mercoledì, febbraio 02, 2011

VENTO DI PRIMAVERA - La Rafle

Vento di primavera
titolo originale: la rafle (la retata)
un film di roselyne bosch


vento di primavera, di rose bosch, mette in scena una storia realmente accaduta, personaggi che sono realmente esistiti, nel preciso contesto storico del nazismo. siamo in francia, è il 1942.
verrebbe da dire che si tratta dell'ennesimo film sull'orrore dell'olocausto - su cui tanto si è scritto e girato - e che poco di nuovo potrebbe dare al cinema, ma vento di primavera racconta un fatto che ha macchiato la francia per sempre e lo fa mettendosi dalla parte dei bambini.
come sappiamo spesso non sono i temi affrontati a rendere un film un buon prodotto quanto come li si racconta.
nel tentativo di riportare all'attenzione del grande pubblico la deportazione, voluta dal regime collaborazionista del maresciallo vichy, di circa 13.000 ebrei che si erano rifugiati a parigi, bosch focalizza l'attenzione sui bambini: dai loro occhi apprendiamo i fatti, partecipiamo allo strazio che li ha travolti insieme alle loro famiglie, cerchiamo risposte che non troveremo e ci sentiamo assaliti dal medesimo senso di abbandono e smarrimento.
i bambini, che con la loro innocenza e purezza d'animo guardano l'orrore degli adulti senza poter comprendere, rappresnetano il motore della pellicola. gli adulti ne sono i comprimari.
il medico ebreo eroico (jean reno) che non pensa nemmeno per un secondo di salvarsi e che invece assiste fino alla fine i propri compagni, oppure l'infermiera cattolica (melanie laurent) che non abbandonerà i bambini ebrei nemmno nello sfinimento della propria malattia, non sorreggono il film ma ne sono sorretti, perchè vento di primavera è un film corale, di molti piccoli occhi che non si arrendono alla morte e che ci testimoniano una forza vitale preziosa.
dei cira 25.000 ebrei destinati al rastrellamento solo una parte si salvò grazie al prezioso aiuto dei cittadini francesi che accettarono di nasconderli. i rimanenti furono condotti al vélodrome d'hiver da dove partirono per quello che fu il loro ultimo viaggio. di essi ritornarono solo venticinque persone e nessun bambino.
film di denuncia, di memoria, crudo ed autentico, l'opera di bosch ha la precisione del documentario ed il pudore dei prodotti televisivi destinati alle famiglie.
i colori sono saturi, la luce è intensa e giocata sempre sul limite tra finzione e realtà.
dal ritmo sostenuto e mai scevro di delicatezza, il film rivela senza mostrare troppo.
bosch non cede mai all'evidenza, ma piuttosto spiega lasciando ampio margine di intuizione allo spettatore, senza abbandonarlo alla supposizione.
sappiamo bene che fine faranno le vittime, quali orrori subiranno e possiamo immaginare cosa hanno dovuto affrontare. proprio in questa non evidenza, in tal non esplicitare, risiede la forza emotiva del racconto.
jean reno, un po' imbolsito e sgualcito, è piuttosto intenso, così come lo è melanie laurent (la bionda vendicatrice del tarantinato Inglorious Basterds), che dà vita ad una donna sensibile, determinata e dalla grande forza interiore.
vento di primavera è un film sui bambini e sulla loro forza, sulla forza dell'amore umano e del credere nella vita.
un buon prodotto per tutti, per non dimenticare mai.

LAST NIGHT

Last night
un film di Massy Tadjedin


I motivi della tentazione sono spesso caratterizzati dalla mancanza di luce: che la si interpreti in maniera metaforica, associando l’accecamento della ragione ad un buio primordiale fatto d’istinto e poco altro, oppure scegliendo la strada di un realismo che la nasconde alla vista del quotidiano, il deragliamento dei sensi è di per sé un animale notturno abituato ad orientarsi senza bisogno di accessori.
Ed è proprio questa sobrietà espressiva, continuamente ribadita nell’essenzialità degli ambienti così come dei personaggi, mai sopra le righe seppure emotivamente surriscaldati dalle diverse contingenze- la coppia del film si ritrova per una notte separata ed in compagnia di un potenziale amante - unità alla scelta di concentrare l’azione della storia nello spazio di un unico arco notturno a rendere intrigante un film come Last Night.
Immersi nella notte urbana, illuminata quel tanto che basta per riconoscere un linguaggio del corpo fatto di gambe che si incrociano e sguardi che si perdono, i quattro protagonisti danno vita ad una quadriglia sentimentale in cui perdersi e ritrovarsi è una costante così come la luce ed il suo opposto, continuamente in contrasto, come la ragione nei confronti dell’istinto.
Una lotta alla pari se non fosse che cedere alla propria essenza è il solo modo per essere se stessi, per rimanere attaccati ad una natura continuamente tradita dalle menzogne del giorno dopo. Diretto con eleganza da Massy Tadjedin il film integra perfettamente ambienti e personaggi con una simbiosi che aiuta a dilatare i limiti di un discorso in cui le reticenze prevalgono sull’azione e si avvale di una fotografia di un tipo che ha lavorato con David Lynch e che qui riesce a trasformare le pareti del quotidiano in autentici non luoghi capaci di enfatizzare la centralità delle figure umane.

lunedì, gennaio 31, 2011

VALLANZASCA - GLI ANGELI DEL MALE

VALLANZASCA - GLI ANGELI DEL MALE
Regia: Michele Placido


Siamo a metà degli anni '80 e il fuorilegge Renato Vallanzasca è rinchiuso in una cella di isolamento nel carcere di Ariano Irpino. Andando indietro con la memoria ripercorriamo la storia della sua carriera criminale: le rapine, i sequestri, gli inseguimenti, la sanguinosa guerra con la banda di Francis Turatello, le sue evasioni al limite dell’incredibile, la galera.
In una livida Milano, come non la si vedeva dai tempi di Fernando Di Leo, Michele Placido lancia la mdp all'inseguimento dell'irrefrenabile Renato Vallanzasca esattamente come le Alfa della polizia si lanciavano all'inseguimento del boss della comasina e della sua banda.
Vallanzasca - Gli angeli del male è sostanzialmente costruito sull'azione, che poi, in buona sostanza, è quello che si chiede ad un gangster movie.
Placido incalza i suoi attori imponendo alla pellicola un ritmo frenetico, cosa rara per il cinema italiano.
Il regista di Ascoli Satriano si trova alle prese con una materia che sicuramente sa trattare al meglio ed infatti dirige con grande mestiere e mano sicura questo gangster movie di buon livello; è bravo a romanzare la vita del "bel Renè", e a raccontare con efficacia i suoi crimini indagando su quell'etica del male che fece del bandito Vallanzasca un uomo da copertina.
Polemiche preventive, isteriche e ingiustificate che non ricordo abbiano preceduto l'uscita di altri film come Banditi a Milano (C. Lizzani 1968) che narrava le gesta criminali di Pietro Cavallero e che arrivò in sala a "ferite ancora aperte" in quanto si trattava di un instant movie o altre pellicole come Romanzo Criminale (2005) diretto dallo stesso Placido.
"Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è predisposta unicamente per l'autoflagellazione". Con questa frase di Truman Capote, il regista pugliese apre il suo film. I doni che Dio concesse a Renato Vallanzasca furono fascino e arguzia, la sua scelleratezza fu l'inesorabile frusta e Michele Placido racconta tutto questo con franchezza senza moralismi e senza voler fare pedagogia.
Vallanzasca - Gli angeli del male, con un cast solido e un Kim Rossi Stuart ad altissimi livelli è uno dei rari prodotti italiani che non faticherà a trovare mercato nel resto d'Europa.

giovedì, gennaio 27, 2011

Film in sala dal 28 gennaio

Vento di primavera
(La Rafle)
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Germania, Francia, Ungheria
REGIA: Roselyne Bosch

Febbre da fieno

GENERE: Commedia, Romantico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Laura Luchetti

Il discorso del Re
(The King's Speech)
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Australia, Gran Bretagna
REGIA: Tom Hooper

Parto col folle
(Due Date)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Todd Phillips

The Green Hornet
(The Green Hornet)
GENERE: Azione, Giallo, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Michel Gondry

