sabato, agosto 20, 2016

LOCARNO 69: JEUNESSE

Jeunesse
di Julien Samani
con Azim Karim, Samir Guesmi 
Francia/Portogallo
genere, avventura, drammatico
durata, 83'


Ancora prima di entrare nel merito della storia e dei suoi significati "Jeunesse" aveva attirato la nostra attenzione per un cast che comprendeva due tra gli attori più interessanti del cinema francese. Parliamo di Azim Karim protagonista di "Les Combattants" in assoluto uno dei film più belli della scorsa stagione e di Samir Guesmi che avevamo appena applaudito nella commedia "L'effetto acquatico" della compianta Solevi Anspach. In più il film di Julien Samari annoverava tra i suoi crediti nientedimeno che il grande Joseph Conrad, ricalcato per ambientazioni, spirito d'avventura e introspezione psicologica, e perché di fatto la sceneggiatura rielaborava uno dei suoi libri. Almeno nella trama bisogna dire che "Jenusse" fa le cose per bene, rispettando il suo modello con una struttura da romanzo di formazione che racconta del giovane Zico, desideroso di imbarcarsi su una nave mercantile per conoscere il mondo e diventare adulto e però costretto a scoprire sula propria pelle e su quella dei suo compagni il costo di tale scelta. Realizzato in regime d'economia con uno stile di ripresa che rinuncia alle immagini di ampio respiro tipiche delle produzioni americane per concentrarsi sugli spazi angusti delle cabine della nave e sui volti di chi le abita, le scelte del regista in questo caso poteva favorire un interpretazione meno scontata del campione conradiano. E invece lungi da tutto questo "Jeunesse" in termini cinematografici si accontenta di essere un surrogato della grandi produzioni hollywoodiane, ottenendo come unico risultato quello di evidenziare i limiti della sua natura low cost. Un difetto suggellato nella sequenza conclusiva dalla mancata corrispondenza tra l''epica romantica che scandisce la voce over del protagonista e la qualità televisiva (nonostante un suggestivo uso del colore) delle immagini che le commentano. Per un film del genere e per il concorso si tratta di un vero e proprio autogol.
(ondacinema.it/speciale 69 festival di Locarno)

venerdì, agosto 19, 2016

LOCARNO 69: DANS LA FORET

Dans la foret
di Gilles Marchand
con Jérémie Elkaïm, Timothé Vom Dorp, Théo Van de Voorde 
Francia, 2016
genere, horror
durata, 103' 


Fuori dalla Foresta
Tom, un bambino di otto anni sta giocando con delle composizioni di legno. Le impila uno sopra alle altre, in precario equilibrio mentre discute con una donna le prossime vacanze che farà con il padre in Svezia, divorziato dalla madre e che non vede da quando era molto piccolo. Siamo in una stanza arredata con essenzialità, l'atmosfera è calma, ma ambigua. Il bambino si esprime a fatica, nei suoi occhi si legge un certo timore. La donna gli dice che è fortunato a passare delle vacanze nella foresta. L'incipit di "Dans la forêt" è folgorante e ti fa percepire immediatamente che assisteremo a una storia piena di mistero e di mancate spiegazioni razionali.

Gilles Marchand è un affermato sceneggiatore francese che ha lavorato con Laurent Cantet, Valérie Donzelli, Cédric Kahn e Dominik Moll e al suo terzo lungometraggio da regista. La Donzelli e Moll hanno ricambiato la collaborazione con Marchand: la prima è tra i produttori del film, mentre il secondo è co-sceneggiatore di "Dans la forêt".

Il film del regista e sceneggiatore francese è opera che indaga sulla psicologia infantile, sulle paure della crescita, sul rapporto con un padre distante e poco conosciuto. Tom ha un fratello più grande, Benjamin, che è già più autonomo e adulto e proprio lui ha un rapporto di sfida con la figura paterna che non riconosce fino in fondo, arrivando ad affermare che dubita sia il vero padre. Lo sguardo di Tom, al contrario, è affascinato dal padre che percepisce come un altro da sé e, allo stesso tempo, parte di sé, in continua fascinazione scopica, dove il timore e la paura lo paralizzano e immobilizzano in una contemplazione dell'adulto come corpo/oggetto/territorio (s)conosciuto. Tutto il film quindi viene visto attraverso lo sguardo dei bambini, in particolare quella di Tom con un allineamento della visione dello spettatore: osserviamo lo sviluppo diegetico attraverso il vissuto psichico del bambino e la sua visione distorta, (de)strutturata della realtà.

"Dans la forêt" è diviso, sostanzialmente, in tre parti molto equilibrate tra loro e in un crescendo di suspense e di allarme psicologico che tiene incollato lo spettatore alla poltrona. La prima parte assistiamo all'arrivo dei due bambini in Svezia, ai primi approcci con il padre, alla visita nel laboratorio dove lui lavora. Sarà qui che Tom vede per la prima volta uno strano essere dalla faccia deforme, con un foro in faccia al livello della bocca e il volto deformato. La scoperta del "diavolo" da parte del bambino non lo farà scappare, ma cercare di capire da dove proviene quell'essere e perché solo lui lo può vedere. Tutta questa parte è messa in scena in interni, spazi chiusi, asettici, claustrofobici, geometrici. La messa in quadro avviene filmando porte, finestre, vetrate, soglie da attraversare in un labirinto senza uscita dalla visione.

La seconda parte si svolge in un'enorme e intricata foresta, dove il padre conduce i figli in un capanno sperduto. La terza parte inizia dalla fuga di Benjamin alla richiesta di aiuto dopo la presa di coscienza delle stranezze del padre e la sua fuga con Tom attraverso piccoli laghi all'interno della foresta.

Dentro la ForestaSe apparentemente tutto il resto del film si svolge in gran parte in esterni, l'entrata nel groviglio verde e oscuro è un penetrare all'interno di una massa labirintica che metaforicamente rappresenta il mondo dell'inconscio infantile di Tom. Il padre svela al figlio che lui possiede dei poteri, che può vedere ciò che gli altri non percepiscono. Tom però vede solo il "diavolo" che li segue nella foresta, l'uomo nero non identificato, grumo di oscurità che nasce da altra oscurità. Esempio di Id che emerge dal subconscio di Tom e si materializza, si esteriorizza, rendendo concrete le sue paure infantili.

