martedì, giugno 13, 2017

VIAGGIO SENTIMENTALE ATTRAVERSO IL NUOVO CINEMA ITALIANO: SETTE ESORDI DA RICORDARE

Convinti come siamo che il cinema italiano sia diventato una realtà in grado di esprimersi su livelli di qualità che riguardano ogni componente della filiera cinematografica pensiamo sia opportuno valutarne il rendimento con articoli di approfondimento svincolati da ragioni collegate alla stretta attualità. Essendo il primo capitolo di un possibile viaggio sentimentale nel cuore pulsante del nostro cinema abbiamo deciso di iniziare a parlarne con una selezione di lungometraggi che ci permette di fare il punto su alcuni degli esordi più interessanti degli ultimi anni (dal 2012 ai giorni nostri) con una selezione di sette titoli a suo modo rappresentativi delle tendenze messe in campo dalle nuove generazioni di cineasti.


Sponsorizzati dalle stesse categorie (produttori e distributori) che sul finire dei settanta li avevano spinti ai margini del circuito ufficiale, la riscoperta dei prodotti di genere e  il crescente interesse del mercato di settore ha ricevuto ulteriore impulso da due debutti che lasciano il segno: quello di Stefano Sollima, figlio d’arte arrivato al successo dopo lunga gavetta e con un film, "ACAB-All Cops Are Bastards" dove il connubio tra l’estetica cinematografica e quella televisiva (media da cui Sollima proviene e dove continua a furoreggiare con le serie di Gomorra e Suburra) da vita a un dispositivo fatto di immagini ad alto impatto emotivo e forte performance cinetica e ancora, di Gabriele Mainetti, capace di sfidare l’industria hollywoodiana con un’opera - "Lo chiamavano Jeeg Robot" - che, muovendosi sulle stesso terreno delle avventure dei super eroi Marvel e DC Comicsriesce a reggere il confronto con il prototipo americano, grazie a un inventiva che compensa il divario  di mezzi esistente con il mogol americano. A proposito di queste opere prime vale la pena ricordare due variabili che li distinguono dagli altri titoli presenti in questa lista e che riguardano la possibilità di usufruire di un’ organizzazione promozionale che li sostiene, consentendogli tra l’altro di conquistare le prime pagine dei giornali e  di uscire in un buon numero di sale, come pure di alimentare una propaganda divistica che permette di consolidare l’ascesa  di alcuni degli attori partecipanti, in particolare di Marco Giallini a Luca Marinelli, da qui in poi, destinati a diventare tra gli interpreti più richiesti dell’intero panorama.


Paradigmatica è invece la prima volta del napoletano Leonardo Di Costanzo, non solo per il curriculum del regista che alla pari di molti colleghi (e per esempio dell’ Alice Rorhwacher di "Corpo Celeste", altro debutto da ricordare) si afferma nel documentario per poi passare al racconto di finzione ma perché L’intervallo è il riuscito esemplare di un cinema deciso a occupare lo spazio del reale con la consapevolezza di non poterne esaurire tutti gli aspetti (è la marginalità psicologica e materiale dei protagonisti a essere messa sotto la lente d’ingrandimento della mdp) ma quantomeno determinato a non tradirne i presupposti ambientali e fenomenologici. In questo stesso contesto si colloca qualche tempo "Vergine giurata" di Laura Bispuri, frutto di una ricerca sul campo (effettuata nel nord dell’Albania dove la legge del Kanun costringe le donne a reprimere la propria sessualità) che la drammaturgia del film trasforma in un percorso di liberazione e di rinascita (di Hana, la giovane albanese interpretata dall’ottima Alba Rorhwacher) comprensivo delle tematiche messe in campo dal dibattito contemporaneo sul gender. Argomento, questo, che monopolizza la vicenda di "Arianna" nella quale il regista Carlo Lavagna, ottimizzando al meglio gli scarsi mezzi finanziari, sceglie di raccontare la diversità (sessuale) della sua protagonista (la debuttante Ondina Quadri) con i toni intimisti e onirici di un romanzo di (de)formazione giovanile.