Yattaman - Il film
(Yattâman)
GENERE: Fantasy
ANNO: 2010
NAZIONALITA': Giappone
REGIA: Takashi Miike

lunedì, gennaio 24, 2011

QUALUNQUEMENTE

QUALUNQUEMENTE
Regia: Giulio Manfredonia


Cetto La Qualunque (Antonio Albanese) fuggito in Sudamerica a causa di problemi con la giustizia ritorna a Marina di Sopra, paesotto calabrese.
Al suo rientro viene informato dagli amici che il suo patrimonio e i suoi interessi sono minacciati da un'ondata di legalità che sta investendo la cittadina e che ha come portabandiera il tenente dei Carabinieri Cavallaro (Antonio Gerardi) e il candidato sindaco De Santis (Salvatore Cantalupo).
Per difendere i propri interessi ed evitare la galera Cetto La Qualunque, indotto e incoraggiato dai suoi amici, decide di candidarsi a sindaco.
Il trionfo della volgarità, dell' ignoranza e della corruzione, del menefreghismo e del clientelismo, questo è Qualunquemente, in poche parole lo specchio di una porzione importante del nostro Paese.
Paesaggi stuprati dall'abusivismo edilizio, ospedali fatiscenti, assenza dello Stato, disprezzo più assoluto delle leggi, informazione di parte, lacchè, killer, prostitute, un improbabile coach elettorale che rinnega le origini baresi (Sergio Rubini) in questo ambiente si muove il personaggio creato da Antonio Albanese, cinico e spietato malfattore che conquista il potere.
Qualunquemente rischia di apparire come un istant movie, ma non lo è, visto che la sceneggiatura risale al 2009 e il personaggio Cetto La Qualunque è comparso per la prima volta nel programma televisivo di rai tre Non c'è problema datato 2003, bisogna riconoscere quindi ad Albanese di aver visto lungo e capito prima di altri quale piega andava prendendo la politica italiana e a quale genere di politici i cittadini italiani avrebbero affidato il loro futuro.
Come detto, Cetto la Qualunque nasce con ritmi televisivi e portarlo su grande schermo, dilatandone i tempi comici, è operazione difficile, infatti spesso il repertorio di battute mostra la corda a causa dell'usura televisiva, ma il vero problema di questa pellicola è che purtroppo, la realtà politica italiana spesso supera la farsa.
Qualunquemente è un film sottilmente violento, che se non avesse scelto la via della satira potremmo definire un film di denuncia.
Una regia (Giulio Manfredonia), superiore alla media per questo genere di pellicole, dove troppo spesso trionfa il "fai da te" e il comico di turno, reduce dai successi televisivi, si improvvisa attore-regista-sceneggiatore con risultati pessimi; un attore di gran livello come Antonio Albanese; una spalla eccellente come Sergio Rubini e una serie di comprimari del calibro di Lorenza Indovina e Luigi Maria Burruano, fanno di Qualunquemente un buon prodotto dove la risata passa in secondo piano per lasciare spazio alla riflessione e allo sconforto. Straordinaria fotografia dell'Italia che lascia l'amaro in bocca.

giovedì, gennaio 20, 2011

Film in sala dal 21 gennaio 2011

Animals United 3D
(Die Konferenz der Tiere)
GENERE: Animazione
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Germania
REGIA: Reinhard Klooss, Holger Tappe

Immaturi
(Immaturi)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Paolo Genovese

La donna che canta
(Incendies)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Canada
REGIA: Denis Villeneuve

Qualunquemente

(Qualunquemente)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Giulio Manfredonia

Segui il tuo cuore
(Charlie St.Cloud)
GENERE: Drammatico, Fantasy, Sentimentale
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Burr Steers

The Shock Labyrinth 3D

(Senritsu meikyû 3D)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Giappone
REGIA: Takashi Shimizu

Vallanzasca - Gli angeli del male
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Michele Placido

lunedì, gennaio 17, 2011

KILL ME PLEASE

KILL ME PLEASE
Regia: Olias Barco


Il dottor Kruger (Aurelien Recoing) gestisce una clinica che offre assistenza a chi ha deciso di mettere fine ai propri giorni e alle proprie sofferenze.
Tra gli obiettivi della clinica vi è quello di dissuadere i pazienti dal suicidarsi e, in caso di decisione irreversibile, di dare dignità e decoro al suicidio.
Nella villetta del suicidio medicalmente assistito sbarcano i personaggi più disparati, dal depresso che si finge malato di cancro pur di poter accedere al programma di morte assistita, alla cantante ( Zazie De Paris- che nella vita reale è una trans ) che ha perso la voce, a chi ha perso la moglie giocando a poker (Bouli Lanners).
Non essendo ben vista dalla bigotta comunità locale, la clinica viene presa d'assalto da un gruppo di fanatici pronti a far valere le loro convinzioni a colpi d'arma da fuoco.
Con pochissimi soldi, una troupe composta da pochissimi elementi, un cast che ha lavorato praticamente gratis, Olias Barco è riuscito nell’impresa di girare un film spiazzante, scorretto e cinico.
Obbligato a ricorrere al bianco e nero per ovvie ragioni di budget, Olias Barco ha dato vita ad una pellicola maledettamente coraggiosa che sviluppa la questione eutanasia ricostruendo tramite i personaggi del suo film il dibattito sulla morte assistita che tanto divide i cittadini dei Paesi occidentali.
Lo schema del film è molto semplice: la clinica è l’eutanasia, gli abitanti del piccolo centro rappresentano la difesa catto-integralista del diritto alla vita, l’intervento dello Stato tramite l'agente della Guardia di Finanza altro non è che l’ingerenza delle istituzioni su questioni private.
Piccolo film che più indipendente non si può, è riuscito nell'impresa di vincere un festival del cinema tutto lustrini e paillettes come quello di Roma, impresa ancor più difficile se si pensa al fatto che il tutto è avvenuto nella città simbolo della cristianità pur trattando un tema assai delicato e tanto caro ai gerarchi del vaticano
Il film è piacevole, infarcito di scene seriamente disturbanti, ma è evidente che ci troviamo dinanzi ad una pellicola "da festival" forse pensata per un pubblico di cinefili piuttosto che per le grandi platee.
Probabilmente con un maggior impegno a livello di dialoghi e calcando ulteriormente la mano sul lato grottesco della vicenda, Kill me please avrebbe avuto le carte in regola per raggiungere un pubblico più ampio.

sabato, gennaio 15, 2011

La mia classifica 2010


































Il segreto dei suoi occhi (Juan José Campanella)
Bright Star (Jane Campion)
Il profeta (Jacques Audiard)
Animal Kingdom (David Michôd)
Io sono l’amore (Luca Guadagnino)
Soul Kitchen (Fatih Akin)
L’uomo nell’ombra (Roman Polanski)
Revanche – Ti ucciderò (Götz Spielmann)
Uomini di Dio (Xavier Beauvois)
Nine (Rob Marshall)


Miglior regia:
Jane Campion (“Bright Star”)
Miglior attore:
Ben Wishaw (“Bright Star”), Ricardo Darín (“Il segreto dei suoi occhi”)
Miglior attrice:
Abbie Cornish (“Bright Star”), Soledad Villamil (“Il segreto dei suoi occhi”)
Miglior debutto:
Animal Kingdom (David Michôd)

Chi vuole si puo' accomodare....

giovedì, gennaio 13, 2011

Film in sala dal 14 gennaio 2011

Kill Me Please
(Kill Me Please)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Belgio, Francia
REGIA: Olias Barco

La versione di Barney
(Barney's Version)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Canada, Italia
REGIA: Richard J. Lewis

L'orso Yoghi
(Yogi Bear)
GENERE: Animazione, Commedia, Avventura, Family
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Nuova Zelanda, USA
REGIA: Eric Brevig

Skyline
(Skyline)
GENERE: Fantascienza, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Greg Strause, Colin Strause

Un giorno della vita
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010 DATA: 14/01/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Giuseppe Papasso

Vi presento i nostri

(Little Fockers)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Paul Weitz

lunedì, gennaio 10, 2011

HEREAFTER

Hereafter
di Clint Eastwood


Hereafter è la storia di tre persone che vedono le loro esistenze sconvolte perchè toccate in maniera diversa dalla morte.
A San Francisco vive George (Matt Damon), un uomo che ha il potere-dono-maledizione di parlare con i defunti.
A Londra vive Marcus (George McLaren), un dodicenne con madre tossicodipendente e un gemello deceduto in un incidente stradale mentre cercava di sfuggire ad un'aggressione.
A Parigi vive Marie (Cècile de France), giornalista televisiva molto nota, che ha avuto un'esperienza fra la vita e la morte durante un terribile tsunami.
I tre episodi di Hereafter si sviluppano in modo indipendente per quasi tutta la durata del film, intrecciandosi solo verso la fine e portando ad una conclusione commovente una vicenda iniziata in circostanze ruvide e violente.
Clint Eastwood ha tagliato il traguardo degli 80 anni e Hereafter è il sesto film che gira negli ultimi quattro anni e sempre più spesso le tematiche trattate dal regista americano riguardano la morte.
In Hereafter si da per scontato che esista un aldilà ma il paradiso resta meno di una ipotesi, rimarcando come già avvenuto in Gran Torino, la diffidenza di Eastwood verso le religioni.
L'inossidabile Clint, questa volta si rivolge agli atei, ai non credenti, a coloro che sono convinti che le religioni ipnotizzino le menti.
Attraverso sequenze, che nella loro classicità rendono il film un po' rigido, l’autore americano mette lo spettatore nella condizione di confrontarsi con qualcosa che dovrebbe essere familiare come il dolore, fornendo alcuni punti di vista e ponendo domande sul tema della morte.
Nel complesso, a mio modesto parere, Hereafter è un film interessante e (inutile dirlo) ben girato ma che manca di energia e perde di forza nell'eccessivo minutaggio e in una struttura dal passo lento.
Matt Damon in grande spolvero.

giovedì, gennaio 06, 2011

Film in sala dal 7 gennaio 2011

Hereafter
(Hereafter)
GENERE: Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Clint Eastwood

Oggi è una bella giornata
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Gennaro Nunziante

Tamara Drewe
(Tamara Drewe)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Stephen Frears

mercoledì, gennaio 05, 2011

Ano Bisiesto

di Michael Rowe

Cinema punitivo o allegoria di una forma d’arte sempre più invasiva, simile alle pene corporali subite dalla giovane protagonista, una donna che nel giro di pochi giorni e per un motivo non meglio precisato decide di mettere fine alla sua vita durante l’ennesimo atto amoroso con un partner che come lei preferisce il sesso estremo.

