giovedì, ottobre 15, 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: BANGLAND

Bangland
di Lorenzo Berghella
Italia, 2015-
genere, animazione
durata, 61'


"Most things decay in a matter of days/
The product is sold the memory fades".
- Porcupine Tree -



Per una volta in linea col proprio retro sapore amaro di lecca-lecca dozzinale avvoltolato in stagnola costosissima, la-società-dello-spettacolo (e, sul serio, sembra trascorso un milione di anni da quando il termine e' stato coniato) porta a compimento la somministrazione omeopatica del suo sinistro caramello e assume senza colpo ferire - ossia, nella rassegnazione delle coscienze, nello stagno immoto di un fatalismo depositatosi in strati infiniti di retorica e opportunismo - il controllo della scena: le masse illuse/anestetizzate tacciono e non comprendono o, che e' quasi lo stesso, tacciono perché non comprendono, accumulando un rancore indistinto che prima o poi troverà campo d'applicazione; i maggiorenti, al solito, temporeggiano, riservandosi la carta (chissà, tuttavia, ancora quanto vincente) di un'eventuale colpo di mano. Tutti gli altri, più o meno diligentemente, più o meno volontariamente, affondano nell'indifferenza e nell'esclusione, come non fosse già abbastanza miserabile il nostro gotterdammerung.


Orbitando - da un lato, in linea con una precisa coerenza d'intenti; dall'altro, esponendosi, per l'insistenza del suo slancio anti-consolatorio alle incognite di una qual programmaticita' sottesa ad un taglio cinico che non ammette repliche, seppur qua e la' innervata da tocchi di una beffarda ironia - attorno ad un nucleo filosofico e morale assemblato a partire da simili componenti, "Bangland", lavoro d'animazione di Lorenzo Berghella, presentato una manciata di settimane or sono all'ultimo festival lagunare, organizza un sapido, coloratissimo e iper-citazionista carnevale di mostri sul crinale oramai quasi intangibile che separa il racconto distopico circa scenari a vario titolo avvilenti relativi al futuro dei nostri giorni come società/comunità, dalla constatazione - allibita ? Disperata ? Inerte ? - che taluni di quegli esercizi prospettici stanno sempre più velocemente erodendo l'intervallo che li distanzia da una loro anticipata (quanto, invero, temuta ? E quanto - perché no - agognata ?) materializzazione, amplificando, di concerto e oltremisura, la quantomeno sconcertante sensazione di vivere/subire/contribuire a quella Fine-che-non-finisce-mai-di-finire (qui, fine della speranza nel futuro; fine dell'idea di collettività; fine della fiducia nella Scienza/Tecnica; fine dell'empatia di specie) che forse e', davvero, a questo punto, l'unico vero filo di sutura che tiene insieme le parti di quel corpo misterioso che in un soprassalto di pigrizia abbiamo battezzato modernità.


"Bangland", toponimo che riassume in una crasi felice l'attitudine divenuta coazione a ripetere irriflessa all'uso delle armi e i disfatti orizzonti di un mondo in avanzato stato di putrefazione secreti dai rimasugli della waste land eliotiana ("Città irreale/sotto la nebbia bruna di un'alba invernale/Una folla fluiva sul London Bridge, tanti/Ch'io non avrei creduto che morte tanti n'avesse disfatti"), allude ad un (non così) immaginario agglomerato a stelle e strisce - ridanciano e spietato, morigerato e laido, dove tutto sembra lecito e ogni cosa e' imperdonabile - esemplare tipico di un paese sempre più persuaso della propria iattanza di united states of unconsciuosness del pianeta, nel caso governato da un Presidente che si chiama Steven Spielberg ed e' Steven Spielberg, in quell'ottusa fissità alla lunga maligna che avevamo imparato a riconoscere come maschera preferita di un potere immodificabile quanto crudele perché, di fondo, idiota, dai tempi del super-sorridente Jimmy Carter serigrafato con spietata aderenza da Bill Sienkiewicz a cavallo degli anni '80. Sullo sfondo di locali che ammiccano da scritte come Natural born stripper; un corpo di Polizia che usa l'acronimo BADP; insegne pubblicitarie che lavorano subliminalmente a colpi di In gold we trust; sit-com che ripetono lazzi del tipo "Chi salverà il mondo dall'America ?" o "Papa', perché siamo cristiani ?", "Non c'ho mai pensato. Deve essere una tradizione di famiglia", si muove una fauna umana giunta al punto di non ritorno di un suo speciale processo di eutrofizzazione. Nello spazio comune dominato dalla comunicazione permanente, si agitano, senza mai incontrarsi bensì alla merce' di una non così remota possibilità di elidersi a vicenda, scaltri autori televisivi, predicatori subdoli col volto perplesso di Bill Murray: un Bugs Bunny tossico insolvente. E attivisti politici, poliziotti alla deriva e sbirri da strada razzisti; giornalisti corrotti, mafiosi scorsesiani, preti furenti incoraggiati nel loro fervore oracolare da un ghigno artefatto a meta' strada fra il Joker batmaniano e il Rorschach di "Watchmen". E ancora: cloni da karaoke di Elvis, candidati democratici alla presidenza dalle iniziali affini a quelle di JFK (JRK) ma dal medesimo destino, schegge impazzite in odor di strage per disturbo post-traumatico da stress, ragazzini inebetiti da Tv e pornografia ostaggi perenni d'insani appetiti e, su tutto, l'angoscia terroristica (qui estremizzata nell'abbattimento della Statua della Libertà) usata come randello propagandistico sull'opinione pubblica interna allo scopo d'incistare ancora più a fondo l'eterna angustia del complotto e come casus belli per muovere in armi contro un remoto paese africano...


Come si vede, una mole consistente di materiali e suggestioni che, inevitabilmente, si potrebbe dire, corre il rischio di porre ogni cosa su un medesimo piano di condanna, stemperandosi, via via, di fatto, in una sorta di onnicomprensivo negativismo auto-disinnescantesi per saturazione. E' pur vero, altresì, che Berghella limita la predetta deriva organizzando la costruzione delle scene - spesso e volentieri essenziali, ritmate e brutali - come un crescendo entro cui il cortocircuito stabilitosi tra una realtà devastata dall'avidità e dall'invadenza della Tecnologia sotto la peculiare forma del mezzi di comunicazione (tutto sembra la rimasticatura caotica di un unico gigantesco film a cui, al tempo, si partecipa e si fa da spettatori) e la prevalenza di un nuovo ordine addirittura allegorico nel suo sistematico rimando alle icone/spettri dell'immaginario di massa, si fonda su una logica tanto inesorabile quanto sinistra: il Presidente Spielberg che osserva soddisfatto le fasi terminali dell'addestramento dell'ennesimo super soldato o l'esecutore che sovrappone i suoi incubi di redenzione a stralci di film d'azione in rotazione indefessa su schermi orwellianamente sempre accesi, parlano, infatti, di un inconscio brutalizzato e in potenza pericoloso (oltreché, per certi versi, irrecuperabile) che ormai e', senza alcun dubbio e da tempo, in circolo dentro le fibre nervose del generico uomo-della-strada, ossia dentro di noi e si assuefà, un giorno via l'altro, ad ipotesi sempre più contorte e truci (attentati gratuiti e oltremodo efferati; guerre più di sterminio che di conquista, colpi di Stato terapeutici: impensabili agenti biologici magari già all'opera chissà dove) in teoria utilizzabili dal Potere come ovvio strumento di coercizione ma dalle quali questo stesso Potere, allo stato attuale, non e' affatto immune. Se a ciò si aggiunge la scelta stilistica di privilegiare in contrasto con volti umani di preferenza grigi o d'incarnato terreo, cromie semi-fluorescenti od elettriche, sempre impercettibilmente in movimento, a sfalsare di un niente, rendendola pero' vieppiù grottesca, l'apparenza del quotidiano, ecco che diventa più chiara - sebbene non meno disperante (e a nulla servono, nel finale, le note dell'"Ave Maria" schubertiana, anzi) - questa che e', alla fin fine, una fotografia disegnata (e degradata) di noi stessi, talmente, forse, inevitabile, da non avere più margini nemmeno per invecchiare. Sic transit...
TFK

mercoledì, ottobre 14, 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: SUBURRA