I buchi nel terreno, nei grandi alberi, sono buchi neri, pieni di oscurità insondabile come solo la mente umana può immaginare e riempiere con le proprie ansie e timori. La foresta è in realtà uno spazio chiuso, molto più circoscritto nella sua infinitezza e indeterminatezza spaziale che la rendono fine a se stessa, in un luogo eterno, senza soluzione di continuità. Il padre è insonne e il bambino lo osserva vagare nella notte come un animale disperato, chiuso in una gabbia che si è costruito con le proprie mani, preso dalle sue ossessioni di controllo e di trasmettere ai figli la paura della civiltà "esterna" al mondo naturale e violento della foresta.

Il diavolo in corpoDopo che Benjamin fugge, approfittando della venuta di tre giovani campeggiatori, il padre si inoltra con Tom nella profondità della foresta, trascinandosi follemente dietro il figlio e una barca per attraversare i vari specchi d'acqua. La visione dell'"uomo nero" si intensifica e il padre incoraggia Tom a non averne paura, a parlargli, a porgli delle domande. La suspense raggiunge il suo acme quando si ha la totale corrispondenza della figura del padre con il "diavolo", ma Tom non ne ha più paura, anzi lo comprende, lo accarezza, gli sta vicino, capendo fino in fondo la sofferenza del Padre/Uomo.

Il foro spalancato al posto della bocca diventa quindi la materializzazione dell'urlo munchiano, della disperazione dell'Uomo di fronte agli orrori del mondo cosiddetto "civile" e la scelta volontaria all'isolamento, alla fuga nel territorio dell'inconscio rappresentato dalla foresta. Solo in questo momento la Creatura/Padre libera il Figlio, lasciandolo tornare dalla madre e dal fratello, ma con una presa di coscienza del proprio ruolo di essere umano che non crede più al "diavolo" (che non esiste) e conscio del male che lo circonda.

Gilles Marchand crea un'opera complessa, stratificata, che può dare adito a molti livelli di lettura, a una miriade di sensazioni, a tutte le sfumature dell'angoscia, visti attraverso occhi infantili. Una messa in scena controllata e ponderata, un equilibrio tra forma e contenuto che fanno di "Dans la forêt" un film tutto da scoprire e che avrebbe meritato maggiore attenzione nella programmazione al Festival di Locarno.
Antonio Pettierre
pubblicata su ondacinema.it/speciale 69 festival di Locarno

mercoledì, agosto 17, 2016

1001 GRAMMI

1001 grammi
di Bent Hamer
con Ane Dahl Torp, Laurent Stocker, Magne Håvard Brekke, Dinara Drukarova
Norvegia, Germania 2014
genere, drammatico
durata, 93'



Il successo in terra straniera non trova quasi mai delle ragioni plausibili ed è per questo che a venire in soccorso alla mancanza di spiegazioni è il famoso detto “nessuno è profeta in patria”. Anche nel cinema capita la stessa cosa, specialmente quando a giustificare il clamore c’è di mezzo un contratto per realizzare un film americano e magari una buona posizione nelle classifiche del box-office locale. Al contrario il regista norvegese Bent Hamer appartiene alla categoria di coloro che hanno fatto il viaggio a vuoto perché assoldato da Matt Dillon per dirigere il film dedicato a Charles Bukowski (“Factotum”) Hamer non era stato in grado di ripetere le buone prove ottenute con i lavori precedenti, fallendo di fatto l’occasione della vita. Oppure no. E’ presto per dirlo e magari il futuro riserverà all’autore scandinavo altre opportunità Nel frattempo il figliol prodigo una volta tornato a casa sembra aver ripreso le antiche abitudini e con il nuovo “1001 grammi” - sottratto all’invisibilità da quella Movie Inspired a cui va il merito di  aver portato in Italia il primo cinema di Dolan e a fine mese quello dell’altro desaparecidos Bruno Dumont -  si rituffa nell’ineffabilità tragicomica che aveva caratterizzato “Il mondo di Homer” per raccontare la crisi esistenziale di una donna che ancora convalescente per la fine del suo matrimonio si ritrova sola  e senza prospettive ad affrontare le conseguenze del suo strano lavoro; impiegata presso l’istituto di metrologia norvegese ed incaricata di occuparsi del chilo campione che deve essere portato a Parigi per ottenere la certificazione internazionale, Mary per una serie di circostanze occasionali (tra cui l’incontro con uno scienziato pentito che coltiva il giardinaggio e il canto degli uccelli) sarà spinta a mettersi in discussione a cominciare dai principi che regolano il suo lavoro.



Imbastito su una trama chiamata (nella sua semplicità) a dare coerenza alle variazioni sul tema effettuate dal regista, “1001 grammi” preferisce che siano le immagini e non le parole a cogliere lo stato d’animo della protagonista e a sottolineare il tragico e il comico che investe la sua vita e quella degli altri. Ne escono fuori una serie di quadretti divertenti e insieme drammatici che oltre  agli aspetti emotivi della vicenda riescono ad essere rivelatori di una personalità - quella di Mary - altrimenti destinata a rimanere sconosciuta per l’indole introversa del suo carattere. Da qui l’insistenza su ambienti che incombono sulle figure umane per sottolineare i segni di una realtà opprimente e angusta, e ancora le inquadrature dominate dalle geometrie essenziali ma fredde di interni che mettono in luce l’apatia e la solitudine sofferta dal personaggio. Ma la qualità migliore di “1001 grammi” risiede nella capacità di far dialogare gli elementi della trama derivati dalla rigida applicazione delle procedure che scandiscono l’attività lavorativa della comunità scientifica (di cui il regista si diverte a sottolinearne l’ottuso attaccamento alle regole ) a cui Mary appartiene, e la dimensione psicologica della ragazza;, con i primi a fare da specchio alle credenze e ai pensieri della seconda. Il rimpiattino produce un umorismo (nero) che si nutre del non sense delle situazioni di cui Mary è più o meno inconsciamente vittima. Considerato che nella seconda parte l’autismo della storia pur senza perdere il suo tratto dominante si apre alle sorprese dei sentimenti non si sbaglia nel dire che “1001 grammi” altro non è che un film d’amore sotto mentite spoglie. Da godersi dal primo all’ultimo minuto. 

