mercoledì, agosto 15, 2012

Film telecomandati: Grosso guaio a Chinatown

 


Ecco il Carpenter che non t'aspetti. Reduce dagli esiti alterni di "Starman"(1984), fantascienza intimista con accenti di misticismo, il maestro cambia totalmente registro e si getta su una vecchia sceneggiatura mai realizzata a base di inseguimenti, scazzottate marziali, maledizioni e demoni cinesi. Una banda eterogenea con al centro Kurt Russell (vecchio sodale di Carpenter)metterà a soqquadro San Francisco e il suo quartiere cinese - la Chinatown del titolo - nello stile dei vecchi film di avventurieri guasconi, di cattivi prepotenti dai poteri maligni e damigelle da salvare, con un pizzico di magia e fugaci accenni all'horror. Oggetto anomalo nella filmografia carpenteriana, il film si lascia guardare e si ricorda per il suo scoperto intento parodico, per l'amore totale per il cinema artigianale che fu, per l'ironia e la voluta ingenuità di dialoghi e situazioni, per il ritmo incessante e coinvolgente: elementi che, combinati assieme, trasmettono leggerezza e una punta di rimpianto per un cinema che già ai tempi ( siamo nel 1986) non esisteva più. (TheFisherKing)

Grosso guaio a Chinatown
USA,1986
regia: John Carpenter
con Kurt Russell, Dennis Dun, Suzie Pau, Kim Cattrall
durata: 100'
SKY MAX, ore 21,00

Film Telecomandati: Ufficiale e Gentiluomo




Zack vuole diventare un pilota di caccia da combattimento della marina americana e per farlo è disposto ad affrontare le vessazioni del sergente incaricato di addestrarlo. Durante il corso incontra Paula con la quale inizia una relazione. Raccontato così “Ufficiale e gentiluomo” non riesce a spiegare il successo di un film che a suo modo è diventato un classico. Questo perché le ragioni sono da ricercare non tanto nell’intreccio ma piuttosto nella perfetta combinazione tra la componente drammatico avventurosa presente nel tentativo del protagonista di realizzare un sogno continuamente ostacolato dall’avversione del suo istruttore con quella romantico sentimentale rappresentata da un amore, quello tra Zack e Paula messo a rischio dalle difficoltà  di un ambiente duro e senza cuore. E poi nella presenza di Richard Gere e Debra Winger due attori giovani e bravi che adesso te li sogni in un film mainstream. Taylor Hackford artigiano d’altri tempi gli toglie la patina gossippara restituendoli ad un magnetismo morbido ed insieme selvaggio. Louis Gossett Jr. vinse la statuetta come miglior attore non protagonista mentre Gere fu scelto dopo la rinuncia di John Travolta. Fu la sua fortuna.

Ufficiale e gentiluomo
USA,1983
Regia: Taylor Hackford
con Richard Gere, Debra Winger, Louis Gossett Jr.
durata: 120'
Rete 4 ore 21,00


martedì, agosto 14, 2012

Film telecomandati: La commedia del potere







Se fosse uscito quest’anno in Italia lo definiremmo un istant movie. Il penultimo film del grande Claude Chabrol impreziosito da una gelida Isabelle Huppert si muove sul crinale di un’ambiguità coperta di legalità raccontando l’inchiesta di Jeanne Charmant, giudice istruttore chiamato ad occuparsi di un caso di concussione nel quale è coinvolto il presidente di un prestigioso gruppo industriale. Le pressioni per addolcire la sua azione vanno di pari passo con la seduzione che il potere esercita sulla donna. Un virus bi partisan che pone interrogativi sulla liceità dell’azione umana. Dietro il decoro degli ambienti borghesi e delle buone maniere Chabrol fa intravedere squarci di inquietante verità. Attori superbi, regia analitica, rimandi ad un presente che l’Italia sta vivendo in questi giorni con le insinuazioni sull’operato dei magistrati e delle istituzioni. Assolutamente da recuperare. 

di Claude Chabrol
con Isabelle Huppert, Francois Berleand, Patrick Bruel, Robin Renucci
Francia 2006,
genere: drammatico

durata 110'
Rai5 ore 21.15


 

lunedì, agosto 13, 2012

Ritratti: Jennifer Connelly (2)


Tralasciando di proposito l'episodio di "Etoile" del 1988 a firma di un autore
controverso e tutto sommato poco riconosciuto come Peter Del Monte ma che non
produce grossi scarti rispetto a quanto detto finora, la prima avvisaglia di
una verifica più consapevole delle proprie capacita espressive la Connolly la
svela in "Hot spot"/"Il posto caldo" del 1990 di Dennis Hopper (dal romanzo di
Charles Williams "L'inferno non ha fretta" e con l'apporto non secondario delle
musiche del grande bluesman John Lee Hooker), intrecciando un torbido tira e
molla con un relativamente poco "piacione" e più cinico Don Johnson, sullo
sfondo di un triangolo amoroso e di una rapina andata male che scateneranno
conseguenze imprevedibili e nefaste.

Qui la Connolly conferma, opposta alla "bionda" Virginia Madsen più diretta e
spregiudicata, il tratto, che si ripresenterà ancora, di una seduttivita'
elusiva ed enigmatica, non priva di improvvisi ripiegamenti come di fugaci
entusiasmi, quindi potenzialmente esiziale, comunque altrettanto se non più
amorale perché declinata nei modi e nei gesti di una impertinente freschezza
aristocratica, una sorta di naturale inclinazione all'eleganza come difesa,
tipica della "ragazza da cocktail" che sa sempre molto di più di quello che
dice e dice sempre molto di meno di quello che sa.

