sabato, gennaio 19, 2013

Il Kino ospita il Raindance Festival

                                                                   

 
23 / 27 gennaio 2013 c/o Il Kino - Roma

(via Perugia 34, Roma)

Il Kino ospita il Raindance Festival:
aperte le iscrizioni ai workshop con il guru Elliot Grove,
proiezioni e incontri sulla produzione low e no budget  


Dal 23 al 27 gennaio 2013, il Kino ospita il Raindance Film Festival di Londra. Conosciuto in tutta Europa, il Raindance è – e non solo ironicamente, come si evince dal nome – la versione europea del Sundance di Robert Redford e arriva in Italia, dopo essere già da un anno sbarcato a Berlino al cinema Sputnik. Sinonimo di produzioni indipendenti, low budget, no budget, corti, lungometraggi e documentari, il Raindance è diventato la vetrina europea dei veri indipendenti, quelli che alle spalle, oltre a non avere un broadcaster, non hanno che gli amici – seppur bravi e talentuosi.

Ospite d’onore del festival, il fondatore Elliot Grove, convinto fautore dello “Yes, we can” in versione cine-narrativa, che ha impresso al Raindance il sigillo del laboratorio: da vetrina, si è infatti trasformato in fornace di talenti.  Con i suoi workshop noti in tutto il mondo (frequentati, tra gli altri, anche da Sacha Baron Cohen, Guy Ritchie e Christopher Nolan), Grove sostiene che “non insegniamo film-making, noi facciamo film-makers”.


L’apertura della rassegna, mercoledì 23 gennaio alle ore 18:30 è affidata a un evento gratuito, dal titolo 99 Minutes Film School, un incontro che, offrendo consigli e trucchi del mestiere, spiega le basi per fare un film, fino a fornire i mezzi indispensabili per lanciare un prodotto cinematografico. Da come trovare una sceneggiatura fattibile, al reperimento di cast e troupe, a come far vedere e circolare il vostro film, senza scordare l’uso dei social media per filmmakers. Quindi, in crescendo, come arrampicarsi sulla  scala del successo, come distribuire un film e infine..come farsi pagare! A margine di questo primo incontro, i due workshop a pagamento (tutte le info sul sito www.ilkino.it e alla mail info@ilkino.it).

giovedì, gennaio 17, 2013

Film Telecomandati - VAMOS A MATAR COMPANEROS

Film Telecomandati
VAMOS A MATAR COMPANEROS (1970)
Regia: Sergio Corbucci
Cast: Franco Nero - Tomas Milian - Iris Berben - Jack Palance - Fernando Rey
In onda: nella notte tra il 17 e 18 gennaio alle ore 01.15 su Iris.



Vamos a matar companeros è uno dei maggiori esempi di spaghetti-western appartenente al sottofilone politico-rivoluzionario.
Questo sottofilone (che ebbe riflessi anche nel cinema d'autore con film come Quien sabe? di Damiano Damiani) miscelava, a volte in maniera troppo ardita, istanze terzomondiste, filosofia maoista e istinti rivoluzionari, catapultando il tutto in un mondo fatto di pistoleri, rivoluzionari duri e puri, cacciatori di taglie, arroganti proprietari terrieri, traditori del popolo.

Solita coproduzione italo-spagnola con partecipazione tedesca, il film di S. Corbucci si posa su una sceneggiatura solida che si serve della rivoluzione messicana per raccontare le avventure picaresche dei protagonisti.

Cast di assoluto livello con un Franco Nero al meglio e Fernando Rey che garantisce quel qualcosa in più.
Su tutti svetta Tomas Milian (non doppiato) con basco alla Che Guevara e ghigno irresistibile.

Una particina anche per la tedesca Karin Schubert, che a metà degli anni '80 divenne una delle attrici porno più note.
Film imperdibile anche per i non frequentaori del genere.
Indimenticabile il motivo musicale di Ennio Morricone che porta lo stesso titolo del film:

Levantando en aire los sombreros
vamos a matar, vamos a matar, compañeros!
Pintaremos de rojo sol y cielos,
vamos a matar, vamos a matar, compañeros!
Hay que ganar moriendo, pistoleros,
vamos a matar, vamos a matar, compañeros!
Hay que morir venciendo, guerrilleros,
vamos a matar, vamos a matar, compañeros!
Luchando con el hambre, sin dineros,
vamos a matar, vamos a matar, compañeros!
Estudiantes, rebeldes, bandoleros,
Vamos a matar, vamos a matar, compañeros!
Hermanos somos, reyes y obreros,
Vamos a matar, vamos a matar, compañeros!

Cloud Atlas

Cloud Atlas
di Wachowsky, Tykwer
con Tom Hanks, Halle Barry, Ben Whishaw
USA, Germania, Singapore, Hong Kong
durata 172
 
Strano percorso quello dei fratelli Wachowski. Habituè del cinema mainstream di cui certamente utilizzano le forme, i due autori ad ogni film non smentiscono la loro fama di registi alternativi procedendo con metodica determinazione alla costruzione di una cosmogonia che partendo da situazioni note della nostra contemporaneità la rimodellano secondo i parametri di un sincretismo filosofico e spirituale aggiornato alle consapevolezze del nuovo millennio. E così dopo il botto del primo “Matrix”(1999) ed alcuni episodi interlocutori la “nuova religione” torna a farsi viva in questo “Cloud Atlas”, ultima fatica dei fratelli Wachowski per l’occasione affiancati dal collega tedesco Tom Twicker (Lola corre,1998). Sviluppando un canovaccio che interseca personaggi e storie diluite nel tempo e nello spazio gli autori del film affermano l’esistenza  di un “anima mundi” capace di riflettersi e moltiplicarsi attraverso i secoli della storia, presentando situazioni e personaggi apparentemente distanti ed invece collegati tra di loro dall’unicità di quella fiamma primigenia da cui tutto deriva. All’insegna delle vite precedenti, le esistenze dei vari protagonisti si srotolano come un unico grande romanzo dove a cambiare è solo l’involucro, adattato di volta in volta alle varie contingenze ma sempre accompagnato da una concatenazione di anime che alla maniera dell’araba fenice muoiono e si rigenerano assecondando corrispondenze misteriose ed affascinanti. Come un boomerang scagliato da un ignaro lanciatore ogni gesto, ogni azione, bella o cattiva che sia, si riflette nell’universo temporale abbracciando le vite di altrettanti ignari destinatari che lo accolgono trasformandolo in qualcosa di diverso eppure uguale, in qualche modo ricollegato al punto di partenza. 

