lunedì, dicembre 19, 2016

GABO - IL MONDO DI GARCIA MARQUEZ

Gabo – Il mondo di Garcia Marquez
di Justin Webster
con Juan Gabriel Vasquez, Isidro Alvarez, Jon Lee Anderson, Xavi Ayén, Fidel Castro, Bill Clinton, Ernesto Che Guevara
Spagna, Regno Unito, Colombia, Francia, Usa 2016
genere, documentario
durata, 88’

Appena proiettato in anteprima presso la Cineteca Italiana di Milano, il documentarista inglese Justin Webster ha prodotto e diretto un film sulla vita e l’opera dello scrittore sudamericano Gabriel Garcia Marquez premio Nobel per la letteratura nel 1982.
Webster svolge una narrazione cronologica, dalla nascita nel 1927 in un piccolo paese colombiano fino alla sua morte avvenuta a Città del Messico nel 2014, attraversando la vita dell’autore di “Cent’anni di solitudine”, “L’autunno del patriarca”, “Cronaca di una morte annunciata”, “L’amore ai tempi del colera (tanto per citare le sue opere più famose). Il film attraversa la vita complessa e articolata dell’autore colombiano (naturalizzato messicano): dalle sue prime esperienze adolescenziali, alla sua vita a Bogotá e poi Cartagena, al suo essere uno studente universitario svogliato, ma da una mente brillante e acuta; dalle sue prime esperienze giornalistiche nella cronaca locale, poi critico cinematografico e infine editorialista di chiara fama; dal suo impegno politico di uomo di sinistra, amico di Fidel Castro e di Che Guevara, simpatizzante della Cuba rivoluzionaria e del suo impegno prima contro tutte le dittature sudamericane e poi contro i cartelli della droga del suo paese natale; alla sua vita in Venezuela e in Messico (dopo che era fuggito dagli Usa per la pressione del governo – messo sotto sorveglianza addirittura dalla Cia – e dei profughi anticastristi); dalle sue esperienze intellettuali a Parigi, dove frequenta scrittori e artisti negli anni 60 e 70, e a Roma, dove frequenta i corsi del Centro Sperimentale di Cinematografia (e il suo amore per il cinema lo porta a fondare a Cuba, insieme a Cesare Zavattini, una scuola di cinema per gli autori sudamericani tuttora molto famosa); alla sua vita di scrittore e autore di quella corrente letteraria del “Realismo Magico” che lo portarono alla vittoria del premio Nobel (“Cent’anni di solitudine”, il suo capolavoro, è considerato la più importante opera in lingua spagnola dopo il “Don Chisciotte” di Cervantes).


La scelta di Webster non è quella di creare un’agiografia di parte, ma di mettere in scena una vita articolata attraverso le testimonianze dirette dei parenti e degli amici che lo hanno conosciuto, che ne descrivono la vita quotidiano oltre che artistica con molta passione e rispetto, ma anche con un certo obiettivo distacco. Webster utilizza filmati e fotografie di repertorio, interviste rilasciate dallo stesso Garcia Marquez (Gabo per gli amici) ripercorrendo i luoghi odierni dove lo scrittore ha vissuto e operato. Non manca niente in questo documentario dai tempi serrati e concentrati in 88 minuti di immagini: le polemiche con Vargas Llosa (primo amico intimo e poi avversario quando si rifiuta di firmare una lettera aperta contro Fidel Castro; le testimonianze di chi lo ha conosciuto da vicino e dei figli; e un’appassionata partecipazione di Bill Clinton (ex Presidente degli Stati Uniti) grande conoscitore dell’opera di Gabo che lo invitò alla Casa Bianca facendo decadere la proibizione di entrata nel territorio americano.



Webster utilizza più volte le pagine delle opere dello scrittore, lette direttamente da lui in immagini di repertorio oppure dai suoi amici e parenti al tempo presente, descrivendo come vita e letteratura siano inscindibili nell’autore sudamericano. Un film accorato, appassionato, curato con onestà intellettuale e con occhio critico. E anche la paura della morte di Gabo è citata direttamente da lui che a una domanda di una giornalista, rispondeva ce la allontanava “continuando a scrivere”. Un film da non perdere per gli amanti dello scrittore e per chi ama il cinema come testimonianza di un secolo, il XXmo, attraverso la vita e le opere di uno dei suoi protagonisti.
Antonio Pettierre

“Gabo – Il mondo di Garcia Marquez - Anteprima”, Fondazione Cineteca Italiana, Spazio Oberdan, Sala Alda Merini a Milano proiettato dal 5 all’11 dicembre 2016.
http://oberdan.cinetecamilano.it/eventi/gabo-il-mondo-di-garcia-marquez-anteprima/

domenica, dicembre 18, 2016

LA FOTO DELLA SETTIMANA

























Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg (Usa, 1998)

ROGUE ONE: A STAR WARS STORY

Rogue one: a Star Wars Story
di Gareth Edwards
con Felicity Jones, Diego Luna, Ben Mendelsohn
USA, 2016
genere, fantascienza
durata: 133' 



Jyn Erso è la figlia di Galen Erso, un ingegnere scientifico ribelle, costretto dall'Impero alla costruzione di un'arma di distruzione di massa nota come la Morte Nera. Jyn per quindici anni ha provato a dimenticare il padre, dandolo per morto, finché un pilota disertore non le ha consegnato un messaggio segreto urgente, proveniente da Galen stesso. Insieme al capitano Cassian Andor e al suo droide imperiale riprogrammato dai ribelli, la ragazza parte alla ricerca del genitore e di uno spiraglio per fermare i piani apocalittici del malvagio imperatore. "Rogue One" è una delle tante storie possibili nell'universo sviluppatosi nella mente di George Lucas, oggi in piena, rinnovata espansione. La Disney promette già un capitolo dietro l'altro, come sta facendo con l'acquisita Marvel, e allora forse, tra qualche anno, "Rogue One" non apparirà più grande di una stellina nel firmamento della saga, ma, anche fosse, sarà una stella con una sua luce propria, solida e brillante, per ragioni diverse e concorrenti. Prima, la sua posizione geografica nella mappa stellare: temporalmente precedente al quarto, "Una nuova speranza" e successivo al terzo, "La vendetta dei Sith", questo episodio è contenuto da quarant'anni in quella prima didascalia scorrevole del primo "Guerre Stellari". C'è poi la sua posizione simbolica, all'indomani del primo capitolo del nuovo canone, firmato J.J. Abrams: un film che, nel bene o nel male, al di là della sua natura di calco, ha mantenuto la promessa di risarcire i fan delusi dalla seconda trilogia di Lucas e di ricondurli a temi che riconoscono facilmente. Infine, la sua posizione estetica: di gran lunga più interessante, perchè lascia molto più spazio all'azione di quella proposta dal "Risveglio della forza". Soprattutto, "Rogue One", pur inserendosi a cuneo come un midquel, è un episodio indipendente, che sa sfruttare la libertà che deriva da questa indipendenza per fare quello che Abrams non ha voluto o potuto fare, vale a dire raccontare una nuova storia. Estraendo la giovane Jyn dal nascondiglio sotterraneo, il personaggio di Whitaker dissotterra letteralmente qualcosa che era ancora sepolto, riportando in superficie il piacere dell'invenzione. Il film ci mette un bel po' ad ingranare, ma, una volta che la squadra è al completo, non ha incertezze né cadute di tono. 