Pur non risparmiandoci nessuno degli abusi e delle stranezze messe in atto dall’acrobatico duo, il film isola questi momenti e li riduce, anche dal punto di vista emotivo, all’interno di un quotidiano dove l’isolamento, l’alienazione e la mancanza di un sincero sentimento di condivisione sono il “Pasto Nudo” al quale sembra dobbiamo proprio abituarci. Un attualità ribadita anche dal punto di vista formale, per la capacità di rendere un esistenza ed il personaggio che la vive attraverso una sobrietà di mezzi davvero rara: facendo di necessità virtù e volendo rendere i labirinti mentali di una personalità allo stremo, Rowe utilizza un unico spazio scenico, la casa della donna, privandosi completamente del mondo esterno, una chimera per chi ha deciso di togliersi la vita. Così facendo, e grazie anche ad un utilizzo invisibile della macchina da presa il regista mantiene evidente la cifra realistica del suo cinema, enfatizzata dalla presenza ossessiva dell’ambiente domestico e degli oggetti che lo costituiscono, ma allo stesso tempo la trascolora con una liturgia gestuale che restituisce il mondo interiore della giovane donna.

Interpretato da Monica Del Carmen con assoluta naturalezza ed un masochismo che piacerebbe all’inventore del Dogma, “Año bisiesto” è un film apolide perchè prodotto da capitali (si fa per dire) messicani e diretto da un regista australiano, Michael Rowe; presentato alla Quinzaine de Realisateurs dell’ultimo Festival di Cannes, ha vinto la Camera D’or come migliore opera prima.

(pubblicato su Ondacinema.it)

giovedì, dicembre 30, 2010

8 Million way to die

8 Million way to die
di H. Ashby


Una città tentacolare e la voce di una fine anticipata. I numeri della violenza snocciolati dai burocrati del crimine danno parola all’indifferenza di una città ridotta ad un grumo di strade perdute.
La sequenza iniziale, panoramica dall'alto di un arteria stradale in overdose di clienti con commento fuori campo a definire lo spazio d’azione di una scena altrimenti anonima, sono il biglietto da visita di un film che tenta di mettere insieme il compendio esistenziale di Hal Ashby un autore in lotta con la vita, e le regole di un genere, la crime story, che di lì a poco e con differenti nomi (neo noir) sarebbe diventato la forma di cinema più adatta a rimettere insieme i pezzi di un mondo andato in frantumi.
Non è difficile infatti riconoscere nel percorso esistenziale di Matt Scudder, interpretato da un Jeff Bridges, un ex poliziotto che cerca di redimersi aiutando una prostituta a liberarsi dal proprio carnefice, i segni di una biografia fortemente segnata dall’uso di additivi, nel film la tossicodipendenza diventa alcolismo, e da una diversità difficilmente assimilabile dal sistema-dopo la sua fuoriuscita Scudder continua a comportarsi come un poliziotto ma lo fa a modo suo e di fatto il desiderio di rientrare nei ranghi finisce in secondo piano rispetto alle urgenze della vita - cosi’ come le convenzioni del genere, riassunte nella struttura di un racconto circolare in cui l’identità perduta e poi ritrovata è il pretesto per un percorso attraverso i gironi di un inferno che ha il profumo di una città dal ventre molle.
Certo il paragone con il resto della filmografia del regista fa difetto alla sua ultima opera, soprattutto perché la visione caustica della realtà e la contagiosa ingenuità dei suoi personaggi più famosi (Harold e Maude) è qui sostituita da un pessimismo spalmato a piene mani nelle rispettive esistenze dei personaggi coinvolti nella vicenda, invischiati in una solitudine dorata ma letale (le due prostitute che per differenti ragioni cambieranno la vita di Scudder, ma anche Maldonado, trafficante di droga rinchiuso in una torre d’avorio piena di cadaveri per non parlare del protagonista principale, abbandonato dalla famiglia e costretto ad elemosinare l’attenzione della figlia) ma soprattutto da una sensazione di immobilismo che non permette a nessuno di tirarsi fuori dalla propria infelicità.
Ashby è bravo ad inserirsi negli spazi della crisi, nelle frazioni di tempo in cui bisogna decidere se vivere o morire. È lì, in quella penombra di sguardi e di silenzi, di corpi fiaccati dal tempo e dalle abitudini che emerge il talento di un regista abituato a lavorare per gli attori. E’ per questo che pur in un panorama rappresentato con molte approssimazioni (i ruoli antagonisti rimangono poco caratterizzati ed anche gli ambienti sono ridotti ad un realismo di facciata), non si può non mettersi dalla parte di Scudder, interpretato con sofferta partecipazione da Jeff Bridges, cavallo di razza piegato ma non abbattuto, con le scarpe bucate ed i vestiti da due soldi, eppure regale nella sua dignità fatta di poche parole e molto sentimento, pronto a riconoscere negli altri il riflesso di se stesso e per questo a coinvolgersi senza mezzi termini.
Anima e cuore di un film diseguale ma sincero, sfuggito più volte di mano al suo artefice per motivi produttivi ed uscito nelle sale americane solamente in versione video.
Hal Ashby è stato una figura di riferimento del cinema americano degli anni '70, ma la sua filmografia seppur caratterizzata da successi importanti (Coming home, Being there, The last detail) è passata sotto silenzio. A rimanere più impressi sono stati la vita da outsiders ed i comportamenti fuori dalle righe.
Sean Penn ha dedicato a lui ed a John Cassavetes "Indian Runner" il suo esordio cinematografico. Un accostamento che gli rende giustizia.

domenica, dicembre 26, 2010

Ladro di bambini

Rosetta e Luciano sono due fratellini che il destino mette nelle mani di Antonio, il carabiniere calabrese che li deve accompagnare all’istituto per minori, dopo l’arresto della madre, colpevole di far prostituire la figlia con avventori occasionali. Antonio è inizialmente distaccato, risentito (“ma non li potevano affidare all’assistente sociale” dice senza neanche conoscerli) rispetto ad un incarico che sembra sminuirlo agli occhi di un ego che guarda a quella carriera come un mezzo per emanciparsi dai problemi della terra natia. Poi, complice il rifiuto dell’istituto demandato all’accoglienza dei bambini ed al conseguente prolungamento del viaggio verso la nuova destinazione, inizia ad affezionarsi ai due ragazzi di cui nessuno sembra volersi curare.
Dopo una serie di film in cui l’impegno civile si traduceva nella scelta di soggetti legati alla Storia del nostro paese (I ragazzi di via Panisperna, Colpire al cuore, Porte Aperte), Gianni Amelio cambia registro per fare i conti con le urgenze di una vicenda umana e personale, che solamente le necessità di consolidare un mestiere iniziato per scommessa e continuato per passione, avevano potuto rimandare. Così il trauma di un padre partito per Lamerica e mai più ritornato rivive nella trasposizione cinematografica negli occhi e negli sguardi dei due piccoli protagonisti, costretti a fare i conti con il dolore di un affetto negato e con un mondo che li punisce per una colpa che non hanno commesso. Amelio decide di raccontarsi e di raccontare la propria esperienza attraverso la storia di un infanzia violata, in cui l’indifferenza degli uomini, delle istituzioni e della loro leggi è ancora più dolorosa della causa che l’ha creato. Inizialmente separati dalle rispettive esperienze, i tre personaggi si ritrovano accomunati nella stessa condizione di umiliati ed offesi fino a quando, per una situazione contingente, anche Antonio, finalmente solidale con i due diseredati, dovrà fare i conti con i meccanismi di un sistema che scambia la sua solidarietà per un colpo di testa e lo costringe a rientrare nei ranghi, a diventare come gli altri, indifferente e duro, pena la messa a rischio del posto di lavoro. Girato con uno stile che sembra entrare in punta di piedi nella vita dei suoi personaggi (siamo lontani dal “combact film” che avrebbe caratterizzato il cinema d’autore degli anni successivi), “Ladro di bambini” è in realtà, anche sotto questo profilo un film capolavoro. Sintonizzato sulle note musicali che Francesco Piersanti riduce all’essenziale, suoni dell’anima che fanno da contraltare agli hit musicali dell’epoca (tra cui “I Maschi” di Gianna Nannini e “Le mani” di Zucchero), Amelio gira con tempismo eccezionale, utilizzando un procedimento a fisarmonica che espande e poi condensa l’anima del suo film all’interno di un intreccio volutamente esile, fatto apposta per evidenziare, senza dare la sensazione di farlo, i rami secchi di una società in decadenza: dal quartiere dormitorio che dà l’avvio alla vicenda, simbolo di un nord dove l’immigrazione non si è mai integrata, ai palazzi della capitale in perenne decadenza, e poi con le case abusive del paesaggio calabrese, il regista sembra voler concretizzare in maniera precisa lo sradicamento esistenziale che attanaglia i protagonisti: che si tratti della casa degli orrori dove i due bambini hanno trascorso la loro giovane vita, oppure di quella senza identità, presa in affitto dai colleghi di Antonio, così come l’abitazione della sorella, una specie di ibrido architettonico, con il ristorante al piano terra e le camere senza finestre al piano di sopra, il dramma si acuisce nella mancanza di un posto dove andare od uno in cui tornare. Un disagio che il film riproduce attraverso la presenza costante dei bagagli che i tre sono costretti a trascinarsi: ingombranti, poco maneggevoli quei pesi diventano non solo l’evidenza di una costrizione fisica, ma anche il simbolo di un peso morale, di un marchio che impedisce di essere liberi. Una condizione logorante evidenziata nella scelta di restituire gli spazi della tregua in interni scarsamente accoglienti o normalmente delegati ad altro, come gli interni della macchina che Antonio ha preso in affitto o le sedie della stazione dove aspettano il treno che li porterà in Calabria, che tolgono allo spettatore qualsiasi possibilità di ricondurre quei momenti all’interno delle proprie consuetudini (al contrario i luoghi deputati al riposo diventano il palcoscenico di questo inferno metropolitano). Ma è soprattutto nei corpi e nei volti dei protagonisti, su cui la telecamera si sofferma, che il film costruisce la sua memoria: Amelio li mette sempre al centro della scena, insieme o separati, ne coglie gli umori attraverso gli sguardi reticenti, l’andatura indolente, il rumore dei silenzi, ma al contempo evita il melò raffreddando la scena con un paesaggio privo di quella retorica che spesso accompagna molto cinema italiano. Caratterizzato da continui cambi di luogo, “Ladro di bambini” si avvantaggia di questo dinamismo per enfatizzare l’immobilismo del mondo che fa da sfondo alla vicenda: i bambini all’interno dell’istituto religioso costretti nei banchi dal dettato della suora, le forze dell’ordine trincerate dietro scrivanie piene di carte, la famiglia di Antonio arroccata dentro un ristorante che sembra un fortilizio, diventano lo specchio di un umanità incapace di comunicare (e quando lo fa usa un linguaggio burocratico e pieno di luoghi comuni) e ripiegata su se stessa. Amelio sceglie di non gravare sullo stato emotivo dei suoi protagonisti e per questo allontana la telecamera quando Rosetta è costretta a prostituirsi, utilizza i campi lunghi per custodire meglio i rari momenti di felicità o allentare la tensione, trasformando il mezzo cinematografico in un espediente taumaturgico capace di agire sulle endorfine degli esseri umani.Destinato a diventare la prima puntata di un ideale trilogia (“Lamerica” e “Così ridevano” completano il trittico) in cui la ricerca della propria identità non potrà prescindere dal recupero del rapporto paterno, seppure surrogato da un serie di figure sostitutive (Il vecchio “Piro Milkani” de Lamerica e “Giovanni” il fratello maggiore di Così ridevano), “Ladro di bambini” riportò all’attenzione mondiale un cinema italiano che da tempo attendeva un riconoscimento a livello internazionale. Il Gran premio della giuria al festival di Cannes del 1992, l’Oscar europeo come miglior film ed un'altra serie di premi collaterali furono il giusto riconoscimento per uno dei film più importanti dell’ultimo ventennio.

