lunedì, agosto 10, 2020

LA SPIETATEZZA ANTROPOLOGICA DELLA NOSTRA SOCIETA'. CONVERSAZIONE CON DANIELE VICARI

Tu hai iniziato dal documentario per poi passare al lungometraggio di finzione. A differenza di altri registi, hai continuato a praticare entrambi i generi senza mettere in discussione il primo dei due, accusato di aver perso forza a causa della contaminazione con espedienti troppo cinematografici. È giusto dire che un esordio come quello di Velocità massima è avvenuto all’interno di questa prospettiva?

Daniele Vicari: "In mezzo al guado" tra Diaz e LimboQuella a cui hai accennato è una motivazione ideologica, cioè che il cinema documentario non sia sufficiente per analizzare, approfondire, elaborare una visuale del mondo. Una posizione peraltro appartenente a grandissimi autori che si sono cimentati nell’uno e nell’altro. Kieslowski afferma esattamente questo con il discorso della soglia. Lui dice: “Il documentario si ferma sulla soglia di casa del protagonista”. In realtà, sappiamo che quella è una sua visione personale, straordinaria, ma comunque sua e molto specifica del cinema documentario, il quale non sempre ha questo tipo di limite. Sono abbastanza refrattario al discorso sui generi, utile solo quando serve a fare una classificazione. Dal punto di vista degli studi storici, artistici ed estetici relativi ai canoni, mi sembra uno strumento importante che però crea una separazione problematica, poi risolta con un pizzico di ipocrisia, dicendo che tra i generi non c’è un confine netto, e io direi: “Ti credo!” (ride, ndr). Il cinema secondo me è il cinema: che lo si faccia con quello che i teorici chiamano il profilmico preesistente, cioè la cosiddetta realtà, o con un profilmico costruito, il lavoro del cineasta non cambia. Diciamo che il problema di fondo, a mio parere, dipende dal grado di libertà che si ci prende nei confronti del mezzo che si ha a disposizione. Secondo me, questo è il nocciolo della questione, che poi è sempre legato alle proprie esigenze. Quando ho fatto Velocità massima volevo semplicemente raccontare una storia che fosse all’altezza dello sguardo delle persone conosciute in quel mondo. Dunque, non volevo tradire il loro punto di vista, bensì starci dentro, perché non mi sento superiore ma alla pari. La differenza tra le mie passioni e quelle degli altri non mi impedisce di metterle sotto la lente d’ingrandimento. Da una parte c’è l’amore per la meccanica, per la velocità, etc., dall’altra quella per la narrazione, per il cinema, la scienza e così via. Da un punto di vista dell’approccio non cambia niente nella convinzione che il mio mondo non sia più complesso di quello degli altri. Girando Velocità massima mi sono detto semplicemente questo: “Va bene, voglio fare un film all’altezza dello sguardo di queste persone”. Quindi, mi sono calato dentro il loro universo, acquisendo con mia sorpresa alcune delle sue attitudini. La velocità, per esempio, obiettivamente è una cosa affascinante.



Riguardare la tua filmografia mi ha permesso di formalizzarne alcuni aspetti in precedenza rimasti fuori dal mio campo di analisi. Uno di questi è che il tuo è un cinema di movimento. Molti dei tuoi film si aprono con un trasferimento di luogo, per esempio con soggettive su strade attraversata da una macchina in corsa.

Secondo me, da un punto di vista del racconto cinematografico, non c’è nulla di più affascinante del movimento. Se tu vai a vedere, tutti i grandi studiosi associano le origini del cinema con il treno e lo fanno perché la settima arte è proprio la scoperta del movimento. Ciò non vuol dire che il cinema possa avere solo quel tipo di evoluzione perché la versatilità del mezzo ha qualcosa di infinito e ha permesso di andare in mille direzioni. Il principio stesso dell’inquadratura contiene l’infinito. Per fare un primo piano posso utilizzare una gradazione innumerevole di tagli e quindi di angolazioni e di movimenti. Questo è il motivo per cui la frase ricorrente sulla morte del cinema ha fallito in continuazione. La verità è che quest’ultimo, come tutte le forme espressive riuscite, ha i numeri per poter sopravvivere a se stesso e agli autori che lo realizzano. È un’arte evolutiva come il romanzo, dichiarato morto non so quante volte e invece ancora vivo.

Citando Méliès e Viaggio nella luna: alla pari degli inizi il cinema è ancora in viaggio. 

E certo. A proposito di documentario, il primo film dei fratelli Lumière, almeno quello che noi ricordiamo tutti come il loro primo film, è l’arrivo del treno in stazione. Lì c’è la grande intuizione del cinema, che a differenza della fotografia statica raccontare ciò che si muove.

D’altronde, a proposito di movimento, i primi attori erano scelti tra quelle categorie artistiche, come quella dei circensi, proprio perché gran parte della performance era basata sull’azione.

Esatto. Quindi la mia fascinazione nei confronti del movimento è legata a questo fatto qui che, lo ripeto, è pre-politico, pre-ideologico, pre-narrativo. Il movimento è l’esperienza ancestrale del cinema.

Velocità massima (2001) - Bellaria Film Festival - Bellaria Igea ...La tua filmografia è attraversata da una coerenza di fondo. In essa la capacità di osservare la realtà va di pari passo con quella di saperla raccontare. Un film come Velocità massima, efficace nel saper applicare i requisiti di genere, è anche espressione di quella che è stata la tua formazione cinematografica. Insieme ad altri registi, per esempio, hai raccontato le storie dei partigiani, il cui presupposto è appunto quello la memoria e, soprattutto, la narrazione. Dunque, l’esordio di Velocità Massima ti mette in continuità con quanto fatto in precedenza e con ciò che hai realizzato dopo.

Dal mio punto di vista, il cinema documentario resta una forma espressiva fondamentale. Non ci rinuncio in nessuno modo! Anche in questo momento monopolizzato dal coronavirus, sto sviluppando due progetti. Uno è un film documentario, l’altro di finzione. Non mi pongo limiti. Trovo estremamente interessante tutto il discorso sul cinema diretto e su tutte le altre forme di documentario possibile, però credo che quello che debba sempre prevalere è la libertà di chi racconta. Il narratore si deve sentire libero, non deve stare dentro uno schema precostituito andando incontro alle attese del pubblico, dell’appassionato di cinema o dello specialista o così via. Chi racconta deve essere libero, tutto qua. Questa libertà si esercita attraverso gli strumenti del cinema che sono complessi. È molto interessante quando per esempio la documentazione del dato reale entra nella narrazione di finzione. Non solo perché – come direbbe Pietro Montani – è un processo di autenticazione, ma in quanto scintilla di realtà che talvolta, e in maniera sorprendente, accende l’immaginazione molto di più e dell’invenzione stessa.

A proposito di libertà, fin dai primi film tendi a un utilizzo onnicomprensivo dello strumento cinematografico: dalle panoramiche ai movimenti di macchina, dalla musica alla fotografia, ognuna di queste componenti è decisiva nel raccontare storie e personaggi. Questa libertà si sente nella messa in scena.

Mi auguro di sì, poi, al di là della qualità attribuite a un’opera, prima di tutto a me interessa un film se sento che chi sta raccontando quella storia lo fa in maniera libera. Solo così riesco a godermela fino in fondo. La fatica che faccio con le serie adesso così di moda – tra l’altro ne sto facendo una anch’io, e dunque non lo dico con disprezzo ma così, per riflettere – è di ritrovarvi la stessa libertà, perché esse sono frutto di un meccanismo industriale regolato da procedure ferree.

Da veri e propri format.

Dei format assolutamente ricorrenti. Sono rarissimi i casi in cui predomina un atteggiamento di profonda libertà espressiva.

Infatti, si parla di showrunner e talvolta capita di non distinguere tra un regista e l’altro. Penso sia un ragionamento presente anche in seno alle grandi piattaforme, ognuna della quali ha un target a cui i registi si devono adeguare. Da qui il rischio di omologazione.

Al di là del presupposto “ideologico”, io parlo di ideologia del racconto e non di quella legata alle idee, corrispondenti a una visione personale del mondo che ognuno ha il diritto di avere. Fatto salvo il tipo di racconto prescelto, esiste un meccanismo a monte della narrazione non solo prevedibile, ma auspicabilmente prevedibile nel suo essere consolatorio per lo spettatore. Funziona come con i bambini quando giochi a “bu bu settete”: ti nascondi, poi a un certo punto appari e loro ridono. Le serie normalmente ci riducono ad essere dei fruitori passivi, tant’è che alcuni psicologi studiosi di cinema cominciano a definirla non più fruizione ma appunto assunzione. La serie la si assume come fosse una medicina. Nel cinema la questione sta nella libertà di chi racconta, in quella dell’attore così come in quella del regista. Non c’è dubbio sia qualcosa che si esercita soggettivamente. Si tratta di un punto di vista complesso, perché un film sappiamo essere il prodotto di tanti apporti, però a restare determinante è questa soggettività. Io come spettatore mi relaziono con quella e non solo con la storia.

I tuoi sono personaggi complessi perché molto spesso spiazzanti. Una costante è quella di rivelarne caratteristiche emotive e psicologiche spesso diverse da quelle di partenza. In questo senso, la fiducia intesa come affidarsi all’altro è uno dei temi centrali della tua poetica. Sovente viene chiesto al protagonista se ci si possa fidare di lui.

È il gioco della finzione, quello che a me affascina della settima arte e che la rende in qualche modo immortale o difficile da uccidere. Da una parte c’è il movimento, che è il cervello rettile del cinema, quello che gli permette di conservare la purezza originaria e di non confondersi con altre forme espressive; dall’altra il rapporto tra realtà e finzione. Qua torniamo alla questione documentario-non documentario. Nella recitazione dell’attore, per esempio, dove sta tale relazione? Egli sembra o è? Sono le domande di fondo fatte da Diderot, ancora oggi ancora irrisolte, e per fortuna. Il punto sta nel fatto che l’attore “è, sembrandolo”. Pare un’aporia, ma non lo è poiché la forza del cinema e la sua fascinazione risiedono in questo rapporto tra realtà e finzione e, quindi, anche nel meccanismo di disvelamento, non tanto del dispositivo cinematografico del quale non mi interessa quanto, piuttosto, dell’attitudine di ciascun personaggio nel relazionarsi con il mondo.