Gli anni compresi tra il 1991 e il 1994 possono dirsi interlocutori: se da un lato in "Rocketeer"/ id., 1991 viene riaffermata l'inclinazione verso moduli stilizzati di eroina problematica o fidanzata fatale quanto riottosa entro ambientazioni d'epoca o dichiaratamente citazioniste e fumettistiche, dall'altro il tentativo, forse, di uscire da un ruolo che nonostante tutto andava stereotipandosi produce nell'ordine frivolezze tardo adolescenzialli
("Tutto può accadere"/"Career opportunities", 1991), contributi tutto sommato
trascurabili ("L'università dell'odio"/"Higher learning", 1994), veri e propri
passi indietro ("D'amore e d'ombra"/"Of love and shadows", 1994).

di TheFisherKing


New Hollywood (7): Un mercoledì da leoni


Se la vicenda umana e' terribile anche perché tende a ripetersi con una
misteriosa quanto inesorabile propensione al peggio, allora non resta che
stringere i denti e misurarsi, scuotere la volontà e mettersi faccia a faccia
con le forze più arcaiche e più esigenti - quelle della natura - che da un lato
consentono la nostra esistenza e dall'altro la vincolano entro limiti
invalicabili.
Affrontare i rischi, dunque, ad occhi aperti, e alla fine raccogliere ciò che
resta senza guardarsi indietro.
Questo - a spanne - lo spirito della splendida elegia narrata da John Milius
nel 1978 in "Big wednsday"/"Un mercoledì da leoni".
Segnato dallo svolgersi delle stagioni e contrappuntato da quattro grandi
mareggiate (pilastri temporali nemmeno troppo metaforici relativi a quattro
momenti importanti della storia americana: estate del '62/l'assassinio di
Kennedy; autunno del '65/"escalation" della guerra in Vietnam con
intensificazione dei bombardamenti e invio di fanteria e truppe
aviotrasportate; inverno del '68/l'offensiva del Tet - il nuovo anno lunare
vietnamita - e la sanguinosa battaglia di Hue; primavera del '74/lo scandalo
Watergate e le dimissioni del presidente Nixon), il film racconta, a partire
dai primi anni '60, le vite di tre amici californiani campioni di surf, Matt
(Jan-Michael Vncent), Jack (William Katt) e Leroy (Gary Busey) che crescendo
insieme condividono tutte le esperienze fondamentali che segnano il passaggio
all'età adulta.
Come tutti i ragazzi, infatti, i tre sono pieni di energia, sono stupidi,
confusi, con idee vaghe sulla vita e sul resto. Anche loro sono certi che la
gioventù non finirà mai, che l'estate durerà per sempre regalandogli, prima o
poi, così, per niente, l'illusione pu grande: intrappolare l'incanto selvaggio
delle cose, renderlo tutt'uno con i muscoli scattanti, le onde morbide e
insidiose e il sorriso delle ragazze.
La storia, scritta da Milius con Dennis Aaberg, segue il processo di
progressiva disillusione che porterà i tre e il resto dei loro amici - ma
potremmo parlare senza esagerare di un'intera generazione -  ad allontanarsi
l'uno dall'altro, un tanto ogni giorno, quasi impercettibilmente (qualcuno
scompare, qualcuno si sposa, qualcuno va in guerra, qualcuno muore), per
ritrovarsi poi un'ultima volta - il mercoledì fatale di una gigantesca
mareggiata, appunto - sulle spirali d'acqua dell'oceano che adesso sembrano
chiudersi più in fretta, respingere, negare la magia di quell'equilibrio
sospeso che faceva scivolare dentro il corpo di un'onda come un abbraccio
perfetto, e alla fine, forse, sparire, perché e' arrivato il tempo di passare
la mano, con lucidità e fermezza, e non perché ciò sia giusto, opportuno o
imposto da un'autorità politica o spirituale, ma perché lo vuole la vita.
Milius, in costante simmetria tra epica e lirismo trova, nel ritmo ciclico
della narrazione, nella freschezza e leggerezza di riprese ancor oggi
strepitose (la fotografia e' del leggendario Bruce Surtees), la chiave per
virare uno dei cardini dell'immaginario americano - l'uomo solo di fronte alla
natura, quindi di fronte a se stesso - alla malinconia, alla rinuncia come
prova di maturità, alla sconfitta come occasione per leggere il mondo da un
altro punto di vista.
Incastrato fra due giganti (coevo e' "Il cacciatore" di Cimino; del 1979
"Apocalypse now" di Coppola da Milus stesso sceneggiato) e incautamente
accostato al di molto successivo (1991) "Point break" di Kathryn Bigelow, di
cui non condivide ne' il furore adrenalinico della messa in scena, ne' le
suggestioni più o meno filosofiche legate al surf (nel film di Milius il surf
e' un pretesto per stare con gli amici), tanto meno un certo cinismo di fondo,
"Un mercoledì da leoni", nonostante il quasi totale oblio che lo avvolge,
s'impone ancora, all'interno di un cinema classico, di alto intrattenimento,
come una delle più sentite e a volte struggenti riflessioni sulla giovinezza,
sul corpo che materialmente produce la Storia, sul tempo perduto,
sull'amicizia.

di TheFisherKing

mercoledì, agosto 01, 2012

La memoria del cuore

L'amore si può dimenticare o di esso rimane una traccia inconscia che ci permette di riconoscerlo anche quando ne perdiamo la memoria?. Un interrogativo a cui molti film hanno cercato di rispondere, alcune volte in maniera stravagante come capitava a Jim Carrey che si faceva cancellare i ricordi nello straordinario "Se mi lasci ti cancello" o in maniera più classica in questo "La memoria del cuore" dove riprendendo l'incipit del film interpretato dall'attore canadese ma facendolo derivare da un banale quanto drammatico incidente, capita che il personaggio interpretato da Rachel MacAdams si risvegli in un letto d'ospedale senza riconoscere l'amato e devoto marito a sua volta interpretato da Channing Tatum.
Un guaio bello e buono che il film di Michael Sucsy cercherà di sbrogliare ingarbugliando la storia con le difficoltà di chi non riesce a ritrovarsi dentro una vita svanita nella notte di quell'incidente. Il tutto condito da un senso di colpa nei confronti di una famiglia pronta a riaccoglierla dopo che lei ha deciso di abbandonarla assieme agli studi per seguire il proprio talento artistico a Chicago.

