Panty & Stocking with Garterbelt
di: Imaishi Hiroyuki
animazione
Stag I, ep. I/XIII
durata media: 23' ca./ep
- Giappone 2010 -
Ci sono quelli che comprendono
e quelli che non comprendono
-- Guy Debord --
TFK
Panty & Stocking with Garterbelt
di: Imaishi Hiroyuki
animazione
Stag I, ep. I/XIII
durata media: 23' ca./ep
- Giappone 2010 -
Ci sono quelli che comprendono
e quelli che non comprendono
-- Guy Debord --
TFK
Si aprono venerdì 19 marzo, le iscrizioni al Concorso Lungometraggi e al Concorso Cortometraggi alla XIX edizione di Alice nella città, la sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma. La sezione è dedicata agli esordi, al talento e alle nuove generazioni ed é diretta da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli.
Sarà in programma dal 14 al 24 ottobre 2021 a Roma presso l’Auditorium Parco della Musica e in altri luoghi della città.
Lo scorso anno sono stati iscritti oltre 2000 titoli, tra lungometraggi e cortometraggi, provenienti da tutto il mondo. 115 sono state le proiezioni in programma tra il distretto dell’Auditorium e quello dell’Eur all’interno dello spazio della Nuvola allestito per la prima volta a sala cinematografica.
Per essere ammessi alla selezione le opere dovranno essere iscritte attraverso la piattaforma Filmfreeway, rispettivamente entro e non oltre lunedì 2 agosto per i lungometraggi ed entro e non oltre lunedì 26 luglio per i cortometraggi. Saranno presi in considerazione per la selezione esclusivamente i lungometraggi terminati non prima dell’1 dicembre 2020 e i corti, di durata non superiore a 40 minuti (titoli inclusi). Tutti realizzati non prima del 5 novembre 2020 e in entrambi i casi verrà data priorità ai film in anteprima mondiale o internazionale.

“Avere una grande signora del cinema assieme a noi quest’ anno è una grande gioia” dichiara Fabia Bettini. “Poterla mettere a contatto con il lavoro di giovani e giovanissimi ci è sembrato un grande regalo e rende perfettamente l’idea di quello che è diventato negli anni l’ecosistema Alice. Non solo un Festival ma un luogo di scoperta dei nuovi talenti” conclude Gianluca Giannelli.
Alice nella Città rinnova inoltre per il sesto anno consecutivo la sua partnership con la European Film Academy per l’EFA Young Audience AWARD. Apre la call per partecipare alla giuria a 50 giovani di Roma e del Lazio di età tra i 12 e i 14 anni. La giuria sarà composta da ragazzi provenienti da 32 Paesi europei e i vincitori saranno annunciati il prossimo 25 aprile nel corso di una cerimonia trasmessa in live streaming dalla Germania. Per aderire si dovrà scaricare il modulo sul sito www.alicenellacitta.com e sui social di Alice nella Città e rimandarlo entro il 10 aprile alla mail segreteriaalice@gmail.com.
Il riconoscimento verrà assegnato a uno tra i tre film candidati quest’anno.
Pinocchio di Matteo Garrone (Italia/France), The Crossing (“Flukten Over Grensen”) di Johanne Helgeland (Norvegia) e il film d’animazione Wolfwalkers di Tomm Moore & Ross Stewart (Irlanda/Lussemburgo). A causa dell’emergenza pandemica, le proiezioni e le votazioni saranno online sulla piattaforma EFA, dal 21 al 24 aprile.
Alice nella città partner premi europei
Alice nella Città è tra i partner italiani dei premi europei. Insieme a loro la Fondazione Culturale Niels Stensen di Firenze e al Museo Nazionale del Cinema di Torino. Si occupa dei giurati di Roma e del Lazio e del loro coinvolgimento in diverse attività educational sul proprio sito e sui propri canali social.
Tra queste un incontro live con il regista Carlo Sironi, vincitore con il film Sole del premio per la migliore rivelazione europea agli EFA 2020 e una serie di approfondimenti curati da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli. Ad esempio la masterclass dedicata a “Pinocchio” realizzata nel mese di febbraio insieme al costumista Massimo Cantini Parrini. Parrini è candidato agli Oscar 2021 e agli interpreti Rocco Papaleo e Maurizio Lomba.