Detto che un film come L’orizzonte degli eventi è a dir poco visionario nel precorrere temi oggi tra i più dibattuti, primo fra tutti quello relativo all’etica della scienza, il suo finale mi sembra paradigmatico rispetto alle tue parole. Il montaggio non lineare delle sequenza conclusiva legittima, anche nella forma, il voltafaccia dello scienziato interpretato da Valerio Mastandrea, il suo indietreggiare quando si tratta di passare dalle parole ai fatti.

L’orizzonte degli eventi è un film sfortunato. Quando è uscito ho percepito il fastidio delle persone che lo hanno visto. Ho impiegato degli anni nel tentare di capirne la ragione e forse non credo di esserci riuscito. So che è apparso come un film moralistico e anche imprudente nel mettere in scena la questione morale.

Una questione che oggi è ancora di più al centro della (dis)attenzione.

La questione morale ci è esplosa in faccia negli anni successivi a quel film.

L’etica della scienza.

Il problema è che ciascuno di noi ha le proprie caratteristiche. Come persona sono stato sempre molto attento al mondo della scienza e anche a quello dell’economia e mi ricordo del 2005, anno in cui l’Italia ha dichiarato crescita zero. Se si scava un po’ si capisce come chi si occupa di economia e anche di scienza aveva capito che si stava arrivando a un punto di non ritorno. Però, nel momento in cui caratteristiche proprie dell’economia di mercato entrano nella scienza, quest’ultima non la si può più definire una materia pura, poiché viene applicata a qualcosa. Anche questo lo dico in maniera asettica. La scienza pura infatti è tale se si occupa solo della ricerca fine a se stessa. Lo dico come caratteristica positiva. Cercando di capire come reagiscono il rame o il piombo a un particolare tipo di illuminazione puoi scoprire che esistono i raggi x. Questo per dire che molto spesso le scoperte scientifiche derivano da una ricerca che può sembrare anche folle a un uomo comune o a una mente razionale. In quegli anni lì, tra il 2004 e il 2005, era evidente che stava succedendo qualcosa di catastrofico. La ricerca scientifica come anche l’arte – perché secondo me sono fortemente legate – stavano completando il proprio processo di assuefazione ai criteri di mercato. Questo fase è una questione morale fondamentale, nel senso che per esempio mente ti parlo potrei fare marketing della mia persona o invece fare un’analisi delle parole che reciprocamente ci stiamo palleggiando. Questo sta a te cercare di capirlo. Sei un intervistatore, cioè colui a cui spetta di stanare l’altro interlocutore. Se io però non sono una persona libera, ma sto facendo marketing, porto sempre il discorso sulla questione per me più importante. Prendiamo il successo, che è un concetto chiaro e evidente, senza grandi ambiguità. Se per me è questa la cosa fondamentale, qual è il rapporto tra una mia affermazione e il fatto che un mio film sia visto da milioni di persone? Significa che ho ragione? O, invece, che sono molto bravo a raccontare anche cose assolutamente discutibili. Queste sono questioni cruciali. Nel 2004-2005, secondo me, abbiamo vissuto un tracollo. La mia generazione, dopo i fatti di Genova, ha accettato una normalizzazione che se vuoi è ancora peggiore, ancora più discutibile, ancora meno digeribile di quella della generazione degli anni Settanta e del periodo del riflusso, in cui si smette di fare politica perché si ambisce a diventare direttore di giornale o cose del genere. Noi, a metà degli anni 2000, abbiamo accettato che alcune centinaia di migliaia di persone diventassero legittimamente più ricche di miliardi di altre e, quindi, il nostro mondo è basato su una menzogna pazzesca, perché la mia libertà espressiva è totalmente dipendente da questa semplice, evidente ma complicata sottolineatura. Cioè io sono libero solo in relazione al fatto che qualcuno attraverso i suoi soldi mi dà la possibilità di esserlo.

Con L’orizzonte degli eventi rappresenti e dai conto di un ambiente, quello scientifico, di cui il nostro cinema si occupa poco o per niente. In più, attraverso il rapporto tra i personaggi di Colangeli e Mastandrea, che è poi quello tra maestro e allievo, metti in scena due opposti: da una parte il diritto di sbagliare della scienza, dall’altra il suo contrario e cioè di non ammettere i suoi errori anche costo di dire una falsa verità. È una trama oggi in voga nella maniera di rapportarsi all’emergenza del Corona virus.

Per quanto riguarda, la medicina in Italia, nel momento in cui ha accettato il compromesso con il potere, e siamo sempre in quegli anni lì, cioè il principio della sussidiarietà derivato da una certa idea dell’Europa e dell’economia, ha dato per scontato il fatto che nella nostra sanità esistono delle eccellenze assolute, grandissimi ospedali privati e poi intorno il deserto. Questo perché l’eccellenza di quelle strutture assorbe tutta l’energia sociale, tutte le economie, tanto da arrivare a dire per esempio che il medico di base non serve più a nessuno, perché le persone del paesino sperduto della bergamasca non contano nulla. Che me ne frega di quel tizio che abita nella casina sperduta? Se vuole prende la macchina e va in ospedale, altrimenti peggio per lui. Questa scelta pazzesca per vent’anni è stata venduta al mondo intero come la migliore sanità d’Europa, dopodiché alla prima crisi seria è crollata la finzione. E torniamo al rapporto tra realtà e finzione.

L'ORIZZONTE DEGLI EVENTI - 2005 - film usciti 2000 - 2019 - film ...Altrettanto importante nel tuo cinema è l’esplorazione del paesaggio. Lo sondi attraverso il movimento e, così facendo, in Velocità massima torni ad Ostia, un luogo importante sia dal punto di vista culturale che cinematografico. Lo stesso accade con L’orizzonte degli eventi, in cui le asettiche e futuristiche architetture della base costruita all’interno della montagna entrano in dialettica con la selvaggia primordialità della natura che la sovrasta. Spesso nel tuo cinema il paesaggio ha un doppio livello di rappresentazione, come doppie sono le intenzioni dei personaggi.

Sì, perché il paesaggio porta con se le stimmate del cambiamento e quindi conserva tutti insieme, in maniera sincretica, i passaggi storici. In esso c’è il passato, il presente e, se lo sappiamo guardare, potrebbe esserci anche il futuro. Il territorio per me è un personaggio importante, come un attore; non è mai in secondo piano. Quando cerco un ambiente per un film, e questo ragionamento l’ho fatto anche per la serie appena terminata, la natura non è indifferente. Il paesaggio può essere inteso in senso tecnico come semplice location. Allo stesso tempo, però, ha anche un valore espressivo, quindi se io guardo la natura devo capire quali cose mi nasconde e quali mi rivela. I luoghi funzionano allo stesso modo degli attori. Entrambi sono portatori di significati particolari. Ogni luogo ha in sé un significato esplicito e altri impliciti che si rimettono in relazione con il racconto, rapportandosi con il movimento dei personaggi e con le cose che fanno. Questa dinamicità tra personaggio e paesaggio per me è un elemento costitutivo del racconto cinematografico in relazione proprio al discorso del movimento.


L’aspetto di cui parli trova trova applicazione nel documentario Il mio paese, successivo a L’orizzonte degli eventi. In esso ritorna il tema del viaggio in Italia da te effettuato in senso contrario – dal sud al nord – rispetto a quello fatto da Joris Ives per L’Italia non è un paese povero (realizzato nel 1959). In esso affermi che i momenti di crisi di un paese sono capaci di smascherarne l’ipocrisia. Una frase che potrebbe riassumere il nocciolo della questione relativa alle tue storie, in cui è il caos improvviso a svelare la realtà. Sei d’accordo con questa affermazione, e ancora oggi come lo vedi “il tuo paese”?

Spesso come regista mi sono ritrovato – non so quanto casualmente – in questa situazione e cioè di fare sempre un film documentario quasi in contemporanea con uno di finzione. Sesso marmitta e videogame e Velocità massima, per esempio, poi L’orizzonte degli eventi e Il mio paese, Diaz e La nave dolce. Sono proprio fatti nello stesso periodo della mia esistenza, addirittura nel caso de La Nave dolce con le stesse persone, con gli stessi componenti della troupe, nello stesso periodo, negli stessi giorni. Quando abbiamo fatto Diaz con Benni Atria montavamo dal Lunedì al Venerdì, mentre il Sabato e la Domenica ci occupavamo dell’altro. Perché sto dicendo questo, perché Il mio paese è una sorta di focus o se vuoi di close up de L’orizzonte degli eventi. Quest’ultimo pone una serie di questioni, ma quella centrale è proprio il rapporto tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, mentre Il mio paese racconta la storia di una civiltà, quella industriale, che si è persa e, quindi, non sa esattamente dove andare.

Noi non ci riflettiamo ma l’Italia era e resta, almeno per il momento, uno dei paesi industriali più importanti del mondo. Quindi da noi l’industria non è stata un elemento superficiale: in alcune zone del paese sì, in altre no. Essa è costitutiva delle relazioni sociali, del comportamento umano e delle attese delle persone. Durante il boom economico l’Italia cresceva con percentuali cinesi, definiamole così (ride, dr), del sei, sette per cento l’anno, diventando un punto di riferimento per tutti i paesi in via di sviluppo. A un certo punto, però, questo dinamismo piano piano si spegne, come può farlo il motore di un’automobile. Si ferma da solo, senza che nessuno possa farci nulla. È ciò che è accaduto al nostro paese a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, quando siamo diventati marginali dal punto di vista geopolitico, perché con la caduta del muro di Berlino l’Italia è diventata un paese qualunque. Non siamo più stati una frontiera e da un punto di vista dello sviluppo industriale siamo stati superati dalle cosiddette tigri dell’Asia e da altri paesi nel mondo che hanno mutuato dal nostro modello lavorativo un’attitudine al feroce sfruttamento della forza lavoro e, quindi, a uno sviluppo impetuoso e senza regole.