69 LOCARNO: O ORNITOLOGO

O Ornitologo
di Joao Pedro Rodriguez
Paul Hamy, Xelo Cagiao, Joao Pedro Rodriguez
Portogallo, 2016
genere, drammatico
durata, 



Il sodalizio tra il cinema portoghese e il festival di Locarno non è cosa recente, basti pensare all'importanza che ha avuto la kermesse svizzera per un regista come Pedro Costa ("Cavalho dineiro"), il cui lavoro ha trovato proprio nell'evento ticinese apprezzamenti e successo. L'edizione di quest'anno conferma la tendenza presentando ben due film lusitani nel concorso principale: del primo, "Correspondencias" avevamo parlato a margine della sua presentazione avvenuta nella giornata d'apertura della manifestazione, il secondo invece merita un attenzione particolare perché a dirigerlo è quel Joao Pedro Rodriguez che avevamo avuto modo di applaudire non più tardi di quattro anni fa sempre in questa sede con lo splendido "A Última Vez Que Vi Macau". Il suo nuovo lavoro si offre al pubblico con un'estetica totalmente diversa dal precedente perché "O Ornitologo" nell'iperrealismo dei colori e nell'uso di inquadrature a schermo panoramico sembra voler prendere le distanze dalla voglia di sperimentare e dalle stravaganze narrative del lungometraggio del 2012 a favore di una storia apparentemente lineare nella quale l'armonia tra uomo e natura si concretizza nello stile contemplativo e nella composizione classica delle scene che ci danno modo di seguire il protagonista intento a osservare e a catalogare i comportamenti di alcuni specie di volatili. 


Diversamente, come spesso succede nelle storie del regista portoghese la realtà è sempre in agguato e l'esistenza delle persone continuamente minacciata dall'incontro con l'altro. "O Ornitologo" non sfugge alla regola perché a causa delle rapide del fiume che lo costringono a un drammatico fuori bordo l'uomo intraprende una sorta di viaggio dantesco all'interno della foresta scandito da una serie di tappe di iniziazione (al sesso, alla vita, alla morte e alla resurrezione) che nel bene e nel male ne ridefiniscano gli orizzonti esistenziali. Strutturato come una sorta di cortocircuito culturale per la commistione di riferimenti alti e bassi che vanno dalla pittura del Caravaggio - citato nella plasticità della posa che ritrae il protagonista nudo e legato alla maniera del San Sebastiano ripreso nel film che Derek Jarman ha dedicato al genio lombardo - al genere western, che il regista - per sua stessa ammissione - ha utilizzato per conferire una precisa fisionomia al film, "O Ornitologo" si ispira ad un episodio della vita di Sant' Antonio, portoghese di nascita e italiano d'adozione, la cui vita è presa in prestito ed opportunamente trasfigurata nella versione pagana e mitologica pensata da Rodriguez. Peccato che alla resa dei conti la fantasia del regista non riesca a trattenersi e l'abbondanza di onirismo e la volontà di alzare il tiro (ci riferiamo alla sequenza delle amazzoni che parlano in latino) prendano il sopravvento sulla narrazione, pasticciando quello che fin li era stata un' esperienza cinematografica fuori dal comune. 
pubblicata su ondacinema.it/speciale 69 festival di Locarno

martedì, agosto 16, 2016

LOCARNO 69: WET WOMAN IN THE WIND

WET WOMAN IN THE WIND
di Akihiko Shiota
con Yuki Mamiya, Tasuku Nagaoka
genere, erotico, commedia
Giappone, 2016
durata, 77' 





All'inizio c'era il "roman porno"

Il decimo film del regista Akihiko Shiota è stato prodotto dalla Nikkatsu, antica casa di produzione del Sol Levante (attiva dal 1912) che, durante gli anni 70, proprio per rilanciare il cinema in crisi per lo strapotere della televisione, inventò il genere softcore definito "roman porno" ("roman" contrazione della parola "romantic"). Il roman porno ebbe i suoi anni d'oro fino alla fine degli anni 80 e, come ha dettagliato il regista durante la conferenza stampa al Festival del Film a Locarno, aveva poche regole ben precise: lavorazione di sette-dieci giorni, una durata massima di 80' e almeno una scena erotica ogni 10'; per il resto, l'autore aveva massima libertà espressiva. Accettando la sfida proposta dalla Nikkatsu, che, per festeggiare l'anniversario della nascita del genere, ha invitato cinque registi a dirigere un film (ci sono anche Sion Sono, Hideo Nakata, Isao Yukisada e Kazuya Shiraishi), Shiota ha scritto la sceneggiatura in soli sette giorni e ha girato il film in altrettanto tempo con un gruppo di giovani attori che all'epoca non erano ancora nati e non conoscevano questo genere. In particolare, il protagonista maschile Tasuku Nagaoka ha confessato di essere specializzato in film di azione e ha interpretato le scene erotiche come se lo fossero. Del resto, "Wet Woman In The Wind" è estremamente movimentato, e il confronto-scontro tra il commediografo Kosuke (Tasuku Nagaoka), isolatosi in un bosco vicino a un lago, per attraversare un periodo di crisi creativa ed esistenziale, con la ragazza apparsa dal nulla Shiori (la bella e brava Yuki Mamiya), appare come un lungo duello tra i due (anche nelle scene erotiche, dove il confronto corporeo è spinto allo scontro fisico tra i due personaggi).

