motivi produttivi ed uscito nelle sale americane solamente in versione video.
Hal Ashby è stato una figura di riferimento del cinema americano degli anni '70, ma la sua filmografia seppur caratterizzata da successi importanti (Coming home, Being there, The last detail) è passata sotto silenzio. A rimanere più impressi sono stati la vita da outsiders ed i comportamenti fuori dalle righe.
Sean Penn ha dedicato a lui ed a John Cassavetes "Indian Runner" il suo esordio cinematografico. Un accostamento che gli rende giustizia.