Per quanto ci riguarda siamo diventati vittime di un modello che abbiamo creato noi. Il mio paese è un’esplorazione di questo modello. Nel bene come nel male perché, ripeto, se noi non abbiamo – almeno fino a qualche settimana fa – larghe fasce di popolazione prive di cibo, lo dobbiamo a una diseguale e discutibile redistribuzione che comunque è avvenuta proprio grazie allo sviluppo economico. Però noi siamo anche il paese di chi ha fatto notare che tra sviluppo e progresso c’è una differenza. La risposta sulla diversità di significato di questi due termini ho tentato di darla in qualche modo ne Il mio paese, a partire dal titolo zavattiniano, scelto perché, alla pari di Pasolini, questo regista si era posto lo stesso problema. Quando ho fatto il documentario era diventato una bestemmia raccontare il paese, sembrava quasi fosse un atto di presunzione. Ma chi sei tu per raccontare l’Italia? Invece, secondo me, è un atto di enorme fragilità e di esposizione pubblica, non c’è dubbio, ma anche di generosità nei confronti di se stessi, perché io voglio sapere in che paese vivo e quindi qualche domanda e qualche risposta devo pur darla. Quindi, Il mio paese ruota intorno a questa riflessione.

Quando, assieme a Gregorio Paonessa (produttore  Vivo film, ndr) abbiamo deciso di farlo, ci siamo fatti questo discorso e cioè di essere di fronte a un crollo di sistema che aveva tanti aspetti: questioni di fondo che riguardano l’organizzazione sociale, quella del lavoro, della scienza, della cultura. Anche per questo, per esempio, ho fatto raccontare ad uno scrittore (Edoardo Nesi, ndr) la vicenda di Prato, perché non è così intuitivo e facile capire cosa è accaduto per trasformare quel luogo in una città cinese. O almeno, all’epoca non lo sapevamo. Questo metodo di interpretazione della realtà che ci circonda in qualche modo è come un tentativo di completamento del discorso che sentivo di non essere riuscito a fare fino in fondo con L’Orizzonte degli eventi.



I tuoi film non si spaventano di raccontare la realtà, anche nei suoi aspetti più duri. Da questo punto di vista, e per come riflette sulle derive del potere, mi pare che Diaz – Don’t Clean Up This Blood possa definirsi un film pasoliniano.

Diaz - Non pulire questo sangue - Film (2012) - MYmovies.it
Non so se Diaz possa definirsi così. Quello che so – e su questo ormai non ho più dubbi perché ne abbiamo prove di ogni tipo – è che ci siamo innamorati del potere. Lo abbiamo fatto al punto tale da non vederlo più, quasi gli fossimo estranei. A questo punto, come dei sudditi, o ammazziamo il monarca e diciamo che sempre meno persone pensano di doverlo fare, o semplicemente ci mettiamo in adorazione. Quest’ultima scelta ci porta ad apprezzare il Re in tutto quello che fa, anche amenità come fotografie ai bambini piccoli, le beghe familiari e così via. Ci riconosciamo talmente tanto nel racconto sul e del potere che perdoniamo la violenza che esercita su di noi. Siamo disposti a perdonare questo al potere e allora, da questo punto di vista, hai ragione su Pasolini e sul fatto che in Diaz ci sia Salò,

È una consapevolezza non ragionata, ma nata dalle reazioni alle immagini del film.

Cercando di rispondere alla tua domanda, ti dico di non avere mai pensato a questa cosa che stai dicendo. Forse deriva dalla congiunzione data dalle intenzioni – come regista – di raccontare che quell’abuso di potere è possibile perché la vittima lo condivide. Ciò che è successo a Genova e dintorni in qualche modo ha a che fare con questa dinamica mostruosa, cioè il servo e il padrone diventano la stessa persona. Allora, mi è sembrato fondamentale restituire alle vittime il loro vero ruolo. Non per apologia, né per vittimismo, ma perché secondo me distinguere tra chi fa cosa e chi subisce cosa è imprescindibile. È necessario, perché altrimenti non si ha alcuno strumento non solo per contrapporsi o per giudicare, ma per capire. Quello che è successo è stato così letale che un movimento mondiale nel giro di pochi mesi dai fatti di Genova si è dissolto. Vuol dire che il cinismo del potere, nel pugno duro e nei metodi impiegati, è stato di un’efficacia pazzesca. L’unica arma narrativa a mia disposizione è quella di restituire umanità a chi gli è stata tolta. Esattamente ciò che hanno dovuto fare molti registi raccontando i campi di concentramento. Perché se io mi appiattisco sulla disumanizzazione della vittima faccio il gioco della retorica di chi comanda. Restituire questa umanità ha dato fastidio ad alcune persone che ritengono di difendere le vittime. Alcuni di questi sono stati gruppi di estrema sinistra, chiamiamoli così, i quali si sono scagliati contro Diaz con le stesse parole di alcuni sindacati di estrema destra, e secondo me questo deriva dall’insopportabilità di vedersi rappresentati come vittima. Al contrario, secondo me, questo è l’unico punto di partenza sul quale è possibile condividere un ragionamento, anche se tu fossi un marziano e io un venusiano. Su quello non c’è nulla da discutere. Poi possiamo confrontarci sul perché e sul come, ma sul fatto che qualcuno è stato denudato e violentato, negando i principi fondamentali dello stato di diritto, c’è poco da discutere. Io posso dire “Ah, ma hanno fatto bene i poliziotti” e tu puoi dire “No, hanno sbagliato“, ma sul dato è difficile dividersi.

Diaz mi consente di soffermarmi sulla caratteristica delle immagini che nei tuoi film assumono spesso significati  trascendenti. Mi riferisco, nel caso specifico, a quella della bottiglia lanciata che sta per cadere a terra: il movimento sospeso nel tempo e il rimando a un equilibrio fragile, destinato a spezzarsi, predicono e sintetizzano ciò che sta per succedere. Era accaduto così anche con la messa in scena del blackout ne L’Orizzonte degli eventi, capace di corrispondere allo scarto tra verità e finzione nella vita del protagonista. Per non dire dei soldi in mezzo ai libri ne Il passato è una terra straniera in cui l’avidità del denaro si nasconde dietro il lustro della cultura e della conoscenza. Nei tuoi film le immagini raccontano i concetti e l’essenza appartenenti al mondo di cui ti occupi.

Non so se le osservazioni che hai fatto arrivino e quanto arrivino agli spettatori. Però, non c’è dubbio che realizzando queste immagini c’era il tentativo di fare una sorta di iniezione, di shock visivo nei confronti di chi le guarda. Come ci hanno insegnato i classici del cinema, la parte vale per il tutto. Nel raccontare quest’ultimo se trascuro la parte tolgo quelle maniglie che permettono a chi guarda di aggrapparsi e non venire travolto dal racconto del tutto. Diaz è un film che ti può travolgere, perché è quasi un horror e quello che accade ha dell’ineluttabile. Allora la struttura narrativa, che è disegnata dalla bottiglietta che va avanti e indietro nel tempo, è questa maniglia che io in qualche modo ti fornisco per aggrapparti e non farti travolgere. Se così non fosse, faresti la fine di quelli che stavano lì. Non capiresti perché tutto quello accade e soprattutto come. Nel caso di Diaz il come e il perché coincidono. Questo perché il meccanismo della repressione manifesta l’ideologia di chi la pratica e cioè la sospensione dello stato di diritto. La puoi chiamare fascismo, nazismo, la puoi chiamare stalinismo? Non lo so. La realtà è che la repressione e la riduzione dell’essere umano a cosa non ha colore politico. Però ha una caratteristica, quella della sospensione dei diritti delle persone.


È l’immagine di sospensione di questa bottiglia che rimane a fluttuare nell’aria.

E certo, perché quella bottiglia ti permette di sospendere in qualche modo il tempo, di mandarlo avanti o indietro. La bottiglia è il cronometro della tua coscienza di spettatore perché, spero, è il cronometro della mia coscienza di narratore. La sequenza della bottiglia, che tra l’altro all’epoca purtroppo non avevamo nemmeno i mezzi per realizzarla come avrei voluto – per cui  sembra quasi un cartone animato dentro un film realistico -, ha un’intenzione chiara. Questa è la cosa fondamentale e l’intenzione che ti permette di comprendere qual è il meccanismo sottostante non solo alla repressione e al modo in cui è praticata ma anche alla narrazione stessa. Quindi ti puoi difendere anche dal film.

Parlavi di non far naufragare lo spettatore. Spesso usi degli attori importanti e cioè provvisti di un immaginario ben definito, che però tu spesso stravolgi. Da una parte ne impegni a fondo il talento creativo, dall’altra li associ a ruoli per loro inusuali. La notorietà degli stessi penso funzioni da bussola per lo spettatore disposto a seguire la complessità del film anche per la forza della loro presenza. 

Gli attori per me sono dei fratelli, nel senso che un regista senza i propri attori non esiste. Quanto meno non esistono i film di finzione e soprattutto quelli che raccontano storie complesse. Quindi l’attore non è un oggetto, non è una cosa che può essere agita. Quello che in qualche modo provo sempre a fare lavorando con loro è di condividere un percorso capace di metterci tutti in discussione. Guardando il film ti dimentichi della fama di Valerio Mastrandrea perché dopo due minuti lui diventa il meccanico di Ostia. Se questo non succede il regista ha sbagliato film (ride, ndr). Poi nello star system è normale per le persone  riconoscersi negli attori, perché comunque diventano in qualche modo i loro eroi, indipendentemente dall’attitudine buona o meno dei loro personaggi. Tutto sta nella funzione svolta dall’attore nell’ambito della narrazione. Sia lui che il regista devono mettersi totalmente a disposizione del racconto. Forse la tua sensazione deriva da questa disponibilità, da questo mettersi a disposizione dell’attore. Io amo interpreti in grado di essere totalmente disponibili. Non parlo della capacità performativa o del trasformismo, adesso così di moda, per cui sembra quasi che se un attore non si riempie di pecette non è un buon attore. Parlo del fatto che io guardo ed è Elio Germano ma dopo due minuti mi dimentico che lo sia. Se lo devo schematizzare per capirlo, io amo un attore mimetico, ovvero capace di confondersi con il personaggio: non nel senso di una sua costruzione matematica, fatta di somiglianza fisionomica e posturale. Quella mi interessa molto poco.