Per questo motivo la bellezza di un film come “Cloud Atlas”, impegnativo sia nella lunghezza del minutaggio (si superano le tre ore) che nei continui andirivieni spazio temporali non risiede nell’analisi dei singoli microcosmi che il film mette in piedi, ma nella visione complessiva, in cui l’assunto del film, “Tutto è connesso”, viene reso da un montaggio davvero sopraffino, capace di realizzare un rapporto causa effetto a volte chiaro, altre volte sottile, che si rivela soprattutto a chi è capace di sintonizzarsi con il ritmo di un film che procede come flusso di coscienza. In questo modo lo spettatore più che appassionarsi alle singole vicende, di per se abbastanza scontate tanto negli sviluppi quanto negli esiti, può trovare le sue soddisfazioni  nel purezza delle immagini, naive come si conviene ad un film che ha l’ardire di rappresentare le forme dell’anima. Interpretato da un cast  di multiforme lucentezza (Tom Hanks, Halle Berry, Ben Whishaw tra gli atri) “Cloud Atlas” deluderà le aspettative di quanti avrebbero voluto il seguito di “Matrix”. Qui invece il dettaglio spettacolare è sopraffatto dal senso di una riflessione che si nutre di meraviglia e di scoperta più che delle possibilità offerte dagli effetti digitali. Il make up vistosamente applicato sulle facce degli attori rende come meglio non si potrebbe il carattere accessorio della corporeità dell’essere umano: tanto artificiali e goffe sono alcune di quelle acconciature, tanto è leggero e vitale lo slancio che da esse viene fuori.

mercoledì, gennaio 16, 2013

Cercasi amore per la fine del mondo

Cercasi amore per la fine del mondo
(Seeking a friend for the end of the world)

regia di Lorene Scafaria
con Kiera Knightley, Steve Carell
Usa, 2012
durata, 94

Quando due attori riescono a salvare un film, anzi quando due attori all’interno di una scena possono salvare un film. Anzi per dirla tutta, quando due attori all’interno di una sequenza indimenticabile riescono a dare senso ad un film altrimenti dimenticabile. Gli attori sono Steve Carrell e Keira Knightley, la sequenza è quella che li vede rispettivamente nei ruoli di Dodge e Penny, distesi sul letto a consumare gli ultimi istanti di un mondo che sta per scomparire.

Quel momento è il culmine di una storia d’amore anomala, nata in circostanze altrimenti impossibili, non tanto per la differenza di età tra Dodge, maturo quarantenne, e Rose, ragazza della porta accanto, ma piuttosto per una predisposizione mentale che fino a quel momento aveva impedito ad entrambi di accorgersi dell’altro nonostante la vicinanza quotidiana. Il film sceglie quindi di forzare le cose utilizzando il subbuglio emotivo provocato dall’infausta circostanza per immaginare un incontro nato dalla voglia di esternare le rispettive delusioni sentimentali.

Dodge infatti è stato appena mollato dalla moglie per un uomo di cui ignorava l’esistenza; per Penny invece si è trattato solamente di prendere atto di una storia che non aveva mai funzionato.
Con questa predisposizione la loro intesa assume dapprima i connotati di un patto di mutuo soccorso: in mezzo ad un mondo che cade a pezzi ed in cui tutti perdono la testa, abbandonandosi agli istinti ed alla disperazione, l’esistenza è ancora in grado di fornire un ultimo desiderio: lui intende incontrare la donna che aveva amato prima di sposarsi, lei invece vorrebbe ricongiungersi con il resto della famiglia. Mete diverse che i due decidono di raggiungere insieme per darsi manforte lungo il viaggio, o forse perché l’amicizia si sta trasformando qualcosa di più.  In mano a Lorene Scafarla la vicenda si sviluppa come un classico “buddy movies” in cui i due protagonisti scopriranno l’amore nel corso di un viaggio costellato di piccoli imprevisti e grandi emozioni. Nulla di eccezionale, e se vogliamo in linea con le opere che ultimamente sono nate sulla scia delle profezie sulla fine del mondo, incentrate su una sorta di de profundis in cui personaggi liberati, per ovvi motivi, dalle proprie inibizioni. sono liberi di essere se stessi fino in fondo.

A differenza dei suoi predecessori però sotto il velo di mestizia e malinconia “Seeking a Friend for the End of the World” è capace di sviluppare un sentimento d’amore reale e profondo. A renderlo tale soprattutto la bravura dei due attori, e l’alchimia che gli consente di parlare con gli occhi e con il cuore prima ancora  che con le parole. E poi quella scena finale, da vietare non solo a chi si commuove facilmente, ma anche a chi ha fondato la propria virilità sul controllo delle emozioni. Difficile farlo mentre lo schermo si riempie delle lacrime di Penny, e della voce rotta dal pianto di chi vorrebbe vivere per sempre quell’amore così bello. Accanto a lei non è meno commovente Dodge, che la affianca con lo sguardo di chi è grato alla vita per aver conosciuto un sentimento così grande. Farell e Knightely sono di un’intensità stupefacente ma la regista ci mette del suo quando lascia che sia l’ anelito di un contatto fisico continuamente sublimato a sancire la perfezione di quell’unione.
(icinemaniaci.blogspot.com)

(recensione del 20-dic-2012)

Film in sala dal 17 GENNAIO 2013

CERCASI AMORE PER LA FINE DEL MONDO
Seeking a Friend for the End of the World
di Lorene Scafaria
con Steve Carrell e Keira Knightley
101 min - USA 2012



DJANGO UNCHAINED
di Quentin Tarantino
con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Kurt Russell, Sacha Baron Cohen, Samuel L.Jackson, Kerry Washington, Leonardo Di Caprio
165 min - USA 2013



QUALCOSA NELL'ARIA
Après Mai
di Olivier Assayas
con Clement Metayer, Lola Creton, Felix Armand, Carole Combes
122 min - FRA 2013



GHOST MOVIE
A Haunted House
di Michael Tiddes
con Marlon Wayans, Nick Swardson, Alanna Ubach
80 min - USA 2013



REC 3 - LA GENESI
Rec 3: Génesis
di Paco Plaza
con Carla Nieto, Leticia Dolera, Diego Martin, Ismael Martinez
90 min - ESP 2012

Film Telecomandati - ...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA'

Film Telecomandati
...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA' (1981)
Regia: Lucio Fulci
Cast: David Warbeck - Katherine MacColl - Sarah Keller
In onda: il 16 gennaio alle ore 00.40 su Iris


Probabilmente l'opera più visionaria di Lucio Fulci, che si lancia nella moda horror del momento, quella delle case infestate, infatti, all'epoca, erano freschi di successo Shining di S. Kubrick e Inferno di D. Argento.

New Orleans: un pittore sospettato di stregoneria è al lavoro presso un hotel. Dal fiume a bordo di una barca arrivano alcuni uomini incappucciati armati di catene e torce. Il pittore viene portato nella cantina dell'albergo e crocifisso! Partenza sparata per il maestro Fulci che durante questa pellicola "delizierà" gli spettatori con scene diverse raccapricianti grazie agli effetti speciali di Giannetto De Rossi e Maurizio Trani.

Prodotto da Fabrizio De Angelis e sceneggiato da Dardano Sacchetti, L'aldilà arriva nelle sale il 29 aprile 1981 ed incassa meno di 750 milioni di lire, ma come spesso succede con i film di Fulci, successivamente conquista i mercati esteri.