Suburra
di Stefano Sollima
con Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Claudio Amendola
Italia, 2015
genere, noir
durata, 130'


Una dietro l’altra le sequenze iniziali che ci introducono negli inferni di “Suburra” non servono unicamente a stabilire - nella loro voluta successione - la gerarchia di poteri e di dipendenze vigenti all’interno della storia ma anche a definire dal punto di vista visivo e quindi cinematografico, la contiguità tra i mondi diversi eppure complementari, che si appartengono come pezzi di un tutto del quale costituiscono parte integrante. Dal silenzio delle stanze papali al clamore di quelle parlamentari fino ad arrivare alle vertigini scoscese delle paludi delinquenziali, “Suburra” si immerge anima e corpo nel ventre molle della città capitolina, raccontandola come si faceva ai tempi degli antichi imperatori. Al di là dei simboli e delle allegorie, il film di Stefano Sollima conserva la medesima vocazione universale, aspirando non solo a incarnare le viscere della città contemporanea ma addirittura a diventare metafora di qualcosa di più grande; senza esagerare, o forse si, “Suburra” aspira infatti ad essere una sorta di Genesi criminale, con il peccato originale rappresentato dall’avidità degli uomini (Il politico, il ras del quartiere, il capo dei capi, e così via), utilizzato per innescare le manifestazioni del male.


Esplorando le conseguenze della violenza e del delitto, Sollima conferma un percorso da cineasta che fluttuando dal grande (A.C.A.B.) alla piccolo schermo (“Romanzo Criminale” e “Gomorra”) accetta la sfida proposta dalle contaminazioni dei nuovi formati (il film sarà distribuito sul mercato americano sulla piattaforma di Netflix) attraverso un cinema di genere e nella fattispecie di quello legato alle crime story che mette insieme il b-moviei taliano e il mainstream hollywoodiano, cercando un compromesso tra costi di produzione (sette milioni di euro è il costo di “Suburra”) e grandiosità dell’affresco. Per quanto ci riguarda è proprio la valutazione del dispositivo messo a punto da Sollima, capace di comprendere arte e mercato, a stimolarci maggiormente; poichè non c’è dubbio che il buon esito di un prodotto come “Suburra”, programmato per aggredire i mercati internazionali, potrebbe aprire scenari inediti e altamente remunerativi per tutto il cinema italiano. In questo senso, la parziale riuscita del film, dotato di pregi (la messa a punto dei caratteri e degli ambienti) ma non privo di difetti (il processo d’astrazione operato su figure e avvenimenti delle cronache romane riesce solo in parte così come l’ibridazione tra cinema e televisione) assume un peso meno negativo in termini di giudizio. Perché pensiamo che l’efficacia di  “Suburra” non abbia a che fare con l’armonia della sue caratteristiche, ma risieda piuttosto nella consapevolezza del fascino creato dalla sua affabulazione. 

martedì, ottobre 13, 2015

POINTS OF VIEW: PECORE IN ERBA - INTERVISTA AD ALBERTO CAVIGLIA



Quanto c’è di te  in “Pecore in erba”.

A parte gli aspetti produttivi che mi rispecchiano nella scelta di ambientare la storia a Trastevere, dove sono nato e cresciuto, e per il fatto che parte della troupe era composta da persone che conosco da sempre, direi che “Pecore in erba” è la storia di un personaggio, Leonardo, in cui mi rispecchio soprattutto per  quel sentimento di incomprensione che lui si porta dietro. C’è poi uno sguardo ironico e il gusto per la satira che fa parte del mio modo di guardare alla realtà. Al contrario, la presenza del contesto ebraico è venuta da sola, così come l’umorismo tipico di questa cultura che ho utilizzato come arma da usare contro il senso di minaccia che attraversa la storia. A questo proposito mi sento di poter dire che la cosa più ebraica del film consista nella possibilità di osservare le cose con occhi diversi, proprio in ragione del mio essere allo stesso tempo italiano ed ebreo.


Com’è nato il film e perché la scelta del mokumentary.

Lo spunto è stato quello di rovesciare i termini del discorso, immaginando di inserire il tema dell’antisemitismo all’interno di una società in cui tale sentimento si rivela un boomerang per chi lo usa. Questa opzione mi ha permesso di rompere gli schemi e l’utilizzo del mokumentary è stato solo un modo per rafforzare la veridicità di ciò che volevo raccontare.

Perché hai deciso di non far parlare il protagonista del film.

E’ un espediente che mi consentito di sottolineare la retorica che esiste dietro la persecuzione degli ebrei. Leonardo nasce antisemita e non ha bisogno della parola per esprimere il suo odio; a differenza degli altri che ne hanno necessità per formulare l’ideologia capace di giustificare i propri attacchi.

Come ha reagito la comunità ebraica all’uscita del film.
Non ho fatto il film pensando alla comunità ebraica e al momento non so dirti quali siano state le reazioni. Prima dell’uscita credevo che sarei stato attaccato da tutte le parti e invece, a eccezione di qualche blogger  schierato su posizioni radicali e filo palestinesi, non ho ricevuto critiche in tal senso anche perché “Pecore in erba” non sposa nessun tipo di politica o ideologia.

L’ultimo festival di Venezia a cui anche tu hai partecipato ha visto l’esordio di un gruppo di registi che hanno riscosso successo di critica e di pubblico. A questo proposito ti volevo chiedere cosa ne pensi del momento che sta vivendo il cinema italiano.

Il difetto principale del nostro cinema è quello di investire poco o niente sulle idee e quindi sulla scrittura. Intendo dire che non basta avere un’idea forte per realizzare un film ma ci vogliono tempo e soldi per realizzare un copione che funzioni. Un processo creativo sottovalutato dai produttori, che, non a caso, tendono a risparmiare proprio su questo punto. Poi non ci si può lamentare se il pubblico diserta le sale, perché la ragione sta proprio nell’eccessiva semplicità e nello scarso interesse delle storie che si raccontano.


Visto il successo di pubblico di film come “La vita è bella” e “Train de Vie” non credi che il modo migliore per parlare della questione ebraica sia quello di raccontarla con toni più leggeri e meno drammatici.

Innanzitutto le tue parole mi fanno venire in mente che troppo spesso il confine tra Shoah e antisemitismo è troppo labile e che la tendenza sia quella di utilizzare – sbagliando - i due termini come sinonimi. Detto questo, non penso che esista un modo più giusto per parlare della questione ebraica anche perché non solo i titoli a cui ti riferisci rappresentano un’eccezione in mezzo a una  serie di opere drammatiche, ma anche perché il loro successo dipende dal fatto che in generale la gente preferisce andare al cinema per ridere e divertirsi e quindi privilegia le commedie rispetto al resto dell’offerta.


Tornando al film “Pecore in erba” deve molto alla  fisiognomica degli attori. Come sei arrivato a scegliere gli attori.

Per me era fondamentale mettere insieme volti conosciuti e facce di gente che non era mai stata davanti a una macchina da presa. Per ottenere quello che volevo il lavoro di casting è stato decisivo. Visto che il protagonista della storia non doveva parlare, ho lasciato alla mia assistente il compito di intervistare i possibili candidati. In questo modo ho evitato di farmi condizionare nella scelta dell’attore che per me doveva  dipendere esclusivamente dall’impatto della sua immagine. Con Daniele Giordano che nel film interpreta Leonardo c’eravamo conosciuti sul set di “Qualunquemente” in cui recitava la parte del figlio di Albanese, e quando c’è stato bisogno di fare il casting mi sono ricordato di quell’incontro.


Al film partecipano nella parte di se stessi alcune personalità della società civile e culturale del nostro paese. E’ stato difficile coinvolgerle.

Dipende, per alcuni c’è voluto un attimo, per altri ho dovuto faticare ed essere paziente, iniziando un  corteggiamento che è andato avanti per molto tempo. Mi piaceva l’idea di mettere uno dietro l’altro persone cosi diverse come possono esserlo Corrado Augias e il vichingo, personaggio che gli abitanti di trastevere conoscono molto bene.