Seguendo gli schemi del filone romantico di stampo hollywoodiano "La memoria del cuore" si affida più che altro alla fotogenia dei suoi interpreti, sfruttando soprattutto l'ascesa presso il pubblico femminile di Channing Tatum di cui il film sfrutta la versione più tenera, quella che mette a dormire i muscoli in favore di un faccione da cane bastonato. Edulcorato alla massima potenza da qualsiasi situazione volta a dimostrare in qualche modo la passione dichiarata dai due protagonisti e alleggerendo anche sul versante antagonista, rappresentato soprattutto dal padre di lei desideroso di vedere la figlia realizzarsi in altro modo, "La memoria del cuore" procede senza impennate ed in maniera professionale, sacrificando la confezione a discapito della componente emotiva. Un prodotto che firma il cartellino senza lasciare traccia.

lunedì, luglio 30, 2012

Ritratti: Jennifer Connelly (1)




"Green earrings
I remember
The rings of rare design
I remember
The look in your eyes
I don't mind"

-Steely Dan -



Inizia con il profilo di Jennifer Connelly una serie di ritratti ragionati su personaggi cinematografici che hanno in  qualche modo colpito l'immaginario di chi nella redazione de icinemaniaci  si cimenterà nella trattazione di questi excursus.
Come al solito da queste parti non esistono  regole a parte la necessità di una passione oltre la norma.
Questo comporterà non solo scritti diversificati sul piano dello stile e del contenuto, ma anche scelte che potrebbero far discutere come appunto quella della bella e brava protagonista di "A beautiful Mind" e "La casa di ombre e nebbia", un attrice abituata a far parlare di sè più per la qualità del suo lavoro che per gli atteggiamenti da primadonna.
Buon divertimento dunque e chi più ne ha più ne metta, non parlo solo di chi scrive ma anche di chi avrà la vogiia di dire la sua.



Il cinema americano regala di continuo - al pari di tutte le cinematografie -attori/attrici eccellenti, capaci e mediocri ma a differenza di tutte le culture che si esprimono anche attraverso la settima arte, detta e ridefinisce senza posa pressoché da solo l'essenza dei canoni che influenzano platee immense di persone, mutuando e ibridando (nei fatti, consacrandoli) in una sorta di centrifuga dell'immaginario quelli che sono i "miti" fondativi della sua società: la libertà individuale, la giovinezza, la bellezza, il denaro, il successo, il talento, il glamour.

Così, accanto ai volti celebri che tutti gli appassionati non si stancano mai di rivedere e apprezzare, esiste una schiera enorme di interpreti che la critica, molto pragmaticamente, definisce "caratteristi" ma che qui, rubando dal gergo dei polizieschi vecchia maniera, ci piace chiamare "tipi affidabili" , i quali, spesso e volentieri, incarnano più e meglio quei "miti" di quanto siamo disposti a riconoscere o di quanto una subalterna visibilità preclude ad
una obiettiva valutazione.

Ebbene, Jennifer Connelly, la ragazza dai capelli neri e gli occhi grigi da Catskill, stato di New York, e' una di questi "tipi".
Sarà in tal modo più facile ora - in riferimento alla limitata analisi della sua carriera cinematografica che andiamo a svolgere - uscire dalle anguste stanze del "mi piace"/"non mi piace", "e' più bella di"/"non e' bella come" e provare a capire se e' possibile tracciare una linea continua che circoscriva
l'immagine e l'apparenza di un'attrice - in particolare l'impatto che su esse
ha lo star system hollywoodiano, inesausto manipolatore in primis di corpi -
con lo spessore delle caratterizzazioni, la pasta drammaturgia o la semplice
presenza scenica che un artista ha (dovrebbe avere), se, insomma, rimanendo in
clima "noir", sotto la panna montata c'e anche il gelato.

Sin dall'esordio sul grande schermo appena adolescente nel travagliatissimo canto del cigno di Sergio Leone "C'era una volta in America" (1984), si possono rintracciare - al netto di tutti i limiti che un esordio comporta - segni indicativi, giocoforza soprattutto fisici, di molti dei ruoli futuri della
Connelly: occhi grigio- verdi (vedi origini irlandesi-norvegesi da parte di
padre) assediati da una massa di capelli neri che potrebbe ricordare ai più
fissati "La dama di Shalott" (1886-1905) del preraffaellita William Holman
Hunt; sguardo spesso o bliquo, un lieve sorriso mai apertamente malizioso mai
del tutto esente da un sospetto di perfidia, di scherno trattenuto, magari di
prematuro disincanto, armamentario carnale-spirituale che viene messo al lavoro
per la prima volta con l'intento di sbriciolare le velleità voyeuristico-
sentimentali di un altrettanto impubere Noodles (Scott Tyler) e generare in noi
una non del tutto innocente curiosità che film dopo film sarà in grado di
trasformarsi in interesse critico.

La Connelly, in altra parole, prende da subito a caratterizzarsi per un certo non comune fascino irrisolto, irrequieto ( qui esaltato dall'età) ma lo stesso come poco interessato o preventivamente deluso dal proprio stesso potenziale di seduzione, centinaia di chilometri lontano - per dire - dalle schiere di sagaci e baldanzose quanto telefonate "California girls" che da tempo immemore rimbalzano da uno schermo all'altro. A conferma di questo - che e' e rimane un assunto, sia chiaro, la cui eccessiva razionalizzazione pero, oltre a risultare
pedante, rischia, a conti fatti, di essere anche poco esaustiva - seguono
alcuni film di genere: "Phenomena" del 1984 di Dario Argento, per esempio, e
"Labyrinth" di Jim Henson, del 1986, dove le peculiarità sopra elencate si
attagliano alla perfezione alle storie, al "clima" di quelle pellicole, in
bilico tra la favola nera, il soprannaturale e l'horror, sebbene in una cornice
di pura e semplice funzionalità.


di TheFisherKing





KINO VILLAGE

Roma, stasera, lunedì 30 luglio – h.21:00
I Tempi Moderni
del Kino

Tempi Moderni di Charlie Chaplin musicato dal vivo
all’arena Kino Village.


Questa sera – lunedì 30 luglio – alle ore 21:00 presso l'arena all'aperto del Kino Village presso il Parco San Sebastiano (Piazzale Numa Pompilio) a Roma, proiezione del capolavoro di Charlie Chaplin, Tempi Moderni (1936) con accompagnamento musicale dal vivo con i musicisti jazz Leonardo Cesari alla batteria ed elettronica e Daniele Pozzovio al pianoforte. Ingresso 5 euro.


Dopo il sold out della sonorizzazione dal vivo di Metropolis di Fritz Lang, Leonardo Cesari e Daniele Pozzovio sonorizzeranno il film senza l’ausilio di alcuna traccia sincronizzata, cercando di esaltarne le straordinarie doti comiche: una commedia drammatica e sentimentale dove inserire citazioni klezmer, jazz, manouche, ma anche un terreno fertile per l’improvvisazione.