L'aldilà, come consuetudine per tutti i film di Fulci fu stroncato dalla critica, di seguito alcuni esempi:

"...il primato il film lo tocca soltanto nello stomachevole. E siamo sinceri: a tale livello,è più tollerabile la pornografia." - (Corriere della Sera 14.06.1981);


"...il risultato è solo quello del solito teatrino del macabro interpretato da personaggi scontati..." (La Repubblica 06.06.1981).

Ovviamente la versione televisiva è alleggerita delle sequenze più truci.

lunedì, gennaio 14, 2013

Django Unchained

Django Unchained
di Quentin Tarantino
con Jamie Foxx, Cristoph Waltz, Leonardo Di Caprio
Usa 2012
Durata 165'

Comunque la si voglia mettere e nonostante i suoi malesseri  la tradizione del cinema italiano continua ad essere fonte d’ispirazione per i registi di tutto il mondo. E se non stupisce l’attenzione e la stima verso le pagine più fulgide del nostro movimento, dal neorealismo alla commedia italiana, sorprende per più di un motivo quella di recupero nei confronti del cinema meno nobile, omaggiato in lungo ed in largo ed ora, per la seconda volta dopo il precedente “Bastardi senza gloria”(2009) preso in considerazione da Quentin Tarantino come fonte d’ispirazione per il suo nuovo film, “Django Unchained”, rivisitazione del famoso personaggio interpretato da Franco Nero ed insieme omaggio allo spaghetti western a cui la serie di Django è legata.

Un western dunque, ma alla maniera di Tarantino che non solo introduce nella sua versione una variante fondamentale, perché il protagonista del film è un ex schiavo diventato cacciatore di taglie dopo essere stato liberato dall'uomo ( il dottor Schultz interpretato dal premio oscar Christoph Waltz) che gli insegnerà il mestiere facendolo diventare suo secondo, ma, ed è forse la cosa più importante, decide di collocare la storia nel sud degli Stati Uniti alla vigilia della guerra civile, facendo entrare in gioco quella parte di storia americana che deve fare i conti con il tema dello schiavismo. Accade infatti che dopo aver usufruito dei suoi servigi il dottor Schultz decide di aiutare Django a liberare la moglie dalla grinfie dei suoi sfruttatori, accompagnandolo a Candyland la piantagione dove Bromhilda è ridotta in cattività dal mefistofelico Calvin Candie (un cattivissimo Leonardo Di Caprio).

Tarantino non si smentisce neanche questa volta, quando, prendendo in prestito le forme di un cinema che non gli appartiene lo trasforma in qualcosa di assolutamente nuovo divertendosi a decostruirne i codici, inserendovi manie ed ossessioni che fanno capo innanzitutto alle sciarade linguistiche ed alla tipizzazione dei caratteri. Così in questo occasione a farla da padrone è il personaggio interpretato da Waltz, contraltare ironico e beffardo alla serietà composta e vendicativa di quello incarnato da Jamie Foxx. Metronomo del film per il tempo che gli è consentito lo strampalato Schultz è il vero depositario del verbo tarantiniano; è attraverso di lui che il regista americano si rivela, infilando quà e là guizzi d’intelligenza e spunti di grottesca comicità in un contesto generale dominato dal sangue e dalla vendetta, e dove ad emergere è il cuore oscuro di un america divisa tra Master and Servant. Un Tarantino divertente ma al tempo stesso impegnato a fornire la sua versione dei "fatti", a proposito della quale non sono mancate le polemiche se è vero che Spike Lee ha invitato al boicottagio dell'opera per l'utilizzo di un linguaggio ritenuto offensivo nei confronti della comunità afro americana.

Detto questo aggiungiamo che rispetto alle opere che lo hanno preceduto "Django Unchained" appare meno compatto, suddiviso in parti che faticano a stare insieme. Parliamo ad esempio dello scarto esistente tra la prima sezione dedicata alle avventure di Shultz e Django in veste di bounty killer
, con la seconda, dove con un pretesto risibile i due diventano amici per la pelle condividendo i rischi connessi con la liberazione di Bromhilda. Viene quasi da pensare che il cinema di Tarantino nella sua inevitabile evoluzione si sia adeguato alle aspettative dei produttori e quindi del botteghino, cercando di far coincidere gli aspetti divistici qui assicurati dalla presenza di Di Caprio e Foxx con quelli più personali, connessi con la sua poetica d'autore e che “Django Unchained” stia a “Kill Bill” (2003/2004) e “Bastardi senza gloria” come “Jackie Brown” (1997) stava alle “Le iene” (1992) e “Pulp Fiction”(1994). Un film di transizione quindi, seppure di alto livello e superiore alla media dei prodotti in circolazione.

sabato, gennaio 12, 2013

Buon Anno Sarajevo

Buon Anno Sarajevo
di Aida Bejic
con Marija Pikic, Ismir Gagula
Bosnia-Herzegovina, Germania, Francia, Turchia 2012
Durata 90'

Le guerre sono tutte uguali, così come lo sono le conseguenze sopportate da chi riesce a sopravvivergli ma, per questioni di vicinanza geografica, e per la tipologia di un conflitto trasformatosi in scontro fratricida, quella balcanica era destinata inevitabilmente a rimanere più impressa di altre nella nostra memoria. E così, sulla scia del melodramma familiare firmato da Sergio Castellitto ("Venuto al mondo", 2012) arriva a stretto giro di boa, e dopo i consensi raccolti nei festival di mezza Europa "Buon Anno Sarajevo", opera seconda di Aida Begic che, allo stesso modo del film italiano ci parla di un presente, quello vissuto dai cittadini di Sarajevo, costantemente rivolto alla scena del delitto, nel tentativo di metabolizzare l'atroce misfatto. E pur con le dovute differenze, su cui non è il caso di dilungarci, in entrambe le pellicole a giocare un ruolo decisivo è la memoria di quei fatti, indelebile e struggente, ed ancora una presenza femminile che non riguarda solamente la carta d'identità delle autrici ( "Venuto al mondo" nasce appunto dall'omonimo romanzo di una scrittrice, Margaret Mazzantini per l'appunto) ma anche alla loro creazione artistica, essendo questo film, allo stesso modo di quello italiano, incentrato su un personaggio femminile che incarna attraverso i ricordi e le ferite del presente, la crudeltà di quel periodo.

"Buon Anno Sarajevo", è la traduzione italiana che traduce l'originale "Djeca" (bambini) con un'ironia ed una speranza che ribalta il senso di mestizia di una film senza scampo, in cui c'è poco da sorridere. D'altronde non potrebbe essere altrimenti nella Sarajevo di oggi, segnata nel corpo e nello spirito dalle conseguenze di un passato rovinoso, e ridotta allo stremo dalla corruzione politica e dalla crisi economica. A cercare di resistervi i due fratelli della nostra storia, Rahima e Nadim, orfani condizionati da precarietà finanziaria . Per "liberarsi da quella vita" (secondo le parole pronunciate ad una certo punto dalla donna) Rahima, mussulmana con il velo spende il tempo lavorando in un ristorante gestito da un padrone irascibile e prepotente, ed occupandosi del fratello, adolescente irrequieto alle prese con i problemi di una crescita messa a rischio dalla mancanza della normalità familiare. Il destino si accanisce contro di loro quando, a causa di una rissa scolastica Nadim rompe il cellulare del figlio del ministro. Ripagarlo comporterà dei sacrifici.