giovedì, dicembre 23, 2010

Film in sala dal 24 e 31 dicembre 2010

DAL 24 DICEMBRE

Le avventure di Sammy - Il passaggio segreto
(Around the World in 50 Years 3D)
GENERE: Animazione, Avventura
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Belgio
REGIA: Ben Stassen

Un altro mondo
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Silvio Muccino

DAL 31 DICEMBRE

Tron Legacy
(Tron Legacy)
GENERE: Azione, Fantascienza, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Joseph Kosinski

domenica, dicembre 19, 2010

The tourist


"The Tourist", film del regista diventato famoso per "Le vite degli altri" e qui irriconoscibile in una storia senza fiato, divisa tra l'alone romantico di una coppia a spasso per i calli veneziani e la suspence di una caccia al ladro in versione italica. Un bacio ed una pistola orchestrato da una partitura di parole perennemente in ritardo ed incapace di creare scenari di credibilità cinematografica.
Un mix di generi e di intenzioni che diventa il lievito di uno spettacolo svilito dalla deferenza verso una città scenografia e dall’ambizione di conciliare uno spirito scanzonato da cavalleria rusticana con il fascino di un valzer al chiaro di luna. Deep e Jolie come il Leone di piazza San Marco vivono di una staticità che ricorda le pagine dei magazine, mentre una pletora di attori italiani si svilisce pur di vivere il riflesso di tale celebrità. Lanciato come strenna natalizia per contrastare i cinepanettoni, “The Tourist” è in realtà un prezioso alleato del loro futuro successo.

venerdì, dicembre 17, 2010

Jack goes boating

L'importante è sentirne la necessità. Se poi oltre al desiderio di un attore che cerca di reinventarsi circumnavigando la macchina da presa si deve prendere in esame i risultati di questa esperienza, allora l'emotività è costretta a fare i conti con la ragione e per quanto si possa amare uno straordinario uomo da palcoscenico, un artista che è riuscito ad imporsi rimanendo se stesso, cosa non facile in un mondo di lustrini, bisogna dire che l'esordio da regista di Philip Seymour Hoffman è piuttosto deludente.
E questo non perché la storia di Jack e Connie, due 40 enni teneramente problematici ed affetti da reciproca attrazione rientri nel clichè di tanto cinema indipendente per la scelta di portare in primo piano una diversità senza compromessi, Jack ha l'ingenuità di un bambino ed al limite dell'afasico mentre Connie è afflitta da perenne disistima, e filmata con i tempi dilatati di chi intende andare oltre l'apparenza. E neppure per la sensazione di uno spettacolo più adatto al palcoscenico che al buio illuminato della sala, nonostante il tentativo di allargare al mondo esterno, New York e le sue strade ma anche Central Park e persino L'Hotel Waldorf Astoria rientrano nella topografia di una metropoli come al solito protagonista, una vicenda pensata inizialmente per il teatro (lo sceneggiatore Robert Glaudini è anche l'autore della piece da cui è tratto il film) .

Niente di tutto questo, o forse, non solo questo, ma piuttosto la decisione di non rischiare nulla da parte di un regista che usa se stesso (ed anche gli altri attori) seguendo alla lettera la lezione di quelli che l'hanno preceduto: una ricetta che prevede come unica soluzione l'inquadratura del malinconico faccione alla ricerca del lampo di genio che fa la differenza.

Ed in effetti l'Hoffman attore la differenza la fa: basterebbe vedere la tenerezza prodotta dalla sua figura corpulenta alle prese con le lezioni di nuoto che Jack riceve dall'amico, oppure gli impacciati dialoghi con la futura fidanzata, un mix di imbarazzo ed intraprendenza da personaggio delle favole, per far spostare l'ago della bilancia a favore dell'intero pacchetto. Ma il fatto di poter contare su questo valore aggiunto sembra adagiare il suo alterego in una regia senza invenzioni, che fa il paio con una sceneggiatura troppo attenta a rispettare le fasi di un innamoramento destinato ad accontentare le anime più romantiche.
Più che un occasione mancata "Jack goes boating" potrebbe essere il prezzo da pagare di chi sa di aver qualcosa da perdere. In questo senso aspettiamo con fiducia il seguito di questa nuova carriera.

(pubblicato su ondacinema.it)

giovedì, dicembre 16, 2010

Film in sala dal 17 dicembre 2010

The Tourist
(The Tourist)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia, Italia, USA
REGIA: Florian Henckel von Donnersmarck

American Life
(Away We Go)
GENERE: Commedia, Drammatico, Sentimentale
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: Sam Mendes

La banda dei Babbi Natale
(La banda dei Babbi Natale)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Paolo Genovese

La bellezza del somaro
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Sergio Castellitto

Le cronache di Narnia: il viaggio del veliero
(The Chronicles of Narnia: The Voyage of the Dawn Treader)
GENERE: Fantasy, Avventura
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Michael Apted

L'esplosivo piano di Bazil
(Micmacs à tire-larigot)
GENERE: Commedia
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Jean-Pierre Jeunet

Megamind
(Megamind)
GENERE: Animazione, Commedia, Family
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Tom McGrath

Natale in Sudafrica
(Natale in Sudafrica)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Neri Parenti

lunedì, dicembre 13, 2010

LA BANDA VALLANZASCA - Italia '70. Il cinema a mano armata (19)

LA BANDA VALLANZASCA
Regia: Mario Bianchi
Cast: Enzo Pulcrano - Gianni Diana - Antonella Dogan - Franco Garofalo - Stefania D'amario - Paolo Celli


IL FILM: Roberto (Enzo Pulcrano) evade dalla prigione insieme al suo compagno di cella Italo (Gianni Diana). Dopo aver tentato una rapina durante il matrimonio dei rampolli di due potenti famiglie mafiose, i due vengono assoldati da una misteriosa e potente organizzazione criminale dedita ai sequestri di persona.
Durante un posto di blocco, i due compari perdono la calma e danno vita ad un conflitto a fuoco con la polizia dove l'unico a restare in vita è Roberto.
Una volta messosi al sicuro, Roberto viene incaricato dall'organizzazione di portare a termine il sequestro della giovane figlia (Stefania D'amario) di un noto petroliere.

COMMENTO: Uno dei tanti film a bassissimo costo spediti nelle sale di seconda e terza visione per sfruttare il successo del filone più in voga del momento (come già accaduto con lo spaghetti-western).
Il film è sciatto, mal recitato, quasi privo di sceneggiatura, infarcito di dialoghi allucinanti che spesso sfociano nel comico involontario.
La sceneggiatura (se così la possiamo chiamare) ci regala alcune "chicche" indimenticabili già nella prima mezz'ora: Appena fuggiti di galera, Roberto e Italo si presentano al matrimonio dei figli di due potentissimi boss (come erano a conoscenza dell'evento?) e chiedono di Riccardo, un tale che ovviamente non conoscono, ma che subito mette a loro disposizione un arsenale che custodisce nel ristorante dove è in svolgimento il banchetto ( è noto che tutti gli invitati ad un matrimonio custodiscono quantità industriali di armi all'interno del ristorante), ovviamente i nostri "eroi" con quelle stesse armi prima ammazzano Riccardo e poi tentano di rapinare tutti gli invitati (chi non tenta di rapinare due famiglie malavitose al gran completo?) quando le cose si mettono male ecco sbucare dal nulla gli uomini dell'organizzazione (come sapevano che Roberto e Italo erano fuggiti di galera e si erano recati in quel locale?).
Finale assurdo, dove si rievoca (a parole) la situazione politico-sociale dell'Uruguay del '73, che ovviamente nulla a che spartire con quello che abbiamo visto sullo schermo.
Mi fermo qui, il resto ve lo lascio immaginare.
Totalmente inbarazzante il fatto che il titolo del film faccia riferimento a Renato Vallanzasca, estremo tentativo per cercare di attirare pubblico in sala, visto che nel film il bandito non viene mai citato e non vi è alcun riferimento alla banda della comasina.