"Io e Daniele - dichiara Leonardo Cesari - suoniamo insieme da svariati anni, suonando jazz, ma abbiamo anche un'ampia cultura classica, di letteratura pianistica del Novecento e contemporanea, quindi qualsiasi spunto estetico uno dei due prenda, l'altro è capace di seguirlo, dallo stride-piano al drum & bass".

Take Shelter

Vedere oltre i limiti della normale percezione è sempre stato un dono nefasto, che tanto la storia quanto la letteratura hanno spesso sospinto nei recinti della solitudine e della morte. Nel film di Jeff Nichols il peso della diversità è caricato sulle spalle di un personaggio come Curtis LaForche, lavoratore onesto e buon padre di famiglia che nella sua ordinarietà ha tutte le carte in regola per incarnare il dramma di un uomo proiettato in una dimensione più grande di lui. Un bigger than life che inizia quando il buon Curtis inizia a vedere nel cielo stormi di uccelli disegnare geometrie impazzite oppure con gocce di pioggia che improvvisamente diventano urina. Un crescendo di bizzarrie e di orrore che apre la strada  alla profezia di una prossima sciagura annunciata da Curtis, destinato a diventare dopo quell'affermazione un paria non solo nella comunità in cui vive ma anche nell'ambito della propria famiglia. Seminando nella storia presagi e indizi, come quello che lascia presupporre un collegamento tra le farneticazioni del protagonista con i postumi di un'infanzia segnata dalla pazzia della madre, che rimandano continuamente la definizione della natura di quelle visioni (realtà o allucinazione) il film procede accumulando un carico di tensione soffocata nel viso irregolare e straniato di Michael Shannon, oramai abbonato a ruoli sfiorati o intrisi, a secondo dei casi, da una follia cupa e disperata, che in questo caso sfocerà nell'ossessiva costruzione dello Shelter del titolo. A rendere l'atmosfera più nefasta la capacità di drammatizzare oggetti d'uso quotidiano facendoli sentire alieni rispetto allo spazio circostante, oppure in maniera scontata ma funzionale la presenza di quell'America di provincia che sempre nel caso di film drammatici da il meglio di sè in termini di chiusura ed ottusità. Al regista di "Take Shelter" va riconosciuto il merito di una tensione  nutrita dal rigore della messinscena  e dall'aver saputo valorizzare la maschera del suo attore. Una scelta quest'ultima che però sacrifica tutto il resto a cominciare da Jessica Chastain in un altro ruolo di supporto, e poi una certa dose di imprevedibilità che un film come questo dovrebbe avere, e che invece viene ridotta di molto dall'eccessiva linearità della storia. 

giovedì, luglio 26, 2012

film in sala dal 27 luglio 2012

Contraband
(Contraband)
GENERE: Thriller
ANNO: 2012  DATA: 25/07/2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Baltasar Kormákur

La memoria del cuore
(The Vow)
GENERE: Drammatico, Sentimentale
ANNO: 2012  DATA: 25/07/2012
NAZIONALITA': Australia, Brasile, Germania, Francia, Gran Bretagna, USA
REGIA: Michael Sucsy

Bed Time
(Mientras duermes)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2011  DATA: 27/07/2012
NAZIONALITA': Spagna
REGIA: Jaume Balagueró

Travolti dalla cicogna
(Un heureux événement)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011  DATA: 27/07/2012
NAZIONALITA': Francia
REGIA: Rémi Bezançon

Un anno da leoni

(The big year)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011  DATA: 27/07/2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: David Frankel

La leggenda del cacciatore di vampiri
(Abraham Lincoln: Vampire Hunter)
GENERE: Horror, Thriller, Fantasy
ANNO: 2012  DATA: 20/07/2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Timur Bekmambetov

sabato, luglio 21, 2012

IO SONO LI


"Io sono Li" è l'opera prima di Andrea Segre che mi sento di segnalarvi perchè è un film delicato e discreto che ben mette in scena Chioggia e la sua gente mediante una storia non semplice, che rischia ogni secondo di cadere negli stereotipi, ma che Segre è riuscito a narrare con poesia e coerenza.
tra gli attori, tutti molto bravi, Battiston, Citran e Paolini.

Kino Village 2012

            Roma – programma 16 – 30 luglio 2012
 
 
La programmazione quotidiana dal 16 al 30 luglio  prevede la proiezione su maxischermo di grandi film internazionali inediti in Italia e le presentazioni editoriali con le serate KinoLibri dedicate a Calciopoli e ad Antonio Pascale. 

La programmazione dell’arena  all’aperto consultabile su http://www.ilkino.it/programmazione-kino-village1631-luglio/ presenta anche, dopo il grande successo di Metropolis, la sonorizzazione dal vivo di un altro capolavoro del cinema muto:Tempi moderni di Charlie Chaplin, lunedì 30 luglio, che sancisce il gradito ritorno dei jazzisti Leonardo Cesari e Daniele Pozzovio, autori dell’inedita partitura. E se le domeniche non hanno più calcio, il Kino Village ripara all’inconveniente a modo suo: dedicando una serata intera, quella del 29 luglio, al mister Zdenek Zeman, con la proiezione di Zemanlandia e Due o tre cose che so di lui, due documentari firmati dal regista Giuseppe Sansonna, che sarà presente alla proiezione. Sempre a sfondo sportivo, un altro documentario: Bobby Fischer against the world, che racconta l’incredibile vita del più grande giocatore di scacchi di tutti i tempi. Ma il Kino Village rende omaggio anche al primo Quentin Tarantino, con la nuova versione arricchita del suo esordio, Le Iene, quindi un Werner Herzog in salsa americana con My son, My son, what have ye done; quindi, il folle, lisergico, controverso film di Gaspar Noè, Enter the void; quindi la commedia rumena Morgen, diretta da Marian Crișan e candidato al Premio Oscar. Spazio all’anteprima assoluta italiana di Tyrannosaur, l’esordio alla regia di Paddy Considine, vincitore del premio alla regia e all’interpretazione degli attori al Sundance Festival. Il cinema italiano sarà presente anche con il pluri-premiato Sette Opere di Misericordia dei fratelli De Serio e con una selezione dei migliori cortometraggi italiani dell’anno alla presenza dei registi Giovanni Laparola, Irish Braschi, Piero Messina e Donato Sansone. Il 22 luglio sarà la volta di una domenica a ritmo di tango: il bistrot si trasformerà in una pista, mentre in arena si proietta Lezioni di tango di Sally Potter. Per finire due incontri letterari: con Marco Mensurati e Giuliano Foschini per parlare del loro libro su Calciopoli, Lo Zingaro e lo scarafaggio e con Antonio Pascale. 