Costruito su un plot semplice e diretto, con un personaggio, Rahima, chiamato a funzionare sia come termometro esistenziale, sia come occhio privato sullo stato delle cose, "Buon Giorno Sarajevo" è un film acustico e visivo per l'importanza che le due componenti hanno nell'economia della storia. Scegliendo di raccontare una ferita, quella di Rahima, costretta a convivere con le reminiscenze di una città sotto assedio e con l'orrore da esse suscitato, la regista bosniaca decide di rappresentarla riducendo le parole e privilegiando una regia fatta di suoni e di spazi che la telecamera indaga e fa sentire (i rumori della città, complice anche la vigilia di capodanno, con botti sempre pronti a scoppiare riportano alla mente la deflagrazione delle bombe) seguendo, o per meglio dire, inseguendo l'indomita ragazza con una serie continua di piani sequenza: nella prima parte del film, quando gli indizi sono ridotti al minimo e Rahima è solo un "corpo al lavoro", attraverso riprese effettuate per lo più da tergo, e successivamente, a causa della contingenza che la spinge a relazionarsi con gli altri, e di conseguenza a rivelarsi, arricchite della situazione opposta, con sequenze dello stesso tenore ma questa volta frontali che precedono la giovane nella sue azioni, ed insieme testimoniano una partecipazione totale, ampiamente dichiarata dal modo con cui la macchina da presa sposa il punto di vista dei personaggi, immergendosi a livello sensoriale con l'esperienza in atto. La Begic è brava a non lasciarsi prendere dalla retorica - basterebbe vedere il modo con cui Rahima reagisce alla proposta del ministro che gli chiede di risarcirlo con una prestazione sessuale - raffreddando l'emotività dei contenuti con una ripetitività di gesti e situazioni che corrispondono alla volontà del personaggio di soffocare il dolore nella routine del quotidiano. Nel riconoscere le qualità di un'opera che si distingue per l'efficacia della sua messinscena e l'importanza del tema trattato, non si può non segnalare il senso di deja vù che la stessa nel suo complesso produce quando si confronta con il proprio contesto cinematografico, alla stregua della protagonista del film, impegnato a fare i conti con una transizione ancora lungi dall'essere superata.
(pubblicato su ondacinema.it)

giovedì, gennaio 10, 2013

A Royal Weekend

A Royal Weekend
di Roger Michell
con Bill Murray, Laura Linney, Olivia Williams
UK 2012




Tra le tante magie che la settima arte dispensa, quella di rendere la vita più bella e generosa è una costante di molto cinema classico. A questo genere di film appartiene per l'appunto “A Royal Weekend” di Roger Michell,  il regista diventato famoso per aver diretto Hugh Grant e Julia Roberts nel celeberrimo “Notthing Hill”(1999). La citazione del quale non nasce da una necessità puramente nozionistica, ma piuttosto dal fatto che le due opere, seppure diverse per finalità ed intenti hanno in comune il fatto di umanizzare personaggi e situazioni a dir poco straordinarie. Così se nel primo caso si trattava di mettere insieme appassionatamente un uomo comune ed una star cinematografica, facendoli innamorare nel pittoresco scenario del sobborgo londinese, in questo caso a far saltare il banco dei protocolli e delle regole già scritte sono niente di meno che il presidente americano Franklin Delano Roosevelt (Bill Murray) ed il re d'Inghilterra Giorgio VI, da poco omaggiato ne "Il discorso del re"(2012),  destinati ad incontrarsi in un weekend del 39, per sancire il patto d’alleanza che avrebbe spinto gli Stati Uniti ad intervenire a favore dei cugini durante il secondo conflitto bellico. Un evento passato agli annali della storia che il film racconta dietro le quinte,  ipotizzando non solo la nascita di un’amicizia tra i due “statisti”, ma soprattutto testimoniando la relazione, desunta dai diari postumi dell’interessata, tra il politico e Daisy Suckley (Laura Linney) lontana parente destinata a condividere anche a livello sentimentale – la donna di fatto diventerà l’amante di Roosevelt - le escursioni presidenziali ad Hyde Park sull’Hudson, dimora in cui si svolsero i cerimoniali per la firma del trattato.

“A Royal Weekend” è un opera che a prima vista potrebbe spaventare gli amanti del cinema disimpegnato, ed invece, pur svolgendosi in un contesto formalmente ineccepibile, con attori popolari soprattutto tra i frequentatori di cinema d’essai – a parte Murray che pero è ormai lontano dalla popolarità di “Ghostbuster” (1984) -  il film appartiene a quella categoria destinata ad ottenere consenso incondizionato per una leggerezza che diventa sublime nel sottotono della vicenda amorosa vissuta dai due protagonisti, tanto improbabili nelle diverse appartenenze sociali e culturali, quanto complementari nella tendenza a ricercare una vita lontana dai riflettori. E poi nella titubanza e negli scambi di battute tra i consorti reali, spaventati da una realtà così lontana dai rigidi protocolli di Buckingam palace. Modi differenti di intendere la vita che il film si diverte a sottolineare con scene esemplari come quella del re che continua a salutare una folla inesistente – essendo in campagna ed in un posto isolato non c’è nessuno ad aspettare il suo passaggio – oppure con il tormentone dell’hot dog, pezzo forte del banchetto presidenziale, che invece i due ospiti considerano inadeguato per il loro lignaggio e che per questo vorrebbero evitare di mangiare. Un’ eterogeneità culturale ed antropologica, presente anche nei rispettivi codazzi, destinata a ricomporsi nella villa di Hyde Park, alla pari di altre famose dimore cinematografiche, pensiamo a “Casa Howard” oppure a “Gosford Park”,  simbolo nostalgico di un mondo ormai scomparso. La bravura di Michell è quella di far sembrare estemporaneo le conseguenze di un meccanismo perfettamente oliato. E se il rischio più grande è quello di un sublime manierismo, ci pensa la bravura degli attori, tutti grandi senza nessuna distinzione, a restituire il sapore di un intrattenimento evergreen.