CURIOSITA' e NOTIZIE: Il protagonista Enzo Pulcrano era un ex pugile (pesi medi).
Nei titoli di testa si può notare che la pellicola risulta essere prodotta dalla fantomatica "Canadian International Film", che doveva essere proprio ridotta male visto che il regista Mario Bianchi dichiarò in una intervista che non aveva neanche la pellicola per girare e che si era procurato degli spezzoni rovistando nei magazzini.

giovedì, dicembre 09, 2010

Film in sala dal 10 dicembre 2010

Cyrus
(Cyrus)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Jay Duplass, Mark Duplass

I due presidenti
(The special relationship)
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: Richard Loncraine

In un mondo migliore
(Hævnen)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Danimarca
REGIA: Susanne Bier

My Lai Four
GENERE: Azione, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Paolo Bertola

martedì, dicembre 07, 2010

L'ULTIMO ESORCISMO

L'ULTIMO ESORCISMO (Usa 2010)
Regia: Daniel Stamm

Il reverendo Cotton Marcus (Patrick Fabian) appartiene a una famiglia di predicatori da diverse generazioni.
In un recente passato ha avuto una crisi di fede dovuta alla malattia del figlio.
I suoi dubbi sull'esistenza di Dio, vengono tenuti ben nascosti ai suoi parrocchiani grazie ai suoi brillanti sermoni sempre ricchi di trovate.
Decide di confessare i suoi dubbi ad una troupe e rivela che in passato ha effettuato diversi esorcismi pur nutrendo forti dubbi sull'esistenza del diavolo.
Quando il reverendo viene contattato per lettera da Louis Sweetzer ( Louis Herthum) per esorcizzare la figlia Nell (Ashley Bell) a suo dire posseduta da un demone, l'uomo decide di fare quest'ultimo esorcismo ed accetta di essere filmato nel suo tentativo dalla troupe (tecnico del suono e cameraman) per dimostrare che i cosiddetti posseduti in realtà altro non sono che malati bisognosi di cure e attenzioni e che comunque il suo esorcismo può servire a far ritrovare un minimo di serenità al presunto posseduto e alla propria famiglia.
L'ultimo Esorcismo è un falso documentario (adesso va di moda scrivere Mockumentary, ma io sono all'antica) abbinato al ritrovamente della pellicola (anche qui sarebbe più figo scrivere found footage horror) mai troppo scontato e con buone trovate che procurano qualche brivido, anche se la parte più interessante è quella riguardante la "confessione" davanti alla mpd del reverendo che non nasconde che ormai i suoi sermoni ed i suoi esorcismi più che in nome di Dio, vengono fatti in nome dei dollari che servono per sostenere la famiglia.
Qualche dubbio lo lasciano alcune sequenze in cui le telecamere risultano essere palesemente due, mentre aderendo alla sceneggiatura dovrebbe essere solamente una.
Stesso discorso andrebbe fatto per il sonoro.
Da sottolineare una curiosità; tutti i personaggi del film, ad esclusione del reverendo e dell'indemoniata, hanno lo stesso nome di battesimo degli attori che li interpretano.
Presentato in anteprima italiana al 28° Torino Film Festival nella sezione "Rapporto Confidenziale". Produce Eli Roth.

lunedì, dicembre 06, 2010

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni

Dopo una breve sosta nella città dei balocchi l’omino con gli occhiali ritorna transfugo per occuparsi nuovamente di amore e tradimenti, di sogni ed illusioni, di uomini e di donne sullo sfondo di una città diventata una specie di succursale di un nuovo modo di pensare, più vicino ad un carosello artistico che ad un laboratorio di idee. Una scelta visibile innanzitutto nella mancanza di un personaggio forte, capace di produrre e catalizzare spunti drammaturgici, qui sostituiti da una pluralità di caratteri che replicano senza variazione di sorta i meccanismi di un intreccio già visto e destinato a concludersi con un finale largamente anticipato nell’incipit dalla citazione shakesperiana “la vita è piena di rumore e di furore e alla fine non significa nulla". Caratteristica, quella dell’originalità di cui il regista aveva sempre fatto a meno, trasformando la mancanza in un alternativa (la commedia umana è prima di tutto un giardino di vizi e virtù e successivamente il racconto della loro storia) fatta di battute fulminanti e paradossi esistenziali, di collisioni sbeffeggianti ma anche dolorose, dove in ogni caso intelligenza e buon umore ne uscivano sempre vincitori.
Niente di tutto questo avviene in “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”, in cui partendo dalle pene d’amor perduto di una delle protagoniste, una moglie abbandonata dal marito per una donna più giovane, assistiamo ad una ronda di relazioni (sentimentali) che si innescano e si sviluppano all’insegna di un insoddisfazione esistenziale che ha i toni chiaro scuri dell’Allen da trasferta. Alla solita scorpacciata di belle donne, alle quali il regista newjorkese sembra sempre più avvezzo, afflitte come sempre da irrequietezza bovariana si oppone un campionario maschile artefice del misfatto che fa saltare il banco. Ma questa volta la contrapposizione è forte di uno spessore psicologico appena accennato, con protagonisti che altrove avrebbero avuto ruoli secondari e che invece occupano scialbamente la ribalta (su tutti la coppia rappresentata da Sally/Watts Roy/Brolin) illustrando un mondo nel quale neanche la sublimazione dell’arte (lui è uno scrittore impegnato a riconfermare il successo del primo libro, lei una talent scout di un importante galleria d’arte) e dell’amore (le rispettive infedeltà non scioglieranno i rispettivi nodi esistenziali) riesce a dare un senso. Ed anche quando la storia si sofferma su binari secondari, come ad esempio l’amor fou tra Alfie e Sally, oppure quello tra Roy e Dia, lo fa con riferimenti ingenui (Sally è una prostituta che non ha perso il vizio) e scontati (l’attrazione di Roy si esplica in un vojerismo che assomiglia alla Finestra sul cortile), oppure con cambi di direzione talmente improvvisati da rasentare l’inverosimile. Si aggiunga l’espediente della voce narrante, già utilizzato dal regista per legittimare in chiave universale i motivi delle sue storie è qui mero tentativo di dare ossigeno ad una vicenda altrimenti impantanata nell’angusto orizzonte dell’aneddotto. Il resto sono abiti griffati, locali alla moda e liturgie modaiole di una classe troppo agiata per essere serena.

sabato, dicembre 04, 2010

Nowhere boy

Nowhere boy è una biografia sui generis perchè trattandosi di John Lennon ci si aspetterebbe molta musica ed aneddoti legati a quella fama; qui invece a farla da padrone è il periodo della prima giovinezza, quello in cui il nostro doveva ancora scoprire il proprio talento ed intanto faceva i conti con un emotività costretta ad affrontare il ritorno di una madre che lo aveva abbandonato, affidandolo alle cure severe di una zia senza sorrisi (Kristin Scott Thomas). Solido prodotto inglese improntato al rispetto delle regole Nowhere boy, per le caratteristiche da storia di formazione pretenderebbe di andare oltre la dimensione musicale per abbracciare gli interessi di un pubblico più ampio. In realtà i pregi di una ricostruzione dettagliata e di una recitazione inappuntabile diventano i limiti di un film che si mantiene sulla soglia delle cose per ribadire i fatti di una cronaca già annunciata. Nella parte del Beatles più famoso si distingue Aaron Johnson, attore in ascesa (Kick Ass ma anche Chatroom), capace di rendere l’eccezionalità del suo personaggio attraverso un recitazione istintiva ed allo stesso tempo controllata: un esame superato a pieni voti.

giovedì, dicembre 02, 2010

Film in sala dal 3 dicembre 2010

Il responsabile delle risorse umane
(The Human Resources Manager)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Germania, Francia, Israele
REGIA: Eran Riklis

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni
(You Will Meet a Tall Dark Stranger)
GENERE: Commedia, Sentimentale
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Spagna, USA
REGIA: Woody Allen

Jackass 3D
(Jackass 3-D)
GENERE: Azione, Commedia, Documentario
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Jeff Tremaine

L'ultimo esorcismo
(The Last Exorcism)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Daniel Stamm

Nowhere Boy
(Nowhere Boy)
GENERE: Biografico, Drammatico
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: Sam Taylor Wood

Tornando a casa per Natale
(Hjem til jul)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Germania, Norvegia, Svezia
REGIA: Bent Hamer

Tre all'improvviso
(Life as We Know It)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Greg Berlanti

We Want Sex
(Made in Dagenham)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Nigel Cole

mercoledì, dicembre 01, 2010

The killer inside me

Witterbottom non è uno che si lascia intimorire e, dando seguito ad un eclettismo condizionato da una prolificità funzionante a fasi alterne, si cimenta nel più classico dei generi, traducendo per il cinema l’omonimo capolavoro noir di Jim Thompson.
Ambientato in un America ancora affetta dalla sindrome di un sogno da cui si sarebbe tristemente risvegliata, "The Killer Inside me" è una dichiarazione sull’impossibilità di essere normali ed insieme il ritratto di una personalità costretta a fare i conti con i fantasmi di un passato che non si può cancellare.