Pensando al film non posso non chiederti se ti è capitato di subire discriminazioni di qualche tipo.

Come ebreo non mi sento di vivere discriminazioni diverse da quelle che subisce un qualunque cittadino. La causa di tutto non è l’appartenenza religiosa, ne la provenienza sociale, bensì il pregiudizio e l’ignoranza che nel nostro paese trovano un  terreno molto fertile.

Nella sequenza che precede il finale, con l’abbraccio tra persone appartenenti a opposte fazioni volevi per caso lanciare un messaggio di pacificazione.

No, per niente, il mio non vuole essere un film buonista, anzi. La scena dell’abbraccio tra le fazioni rivali è stata inserita non come segno di speranza quanto piuttosto per sottolineare la follia in cui è immersa la nostra società. Davvero, penso proprio che nella vicenda di Leonardo non ci sia alcun tipo di consolazione.



Discutendo del film abbiamo pensato che se esiste un difetto, questo è legato alla sua durata  che poteva essere un poco più ridotta. Sei d’accordo.

La mancanza di soldi e quindi di tempo ha condizionato la resa finale del mio lavoro. Bisogna tenere conto che rispetto ai normali lungometraggi il mio ha circa 340 scene, più o meno il triplo della media corrente. Se fosse dipeso da me avrei gestito diversamente alcune cose. Mi sono sentito limitato dal punto di vista estetico, non potendo contare sulla possibilità di girare con i carrelli che, come si sa, sono molto costosi. Così è successo anche per la questione legata alla durata del film che certamente avrebbe avuto bisogno di un montaggio migliore. Anche in questo caso la mancanza di tempo  non me l’ha permesso. Fortunatamente accanto a me ho avuto un grande direttore della fotografia come Andrea Locatelli con cui sono entrato subito in empatia. Il suo talento mi ha aiutato in parte a compensare le altre carenze.

Come sei arrivato a girare il tuo primo film.

Ho lavorato otto anni come assistente alla regia di Ferzan Ozpetek e, soprattutto all’inizio, è stato naturale identificare il cinema attraverso il suo lavoro. Poi, con gli anni, ho sviluppato uno sguardo sempre più autonomo che mi ha permesso di trovare la mia strada. “Pecore in erba” è nato per caso e in qualche modo è stata la conseguenza di un avvenimento molto frustrante, perché dopo più di due anni di lavoro alla sceneggiatura del mio primo progetto ho dovuto metterlo da parte perché costava troppo. A quel punto il produttore mi ha chiesto di sviluppare una vecchia idea, che avrei dovuto utilizzare per un corto e che in seguito è diventato invece “Pecore in erba” di cui ho scritto  la sceneggiatura in un mese e che ho girato in sei settimane.

Quali sono gli autori italiani e stranieri che apprezzi maggiormente.

Tra gli italiani apprezzo Salvatores e Bellocchio per la libertà con cui riescono ad esprimersi; e poi Segre, Costanzo e Diritti. Tra gli stranieri direi Inarritu e Cronenberg, ma tieni conto che per entrambe le categorie la lista sarebbe molto più lunga.

Con che attori vorresti lavorare in futuro.

Mi piacerebbe aver la possibilità di lavorare nuovamente con Vinicio Marchioni e Carolina Crescentini, che hanno creduto nel film e mi hanno dato subito fiducia. Non mi dimenticherò mai delle loro generosità.
di Adele De Blasi e Carlo Cerofolini

lunedì, ottobre 12, 2015

THE PROGRAM

 The Program
di Stephen Frears
con Ben Foster, Chris O'Dwod, Lee Pace, Dustin Hoffman
Regno unito, Francia, 2015
genere, biografico, drammatico
durata, 103'
 
 
 
Trasformare le idee in immagini è già nel concettualmente una sfida non da poco. Ne consegue che in  sede di presentazione sottolineare la complessità produttiva  di un film dedicato alla  vicenda umana e sportiva di Lance Armstrong può sembrare superfluo se non ridondate. Eppure, come spesso accade nelle scelte che interessano il cinema d'autore quella messa in palio da "The Program" era una posta davvero alta. Si trattava infatti di ricostruire la parabola di un campione sportivo tra i più grandi della nostra era, capace di vincere per ben sette volte consecutive il Tour de France che,  del ciclismo  rappresenta l'appuntamento più importante e prestigioso del calendario, e di farlo subito dopo essere guarito da una malattia che gli lasciava ben poche speranze di sopravvivenza. Un' impresa leggendaria che di lì a poco avrebbe assunto ben altri contorni a causa della scoperta che quel record erano stato raggiunto in modo illecito,  attraverso l'assunzione di sostanze dopanti assunte con la complicità di un noto preparatore sportivo italiano. Al problema di restituire la dimensione di tragicità legata a un evento che oltre al primato agonistico aveva cancellato la credibilità di un uomo assurto a simbolo di speranza per milioni di malati, "The Program" pagava in partenza  lo scotto di essere arrivato secondo rispetto ad un film come "Armstrong Lie", il documentario di Alex Gibney che per primo aveva ricostruito le varie fasi di quella vicenda, raccogliendole direttamente alla fonte, attraverso la confessione che il ciclista gli ha concesso all'indomani dell'ammissione di colpevolezza rilasciata nel talk show di Oprah Winfrey.

 
Rispetto a queste premesse Stephen Frears procede in due direzioni: dal punto di vista dei contenuti si comporta in maniera ortodossa sposando la versione ufficiale dei fatti e trasformando il suo resoconto in un almanacco narrativo  in grado di refertare le date, i nomi e gli episodi più salienti  ed emblematici della facenda, compresi quelli che rifacedosi ai vari highlights delle telecronache del periodo testimoniano le intimidazione di Armstrong nei confronti dei corridori (celebre quello subito dall'italiano Diego Simeoni) che avevano il coraggio di denunciare l'uso del doping nell'ambito del gruppo. Sotto il profilo cinematografico invece, decide di prendere - secondo noi giustamente - le distanze dal documentario di Gibney, da cui lo allontana soprattutto la scelta di rinunciare a qualunque effetto di realismo a favore di uno stile antinaturalistico, evidente nella ricerca sistematica  della corrispondenza fisiognomica tra gli attori e i rispettivi personaggi (in special modo  nel Lance Armstrong dell'ottimo Ben Foster e nell'occhialuta figura del mefistofelico Dottor Ferrari interpretato da Gauillame Cantet), e ancora nel taglio delle immagini (splendide quelle iniziali che nel riprendere il protagonista impegnato in un momento di massimo sforzo ci danno la sensazione del tormento e dell 'estasi racchiuse in un colpo di pedale), fotografate con cromature iperreali e attraversate da una luce piatta e artificiale che sembra rimandare  alla mancanza di verità delle imprese compiute da Armstrong.
 