Se prendiamo film come Il passato è una terra straniera o Velocità massima il rapporto di amicizia tra i personaggi ricorda un po’ quello di Gassman e Trintignant ne Il sorpasso. Per certi versi, sembrano anche Pinocchio e Lucignolo. Volevo chiederti se questa osservazione è pertinente oppure no.

Credo molto nell’amicizia e nella forza del suo valore. Per me si tratta di un sentimento potente come l’amore. In quelle maschili per esempio, le dinamiche che si instaurano non vengono fuori solo se facciamo finta di non vederle. Quando Michele Riondino – che tra l’altro fino a quel momento non aveva mai interpretato nessun film – entra in contatto con Elio Germano succede qualcosa di insolito, e cioè che un attore importante come Elio si sottomette alla figura e al comportamento di un attore sconosciuto. Siccome Elio non è un grande attore ma un grandissimo attore, questo meccanismo fa venire fuori il personaggio fino in fondo, perché il protagonista del film è una persona che, innamorandosi di una figura guida, sperimenta il male, l’inferno e il dolore. Questo per lui è possibile perché in quella dinamica amicale, nella quale ci si può identificare completamente, io dimentico le mie personali caratteristiche. Quindi, le storie di amicizia tra due giovani adulti, non solo nel cinema, ma anche nella letteratura, danno questa chance pazzesca. E a me piace moltissimo. Soprattutto vedere come accompagnare gli attori a esplorare dinamiche estremamente vitali.

In Sole cuore amore, invece, si verifica uno scarto perché l’amicizia tra Eli e Vale è all’insegna del mutuo soccorso: nessuna delle due prevarica l’altra.

YOUng | Sole Cuore Amore di Daniele Vicari un film non riuscito ...
Beh sì, nel mio personale percorso Sole cuore amore è un film che amo moltissimo. Al di là della sua riuscita, lo apprezzo in modo particolare perché è quello che mi ha dato di nuovo la sensazione di poter fare cinema. Questo perché dopo Diaz diciamo che ero un regista non tanto appetibile (ride, ndr), quindi ho avuto un po’ di problemi nel tornare a esserlo. Ricordo di aver appena finito un laboratorio per giovani attori della Scuola Volontè e la pienezza di questo lavoro mi aveva lasciato del tutto vuoto. Cominciando a scrivere il film ho pensato un po’ all’esperienza fatta con questi ragazzi straordinari e anche alle magnifiche donne che mi circondano. Vengo da un ambiente popolare, non sono di estrazione borghese: mia sorella, mia madre, mia cugina sono delle super lavoratrici, persone capaci di svolgere quattro, cinque mestieri e di mantenere due, tre famiglie. A un certo punto – più o meno alla metà degli anni Dieci -, ci siamo resi conto del momento che stavano vivendo e di non essere più in grado di uscire dalla crisi economica. Adesso, a causa anche il Coronavirus, stiamo andando in giro per il mondo a elemosinare aiuti, perché dopo un trentennio di decrescita infelice – mettiamola così -, l’Italia non ha in sé le capacità per reagire al disastro. La rabbia cupa causata da questa situazione non si è manifestata scendendo in strada. Nessuno ha messo in discussione il paese e il suo popolo e neanche la nostra condizione. Abbiamo solo mugugnato. Dunque, guardandomi intorno mi sono reso conto che secondo me uno dei motivi per cui non stavamo crollando completamente era proprio il rapporto tra le donne. Perché loro sono abituate al mutuo soccorso, si aiutano a vicenda, tirano su le famiglie, mentre noi maschi ci limitiamo a giocare a pallone. Per questo mi è sembrato fondamentale raccontare perché questo paese non è crollato, almeno fino al mese scorso, trovando la ragione nella fatica sociale sopportata dalle nostre donne, sorelle, madri, fidanzate e mogli, corrispondente all’ottanta per cento dello sforzo collettivo. La nostra società è sulle loro spalle. Il rapporto tra Eli e Vale è esattamente questo. Pur avendo fatto due scelte di vita completamente diverse, e pur essendo tutte e due vittime di una crisi economica pazzesca, in grado di esasperare sia chi vuole mantenere una famiglia sia chi vuole fare un’attività artistica, Eli e Vale sanno aiutarsi. Il problema è che credo purtroppo non sia sufficiente, ed è per questo che il film finisce male. Però, loro si aiutano e per noi è un motivo di speranza profondissimo, di essere cioè in grado di seguire l’attitudine sviluppata da loro nel disastro ormai trentennale nel quale vive il nostro paese.

Ho riconosciuto quello che dici e mi sono emozionato, perché è quello che ho trovato vivendo in paesi molto più sfortunati del nostro, in cui le donne erano l’unica speranza di salvezza per quelle società.

È così in tutto il mondo. Noi facciamo i disastri, le guerre e la politica, mentre le donne ricuciono i nostri disastri. Finché non si arrabbiano!

L’interpretazione di Isabella Ragonese è commovente, ma anche Eva Grieco al suo esordio se la cava molto bene. Si tratta di due personaggi sovrapponibili, come suggerisce il montaggio alternato che scandisce la sequenza introduttiva.

Abbiamo pensato a Eli e Vale come se fossero due facce della stesso personaggio. Eli, come Vale, danza sul luogo del lavoro e poi fa la stessa cosa anche dal punto di vista emotivo, nel senso che porta energia nella sua famiglia. Il paradosso inaccettabile è che nella situazione in cui abbiamo vissuto fino al mese scorso il vitalismo di una persona come Eli poteva addirittura essere un problema per una società moribonda. E quindi io Eli la amo moltissimo, come amo Vale, perché sono due aspetti della mia vita. Da una parte ho sotto gli occhi lo sforzo enorme che fanno le madri di famiglia, le persone che si caricano sulle spalle due o tre generazioni, perché, parliamoci chiaro, le donne si devono occupare minimo di due famiglie, a volte anche di tre, la propria, quella del marito e poi a volte anche quella dei figli. Dall’altra a me commuove molto il fatto che nonostante il disastro ci siano persone che cercano di esprimersi, ed è una cosa che trovo importantissima, ed è più che evidente soprattutto in questo momento, che di Vale non gliene frega niente a nessuno, potrebbe anche morire di fame. La spietatezza della nostra società è qualcosa di antropologicamente fondato. Chi si esprime attraverso l’arte è visto come un perditempo, salvo poi dedicare gran parte della nostra vita a guardare film, serie e spettacoli di ogni natura. Consideriamo chi li fa dei privilegiati, anche quando i dati ci dicono che costoro sono vittime di una mostruosa sottovalutazione del lavoro. Sono quindi due facce veramente della stessa medaglia. Certo è che se avessi fatto Sole cuore amore nel 1945 avrei raccontato soltanto la storia di Eli.



Tu lavori da sempre con Gherardo Gossi. Il suo contributo è quello di una qualità di immagine in cui lo sguardo documentario è spesso reso attraverso un uso delle luci espressionista. Sole cuore amore è un esempio lampante del vostro lavoro.

Assolutamente sì, perché io non trovo nessuna contraddizione nel fatto che la macchina da presa esplori liberamente un ambiente, e che però al tempo stesso questo ambiente sia disegnato con delle luci molto marcate. Non credo che questo dia luogo a una falsificazione, anzi penso che quella da te definita espressionista sia una chance in più per lo spettatore, perché fornisce all’immagine una tridimensionalità e una carnalità senza le quali tutto diventerebbe privo di significato. Io mi identifico molto nel lavoro di Gerardo, il quale riesce a fare una cosa difficilissima, ovvero a starmi dietro in questo delirio che hai appena descritto.

Prima che la notte si apre con una sequenza che lo colloca nel pieno degli anni ’80, evocati dalla canzone Call me. La musica è una componente significativa dei tuoi film. In questo caso, la canzone di Debby Harry rimanda al carisma e alla forte personalità di Pippo Fava, giornalista e scrittore siciliano ucciso dalla mafia nel 1984. Te lo chiedo perché c’è una corrente di pensiero per cui la musica è un elemento disturbante, soprattutto nel documentario.
Stasera su Rai 1 alle 21,15 Prima che la notte, il film-tv di ...
Quando utilizzo il termine immagine non mi riferisco solo a ciò che si vede, ma anche quello che si sente. L’immagine in un film è frutto del montaggio di tutte le componenti. Per me è fondamentale che la musica entri in relazione con il racconto. Non ho un approccio intellettualistico al linguaggio cinematografico, non mi interessa. Dopodiché, posso apprezzare fino alle lacrime delle grandissime forme di cinema super stilizzate; le capisco, ma ognuno fa il cinema come si sente. Anche con il documentario ho praticato spesso questo discorso. La narrazione è un atto emotivo; se è solo un fatto razionale è meno interessante, va bene lo stesso, ma è meno interessante. Quindi se io guardo Isabella, con il cappotto rosso che cammina per strada, non riesco a immaginarla senza la tromba di Enrico Rava. Quell’immagine non esiste. Io con quello strumento musicale entro dentro la testa di Isabella e ho bisogno della poesia di Enrico. Ne ho bisogno io, non credo che in automatico ne abbia bisogno lo spettatore. Lo spettatore può farne anche a meno, mentre il punto è se il regista che sta realizzando quel film sa farne a meno o ritiene di potervi rinunciare. Questo qui è il modo in cui vediamo il cinema; ciascuno in una maniera differente. Io ho fatto dei documentari che sono pieni di musica. Per me La nave dolce è un’opera rock, come Prima che la notte. Il rock fa parte di quel racconto, perché ritengo che la storia di questi ragazzi, che salgono su una nave per “conquistare” l’Occidente e per avere una vita migliore, sia uno dei principi cardine della storia del rock. Rompere i meccanismi sociali, distruggere la consuetudine. Perché non dovrei utilizzare il rock, perché?!



Quale cinema ti ispira come regista e qual è quello che ti piace come spettatore.