Sesso e creatività
Il regista nipponico ha affrontato il registro erotico in modo gioioso, giocando sull'ironia dei comportamenti dispettosi di Shiori che, fin dalle prime sequenze, inizia a importunare Kosuke non volendone sapere di lei, chiuso nel suo momento contemplativo ed eremitico. Il sesso in "Wet Woman In The Wind" viene messo in scena in modo creativo, a tratti grottesco: come durante l'accoppiamento tra i due, quando crolla la baracca in cui vive Kosuke e Shiori taglia un telo per uscire fuori fino alla vita per continuare il rapporto sessuale; oppure, durante una notte, dopo l'arrivo della compagnia teatrale per cui lavora Kosuke, si assiste a incroci di partner che sfociano in un rapporto lesbico tra Shiori e la regista di Kosuke (ed ex-amante), in un duello a distanza tra i due protagonisti sublimato nelle rispettiveperformance sessuali.
Se fin dall'inizio le dimensioni spaziali sono ben definite - il lago, il sentiero, un locale di generi vari - soprattutto la radura circolare con la baracca, in cui vive Kosuke in mezzo al bosco, diventa il luogo principale della messa in scena, sublimata dall'arrivo dei colleghi del commediografo (la regista, la sua assistente e quattro attori) che a loro volta effettuano le prove del nuovo spettacolo di fronte a uno svogliato Kosuke e un'irriverente Shiori, provocatoria fino a definire la regista e gli attori incapaci e senza una reale empatia con un possibile pubblico. Il gioco di una mise in abyme tra cinema e teatro (con assonanze alle commedie shakespeariane) viene reso da una macchina da presa in movimento circolare e da un montaggio che passa dal campo medio a primi piani con stacchi precisi ma oggettivanti, senza prendere mai il punto di vista di uno dei personaggi. La sensazione ottenuta è di essere in platea con gli attori che recitano sul palco, dove lo sguardo è quello dell'autore giapponese in modalità frontale, dove spesso inquadrati ci sono sempre coppie di personaggi che agiscono o dialogano con lo sguardo a un possibile pubblico, ma senza eccedere né esplicitarlo fino in fondo, così da salvaguardare la distanza tra gli attori e lo spettatore. Il sesso quindi diventa motore dell'atto creativo, liberazione della fantasia e ritorno alla vita da parte di Kosuke e presa di coscienza delle personali potenzialità di tutti i personaggi che, in qualche modo, dopo l'incontro-scontro con Shiori sono liberati dai legacci della convenzionalità e del moralismo.



Kami e simbologia mitologica

Shiota, sempre durante la conferenza stampa sopracitata, ha riferito di essere stato chiamato dalla Nikkatsu mentre era al lavoro su un altro progetto, dove stava studiando temi mitologici. Questa è la conferma del travaso di alcune esperienze pregresse, vista l'entrata in scena nell'incipit, e le dinamiche seguenti, del personaggio di Shiori. La ragazza appare all'improvviso dal nulla nell'inquadratura, proveniente da destra, su una bicicletta, gettandosi nel lago, mentre Kosuke è seduto (ripreso di spalle) mentre legge un libro. La ragazza fuoriesce dall'acqua e si toglie la maglietta e strizzandola e mostrando i seni all'interdetto commediografo, chiedendogli subito se può ospitarla. Ovviamente lui dice no e se ne va e da qui inizia il tormento di Shiori con continue provocazioni fisiche di ogni genere nei confronti di Kosuke.
Nella mitologia giapponese esistono circa ottomila kami (divinità o spiriti) e potremmo dire che Shiori è un incrocio tra Kappa, divinità del lago e del fiume, dispettoso e irriverente, dalla forma di rana oppure di scimmia, e Kitsune, una volpe mutaforma che può prendere sembianze umane. Del resto, dalla radio apprendiamo la notizia che una tigre è scappata e si sente il suo ruggito nella foresta sempre quando Shiori scompare o appare (suono diegetico ma fuori campo). Questa rivisitazione e ammodernamento di temi mitologici è il sotto testo principale del film, che fornisce una chiave di lettura favolistica dell'opera del regista nipponico. Dà anche una possibile spiegazione al comportamento del personaggio e ancora di più una conferma della "teatralità" della messa in scena. E quando Kosuke decide di ritornare alla civiltà e gli altri personaggi trovano la loro nuova strada per compiere i propri desideri, Shiori scompare e apprendiamo dalla radio che la tigre è stata catturata. La mitologia si è liberata per pochi minuti per scatenare l'atto creativo dell'autore per poi essere nuovamente rinchiusa quando tutto è finito.
"Wet Woman In The Wind" si rivela un'opera piena di vitalità creativa, piacevole alla visione e ricca di contenuti, in un corpo filmico allo stesso tempo lieve e concentrato. Una sorpresa del Concorso Internazionale e speriamo che la giuria se ne accorga e gli conceda almeno un premio (meritato).
Antonio Pettierre
(pubblicato su ondacinema.it)

lunedì, agosto 15, 2016

IL DRAGO INVISIBILE

Il drago invisibile
di David Lowery 
con Bryce Dallas Howard, Robert Redford, Oakes Fegley
USA, 2016
genere, avventura, fantastico
durata, 102'


Negli anni 60 la Walt Disney, accanto alle produzioni più classiche del proprio repertorio, intensificò la realizzazione dei cosiddetti live action, ovvero di quei film che esulavano dal ricorso all'animazione e alla tecnica mista presentando storie e personaggi filmati in un contesto di realtà uguale a quello dei titoli delle altre major hollywoodiane. Si trattava di commedie di medio e basso costo, solitamente interpretate da attori televisivi e di seconda fascia che cercavano di fare la differenza con idee originali e protagonisti pittoreschi sul tipo di quelli narrati in "Nanù il figlio della giungla", "F.B.I. - Operazione gatto", "Tre bassotti per un danese", "Un maggiolino tutto matto" e molti altri. Nato come costola dei progetti maggiori, nel corso degli anni e soprattutto a partire dagli anni 80 ("Popeye" di Robert Altman e "Tron" di Steven Lisberger), il filone in termini di clamore mediatico e di investimenti finanziari ha scalato posizioni nell'ambito della casa madre arrivando ai nostri giorni con saghe come quella relativa ai Pirati dei Caraibi,  in grado di primeggiare nell'ambito dei grandi blockbuster contemporanei. In questo senso, "Il drago invisibile" rappresenta in parte un ritorno al passato sia per l'ammontare del budget impiegato, che pare si attesti sui 65 milioni di dollari, sia per la dimensione della storia che, nonostante la presenza dell'elemento soprannaturale rappresentato dal gigantesco rettile, si svolge senza la grandeur tecnologica e lo sfarzo visuale offerto dalle avventure di Jack Sparrow. Questo, pur potendo annoverare un attore del calibro di Robert Redford, al suo esordio in questo tipo di storie e qui - nel ruolo del grande vecchio - incaricato di trasmettere la sua credibilità di interprete a quella della vicenda raccontata nel film, e di Bryce Dallas Howard, reduce dal trionfo ottenuto in "Jurassic World" e dal personaggio di Claire Dearing destinato per il soggetto del film di Colin Trevorrow a fare eco a quello della dolce guardia forestale che si prenderà cura di Pete (Oakes Fegley), il bambino al centro della vicenda, e in qualche modo anche del suo portentoso amico.