 
Tratto da libro del giornalista irlandese David Welsh che fu testimone dell'ascesa e della caduta di Armstrong e che in tempi non sospetti scrisse una serie di articoli ("Flawed Fairytales", una favola bugiarda si intitolava quello consegnato  nel luglio del 1999 al Sunday Times per commentare la prima vittoria di Armstrong al Tour De France) che mettevano in dubbio i risultati ottenuti dal campione americano, "The Program" non si distacca dai difetti che appartengono alla maggior parte delle cine biografie contemporanee, caratterizzate da un passo narrativo prettamente televisivo e dalle semplificazioni imposte dai limiti temporali del formato utilizzato. In questo modo non solo "The Program" è incapace di collocare il racconto nella dimensione di unicità e di tragedia alle quale  la storia di Armstrong di diritto appartiene come pure di riuscire a trasmettere una parte delle suggestioni di cui Armostrong, nel bene e nel male, fu affascinante dispensatore. Quello che viene meno nella riduzione operata da Frears è la denuncia - presente nel libro di Walh che definisce una parte dei suoi colleghi delatori e opportunisti - sulla dilagante omertà che in campo giornalistico si rese complice delle imprese del ciclista, esaltandole anche davanti all'incomprensibilità della loro straordinaria natura. E se anche un autore navigato e non nuovo al genere ("The Queen", "Philomena") come Frears non riesce a fare meglio dei risultati prodotti con un soggetto come  "The Program", allora potrebbe darsi che il difetto stia a monte e che l'unico modo per raccontare le vite dei grandi sia quello di sparigliarne la mitologia, deformandone i contorni nella maniera originale e ardita in cui ci sono riusciti Sokurov (tetralogia sul potere) e Sorrentino (Il divo) nei loro film. In tutti gli altri casi, crediamo, bisognerà accontentarsi.
(pubblicata su ondacinema.it)

domenica, ottobre 11, 2015

STRAIGHT OUTTA COMPTON

Straight Outta Compton
di F. Gary Gray
con Paul Giamatti, Neil Brown, Jr., Aldis Hodge, Jason Mitchell, Corey Hawkins
Usa, 2015
genere, biografico, drammatico, musicale
durata, 147'


Nella complessa struttura che compone la società americana, tutto sembra mosso da infinite contraddizioni - storiche, politiche, culturali – che ne evidenziano l’estremo paradosso. In questa applicazione solerte dell’antinomia che nutre il progredire  degli U.S.A., posando la lente d’ingrandimento sul periodo a cavallo tra il termine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, non si può non prestare attenzione a ciò che gli N.W.A. - i cui componenti sono i padri del gangsta rap: la sigla/nome del gruppo, per dirne una, per esteso suonerebbe “Niggaz With Attitudes” - hanno rappresentato in quel momento storico ancor prima che musicale.
“Straight outta compton”, titolo del loro album più famoso, ha quindi come intento quello di individuare i punti chiave che hanno portato i ragazzi negri della west coast a porre il rap come un mezzo neo-realista per riportare e descriverne la vita di strada all’insegna di micro-criminalità e tutto ciò che ne consegue; non a caso uno dei brani più famosi è intitolato “Fuck tha police”: soffermandosi più volte infatti sulla violenza usata dagli agenti (in particolar modo quelli losangelini) nei confronti della comunità nera, il film segnala come gli States abbiano affrontato in malomodo, tra le tante,  la questione blackness (ne abbiamo testimonianza anche nel recentissimo, per realizzazione ed ambientazione, “Fruitvale Station”). Se è dunque ottima la perspicacia e la collocazione dell’opera, la durata – oltre due ore – non è sfruttata per approfondire i personaggi, che restano stereotipati nella narrazione trita e ritrita  dell’ascesa/discesa traducibile in scalata-al-successo/decadenza, mentre restano interessanti alcune scelte di regia, in particolare i piano-sequenza che spesso seguono di spalle l’andare dei protagonisti e, ovviamente, le scelte musicali.

L’importanza di “Straight outta compton” è, in primo luogo, al di là delle pecche prettamente filmiche, di mostrare gli artisti hip-hop come una tra le tante voci provenienti dall’abisso del degrado americano; secondariamente - si veda, ad esempio, la quasi totalità della scena rap italiana - di mostrare la miopia e la superficialità con la quale quell’arte è stata trascinata al di fuori del proprio contesto culturale e, di conseguenza, totalmente annullata.
Antonio Romagnoli

LA FOTO DELLA SETTIMANA



Drive di Nicolas Winding Refn (Usa, 2011)

giovedì, ottobre 08, 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: BLACK MASS

Black Mass
di Scoot Cooper
con Johnny Deep, Joel Edgerton, Dakota Johnson
Usa, 2015
durata, 120'

 Almeno per quanto riguarda l’uscita nelle sale italiane a Scott Cooper non poteva andare meglio, perché il suo “Black Mass”, presentato fuori concorso al festival di Venezia, arriva nella sale con un tempismo micidiale. Raccontando le imprese criminali di Whitney Burgler, mafioso irlandese che a partire dagli anni 70 e per circa un trentennio mise sotto scacco la città di Boston, Scoot Cooper oltre  filmare la biografia di un personaggio che sembra uscire da un gangster movie di Scorsese e Michael Mann, si toglie il lusso di anticipare “Suburra” nel mettere in scena le vicende di violenza e di corruzione che stanno caratterizzando le cronache della città capitolina. Ovviamente, trattandosi di un prodotto americano e di un personaggio realmente esistito, “Black Mass” lo fa in modo inconsapevole e camaleontico, trasfigurando i segni salienti della fauna romana nel tratto più contenuto ma altrettanto familistico della comunità irlandese. A rimanere uguale è però il legame tra il mondo criminale e l’apparato politico istituzionale, che “Black Mass” rappresenta attraverso le figure de senatore Billy Burgler (Benedict Cumberbacht), fratello di Withney e dell’agente dell’Fbi John Connolly (Joel Edgerton), che in cambio delle informazioni necessarie a catturare i boss italo americani favorisce l’ascesa dell’efferato criminale. 



 Interpretato da Johnny Deep alle prese con l’ennesima trasformazione attoriale, “Black Mass” può contare sul fatto di raccontare le vicende di un personaggio emblematico e quindi, naturalmente dotato di quella riconoscibilità che di solito ne agevola la fruizione da parte del pubblico. Invece di sfruttare il vantaggio, Cooper vi si adagia, allestendo uno spettacolo che si limita a spuntare le voci del copione. A farne le spese è l’anima del film che, nel rappresentare il percorso di un carattere patologico sceglie di farlo con stile compassato e televisivo. Esattamente il contrario di ciò che servirebbe a penetrare la fissità marmorea del personaggio interpretato da Johnny Deep. Cosi facendo “Black Mass” fluisce senza colpo ferire. Nel senso buono e cattivo del termine.

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: LIFE

Life
di Anton Corbijn
con Robert Pattison, Dane DeHaan, Alessandra Mastonardi
Usa, 2015
genere, drammatico, autobiografico
durata, 111'


“Now Night arrives with her purple legion. / Retire now to your tents & to your dreams. / Tomorrow we enter the town of my birth. / I want to be ready.”

James Douglas Morrison/The celebration of the Lyzard.

Inquadrare e restituire la complessità di un personaggio come James Dean, uno che è - nonostante la scarna filmografia alla quale appartengono solo tre titoli; nello specifico “La valle dell’Eden”, “Il gigante” e “Gioventù bruciata” - tra i volti più noti ed influenti d’America, era un’operazione tutt’altro che semplice. Visti i presupposti, dunque, mettere dietro la macchina da presa Anton Corbijn è stata una scelta quanto mai oculata.

Il nostro infatti concentra la narrazione sull’amicizia tra il divo - da segnalare l’ottima interpretazione di Dane DeHaan - ed il fotografo della rivista Life Dennis Stock - interpretato invece da Robert Pattinson - dove il personaggio di quest’ultimo sembra ripercorrere le stesse azioni del regista, cercando di catturare le movenze interiori di Dean e levandogli di dosso tutti i luoghi comuni circa il ribelle dell’ultim’ora - scelta arguta, questa, essendo difatti l’attore distante anni luce da quelle che saranno le successive ribellioni giovanili e beatnik -.  Operazione che somiglia negli intenti al film d’esordio, “Control”, dove il costante tentativo di mettere a fuoco il disagio interiore è sempre accompagnato dall’accuratezza d’analisi del contesto storico-culturale che, se nel caso di Ian Curtis veniva rappresentato tramite una Manchester fredda ed in bianco e nero, qui riassume il sentimento americano tripartito tra l’ambiente glamour e sciocco della west coast losangelina, la ricerca dell’arte underground e/o di nicchia che fioriva a New York e gli spazi desolati e archetipici  dell’Indiana.