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Promising young woman
di Emerald Fennell
con Carey Mulligan, Bo
Burnham, Alison Brie
USA, 2020
genere: thriller,
commedia
durata: 113’
E come dice il titolo
stesso, si tratta proprio di una promettente giovane donna. Anzi di due: l’attrice
Carey Mulligan (fresca di candidatura ai premi Oscar) e la regista Emerald
Fennell.
“Promising young woman” è
riuscito, con merito, a portarsi a casa diverse candidature, nella speranza che
si trasformino poi in qualcosa di concreto.
La sceneggiatura
originale di questo film pone al centro di tutto la figura e la visione femminile
del mondo. Carey Mulligan è la trentenne Cassandra (per gli amici Cassie) che
durante il giorno conduce una vita apparentemente normale, ma che si trasforma
completamente la sera o in alcune “occasioni particolari” e sempre orchestrate
ad hoc dalla stessa.
Vive ancora con i
genitori e lavora in una caffetteria. Quasi tutte le notti è fuori casa. Con
una visione tutta sua del mondo, Cassie cerca solo di “far luce” su un evento più
grande di lei che non vuole dimenticare e soprattutto non vuol fare dimenticare
ai veri responsabili. Tutto il suo modo di fare e il suo comportamento ruotano
attorno alla “presenza” di Nina Fisher della quale lo spettatore scopre sempre
più informazioni con il susseguirsi della narrazione. Anche se, fin dall’inizio,
è abbastanza intuibile il fulcro della storia, il pubblico è comunque
incuriosito dal modo in cui il tutto viene mostrato e dal comportamento, quasi
sempre inaspettato e imprevedibile della protagonista.
Uno dei punti di forza,
indubbio, dell’intero film è la costruzione: una divisione in “capitoli” che
sembra prendere per mano lo spettatore invitandolo a entrare nel meccanismo
della storia e tentare di comprendere lo sviluppo, salvo poi cambiare “improvvisamente”
direzione.
Anche se, per certi versi,
prevedibile come linea generale, si resta ogni volta spiazzati di fronte alle
macchinazioni e decisioni di Cassie. Cinismo e spietatezza sono i due
sostantivi con cui descrivere la giovane protagonista, ma anche il film in
generale.
Fin dalla prima
inquadratura “Promising young woman” pone l’accento sullo sviluppo del
personaggio principale in grado di oscurare, letteralmente, chiunque altro.
Cassie è disposta a tutto pur di farsi valere e di far valere le proprie
ragioni. Gli altri personaggi che hanno a che fare con lei vengono volutamente
sviluppati a sufficienza, fatta eccezione per quelli direttamente coinvolti
nell’avvenimento chiave del film.
Con il film di Emerald
Fennell è come se si guardasse la realtà in maniera diversa rispetto al solito.
Come filtrata esclusivamente da un occhio femminile (quello dell’attrice e
quello della regista), particolarmente evidente nelle scene iniziali e nel
tentativo di Cassie di “(ri)mettere in scena” il fatidico evento.
Elemento interessante che
meriterebbe una riflessione attenta e precisa è quello della scelta degli ambienti
e dei colori, mai lasciati al caso. Oltre alla netta distinzione tra i momenti “notturni”
e quelli giornalieri, ci sono anche differenze evidenti che coincidono con le
azioni e le scelte della protagonista. Un esempio su tutti è l’avvicinamento
con Ryan, durante il quale lei è davanti a un muro bianco con una sola decorazione
azzurra che la “circonda”. Ma anche sulla scelta degli abiti si riflettono i comportamenti
della giovane.
Una riflessione amara
sulla contemporaneità, nemmeno troppo distante da noi.
La Fennell dietro la
macchina da presa e la Mulligan sullo schermo cercano di dare la propria
versione dei fatti.
Probabilmente una visione
che potrebbe suscitare pareri “discordanti” in base al pubblico che ci si
approccia e alla sensibilità dello stesso.
L’impronta femminile è
sicuramente rilevante ed è in grado di imporsi e far riflettere tutto il
pubblico, ma pone il suo accento su aspetti sempre più attuali e sempre più
preponderanti.
Lo scontro con gli altri
titoli e le altre interpreti in corsa è tosto, ma “Promising young woman” ha
tutte le carte in regola per dire la propria.