In questo senso Lou Ford, sceriffo per necessità ed assassino per vocazione, è il prototipo di un umanità assuefatta al proprio orrore fino al punto di alimentarlo nella completa accettazione di questa anomalia. L’omicidio, così come la violenza, esercitata in un crescendo di sangue e crudeltà, non entrano mai in competizione con alcuna ipotesi di bene ma sono il risultato consapevole di un percorso viziato dagli abusi di una madre bambina e dall’omertà di una società che preferisce nascondere ciò che non si può mostrare.

Ma è proprio qui, in questo spazio da riempire per evitare di essere già morti che si inserisce il vitalismo contorto di un personaggio privo di attrattive e lontano dal fascino perverso dell’antieroe criminale: un "American Psycho" con la faccia ordinaria e le abitudini scontate a cui viene negato persino l’apparenza di una virilità ("la mancanza di lavoro" è la scusa per non portare la pistola) altrimenti sacrificata alla viltà delle sue azioni.

Alle prese con una materia "incandescente" non tanto per il surplus di misoginia evidentemente ribadito nella visibilità fin troppo insistita di certe scene, ma piuttosto per il tentativo di analizzare la "malattia" con quegli stessi strumenti che l’hanno prodotta (la mente dell’assassino ritorna anche nella voce fuori campo annullando qualsiasi tentativo di oggettività), Winterbottom si limita a riassumere il romanzo non riuscendo a farci entrare nel cuore di tenebra del suo protagonista. Immerso in una fotografia che riproduce in maniera stucchevole il quieto malessere di un paesaggio di matrice Hopperiana, il regista sembra più preoccupato a ricreare un estetica che a fornire il senso logico di una storia che procede alla cieca, senza alcuna plausibilità nella costruzione di una detection che seppur depotenziata dalla'assoluta centralità del protagonista rimane pur sempre il mezzo più efficace per tirare le fila di motivazioni che in questo caso rimangono ad un livello di superficialità tale da invalidare la necessità dell’intera operazione.

Accompagnato dalla voce strascicata del suo protagonista, un Casey Affleck dall’espressione insondabile, "The Killer inside me" rischia di essere ricordato solamente per il sadismo delle sofferenze inferte alla compagine femminile che per il contributo ad un genere per alcuni registi ancora improponibile.

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

venerdì, novembre 26, 2010

MACHETE



L'aveva detto ed ha mantenuto la promessa: nato come biglietto da visita del precedente "Grindhouse" ed in qualche modo espediente per sintetizzare l'estetica di un modello di cinema, l'Exploitation, resuscitato da un passato non troppo lontano, il trailer di Machete è diventato un film. Basterebbe già questa bizzara anomalia a spostare i livelli di simpatia dalla parte di un regista che sembra divertirsi un mondo a rileggere i generi, andando a ripescare idee ed estetiche di un cinema quasi primordiale rispetto alle grandi costruzioni visive della nostra contemporaneità.

La storia di Machete, ex agente federale, impegnato a vendicare lo sterminio della propria famiglia si mischia con quelle degli immigrati clandestini messicani, perseguitati da un governatore reazionario e da una serie di sgherri che sembrano usciti dal museo delle cere, catapultando il nostro eroe in una spirale di vendetta e redenzione.Buoni e cattivi, delitto e castigo, sacro e profano, stilemi del cinema "dell'autore" americano, trovano nel personaggio di Machete interpretato dall'ex galeotto Danny Treio, un altro scherzo di questo film, il terreno adatto per un manicheismo che lascia poco spazio all'immaginazione.

A metà strada tra "The Punisher" e "Terminator", e come loro affetto da una monolicità al limite dell'autismo, Machete è il Che Guevara di un cinema fatto ad uso e consumo di chi preferisce gli stimoli della pancia a quelli del cervello. Mani mozzate, teste che saltano, sangue a catinelle ma anche esposizione di corpi impegnati in improbabili accoppiamenti completano un panorama che avrà la propria catarsi nella scontata vittoria degli oppressi e nella parodiata punizione dei cattivi.

Realizzato con un economia che è ormai un marchio di fabbrica del cinema di Rodriguez, "Machete" si fa apprezzare a patto che si sia disposti ad accettare con atteggiamento ludico il suo spettacolo. In questo modo si avrà l'occasione di ritrovare attori dimenticati come Don Johnson, stelle Hollywoodiane come Robert De Niro, divertente e divertito, e sempre più disposto a lasciarsi coinvolgere in questo tipo di operazioni, Jessica Alba e Michelle Rodriguez, wild girls dalla pistola facile. Per tutti gli altri invece la sensazione di un divertimento programmatico. Si annunciano sequel.

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

giovedì, novembre 25, 2010

Film in sala dal 26 novembre 2010

A Natale mi sposo
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Paolo Costella

Ancora tu!
(You Again)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Andy Fickman

I poliziotti di riserva
(The Other Guys)
GENERE: Azione, Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Adam McKay

Il mio nome è Khan
(My Name Is Khan)
GENERE: Drammatico, Romantico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: India
REGIA: Karan Johar

La donna della mia vita
(La donna della mia vita)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Luca Lucini

Precious
(Precious)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Lee Daniels

Rapunzel
(Tangled)
GENERE: Animazione, Commedia, Musical, Family
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Nathan Greno, Byron Howard

The Killer Inside Me
(The Killer Inside Me)
GENERE: Drammatico, Thriller, Western
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Michael Winterbottom

venerdì, novembre 19, 2010

La scomparsa di Alice Creed

Passato alle cronache per la presenza di Gemma Arterton, ultima cartina di tornasole delle pruderie da cinema mainstrem, peraltro piuttosto annacquate dagli ultimi tentativi lontano dalla mecca hollywoodiana, "La scomparsa di Alice Creed" segna un punto a favore della sua interprete non tanto sotto il profilo della performance attoriale, basata su un copione che la vede quasi sempre legata e distesa su un letto in attesa che venga pagato il riscatto per la liberazione del suo personaggio, ma su quello della storia, per via di una sceneggiatura che una volta tanto riesce a rendere credibile le motivazioni psicologiche dei caratteri.
Riducendo al minimo le fasi che precedono il rapimento e lasciando ad un breve quanto rocambolesco finale la soluzione dell'intrigo, il film si concentra sulla dialettica che si istaura tra tre protagonisti, apparentemente separati dai rispettivi ruoli, ma in realtà uniti da un ambiguità di fondo che diventerà con il passare dei minuti il motivo centrale del film.
Ambientato in unico spazio, ove si eccettuino brevi scene in esterno inserite piu' per enfatizzare la sensazione di generale claustrofobia che si respira lungo tutto il film che per una reale necessità, "Alice Creed", attraverso il genere, prova a raccontare una società dominata dal denaro ed incentrata da rapporti di forza in cui l'uomo è lupo all'uomo e dove la distinzione tra vittima e carnefice è solo un illusione per sentirsi più buoni.
Seppur macchiato da alcune situazioni poco credibili per quanto riguarda l'accostamento sociale tra i personaggi, evidentemente lontani per istruzione e provenienza, per non dire degli stratagemmi operati sul genere (impensabile il susseguirsi di momenti topici in cui i tentativi di fuga della prigioniera vengono costruiti e poi smontati con espedienti inverosimili) al fine di giocare la partita sul piano del confronto mentale e psicologico, il film riesce a portare a casa il risultato.
A metà strada tra le ruvidezze proletarie di certo cinema Lochiano, che Blakeson riprende attraverso la presenza di Martin Compston, già interprete di Sweet Sixteen, e la patinata asetticita di molto cinema inglese dell' ultima generazione (4321 di Mark Davis e Noel Clarke) "La scomparsa di Alice Creed" merita almeno una visione.

Campagna "IO Proteggo i Bambini" di Terre des Hommes

In occasione della Giornata Mondiale per la Prevenzione della violenza, 19 NOVEMBRE 2010, dall’ 8 al 21 novembre Terre des Hommes invita tutti a indossare il nastro giallo, simbolo della campagna mondiale per la prevenzione dell’abuso sull’infanzia per dire: "IO proteggo i bambini, SI’ alla prevenzione contro gli abusi".

Anche I Cinemaniaci partecipa indossando il nastro giallo e diffondendo l'iniziativa.

Alla Campagna "IO Proteggo i Bambini" sarà abbinata dall’8 al 21 novembre 2010 una raccolta fondi con l’sms solidale 45509 da 2 euro da cellulari Tim, Vodafone, Wind, 3 e COOP Voce e da rete fissa Telecom. I proventi andranno a finanziarie le attività di protezione dell’infanzia in Colombia (per bambini vittime di tortura), Mauritania (minori in conflitto con la legge) e Perù (bambini lavoratori) di Terre des Hommes.

Se desideri unirti e saperne di piu', visita il sito dedicato:

"IO Proteggo i Bambini" di Terre des Hommes

giovedì, novembre 18, 2010

Film in sala dal 19 novembre 2010

Saw 3D
(Saw 3D)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Kevin Greutert

Dalla vita in poi
GENERE: Commedia
ANNO: 2010 DATA:
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Gianfrancesco Lazotti

Harry Potter e i doni della morte (Parte 1)
(Harry Potter and the Deathly Hallows: part I)
GENERE: Azione, Fantasy, Avventura, Mystery
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: David Yates

I fiori di Kirkuk
(Golakani Kirkuk)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: India, Irak
REGIA: Fariborz Kamkari

Io sono con te
(Io sono con te)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Guido Chiesa

L'estate di Martino
GENERE: Commedia
ANNO: 2009 DATA: 19/11/2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Massimo Natale

Scott Pilgrim vs. the World
(Scott Pilgrim vs. the World)
GENERE: Azione, Commedia, Avventura
ANNO: 2010 DATA: 19/11/2010
NAZIONALITÀ: Canada, USA
REGIA: Edgar Wright

Un marito di troppo
(The Accidental Husband)
GENERE: Commedia
ANNO: 2008 DATA: 19/11/2010
NAZIONALITÀ: Irlanda, USA
REGIA: Griffin Dunne

lunedì, novembre 15, 2010

Mangia, Prega, Ama



L’età di mezzo è, specialmente nella sua dimensione femminile, una
linea d’ombra che il cinema ha visitato con una predilezione che è
sempre stato sintomo di modernità. Assieme a questa la performance di
attrici che nell’interpretare donne sull’orlo della crisi hanno
trovato la maniera di esprimere anche il proprio momento personale.
Chissà se anche Julia Roberts, alle prese con il passare del tempo e
con una seconda parte di carriera ancora da definire, ha intrapreso
questa nuova avventura con le stesse aspettative.