Le nostre Classifiche dei FILM 2012




TheFisherKing

1. L'arte di vincere / Moneyball
2. The Bourne legacy
3. Skyfall
4. The amazing Spiderman
5. Killer Joe
6. Moonrise kingdom
7. Argo
8. Io e te
9. Contraband
10.Take shelter

Migliori

REGIA:
B.Bertolucci "Io e te"

ATTORE
B.Pitt "L'arte di vincere" / "Moneyball"

ATTRICE:
R.Weisz  / "The Bourne legacy"

SCENEGGIATURA:
A.Sorkin, S.Zaillan / "L'arte di vincere"/"Moneyball"

FOTOGRAFIA:
B.Ackroyd  / "Contraband"

INCIPIT:
Skyfall

EPILOGO:
The Company you Keep


Scena Catastrofica:
LO HOBBIT (la battaglia degli orchi)

BATTUTA:
John Wayne è appena morto e questo paese già non sa più che cazzo fare
(A.Arkin / Argo)

Stupido:
TOTAL RECALL

Super Eroe:
Spiderman

HORROR:
Take Shelter

Ricostruzione Storica:
Arthur Newman

Scena d'Azione:
The Bourne Legacy (inseguimento)

COMMEDIA:
Moonrise Kingdom

Attore non protagonista:
A.Arkin (Argo)

Attrice non protagonista:

A.Adams (Ancora in gioco)

Performance Musicale:
Moonrise Kingdom

CATTIVO:
Javier Bardem (Skyfall)
CANE:
A.Baldwin (Rock of Ages)

RIVELAZIONE:
J.Gilman / K.Hayward (Moorsie Kingdom)

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FaBRiZiO

1.  Reality
2.  Amour
3.  Sister
4.  Drive
5.  E' stato il figlio
6.  Cosmopolis
7.  Pietà
8.  Diaz
9.  Acab
10. Monsierur Lazhar

FILM HORROR
Chernobyl Diaries

miglior CATTIVO
Peppe Servillo/Marchese Lanzi (Paura 3D - Manetti Bros.)

FILM PIU' BRUTTO/VORREI MA NON POSSO
Benvenuti al Nord

miglior ATTORE/ATTRICE PROTAGONISTA
Jean Luis Trintignant - Emmanuelle Riva  (Amour)

miglior ATTORE non protagonista
Ben Mendelsohn (Cogan)

ATTORE/ATTRICE CANE
Valentina Ludovini (Benvenuti al Nord)

miglior INCIPIT
Reality

REGIA
Matteo Garrone (Reality)

DELUSIONE
Magnifica Presenza (Ferzan Ozpetek)

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NiCK

1.   Reality
2.   Un sapore di ruggine ed ossa
3.   Oltre le colline
4.   Damsel in distress
5.   L'arte di vincere
6.   Skyfall
7.   Padroni di casa
8.   Io e te
9.   L'intervallo
10.   Il pescatore di sogni
11.   La guerra è dichiarata
12.   Shame
13.   Un amore di gioventù
14.   ACAB
15.   La Bas
16.   La sposa promessa
17.   Killer Joe
18.   Alì ha gli occhi azurri
19.   Paris Manhattan
20.  Mission Impossible

  

Migliori

REGIA:
Steve Mc Queen (Shame)
Valerie Donzelli (La guerra è dichiarata)

ATTORE:
Brad Pitt (L'arte di vincere)
Jérémie Elkaïm (La guerra è dichiarata)

ATTRICE:
Grete Gerswhig (Damsel In Distress)

SCENEGGIATURA:
Steven Zaillan/Aaron Sorkin (L’arte di vincere)

FOTOGRAFIA:
Roger Deakins (Skyfall)

MENZIONE:
A Ultima Vez Que Vi Macau
di João Pedro Rodrigues, João Rui Guerra da Mata

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PARseC

1.   Cosa piove dal cielo / un Cuento Chino
2.   Argo
3.   Moonrise Kingdom
4.   40 carati / Man on a Ledge
5.   007 SkyFall
6.   50 e 50

INCIPIT
17 ragazze (17 Filles)

REGIA
Ben Affleck (Argo)

ATTORE protagonista
Gary Oldman (La Talpa / Tinker Taylor Soldier Spy)
Ricardo Darin (un Cuento Chino)

ATTORE non protagonista
Edward Norton (Moonrise Kingdom)
Seth Rogen (50 e 50)

ATTRICE protagonista
Principessa Merida (Ribelle / Brave)

ATTRICE non protagonista
Anna Kendrick (50/50)

SCENEGGIATURA
Chris Terrio (Argo)
Pablo F.Fenjves (40 Carati)

DELUSIONE
il Cavaliere Oscuro - il Ritorno / The Dark Knight Rises

SOUNDTRACK
Moonrise Kingdom

FOTOGRAFIA
Moonrise Kingdom

CATTIVI
la CIA ed il governo iraniano in Argo
il cancro in 50e50

MOMENTO WEIRD
Marillon Cotillard quando muore in
The Dark Knight Rises

BATTUTA
"Qual è il suo hobby, Bond?"
"La Resurrezione"
(007 Skyfall)


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CARmen

1. Amour
2. Reality
3. Cosmopolis
4. Pietà
5. Diaz
6. Monsieur Lazhar
7. E' stato il figlio
8. Sister
9. Argo
10. Romanzo di una strage

INCIPIT
Reality

EPILOGO
Pietà

Scena catastrofica
DIAZ

STUPIDO
è nata una star

Super Eroe
ERIC PARKER (Robert Pattinson / Cosmopolis)

HORROR
Chernobyl Diaries

ATTRICE
Emmanuelle Riva (Amour)

ATTORE
Jean Louis Trintignant (Amour)

FOTOGRAFIA
è stato il figlio

Sex Symbol
BRAD PITT (Cogan)

Scena Hot
LE BELVE




mercoledì, gennaio 09, 2013

Film in sala dal 10 gennaio 2013


 CLOUD ATLAS

di Andy Wachowski, Lana (Larry) Wachowski, Tom Tykwer

Drammatico - USA 2012 - 164"


Tom Hanks, Hugo Weaving, Jim Sturgess
Halle Berry, Hugh Grant
Susan Sarandon, Ben Whishaw, Jim Broadbent
Keith David, James D'Arcy
Zhou Xun, Doona Bae, Alistair Petrie







 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
LA SCOPERTA DELL'ALBA
 
di Susanna Nicchiarelli

Drammatico - ITA 2012 - 92"

Margherita Buy, Sergio Rubini, Susanna Nicchiarelli
Lina Sastri,Gabriele Spinelli, Lucia Mascino
 
















 


 A ROYAL WEEKEND
(Hyde Park on Hudson)
di Roger Michell
Biografico - GB 2012 - 95"

Bill Murray, Laura Linney, Olivia Williams, Elizabeth Marvel
Sam Creed, Blake Ritson, Samuel West, Elizabeth Wilson
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
QUELLO CHE SO SULL'AMORE
(Playing for Keeps)

di Gabriele Muccino

Commedia - USA 2012 - 100"

Gerard Butler, Jessica Biel, Judy Greer, Dennis Quaid
Uma Thurman, Catherine Zeta-Jones 



















 



ASTERIX E OBELIX AL SERVIZIO DI SUA MAESTA'
(Astérix et Obélix: Au Service de Sa Majesté)

di Laurent Tirard
Commedia - FR/SPA/ITA/HUN 2012 - 109"

 
Valérie Lemercier, Gérard Depardieu, Edouard Baer
Fabrice Luchini,Catherine Deneuve, Guillaume Gallienne
Vincent Lacoste,Charlotte Lebon, Jean Rochefort
Gérard Jugnot, Dany Boon
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

martedì, gennaio 08, 2013

Walken walking from The Dead Zone to Sleepy Hollow



1983
at the beginning of The Dead Zone, Johnny Smith reads bits from "Sleepy hollow" to his students:

<"...and the raven, never flitting,
  still is sitting, still is sitting
  on the pallid bust of Pallas
 just above my chamber door.
And his eyes have all the seeming
  of the demons that he's dreaming.
 The lamp light streaming
throws his shadow on the floor.
And my soul, from out that shadow,
that lies floating on the floor
shall be lifted... nevermore."