Veronica Ranocchi
Per Lucio
di Pietro Marcello
Italia, 2021
genere, documentario
durata, 79'
Per Lucio si nutre della stessa irrequietezza presente nei precedenti lavori di Pietro Marcello e come quelli di un viaggio intimo e sentimentale attraverso il tempo e lo spazio all’interno del quale è dolce naufragare.

Che si tratti di una condizione fisica o di uno stato dell’anima il cinema di Pietro Marcello da sempre mette in scena uomini, cose e paesaggi rimossi dall’immaginario nostrano e finiti ai margini del discorso contemporaneo.
Fuori quadro per cause naturali come capita a Tommaso Cestrone, l’angelo di Carditello, in Bella e perduta e per l’appunto a Lucio Dalla, colti da morte senza alcun preavviso, quand’anche costretti ad esserlo perché’ refrattari al sistema, e qui non si può fare a meno di ripensare all’Enzo e Mary de La Bocca del Lupo, e l’Arturo de Il passaggio della linea, dei suoi personaggi, Marcello fa il punto d’incontro (o di scontro, nel caso di Martin Eden) tra l’essere e il non essere, tra la vita e la morte, in una ribalta che li pone sempre in dialettica con il proprio periodo e con il paesaggio d’elezione.
Essendo Lucio Dalla nato a Bologna nel 1943, dunque nel pieno del secondo conflitto mondiale, non é un caso che a dare sostanza alle sue parole e alle sue canzoni sia un abbecedario visivo aperto dai volti di giovinezze spezzate dalla guerra e da donne innamorare, pronte ad abbracciare i propri uomini di ritorno dal fronte.
In una progressione di fotogrammi in grado di accogliere una parte significativa di storia italiana, attraversando cesure storiche decisive per il nostro paese, Per Lucio rievoca usi e costumi che riguardano il passaggio dalla civiltà contadina a quella post industriale, la fiducia nel progresso (Nuvolari) e le lotte operaie (Itaca) gli anni di piombo e la strage di Bologna. E con essi la partitura musicale del cantante, pronta a tradurre la Storia in squarci di vita vissuta dal punto di vista di chi di solito non ha voce in capitolo.
Non sfugge all’appassionato la scelta da parte di Marcello di un repertorio sonoro più impegnato e meno ricordato, come pure il fatto che sia questo a rappresentare meglio di altri (e per esempio dei suoi hit più famosi) l’anonimato degli uomini e delle donne presenti nelle tante sequenze che allacciandosi al tessuto più intimo e personale di Dalla fanno dell’arte uno strumento poetico e insieme politico, capace di ridestare nello spettatore la bellezza del territorio italico.
Rendendo attuale (ancora una volta attingendo dai tesori dei nostri archivi cinematografici) ciò che è passato e mettendo in sintonia il cambiamenti artistici del cantautore con quella del paesaggio nostrano, Per Lucio si nutre della stessa irrequietezza presente nei precedenti lavori di Marcello e come quelli di un viaggio intimo e sentimentale attraverso il tempo e lo spazio all’interno del quale è dolce naufragare.
Inserito nella sezione Berlinale Special della 71ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, Per Lucio e’ un film con cui far tornare Il pubblico in sala.
Per Lucio è un film documentario presentato da Beppe Caschetto e Rai Cinema, è prodotto da IBC Movie con Rai Cinema in collaborazione con Avventurosa e con il sostegno della Regione Emilia-Romagna. Le vendite internazionali sono a cura di The Match Factory.
Per Lucio è un viaggio visivo e sonoro nell’immaginario poetico e irriverente del cantautore bolognese Lucio Dalla. Una narrazione inedita del suo mondo condotta attraverso le parole del suo fidato manager Tobia e del suo amico d’infanzia Stefano Bonaga. Il film unisce biografia e storia, realtà e immaginario, dando vita a un ritratto che attinge dall’infinito bacino dei repertori pubblici e privati, storici e amatoriali. Liriche e musiche dipingono un’Italia sotterranea e sfumata, immergendo lo spettatore in una libera narrazione del Paese attraverso i tragici eventi del periodo e il boom economico. Questa è l’Italia degli ultimi e degli emarginati, questa è l’Italia di Lucio.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)
Natural Light
di Denes Nagy
con Ferenc Szabo
Ungheria, Lettonia, Francia, Germania, 2021
genere, bellico, drammatico
durata 103'
Natural Light di Dénes Nagy racconta le tenebre della ragione attraverso un racconto di guerra in cui la forma diventa sostanza. In competizione nel concorso ufficiale della Berlinale 2021.