Presi singolarmente i componenti dell'equipaggio non appaiono straordinari: non lo è il droide che fa calcoli probabilistici né l'orientale cieco che crede nella Forza, ma è l'eroismo del gruppo a funzionare. Non solo e non tanto nelle apparizioni digitali, a loro modo ologrammatiche, dei vecchi eroi, ma nel sacrificio dei nuovi, che, rapidi come meteore, si fanno subito leggenda. L'impronta della serie è chiaramente anche altrove: nella coppia Felicity JonesDiego Luna, il quale sfugge dal sabotare involontariamente il film, riprendendo punti sul fronte romantico, nei salti nell'iperspazio, nelle scene canoniche nelle città piantonate dall'esercito e nei bar malfamati, nel tema musicale di Darth Vader. Ma è più che mai nella sua indipendenza dall'obbligo di far tornare i conti a colpi di lunghe divagazioni che sta la felicità del film di Gareth Edwards: una guida che sa come si manovra un film di fantascienza.
Ricardo Supino

venerdì, dicembre 16, 2016

I PADRONI DELLA NOTTE

I padroni della notte
di James Gray
Joaquin Phoenix, Mark Whalberg, Robert Duvall
genere, drammatico
Usa, 2016
durata, 117'




Le sequenze iniziali sono emblematiche: nella prima, a premessa dei titoli di testa una serie di foto in bianco e nero ci mostrano poliziotti intenti a compiere il proprio dovere, poi, dopo uno stacco breve ma significativo, il film si sposta sui due amanti impegnati a procurarsi piacere. Apparentemente inconciliabili, in realtà entrambe appartengono allo stesso album di famiglia e sono poste in sequenza per evidenziare la distanza, fisica e psicologica dei suoi componenti: da una parte un padre ed un figlio che hanno fatto le scelte “giuste” (lui, Robert Duvall,è una leggenda vivente della polizia mentre il figlio, Mark Whalberg è avviato a seguirne le orme) decidendo di sacrificare la propria vita nella lotta contro il crimine, dall’altra la progenie “sciagurata” (a differenza del fratello, Bobby gestisce con successo un locale notturno che è anche un ricettacolo di malavitosi), quella senza coscienza, che sembra fregarsene delle umane sorti e dedita all’ edonismo che caratterizzò gli anni 80.

I primi due si sono annullati all’interno di quell’idea (e le facce anonime degli sbirri ad inizio film ne sono una testimonianza), l’altro invece è deciso ad affermare il proprio io (ed infatti il regista dopo l’anonimato di quelle foto si sofferma sulla sua faccia in primo piano nei secondi che precedono l’amplesso). Due modi di essere solidamente radicati da scelte che non possono tornare sui propri passi e che invece sono messe in discussione dall’importanza dell’accompagnamento musicale: esplicitamente in quello iniziale, dolce e vagamente malinconico, come se la sconfitta del male raffigurato da quelle istantanee fosse uno “stato di grazia” destinato a non durare e poi in maniera subdola ma non meno rappresentativa, in quello cantato da Debbie Harry nel suo hit “Heart of glass” (in cui si narra di un amore che era gas cioè fantastico e che invece si è rivelato un illusione), dove lo spazio più intimo e privato è costretto a fare i conti con l’insistenza del mondo esterno. Esistenze asimmetricamente siderali ma accomunate da certezze raggiunte attraverso compromessi –Bobby per arrivare ha dovuto rinnegare le proprie origini mentre il padre ed il fratello fanno i conti ogni giorno con il rischio di perdere la vita - destinati ad essere messi in discussione dall’ escalation di violenza scateneta dall’ 

irruzione degli agenti all’interno del locale e dal successivo arresto di un potente narcotrafficante . Ancora una volta James Gray sceglie il modello della Crime story per continuare a con/sconfessare la violenza dei rapporti familiari ma questa volta affonda il colpo perché dal confronto con gli altri modelli famigliari (da quello istituzionale della polizia a quello clanico della mafia russa) è quello biologico e tutto americano dei fratelli Green ad uscirne sconfitto. Lo spazio dell’amore gratuito in cui si forma quell’autostima che è segno tangibile di vera libertà diventa un luogo di costrizione e di dolore, in cui affetto e comprensione sono subordinati al rispetto delle regole. Una foresta tentacolare di legami e sensi di colpa che la morte riesce solo a rafforzare (gli esiti del tragico inseguimento fanno di Bobby/Phoenix l’incarnazione di quel figlio che il padre aveva sempre sperato). Per Gray quello che avviene al di fuori di essa è accessorio perché è solo una conseguenza di un impostazione disumana e malefica. Inseguimenti, sparatorie, tradimenti, deragliamento dei sensi appaiono solo pagliativi per evitare di guardare in faccia a quel patto scellerato che è il vero peccato originale dell’intera umanità. In questo senso appaiono fuori luogo certe accuse ideologiche (ma il valore di un opera può prescindere da questo) ed anche il ritardo nella distribuzione (ma dopo Redacted anche queste dilazioni appaiono sopportabili) di un film che nonostante qualche incertezza di sceneggiatura (l’arruolamento in polizia e la trasformazione in Dirty Harry appaiono un po’ forzate e quasi appiccicate al resto della vicenda) ci restituisce il cinema “maschile” di un autore dallo stile rigoroso e che, rispetto al clamoroso esordio di Little Odessa (imperdibile), riesce a dare sfogo con più continuità alle implosioni che attraversano le sue storie con una serie di sequenze (l’inseguimento sotto la pioggia, l’amplesso iniziale, ma anche quella di lynchiana oscurità che ci introduce nelle stanze dove viene lavorata la droga) che rimangono nella memoria. Il fatto poi di collocare la vicenda nei famigerati anni 80, come a ricordarci che il male può prescindere dal fatidico 11/9, da modo allo spettatore di apprezzare un repertorio musicale ingiustamente dimenticato.