La scelta di affidare il progetto a David Lowery appare in questo senso indicativa perché, abituato a lavorare nel cinema indipendente, il regista americano sceglie un punto di vista intimista che emerge fin dalla prima scena, in cui il primo contatto tra Pete e il drago - preceduto dall'incidente mortale che ha ucciso i genitori del bambino - avviene in un clima di sospensione temporale e in uno stato di alterazione di coscienza dove a contare è la capacità di trasformare uno spicchio di foresta in una specie di ventre materno (sicuro e riparato), atto a rappresentare il passaggio di consegne tra i genitori biologici appena scomparsi e quelli acquisiti, coincidenti nella figura del gigantesco drago che, a partire da quel momento, si prenderà cura di lui. Un realismo emotivo che Lowery doppia con una fotografia che, pur salvaguardando la prevalenza di una luce morbida e calda - adatta ad esprimere i sentimenti di amore e di amicizia che unisce gli esseri umani al drago -,  è contraddistinta da sgranature che vogliono restituire l'immediatezza del reale che informa le circostanze in cui si svolgono i fatti della nostra storia. In un quadro del genere a guadagnarci è soprattutto la tecnologia utilizzata nelle apparizioni del drago, poiché a fronte dei tratti volutamente cartooneschi e nonostante l'evidente matrice digitale il fattore virtuale si umanizza fino al punto da far dimenticare la natura artificiale della fenomenale creatura. Ispirato a "Elliot il drago invisibile", il film Disney del 1977 che mescolava cartoni animati e riprese dal vivo, "Il drago invisibile" nella proposta di tematiche tipiche (per questo genere) come quella della crisi del nucleo famigliare e dell'intolleranza nei confronti della diversità - entrambe risolte con la solita dose di correttezza politica - potrebbe essere una via di mezzo tra "Il libro della giungla" (per le similitudini della storia) e "La storia infinita" (per le fattezze del drago e per il rapporto tra quest'ultimo e il bambino) se non fosse per il sovrappiù d'empatia, questa sì davvero personale, con cui il lungometraggio di Lowery riesce a farci credere nella favola raccontata. Per tornare bambini o continuare ad esserlo la visione de "Il drago invisibile" potrebbe risultare addirittura terapeutica al recupero dell'innocenza perduta.
(pubblicato su ondacinema.it)

domenica, agosto 14, 2016

LOCARNO 69: GODLESS

Godless
di Ralitza Petrova
con Irena Ivanova, Ivan Nalbantov
Bulgaria, 2016
genere, drammatico
durata, 99'


Locarno 69.Prendendo in prestito William Shakespeare e parafrasando un verso del suo "Amleto" potremmo affermare senza avere il dubbio di esagerare che c'è del marcio in Bulgaria. A ispirare l'accostamento è "Godless", secondo film in concorso che racconta con toni ancora più cupi di "Slava" la realtà un paese che ha fatto dei valori civili e morali della nazione il terreno di conquista per un'umanità rapace e senza scrupoli. Come quella che da manforte a Gana, infermiera di un'anonima cittadina che si prende cura - si fa per dire - di anziani affetti da demenza senile e nel frattempo trova il modo di organizzare per conto del sodalizio malavitoso di cui fa parte il commercio di carte d'identità che la ragazza sottratte agli sciagurati pazienti. Accompagnata da un fidanzato a cui oramai la legano solamente le dosi di morfina consumate negli intervalli di lavoro e con a carico una madre disoccupata e rabbiosa Gana raggiunge il punto di rottura quando il tentativo di spaventare una malata riottosa ai metodi dell'organizzazione si trasforma in tragedia. Più che raccontare il concatenarsi dei fatti che porteranno la protagonista a una redenzione in qualche modo tardiva la Petrova si muove in due direzioni opposte e coincidenti che, da una parte la spingono a scavare nelle psicologie dei personaggi per fare luce sui recessi più oscuri delle loro personalità, dall'altra le permettono di trascendere la fenomenologia della sua rappresentazione per dare vita a un apologo che - alla maniera del decalogo kieslowskiano - sembra parlarci dell'ineluttabilità della condizione umana e delle responsabilità delle nostre azioni. 

Per questa ragione la mdp più che seguire i personaggi sembra braccarli con una mobilità fatta di riprese a fior di pelle e stacchi improvvisi che nella distanza dei campi lunghi e delle inquadrature dall'alto sembrano affidare il punto di vista della storia a una coscienza superiore e a quel Dio inizialmente negato dall'aggettivo che da il titolo al film. Quello che ne viene fuori è efficace nella restituzione dell'afflizione fisica e morale che opprime i personaggi, un po' meno nel quadro d'insieme che a tratti risulta un po' monocorde. 
(ondacinema.it/speciale 69 festival di Locarno)

venerdì, agosto 12, 2016

69 FESTIVAL DI LOCARNO: BY THE TIME IT GETS DARK


By the Time It Gets Dark
di Anocha Swicharnpong
con Arak Amornsupasiri
Tailandia 2016
genere, drammatico
durata, 105'



Nell'approccio alla visione di " By the Time It Gets Dark" della tailandese Anocha Swicharnpong la dimestichezza con il cinema proveniente da quel paese - e pensiamo a lungometraggi come "Tropical Malady", "Lo zio Boonmee chiesi ricorda le vite precedenti" - può tornare utile nella decifrazione delle immagini e dei significati contenute all'interno del film e, allo stesso tempo, potrebbe essere il limite per cui si finisce di non apprezzare in pieno il lavoro della nostra autrice. Incrociando le vite di più personaggi all'interno di un eterno presente che diventa presto l'anello di congiunzione di eventi già accaduti o sul punto di accadere, la regista tailandese si serve di luoghi, temi e categorie che rappresentano il cote storico, artistico e culturale entro cui si muove la cinematografia del sud-est asiatico. In questo modo non sorprendono i riferimenti agli orrori del regime dittatoriale ricordati attraverso la ricostruzione dell'eccidio (realmente compiuto) che costò la vita a una moltitudine di innocenti, e ancora l'utilizzo di una narrazione a maglie larghe in cui la trama è soggetta a continue ridefinizioni di senso che quasi sempre hanno a che fare con lo scorrere del tempo e con le riflessioni sulle contraddizioni dello strumento cinematografico (tra i vari personaggi spiccano quelli di una regista e di un attore impegnati nella produzione dei rispettivi film). 