Pretty good, huh? Okay. Read The Legend of Sleepy Hollow.You'll like it. A teacher gets chased by a headless demon.>



1999
16 years later, Christopher Walken becomes that headless horseman



















Non faccio altro che pensare alla riga di un libro, "il recesso assopito". L'ultima cosa che diedi da legggere alla mia classe prima dell'incidente...








lunedì, gennaio 07, 2013

E le stelle stanno a guardare: il ritorno di Tom Cruise



Tra gli attori degli anni 80 ancora in circolazione Tom Cruise non solo è il più famoso, ma anche il più controverso. A fronte di un immagine cinematografica che lo ha fatto diventare il ragazzo della porta accanto, la star americana si è dovuto spesso confrontare con un privato gelosamente custodito ma non privo di contraddizioni.

Innanzitutto l'appartenenza a Scientology, che ad un certo punto della carriera gli è costata l'avversione di una parte di Hollywood - l'apice fu toccato nel 2005 sul set de "La guerra dei mondi" quando Spielberg arrivò ai ferri corti con l'attore accusato di sfruttare il film come megafono per pubblicizzare il suo credo  - poi le continue voci sulla sua presunta omosessualità, fermamente smentite ma mai messe a tacere, e per finire il chiaccherato matrimonio con Kathy Holmes, la moglie/attrice da cui si è recentemente separato, sulle cui stranezze i tabloid si sono oltremodo sbizzarriti.
Vere o presunte queste illazioni unite al parziale insucesso di "Mission Impossible 3" (2006) sembravano aver rovinato per sempre le ambizioni dell'attore che invece, con calma ed intelligenza, è saputo tornare a galla alternando ruoli da protagonista ("Operazione Valchiria", 2008) ad altri di secondo piano, (da "Tropic Thunder", 2008 a "Rock of Ages", 2012), perfetti nella loro peculiarità a concentrare l'attenzione sulla performance attoriale, peraltro eccellenti in entrambe le uscite, aiutando così a far dimenticare intemperanze divistiche. Un bagno di umiltà ed intelligenza che hanno consentito al "ragazzo" di Syracuse di tornare ad indossare con ritrovato successo i panni di Ethan Hunt in "Mission Impossible 4- Protocollo Fantasma", 2012 (ad un certo punto si era pensato di continuare la serie con un altro attore) ed ora quelli di "Jack Reacher", una sorta di "cavaliere della valle solitaria" per un film che strizza l'occhio al Cruise degli anni 80, non solo per la zazzera da ragazzino, ma anche per le virtù tutte positive del suo personaggio. Un rilancio in grande stile confermato anche dai prossimi film, due produzioni di fantascenza ("Oblivion" e "All You Need Is Kill") di grosso budget e grandi ambizioni  che ci diranno di più su questo gradito ritorno.

Jack Reacher

"Jack Reacher. La prova decisiva"/"Jack Reacher"

di: C. McQuarrie
con: T. Cruise, R. Pike, R. Jenkins, W. Herzog, R. Duvall

- USA 2012 -
130'

Il corpaccione dell'"action-thriller" americano s'irrobustisce grazie
all'iniezione di energia fornitagli all'alba di questo nuovo anno da "Jack
Reacher. La prova decisiva" di Christopher McQuarrie - già Oscar per la
sceneggiatura de "I soliti sospetti" (1995) dell'amico Singer e autore in
proprio di "Le vie della violenza" (2000) -

Nella lunghissima e archetipica tradizione del nuovo-sceriffo-in-città o del
lupo solitario dal passato misterioso che irrompe, riequilibra i torti e torna
in quel luogo vago tra il nulla e il mito, che annovera classici di peso - "Il
cavaliere della valle solitaria" (1953) di Stevens - intuizioni definitive -
"Sentieri selvaggi" (1956) di Ford - e riletture puntuali quanto austere e dai
toni ora intimisti ora sarcasticamente cinici, tipo gli eastwoodiani "Lo
straniero senza nome" (1973) e "Il cavaliere pallido" (1985), McQuarrie
orchestra attorno alla figura del vecchio ragazzo Cruise e alla consueta trama
complottistica speziata d'interessi inconfessabili, un film che, al netto degi
stereotipi e delle convenzioni del genere - stereotipi e convenzioni, e' bene
dirlo, per una volta rispettati e non calpestati - risulta di chiara
compattezza narrativa e stilistica, qualcosa di semplice e lineare, di
centrato, nervoso dall'inizio alla fine, come oramai non siamo più avvezzi
(disposti ?) a vederci recapitare sugli schermi.

Eppure McQuarrie (dopo il più che mezzo passo falso de "Le vie della
violenza") riesce non tanto e non solo a stringere i tempi, quanto a
concentrare la messinscena, a tenere i piani chiusi addosso ai personaggi, a
non dare tregua, facendo serpeggiare la tensione anche nei momenti più
didascalici. Allo stesso modo, prosciuga la violenza degli aspetti più
sciaguratamente rocamboleschi e reiterativi, stilizzandola, rallentandola
impercettibilmente, arrivando a concedersi persino delle finezze: il pulsare
sordo ma pervasivo del commento sonoro; la rarefazione e diffusione della luce
nelle scene diurne all'aperto che regalano un tono astratto e insidioso alle
sequenze. E poi la presenza ieratica quanto sinistra del supremo Werner Herzog
nei panni di uno spietato deus ex machina avido più di vita che di prebende (un
omaggio sincero, quindi, al più irrequieto dei registi); come una convulsa
scena d'inseguimento in auto che riconciliandosi con precedenti illustri - da
Hill passando per Friedkin fino a Cameron - culmina in un sottotono sardonico
quasi dissacratorio.

Dal canto suo, Cruise, attore dai limiti espressivi precisi ma d'altrettanto
solida pratica cinematografica, corpo-in-azione degli anni '80, si spende col
consueto professionismo e aderenza mimetica al "clima" della storia nel ruolo
dell'antieroe e variante fuori controllo Reacher, ispessendone le vicende, al
tempo stesso, con un disincanto laconico più affine a certe impassibilità
beffarde del poliziotto targato Eastwood che al dinamismo
funambolico/tecnologico dell'Ethan Hunt e delle sue "missioni impossibili", e
con una specie di generale stanchezza, di "lontananza", in tutto e per tutto in
linea con questi nostri tempi travagliati e opachi.