giovedì, dicembre 15, 2016

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: NAPLES '44

Naples '44
di Francesco Patierno
con Benedict Cumberbatch
Italia, 2016
genere, documentario
durata, 80' 



Lo andiamo scrivendo da tempo e perciò almeno su queste pagine non è la prima volta e non sarà l'ultima: nel nostro paese il documentario è diventato il territorio ideale per sperimentare e mettere a punto i dispositivi cinematografici più innovativi. Basterebbe, volendo, rammentarsi della qualità dei titoli che ogni anno si aggiungono alla lista dei migliori esempi della categoria (lo scorso anno è toccato a "Bella e perduta" di Pietro Marcello) e soprattutto alle vittorie che da qualche tempo vedono il cinema del reale trionfare nei più importanti festival del mondo, com'è accaduto a Gianfranco Rosi vincitore dell'Orso d'oro 2016 con "Fuocoammare", appena scelto come candidato italiano per partecipare alla selezione dei film che si contenderanno l'Oscar per miglior lungometraggio in lingua straniera alla prossimi edizione degli Academy Awards. Una tendenza che, a pochi giorni dalla chiusura della Festa del cinema di Roma, trova conferma nella scelta di presentare nella sezione principale "Napoli '44", il nuovo lavoro che Francesco Patierno ha ricavato dalla pagine dell'omonimo libro di Norman Lewis.

Per chi non lo sapesse, Lewis arrivò in Italia nelle file dell'Esercito alleato partecipando allo sbarco di Salerno e successivamente in qualità di traduttore (la conoscenza della lingua gli veniva dall'aver sposato una donna italiana) operò nel capoluogo campano dove, grazie a quell'incarico riuscì a intensificare i contatti con la popolazione locale di cui approfondì usi, costumi e tipologie umane, così come riportato nei suoi taccuini che successivamente confluiranno nelle pagine di un romanzo divenuto celebre. Circa quarant'anni dopo, Francesco Patierno ne riscopre la portata, decidendo di farne la sceneggiatura di un film che racconta la metropoli partenopea poco prima della fine del conflitto, quando l'euforia per la liberazione dal nemico nazista lascia il posto alle difficoltà legate alla fase di ricostruzione e di ritorno alla normalità. In questo modo, il punto di vista distaccato e partecipe tipico del cronista anglosassone, si incontra e si confonde con quello espresso dal regista napoletano attraverso l'ordito iconografico costituito dalla commistione di immagini d'archivio e inserti di fiction (in un rapporto di gran lunga favorevole alle prime) che ricostruisce la dimensione cittadina adattandosi al commento del testo recitato dall'attore britannico Benedict Cumberbatch. 



Come per magia, davanti agli occhi dello spettatore ciò che è antico - i filmati in bianco e nero consunti dal continuato esercizio - diventa nuovo, assumendo una forma che riesce ad essere al contempo documentaria, nella proposta del dato storico e antropologico di una civiltà ferita ma non sconfitta, e dignitosamente poetica, nella trasfigurazione universale della città distrutta dai bombardamenti che anticipa il futuro delle guerre contemporanee. Alla stregua dei Ricci Lucchi e Gianikian di "Pays Barbarie", sebbene con un'operazione meno radicale e maggiormente fruibile, Patierno va oltre l'atto di archeologia cinematografica corrispondente al recupero e alla restaurazione del materiale filmico, per lavorare sul significato stesso dei fotogrammi. Valgano, tra i tanti spezzoni di film ("Le quattro giornate di Napoli", "Paisa", "Chi si ferma è perduto", "La pelle") inseriti all'interno della storia, quelli dedicati agli assoli del grande Totò destinati, per assonanza o per contrasto, ad amplificare o diminuire il sentimento del tragico e lo struggimento derivato dal commento di Lewis. Terzo dei titoli italiani inseriti nella selezione ufficiale, "Naples '44" risulta a sorpresa quello che meglio di tutti è capace di entrare in contatto con il perenne sentore di crisi che emana dal nostro tempo, riuscendo a convincerci fino in fondo, senza alcuna reticenza.
(pubblicata su ondacinema.it)

mercoledì, dicembre 14, 2016

AQUARIUS

Aquarius
di Kleber Mendonca Filho, 
con Sonia Braga,Idahir Santos, Maeve Jinkins, Carla Ribas
Brasile 2016
genere, drammatico 
durata, 140'



Oltre ogni singola bravura e al di là della propensione di attori e registi a calarsi in un determinato progetto quante volte nella storia del cinema è capitato che a fare la differenza sia stata la speciale alchimia rintracciabile nel rapporto tra autore e interprete. Gli esempi sono talmente innumerevoli che non basterebbe un libro per contenerli tutti e per giunta ad avvalorare il discorso contribuisce l'incidenza di un immaginario che ancora oggi impedisce di menzionare i capolavori di Jean Jacques Truffaut o Federico Fellini senza che ci vengano in mente i loro alter ego e cioè Jean Pierre Leaud e Marcello Mastroianni. Con i dovuti distinguo che riguardano per forza di cose la diversità del contesto epocale e le peculiarità artistiche delle parti in causa è questo tipo di misteriosa e seducente fascinazione che ritroviamo in "Aquarius" del brasiliano Kleber Mendonca Filho e soprattutto di Sonia Braga, l'attrice sudamericana che del film è il vero e proprio motore. La storia, collocata nella Recife dei nostri giorni - fatto salvo il breve prologo introduttivo del personaggio ambientato all'inizio degli anni ottanta riconoscibili dal commento sonoro fornito dall'hit dei Queen "Another One Bites the Dust" - mette al centro dei suoi interessi l'esistenza di Clara, musicologa di fama impegnata a respingere le offerte della società edile che vorrebbe acquistare il suo appartamento per procedere alla costruzione di un moderno residence. Punto d'incontro di diverse generazioni famigliari - come si vede nella sequenze iniziali, in cui la festa di un'anziana capofamiglia è l'occasione per radunare una piccola comunità di parenti e consanguinei - e perciò depositaria della storia che ha attraversato la vita di Clara e quella dei suoi tre figli, la casa non è semplicemente un posto dove vivere. Collocato all'interno del condominio disabitato che da il titolo al film (Aquarius) l'appartamento è un luogo dell'anima in cui lo scorrere del tempo viene evocato da ricordi e sensazioni stimolati dall'osmosi sensoriale di vista e udito, il più delle volte messi in funzione da un dettaglio dell'arredamento o dalle note delle canzoni che la donna ama ascoltare nella solitudine delle sue giornate. Ma è anche una specie di zona franca dove tutto può accadere (alludiamo al misterioso festino che si consuma in una delle stanze del piano superiore) e in cui l'interesse economico degli imprenditori coinvolti nella realizzazione dei lavori rischia di trasformarsi in una minaccia per l'incolumità stessa della donna.