La prima risposta, ti sembrerà banale, ma a me piacciono i film belli. Per esempio non quelli d’autore. Senza dubbio stimo i grandissimi cineasti, ma lo facciamo tutti: parlo di Kubrick, Antonioni, etc. Io ho bisogno di vedere dei film belli, in grado di colpirmi e di emozionarmi e questi a volte possono anche realizzarli registi del tutto sconosciuti. Ti faccio l’esempio di un regista che si chiama Yong-Kyung Bae, autore de Perché Bodhi Dharma è partito per l’Oriente. È un film sconosciuto, del quale l’autore è regista, fonico, interprete, sceneggiatore e direttore della fotografia. In esso si racconta una cosa che non mi riguarda, nel senso che è la storia di un monaco buddista e del suo viaggio a piedi. Non ha niente a che vedere con la mia vita, ma quando l’ho visto ho pianto. Mi è piaciuto da morire, tanto per farti un esempio. Così come mi piaceva da morire Starsky & Hutch e lo dico senza ironia. Alcune frasi di quei due hanno caratterizzato la mia adolescenza. Quando, ad esempio, a un certo punto Starsky dice a Hutch che le persone perdono la maggior parte del proprio tempo ad aspirare di avere qualcosa senza fare mai nulla per averlo. Una frase del genere probabilmente non la ricorda nessuno, mentre a me ha cambiato la vita. Quindi va bene così. A me piacciono le cose che mi restano dentro, anche frammenti. Ti dovrei fare un elenco infinito di film o di parti di essi, che in qualche modo salgono in continuazione dal mio inconscio piazzandosi davanti agli occhi.

Rispetto al tempo presente non so se stai ripensando anche a un modo di fare cinema?

Rispetto al cinema che possiamo fare adesso e a quello che faremo ho sotto gli occhi la lezione meravigliosa che ci stanno dando gli allievi della scuola Volontè. Prigionieri in casa, stanno facendo dei bellissimi lavori, raccontando la loro condizione, e parlo di allievi del primo anno, perché abbiamo ricominciato il triennio. Per me è cinema alla massima potenza. Uno dei lungometraggi più belli della storia del cinema è Un condannato a morte è fuggito. È la storia di uno chiuso in una cella. Io non vedo limiti, vedo limiti politici, psicologici, culturali. Penso a frasi lette in questi giorni come: “Ah che bello, in questo momento possiamo riscoprire i classici”. Il che può essere anche vero, perché per esempio in questo momento amo molto di più vedere i classici del cinema che non le opere contemporanee. I primi hanno una limpidezza, una forza e una determinatezza di cui ho bisogno. Però dire una frase tipo: “Ah che bello, adesso riscopro Seneca” non tiene in considerazione del fatto che il novanta per cento delle persone vive in condizione talmente micidiali da non essere in grado di leggere un libro. Se ti trovi in una casa di sessanta metri quadrati con quattro persone, al massimo puoi guardare la televisione a tutto volume. Questa superficialità si sta accompagnando, temo, a un pari grado di creatività. Se in questo momento noi cineasti non ci inventiamo qualcosa, anche sulla scorta di quello che ti ho detto, e cioè di questi ragazzi che vogliono fare cinema a tutti i costi, anche in prigionia, ecco, se noi cineasti non ci inventiamo qualcosa vuol dire che valiamo questo. Cioè il nulla che siamo in questo momento.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Frank Miller Recaptures the Glory of Manhood for Christmas | Bitch ...
Spirit di Frank Miller - character poster (USA, 2008)

ALL DAY AND A NIGHT


All Day and a Night
di Joe Robert Cole
con Ashton Sanders, Jeffrey Wright, Regina Taylor
USA, 2020
durata, 121'


All Day and a Night - Film (2020) - MYmovies.it
Il piano sequenza che accompagna il protagonista a uno dei tanti faccia a faccia a cui ci ha abituato il racconto della sua esistenza sembra il riassunto dei terribili fatti da poco occorsi a Minneapolis. La sua perdita d’innocenza, infatti, e l’impossibilità di tornare sui propri passi mancando l’ultima occasione per sfuggire a una tragedia annunciata, è qui sintetizzata da una corsa in bicicletta e dall’improvviso cambio di direzione che lo svincola da dei bambini giunti nei pressi, come a volerlo dissuadere da drammatici propositi. Nell'essere diretto da un regista e sceneggiatore (oltre a questo autore anche di "Black Panther") come Joe Robert Cole, a conoscenza dei fatti per motivi di appartenenza e per necessità legate al suo mestiere, "All Day And A night" s'inserisce nella leva più recente del cinema afroamericano facendo proprie le esperienze di registi come Ryan Coogler ("Prossima Fermata Fruitvale Station") e Barry Jenkins ("Moonlight", "Se la strada potesse parlare") i quali, pur non rinunciando a uno sguardo militante rispetto alle questioni interne alla propria comunità, hanno riflettuto sull'opportunità di mediare tra l'efficacia della denuncia e la necessità di non restare confinati in un ambito antagonista ma marginale, aprendosi infine a un pubblico più ampio di quello di riferimento.


All Day and a Night: trama, trailer, durata e cast del film ...In termini cinematografici questo si è tradotto non solo nella scelta di un distributore forte come Netflix, capace di assicurare al film una visibilità assoluta e generalista, ma anche, e diremmo soprattutto, nell'assunzione di codici e retoriche tipiche della narrazione mainstream, a cominciare dalla sua struttura di base, vale a dire quella di una storia centrata su una presa di coscienza percorsa a ritroso da colui che ne è artefice - dal presente del carcere in cui è stato rinchiuso per omicidio all'infanzia problematica e violenta all'interno del ghetto a contatto con una famiglia a dir poco disfunzionale - "All Day And A Night" si presenta così come il più classico dei coming of age in cui le diverse tappe del calvario altro non sono che le fasi di un apprendistato (criminale) senza il quale non è possibile sopravvivere alle sciagure della vita. In questo senso, se è vero che quello del film è un percorso legato a un preciso ambiente - il crogiolo di umanità varia di uno dei tanti quartieri-ghetto devastati dalla povertà, dal crimine e dalla droga - la sensibilità, il respiro intimo e soprattutto gli archetipi dell’amore, dell’amicizia, della comunanza e del tradimento risultano i medesimi utilizzati dai prodotti più popolari. A differenza dei quali, però, il film di Cole non offre facili soluzioni o vie di uscita che non siano quelle della comprensione dei fatti e delle persone in essi coinvolti (in particolare, il padre del protagonista).

All Day and a Night #2020 GOOGLE DOCS - All Day and a Night GOOGLE ...D'altro canto, a "All Day And A Night" non mancano elementi utili a inserirlo nell'attualità delle discussioni nate a margine dell'omicidio di George Floyd, della cui figura Jahkor e compagni sono in qualche modo epigoni ma da cui marcano anche una distanza, ossia il fatto di rinunciare all'invettiva (sì presente, ma in maniera indiretta) contro il sistema di governo e contro le istituzioni inique e razziste attraverso la rinuncia a fermare il massacro, al contrario lasciando che esso si consumi fino in fondo.
Cosciente, come molti, che il problema si possa risolvere solo a partire dalle persone iniziando a fare un mea culpa circa la propria condotta, evitando di giudicare quella altrui, Cole finisce per descrivere una guerra civile tra consimili, combattuta all'interno del ghetto e contro i propri fratelli. La precisione sociologica con cui "All Day And A Night" ricostruisce i fatti (ad esempio, quello di rappresentare il carcere come una sorta di estensione del quartiere, luogo di ritrovo di padri e figli intenti a scontare le rispettive pene) fa il paio con la volontà del regista di empatizzare con il protagonista, avvicinandolo al pubblico attraverso l'espediente della voce fuori campo, necessaria laddove le personali confessioni e le considerazioni sugli eventi della propria vita diventano espressione di una complicità problematica ma sincera.
Tra i film usciti su Netflix in tempi di lockdown, questo è senza dubbio uno dei migliori.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

THE OLD GUARD


The Old Guard
di Gina Prince-Bythewood 
con Charlize Theron, Matthias Schoenaerts, Luca Marinelli
USA, 2020
genere, thriller, fantascienza, drammatico
durata, 125'


Atteso alla prova per la fascinazione esercitata dai suoi interpreti, The Old Guard, diretto da Gina Prince-Bythewood si presentava alla verifica del pubblico portandosi appresso l’etichetta di solito attribuita ai film della Marvel e cioè quella matrice fantastico avventurosa derivata dal carisma e dai super poteri dei personaggi.

Nel caso specifico si trattava di capire in quale maniera sarebbe stata resa la specificità della storia ovvero l’immortalità dei membri della squadra di agenti speciali capitanata da Charlize Theron, leader incontrastata di un manipolo di coraggiosi formato tra gli altri da Matthias Schoenaerts e il nostro Luca Marinelli, al suo esordio in una produzione americana.

Trasposizione cinematografica dell’omonimo fumetto di  Greg Rucka The Old Guard conferma il brand tipico del genere facendo della contaminazione il suo punto di forza e dunque trasfigurando all’interno della storia situazioni  iconografie e dinamiche derivate da altri film, a cominciare dal contesto cosmopolita, figlio di quella globalizzazione che da Alias (serial creato da J.J. Abrams) in poi ha visto l’ambientazione di film e serie create mettendo insieme luoghi e città sparsi in ogni angolo di mondo. Una frammentazione territoriale che da una parte favorisce l’idea di mobilità e la necessità di esotismo proprie del genere, dall’altra, nella scenografia desertica e arcaica di certi paesaggi, è utile a evocare un cult come Mad Max: Fury Road suggerito dal piglio e dalla determinazione di Andy, il personaggio della Theron, per certi versi simile a quello interpretato dalla stessa nel film di George Miller. Similitudini che si ritrovano anche nell’empatia esistente tra i protagonisti il cui come nel Sense8 di Lana e Lilly Wachowski a dominare è una pansessualità interraziale e una percezione extra sensoriale, capace di rompere le leggi spazio temporali e di manifestare la presenza dell’altro anche a migliaia di chilometri.