Indiana, qui, rappresentato come Casa - Dean era nato a Marion, cresciuto in una fattoria; quella con Stock fu l’ultima volta che vi fece ritorno -: ed è proprio tramite il desiderio costante del ritorno, in equilibro tra il lirismo e la canzonatura propri dei versi di James Riley, che Corbijn chiude il cerchio e offre un punto di vista inedito ed uno sguardo quanto mai intimo su una delle icone più commercializzate del secolo scorso.
Antonio Romagnoli
 

mercoledì, ottobre 07, 2015

L'ATTESA

L’attesa
di Piero Messina
con Juliette Binoche, Lou de Laâge, Giorgio Colangeli
Italia,  Francia, 2015
genere, drammatico
durata, 100'




Tra le tante contestazioni rivolte al nostro cinema una delle più ricorrenti è quella che ne sottolinea l’incapacità di cogliere l’essenza del paesaggio circostante, il più delle volte presente nei film come semplice fondale o, ancora peggio, ricognito nei suoi aspetti più scontati e risaputi. Fa quindi piacere constatare come, accanto alla persistenza dell’antico difetto, rimarcato soprattutto nelle tante commedie che imperversano nelle sale, ci sia ancora spazio per una visione d’autore che, al contrario, fa dell’Italia e del suo territorio il punto di partenza per un cinema di ricerca e di scoperta. Una tendenza che nell’ultimo scorcio di stagione ha ricevuto nuovi stimoli grazie ai film di Pietro Marcello, regista di “Bella e perduta” presentato a Locarno e speriamo presto nelle nostre sale e poi, provenienti dal concorso ufficiale della 72 edizione del  festival di Venezia, da quelli di Lucio Gaudino (Per amor vostro) e di Piero Messina (L’attesa) che, pur nelle riconosciute diversità hanno fatto dell’universo in cui sono ambientate qualcosa di più di un semplice riferimento topografico. Riferendoci a “L’attesa” per esempio, capita che, accanto al formarsi del legame che unisce la madre e la fidanzata del ragazzo di cui entrambe aspettano il ritorno, si faccia strada la rappresentazione di un sentimento che corrisponde in tutto e per tutto all’anima stessa della Trinacria, la terra dove si svolge la vicenda; una peculiarità che trova, soprattutto nella centralità della villa posta sulle pendici dell’Etna - emblema di quel senso di famiglia da cui, nel film cosi come nella cultura siciliana, tutto nasce e ritorna - le radici più ancestrali della sua riconoscibilità. Lungi dall’essere disgiunta, questa doppia valenza non rimane una semplice dichiarazione d’intenti ma si concretizza nella capacità delle immagini di farla diventare la materia del narrato; che, non per nulla si muove su un doppio livello di percezione, in parte reale, in parte immaginata, e poi di significati, continuamente in bilico tra la vita e la morte.

Così, partendo dall'incontro delle due protagoniste e stabilendo come unica certezza quell’attesa che progressivamente diventa la modalità con cui Anna (Juliette Binoche) e Jeanne (Lou de Laâge) scelgono di allontanare il momento in cui dovranno guardare in faccia alla verità e quindi alle ragioni che impediscono al ragazzo di tornare, il film allenta le maglie narrative per accogliere allusioni e rimandi che amplificano la risonanza del dato psichico; pensiamo, a proposito di misteri, alla valenza cristologica stabilita dalla simmetria tra l'immagine iniziale del volto della donna che si avvicina ai piedi del crocifisso con quella collocata subito prima dei riti pasquali, in cui il personaggio della Binoche chiude il cerchio con il disagio della sua condizione ricorrendo alle parole di uno struggente de profundis.  


Oppure, ai fotogrammi riferiti a particolari della vita più minuta che fanno corrispondere l’epifania di un gesto al passaggio di un’emozione , oppure un angolo di casa e gli oggetti che l’arredano al ricordo della persona a cui quelle cose sono legate. Da vedere più che da raccontare, Messina realizza un film che può contare sull’indispensabile presenza di Juliette Binoche, letteralmente trasfigurata nel dolore di Anna e brava a tal punto da far sembrare normale l’ottima prova della giovane collega. Rispetto all’accoglienza ricevuta all’anteprima veneziana “L’attesa” è un esordio che avrebbe meritato  miglior sorte critica e almeno un premio all’attrice francese.

martedì, ottobre 06, 2015

PECORE IN ERBA

Pecore in erba
di Luigi Caviglia
Davide Giordano, Anna Ferruzzo, Bianca Nappi
Italia, 2015
genere, commedia, drammatico
durata, 87'

 
Per quanto sia riduttivo cercare di spiegare il lavoro di un regista facendo riferimento ad opere e autori che lo hanno preceduto, è impossibile non pensare, durante la visione di "Pecore in erba", a un precedente illustre come quello realizzato da Woody Allen nel 1983, che in "Zelig" raccontava le avventure del suo personaggio come se questi fosse realmente esistito e vissuto all'epoca dei fatti in cui si svolge la vicenda. Di quel film, "Pecora in erba" eredità non solo l'utilizzo di una forma filmica, il mockumentary, che nel frattempo ha assunto lo status di genere cinematografico e una frequentazione che in Italia ha prodotto un gioiello come "Il mundial dimenticato" di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni, ma anche, e diremmo soprattutto, l'idea di un cinema che si fa beffa della verità, attraverso il primato di una realtà caotica e indecifrabile. Ricordiamo inoltre che Allen, raccontando la storia di un uomo dalla mille personalità, trasportava sul piano dei contenuti l'essenza stessa di una pratica produttiva in cui confluivano estetiche e formati tra i più disparati. Esattamente quello che succede nel film di Alberto Caviglia, il quale, mettendo in scena la ricostruzione di una doppia indagine - quella per cercare di ricostruire l'identità di Leonardo Zuliani (quasi omonimo del Leonard Zelig alleniano), misteriosamente scomparso e l'altra, inserita tra le righe, che scava nelle ragioni della rinnovata ondata di antisemitismo presente in varie regioni del mondo - da vita ad un film che, alla pari dei vari Maccio Capotonda (Italiano Medio) e Enrico Lando (I soliti idioti), ricicla con divertente fantasia quell'estetica newbrow alla quale oggi, viene fatto risalire il melting pot di cultura popolare, che pesca tanto dal cinema quanto dalla tv, e poi ancora dal fumetto e, in questo caso, addirittura dal fotoromanzo, presente negli inserti in cui la narrazione procede attraverso la giustapposizione in serie di scatti che contribuiscono a raccontare il passato del fantomatico personaggio.



Partendo dal paradosso di giustificare l'avversione contro gli ebrei, manifestata dalle azioni di Leonardo che ad un certo punto subisce suo malgrado il contrappasso di una persecuzione uguale e contraria a quella che lui vorrebbe applicare ai suoi presupposti nemici, Caviglia ne approfitta per mettere in scena un gioco delle parti simile a quello a  cui assistiamo ogni giorno attraverso l'informazione del chiacchiericcio mediatico. E siccome si tratta un film come "Pecora in erba", in cui la finzione risulta essere più vera della realtà, capita anche che a far parte del teatrino partecipino nella parte di se stessi, figure di riferimento del panorama civile e culturale, come Corrado Augias, Giancarlo De Cataldo, Carlo Freccero e molti altri, che si prestano al tono satirico e grottesco adottato dal regista. Ad emergere in maniera neanche troppo velata, è uno scenario umano, sociale e politico incoerente e irrazionale, in cui la massa, pressochè incosciente e quindi pronta ad adottare passivamente le ragioni del leader di turno (a proposito del trasformismo di  cui accennavamo all'inizio), altro non è che un fucile puntato sul malcapitato di turno. Le scene divertenti non si contano come anche i motivi su cui riflettere; la cosa buona, è che Caviglia riesce a tenere duro, rimanendo alla larga dalle derive della commedia italiana più diffusa. Peccato però, che il film non abbia voglia di durare un pò di meno, rinunciando a quei pregi che normalmente si accompagnano al dono della sintesi. Qualcosa si perde, soprattutto in termini di sorpresa di un meccanismo che ad un certo punto diventa sin troppo scoperto e quindi prevedibile. Davide Giordano che di "Pecore in erba" incarna sia il concetto del film che il suo personaggio, è perfetto nell'interpretazione di un uomo che non c'è. 
(pubblicata su ondacinema.it)

 

lunedì, ottobre 05, 2015

IO E LEI

Io e lei
di Maria Sole Tognazzi
con Margherita Buy, Sabrina Ferilli, Ennio Fantastichini
Italia, 2015
genere, commedia, drammatico
durata, 97'


A differenza di altre volte in questa coso siamo d’accordo con Maria Sole Tognazzi quando in “Io e lei” lascia intendere che nell’amore il problema vero dipenda esclusivamente dalle oscillazioni umorali che si verificano all’interno della coppia. Nel raccontare il legame sentimentale tra due donne di mezz’età, la Tognazzi riesce infatti a evitare le trappole del vojerismo legato alla sessualità delle protagoniste per soffermarsi sugli alti e bassi che scandiscono la quotidianità della coppia, impegnata a far tornare i conti tra le responsabilità degli appuntamenti  lavorativi che, nel caso di Marina (Sabrina Ferilli, finalmente in un ruolo da protagonista) hanno a che fare con la conduzione di un famoso ristorante e, le sollecitazioni provenienti dalle conseguenze della vita precedente, con Federica (Margherita Buy) preoccupata di non perdere di vista le vicissitudini del figlio e Marina, alle prese con la possibilità di tornare a recitare dopo anni di lontananza dai set cinematografici.