Nè ci si trova spiazzati dalla presenza di nessi logici che nella labile parvenza di consequenzialità permettono a chi dirige di inserire a piacimento inserti apparentemente gratuiti come quello in cui un momento della lavorazione delle foglie di tabacco da parte di un gruppo di operai interrompe (anche in termini di prosaicità del soggetto) l'eccezionalità degli eventi fin li raccontati, come pure l'inclusione di alcuni frammenti di "Viaggio nella luna" di Georges Méliès giustificati - se proprio si vuole trovare una spiegazione - dalla presenza nel film francese di un particolare di scena a cui la storia di "By the Time It Gets Dark" fa un breve cenno. Se poi teniamo conto che il gioco di specchi che fa dei personaggi altrettanti varianti della stessa matrice spirituale trova una possibile coerenza nel non detto rappresentato dalla teoria della reincarnazione e della trasmigrazione delle anime, allora si capisce che l'unico modo per godere appieno di "By the Time It Gets Dark" è quello di lasciarsi trasportare dal flusso delle immagini e dal passo contemplativo che ne scandisce il ritmo, accettando l'insufficienza della ragione come strumento per decifrare i segreti del film.
(ondacinema.it/speciale 69 festival di Locarno)

giovedì, agosto 11, 2016

69 FESTIVAL DI LOCARNO: SCARRED HEARTS

Scarred Hearts
di Rude Jude
con Lucian Teodo Rus, Ivana Mladenovic
Romania/Grecia 2016
genere, drammatio
durata, 141'





Quando ancora si moriva di tubercolosi la speranza di poter sopravvivere alla malattia si trasformava, per chi poteva permetterselo, in una vacanza da se stessi e dal proprio mondo nella speranza che le cure ospedaliere e la divina provvidenza facessero il resto. Di questo limbo esistenziale e delle giornate trascorse nel sanatorio deputato alla promessa guarigione si occupa “Scarred Hearts” di Radu Jude, regista romeno - gia premiato a Berlino come migliore regista per “Aferim!” - che, per raccontare la clausura forzata del ventenne Emanuel (Lucian Teodor impegnato in un ruolo che si avvicina all’ Amalric de “Lo scafandro e la farfalla”), allettato da una tubercolosi ossea che gli impedisce di deambulare, si ispira al romanzo autobiografico del connazionale Max Blecher, scritto dall’autore prima di morire a ventinove anni, dopo dieci anni di atroci sofferenze.




Senza tralasciare gli aspetti più crudi della malattia ma anzi testimoniandoli con scientifica precisione Jude riesce nell’impresa di trasformare la via crucis del protagonista e dei suoi sfortunati compagni in un inno alla giovinezza e ai sogni che la alimentano. Perché la sfida di “Scarred Hearts” non era solo quella di equilibrare l’ineluttabilità di un destino avverso con il vitalismo - quello di Emanuel - di chi non vuole arrendersi ai limiti della propria condizione, ma che, anzi, le trascende finanche assaporando i paradisi della carne, consumati in un tripudio di sensazioni tragicomiche. Perché nel tradurre la drammaturgia in immagini in grado di restituire il senso della vicenda il regista mette a punto una forma tanto ardita quanto affascinante dal punto di vista artistico e cinematografico. Un dispositivo che, a cominciare dalla particolarità del formato (più ristretto del modello classico e uguale a quello utilizzato da László Nemes ne "Il figlio di Saul") per proseguire con la tecnica di ripresa (monopolizzata da piani sequenza a camera fissa corrispondenti ai vari capitoli che scandiscono la narrazione), sembra sfidare lo spettatore in una gara di resistenza alla "visione" che finisce per sollecitare chi guarda in senso corporeo prima ancora che sensoriale; quasi a voler imprimere sulla pelle dello spettatore il malessere fisico che  tormenta il protagonista. E sempre a sottolineare la centralità del corpo e di quello che rappresenta nella storia si aggiunga che la mdp  salvo rari e significativi momenti - come per esempio quello della sequenza finale in cui il lettino sul quale giace Emanuel viene caricato sul treno che lo porterà a Bucarest per un nuovo e delicato intervento chirurgico - evita riprese ravvicinate e tantomeno primi piani, lasciando che sia la disposizione delle figure nello spazio e ancora la posizione dei corpi all’interno della cornice filmica a comunicare di volta in volta gli stati d’animo dei personaggi.

Riempito per buona parte dai versi declamatori e dagli aforismi con cui Emanuel - appassionato di letteratura - intrattiene gli altri ospiti, “Scarred Hearts” è ravvivato dalle pantomime messe in scena dai pazienti per esorcizzare il pensiero della morte, collegato non solo alle conseguenze della tubercolosi, ma legato anche agli eventi coevi. La vicenda infatti, ambientata nella Romania del 1937, si svolge nel pieno dell’ascesa politica del Terzo Reich e di Adolf Hitler, fatto oggetto di scherno  con la grottesca caricatura che ne riproduce la smisurata sete di potere e che, nella deformazione facciale dell’improvvisato commediante, sembra volersi difendere (Emanuel appartiene a una famiglia di piccoli commercianti ebrei) dai fantasmi dell’Olocausto che verrà.

Controllato nella forma - peraltro ricca di riferimenti pittorici e con rimandi alle cartoline d’epoca - e teatrale nella direzione degli attori, “Scarred Hearts” è un film spiazzante che a tratti indispone (141’ è il totale del minutaggio) e molto spesso sorprende, confermando il momento di grazia di una cinematografia che non smette di sfornare talenti.

pubblicato su ondacinema.it/speciale 69 festival di Locarno

mercoledì, agosto 10, 2016

LOCARNO 69: SLAVA

Slava
di Rude Jude
con Kristina Grozeva, Stefan Denolyubov
Bulgaria, Grecia 2016
durata, 101'