McQuarrie, così, rovistando in un magazzino di attrezzi a dir poco ben
fornito, rispetta lo schema classico misfatto/indagine controcorrente/resa dei
conti, non si esime dal riproporre certe ovvietà dell'estetica muscolare di
qualche decennio or sono ma corrobora tutto con curiosi momenti di fredda
sospensione, di impalpabile cupezza, figlia - con le infinite debite
proporzioni e i distinguo del caso - delle torsioni estreme impresse al genere
da gente della stoffa di Mann e, per altri versi, da Gray e dai nuovi/vecchi
stilemi di Winding Refn.

Popcorn e coca-cola, insomma. Ma occhi aperti.

TFK

domenica, gennaio 06, 2013

La migliore offerta

La migliore offerta
di Giuseppe Tornatore
con Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Sutherland
Italia 2012
durata, 124'

Affascinante ma letale, l'arte ed il mondo che gli gira attorno è  stato in molti casi terreno di confronto tra verità ed infingimento. Lo sa bene un regista come Sergio Rubini, autore di un film importante ma sottovalutato come "Colpo d'occhio" (2008) in cui la capacità di saper vedere la bellezza diventava il mezzo per riformulare i parametri del quotidiano, rendendo impossibile la distinzione tra realtà ed apparenza. Deve averlo saputo allo stesso modo Giuseppe Tornatore, che nel suo nuovo film, "La migliore offerta" stabilisce un legame diretto tra l'atto del vedere e la capacità di formulare i parametri del nostro quotidiano. Virgil Oldman, il protagonista del film è infatti un uomo il cui successo lavorativo, molto richiesto e ben remunerato, dipende quasi esclusivamente dall'osservazione. Battitore d'asta di fama mondiale, è una specie di notaio che certifica il valore degli oggetti dopo lunga e dettagliata indagine. Un attività esplicata in maniera asettica - per evitare i contatti con cose e persone indossa sempre un paio di guanti che toglie solamente quando si tratta procedere all'inventariato degli oggetti da vendere- e dalla quale, con un piccolo sotterfugio riesce ad acquisire a prezzo vantaggioso dipinti che immortalano figure di donne destinate sostituire (la sublimazione della vita attraverso l'arte è uno dei temi del film) la controparte reale, temuta e rifuggita. Le cose cambiano quando Virgil conosce Claire ragazza agorafobica che vive segregata nella propria casa senza farsi vedere da nessuno. La preoccupazione per la sue condizioni si trasforma presto in un sentimento che assomiglia all'amore.

Girato alla maniera di un thrlller, grazie ad un intreccio in cui il mistero rappresentato dalla donna senza volto si intreccia con il turbamento  del protagonista "La migliore offerta" è un film che si mantiene in equilibrio tra intimismo autoriale ed intrattenimento di gran classe. Così se da una parte Tornatore fa procedere la storia con un determinismo che è concatenazione di eventi e situazioni, riferibili tanto al mondo reale quanto a quello emozionale, a colpire è il sottotesto di un film che diventa metafora del cinema. Un allusione che si fa palese non solo attraverso le parole  - "in ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico" dice ad un certo punto il personaggio interpretato da Donald Sutherland - ma anche con intere sequenze in cui lo sguardo ( di Virgil  e di chi lo circonda) diventa strumento che da senso alla realtà, vera o falsa che sia, ed insieme mezzo privilegiato per un onniscenza vojeristica tipicamente cinematografica.

Tornatore è bravo ad inventarsi un personaggio senza vie di mezzo, capace di far coincidere gli estremi (l'intransigenza caratteriale e la scaltrezza fanno da contrappunto ad un animo sensibile ed appassionato) e di rimanere impresso per l'incapacità di misurare le sue esternazioni. Insieme a quello c'è la capacità di armonizzare il saliscendi emotivo e le regole del genere grazie ad una messinscena manierista di gran classe, che vede nella recitazione controllata ed accademica di Geoffery Rushun portabandiera di livello eccelso. Elitario e popolare "La migliore offerta" apre la stagione come meglio non si potrebbe. Un buon segnale per il cinema tutto.

mercoledì, gennaio 02, 2013

Film in sala dal 3 Gennaio 2013






JACK REACHER - LA PROVA DECISIVA
(Jack Reacher)
di Christopher McQuarrie
Thriller - USA 2012 - 130"

Tom Cruise, Rosamund Pike, Robert Duvall, Jai Courtney
Richard Jenkins, Werner Herzog
















 




THE MASTER
di Paul Thomas Anderson
Drammatico - USA 2012 - 150"
Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams
Jesse Plemons, Laura Dern

















 



BUON ANNO SARAJEVO
(Djeca)
di Aida Begic
Drammatico - Bosnia/GER/Turchia 2012 - 90"
Marija Pikic, Ismir Gagula, Bojan Navojec, Sanela Pepeljak
Vedran Djekic, Mario Knezovic




















LE AVVENTURE DI FIOCCO DI NEVE
(Copito de Nieve)
di Andrés G. Schaer
Animazione- Spagna 2011 - 86"

















 



MAI STATI UNITI
di Carlo Vanzina
Commedia - ITA 2012 - 150"
Vincenzo Salemme, Ambra Angiolini, Ricky Memphis
Anna Foglietta, Giovanni Vernia, Dario Bandiera













(dal 4 GENNAIO 2013)





THE GHOSTMAKER
(Box of Shadows)
di Mauro Borrelli
Horror - USA 2012 - 91"
Aaron Dean Eisenberg, Liz Fenning, J. Walter Holland
Jared Grey, Domiziano Arcangeli

IL MALE DIVERSO

L' Editoriale:
IL MALE DIVERSO
di Fabrizio Luperto 

(Amour - Regia: Michael Haneke)


 
Per salutare l'arrivo del nuovo anno insieme a I CINEMANIACI, ho pensato di proporre agli attenti e fedeli lettori una questione che potrebbe essere catalogata come "questione di lana caprina", "pelo nell'uovo" o forse anche "onanismo mentale per cinefili", tutte definizioni apparentemente negative, ma che rappresentano, spesso, "la specialità della casa" per i cinefili militanti duri e puri. 