Una voglia di normalità che "Io e lei" esprime tanto nei contenuti quanto nello stile della regia, misurato e attento a mantenere un equilibrio tra il pudore espresso dagli atteggiamenti delle protagoniste e le necessità proprie del cinema di mostrare quello che normalmente non si vede. Qualità che in “Io e lei” devono fare i conti con la richiesta di intrattenimento e di piacevolezza di un pubblico vasto ed eterogeneo, al quale la regista si rivolge non a caso con uno prodotto scevro, se cosi possiamo dire, da quegli aspetti legati alla sfera sessuale che potrebbero risultare in qualche modo scabrosi e che invece, condensati negli innocenti interludi in cui Marina e Federica in pigiama e sotto le coperte si scambiano attenzioni e rimbrotti, sono motivo di un’empatia che tra l'altro permette allo spettatore di sentirsi migliore di quello che è, gratificandolo nel desiderio di sentirsi all’altezza degli ideali di amore e di tolleranza che di cui il film si fa promotore.



Così, se nell’ambito del cinema per famiglie “Io e lei” rispetto al tema trattato costituisce un passo in avanti in termini di promozione e rappresentabilità, la stessa cosa non vale se a fare da campione è quella fetta di pubblico abituato a confrontarsi con film ben più sdoganati (“I ragazzi stanno bene” a cui il film rimanda sia nei toni che nell’intreccio) e per il quale le novità di “Io e lei” risultano da tempo metabolizzate. A rimanere comunque non è solo l’autenticità delle attrici e la bravura di chi le ha dirette, ma anche la scelta non banale di presentarle all’interno di ruoli che in qualche modo smentiscono l’immaginario a cui le due dive ci hanno abituato, con la Buy, solitamente fragile e nevrotica, chiamata a interpretare il temperamento di chi è in grado di condurre il gioco; al contrario della Ferilli che, a dispetto dell’esuberante fisicità si presta a una tipologia femminile più posata e riflessiva.

domenica, ottobre 04, 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: NAUSICAA DELLA VALLE DEL VENTO

Nausicaa della Valle del vento
di Hayao Miyazaki
Giappone 1984 
genere, animazione
durata, 117'
  
  
"... e fra loro Nausicaa braccio bianco il canto intonava...
con le ninfe, con le figlie di Zeus egioco, abitatrici dei campi
scherzano... lei più alto di tutte leva il capo e la fronte,
e si distingue assai bene".
- Omero, "Odissea" -


Sul sentiero ben tracciato della lungimiranza della Lucky Red, volta alla riproposizione ad intervalli più o meno regolari dell'opera di Miyazaki Hayao (da segnalare, inoltre, in relativa concomitanza, la pubblicazione su DVD di buona parte del catalogo dell'autore nipponico), incontriamo oggi - e nelle sale per soli tre giorni, il 5, 6, 7 ottobre prossimi - "Nausicaa della Valle del vento", lungometraggio datato 1984, opera seconda e lavoro apripista - di li' ad un anno - per i fasti a venire dell'arcinoto Studio Ghibli.

Trasfuso da vicende e personaggi appartenenti ad un manga realizzato a partire dal 1982 dallo stesso Miyazaki e portato a termine oltre un decennio dopo lungo linee di riflessione improntate ad un più amaro scetticismo; coacervo di suggestioni disparate in cerca di superiore composizione a cavallo tra reminiscenze classiche ed echi d'una antica tradizione letteraria, "Nausicaa", il film, prodotto, ed e' indicativo rilevarlo, dall'altro, elusivo, genius loci del Ghibli, Takahata Isao, comincia con quella che può essere considerata una dichiarazione di poetica tanto semplice quanto esplicita, espressa per il tramite di uno dei suoi elementi fondativi e ricorrenti in grado di percorrere in lungo e in largo una carriera pluridecennale fino al suo (apparente ?) epilogo, vecchio, oramai, quest'ultimo, già di un anno: il turbinio del vento. "In principio era il vento', si potrebbe cioè affermare, e seguendo l'inerzia di questo mutevole confine di per se' inafferrabile e soggetto a continue perturbazioni (come anche capriccioso e irriverente, tale da spingersi nel suo gioco assoluto a lasciare addirittura intuire le nudità della protagonista), provare a cercare e ad isolare ricorrenze (le mascherine dei piloti, per dire, scimmiottano qui, anticipandolo, il grugno suino di "Porco Rosso"), analogie, ingenuità, slanci, ossessioni, di un uomo (e di un Cinema) che, al di la' di qualunque giudizio contingente - questo, in primis - sin dall'inizio s'è mostrato persuaso del fatto che la fantasia non fosse solo un tentativo sovente disperato di evasione - ossia, per quanto sublime, una forma di rassegnazione, di resa - nei confronti della cosiddetta realtà ma, al contrario, quanto essa spiccasse per l'insana sua impertinenza di porsi come osservatorio privilegiato dal quale stilare resoconti inediti - e, si badi, non necessariamente benevoli o tranquillizzanti - di essa, allo scopo di arricchirne la consapevolezza negl'individui e, per certi versi, di conseguenza, migliorarla nel suo insieme.


In tale contesto, la figura di Nausicaa, giovane Principessa di un piccolo regno incuneato tra i monti (in evidente conformità con la tipica orografia insulare del sol levante), miracolosamente messo al riparo da una provvidenziale brezza avversa ai miasmi che avvelenano, oltre mille anni dopo i terribili "Sette giorni di Fuoco" (catastrofe con ogni probabilità scaturita da un conflitto su scala globale), ciò che resta di un pianeta morente, la Terra (qui chiamata ancora, tra nostalgia e afflizione, "Madre Terra"), stupidamente retrocessa dagli uomini superstiti in lotta per una supremazia tutta congetturale ad organismo inerte, inabile a rinnovarsi e quindi, ancora e di nuovo, guardata nell'ottica di un'ennesima e suicida prospettiva di sottomissione, si staglia da subito nella dimensione di un prototipo umano/superumano (Nausicaa, nel caso, incarna ignara le fattezze di un messianico avvento, un insperato fenomeno futuro) con gli anni variamente sbozzato e via via definito dalla mano del Nostro entro il calco di successive approssimazioni, a comporre, idealmente, le sembianze di un'indole costante nelle sue diverse personificazioni, tanto eroica quanto, nel suo trasporto e nelle sue contraddizioni, paradossalmente, terrena. Parliamo, in sintesi, di giovani o giovanissime donne (mentre, in filigrana e per quanto in modo rozzo, avviciniamo l'universo interiore dell'uomo/artista Miyazaki) a volte splendidamente in bilico fra testardaggine e una abnegazione tutta femminile; tra empatia ed intraprendenza ("Non avere paura"; "Non uccidere ancora", ripete più volte l'avveduta ragazzina); tra comprensione e fermezza, improntitudine e precoce lungimiranza. Parliamo di persone, altresì, sempre e comunque curiose del mondo perché ad esso unite dal legame privilegiato e primigenio della Vita intesa come premura per la stessa; coraggiose e temerarie al limite dell'imprudenza o sull'orlo del sacrificio personale: come che sia capaci di compassione e aperte all'Altro per amor di conoscenza e per istinto.