Di certo il personaggio di Liz Gilbert, esponente di un upper class
alle prese con le conseguenze di una vita immolata al decoro sociale
ed improvvisamente catapultata nel vuoto di quella costruzione, le
calza a pennello soprattutto nella similitudine con una condizione di
raggiunto benessere che rischia di mandare in crisi di astinenza un
umanità abituata a ragionare per obiettivi. Accade così che Liz, nel
mezzo di una vita apparentemente felice divorzi dal marito ed
intraprenda un viaggio attraverso i continenti alla ricerca
dell’equilibrio perduto. Rigorosamente declinate secondo le azioni del
titolo, Italia, lIndia e Bali rappresentano altrettante tappe di un
iniziazione alla felicità che dovrà necessariamente passare attraverso
gioia e sofferenza.

Costruito come una guida della salute, "Mangia Prega Ama", risulta
impeccabile nell’esposizione del proprio prodotto: scorci da
cartolina, città ripulite da qualsiasi forma di inquinamento,
ambientale ed umano, personaggi che parlano per slogan e soprattutto
una profusione di oggettistica che farebbe la felicità di qualsiasi
turista in cerca di un ricordo da portare a casa. Entra invece in
crisi quando deve dare sostanza ad un incipit che da solo potrebbe
rappresentare il manifesto di una nuova spiritualità. Ancora una volta
infatti è la cornice a rimanere impressa: l’alternanza dei paesaggi,
gli interni di certe abitazioni, la ritualità degli incontri e degli
addi, entrambi schematicamente inseriti all’interno dei diversi quadri
in cui il film è suddiviso, sono messi in risalto dalla cura della
confezione e dall’insistenza della macchina da presa, mentre il
percorso di rinascita della protagonista sembra appartenere al normale
decorso delle cose più che alla scoperta di una nuova sensibilità. Ed
è un vero peccato per il film e per la sua attrice, come Tom Cruise,
di cui pare sempre di più la versione femminile per il conformismo
delle scelte, preoccupata di non uscire dai limiti di una
trasgressione calcolata e definita all’interno del circuito di
omologazione hollywoodiano. Due grandi attori a cui non farebbe male
una crisi reale, di quelle che ti cambiano gli orizzonti. Ne
gioverebbero loro ed anche il pubblico

giovedì, novembre 11, 2010

Film in sala dal 12 novembre 2010

Devil
(Devil)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Drew Dowdle, John Erick Dowdle

La scuola è finita
GENERE:
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Valerio Jalongo

Noi credevamo
GENERE: Drammatico
ANNO: 2008
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Mario Martone

Porco Rosso
(Kurenai no buta)
GENERE: Animazione, Fantasy, Avventura
ANNO: 1992
NAZIONALITÀ: Giappone
REGIA: Hayao Miyazaki

Stanno tutti bene
(Everybody's Fine)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Kirk Jones

The Social Network
(The Social Network)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: David Fincher

Ti presento un amico
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Carlo Vanzina

Unstoppable
(Unstoppable)
GENERE: Azione, Drammatico, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Tony Scott

martedì, novembre 09, 2010

MARY

Per anni tormentato da rovelli sirituali e costretto a rantolare nei miasmi di una cinematografia diventata sempre più paradigma di un anima lontana dalla propria assoluzione, Abel Ferrara riesce dunque a realizzare il suo film “religioso”. Forse non è un caso che lo abbia girato in italia, la terra che ne supporta l’esilio ed in cui trova sede formale quel dogma spesso interrogato dal regista americano. Sicuramente agevolato nella ricerca dei capitali dall’interesse suscitato dal filone apocrifo tornato in auge anche grazie alla pellicola di Ron Howard, Ferrara ne riprende almeno formalmente la carica eversiva intitolando la sua opera con il nome della prostituta salvata dal Messia e secondo la leggenda divenuta la sua discepola prediletta.

Il pretesto per l’ennesima escursione nella storia religiosa è la pellicola che il regista americano Modine sta girando ed il cui titolo “Questo è il mio sangue” ripropone ancora una volta la riscrittura del Vangelo alla luce di una fede personale e lontana dalla lettura ufficiale di quegli avvenimenti. Fin da subito quindi il cinema di Ferrara è non solo un mezzo per raccontare storie di mala/fede, attraversate da personaggi sempre ai limiti della sanità mentale ,Binoche/Mary dopo poche scene entrerà in una crisi personale che la porterà ad allontanarsi dalle scene alla ricerca di Dio, oppure divorati da un male oscuro (Modine/Anthony Childress) dipendente dalla propria opera cinematografica e rinchiuso in una camera di proiezione la cui oscurità è foriera di un salto nel vuoto irreversibile), ma più che altro un modo per mettere in atto un espiazione riflessa e frantumata nei personaggi che occupano la scena. L’attrice pentita, il regista outsider, e poi ancora il giornalista televisivo interpretato da Forest Withaker, punto di raccordo e centro della storia, con una talk show televisivo che indaga sull’essenza di una religiosità di cui lui stesso sembra ignorare la sostanza, sono la trinità in cui si divide lo sguardo del regista. Una schizofrenia lucida e moderna, dilaniata dai problemi personali (il giornalista tradisce la moglie in attesa del suo bambino per poi cadere in prostrazione quando questa rischia di perderlo), ma ancora capace di allargarsi al mondo circostante: il cinema prima di tutto, affrontato anche alle radici attraverso le parole degli apostoli e di Mary che si interrogano sul significato del “vedere” e che alludono ad un estetica sempre in bilico tra il cuore e la mente, ma anche i media, al centro dell’attenzione per motivi di sceneggiatura e per un primato a cui anche la settima arte deve sottostare (è lì che succede tutto dice un personaggio riferendosi al potere persuasivo del mezzo catodico), per non parlare degli effetti disumani prodotti dalle intolleranze culturali, esposti in maniera impietosa con un pezzo di repertorio televisivo in cui un padre ed un figlio diventano le vittime innocenti di una guerra combattuta nel nome di Dio.

Insomma un Ferrara a tutto campo che continua il suo viaggio personale nei recessi dei propri tormenti (le riprese con Withaker che attraversa la città in uno stato di catalessi, evidenziata da uno sfondo sfocato e rallentato, sono il segnale di una realtà filtrata dallo stato d’animo del personaggio) riproponendo domande destinate a rimanere insolute. Il disagio generale tradotto con una forma continuamente reinventata- cinema classico nelle scene “religiose” e della vita di “Mary” si alternano a interviste giornalistiche la cui finzione è in qualche modo messa in dubbio dalla presenza di interlocutori che appartengono alla cultura del nostro tempo e le cui risposte potrebbero appartenere a vere e proprie lezioni specialistiche, per non dire degli inserti da cinegiornale- trova la sua linearità in una volontà che è disposta a tutto, anche a reinventare New York in una Roma assolutamente riconoscibile, pur di arrivare al nocciolo della questione. E come se Ferrara, da sempre riottoso ai teoremi istituzionali (il Vaticano accusato di disciplinamento culturale e psicologico è oggetto di un invettiva tanto veloce quanto definitiva), abbia scelto il tema evangelico e la vicenda di Mary, una fuoriuscita come lui, per tentare di tirare le fila del suo cinema ed insieme di ripartire, disfandosi di fardelli ormai metabolizzati (ed infatti il film successivo, “Go Go Tales”, sarà caratterizzato da una leggerezza inedita nella filmografia del regista). Trattato come un episodio interlocutorio anche dai fan più accaniti, Mary è in realtà cartina di tornasole di un cinema che non ha ancora deciso di abdicare.

giovedì, novembre 04, 2010

Ciao Elisa

Dedicato ad Elisa Golvert, coordinatrice e factotum di Ondacinema.it che ci ha lasciato ieri notte. Non ti dimenticherò.