Per certi versi sorprendente è invece il tragitto compiuto dagli ultimi due titoli selezionati in questo articolo. Un po' perché in entrambi i casi si parla di opere passate quasi inosservate al grande pubblico, come accade a "Salvo", opera prima di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia distribuito - poco e male - solo a seguito della vittoria alla La semaine de la critique di Cannesoppure, al contrario, ingiustamente vituperate dagli addetti ai lavori, com’è capita a Piero Messina, autore del "L'attesa", aspramente criticato all’indomani della sua anteprima nel concorso veneziano, un po' per l’eccezionalità di una messinscena che, partendo da luoghi e temi tipici della cultura siciliana, disegna un altrove fatto di commistione di generi (Salvo, costruito con gli stilemi del western e del noir metropolitano) così come di epifanie sacre  e  profane che nel cinema di Messina si caricano di una sensualità misteriosa e conturbante.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)

lunedì, giugno 12, 2017

LA MUMMIA


La mummia
di Alex Kurtzman
con Tom Cruise, Russel Crowe, Sofia Boutella, Annabelle Wallis
USA, 2017
genere, avventura, azione, fantastico, orrore
durata, 107'


Che la nuova versione de “La mummia” rientri in un progetto comprendente un certo numero di film collegati dall’intercambiabile presenza dei vari protagonisti poco importa. Da quando la Marvel ha deciso di mettersi in proprio, trasferendo sullo schermo il metodo utilizzato con successo nei comics in cui la coerenza del proprio universo e quindi la sua verosimiglianza deriva dalla contiguità narrativa delle singole storie,  non sorprende l’esistenza di una serialità cinematografica fedele al prototipo appena descritto. La novità de “La mummia” semmai la si voglia trovare in un quadro di riferimento che vive sull’omologazione dei suoi tratti distintivi è data non tanto dalla presenza di un attore come Tom Cruise, abituato da sempre a frequentare il cinema blockbuster quanto dall’utilizzo della sua icona cinematografica, chiamata a passare da ragazzo della porta accanto - com’era stato lanciato negli anni 80 -  a mero “involucro” scelto per incarnare la personificazione del male assoluto. Capita infatti che la scoperta di un antico sarcofago contenente la mummia di un’antica principessa scateni una serie di iatture tra cui quella più terribile che lo vede diventare il tramite del ritorno sulla terra di Seth, il Dio del male. 

Considerato che dalla parte dei “buoni” ritroviamo nientedimeno che il Dottor Jekyll del romanzo stevensonianao, anche lui , come da copione, in una versione - riveduta e corretta - che prevede l’impiego del grande (anche in termini di circonferenza) Russell Crowe, non si va troppo lontano nel pensare che la post modernità sposata dal film di Alex Kurtzman sia più il pretesto per alzare il livello del conflitto tra “eroi” dello stesso segno (a parte la mummia, cattiva per davvero) che il segnale di una pur minima riflessione sulla macchina cinema. Il quale film, pur senza alzare l’asticella dello spettacolo (ma neanche abbassandola) mette in scena in maniera semplice e lineare il confronto tra la mostruosità tout court degli zombi, richiamati in vita dalla letale egiziana per accelerare la sconfitta dei propri oppositori, e quella caricaturale e fintamente spaventevole della coppia Cruise/Crowe e della stessa Mummia che ha il viso e soprattutto il corpo (da mannequin) dell’avvenente Sophia Boutella. Che poi la sfida veda i vari contendenti fronteggiarsi su sponde opposte in una sorta di tutti contro tutti è quasi un dettaglio; ciò che vale  in questo caso è rassicurare lo spettatore sull’inattaccabile appeal degli attori che neanche la maledizione della mummia riesce a scalfire. 