Nessuno stupore, perciò, se Nausicaa palesa, al modo di un'impronta genetica, caratteri che all'occhio complice del successivo magistero miyazakiano risultano piacevolmente familiari, costituendo il primo tassello psicologico di una lunga copia di coscienze - alcune volte chiamate dal proprio lignaggio o da un marchio anomalo del destino; talaltre quasi trascinate nel cuore di avventure che si muovono in alternanza tra il passo meditato dell'itinerario intimo e la cadenza energica dell'incedere picaresco - segnate magari da un'infanzia stranita da ombre dolorose (in tale interludio per l'appunto non così fatato, Nausicaa sperimenta la durezza degli adulti e matura il suo vincolo psichico con gli Ohmu giganteschi insetti-custodi fraintesi nel loro proteggere, rendendolo possibile, il nuovo corso biologico del pianeta) le quali, a loro volta, plasmano individui scissi tra un idealismo intransigente e un contrastato desiderio di ambire ad un posto consono nel mondo. In particolare, colpisce nel film, per chiarezza d'intenti e lucidità della loro messa-in-opera, la sensibilità fuori dal comune della Principessa-bambina, votata corpo e anima alla causa prima della comunione armonica tra esseri viventi. Nausicaa, infatti, più di tutti i suoi pari sapiens, sente (più che comprende) le forze ricostituenti della Natura concepita eminentemente come Physis/Corpo Vivente; avverte lo scorrere dell'acqua/linfa nuova negli alberi della Foresta Sotterranea; percepisce lo sforzo curativo delle pseudo-nematoidi/appendici dorate degli Ohmu al momento di avvolgerla e sondarla: tutto in un raro esempio di prossimità - pressoché priva di attrito - tra organismi senzienti, un portato della quale sono, in un delicato frangente, timide lacrime di gioia, a testimonianza di quell'animismo totale sotterraneamente profuso dall'uomo di Tokio nel proprio lavoro (e di cui avevamo già fatto cenno altrove) e che, al suo sommo grado, ventila il raggiungimento di un equilibrio duraturo e salvifico in un leale scambio reciproco uomo-ambiente; svela la trama segreta (nei fatti, spesso e volentieri negletta) di un'identità condivisa dagli esseri che e' prima di tutto fisica (quindi fragile, cioè da accudire, cioè già, nella sua essenza, di valenza spirituale), quell'impercettibile filo rosso (anima mundi ?) che dischiude il senso nascosto di una metonimia primaria legando doppio l'Uomo al Mondo, Parte viva di un Tutto vivo. Su direttrici di base tracciate a formare uno schema siffatto, assume allora un altro aspetto anche il sotteso tema ecologista, nel senso che, almeno ai suoi prodromi, esso non implica in via esclusiva l'adozione di un punto di vista (e, a seguire, di una prassi) meramente conservativo (a ben vedere, spesso e più in generale, non esente da quell'ottimismo della volontà più consolatorio che efficace) bensì un atteggiamento, una terza via, diciamo così, più sofferta ma radicale, situabile in posizione tangenziale tra il predetto afflato finalizzato ad una ricomposizione a lungo termine dello iato Uomo/Natura e un impulso, misto di consapevolezza, fatalismo e accettazione, che punta con una qual fiducia - anzi, disponendosi quasi ad una grata aspettazione - su un'eventuale palingenesi naturale rigenerativa ("La razza umana potrebbe anche sparire dalla faccia della Terra", avverte la Somma Anziana - fisiognomica senile che ha già qualcosa, tanto per rimanere alle somiglianze anticipate, della Yubaba de "La città incantata" - ) volta ad assecondare le spinte anche distruttrici tese a sostituire un ordo rerum agonizzante (sommovimenti vieppiù sollecitati dalle esalazioni tossiche delle spore spongiforme del "Mare Marcio") con uno come costretto a nascere dalla decomposizione del primo.


Ciò che sorprende davvero, in ogni caso, ed ancor oggi, ad oltre trent'anni di distanza, continuando a diffondere il fascino di una pressoché intatta meraviglia, e' la relativa facilita', spontaneità, misura, con cui argomenti complicati (di certo ambivalenti) che vanno dal già detto scrupolo ecologista, al respiro sordo ma costante di una Fine sempre imminente o, e non appaia un controsenso, persino accaduta diverse volte al punto da sedimentare - una sconfitta dopo l'altra, verrebbe da aggiungere - grumi neri di se' nell'animo di ognuno; dalla diffidente o perlomeno cauta interazione con la Tecnica, alla presa d'atto che un rapporto lucido con la Natura non può pretendere di risolversi in idillio; dai tormenti di una giovinezza talmente in anticipo nel suo volgersi in problematica età adulta da non rimare quasi mai con spensieratezza, ad una maturazione individuale che al termine del superamento di prove impegnative non di rado offre come ricompensa una variegata rosa di rinunce, si sposano ad una competenza artigianale, ad un ventaglio di scelte stilistiche, ad un microcosmo di forme in continua effervescenza, che di rado (ed a costi privati, come poi abbiamo appreso, non indifferenti) ha protratto il suo sforzo di perfettibilità su una linea temporale così lunga. In altre parole, al di la' di certi schematismi narrativi, di alcune rigidità comportamentali e - qua e la'- di una impercettibile macchinosità nella progressione dell'animazione (e per ciò che attiene l'edizione italiana, di talune, in apparenza ineliminabili, pesantezze lessicali), resta senza dubbio stupefacente in "Nausicaa" il connubio ottenuto da Miyazaki tra grazia e pignoleria; ricerca sistematica del dettaglio (anche scientifico) e squarci di puro lirismo cromatico e leggerezza di tratto (nel paesaggio: più deciso nel registro realistico, a privilegiare il pastello in quello onirico/sentimentale; nell'impalpabilità ialina dei cieli tersi; nell'opulenza compatta dei prati vergini; nel nitore denso delle distese desertiche; nei particolari degl'ingranaggi; negli stupori o nelle tristezze appena accennate); la capacita' di far coesistere creature e oggetti diversi per origine e foggia in una sorta di felice e creativo anacronismo di gusto steampunk: gli enormi Ohmu, super tarli corazzati (anche loro a preconizzare o ad affiancare tanto le mega-larve pensanti di "Starship Troopers", quanto l'incombenza monumentale delle misteriose creature di "Dune") e i bastioni blandamente fortificati di piccoli villaggi simil-medievali; gli abiti e le armature in stile cavalleresco e i velivoli da battaglia che sfidano di pura stazza la gravita'. Come pure scampoli di tecnologia avveniristica (i motori che alimentano le macchine volanti) a far da contraltare a reperti di archeologia industriale (gli schioppi a colpo singolo; i cingolati da guerra mondiale). E su tutto, ancora una volta, il vento (insieme alla malinconia anch'essa evoluente delle partiture di Joe Hisaishi - qui agli inizi della collaborazione con Miyazaki -) e la magia inesauribile del volo (il proto-aliante/ala volante di Nausicaa  come cugino meccanico del pellicano/pterodattilo arzachiano dell'amico Moebius), amore mai sfiorito di Hayao e corollario all'altrettanto infinito desiderio, infantile e ineffabile, di racchiudere per qualche istante, in un rapido colpo d'occhio, il vago orizzonte dell'immaginabile, prima che la Terra chiami di nuovo a se' per ridefinire e imporre, come sempre, pazientemente, i limiti del possibile.
TFK

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Il labiritnto del fauno di Guillermo Del Toro (Messico, Spagna, Usa, 2006)

sabato, ottobre 03, 2015

SOPRAVVISSUTO - THE MARTIAN

Sopravvissuto - The Martian
di Ridley Scott
con Matt Damon, Jessica Chastain, Jeff Daniels
Usa, 2015
genere, fantascienza
durata, 130'