venerdì, luglio 20, 2012

La cosa



Avevamo lasciato il caro, vecchio Kurt Russell, alias Jim Mc Ready, nel penoso
dubbio di aver eliminato una volta per tutte il mostro nel sospeso finale de
"La cosa" di Carpenter, anno 1982 (sorvolando deliberatamente sul piccolo
prodigio di ritmo e dialoghi che e' il capostipite di tutta questa mini saga, a
dire "La cosa da un altro mondo" di Nyby/Hawks del 1951, tratto dal racconto
"Who goes there ?" di John Wood Campbell) che ci si parà davanti, oggi, anno di
grazia 2012, questa superflua bolla di sapone per pigrizia - in realtà nel
tentativo, viene da dire disperato, di fornirgli un qualche tipo di attrattiva
- distribuita sotto l'etichetta ruffiana di "prequel".
Sono sufficienti, infatti, dieci, quindici minuti di proiezione - per
l'esattezza il tempo d'intravedere il nome della base antartica norvegese
teatro della vicenda, ovverosia "Thule" - per riporre nel cantuccio, oramai
intasato, delle promesse fantascientifiche penosamente tradite, illusioni
immaginifiche o perlomeno avventurose. Questo per dire, in sintesi, che la
pellicola pressoché da subito, tra un fraintendimento e un ammiccare posticcio
a predecessori illustri o comunque di una certa solidità stilistica e narrativa
(lo stesso Carpenter, ovviamente; ma anche "Alien" e in generale tutto il
sottofilone che per comodità potremmo definire il-mostro-che-e'-in-noi) si
adagia senza la minima inventiva, guizzo o ambiguità, su una sorta di
abbecedario del fantastico, monocorde, semi soporifero, sempre prevedibile, di
smaccata derivazione televisiva - tacendo, per amor della dea scrittura, su
incongruenze, rivelazioni tardive o abborracciate, battute e caratterizzazioni
dei personaggi - in cui e' assente anche il tentativo di forzare i parametri
del genere che, come ogni genere -dall'horror al nero, dal western al "war
movie"- ha vitale bisogno dell'invenzione per rivitalizzarsi, ossia per stupire
davvero.
In questa "cosa" il tempo scorre, la creatura inghiotte una ad una le figurine
che si agitano sullo schermo ma non "trasforma" mai la noia e la disillusione
nei nostri occhi.
Ancora una volta il meraviglioso, il possibile, ciò che potremmo essere, ciò
che potremmo diventare, tradisce affanno, fiato corto.
Disponiamoci così all'avvento di "Prometeus"di Ridley Scott.
Un altro "perquel"...

di FisherKing
 

mercoledì, luglio 18, 2012

The Grand Budapest Hotel: Wes Anderson vs Johnny Deep

Chissà se almeno lui riuscirà nell’impresa. Stiamo parlando di Wes Anderson e del suo "The Grand Budapest Hotel" nuova fatica del regista americano ancora in fase di pre produzione ma già in grado di sorprenderci con l’ingaggio di Johnny Deep, star planetaria dalle scelte di lavoro ultimamente in ribasso sotto il profilo artistico e molto attente all’aspetto mercantile peraltro ripagato dagli incassi al botteghino.  

Cosi dopo "The Lone Rangers" in cui la tendenza al make–up estremo ed un po’ sciroccato sembra, almeno dalle prime foto, farla ancora da padrone l’attore di “Edward mani di forbice” e di “Ed Wood” potrebbe tornare a recitare per davvero grazie al progetto allestito da una mente a cui non manca la capacità di saper gestire e far rendere al meglio star di difficile cabottaggio come Bill Murray, coinvolto (pare) nel progetto insieme a udite udite Angela Lansbury, famosa "signora in giallo" della serie televisiva. Un ensemble di attori che assieme all’atipicità del regista potrebbe ridarci se non la faccia, immolata al silicone, almeno il talento di un attore che da un po’ di tempo facciamo fatica a riconoscere. La speranza è sempre l’ultima a morire

lunedì, luglio 16, 2012

The son of no one

Restare aggrappati alle proprie origini, tirarne fuori i luoghi oscuri per il bisogno di liberarsene una volta per tutte. Era capitato così la prima volta con un esordio molto sofferto e quindi sincero. Poi una parentesi quasi necessaria, forse  per liberarsi dal peso del ricordo, oppure per assaporare una libertà creativa priva di responsabilità. Accade così che un fenomeno come  "Guida per riconoscere i tuoi santi" (2006)venga doppiato da un ibrido come "Fighting"(2009)sospeso tra aspirazioni artistiche e voglia di botteghino. Una battuta d'arresto paradigmatica per le implicazioni spesso negative connesse con la famigerata opera seconda, superata con la realizzazione di questo nuovo film, sempre indipendente ma questa volta omaggiato da un cast da film di primo ordine con l'attore feticcio Channing Tatum ormai assurto a rango di star, e le attempate quanto gloriose presenze di un peso massimo come Al Pacino e perché no, Ray Liotta, imprescindibile per i ruoli da canaglia. Costruito su un impianto poliziesco ed immerso in un clima di dolente espiazione "Son of no one" attraverso un intreccio di ricatti ed omicidi che coinvolge l'agente di polizia Jonathon Withe, ritorna sul luogo del delitto ed in particolare nel quartiere newyorkese del Queens, per raccontare un' altra  storia di amicizia e di violenza divisa tra passato e presente in cui, come capitava nel film d'esordio, l'emancipazione dell'umanità che ne è protagonista non può prescindere dalla redenzione del sangue.