L’inizio di Natural Light del regista ungherese Dénes Nagy è scandito dalla natura delle cose. Un uomo a bordo di una zattera procede lungo il corso del fiume lasciando alla corrente il compito di condurlo a destinazione. Primordiale e spoglio, l’ambiente circostante sembra regalare al viaggiatore un momento di tregua che la mdp racchiude in un estasi visiva bruscamente interrotta dall’urlo proveniente dalla foresta circostante. Il cambio di scena ci consegna un inserto di egual tenore ma di segno opposto, perché tra gli alberi e in mezzo al fango la carovana militare fatica ad avanzare, continuamente respinta da quegli stessi elementi che in precedenza erano stati favorevoli allo svolgersi del viaggio.
Così facendo in Natural Light lo scarto da cui scaturisce il senso del film si nasconde dietro la routine di un’azione di guerra “necessaria”, quella messa in atto dal comandante per assicurare ai combattenti il rancio quotidiano e dunque il sequestro delle cibarie a bordo del natante. La frenesia dei gesti, l’incalzare degli ordini, la concitata partecipazione di un gruppo di persone senza un’identità che non sia quella dell’uniforme indossata e soprattutto il rapporto di causa effetto tra l’idea e la sua realizzazione, ci dicono che il significato trascende la storia. Prendendo in considerazione l’agire umano inteso come volontà di determinare il corso dell’esistenza, allontanandosi da quella che è il suo normale divenire. Dunque l’inizio di Natural Light è la rappresentazione di un paradiso perduto. Mentre quello che segue è il tentativo di riconquistarlo, nonostante il male compiuto.
Se nel film – collocato nel pieno della seconda guerra mondiale – si raccontano i misfatti seguiti all’occupazione del territorio russo da parte delle milizie ungheresi, alleate dell’esercito nazista, è chiaro fin dall’inizio che alla pari di altre opere contemporanee incentrate sul medesimo tema, l’adesione al genere non è fine a se stessa.
Qui più che altrove, violenza e degrado, lungi dal diventare un’occasione di spettacolo, sono invece foriere di una riflessione che inizia e finisce dentro le anime dei personaggi. Soprattutto in quella annichilita e muta del sottotenente István Semetka (l’ottimo Ferenc Szabó), come già successo al Willard Coppoliano ma anche al soldato Witt del malikiano La sottile linea rossa, chiamato al ruolo di testimoni oculare dell’immane tragedia.
Alla stregua di Apocalypse Now anche Natural Light è una sorta di viaggio nell’Ade. In cui però i termini di paragone, soprattutto formali, non guardano alle soluzioni messe in campo dal grande regista americano. Quanto piuttosto si rifanno alla lezione di László Nemes. Il regista ungherese è presente sia quando si tratta di fare del punto di vista del protagonista una specie di occhio interiore sulla sorte delle vicende umane- seppure con immersioni non altrettanto totalizzanti ma attraverso pedinamenti e semi soggettive già usate dal regista de Il figlio di Saul -; sia nella capacità di stabilire una relazione intima tra protagonista e ambiente, in questo caso raggelata nei suoi momenti più drammatici attraverso il ricorso a campi lunghi e fuori campo (ancora Nemes, nelle urla senza corpo dei condannati a morte); che nella distanza fisica dai luoghi del delitto. Segnalando il rifiuto emotivo del protagonista, l’unico consentito a chi come lui è chiamato a rispettare gli ordini.
Di quanto la forma sia sostanza nel cinema ungherese lo dice la sequenza finale che, chiudendo il cerchio con quelle iniziali, ci riporta al concetto iniziale. Dopo tanti orrori è di nuovo una scena contemplativa a segnalare la fine del dramma. Anche qui il referente è ancora una volta l’elemento naturale e in particolare l’orizzonte a cui si rivolge lo sguardo di Ivan. Abbandonato sul sedile del treno che lo sta riportando a casa per una breve licenza. Fin li negata, la luce che trapela dalle nubi in via di diradamento intercetta una spiegazione simbolica prima ancora che narrativa, rappresentando il primato della ragione, ritrovata almeno fino a quando non ci sarà da mettersi di nuovo in moto.