Piazzate a bella posta nelle locandine dei film per stimolare la fantasia del potenziale spettatore, le frasi di lancio che accompagnano i titoli dei film di Ridley Scott vanno spesso oltre i sofismi legati alle ragioni commerciali delle grandi produzioni, per diventare la promessa di qualcosa che davvero esiste all'interno dell'offerta narrativa proposta dalle storie del regista inglese. Abbiamo ancora in mente quella presente nel poster di "Alien" (In Space No One Can Hear You Scream) che prefigurava come meglio non si poteva la tragedia a cui sarebbero andati incontro i componenti della nave spaziale Nostromo, decimati dalla micidiale creatura aliena. E ancora, sempre per dire della coerenza del regista inglese che, per ribadire il potere evocativo di quelle parole, decise di lanciare il trailer del film (nel suo genere una piccola opera d'arte per estetica e suggestione) senza aggiungere alcun suono al cocktail di immagini che lo costituivano. Meritano quindi di essere considerate nella giusta maniera quelle che campeggiano sopra il faccione del naufrago Matt Damon (Bring Him Home), per l'imperativo sotteso alla missione di riportarlo a casa da parte dei suoi colleghi (e quindi del film), dopo che gli stessi, credendolo morto, lo hanno abbandonato sul pianeta Marte. Perché " Sopravvissuto - The Martian" essendo innanzitutto un blockbuster di primo livello per impegno artistico e produttivo - basti pensare a una star come Jessica Chastain, prestata a un ruolo importante, ma comunque comprimario - si premura in prima istanza di mettere in bella vista i segni di una natura spericolata e avventurosa, legata appunto alle qualità di chi, con sommo sprezzo del pericolo e delle responsabilità dovrà sobbarcarsi la operazioni necessarie a evitare al protagonista il supplizio di un futuro senza speranza.


In realtà "The Martian" aspira fin dal principio ad essere qualcosa di più di un film genere, perché la parte più interessante e meno scontata appartiene proprio agli inserti che hanno in minor grado a che fare con gli elementi spettacolari della vicenda, e che sono quelli che si preoccupano di ragguagliare lo spettatore sulle vicissitudini del naufrago e sulle possibilità che egli ha di sopravvivere alla mancanza di risorse, naturali e artificiali, che l'eccezionalità della sua condizione  gli prospettano. E' proprio negli inserti dedicati alle strategie di conservazione adottate da Mark Watney, il film mette in mostra le sue qualità visionarie, quasi tutte indirizzate verso una resa pressoché verosimile del mondo alieno in cui si ritrova il protagonista. E' quindi nella precisione dei dettagli con cui vengono ricostruiti gli interni della base logistica in cui Mark è costretto a vivere (realizzata grazie al supporto della Nasa che ha coadiuvato Scott dal punto di vista tecnico) e nella creazione del paesaggio esterno del pianeta rosso che l'autore dimostra di aver in parte recuperato la lucidità di uno sguardo che, complice forse i molti impegni, era parso un pò appannato negli ultimi lavori. Al contrario "The Martian" , sulla scia di un film come "Gravity", manifesta l'intenzione di proseguire il discorso di una fantascienza più matura e meno vacua, abdicando per esempio all'opzione del confronto/scontro con le civiltà extraterrestri, sostituita dalle istanze ambientaliste e di recupero delle pratiche di coltivazione della terra palesate nella risoluzione da parte di Mark del problema legato alla mancanza di acqua (uno degli spauracchi con cui l'umanità si dovrà scontrare negli anni a venire), necessaria a coltivare il campo di patate improvvisato all'interno della base, oppure dalla necessità di ritornare a uno stato di natura incontaminato e puro, come può essere in prospettiva la vita sul pianeta rosso a cui il film si rapporta in maniera tutt'altro che ostile ma, anzi, lasciando intendere sviluppi positivi in termini di future possibilità abitative.


Rinunciando ai tratti più tipici di certo cinema ad alto budget che non riesce più a prescindere dal tema della vendetta e dall'esibizione di una potenza violenta e mortifera, "Sopravvissuto - The Martian" sembra combattere un altro tipo di lotta, connessa con la speranza di trovare fonti di energia alternative a quelle che già conosciamo. Un bisogno impellente, per ragioni che non staremo qui a spiegare, e su cui però Scott mostra di avere le idee chiare quando, mettendo a confronto l'oggi con il domani, decide di lavorare sugli opposti facendo entrare in dialettica gli spazi angusti e grigi, scelti per rappresentare frammenti dell'esistenza che conosciamo, con i colori caldi e gli orizzonti sconfinati che invece contraddistinguono quelli del nuovo mondo.

E' quindi un peccato che la vivacità di un'immaginazione tutt'altro che banale e la potenza di una narrazione che ben utilizza miti e archetipi tipici del cinema americano (su tutti quello della New Frontier) vengano in qualche modo messi in secondo piano da una dose di patriottismo - presente nelle scene che ci ragguagliano sulle reazioni dei vari personaggi che conducono le operazioni dalla sala operativa -  che in alcuni tratti trasforma "The Martian" in un spot propagandistico in cui traspare, manco a farla a posta, la sapienza e la lungimiranza di chi, e parliamo degli Stati Uniti, si sente chiamato a guidare il resto dell'ecumene. E' quindi un bene che il castway di Matt Damon (ottimo nella parte di un homo faber dalla vitalità contagiosa), che usa il computer al posto del pallone, abbia in dote un senso dell'umorismo in grado, in qualche modo, di smorzare il sentimento d'onnipotenza che il film si porta dietro. Se poi qualcuno, per denigrare il lavoro di Scott, volesse fare appello alle imprecisioni della ricostruzione messa in piedi dal regista (su Marte non esistono tempeste così intense come quella che da l'avvio alla storia e gli spostamenti sulla superficie avverrebbero con saltelli e non camminando normalmente), ricordiamo che le stesse rimostranze, pur esatte, non hanno impedito a "Il gladiatore" di diventare un classico del cinema. Qui non siamo a quei livelli ma il discorso rimane comunque uguale.
(pubblicata su ondacinema.it)

giovedì, ottobre 01, 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: APPUNTAMENTO CON L'@AMORE

Appuntamento con l'@amore
di Max Nichols
con Miles Teller, Analeigh Timpton
Usa, 2014
genere, commedia romantica
durata, 86'


 

Il segno dei tempi e delle mode influenza la distribuzione cinematografica. Difficile quantificarne i risultati ma nello specifico un film come “Appuntamento con l’@amore” (Two Night Stand) può servire per farsi un’idea degli avvenuti cambiamenti. Il lungometraggio di Max Nichols (figlio del più celebre Mike) infatti, appartiene a quella categoria di film – commedia romantica di stampo giovanilista – che solo qualche anno fa il distributore italiano non si sarebbe fatto mancare nel proprio listino e che invece adesso è quasi impossibile trovare sugli schermi. Sia inteso, la storia delle schermaglie sentimentali tra due ragazzi, Megan e Chris, costretti per ragioni “atmosferiche” a condividere per due giorni lo stesso appartamento non è di quelle che fanno urlare al capolavoro. Anzi, se dobbiamo dirla tutta, la guerra dei sessi che i due personaggi mettono in scena, comprensiva dello scontato lieto fine, appare un canovaccio tutt’altro che originale.




A suo favore però ci sono due fattori, quelli si, degni di nota. Il primo è costituito dal fatto di poter rivedere all’opera Miles Teller, appena consacrato da un piccolo gioiello come “Whiplash” e qui alle prese con un tipo umano affetto da assoluto pragmatismo e lontano da ogni tipo di velleità artistiche. Il secondo, non meno importante, è l’assoluta alchimia tra i due protagonisti, a cui contribuisce  il fascino da ragazza della porta accanto di Analeigh Tipton, attrice proveniente dalla televisione e fin qui, ingaggiata dal cinema per ruoli di secondo piano. Presa a spallate dal gusto imperante, rivolto quasi esclusivamente all’esaltazione delle disavventure del bamboccione di turno, quella che una volta costituiva l’occasione per vedere in azione le star del futuro diventa adesso uno spettacolo per soli intenditori. Come si diceva all’inizio, il segno dei tempi.