Mescolando elementi autobiografici (il quartiere dove il film è girato ma anche i personaggi derivano da esperienze realmente vissute dall'autore) con situazioni paradigmatiche del genere a cui il film appartiene (la visione negativa dell'esistenza, il passato che ritorna ed a cui non si può sfuggire, l'istituzione poliziesca come tribù regolata da codici e comportamenti spesso disumani) "Son of no one" non si accontenta di ricalcare le gesta del cinema che lo precede - quello di James Gray per esempio che ricalca non solo nella struttura narrativa in cui il ritorno alle origini è la conseguenza di un movimento fisico e spaziale ma anche per il respiro da tragedia che accomuna il modo di raccontare dei due autori - ma si allunga su temi come quello del rapporto padre figlio, che è centrale nel cinema di Montiel. Tra figure biologicamente leggittimate, il padre padrone interpretato da Chazz Palmentieri  nei primo film,  e mentori di varia natura come quello dello scaltro manager Harvey Boarden che in "Fighting" amministra il giovane pupillo, anche qui è impossibile non dover fare i conti con i condizionamenti paterni o con la loro mancanza . Ed ecco allora accanto ad una propensione realistica testimoniata dalle numerose riprese rubate alla strada ed ai suoi abitanti, la sobria ma non per questo meno significativa apparizione di Al Pacino, portatore non a caso diciamo noi, di un sostrato ancestrale acquisito con le frequentazioni shakesperiane e qui determinante per dare spessore alle motivazioni che stanno dietro alla scia di afflizione che il film si porta dietro.  Con lui nel completo sgualcito del detective Stanford il film si assume il compito di fare il punto sulle contraddizioni dei legami familiari, da una parte rendendo libero il figlio putativo, White appunto orfano di un collega morto in servizio, con una resa dei conti finali neanche troppo sorprendente, dall'altra eliminando anche chi una volta era considerato tale e successivamente è messo alla porta senza tanti complimenti.  Montiel ha qualche difficoltà nel tenere insieme la componente privata ed esistenziale  con quella tipicamente poliziesca, legata alla scoperta del misterioso ricattatore che rischia di rovinare la vita del protagonista e dei suoi colleghi - il film si sviluppa in maniera fin troppo schematica attraverso continui sbalzi temporali dedicati alternativamente all'adolescenza ed all'età matura di White -  e sciupata da personaggi come quello della giornalista d'assalto interpretata da Juliette Binoche, un pò troppo sacrificata nei tempi da cameo alle convenzioni di una dialettica che vorrebbe allargare i propri orizzonti al mondo esterno e che invece per mancanza di una vera contrapposizione rimane confinata nei particolari del paesaggio in cui si svolge.  Detto questo fa piacere ritrovare quel senso di condivisione ed il pathos che l'autore riesce ad ottenere con uno sguardo commisurato all'oggetto dell'indagine. Per maturare c'è tempo, magari a partire dalla prossima volta.

domenica, luglio 15, 2012

Biancaneve e il cacciatore


L'unica costante è il cambiamento. L'affermazione del celebre motto buddista è una verità che in qualche modo interessa anche la mecca Hollywodiana per la necessità di restare al passo di una realtà sempre più fluida. Così se da una parte rimane intatto l'obbligo di rispettare le regole del business affidandosi a prodotti strasicuri, capaci di rimpinguare le casse degli investitori, dall'altra diventa sempre più pressante la necessità di rivestire di novità un'offerta destinata ad un mercato che si annoia facilmente.
Assecondando questa tendenza arriva sugli schermi un nuovo ibrido che mette insieme antico e moderno, stiamo parlando di "Biancaneve e il cacciatore" figlio di quel filone fantasy che ultimamente aveva segnato un pò il passo e che invece viene rilanciato da un prodotto che si affida all'estetica legittimata dal successo planetario de "Il signore degli anelli" con eroi ed eroine catapultati in un medioevo misterioso e fantastico animato da personaggi, luoghi e situazioni immortalati nella fiaba dei fratelli Grimm. Seguendo con i dovuti aggiornamenti il famoso canovaccio e lavorando soprattutto sull'aspetto iconografico, dallo specchio delle mie brame che si trasforma a comando in un oracolo in carne ossa ai sette nani disegnati sulle fattezze dei mitici Hobbit, per non parlare della componente magica e fantasmagorica legata al paesaggio naturale capace di incarnare il bello ed il brutto dell'immaginario favolistico, "Biancaneve ed il cacciatore" si sviluppa come una storia di formazione in cui il ritorno al trono della giovane principessa, estromessa dalla strega demoniaca (una Charlize Theron perfettamente calata nel ruolo) da vita ad un confronto tra buoni e cattivi in cui amore e amicizia della protagonista e della sua corte di amici si confrontano con il tradimento e la vendetta simboleggiate dai propositi della infida usurpatrice, determinata a sbarazzarsi di chiunque possa mettere in pericolo il primato della sua eterna giovinezza. 

Uno spettacolo che non si ferma all'assemblaggio delle singole componenti ma che continua, almeno per il pubblico più giovane, con la presenza a tutto campo dell'attrice del momento, quella Kristen Stewart a cui basta mettere la faccia per ricordare atmosfere e condizioni alla Twilight: il film non a caso la mette nei panni della fanciulla da salvare, ricreando quell'agonismo da cavalier servente già appartenuto alla saga vampiresca e che qui si rinnova, ripulito della tensione sessuale praticamente inesistente, attraverso le figure del cacciatore (il Chris Hemsworth di Thor) un cane sciolto dotato di talentuose virtù guerresche, ed un principe azzurro, convenzionale ma fedele alle esigenze salvifiche stimolate dalla bella principessa. Chi è cresciuto con la favola di Biancaneve si divertirà a riconoscere gli aggiornamenti della fiaba, mentre il pubblico più giovane, a cui il film appartiene di diritto, non mancherà di entusiasmarsi.    

giovedì, luglio 12, 2012

film in sala dal 13 luglio 2012

Biancaneve e il Cacciatore
(Snow White and the Huntsman)
GENERE: Azione, Fantasy, Avventura
ANNO: 2012  DATA: 11/07/2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Rupert Sanders

Freerunner - Corri o muori
(Freerunner)
GENERE: Azione
ANNO: 2011  DATA: 13/07/2012
NAZIONALITA': USA