In competizione nel concorso ufficiale della Berlinale 2021 Natural Light conferma la bontà di una cinematografia come quella ungherese, fucina di talenti capaci di primeggiare nel panorama internazionale.
PALLADIUM FILM FESTIVAL – CINEMAOLTRE
Teatro e Università si uniscono
per ri-aprire le porte del Cinema
DAL 9 AL 14 MARZO
Il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell'Università Roma Tre e lo storico Teatro Palladium lanciano Palladium Film Festival - CineMaOltre, un festival che è la naturale prosecuzione del Roma Tre Film Festival arrivato alla sua 15sima edizione, ma che quest'anno lancia lo sguardo necessariamente OLTRE la sala, affidando alla piattaforma MyMovies film, incontri, masterclass e retrospettive.
''Università, Teatro e Cinema sono tre aspetti del mondo culturale che più di tutti hanno subìto l'impatto della pandemia – spiega il Direttore Artistico Vito Zagarrio – la cultura si nutre di contatto e condivisione e con questo festival vogliamo andare OLTRE ogni forma di separazione, sia fisica, sia generazionale o di genere''.
Il PFF – CineMaOltre ha l'ambizione di guardare al cinema da diversi punti di vista, andando OLTRE le classificazioni e i diversi formati, creando un dialogo tra il cinema d’autore e il cinema di genere, tra il documentario e i cortometraggi. Attraverso l'iscrizione alla piattaforma MyMovies gli spettatori potranno accedere gratuitamente a partire dal 9 marzo e per l'intera durata del festival sia ai film, sia a moltissimi altri contenuti:
Oltre il genere: una lunga intervista a Susanna Nicchiarelli che accompagna la proiezione di cinque film della regista (Nico; Cosmonauta; La scoperta dell’alba; Per tutta la vita; Ca cri do bo)
Oltre il cinema: un incontro su cinema e letteratura con lo scrittore Paolo Giordano (La solitudine dei numeri primi) e il regista Saverio Costanzo (L'Amica Geniale, Hungry Hearts) e la presentazione di tre film (Private; In memoria di me; La solitudine dei numeri primi)
Oltre lo schermo: una masterclass sulla musica per il cinema con il compositore Pivio (Ammore e Malavita), e un incontro con Pippo Del Bono.
Oltre i formati: il concorso di cortometraggi Carta Bianca Dams.
Oltre le generazioni: la rassegna dedicata alle scuole di cinema con i film prodotti dal Centro Sperimentale di Cinematografia, dell'accademia Rufa e della Scuola di Cinema Volonté.
Il 10 marzo il Festival propone un evento speciale: un incontro con lo scrittore e magistrato Giancarlo De Cataldo autore di Romanzo Criminale, sul legame tra la letteratura e la parte più oscura della città di Roma.
Nella cornice virtuale del Teatro Palladium, PFF - CineMaOltre dedica infine quattro giornate alla rassegna Oltre I Muri, fiore all'occhiello del festival che affronta il tema delle chiusure, da quelle delle prigioni, a quelle psicologiche, da quelle familiari alle chiusure sanitarie dovute alla pandemia. Ogni film sarà presentato dagli autori e sarà un momento importante per discutere anche di cinema e attualità.
Con il Palladium Film Festival – CineMaOltre l'Università Roma Tre e il Teatro Palladium provano a spingere la cultura OLTRE i limiti, le costrizioni e la paura: un festival che è insieme un augurio e una promessa, quella di tornare a riempire le sale di musica, film, spettacoli e incontri.