Così se la prerogativa del film è data dall’eccezionalità dei personaggi, dalla straordinarietà del loro sentire e dalla capacità dei singoli di non farsi corrompere dalle tentazioni del male, a fare la differenza  è il fatto che a interpretarli ci siano attori in grado di arricchirli del proprio immaginario: soprattutto la Theron, ancora una volta a suo agio nei confronti corpo a corpo e nella fisicità da amazzone che ne contraddistingue le interpretazioni più dinamiche e spericolate (ricordiamo non solo Neon Flux ma soprattutto Bionda Atomica) e almeno per quanto riguarda l’Italia Luca Marinelli, alle prese con un ruolo si secondario ma di quelli utili ad aprire la strada per eventuali e più importanti esperienze internazionali, e ancora Matthias Schoenaerts, già abituato a queste latitudini e non a caso partner principale – anche in termini di minutaggio e primi piani – della Theron.


Quest’ultima, ancora una volta dopo Bombshell alle prese con un ruolo che ne ribadisce la coscienza militante, ravvisabile non solo nella leadership del ruolo ma nel farsi promotrice di un film che attraverso i roghi e le torture della caccia alle streghe – rievocati in uno dei  numerosi flashback – non perde occasione di denunciare la violenza della società degli uomini e che per la prima volta  ci presenta un reparto dei  Marines formato da sole donne nella scena in cui una di esse è destinata a scoprire il suo potere.

Ciò detto The Old Guard denuncia i difetti riscontrati in altre produzioni Netflix ovverosia una prevedibilità narrativa e di caratterizzazione dei personaggi derivante dalla necessità di essere comprensibile a livello planetario e quindi dall’obbligo di normalizzare peculiarità che risulterebbero incomprensibili a una parte di pubblico.

Esemplare in tal senso è la figura antagonista, il capo di una potente Big Pharma, tratteggiato con caratteristiche troppo stereotipate e sopra le righe per risultare minaccioso e temibile come la storia vorrebbe farci credere.

La conseguenza più vistosa è quella di una drammaturgia che non riesce a giustificare fino in fondo il tormento dei protagonisti le cui afflizioni sembrano più un espediente di sceneggiatura che la conseguenza degli eventi mostrati. Come spesso succede anche qui il finale aperto lascia supporre che per  Andy e soci la partita non è ancora finita.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

domenica, agosto 09, 2020

RESISTENZE ANIMATE



Questo è propriamente il mondo
in cui ci è dato tanto più da vedere
quanto meno ci è consentito
di mettere bocca
— G.Anders —


Dal momento che la sedicente modernità finirà, come tutto del resto ma, vista la china, finirà male, forse è il caso di cominciare a fare mente locale per cernere quel po’ di decente che è riuscita a generare durante la sua mesta oltranza. Delegata con ottimismo degno di miglior causa buona parte della primogenitura dei frutti dell’ingegno all’esuberanza tecnica, l’iniziativa umana ha via via ristretto i propri ambiti fino a rattrappirsi nel ruolo subalterno di esecutrice di norme standardizzate, di protocolli, di procedure da ripetere all’infinito, in una prassi anonima volta, per inerzia interna, a sovrapporre - lo scopo quello di diluirli in un conveniente indifferenziato - il fare all’agire. Di certo non immune, quanto sovente a riparo da tale deriva, l’arte dell’animazione, in specie quella laterale o genericamente indipendente (nel senso di lontana dalle strategie e dai numeri delle produzioni maggiori dal canto loro persuase/condannate, date le dimensioni e i relativi investimenti - e pensiamo alla Disney giusto perché è quella più conosciuta e meglio si presta, a onor di stazza da bersaglio grosso, al paragone - a una sorta di rimasticamento dei canoni del fantastico orientato in gran parte alla sterilizzazione delle sue spinte più audaci in favore di una prassi che, vellicando/manipolando il senso comune, traccheggia da anni in bilico tra l’edificazione più o meno palese e un anarchismo più di facciata che sostanziale), si è assunta l’onere o, se vogliamo, si è presa la libertà di riattraversare i vasti mari dell’immaginazione per elevarli, a mo’ di eustatismo virtuoso, mettendo mano a narrazioni meno inflazionate, a sviluppi e personaggi inconsueti, a snodi sempre intriganti - tratti ad esempio dalla tradizione, quindi svariando tra letteratura e leggenda, fiaba e folklore, passando per l’oralità e la musica - o dimenticati causa la necessità sospetta (almeno per un’ecumene assennata) di assecondare il nuovo come aprioristico grimaldello della conoscenza e dello stupore. Si è così sforzata di riportare in auge, facendo magari di necessità virtù, in ogni caso donando loro sfumature inedite, materiali poveri (la plastilina di “Wallace e Gromit”, per dirne una) e processi di lavorazione primitivi (il meticoloso passo uno, per dirne un’altra). Ha tentato cioè di essere allo stesso tempo spensierata e conflittuale, aperta e irriverente, a tutta prima risolta in una similmente smagliante apparenza ludica, in realtà depositaria di grumi problematici che abbracciano di volta in volta la crescita, l’apprendimento, l’affacciarsi della sessualità, l’ambizione personale e la ricerca di un proprio posto nel mondo, i momenti in cui la vita sembra funzionare, il ruolo della violenza, quello dell’amicizia, il valore dell’amore, l’ambiguità della verità, del reale e dei legami, il rapporto con la morte, ovverosia - ed è un paradosso difficilmente eludibile - ha scommesso sull’essere davvero moderna, se col predetto titolo intendiamo uno slancio espressivo in linea con le aspettative, i bisogni, le ansie e i timori di un sentire vieppiù articolato e complesso perché oramai sollecitato da spinte oltremodo contraddittorie, sfuggenti, non di rado al limite della comprensibilità. Anche per tale motivo, la selezione di lavori che abbiamo voluto raccogliere qui più che a una rigida volontà sistematica e catalogatrice, figlia di un rigore filologico di sicuro necessario eppure talvolta limitante, risponde a una logica, diciamo così, intuitiva, sentimentale - se il predetto termine non fosse stato espunto dal discorso pubblico dalla seduzione del cinismo, musmè oggi come oggi alla portata di qualunque tasca - per di più di proposito ancorata a questa nostra travagliata contemporaneità (le opere considerate sono recenti o recentissime) in modo da tenere viva la fascinazione - e gli eventuali stimoli che da essa scaturiscono - suscitata dalla prossimità di un rapporto ancora fresco ed emotivamente coinvolgente. Non si potrebbe spiegare altrimenti in maniera più esaustiva la persistenza negli occhi e nel cuore dell’impertinente malìa regalata dalle note dello shamisen del piccolo Kubo in “Kubo e la spada magica”, 2016, dell’americano Knight; l’avvertita bonomia e l’umorismo quieto di Gromit nel già citato “Wallace e Gromit - La maledizione del coniglio mannaro”, 2005, dei britannici Park e Box. Come pure dell’impronta del coraggio e della caparbietà a nutrire un preciso desiderio di avventura e di scoperta in “Sasha e il Polo Nord”, 2015, del transalpino Chayé o in “Coraline e la porta magica”, 2009, di Selick, da un racconto di Gaiman illustrato da McKean. Stesso discorso per il dolore della perdita precocemente subito e lo sforzo di comporlo in una dimensione di tollerabile malinconia attraverso il conforto della vicinanza o la saggezza derivante da un sapere ispirato in “La mia vita da zucchina”, 2016, di Barras e in “Il libro di Kells”, 2009, dell’irlandese Moore. O, ancora, rendere conto del passo lieve, quasi inerme eppure vigile e introspettivo, viatico per una prima e non necessariamente confortante disamina dell’umana condizione, della tregua precaria su cui essa fonda le sue azioni e intesse i suoi affetti, ne “La tartaruga rossa”, 2016, dell’olandese Dudok de Wit e in “Your name”, sempre del 2016, a cura di Shinkai Makoto; quanto osservare l’impronta unica di un destino che si compie ricongiungendosi alle linee imprecise dei ricordi e delle speranze, in “Ho perduto il mio corpo”, dell’esordiente Clapin, 2019, distribuito da Netflix.

D’altro canto, lealtà prescrive che si dia ragione di una apparente incongruenza - con ogni probabilità già notata da molti - vale a dire la presenza nella nostra lista (vedi immagine di copertina) di un nome come quello di Takahata Isao, autore di punta di una delle più importanti fucine di animazione esistenti, la giapponese Studio Ghibli. Ebbene: in un mondo che - a parole - sposa le regole ma per trito opportunismo non fa che andare a letto con le eccezioni, riteniamo di avere una scusa inattaccabile violando con la prepotenza di una minima infrazione il criterio di scelta che ci siamo imposti. Questo per dire che, a stringere, la spiegazione dell’inserimento di un’anomalia all’interno di un corpus più o meno compiuto è addirittura banale anche se, oggi come oggi, rischia di essere rivoluzionaria: “La storia della Principessa Splendente”, lungometraggio del 2013, ultimo di Takahata, è di una bellezza sconcertante. Tutto qui. In costante, magico e sinuoso equilibrio sul filo sottile dell’astrazione.