Nickoftime

Film in sala dal 5 novembre 2010

A cena con un cretino
(Dinner for Schmucks)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Jay Roach

Due cuori e una provetta
(The Switch)
GENERE: Commedia, Sentimentale
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Josh Gordon, Will Speck

La scomparsa di Alice Creed
(The Disappearance of Alice Creed)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: J Blakeson

Last Night
(Last Night)
GENERE: Drammatico, Sentimentale
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia, USA
REGIA: Massy Tadjedin

L'immortale
(L'Immortel)
GENERE: Drammatico, Poliziesco, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Richard Berry

Potiche - Quel genio di mia moglie
(Potiche)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: François Ozon

Una vita tranquilla
(Una vita tranquilla)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Germania, Francia, Italia
REGIA: Claudio Cupellini

mercoledì, novembre 03, 2010

ANIMAL KINGDOM

ANIMAL KINGDOM
Regia: David Michod


Joshua (James Frecheville), non proprio quel che si dice un ragazzo sveglio, dopo la morte della madre, si trasferisce a casa dei temibili criminali zii materni e della nonna (Jacki Weawer).
Il capo della banda a conduzione famigliare, Pope Cody (Ben Mendelson) vive nascosto perchè una squadra di poliziotti che non riesce ad incastrarlo ha deciso di farlo fuori. Quando la tensione tra la famiglia e una parte della polizia sfocia in guerra, Joshua si ritrova ad essere bersaglio.
Scena iniziale: su un divano sono seduti il giovane Joshua, completamente rapito da un quiz trasmesso alla tv, e sua madre che pare dormire profondamente.
Entrano due operatori sanitari che chiedono se è stato lui a chiamare l'ambulanza e perchè. Il giovane risponde svogliatamente che è stato lui a chiamarli e continua a guardare la tv. Poco dopo scopriamo che la mamma di Joshua è morta di overdose.
Basta questa prima folgorante sequenza, per capire che ci troviamo dinanzi a un film interessante, mentre, quello che verrà dopo ci porterà a considerare Animal Kingdom un ottimo, grande film.
Il regno animale del titolo è quello della criminalità di Melbourne dove le bestie annoverano tra le loro fila la famiglia Cody, bestie in pericolo che rischiano di essere sbranate da altre bestie.
Animal Kingdom (Premio speciale della giuria al Sundance 2010) è lo spettacolare esordio di David Michod, che dimostra di conoscere bene la materia trattata, infatti nonostante la tanta carne al fuoco, riesce ad essere sintetico e contemporaneamente a tratteggiare perfettamente le psicologie dei protagonisti.
I Cody sono animali feriti, senza scampo, destinati a morire, ma ancora capaci di sferrare colpi letali e Michod li bracca con la sua mdp, gli toglie respiro, si insinua nelle loro menti tossiche e amorali.
Nel noir del regista australiano non c'è spazio per inseguimenti spettacolari e infinite sparatorie, tutto si risolve con poche disturbanti parole e pochissime pallottole, al resto ci pensa nonna Smurf che con le sue unghie curatissime e trucco da vecchia baldracca, bacia sempre un pò troppo a lungo i propri figli, tanto da mettere i brividi e farci pensare a passate relazioni incestuose.
Più che Martin Scorsese, al sottoscritto il film richiama i lavori di Abel Ferrara e l'ultimo David Cronenberg.
Cupissimo, disturbante, torbido, malsano e ..... bellissimo!

martedì, novembre 02, 2010

SOUL KITCHEN

SOUL KITCHEN
di F Akin


Celebrato dai festival ed accolto con rispetto dal pubblico pagante Fatih Akin non si è montato la testa: così dopo due film di struggente bellezza ma anche pieni di quelle seriosità che da anni rappresentano la caratteristica indispensabile per buona parte dei Mujaheddin culturali, il regista turco tedesco fa un passo indietro, o forse in avanti, mettendo in scena una pochade culinario musicale che pur non perdendo nulla di quella commistione interraziale e meticcia altrove rappresentata, la rinnova nella consapevolezza di un “Nostos” finito laddove era cominciato (per una volta il passaporto dei protagonisti non si traduce in uno spostamento geografico ed emotivo) e di un’affabulazione priva di requisiti sanguinolenti e disgreganti .

In termini esistenziali “Soul Kitchen”, per le caratteristiche intrinseche del microcosmo rappresentato - le facce che l’attraversano ma anche la musica appartengono ad un mondo capace di accogliere le influenze più disparate - è una terra promessa a domicilio, in cui è possibile ricreare le condizioni per essere felici. Così accade anche a Zios, greco trapiantato in Germania, ed al di lui ristorante da cui il film prende il titolo, alleati in una scommessa che va controcorrente, uniti dalla voglia di concedersi agli altri senza mezza termini e senza nessun tornaconto: il fratello senza arte né parte, la moglie algida ed un po’ fedigrafa, la cameriera scostante ma dal cuore d’oro e pure la fisioterapista che lo sta curando da un mal di schiena che lo perseguiterà per tutto il film sono l’esempio, nella loro diversità ma anche nell’accettazione con cui il protagonista le comprende, di questa nuova leggerezza.

Abituato a non farsi mancare niente, Akin si concede ancora una volta il lusso di relegare a comprimari i volti noti del suo cinema per lasciare spazio ad un attore poco noto, almeno a questi livelli, ma altrettanto efficace : Adam Bousdoukos, nella parte di Zinos, corpo generoso e faccia da guappo, è infatti il valore aggiunto di un film come al solito supportato da un energia che sembra condensare in un sol colpo la pazzia tizgana dell’umanità Kusturichiana con atmosfere che ricordano molto scampoli di cinema alla Aki Kaurismäki. Ed anche le mancanze,come quella di alcune situazioni che sembrano solo un pretesto per un sottofondo musicale - ad un certo punto il ristorante si trasforma in una sala di prove musicali, oppure di alcuni personaggi che fanno appena capolino, si pensi alla fisioterapista destinata a rappresentare un cambio di direzione senza averne la forza necessaria in termini di scrittura, oppure a Shayn, cuoco pazzoide ma pieno di talento improvvisamente tolto di mezzo per dare lustro all’avvenuto cambiamento del protagonista, per non dire del buonismo che pervade anche le azioni più crudeli, diventano accettabili in un impianto che riesce ad essere barocco nella sostanza ed equilibrato nella forma. Premiato con il premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Venezia del 2009, Soul Kitchen rappresenta un ottimo vaccino al pessimismo dilagante della nostra contemporaneità.


venerdì, ottobre 29, 2010

SALT

Salt
di Philipp Noyce


Abituato al riciclaggio e con l’estro ridotto al lumicino il Tycon americano è spesso costretto ad affidarsi all’inesauribile miniera iconografica e mitologica di quel cinema per supplire all’assenza di una qualunque variazione. Un assemblaggio di incastri e meccanismi prelevati dal già visto, e ripuliti quel che basta per inventarsi un nuovo titolo.
Un gioco scoperto, ma non per questo meno subdolo perché in questo caso, disegnato sugli istinti di una paese in dialettica continua con i fantasmi del passato. E così dopo anni di iperboli mediorientali e teocrazia satellitare Hollywood torna all’antico riproponendo scenari da guerra fredda, ed una Nikita "bipolare" Evelyn Salt, pescata dalle ceneri dell’action movie più recente. Agente della Cia in fuga dalla propria vita e dall’accusa di cospirare a favore della Russia, la nostra si ritroverà coinvolta in una corsa contro il tempo per fermare il pericolo di un nuova escalation nucleare organizzato da fantomatici figuri.

Essere pensante ed arma letale sfuggita al controllo, Salt, invade gli spazi di un immaginario tutto maschile portandosi dietro una femminilità per nulla mortificata dalle movenze e dagli equipaggiamenti che appartengono al mestiere, ma al contempo si mantiene sottotono rispetto ad un estetica di corpi inguainati e curve mozzafiato che la stessa attrice ha contribuito ad alimentare: una decisione coraggiosa, quella dei produttori, di valorizzare gli aspetti psicologici del personaggio e le qualità recitative di una star conosciuta soprattutto per la sua avvenenza fisica. Femmina per niente fatale quindi, la nostra è una donna chiamata a risolvere le ambiguità di una personalità che il film fa emergere all’inizio del film e che in parte dovrebbero giustificare i cambiamenti di percorso di una storia caratterizzata dal continuo ribaltamento dei ruoli e delle dinamiche che legano i vari personaggi, sullo sfondo di una sfida senza esclusione di colpi.

Intenzioni lodevoli ma penalizzate da un impianto che non riesce a sostenere il bagaglio psicologico e le sfumature dell’assunto: nella contesa tra cinema pensato e quello fracassone è il secondo a uscire vincitore perché più funzionale ad un prodotto che vuole soprattutto guadagnare: inseguimenti urbani, sparatorie telefonate ma soprattutto un andamento che tende ad accumulare situazioni senza svilupparle, sembrano il risultato di un gioco pensato al risparmio, ed anche volendo stare dalla parte di coloro che dell’arte se ne infischiano, Salt appare deficitario persino dal punto di vista spettacolare, irrigidendosi su un atmosfera di plumbeo pessimismo che fa il paio con la fisionomia da sfinge della sua interprete. Aspettando gli esiti di un botteghino fin ora incoraggiante, il film si conclude restando aperto ad una possibile sfruttamento seriale. Come al solito una questione di soldi.

(pubblicato su ONDACINEMA)

(10-09-2010)

giovedì, ottobre 28, 2010

Film in sala dal 29 ottobre 2010

Maschi contro Femmine
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Fausto Brizzi

Adam Resurrected
(Adam Resurrected)
GENERE: Drammatico, Guerra
ANNO: 2008
NAZIONALITÀ: Germania, Israele, USA
REGIA: Paul Schrader

Bhutto
(Benazir Bhutto )
GENERE: Documentario, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA, Pakistan
REGIA: Johnny O'Hara, Duane Baughman

Il regno di Ga' Hoole – La leggenda dei guardiani
(Legend of the Guardians)
GENERE: Animazione, Fantasy, Avventura
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Australia, USA
REGIA: Zack Snyder

L'illusionista
(L'Illusionniste)
GENERE: Animazione
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Sylvain Chomet

Mammuth
(Mammuth)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Benoît Delépine, Gustave de Kervern

Salt
(Salt)
GENERE: Spionaggio, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Phillip Noyce

Winx Club in 3D – Magica Avventura
GENERE: Animazione
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Iginio Straffi

Animal Kingdom
(Animal Kingdom)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Australia
REGIA: David Michôd