_________________
PALLADIUM FILM FESTIVAL – CINEMAOLTRE é una produzione del Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell'Università Roma Tre in collaborazione con la Fondazione Teatro Palladium. Per materiali stampa: info@tfilmprod.com – Maria Vittoria Pellecchia 329.1675709
Kisses
di, Lance Daly
con: Kelly O’Neill, Shane Curry, Paul Roe, Cathy Malone, Neilì Conway, Stephanie Kelly
origine, Irlanda, Svezia 2008
durata, 72'
You, my friend
I will defend
and if we change, well
I love you anyway
-- Alice in chains --

Essendo il nostro cosiddetto sistema più un’accozzaglia di sintomi sfuggita alla psichiatria che un tentativo un minimo coerente di tenere in piedi, unita e animata da spirito collaborativo una comunità di esseri umani, è del tutto ovvio che i più giovani esponenti del medesimo siano allo stesso tempo comprimari sconcertati/attoniti e vittime del suo estenuante disfacimento e che sovente siano indotti a reagire a tanto compiaciuto abbandono per il tramite di atteggiamenti e comportamenti da quello stesso ordine bollati a ruota - per cronica incapacità di elaborare risposte che non siano paternalisticamente demagogiche o sic et simpliciter repressive - come devianti.
Cosa dire, infatti, di fronte alle esistenze in apparenza già segnate di Kylie Lawless/O’Neill e Dylan Dunne/Curry, vicini di casa, undicenni dai modi spicci ma di fondo ritrosi, lingue lunghe (in specie Kylie) ma contegno tarato sulla difensiva, sguardi curiosi ma diffidenti perché già testimoni e interlocutori delle tristi bassezze che il deprimente teatrino dell’età adulta sembra non veder l’ora di cementargli addosso (il film di Daly si apre, non a caso, con l’immagine di un pesciolino esanime nel suo stesso acquario) come la più contagiosa e inevitabile delle maledizioni ? Come fare a contrastare la più che spiacevole sensazione per cui una vita di per sé afflitta dalla zavorra di prospettive limitate - reiterata nei sobborghi rurali di Dublino, tra fatiscenti villette a schiera e strade butterate di rifiuti (con buona pace delle eterne e pigre cartoline a base di verde Irlanda, per dire), sotto un cielo di norma plumbeo a incombere su spianate brulle bell’e pronte per le solite devastazioni edilizie, mentre sullo sfondo il mare ogni giorno si allontana un po’ di più - non si accartocci senza colpo ferire nella sua normalità (Dylan, asmatico, passa da una sessione di botte all’altra inflittagli da un padre/Roe imbecille - si noti il modo col quale pretende di far funzionare un tostapane - oltreché alcolizzato il quale, per non sbagliarsi, sottopone la madre/Conway allo stesso trattamento; Kylie, attorniata da fratelli tanto litigiosi quanto indifferenti e da una madre/Malone petulante e pettegola, fa di tutto per schivare la presenza di uno zio che in passato l’ha costretta a subire sordide attenzioni), finendo per trasformarsi, una volta per tutte, in qualcosa di schifoso e irredimibile ? Probabilmente e per lo più rassegnandosi a morire un tanto alla volta, uno strappo di calendario dopo l’altro o, magari, senza preavviso e subitaneamente, per l’effetto di un ultimo sussulto di stupida ferocia sfuggita di mano a coloro che non ne hanno mai abbastanza della propria miserabilità. Ma questo a undici anni non è ammissibile: almeno non senza avere estorto di pura ingenuità e disarmata strafottenza qualche scheggia di splendore a un mondo per forza di cose ancora sconosciuto, quindi tutto da scoprire, e non averla nel caso corroborata per mezzo della spinta allusiva e deliziosamente scostante di un universo sonoro - quello del bardo di Duluth, più volte evocato durante il film per via dell’omonimia col piccolo protagonista e riconoscibile grazie all’accompagnamento reso alle immagini da veri e propri classici, tra cui ritroviamo “Shelter from the storm”, “Subterranean homesick blues”, “Just like a woman” e “Tombstone blues” - capace di avvolgerne l’enigma e la mutevolezza in una membrana allo stesso tempo astratta e dolcemente carnale. Per tale ragione, dopo l’ennesima tragedia familiare sfiorata di un niente, in barba a un clima natalizio che nemmeno le ricorrenze incombenti sono state in grado di far attecchire per davvero, ai due ragazzini non resta che scappare, qualche soldo rubato in tasca e in testa l’idea molto vaga di provare a recuperare il fratello maggiore di Dylan - Barry - a sua volta uscito di scena due anni prima senza lasciare traccia, se non un vecchio recapito - Gardiner Street - da qualche parte nella capitale.
TFK