E’ sensato infine aggiungere che la presente antologia non ha intenzione di essere esaustiva, tantomeno latrice di chissà quale proposito pedagogico o, peggio ancora, edificante. Suo dispettoso vezzo è solo quello di richiamare negli animi inquieti (quindi giovani per definizione) quel senso di meraviglia a loro così familiare perché privilegio dei corpi alati, prima del definitivo inabissamento nella palude del pratico e dell’utile.
TFK

mercoledì, luglio 29, 2020

L'HOTEL DEGLI AMORI SMARRITI


L'hotel degli amori smarriti
di Christophe Honoré
con Chiara Mastroianni, Vincent Lacoste, Benjamin Biolay
Francia, 2019
genere: commedia
durata: 86'
“L’hotel degli amori smarriti” è la nuova commedia francese di Christophe Honoré con protagonista Chiara Mastroianni.
La ricerca di una propria identità e di quello che è un legame solido e stabile con una persona è il tema centrale del film che il regista analizza e sviscera nei minimi particolari, facendosi aiutare da alcuni artifici specificatamente e unicamente cinematografici.
Maria (Chiara Mastroianni) è una donna di mezza età, sposata con Richard, un uomo buono e silenzioso che sembra non essersi mai accorto, in tutti gli anni di matrimonio, di tutto quello che la moglie ha compiuto alle sue spalle. Questo perché Maria sembra essere solita a continue scappatelle, soprattutto con ragazzi più giovani, talvolta addirittura suoi alunni. Una sera, però, dopo reiterati tradimenti da parte della moglie, il marito legge i messaggi che il giovane Asdrubale invia alla donna e le chiede spiegazioni. Da qui nasce una discussione tra i due che porta la protagonista a “nascondersi” per la notte in una delle camere dell’hotel di fronte alla loro abitazione. Con la scusa di avere bisogno di spazio e tempo per riflettere in solitudine, Maria non informa Richard riguardo il suo spostamento. Durante la notte, però, la donna riceve delle strane visite che la iniziano a mettere in discussione.
Quelle che si presentano davanti a Maria sono delle vere e proprie domande, indirettamente poste dalle persone stesse che la donna si ritrova nella propria stanza di hotel. Appaiono, infatti, la versione venticinquenne di Richard, la sua insegnante di piano, nonché primo amore del marito, poi la madre, la nonna e addirittura la sua stessa “volontà”.
Messa di fronte al fatto compiuto, cioè i ripetuti tradimenti, Maria deve cercare di capire cosa prova davvero per il marito, se è in grado di lasciarlo andare definitivamente, se verrà perdonata, se è ancora innamorata di lui o se lo è mai stata veramente. La versione giovanile del marito, provocandola, cerca di instillare tutta una serie di dubbi nella mente e nel cuore della protagonista. Allo stesso modo anche l’insegnante di piano di Richard, approfittando della situazione, chiede alla donna l’approvazione per poter recarsi dal marito di lei per poter riallacciare i rapporti e magari riaccendere una scintilla forse mai spenta del tutto.
Si tratta, naturalmente, di un sogno, di una visione, di qualcosa di puramente cinematografico e che solo questo mezzo poteva realizzare. Ed è, infatti, anche un gioco stesso sul cinema. Perché il cinema è protagonista, o almeno coprotagonista, della vicenda, insieme a Maria, Richard e tutti gli altri personaggi. Un cinema che gioca con sé stesso, prendendosi in giro. Un cinema che appare fisicamente perché sotto l’appartamento della coppia c’è proprio una sala, o meglio sette, le cui locandine tornano spesso a irrompere sulla scena.
Tutto appare strano e surreale, sia dal punto di vista della narrazione e delle scelte che vengono adoperate dal regista, sia dal punto di vista visivo. La calma piatta e apparente che sembra essere solo il presagio ad una vera e propria tempesta; il silenzio improvviso e le continue voci fuoricampo; la solitudine, dovuta all’assenza di persone intorno ai protagonisti principali che si sostituiscono tra loro e si scambiano più e più volte.
Emblematiche alcune inquadrature alle quali inizialmente si può non dare particolare peso, ma che, invece, a posteriori sono esemplificative di determinati comportamenti e atteggiamenti. Una su tutte l’inquadratura di Maria e Richard nel momento iniziale di confronto, subito dopo che il marito è venuto a conoscenza del tradimento. Sono uno di fronte all’altro, ma lo spettatore li vedi come lontani, già divisi e separati da un muro che sembra la rappresentazione di un ostacolo insormontabile, quello che poi la donna dovrà affrontare nel corso di tutta la vicenda.
Un film che racconta l’amore da un punto di vista molto particolare e con una morale non del tutto condivisa e condivisibile. Nonostante la pretesa di voler mettere “troppa carne al fuoco”, nel complesso risulta un prodotto godibile con interessanti spunti di riflessione e con una più che buona interpretazione della Mastroianni che, per questo ruolo, si è aggiudicata il premio di miglior attrice nella sezione “un certain regard” al festival di Cannes 2019.

Veronica Ranocchi

domenica, luglio 26, 2020

LA FOTO DELLA SETTIMAMA

Paranoid Park di Gus van Sant (USA 2007)

A HIDDEN LIFE

A Hidden Life
di, Terrence Malick
con, August Diehl, Valerie Pachner, Maria Simon, Michael Nyqvist, Matthias Schoenaerts, Jürgen Prochnow, Bruno Ganz
Germania, USA, 2019
genere, drammatico
durata, 175’



L'occhio, viziato da una mostruosa costrizione a vedere lontano [...] viene costretto qui a
cogliere con acutezza ciò che è più vicino, il tempo, ciò che ci circonda. [...] Parlando da un punto
di vista teologico, fu Dio stesso che, terminato il suo compito, si mise, in forma di serpente, sotto
l'albero della conoscenza: cercava così sollievo dall'essere Dio... Aveva reso tutto troppo bello...
— F. Nietzsche, "Ecce Homo” —




Le montagne dell'alta Austria, argini spirituali prima ancora che geografici. A introdurre, però, le immagini di repertorio di Hitler acclamato dalla folla, accompagnate da una musica che le estromettono dalla mera funzione di documentazione storica facendone una sorta di liturgia macabra, iniziano a indirizzare oltre quelle cime nubi di colorazione prossima al nero assoluto. Se è vero che in Natura per ogni elemento ne esiste un altro sua contraddizione pura, sulla scia dell'esempio precedente possiamo affermare che per ogni fiume c'è una diga pronta a fermarlo e che per ogni diga c'è un fiume pronto a fare breccia. A risolvere il paradosso, nel caso specifico di "A hidden Life", c'è un umano-troppo-umano, al secolo Franz Jägerstätter, che Malick non pone come martire - strizzando l'occhio al sopra citato Federico, che i martiri li aveva già seppelliti dalle prime battute de “L’Anticristo” - ma  semplicemente come argine ulteriore e imprevisto. 




Franz  - il film è ispirato alla sua storia vera - si dedica alle tre Madri - la Terra che coltiva, la Madre naturale e la Madre dei suoi figli - incarnando sostanzialmente un essere umano antico che con la Natura non vive un rapporto estetico ma morale. Questo fino a quando non viene chiamato alle armi per servire il regime Nazista durante la Seconda Guerra Mondiale, decidendo per la dissidenza e dunque per l'inevitabile condanna. Tutto il percorso interiore del personaggio viene attraversato dai consueti flashback, da meditazioni errabonde e placidi silenzi grandangolari alternati a sguardi, gesti e paesaggi elevati spontaneamente al di fuori di una connotazione temporale propria della materia. 


Per paradosso, nella visione cristologica di Malick, la fede non è più quella componente etica insita nell'uomo per risolvere i conflitti del cosmo - il riferimento è alla visione antropocentrica di "The Tree of Life" e di "To the Wonder" - ma diventa la colonna portante del dramma umano in quanto tale, annullando di fatto la distanza con la Morte in una sequenza finale che con pochissimi stacchi di montaggio riesce a disarcionare la Storia dalla sella del Presente: il sole, il silenzio vuoto e poi di nuovo le montagne. Per il regista texano Franz altri non è che Cristo senza retorica e senza apostoli, amato dagli altri, amante di sé stesso e viceversa, che non cede mai al peso della pressione sociale né al fascino della seconda possibilità. Malick depone quindi i personaggi ultramoderni - nichilisti perché già annichiliti, ossia morti in partenza -  di "Knight of Cups" e "Song to Song”, e si dedica all'introspezione di un individuo - nel senso puro del termine, in quanto agisce per sé stesso e in sé stesso - che muore perché, con ogni probabilità, ha ancora qualcosa per cui vale la pena vivere. 
Antonio Romagnoli

domenica, luglio 12, 2020

MATTHIAS & MAXIME

Matthias & Maxime
di Xavier Dolan
con Xavier Dolan, Gabriel D'Almedia
Canada, 2020
genere, drammatico
durata, 119'


Il cinema di XavierDolan è sempre autobiografico ma talvolta lo è di più di altre per il suo essere invaso da sentimenti e stati d’animo che sono la trasposizione di questioni contingenti. MatthiasMaxime ne è la conferma in virtù del suo prefigurarsi come il tentativo di ricucire lo strappo seguito alla tormentata lavorazione di La mia vita con John F. Donovan, film che nelle intenzioni del regista doveva segnare l’inizio di una nuova fase di carriera e il principio di un nuovo corso lavorativo. Girato in lingua inglese e prodotto nel contesto e secondo le regole dell’apparato hollywoodiano, il primo lungometraggio in terra americana si è però rivelato un flop di tali proporzioni da indurre il regista a ritornare sui propri passi.0

Da cui Matthias & Maxime, ovvero la restaurazione del primo cinema di Dolan, quello nel quale era lui per primo protagonista in veste di attore davanti alla mdp e in cui il budget ridotto e la freschezza di volti e corpi esenti dai condizionamenti dello star system diventavano il viatico di una libertà artistica qui confermata dalla leggerezza dell’assunto. Matthias & Maxime ruota infatti attorno a un bacio rubato, quello che i due amici si danno in veste di attori di un film amatoriale e che da lì in poi assurge a motivo della messa in discussione delle rispettive esistenze.0

Se l’orizzonte temporale entro il quale si svolge la vicenda sono le giornate che separano Maxime dal giorno della partenza per l’Australia dove il ragazzo ha intenzione di trasferirsi e se ancora le vicissitudini scaturite dall’avvicinarsi della data fatidica altro non sono che il risultato delle schermaglie con cui Maxime e i suoi amici esorcizzano l’imminente separazione, allora si può dire che Matthias & Maxime ragioni soprattutto sull’importanza delle proprie radici e sulla necessità di rimanervi il più possibile ancorati. Magari, tornando a casa, come ha fatto Dolan, anche nella riproposizione di situazioni e tematiche da sempre al centro della sua poetica. E dunque riflettendo sull’amore e le sue pene, su amicizia e identità sessuale per non dire dei rapporti famigliari, come al solito tanto imprescindibili quanti tormentati.