Lo spaventapassere

(The Sitter)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011  DATA: 13/07/2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: David Gordon Green

mercoledì, luglio 11, 2012

The Amazing Spider-Man

Crederete che un uomo può volare. Lo strillo era quello che nel lontano 1978 accompagnava la campagna pubblicitaria del "Superman" firmato Richard Donner. Un evento epocale destinato a rivoluzionare gli Heros Movie per il realismo degli effetti utilizzati. A più di vent'anni di distanza, con la tecnica che ha fatto passi da gigante "The Amazing Spider-Man" rappresenta il paradosso di una tendenza che è andata sempre più accentuando la distanza tra le possibilità di effetti speciali fantasmagorici e la penuria di idee in grado di saperli interpretare. Il risultato è quindi un film come quello di Marc Webb messo a capo di un impresa impossibile e superflua, che si traduce nella pretesa di azzerare il lavoro di Sam Raimi, autore di una ragno trilogia oltremodo celebrata, ricominciando a raccontare la storia di Peter Parker come se nulla fosse mai successo. Almeno sugli schermi cinematografici. Un restyling che pur mantenendo invariati gli eventi ed i significati legati all'acquisizione dei superpoteri ed alle conseguenze che essi comportano nella vita di uno studente un pò nerd, come di fatto Parker è prima dello straordinario evento, colloca la storia in un contesto dove i colori pop e le atmosfere retrò della prima ora vengono sostituite da una contemporaneità in cui l'asetticità della scienza e delle sue scoperte è in contrasto con i chiari scuri di un esistenza impregnata di sensi di colpa ed inadeguatezza, distribuiti a buoni e cattivi senza distinzione di sorta. Dal protagonista su cui la storia calca la mano facendone seppur indirettamente il responsabile (molto più che nella versione di Raimi) della morte dello zio Ben all'avversario, il dottor Connors/Lizard, oscuramente legato alla scomparsa del padre del ragazzo, e come Parker frenato nella propria indole da una diversità condizionata dal dettaglio fisico. Così se la mancanza di un braccio spinge lo scienziato alla follia, è la gracilità fisica rispetto all'esuberanza dei compagni, e di Flash Thompson in particolare, a limitare la socialità del giovane studente. Con queste premesse "The Amazing Spider-Man" perde un po' della sua mitologia, ma la vicinanza che acquisisce rispetto alla contemporaneità (New York ripresa spesso di notte e la partecipazione collettiva al dramma dell'eroe rientrano chiaramente nella dimensione post 11 settembre)c'è lo rendono sicuramente più umano.


Ispirato alla lezione iconografica del grande (disegnatore) Mac Farlane, — la zazzera da manga ed il corpo obliquamente segaligno sono sicuramente una sua eredità — il film di Marc Webb è brillante nella scelta di un attore (Andrew Garfield) esteticamente simile alla matrice fumettistica, risultando più interessante quando si sofferma sul privato dei suoi protagonisti, con scene come quella in cui un sognante Parker si lascia andare ad una danza in skateboard dentro un magazzino portuale o in quelle che rendono la novità del cambiamento con scene da splap stick comedy in cui Peter incapace di dosare la propria forza distrugge qualsiasi cosa gli passi per le mani, che in quelle dedicate all'azione -eccezion fatta per il passaggio esilarante in cui Stan Lee appare sullo schermo senza accorgersi dello scontro tra le sue creature — abbastanza convenzionale, e peraltro sostenuta da un villain, Lizard, un pò troppo sottotono. Se il parametro di giudizio è il puro intrattenimento allora l'obiettivo è centrato. Se invece nella bilancia delle opinioni conta il peso di un urgenza praticamente inesistente, allora l'intera operazione, e con esso il suo valore sconfina nelle ragioni del marketing e degli affari,dove peraltro, bisogna dirlo, trovano posto tutti i film targati Marvel