Organizzato su un doppio registro espressivo, quello esistenziale e intimista, legato al vissuto della protagonista in cui a prevalere sono i tratti di una femminilità appassionata e indipendente e l'altro, basato sulla paura di Clara rispetto alle possibili ritorsioni di chi vorrebbe escluderla dai giochi, "Aquarius" pur non perdendo mai l'interesse nei confronti della sua storia, e quindi nella volontà di raccontarla nella maniera più classica e lineare possibile, con il passare dei minuti diventa qualcosa che va oltre la semplice progressione degli eventi. E qui non stiamo parlando degli evidenti rimandi alla situazione politica e sociale del Brasile ( da cui crediamo sia dipesa in parte la selezione nel concorso del festival di Cannes) e, in particolare, alla mancanza d'umanità di quel liberismo economico ripreso nella dialettica tra le ragioni del capitale rappresentate dalla faccia pulita ed educata di Diego, disposto a tutto pur dare il via al progetto che darà inizio alla propria ascesa lavorativa e quelle emotive e sentimentali, incarnate dall'ostinazione con cui Clara vi si oppone. A fare la differenza è il modo assolutamente naturale con cui Sonia Braga riesce a far corrispondere il proprio carisma d'interprete e la sua innata sensualità ai tratti principali del personaggio. Come si evince dal modo con cui Clara si porta le mani dietro la nuca per sciogliere i capelli che è una via di mezzo tra un annuncio di guerra e il segno di un'innata regalità. E sempre su questo versante, il legame che l'attrice stabilisce con la macchina da presa - e quindi con il regista - alla quale si offre con una verità sancita dalla scena di nudo in cui i segni della mastectomia subita dall'attrice qualche anno fa sono mostrati senza nessuna reticenza in un aderenza tra realtà e finzione (anche Clara ha subito la medesima operazione) che rende la misura dell'affiatamento tra attrice e regista per una performance su cui fin da adesso puntiamo per la nomination come best leading role  alla prossima edizione degli Oscar e perché no, per la vittoria della prestigiosa statuetta.

(pubblicata su ondacinema.it)

martedì, dicembre 13, 2016

ANNA PIAGGI: UNA VISIONARIA DELLA MODA

Anna Piaggi: una visionaria della moda
di Alina Marazzi
genere, documentario
Italia, Svizzera
durata, 52'

Il cinema di Alina Marazzi attraversa l’universo femminile con un’intenzione molto chiara che è quella di presentarci ritratti di donne straordinarie. Così fu sua madre, “recuperata” dai filmini di famiglia (i cosiddetti home movies) e fatta rivivere attraverso i fotogrammi dello struggente e catartico “Un’ora sola ti vorrei” (2002), esordio cinematografico che nell’originale utilizzo dei materiali d’archivio e nelle caratteristiche low cost della sua realizzazione apriva la strada al nuovo corso del documentario italiano. Così lo erano le femministe ante litteram di “Vogliamo anche le rose” (2007) dove in un profluvio di materiali d’archivio di diverso formato e provenienza si dava voce alle istanze del movimento femminista che negli anni settanta lottava per affermare i diritti delle donne e della sessualità femminile. A chiudere il cerchio di un’ideale trilogia documentaria arriva in anteprima sugli schermi del cinema Oberdan di Milano - a cura della Fondazione Cineteca Italiana di Milano - “Anna Piaggi: Una visionaria della moda” dedicato a una delle figure fondamentali della moda italiana e internazionale che, a partire dagli anni 60 e fino all’inizio del nuovo millennio, in veste di scrittrice e giornalista e come musa ispiratrice di alcuni dei più importanti stilisti dell’epoca (tra cui Karl Lagerfeld con cui la Piaggi  ebbe una lunga e fertile amicizia) testimoniò e in molti casi fu ispiratrice della creatività e dei cambiamenti dell’abbigliamento e del lusso in voga nel vecchio continente. 



Strutturato in ordine cronologico, con immagini d’epoca e accompagnamenti musicali che segnalano allo spettatore il passaggio al periodo storico successivo, “Anna Piaggi: Una visionaria della moda” lascia spazio alla voce della protagonista e a quella di coloro - parenti, colleghi e creatori di moda - gli furono accanto per presentarci un personaggio fuori dal coro, capace di cogliere lo spirito dei tempi e di anticiparlo con un perspicacia che in parte fu il frutto di un’indole a dir poco estroversa  e di una dimensione esistenziale predisposta al movimento e alla contaminazione delle forme d’arte più disparate, puntualmente riprodotte nei capi indossati dalla stessa Piaggi, pronta a sfoderare  con naturale disinvoltura mise eccentriche e originali sia nelle occasioni private e nei viaggi che videro la Piaggi soggiornare per lungo tempo nelle capitali della moda europea o nelle uscite organizzate con i compagni di una vita, che in quelle mondane, rappresentate dagli impegni di lavoro che la videro in prima linea durante le sfilate di moda o nelle pagine delle riviste che diresse con un carisma e una competenza che gettò le fondamenta per la crescente importanza assunta dalle riviste di moda e dalle loro direttrici (una su tutte Anne Wintour, plenipotenziaria di Vogue America) nei meccanismi di promozione e di vendita dei prodotti legati all’universo del fashion e alla moda. Dietro le forme di una regia discreta ma coinvolta la Marazzi lascia traccia di sé nella scelta di una struttura cinematografica che può considerarsi una sintesi dei lavori precedenti non solo per la mescolanza di materiali (come per “Vogliamo anche le rose” compaiono anche inserti d’animazione) assemblati con una fantasia e un divertimento che rimanda direttamente alla personalità della Piaggi, ma anche per la scelta di impaginare l’archivio visivo all’interno di una cornice affettiva rappresentata dal desiderio della nipote - presente nel film con inserti girati in  stile fiction  - della protagonista di ritornare con la memoria alla vita della celebre parente. Una ricerca del tempo perduto simile a quello messo in scena dalla stessa Marazzi ne “Un’ora sola ti vorrei”. 
(pubblicata su TaxiDrivers.it)

domenica, dicembre 11, 2016

CAPTAIN FANTASTIC

Captain Fantastic
di Matt Ross
Captain Fantastic
di Matt Ross
con Viggo Morttensen, Frank Langella, George MacKay, Samatha Isler
Usa, 2016
genere, drammatico
durata, 120'