Nel farlo Dolan si affida a una regia più concreta di altre occasioni, lasciando che siano espedienti tutto sommato semplici a sottolineare lo stato d’animo del film. Parliamo per esempio delle accelerazioni del numero dei frame volte a sottolineare l’esuberanza giovanile e il tumulto degli affetti e ancora di certi stacchi di montaggio, anticipati rispetto alla fine della sequenza apposta per sottolineare le reticenze e i non detti di una verità, quella che Matthias e Maxime faticano a confessarsi.
Carlo Cerofolini

martedì, luglio 07, 2020

DARK


Dark
di Baran bo Odar
con Louis Hofmann, Lisa Vicari, Andreas Pietschmann
Germania, 2017-2020
genere: drammatico, thriller, fantascienza, giallo
stagione: 1-3
episodi: 26
durata: 45-73
Cercare di scrivere una recensione di “Dark” è un compito tutt’altro che facile che potrebbe richiedere, tra le varie cose, anche un incredibile dono di sintesi.
Indubbiamente uno dei migliori prodotti della piattaforma Netflix, dobbiamo ringraziare due autori tedeschi per questa intricata, quanto meravigliosa serie tv.
Riuscire a spiegare in breve i personaggi e gli eventi richiede grande attenzione, così come la serie nei confronti della quale bisogna essere sempre molto attenti, ad ogni minimo particolare, anche quello apparentemente più insignificante. Di seguito solo l’inizio dei tantissimi eventi che, nel corso delle tre stagioni, hanno dato vita ad uno degli intrecci più belli ed entusiasmanti di sempre.
Ci troviamo a Winden, in Germania, il 21 giugno 2019 quando incontriamo per la prima volta tanti personaggi, a partire da Jonas Kahnwald, pseudo protagonista (perché alla fine non c’è né un protagonista né un antagonista) della vicenda, passando per la sua famiglia e per altre. Tutto inizia, nella prima stagione, con la sparizione del piccolo Mikkel Nielsen, fratello più piccolo di Martha (ex fidanzata del “protagonista” e ancora suo interesse amoroso) e Magnus, due coetanei di Jonas che, insieme a Bartosz, attuale fidanzato di Martha, e Franziska, fidanzata di Magnus, si ritrovano a cercare della droga, apparentemente nascosta, all’ingresso di una misteriosa caverna. In una buia e concitata sequenza, la telecamera cerca di seguire tutti i ragazzi, ma finisce per concentrarsi su Jonas, rimasto l’ultimo del gruppo, insieme al piccolo Mikkel. A un certo punto Jonas cade e tutto sembra fermarsi per un attimo. Quando la fuga riprende, però, Mikkel non c’è più, sembra sparito nel nulla. Ed è proprio da questa sparizione che ha “inizio” tutto l’intreccio al centro delle vicende narrate in “Dark”.
Ai giovani ed adolescenti Jonas, Martha, Bartosz, Magnus e Bartosz si vanno ad incastrare ed intrecciare le vicende degli adulti, genitori, parenti e non, ma anche dei più piccoli. E così la famiglia Kahnwald, composta da Jonas, dalla madre Hannah, dal padre Michael che, suicidandosi nel primo episodio, dà vita a tutta una serie di eventi e viaggi temporali e dalla madre adottiva di quest’ultimo, l’infermiera Ines si intreccia alla famiglia Nielsen, inizialmente composta da Magnus, Martha, Mikkel, dai genitori Katharina e Ulrich e dalla madre di lei, Helene, e dai genitori di lui, Jana e Tronte, ma anche alla famiglia Doppler, composta da Franziska e Elisabeth, figlie di Charlotte e Peter, quest’ultimo figlio di Helge e alla famiglia Tiedemann, composta da Bartosz, figlio di Aleksander e Regina, quest’ultima figlia di Claudia e nipote di Egon e Doris. A chiudere il cerchio, poi, altri personaggi che, direttamente e non, sono comunque legati almeno ad una di queste famiglie.
Naturalmente comprendere tutto quello che una serie come “Dark” vuole mostrare al pubblico, attraverso queste poche righe è pressoché impossibile. Anzi, la sensazione è che spesso sfugga qualche elemento e che anche lo spettatore più attento pensi di non riuscire ad essere più in grado di seguire la storia. In realtà gli ideatori Baran bo Odar e Jantje Friese sono riusciti a creare un prodotto complesso, ma dove tutto è comunque sempre collegato. E la terza stagione ne è la chiara dimostrazione. “L’inizio è la fine e la fine è l’inizio” è ciò che viene ripetuto più e più volte da determinati personaggi, ma è anche ciò che i due ideatori di una delle serie di maggior successo hanno voluto dire al proprio pubblico. Con la terza stagione si chiude un incredibile viaggio che è stato in grado di sorprendere ogni volta di più e di smontare tutte le varie teorie che sono circolate durante e prima la messa in onda. E si chiude con un finale degno di ogni aspettativa che, apparentemente, non dà le risposte a tutti i quesiti e tutti gli enigmi che si sono sviluppati nel corso del tempo, ma fornisce una chiave di lettura.
Quello di “Dark” è un viaggio davvero incredibile, in tutti i sensi, che, nonostante parta da una base già vista e presa in esame da molti altri, la sviluppa in un modo unico e inimitabile. Se già tanti altri personaggi, nel corso della storia, cinematografica e televisiva, ma non solo, avevano provato a viaggiare nel tempo, “Dark” non solo riesce nell’intento, ma sviscera il tempo e tutto ciò che da esso ne deriva in una maniera ben precisa e che, fin dall’inizio, sembra essere ben delineata.
Ad accompagnare l’incredibile struttura narrativa partorita dalle brillanti menti degli ideatori, non vanno assolutamente trascurate o dimenticate le prove attoriali del cast che, fin dai più giovani interpreti, contribuisce ad innalzare il livello della serie tedesca. Una fotografia, cupa e desolata, che trasforma ogni luogo e ogni situazione, anche le più drammatiche, in delle vere e proprie cartoline, è l’altro punto di forza, insieme alle musiche, sempre perfette, in grado di accompagnare lo spettatore facendogli intuire la gravità della situazione. Mai a caso, mai fuori posto, musica, fotografia ed effetti speciali (memorabili sono le immagini speculari, presenti in quasi tutti gli episodi che mettono a confronto i personaggi, i luoghi o le situazioni in una maniera unica) sono i tratti distintivi di una serie destinata ad essere ricordata a lungo. E ultimo, ma non meno importante, un plauso al casting e alla scelta degli attori che hanno interpretato lo stesso personaggio, ma in epoche, mondi e realtà diverse o parallele. La curiosità di fare una breve ricerca per scoprire se effettivamente si trattasse dello stesso personaggio, magari invecchiato o ringiovanito dal trucco, o di un parente prossimo ha probabilmente vinto tutti. Ma è anche la dimostrazione dell’attenzione, veramente ad ogni minimo particolare, per quella che, da molti, è stata decretata, a ragione, come la miglior serie Netflix.


Veronica Ranocchi

domenica, luglio 05, 2020

SOTTO IL SOLE DI RICCIONE


Sotto il sole di Riccione
di Antonio Usbergo, Niccolò Celaia
con Cristiano Caccamo, Lorenzo Zurzolo, Ludovica Martino
Italia, 2020
genere: commedia
durata: 100’
Da pochi giorni disponibile su Netflix, “Sotto il sole di Riccione” è il titolo estivo italiano sul quale punta la piattaforma nel nostro paese.
Le premesse e le aspettative non erano elevate, pur considerando un bel cast corale e, per la maggior parte, giovane e fresco. Ciononostante la pellicola svolge, ai limiti della sufficienza, il compito di puro intrattenimento senza alcun tipo di pretesa.
Le storie che si sviluppano e che, poi, finiscono, come sempre succede, per concatenarsi l’una con l’altra vedono protagonisti tanti amici e diverse coppie, con un pizzico di divertimento che non guasta mai.
Ciro è un giovane con la passione per la musica che si reca a Riccione per sperare, senza successo, di sfondare in questo campo. Viene, comunque, trattenuto in città perché assunto come bagnino, lasciando sola a casa la fidanzata Violante (che invia la migliore amica per tenere a bada il compagno). Marco, invece, per l’ennesimo anno a Riccione, sperando di riuscire a farsi notare da Guenda, trova una camera da condividere con lo stravagante Tommy, pronto fin da subito ad aiutarlo, insieme all’affittuario della casa, Gualtiero, un latin lover in grado di fare cadere ogni donna ai propri piedi.
Ma ci sono anche Furio, aspirante bagnino che conoscerà Vincenzo, un ragazzo cieco, recatosi a Riccione proprio per fare finalmente nuove amicizie, ma che troverà, invece, l’amore con la bella Camilla, fidanzatissima da diversi anni, ma incastrata, in realtà, in una relazione finita che nessuno dei due ha il coraggio di chiudere. A fare da cornice alle vicende di questi giovani ragazzi, la madre di Vincenzo, Irene, molto apprensiva, talvolta fin troppo, che, in vacanza insieme al figlio, conoscerà Lucio, un buttafuori dal cuore tenero.
Tanta estate, tanti colori e tanta voglia di mare sono gli ingredienti principali di questa commedia. Complice l’uscita nel periodo estivo e complici le continue restrizioni dovute all’emergenza sanitaria, “Sotto il sole di Riccione” rappresenta una boccata d’aria fresca, non così negativa come le premesse avevano fatto intendere. E’ vero che siamo di fronte all’ennesimo prodotto italiano stereotipato, ricco dei più grandi cliché tra i vari personaggi e che la fregatura è sempre dietro l’angolo. Non ha sicuramente le pretese di diventare chissà quale prodotto o di voler mostrare e insegnare chissà cosa, ma, come già detto, riesce nel suo scopo principale: quello di intrattenere. Le battute e le situazioni hanno il sapore di già visto, ma hanno la capacità di far staccare la spina e far “rimpiangere” al pubblico quell’estate che, almeno per quest’anno, non potrà essere vissuta allo stesso modo.
I colori, la musica (che accompagna tutta la narrazione, usando come filo conduttore il concerto di Tommaso Paradiso e le sue hit, tra le quali una dà addirittura il titolo al film) e qualche performance di alcuni attori sono gli unici aspetti che riescono ad emergere veramente e a oltrepassare la superficie. Un’ora e quaranta di spensieratezza e nulla più, con prove non sempre convincenti e intrecci talvolta forzati e prevedibili, ma che fanno compagnia in un’estate un po’ anomala.

Veronica Ranocchi