SOGNARE E' VIVERE

Sognare è vivere
di Natalie Portman
con Natalie Portman, Gilad Kahana, Amir Tessler
USA, 2015 
genere, biografico
durata, 95' 



Il vecchio Amos ricorda se stesso bambino a Gerusalemme, la fine del mandato britannico in Palestina, l'istituzione dello Stato d'Israele, la guerra d'indipendenza, e soprattutto la madre, morta di depressione prima dei quarant'anni e responsabile, a suo modo, del futuro del figlio, divenuto scrittore. Fania, questo il nome, veniva dall'Europa dell'Est, da un'infanzia agiata e illuminata, ed era sopravvissuta allo sterminio del suo paese ma non alla fine di quella stagione di illusioni, non al confronto con la realtà della vita adulta e gli abissi dell'orrore. Per il suo debutto alla regia del lungometraggio, Natalie Portman sceglie il titolo più venduto nella storia letteraria di Israele. È un'operazione ambiziosa, non foss'altro per la combinazione di storia personale e storia nazionale, che nel caso specifico si ingigantisce con l'argomento creativo e quello politico. La Portman regista mostra un buon controllo e qualche intuizione visiva, ma in definitiva non esce dall'immaginario tipico sull'argomento. Le note che cattura al meglio sono quelle basse, oscure, che porta sulle proprie spalle come attrice, nei panni della madre dello scrittore Amos Oz. Non appena, però, la materia della narrazione si allarga a tutto schermo, il film si blocca, a causa di cliché della fotografia desaturata e per la trappola del dramma a senso unico. La complessità della narrazione autobiografica di Oz ritorna frammentata nella formula reiterata del raccontino, che non gli rende giustizia. Quel che è più grave, però, è che il film non contenga traccia dell'ironia che celebra a parole. Complice un lavoro di adattamento che ha coinciso con una drastica riduzione, la Portman non ha trovato, e forse nemmeno cercato, lo sguardo del narratore e si è calata nello spazio più stretto e a lei più consono del rapporto tra madre e figlio, ottenendo in quella sede i risultati migliori del film. Ha visto, giustamente, in Fania un personaggio che avrebbe potuto indossare come una doppia pelle, forte e vulnerabile, qualcuno che, non potendo amare lo spettacolo della propria vita quotidiana, ha preferito crearsene uno ideale e mentale e sacrificarsi ad esso. La Portman personaggio divora, in questo modo, la Portman regista.
Riccardo Supino

domenica, giugno 11, 2017

"FRATELLANZA - BROTHERHOOD", UN FILM CHE RIFLETTE SULLE CONSEGUENZE DELL'AMORE

Fratellanza - Brotherhood
di Nicolo Donato
con Nicolas Bro, David Dencik, Claus Flygare
Danimarca, 2009
genere, drammatico
durata, 90'

Con una lucidità sconvolgente, Nicolo Donato introduce l'occhio indiscreto della macchina da presa del suo film Brotherhood (in italiano tradotto come Fratellanza) nella proibita, passionale e controversa storia d'amore nazi-gay tra Lars – un ragazzo con alle spalle una famiglia sbilanciata – e Jimmy, un esaltato organic naziskin. 
Il film, che ha fatto scalpore al Festival di Roma, esplora l'irresistibile attrazione fisica alla quale i due protagonisti si abbandonano per sperimentare l'ineluttabilità di un amore carnale, trascendendo gli schemi e muovendosi in un contesto estremo e pericoloso. 
Con coraggio e determinazione, Donato indaga sulla questione identitaria strettamente connessa al bisogno di appartenenza e di riconoscimento da parte di un gruppo sociale. Il gruppo neonazista appare come un portus salutis dai solidi valori condivisi e si presenta come una comunità coesa, ergendosi a surrogato di una protettiva famiglia. 
Il commento musicale scritto a quattro mani da Simon Brenting, compositore di Togetherness per Donato, e da Jesper Mechlenburg, autore musicale di diversi cortometraggi, documentari e film, nel felice incontro tra le rispettive influenze elettroniche e rockeggianti, si impone come connubio perfetto tra la violenza mostrata e la dolcezza dell'amore vissuto in un'incisiva puntualizzazione emotiva della storia. Ispirandosi al documentario Men, Heroes, Gay Nazis, il fotografo-musicista-regista Donato lancia un messaggio mondiale sui motivi che generano la violenza e riconducibili all'alienazione e alla mancanza di amore, promuovendo la potenza salvifica racchiusa in un atto d'amore e nel rispetto delle differenze.