Il rifiuto dei valori della società contemporanea in favore di un modello  di comunità radicalmente opposta è un utopia che il cinema più recente aveva  già trattato attraverso due titoli che pur nella diversità dei presupposti organizzativi e in quella della filiera distributiva avevano finito per raccontare la medesima storia: parliamo di “Mosquito Coast” di Peter Weir, realizzato nel 1986 e interpretato da Harrison Ford, e nel 2005 di “La storia di Jack e Rose” siglato da Rebecca Miller e con Daniel Day Lewis nel ruolo del protagonista. In entrambi casi infatti la fuga dal mondo voluta dal carismatico patriarca in nome di un un ritorno allo stato di natura e ai principi che lo regolano faceva i conti in maniera drammatica con le disfunzioni familiari provocate dall’instabilità del nuovo stile di vita. Della stessa materia narrativa si compone la trama che sta dietro all’opera seconda di Matt Ross, il quale, nel mettere in testa al suo protagonista la convinzione di riuscire a disfarsi delle ipocrisie dell’American Way of Life rifugiandosi con la moglie e i loro sei figli nelle foreste del nord degli Stati Uniti, mette in scena l’eterno conflitto tra pratica e teoria. Quest'ultimo destinato a montare all’indomani della morte dell’amata Leslie, quando i retaggi della vita passata tornano a manifestarsi con la richiesta dei genitori della donna di occuparsi dell’educazione dei propri nipoti. 


Travestito da cinema indipendente a cui “Captain Fantastic” appartiene per caratteristiche finanziarie e per l’eccentricità del soggetto, il film di Ross si inserisce  nel filone dell’attuale produzione indie riuscendo a scansarne le derive più manieriste ma confermando la tendenza di una cinematografia oramai abituata a civettare con gli scenari del mainstream, adottati quando si tratta di mettere i protagonisti nella condizione di ritornare sulle proprie decisioni puntando a ricomporre le situazioni anche a dispetto della loro  evidente criticità; e poi nell’indubbia empatia dei personaggi, dal primo all’ultimo capaci di conquistare il cuore dello spettatore per l’umanità che tracima dalla credibilità con cui Viggo Mortensen e i suoi giovani colleghi si prestano a interpretarli. Romanzo di formazione anomalo per il fatto di esserlo tanto nei confronti dei ruoli adulti che di quelli più giovani, “Captain Fantastic” può permettersi di fare un bignami del pensiero della sinistra radicale americana senza perdere una stilla della propria umanità. Un plauso speciale va poi al casting del film per la comunicatività degli attori meno navigati. 



LA FOTO DELLA SETTIMANA
























Aurora di Friedrich Wilhelm Murnau (Usa, 1927)

sabato, dicembre 10, 2016

NON C'E PIU' RELIGIONE

Non c'è più religione
di Luca Miniero 
con Claudio Bisio, Alessandro Gassman, Angela Finocchiaro
Italia, 2016 
genere, commedia 
durata, 90' 


Nel paesino di Portobuio non nascono più figli: questo rappresenta un problema, soprattutto quando bisogna allestire il presepe vivente di Natale. Il sindaco Cecco, nato a Portobuio, emigrato nell'hinterland milanese e poi tornato nei luoghi dell'infanzia, si fa carico di trovare un infante cui affidare il ruolo del Bambin Gesù e non trova di meglio che rivolgersi alla comunità islamica che convive con una certa difficoltà con gli abitanti storici del paese. A capo di questo gruppo c'è Marchetto detto Bilal, amico di infanzia di Cecco convertito alla fede musulmana per amore della bella moglie Aida. Chiude il cerchio, o per meglio dire il triangolo, suor Marta, amica d'infanzia di Cecco e Bilal, poi diventata monaca, levatrice disoccupata e ristoratrice. Luca Miniero cerca di riproporre la formula di "Benvenuti al sud". "Non c'è più religione", però, pur firmato da tre professionisti come lo stesso Miniero, Sandro Petraglia e Astutillo Smeriglia, giovane autore di spassosi corti di animazione, abbandona non solo ogni realismo ma anche ogni congruenza logica, facendo approdare a Portobuio animali esotici e immigrati orientali apparentemente piovuti dallo spazio. Anche una favola, come questa si propone dichiaratamente di essere, deve avere un minimo di coerenza interna e un massimo di pertinenza al vero: qui l'unico dato reale è quello di partenza, ovvero che in Italia non nascono più bambini e il ricambio generazionale è assicurato solo dagli immigrati. Il resto è pura implausibilità e ignora gli aspetti spinosi di un problema davvero importante, dimenticando che la commedia italiana che tratta temi sociali di attualità, come sono quelli del calo delle nascite o dell'immigrazione poco integrata, ha il diritto, ma anche il dovere, di essere sferzante e dolorosa. 

Portobuio, invece, è un paese bucolico in cui ci si può burlare di bambini sovrappeso, donne velate e cervelli in fuga senza mai affrontare, seppure in chiave ironica, l'aspetto drammatico di queste realtà. L'unica scintilla di credibilità è data dall'amicizia storica fra i tre protagonisti, che in alcuni momenti fa provare un brivido di nostalgia per le commedie profondamente italiane e generazionali come "Marrakech Express": l'affetto e la familiarità che proviamo verso i tre interpreti rendono quasi commoventi le loro scene insieme. Sarebbe dunque stato opportuno concentrarsi sulle dinamiche relazionali fra Cecco, Bilal e suor Marta, invece di perdere tempo a ricucire una trama sempre più improbabile, più lontana da qualunque riconoscibilità.
Riccardo Supino

giovedì, dicembre 08, 2016

KUBO E LA SPADA MAGICA

Kubo e la spada magica
di Trevis Knight
animazione
USA, 2016 
durata,101'



Floating, bumping, noses dodge a tooth
the fin a luminous
fangs all 'round the clown...
- S.Barrett -