Locarno 69. Sappiamo che i conti si fanno solo alla fine, ma se l'inizio fosse indicativo delle scelte operate in fase di selezione uno dei temi forti di questa edizione del Festival di Locarno potrebbe essere la ritrovata centralità della narrazione, considerata non solo nelle sue funzioni affabulatorie, ma anche nella capacità di rappresentare il comune denominatore di opposti cinematografici. Riservando al consuntivo finale il compito di verificare la giustezza di tale previsione e limitandoci a considerare quello che abbiamo appena visto nei film che hanno aperto il concorso internazionale e quello della Piazza Grande, l'affermazione di cui sopra non potrebbe essere più calzante. Perché, sebbene "The Girl with All the Gifts", di cui avete letto in queste pagine, e "Slava", del quale ci apprestiamo a parlare, siano quanto di meno paragonabile, sia in termini formali che di produzione, è altrettanto evidente che in entrambi i casi la forza dei lungometraggi in questione consista soprattutto nella loro capacità di raccontare storie. Una caratteristica che permette allo spettatore di passare senza soluzione di continuità dal futuro apocalittico e distopico dell'horror realizzato da Colm McCarthy alle pastoie della quotidianità contemporanea del film bulgaro che, attraverso la  direzione di Kristina Grozeva e Petar Valchanov, si cala anima e corpo nelle vicende del proprio paese.  Gli eventi  descritti in "Slava" infatti sono ispirati a un fatto realmente accaduto in Bulgaria qualche tempo fa, quando un operaio delle ferrovie dello stato si presentò ai propri superiori per restituire un ingente somma di denaro trovata per caso lungo i binari della ferrovia. L'onestà dell'uomo diventò un esempio per l'intera comunità al punto di trasformare il buon samaritano in una specie di eroe nazionale. Partendo dunque da un episodio di cronaca la sceneggiatura del film immagina (ma non troppo) che il clamore dell'avvenimento e l'attenzione ricevuto dalla stampa e dalla televisione altro non siano che lo stratagemma utilizzato dal sistema per sviare l'attenzione dalle accuse di corruzione e di malgoverno rivolte al ministro dei trasporti; la macchinazione messa a punto dalla spregiudicata Julia Staikova, responsabile dell'ufficio stampa del ministero, funziona però fino a quando Petrov - questo il nome del protagonista maschile - a causa di un orologio mai sostituito, cercherà di far valere le proprie ragioni inimicandosi coloro che ne avevano esaltato le gesta.

Girato con mezzi e libertà da cinema indipendente (low budget, camera a mano e location rubate alla strada) "Slava" in realtà si distacca dalle derive di questo modello non solo perché riesce a scansarne i vezzi, e perciò a evitare la frenesia della macchina da presa e delle riprese volutamente approssimate così come del bisogno ossessivo di parlarsi addosso, ma soprattutto per le qualità di un testo che senza farsene accorgere riesce a passare dal tono grottesco e paradossale della prima parte - quella in cui la circonvenzione  del povero Petrov da parte di Julia e dei suoi accoliti è descritta con accenti quasi kafkiani - a quello crudo e drammatico della seconda, in cui la resa dei conti tanto inaspettata quanto inevitabile dà vita a un finale senza vincitori né vinti. Consapevole dell'importanza della denuncia di cui si fa promotore (la corruzione del sistema e la mancanza di morale dei governanti) "Slava" non commette l'errore di sbandierare i suoi contenuti a mo' di feticcio, ma ne rafforza gli effetti sporcandoli con gli artifici di una drammaturgia che riesce a trasformare l'indignazione in un noir esistenziale serrato ed emozionante. La violenza che ne deriva pur mettendo a dura prova le psicologie dei protagonisti   si mantiene lontana dal contesto visivo a cui siamo stati abituati dal cinema americano; dal quale i registi si distaccano con la decisione di riversare la brutalità dei comportamenti, non tanto nell'esibizione del sangue e dei suoi rituali, quanto piuttosto sulle conseguenze che tali azioni comportano sulla qualità delle relazione umane, intese in senso deteriore e come strumento di oppressione  e di ricatto (sintetizzate dalle reazioni di Julia rispetto alla realtà che la circonda), e come semplice merce di scambio.
Secondo atto di una trilogia dedicata a storie tratte da articoli di giornali "Slava" è interpretato da due attori superbi come Kristina Grozeva e Stefan Denolyubov capaci di rappresentare sui loro corpi le sottili differenze tra vittima e carnefice. Acquistato dalla I Wonder Picture che lo distribuirà in Italia a partire dal prossimo anno "Slava" si candida per un posto nel palmares del festival.
(pubblicato su ondacinema.it/speciale festival di Locarno 69)

sabato, agosto 06, 2016

SUICIDE SQUAD

Suicide Squad
di David Ayer
con Will Smith, Margot Robbie, Jared Leto
USA, 2016 
genere, azione 
durata: 130' 


Floyd Lawton detto Deadshot, Harley Quinn, letale amante del supercriminale Joker, Waylon Jones detto Killer Croc, supercriminale mutato. Chato Santana detto El Diablo, in grado di usare il fuoco come arma, l'assassino Digger Harkness detto Boomerang. Questi sono tra gli elementi di un recalcitrante commando letale, che l'agente governativo Amanda Waller, con il ricatto, costringe ad affrontare una delle nuove minacce sovrumane di Gotham. Li conduce in missione il militare Rick Flag, personalmente legato all'archeologa June Moone, detta Incantatrice, posseduta dallo spirito di un'antica sacerdotessa. Quando la Warner Bros ha affidato a David Ayer sceneggiatura e regia di questo adattamento DC, le aspettative sono cresciute notevolmente, anche grazie a trailer molto ben costruiti, specie nella colonna sonora. Sarebbe nato un connubio non forzato tra Ayer e il materiale d'origine. Sceneggiatore di "Training Day" e, recentemente, autore del bellico "Fury", Ayer è da sempre legato a tematiche di malavita e alle dinamiche di coesione forzata in un gruppo, da lui molto sentite, dopo una giovinezza trascorsa nella South Los Angeles. Il fumetto "Suicide Squad" della DC Comics, ideato alla fine degli anni Cinquanta, ma ripreso nella seconda metà degli anni Ottanta, è proprio una celebrazione di un gruppo di antieroi, quei villain con i quali ha avuto a che fare Batman. Ancora una volta, come è accaduto mesi fa con "Batman vs Superman", è acceso il dibattito tra critica e pubblico, con i fan che generalmente difendono Ayer e gli esperti che ne demoliscono lo sforzo. A nostro parere, "Suicide Squad" è un film divertente, che poteva essere migliore. Un difetto è sicuramente uno scarso equilibrio nella caratterizzazione e nello sviluppo dei membri della squadra: il regista e la Warner, sicuri a ragione di poter contare sul Deadshot di Will Smith e sulla Harley Quinn di Margot Robbie, perfetti entrambi, sembrano trascinarsi dietro gli altri, come fossero indesiderati: non lasciano il segno come potrebbero, oscurati dall'ottima combinazione di performance e sviluppo dei due personaggi citati. 