Questo mio intervento prende spunto dalla casuale lettura dell'editoriale apparso nel numero di novembre sui Cahiers du Cinèma a firma del direttore Stèphane Delorme riguardante il film Amour ed ha come unico scopo quello di fornire alcuni elementi di riflessione e magari avviare un piccolo dibattito/confronto.
Delorme non va per il sottile quando afferma: "Vedere difesi e persino definiti umanitari dei film insopportabilmente misantropi". La bibbia del cinema attacca  frontalmente il regista grazie alla tesi secondo la quale la bravura di Haneke servirebbe a "legare lo spettatore alla sedia del cinema"  per fargli subire passivamente quello che avviene sullo schermo.
Quale sarebbe l'accusa rivolta al film trionfatore dell'ultimo festival di Cannes?
Probabilmente per mia inadeguatezza ho impiegato diverso tempo a individuare con precisione il "capo d'accusa" e dopo aver letto un paio di volte le tante dotte riflessioni poste sul piatto sono giunto alla conclusione che l'accusa rivolta ad Haneke e al suo ultimo film può così essere riassunta: L'ANDAMENTO (sceneggiatura e montaggio) DEL FILM ANNULLA LA CAPACITA' DI REAZIONE DELLO SPETTATORE, INDIRIZZANDONE LE EMOZIONI. Emozioni, che visto il ragionamento, oltre che veicolate, rischiano di essere quasi esclusivamente istintive, cioè dettate dall'emozione del momento.
Questo sarebbe avvenuto perché Haneke, con il suo ultimo film, non avrebbe fornito allo spettatore nessuna  "via di fuga" costringendolo a confrontarsi con il male descritto in Amour. 
Bene, prima di tutto "legare lo spettatore alla sedia del cinema" mi pare essere un gran risultato per qualsiasi regista e poi, probabilmente è la frase più inflazionata per l'uso che la critica cinematografica ne ha fatto proprio per esaltare la bravura di Heneke in riferimento al film che lo ha reso celebre, cioè Funny Games.
Altro punto da chiarire (e tenere sempre presente) è la compiaciuta freddezza/distacco che contraddistingue l'intera opera di Haneke, che in egual misura rappresenta il punto di forza del regista (per i suoi estimatori) e il motivo principale per il quale viene attaccato (dai suoi detrattori). 
Chiarito questo (spero), cerchiamo di andare avanti seguendo un filo logico.
A mio parere, Haneke, da sempre, ha rifiutato una certa mercificazione della violenza, tanto cara al cinema hollywoodiano, ne è inconfutabile prova Funny Games US version, dove gli americani, che avevano scoperto M. Haneke solo di recente, grazie alla retrospettiva a lui dedicata dal Museum of Modern Art , avevano ingaggiato il maestro europeo per il  remake di Funny Games, che nelle intenzioni dei produttori americani probabilmente doveva essere qualcosa da accostare al genere Torture-porn, quello di Hostel e Saw per intenderci, che tanti soldi ha fruttato al botteghino. Una volta ingaggiato, pero', Haneke ha girato un auto-remake (che non a caso ha voluto chiamare U.S. Version) "sfidando" la produzione, rifacendo provocatoriamente scena per scena lo stesso film del 1997, probabilmente per ribadire la sua dimensione di autore.
Ne consegue, che provocare/indurre  REAZIONI ISTINTIVE, tramite la rappresentazione esplicita del male/violenza non è nelle intenzioni del cinema di Haneke, dove il male avviene quasi esclusivamente fuori campo, come si può facilmente notare riportando alla memoria oltre al già citato Funny Games, le misteriose morti de Il nastro bianco e le inquietanti inquadrature della casa dei protagonisti di Niente da nascondere, giusto per fare degli esempi riguardanti il cinema più recente del maestro.
Nel cinema di Haneke il terreno dove il male gioca la propria partita è spesso invisibile, mai accessibile dall'occhio dello spettatore. Il contrario (questo si) , farebbe di Haneke un regista che cerca nello spettatore REAZIONI ISTINTIVE che possono essere facilmente provocate ma che durano giusto il tempo della pellicola.
In effetti, con Amour qualcosa è cambiato. Haneke ha portato il proprio pubblico nella (fino ad oggi) impenetrabile visione del male.
Trattasi però della violenza della natura, di un male che non si può combattere, tra l'altro mai spettacolarizzato.
E siccome la natura è sempre insensibile nei confronti dei problemi che può provocare agli uomini ecco che il male di Haneke diventa inevitabile, quindi impossibile sfuggirgli e per questo motivo obbliga lo spettatore ad entrare nella casa dei protagonisti preoccupandosi di chiudere la porta a doppia mandata (significa questo "legare lo spettatore alla sedia del cinema" ?). Haneke, chiede al proprio pubblico di restare dentro l'appartamento insieme a Georges, vuole (finalmente?) mostrarci il male.
Si badi bene, che quello che chiede Haneke al proprio pubblico lo chiede con onestà, troppo semplice sarebbe stato inserire sequenze come quelle viste in Vergiss dein Ende di Andreas Kannengiesser, e probabilmente in quel caso l'accusa di indirizzare lo spettatore verso reazioni "di pancia" sarebbe stata legittima.
Si tratta, dunque, di un male "diverso" questo, si visibile, perchè riguarda tutti, e forse il regista spera che tutti, abbiano il coraggio di confrontarsi con esso, cioè con la vita.
A modesto parere di chi scrive, in Amour niente è ingentilito e pochissimo è adulterato, perchè quindi accusare la pellicola di indirizzare le emozoni dello spettatore? Le reazioni dinanzi al male, quello vero, possono essere misurate da ognuno realmente sulla propria pelle durante la propria esistenza e c'è da giurarci avranno mille sfaccetature diverse. Da quanto sopra scaturiscono i perché la critica de Cahier du Cinèma non mi trova d'accordo.
Dalla tesi sostenuta dalla rivista emerge la poca fiducia nello spettatore, al quale viene quasi negata a priori la possibilità di provare a misurarsi con un film che rappresenta uno scampolo di realtà affermando che le emozioni provate saranno indirizzate verso i lidi voluti dal regista, relegando allo stesso tempo Amour in quella porzione di cinema che si accontenta di mettere a segno un paio di pugni nello stomaco dello spettatore, quando in realtà il capolavoro di Haneke è una stilettata di precisione chirurgica, straziante e umana che colpisce al cuore.
In definitiva, se Haneke lascia fuori campo il male/violenza e si limita ad osservare l'azione/reazione dei protagonisti risulta essere freddo-distaccato-calcolatore (che piaccia o meno allo spettatore poco aggiunge alla discussione); se invece porta il male/violenza sullo schermo per i Cahiers du Cinèma diventa un regista che mette in scena film "insopportabilmente misantropi".
Evidentemente a nulla serve, per la gloriosa rivista francese, la diversa natura del male rappresentato, non più frutto di comportamenti sbagliati, follia, malvagità degli uomini (come nei precedenti film) che colpisce esclusivamente le vittime designate, ma, come in Amour, frutto della vita stessa e che ci rende tutti potenziali vittime. 
Ora, affinché ognuno abbia la propria personale risposta, basta ripensare alla filmografia di Haneke e ricordare il film chè più vi ha fatto riflettere nel lungo periodo, il film che più vi ha fatto pensare a come vi sareste comportati se foste voi i protagonisti della vicenda, il film che ha coivolto più la vostra testa che la pancia. Se la risposta sarà Amour, forse oltralpe hanno sbagliato qualcosina, al contrario, sono io quello che deve dormire di più.