Non battete ciglio, da ora/Prestate attenzione a quello che vedrete e ascolterete, per quanto insolito/Ed in più vi avverto... Così parlò, con intercalare baldanzosamente assertivo, il piccolo Kubo, trovatore armato di shamisen, malinconica fantasia e origami fatati, in un angolo al tempo ideale e verosimile di un remoto Giappone, allineando, in trasparenza, la propria vicenda al cuore metaforico della storia che lo vede protagonista, variazione a-passo-uno di uno degli archetipi fondanti l'immaginario di specie, ossia la necessità/piacere/meraviglia del racconto. Itinerario di scoperta, di sofferenze e d'agnizioni - il suo - che trova tra l'altro nella menomazione [Kubo è privo di un occhio sottrattogli dal potente nonno materno - The Moon King - arcigno mago deciso a privarlo anche dell'altro allo scopo di uniformarne a sé qualunque visione (So perché vuoi il mio occhio. Senza, non potrei guardare gli altri fin dentro l'anima...), in cambio di quella fantomatica eternità degli eletti che tanto somiglia alla morte; come, per dire, Nemo s'era ritrovato, diciamo così, in dote, una pinna difettosa] uno strumento tanto formativo del carattere, nel senso di una sua prematura torsione verso la fermezza di fronte alle avversità, quanto, paradossalmente, moltiplicatore del desiderio (quindi, d'ipotetica disponibilità) di altri e diversi punti di vista, spesso misconosciuti dalla prospettiva normale che si accontenta di guardare ciò che l'evidenza tradisce impedendo di vedere. Non è un caso, infatti, che lo sforzo di Kubo sia quello di narrare (nel caso, la proiezione del proprio vissuto di bambino cresciuto in fretta, privato degli affetti di base: quello del Padre, Hanzo, samurai leggendario, morto con valore per essersi opposto alla prepotenza - e all'inganno - delle forze del Male raffigurate, con il volto impenetrabile di una maschera beffarda, da due Sorelle, zie-fattucchiere-erinni e potenziali carnefici, a proporre, tra l'altro, una singolare attrazione/ripulsa nei confronti dell'istituto familiare; quello della Madre, crogiolo di prodigi e contraddizioni, folgorata sulla via dell'amore e della redenzione, moti interiori che le lasceranno ferite profonde e durature) allo scopo di vedere-come-va-a-finire. In altre parole, la vicenda si snoda ed evolve dal perno paradigmatico che da sempre intende in primis stabilire un nesso diretto fra visione come superamento dell'apparenza e un simulacro, per quanto imperfetto e instabile, di verità; quindi rinsaldare tale legame attraverso l'esercizio della memoria e, infine, porre le premesse per il dispiegarsi di nuove costruzioni dell'intelletto e delle passione (La fine di una storia è solo l'inizio di un'altra) da introdurre, nel nostro caso, ogni volta con un deciso colpo di bachi sulle corde [le strings del titolo originale, estremi materiali, emotivi nonché simbolici - uno di provenienza materna, un lungo capello incantato; l'altro d'origine paterna, il nerbo tensore dell'arco - attorno a cui Kubo fortifica la propria determinazione a resistere e l'intento di rendere ancora possibile lo stupore del mondo inteso come circolarità virtuosa di affabulazioni (Questo ci rende forti. I ricordi di coloro che abbiamo amato e perduto. Se teniamo le loro storie dentro i nostri cuori, non riuscirai mai - riferito a The Moon King - a portarcele via)], a scatenare il portento della promessa di un ennesimo inizio.


Simile corrispondenza si mantiene anche dal punto di vista formale/espressivo. Ad esempio, nelle sequenze - tra le più riuscite e suggestive - in cui Kubo da fondo alle peculiarità e alle astuzie del suo mestiere, innescando l'imprevista e sorprendente fantasmagoria dei cartoncini colorati viventi. Qui le soluzioni di regia assecondano, con estro stilizzato e capricciosa geometria (a stimolare una sintonia palpabile con l'ethos nipponico incline alla composizione in un'armonia superiore della componente ludico-dionisiaca con quella rigorosa-razionale), il momento lieto dell'inventiva coreografica e dell'improvvisazione fiabesca, secondo un caleidoscopio cromatico che tende a privilegiare il nitore autunnale degli ocra, degli arancio, dei gialli e dei rossi, in specie per ciò che attiene agli sfondi dove quello che, in parte e fatalmente, si smarrisce in fluidità (e lo stesso dicasi per i comunque più che comunicativi volti e le coordinate movenze dei corpi), si riguadagna in compattezza, in equilibrio d'insieme, in splendore nostalgico, in calore (si noti, per dire, l'esitante dolcezza con cui Kubo ravvia, in apertura, i lunghissimi capelli materni o ne sfiora riguardoso la spalla, prima di sederlesi accanto al tramonto. O, di contro, il brio con cui la sua mano sinistra rincorre l'estensione del manico dello shamisen...) e, parimenti, in semplicità, in virtù dell'artificio infantile capace d'assemblare, in una sorta di dispettoso diletto, materiali con la logica ordinaria incompatibili (Kubo mette insieme un'imbarcazione per mera giustapposizione d'innumerevoli foglie d'albero).


D'altro canto, è da notare l'efficacia e la funzionalità spettacolare - nonostante qualche passaggio meccanico e/o sbrigativo - dell'espediente retorico riguardante la trasfigurazione animalesca delle figure genitoriali, calate con agio e misura in un contesto arcaico per il quale la dimensione magica dell'esistenza è solo la faccia speculare di una medesima educazione interiore concepita alla stregua di un impegno quotidiano volto ad aprirsi alla molteplicità delle cose, ad imparare (o re-imparare: tanto la Madre, così il Padre, dapprincipio dimenticano scampoli della propria identità e del proprio ruolo) a vedere, per porre argine al caos. La Scimmia/Madre effigie di saggezza, di amorevole disincanto e di equanimità, da un lato; lo Scarabeo/Padre ritrovato, emblema dello slancio vitale, del coraggio e delle rigenerazione, contribuiscono mano mano - come accennato - a sostanziare l'innata tenacia di Kubo di opporsi alla volontà opalescente del Re Luna, alla sua inerzia omologatrice in direzione di una soddisfatta (quantunque sterile) cecità al mondo e alla vita, uguale e contraria, quest'ultima, per peso e determinazione, al sorriso irriverente ma fiducioso di un ragazzino che - solo tra i vivi - s'è guadagnato il diritto di pronunciare la parola fine, attingendo davvero a quelli che Proust chiamava i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è.