Francesca Vantaggiato

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Persona di Ingmar Bergman (Svezia, 1966)

NON E' UN PAESE PER VECCHI

 Non è un paese per vecchiNon è un paese per vecchi
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 di Joel, Ethan Coen
 con Javier Bardem, Josh Brolin, Tommy Lee Jones
 Usa, 2007
 genere, thriller, noir, drammatico, western
 durata, 122'



Per Llwelyn (Josh Brolin ancora convincente dopo il ruolo delloo sbirro corrotto di American gangster) veterano del Vietnam la guerra non è ancora finita:sposato ad una donna bambina che probabilmente ha smesso di amare, deve tornare a combattere quando un pericoloso serial killer si mette sulle sue tracce per recuperare quei soldi rubati sul luogo di un orribile carneficina provocata da un mancato scambio di droga nel deserto texano. L'occasione della vita si trasforma in un orgia di sangue che ha il suono dell'arma ad aria compressa (in realtà è una bombola piena d'aria usata per ammazzare i bambini prima della macellazione) adoperata dallo spietato assassino ed il colore del sangue dei cadaveri seminati lungo la strada. Bell (Tommy L.Jones,attore che sembra non recitare) uno sceriffo disilluso e prossimo alla pensione,si mette sulle loro tracce nella speranza di fermare il massacro.


Il ritratto della provincia americana diventa ancora una volta allegoria di un mondo insensato e caotico in cui la morte è l'unica certezza. Questa volta i Cohen radicalizzano il loro cinema sfrondandolo oltrechè dai manierismi dell'ultima ora, anche di quel sorriso beffardo e surreale (ove si eccettui l'impossibile taglio di capelli del carnefice) che da sempre caratterizza le loro storie. La prateria infinita e disabitata è il luogo di perdizione in cui la morte si consuma a sangue freddo, lontano dalle leggi degli uomini e dove il male incarnato dalla figura di Anton Shigur (Javier Bardem con la faccia da pugile suonato e lo sguardo che raggela) una macchina di morte che ricorderemo per un bel pezzo, agisce secondo esigenze oscure e metafisiche. Tutto il film è dominato dalla sua presenza che assume fin da subito connotati apocalittici (quello che sta arrivando non si può fermare dicono quelli che gli si oppongono) e metafisici (la sua apparizione all'inizio del film così come quella che lo vede scomparire dopo l'incidente d'auto prima dell'epilogo, come se non fosse mai esistito, porteranno con se le ragioni della sua esistenza).


A fargli da specchio c'è un umanità che non sa più stare insieme, divisa dall'odio razziale (in questo caso sono i messicani a pagare lo scotto), dall'indifferenza (di questi tempi scavare delle fosse nel giardino di casa è diventato normale dice lo sceriffo riferendosi ad una serie di omicidi commmessi con la complicità indiretta di una comunità apatica e chiusa in se stessa) e la mancanza d'amore (è il contesto e non i gesti a rivelarci l'esistenza dei legami coniugali). Come animali, ed il film non manca di sottolineare quest'analogia, gli individui si riconoscono per il marchio di sangue inferto sui loro corpi dalle atrocità della guerra (l'americanità ha i dati anagrafici di quella combattuta in Vietnam) e dall'assurdo della vita.