martedì, luglio 10, 2012

The Way Back

Peter Weir, regista australiano di lungo corso e con pellicole di grande slancio immaginifico ed emozionale, a sette anni dal suo ultimo lavoro (“Master and Commander: The Far Side of the World”), ci offre una storia (da un fatto vero) dove la fuga è il contraltare dell’inseguimento della natura sull’uomo. Un filo conduttore continuo e mai interrotto, un lungo corridoio di sguardi e di finestre sul mondo dove ogni balcone ci persuade del bello e dell’indefinibile in simbiosi con le schiumose mostruosità e le trappole vitali. La natura scandisce e rigurgita ogni fotogramma del suo cinema con metafore visive e scritture fagocitanti tutto mentre l’uomo vuole a tutti i costi indagare (“Picnic ad Hanging Rock”), interagire (“Gallipoli”), nascondersi (“The Last Wave”), superarsi (“Master and Commander…”) e, non per ultimo, estraniarsi e fingere (“L’attimo fuggente” e “The Truman Show “).    “The way back” è la prova inconfutabile della veriticidità dell’immaginario di Weir: qualsiasi racconto deve partire da un assunto concreto (anche se deriva da antefatti leggendari o da passaparola) e da avvenimenti che possono aver segnato la storia (quella minima e imperscrutabile di Weir si ciba per rendere il rapporto ambiente-uomo silente e forte, stupito e angosciante). Pellicola di genere personale che diventa genere maestro per chi soggiace al destino e si perpetua nelle grinfie, ora dolci e ora dolenti, di un paesaggio dorato e ostile. Film dedicato a chi è riuscito a fare un ‘lunga marcia’ oltre il fino spinato fino all’arrivo dell’agognata libertà quella di un confine tolto dall’immaginario di stilistiche ovvietà e di orizzonti allineati; l’inquadratura non è mai da incorniciare e giammai un pretesto per un mero documentario di siti e di avamposti dimenticati e soggiogati dalla macchina da presa. E sì che la fotografia e il colore ricoprono in un velo sapiente lo scorrere lieve e addensato di ogni fotogramma e l’ostilità ‘naturae’ nasconde un’agognata speranza (‘è un miraggio’) e una dolce rinfresco (‘acqua, acqua…!’) come sempre il nemico, l’uomo che non conosci, ridà vita e leggerezza ad un cammino impossibile e ad un arrivo mai visto.
   Il 19 novembre 1939 il tenente Janusz (Jim Sturgess) dell’esercito polacco viene arrestato a Pinsk; viene denunciato come spia dalla moglie (una tortura è una confessione) e condannato ad anni di lavori forzati in un gulag siberiano (l’anno dopo). La sua permanenza in un simile posto (sperduto in tutti i sensi) non  gli fa veni re meno il pensare ad una fuga che sembra impossibile. Insieme a dei carcerati l’dea si  realizza  in   un  modo disperato e  insperato  (siamo nel 1941): i suoi ‘amici’ Khabarov (Mark Strong), Mr. Smith (Ed Harris) e Valka (Colin Farrell) sono quelli più ostinati nella loro ‘follia’ (la fuga dal gulag diventa un filo spinato reciso e nessun compiacimento ad un film di genere). Il gruppo deve arrivare al lago Baikal (una prima meta), poi la ferrovia transiberiana e la Mongolia (e il deserto del Gobi) per arrivare, dopo il Tibet, in India. Una ‘lunga marcia’ di oltre seimila chilometri quando il destino porta il gruppo (a cui si era aggiunta Irena –Saoirse Ronan-, prima forzatamente e poi benvoluta) alla libertà (sono rimasti in quattro). E il saluto ai compagni di fuga morti viene sempre ‘assorbito’ con una frase di consolazione umana: “almeno è morto libero”. “Il passaporto?”, “ Non l’abbiamo”, “Venite…Benvenuti in India” che diventa il paradiso in terra per chi non aveva mai visto il sollievo del bello.
   Il film è tratto dal libro di Slavomir Rawicz “The Long Walk” (La lunga marcia è scritto nei titoli di coda ma ripubblicato nel 2011 col titolo italiano ‘Tra noi e la libertà’): l’autore è stato ufficiale dell’esercito polacco prima dell’arresto dai russi per spionaggio (il libro uscì nel 1956). La sceneggiatura è dello stesso regista.
   Si deve dire che la peculiarità principe di Peter Weir è di rappresentare il vero (non certa un destino finto e volutamente ‘pompato’) e di alimentare nello spettatore la curiosità dei vivi che non demordono e della libertà come sogno sentito e non inerme. La natura compiace il regista nel disincanto totale delle immagini dove il filtro è solo dei luoghi (molti ambienti sono stati girati in altri paesi dell’est europeo) e nell’avvolgente rispetto che di essa si deve avere (quando tutto sembra sollievo e quando tutto sembra fatica). Il set non è porsi contro l’inferno da attraversare ma è addomesticare (per quanto possibile) il senso di battaglia dell’uomo anzi lasciare la spada per ‘accumulare’ forzatamente la tempesta e andare oltre per un destino (da conquistare). Libertà e vita, avversione e morte: nel cinema vero del regista australiano gli opposti paiono toccarsi e interagire in un mondo sperduto, lontano e senza vera luce. Sembra che il circolo (‘vizioso’) del film come rappresentazione sia in Weir una fuga che ritorna: dal falso che diventa vero (“Picnic ad Hanging Rock”), al falso che è finto (“The Truman Show”) fino al vero che vuole la verità (“Gallipoli”, “Master and Commander…” fino a quest’ultima pellicola). Il cinema ha delle scappatoie più o meno finte ma il reale (o di quello che di esso si può raccontare) è pur sempre una buona idea e ciò che se ne estranea è solamente un gioco per togliersi il peso di una metafora troppo pesante (il destino si chiude e si schiude a suo piacimento). In un susseguirsi di paesaggi, avversità, disastri, saturazioni ed orizzonti, il set pare un accumulo di vuoti atti a riempirsi non una  somma giacente e piacente (allo spettatore). Una ripresa in stile sempre ad altezza uomo-natura mai a domare il duo e a soverchiare il reale col finto. Una fuga  dagli eventi, una fuga con gli eventi, una fuga dal set (Truman) e una lunga fuga (Janusz).
   Il cast dà una prova di carattere e di immersione nei personaggi: un bravo Colin Farrell riesce a appropriarsi dei panni di un criminale, un grande Ed Harris che dà al personaggio di Mr. Smith vigore e giusta stranezza e tutti riescono a dare una valenza veritiera e convincente (nei nomi di Janusz e Irena). La fotografia di Russell Boyd non diventa mai un effetto turistico e sdolcinato ma ci consegna un pieno di colori scambiali con gli umori (e gli umorali) della natura ben riposta e nascosta; le musiche (di Burckhard von Dallwitz) sono carezzevoli al momento giusto e con lunghe pause dove il silenzio è pieno di segni dei luoghi e dei loro segreti. La regia di Peter Weir si insinua e fa sua la vitalità di una natura che sembra a riposo: come sempre la tecnica giacente e rarefatta dell’australiano riesce a coinvolgere e a scandire i tempi delle immagini.
(recensione di loz10cetkind)
   Voto: 7½.

lunedì, luglio 09, 2012

Un amore di gioventù

L'amore tradito e poi riconquistato un poco alla volta, attraverso le sofferenze del cuore, le indifferenze degli altri ed il ricordo di una presenza che non si può dimenticare. Procede così l'ultimo film di questa regista francese dal nome di ascendenze scandinave. Incomincia da una ferita che sanguina fin da subito e non finira mai di farlo fino in fondo, perchè la prima storia importante non si potrà mai cancellare. Eppure "Un amore di gioventù" è anche un film che riesce a dare speranza, a non impedire alle persone che lo guardano di cancellare i loro sogni di felicità e di condivisione, perchè se è vero che attraverso il personaggio di Camille la regista mette al centro della storia i tormenti di una giovanissima Werther in gonnella, d'altra parte ci fa vedere come sià possibile ricominciare a vivere senza rinnegare quella parte di se che un tempo è stata felice, e può tornarlo ad essere. Così accanto alle immagini cesellate in una città fredda ed anonima si ritagliano uno spazio sufficientemente adeguato scene campestri in cui l'immersione nella natura assolata e silenziosa diventano la maniera per liberarsi dalle angosce del cuore.

E se alcune situazioni del film appartengono indiscutibilmente all'età giovanile, quando ancora una piccola sfumatura di disattenzione da parte dell'oggetto amato può diventare la scintilla di una tragedia di inconsolabili proporzioni, allo stesso tempo la vicenda di Camille (Lola Creton veramente straordinaria) e Sullivan appartiene nei suoi risvolti più profondi all'umanità intera senza distinzioni di sesso e di età. Certamente alla maniera di molto cinema francese, soprattutto quello di alto lignaggio (Truffaut, Rohmer) Mia Hansen Love fa parlare i suoi personaggi con un tono spontanemante forbito e ripulito da qualsiasi mancanza di buon gusto, così come nella scelta di attori il cui volto sembra appartenere a certi ritratti immortalati dalla penna degli scrittori e dal pennello dei pittori favorisce un empatia immediata e di facile presa. Ma sono queste, piccole scappatoie che non rompono l'incantesimo di un film quasi perfetto e che si porta dietro la malattia ed insieme gli anticorpi per continuare a vivere nonostante tutto, o forse proprio per quello.