[Coda: In chiusura, Regina Spektor si cimenta con While my guitar gently weeps].
TFK

martedì, dicembre 06, 2016

LA STOFFA DEI SOGNI

La stoffa dei sogni
di Gianfranco Cabiddu
di Sergio Rubini, Ennio Fantastichini, Renato Carpentieri
Italia, 2016
genere, drammatico
durata, 101'



Nel rifarsi all'essenza del cinema che nella consistenza onirica delle sue immagini si nutre e nello stesso tempo alimenta la sfera più recondita del subconscio collettivo "La stoffa dei sogni" è destinato a caricarsi di suggestioni prima ancora della sua visione. A complicare le cose, o per meglio dire, a renderle maggiormente stratificate ci si mette anche il regista che nel costruire la storia del film non si accontenta di scomodare un mostro sacro come William Shakeaspeare, prelevato di peso dalla sua Inghilterra e trapiantato in Sardegna dove la compagnia di teatranti guidata da Oreste Campese (uno Sergio Rubini da David di Donatello) viene incaricata dal direttore del carcere dell'Asinara di allestire nientemeno che "La tempesta", uno dei tanti capolavori del formidabile Bardo. La struttura narrativa de "La stoffa dei sogni" è infatti il frutto di una contaminazione artistica che prevede nel suo menù non una ma addirittura due versioni del grande Eduardo De Filippo, trasferito nella sceneggiatura e trasposto sullo schermo in maniera diversa e complementare: dapprima trasformando il contesto de "L'arte della commedia" nella cornice necessaria al film per dare senso logico alla messinscena dell'allestimento teatrale di cui abbiamo appena detto e, successivamente, facendolo entrare in gioco quando Campese per agevolare le interpretazioni dei suoi commedianti decide di riscrivere la piece shakespeariana utilizzando l'idioma napoletano, ripreso nei dialoghi provenienti dalla traduzione in dialetto partenopeo scritta dallo stesso De Filippo.


Se d'istinto la presenza di due mostri sacri come Shakespeare e De Filippo poteva far pensare a un'operazione squisitamente intellettuale, calcolata a priori - come capita in operazioni di questo genere - per sfruttare i vantaggi derivati dalla reverenza che pubblico e addetti ai lavori solitamente hanno quando si tratta di confrontarsi con un simile cotè culturale, al contrario la visione del film smentisce questa ipotesi: un po' perché il tono generale e in 





particolare quello adottato da Rubini per incarnare il suo personaggio rasenta la pochade (soprattutto quando si tratta di riprendere gli elementi più indisciplinati della sua compagnia), un po' perché a Cabiddu riesce ciò che di solito risulta la cosa più difficile da raggiungere che è quella di saper trasferire l'universalità dei classici, in un contesto narrativo coerentemente autonomo - e la "La stoffa dei sogni se lo crea in modo naturale - e con una forma cinematografica che avendo nel suo dna profili come quelli dei nostri due campioni riesce a scongiurare il pericolo di scadere nel cosiddetto "teatro filmato"; oppure di ricalcare schemi ultra sfruttati come quello della sovrapposizione tra arte e vita che le analogie tra i personaggi di finzione e quelli shakesperiani potevano in qualche modo autorizzare. Sotto questo profilo, ed è questo il primo punto a favore del regista, "La stoffa dei sogni" è cinema tout court a partire da uno sguardo che predilige il paesaggio naturale - quello dell'Asinara, selvaggia e ancestrale quanto basta per evocare i fantasmi che agitano le anime dei protagonisti - e gli spazi aperti, privilegiati non solo quando si tratta di seguire gli incontri clandestini di Miranda, la figlia del direttore segretamente innamorata di Ferdinando, il figlio del boss camorrista creduto morto dal padre - Don Vincenzo interpretato da Renato Carpentieri - a sua volta costretto insieme ai suoi sgherri a fingersi attore per evitare di ritornare in cell; ma anche, e diremmo soprattutto, nel momento in cui il film dopo aver stabilito i rapporti di forza tra i personaggi e aver fatto dell'Arte (Campese) l'ago della bilancia tra Giustizia (De Caro, il direttore del penitenziario interpretato da Ennio Fantastichini) e Malaffare (Don Vincenzo) - allegoricamente impegnate a riprodurre i tentativi di condizionamento subiti dall'artista - si concentra sulla rappresentazione del processo creativo costituito dalle sessioni di prova organizzate da Campese nel cortile interno del carcere che la fotografia di Enzo Carpineta e la bellezza dell'isola trasformano per l'occasione in una sorta di anfiteatro greco.



Ora se è vero che il cinema di Cabiddu è distante anni luce dalle forme di intrattenimento dei prodotti commerciali e che i modelli culturali trasfigurati nel suo film appartengono alle vette della drammaturgia di ogni tempo a stupire è la naturalezza con cui "La stoffa dei sogni" riesce a convogliare il suo patrimonio letterario in una storia attraversata da miserie e nobiltà che appartengo tanto alla commedia popolare che al lungometraggio d'autore. In questo senso la scelta di Sergio Rubini corrisponde perfettamente all'idea di un opera che valorizza le sue eccellenze senza darsi arie e anzi facendole sembrare più il frutto di un espediente occasionale che il risultato di una concentrazione di talenti a cui Cabiddu offre meritatamente il palcoscenico.
(pubblicata su ondacinema.it)

lunedì, dicembre 05, 2016

CENA DI NATALE

La cena di Natale
di Marco Ponti
con Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido, Maria Pia Calzone
Italia, 2016
genere, drammatico
durata,95'  


Il convito come collettore di incomprensioni famigliari è uno dei luoghi  di cui il cinema italiano e non solo (si pensi a Racconto di Natale” del francese Arnaud Desplechin e a “E’ solo la fine del mondo” del canadese Xavier Dolan) si serve per accendere la tensione drammaturgica e scatenare le conflittualità tra i personaggi. Un espediente che  applicato a un film come “La Cena di Natale”  rischia di rimanere lettera morta non tanto perché al regista Marco Ponti manchi la tipologia umana necessaria a metterlo in pratica  quanto piuttosto per l’effetto fotocopia che si palesa nel corso del film, viziato dall’idea che un prodotto vincente – in questo caso la buona accoglienza riservata a “Io che amo solo te” di cui “La Cena di Natale” è il sequel” non abbia alternative se non quella di essere pedissequamente replicato  Per la cronaca ricordiamo che il primo atto della serie puntava sull’idea di combinare il glamour della coppia Chiatti/Scamarcio con il mestiere di attori di lungo corso come Michele Placido, Maria Pia Calzone Dino Abbrescia, messi a disposizione di una storia vivacizzata dall’infedeltà della compagine maschile il cui l’eccesso di testosterone  finiva per mettere a rischio i sogni d’amore della controparte femminile. “Cena di Natale” esaspera questo schema alzando i livelli di una crisi che riguarda sia i personaggi – Chiara e Damiano come pure i loro genitori – sia l’istituzione natalizia, violata dalla relazione extra coniugale di Damiano che simbolicamente si macchia di un duplice infanticidio: del bambino che Chiara sta per dare alla luce e, di rimando, di quello venuto al mondo duemila anni fa che le famiglie della coppia si preparano a festeggiare nella cena organizzata dalla moglie di Don Mimì.