Addirittura Deadshot e Harley Quinn sono introdotti ben due volte, con una certa ridondanza, evidente anche se si è distratti dal sicuro uso di immagini e colonna sonora. Un altro limite, derivante però, da un intento nobile, è che il film, pensato in America per essere fruibile da tutti, pur puntando i riflettori sulla feccia della feccia, non si spinge troppo in avanti, per evitare di inquietare davvero, e il tono provocatorio è più nella forma che nella sostanza. Questo ci sembra valga anche per il Joker di Jared Leto, più vicino a una versione potenziata del Luca Marinelli / Zingaro in "Lo chiamavano Jeeg Robot" che alle sfumature disturbanti dell'Heath Ledger del "Cavaliere Oscuro". La scorrettezza è chiara, ma l'ambiguità morale forse non è così lampante, complice una climax con uno scontro finale che somiglia a quello di tanti altri film del genere. Più che difetti, quelli descritti sono limiti. Per il resto, "Suicide Squad" ha alcuni evidenti pregi. Nel cast non va trascurata Viola Davis: la sua Amanda Waller, rappresentante di poteri oscuri tutt'altro che sovrannaturali, non è solo tappezzeria, ed è davvero difficile non sentire, in alcune sequenze che la riguardano, echi di "1997: Fuga da New York". D'altronde, Ayer attinge a tante fonti: si è formato nel poliziesco, con tutte le radici nel western che il genere si porta dietro, conosce Tarantino e sa scegliere i brani della colonna sonora. Insomma, se non si pretende un evento indimenticabile da storia del cinema, "Suicide Squad" consente di trascorrere un paio d'ore interessanti, tra la tracotanza di Deadshot e le forme lunatiche di Harley Quinn.
Riccardo Supino

venerdì, agosto 05, 2016

69 FESTIVAL LOCARNO: THE GIRLS WITH ALL THE GIFTS

The Girls with All the Gifts
di Colm McCarthy
con Sennia Nanua:, Gemma ArtertonGlenn Close, Paddy Considine
Regno UnitoStati Uniti d'America
genere, orrorethrillerdrammatico
durata, 111'


Schermo nero e conto alla rovescia. La voce di una bambina che scandisce al buio una serie di numeri. Poi urla. Lei che si veste velocemente e si siede su una sedia di contenzione Entrano due militari in assetto di guerra e la legano stretta, conducendola in una classe sotterranea dove c'è un gruppo di bambini simili a loro. Colm McCarthy getta lo spettatore in questa prigione claustrofobica e  per i primi venti minuti della pellicola il dubbi di dove ci troviamo e in che momento storico rimane sospeso. Poi, abbiamo una svolta con il trasporto della bambina verso un laboratorio per essere vivisezionata e con uno scarto narrativo improvviso ci troviamo in un futuro distopico, in una base militare sotto attacco di un'orda di zombi.
Nello sviluppo diegetico scopriremo che la ragazzina, di nome Melanie, è nata con la malattia che ha colpito l'umanità (questa volta si tratta di un fungo, le cui spore s'installano direttamente nel cervello per via area oppure per contatto immediato dopo un morso da persone infettate) e che trasforma in zombi gli esseri umani.

Ennesima variante di tutto il filone horror-zombi degli ultimi anni (da "28 giorni dopo" di Danny Boyle a "World War Z" di Marc Foster; da "Contagious - Epidemia mortale" di Henry Hobson a "PPZ" di Burr Steers), il cui capostipite resta il capolavoro di George Romero "La notte dei morti viventi" del 1968, questa volta "The Girl With All The Gifts" affronta la tematica dal punto di vista di una giovane zombi cheè viva (in apparente controsenso con il termine di morti viventi) e che vive in simbiosi con il fungo incistato nel suo cervello. Questa non la rende meno pericolosa: attratta dalla carne viva (sia animale sia umana), di forza sovrumana, ha anche l'intelligenza intatta che ben presto si rivelerà superiore a quella umana. Lo sviluppo narrativo per due terzi del film continua in modo forzoso con momenti di svolta drammaturgici abbastanza prevedibili e dove abbiamo un doppio rapporto tra Melanie (la giovanissima debuttante Sennia Nanua) e la scienziata, la biologa Caldwell (Glenn Close) e l'insegnante miss Justiniau (Gemma Arterton): da un lato uno scontro di sopravvivenza tra due razze in lotta tra loro, quella morente (gli esseri umani) e quella nascente (la generazione di esseri superiori); dall'altro un legame materno e protettivo, dove le dinamiche interindividuali portano a un'evoluzione possibile tra le due razze.

Certo, in un film del genere, con molto dejà vu, l'unico aspetto di originalità nella sceneggiatura è l'inserimento della tematica mitologica di Pandora e del vaso che aprendolo libera tutti i mali del mondo. Qui dopo l'apertura, assistiamo a una translitterazione visiva con protagonista la Justiniau che portano a un bello e inaspettato finale, molto più vicino alla fonte letteraria di ispirazione dello sceneggiatore Mike Carey: "L'ultimo uomo sulla Terra" di Richard Matheson, alla cui base c'è il romanzo da lui stesso scritto "La ragazza che sapeva troppo". Invece, il giovane regista Colm McCarthy porta a termine la sua seconda opera con una certa sicurezza e mestiere, ma senza particolari guizzi e ancora molto influenzato dalla sua esperienza televisiva (è stato regista delle serie del "Dottor Who" e di "Sherlock Holmes").

Detto questo un prodotto anche a tratti divertente, ma decisamente modesto per un'apertura di un festival internazionale blasonato come quello di Locarno. Dai selezionatori, questa volta, fatta una scelta coraggiosa con un film di genere ci si aspettava di più: si doveva andare fino in fondo e trovare un film originale ai livelli di "It Follows", "Babadook" o "The Witch", tanto per fare alcuni nomi eclatanti usciti fuori negli ultimi mesi.
Antonio Pettierre
(pubblicato su ondacinema.it)