Non potendo contare sul fattore sorpresa e con un canovaccio pressoché simile al precedente Ponti finisce per calcare la mano sul parossismo delle situazioni che, stante l’improbabile scioglimento finale, buonista ogni buon senso, risultano prive di peso e il più delle volte anestetizzate dal punto di vista del divertimento e del buon umore. A rimanere e’ la bellezza da copertina dei due protagonisti e le splendide locations regalatoci dal paesaggio pugliese.

domenica, dicembre 04, 2016

LA FOTO DELLA SETTIMANA





























Una giornata particolare di Ettore Scola, Italia 1997

UN NATALE SUD

Un Natale al Sud
di Federico Marsicano
con Massimo Boldi, Biagio Izzo, Debora Villa
Italia, 2016
genere, commedia
durata, 90' 


Peppino, un carabiniere del nord, e Ambrogio, un ex impiegato del sud con velleità di cantante neomelodico, sono sposati rispettivamente con la lombarda Bianca e la partenopea Celeste. Ognuna delle coppie ha un figlio: Riccardo e Simone, entrambi youtuber, entrambi fidanzati solo virtualmente con due ragazze, Giulia e Ludovica, incontrate sull'app di dating Cupido 2.0 che, fra le varie amenità, offre ai single la possibilità di partecipare a un ritrovo annuale in un lussuoso resort. Poiché i genitori ritengono necessario che i propri figli incontrino dal vivo le loro ragazze, fanno in modo che i quattro giovani partecipino a quel raduno, e decidono di pedinarli in loco. Lì troveranno anche una blogger in cerca dell'uomo ideale e un influencer innamorato di se stesso, un autista romano a caccia di avventure e una performer di burlesque. La stessa squadra di "Matrimonio al sud" si ripropone in formazione quasi compatta: le due coppie Massimo Boldi-Debora Villa e Biagio Izzo-Barbara Tabita, gli scapoli Paolo Conticini ed Enzo Salvi, la giovane Fatima Trotta e Paolo Costella, questa volta non più alla regia, ma alla sceneggiatura con Gianluca Bompressi. L'idea è quella di affrontare il contemporaneo, parlando di chat, selfie e sms e identificando alcuni personaggi come figure partorite da Internet, senza però dare alcuna connotazione specifica al ruolo, al di là della vanità e dell'egocentrismo. 


La trama è ancora più superata di quella di "Matrimonio al sud", tanto più che parte da simili premesse, le due coppie nord-sud, i figli da sorvegliare nei rapporti con l'altro sesso, e non è un caso che a farci la figura peggiore siano i personaggi più giovani, teoricamente i più all'avanguardia, e invece ridotti a idioti generici senza alcuna personalità. La sensazione generale è quella di profondo imbarazzo, sia da parte degli interpreti, che avrebbero le capacità e i tempi comici per fare molto di più, sia da parte del pubblico che assiste a un intreccio totalmente incoerente e improbabile, senza alcun riscontro reale o alcuna umanità riconoscibile. Le battute virano dal puerile allo scurrile, toccando tutte le tappe del politically incorrect senza averne la capacità trasgressiva e la forza comica. Ce n'è per tutti: donne basse, che "se le baci sanno di tappo", e sovrappeso, uomini pelati, neri servili, lesbiche siliconate e dandy gay; tutti tradiscono, basando le proprie voglie esclusivamente sull'aspetto fisico della preda concupita, tranne quando Cupido ci mette lo zampino. Rispetto a "Matrimonio al sud", anche le due mogli, interpretate dalle due brave attrici Villa e Tabita, vengono confinate alla cifra grottesca e perdono credibilità, e tutti sguazzano in un oceano trash che, se fosse spinto verso una modernità autentica, forse funzionerebbe, ma affrontato in questo modo diventa una pietanza insipida, colma di battute che non possono essere considerate tali. Un esempio per tutti: "Chiama il 118!" "Ma non so il numero!".
Riccardo Supino

sabato, dicembre 03, 2016

SULLY


Sully
di Clint Eastwood
con Tom Hanks, Aaron Eckhart, Laura Linney
Usa, 2016
genere, drammatico
durata, 96'


La classicità di Clint Eastwood è qualcosa che va oltre la forma cinematografica, appartenendo prima di tutto all’uomo e alla sua visione del mondo e poi in caso al regista e ai film da lui realizzati. Dopo il controverso “American Sniper”, affossato dalle ipocrisie di quella parte della critica europea reverente solo a patto di non vedere riflessi sullo schermo i tratti più marcati della sua indole conservativa il nuovo lavoro di Eastwood dimostra quanto della vecchia hollywood alberghi nel cuore e nella testa dell’ autore. Perché “Sully” non è solo la rievocazione di un pezzo di storia newyorkese, rappresentato appunto dall’ammaraggio sul fiume Hudson del volo U.S. Airlines 1549 pilotato dal comandante Chesley Sullenberger. O meglio, è anche questo grazie alla scelta di aumentare il tempo dedicato alle sequenze dello scampato disastro ricostruendole di volta in volta con i pezzetti di una memoria - quella del protagonista - traumatizzata e resa incerta dalla shock conseguente all’accaduto. Ma il nuovo film di Eastwood è prima di tutto e ancora una  volta, dopo “American Sniper”, il ritratto di un “un buon soldato” che all’insegna del motto Dio, Patria e famiglia ristabilisce l’ordine delle cose, partecipando con dignità e trasparenza all’iter investigativo che gli viene intentato per accertarne la liceità delle procedure adottate in fase di volo . 

Con il suo status da eroe del quotidiano fiducioso di se e degli altri, il Sully di Tom Hanks assomiglia per spirito e costanza ai tipi umani interpretati da James Stewart nei film di Frank Capra; se non fosse che in un momento in cui nel cinema americano fanno discutere lungometraggi - “Birth of a Nation” e “Free State of Jones” e il prossimo “Fences” di Denzel Washington - che mettono in dubbio i principi fondativi della nazione un film come “Sully” risulta tutt’altro che allineato allo spirito del tempo. Poiché, se il richiamo del protagonista all’unità d’intenti quale fattore determinante per  risollevare le sorti del paese può sembrare lo slogan di uno spot elettorale, è vero che l’integrità morale e il carisma di Sully sono talmente super partes non avere equivalenti ne a desta ne a sinistra; alla pari dell’altruismo messo in mostra durante le operazioni di salvataggio, così disinteressato e partecipe da fare ombra alle migliori versioni di Trump e Obama. Con buona pace di chi ancora utilizza le categorie del pensiero politico per valutare l’arte del regista americano.