Travolto dagli eventi, incapace di scegliere (lo so che sto mettendomi nei guai ma ormai è così è la sola spiegazione che il protagonista riesce a trovare di fronte alla moglie spaventata dalle sue decisioni). Llwelyn ritrova se stesso ed il suo antico vitalismo nel momento in cui decide di guardare in faccia alla realtà e sceglie di affrontarla anche a rischio della propria incolumità. E' la paura della fine e le ferite del suo corpo e non la normalità dell'esistenza che lo fanno sentire vivo. I Cohen traducono queste pulsioni in un cinema lineare e pulito che procede per accumulazione e si carica di una tensione claustrofobica e disturbante quando la cinepresa abbandona gradualmente gli spazi circostanti e si concentra sui protagonisti che isola all'interno di ambienti limitati ed angusti che trovano un apoteosi di macabra ordinarietà nella scena in cui Shigur ripreso di fronte all'abitazione della sua ultima vittima mentre si pulisce le scarpe dal sangue del suo lavoro, con la telecamera che lo incornicia per sempre a quelle pareti, in un accostamento che fa della casa la tomba domestica delle nostre speranze, e dove la notte prevale sul giorno a sottolineare il progressivo svanire di qualsiasi punto di riferimento.



Tutto diventa a loro misura e lo sguardo si sofferma sulla metodicità dei loro gesti, in un continuo parallelismo di metodi e movimenti (si pensi al confronto delle posture, quello di Shigur pesante e catatonica ma anche implacabile opposta a quella sinuosa e sfuggente figura del suo avversario) e sulla natura delgi oggetti in continua mutazione, sempre differenti da quello che sembrano (i paletti della tenda che diventano un arpione,la moneta usataper il testa o croce uguale ad un vaticinio, le manette come un nodo scorsoio, il congegno di rilevamento la materializzazione di un araldo di morte), per arrivare ad una resa dei conticosì spettacolare ed antiemotiva, con il corpo sul pavimento appena inquadrato e riconoscibile solo dagli indumenti, che ribalta completamente le prospettive di chi guarda, togliendo alla vicenda il suo ruolo di primo piano per ridurla a realtà infinitesima, cellula di un organismo universale destinato ad irreversibile entropia. Una presa di coscienza che ci fa abbandonare il ruolo di semplici spettatori , rendendoci compartecipi di una sorte che è metafora della nostra essenza. Premiato con 4 premi Oscar "Non è un paese per vecchi" sembra ricalcare la formula usata da Scorsese per The Departed ma in questo caso il risultato si mantiene più vicino alle corde dei suoi autori (predilezione per la caratterizzazione di personaggi ordinariamente eccentrici e mescolanza dei generi cinematografici) e porta alla ribalta uno dei massimi scrittori statunitensi contemporanei, quel C. Mac Carthy, autore dell'omonimo libro di cui hollywood sembra decisa (è in produzione un altro film tratto dal suo romanzo "La strada")a servirsi per rivitalizzare il suo cinema

sabato, giugno 10, 2017

UN APPUNTAMENTO PER LA SPOSA

Un appuntamento per la sposa
di Rama Burshtein
con Noa Keller, 
Israele, 2016
genere, drammatico
durata, 110'


Nel cinema il matrimonio nelle sue molteplici accezioni è stato raccontato con una varietà di toni e di punti di vista che dal kammerspiel d'autore ("Scene da un matrimonio" di Ingmar Bergman)) alla commedia multietnica (Il mio grosso grasso matrimonio greco di Joel Zwick) hanno fornito opinioni quanto meno contraddittorie a proposito delle unioni nuziali. Meta obbligatoria e preludio d'eterno amore per taluni, pietra tombale di qualsivoglia slancio sentimentale per altri, la vita coniugale occupa una posizione centrale nel filmografia dell'israeliana Rama Bushstein, la quale, nell'opera d'esordio (La sposa promessa) oltre a riconoscerne l'importanza e anzi, enfatizzandone gli aspetti legati ai concetti di altruismo e di mutuo soccorso presenti nella formula declamata dai partecipanti (Shira è spinta a sposare il marito della sorella per occuparsi del neonato partorito dalla ragazza prima di morire) si è spinta oltre, considerandola alla luce delle implicazioni - religiose e sociali - che tale unione comportava all'interno della comunità ebreo ortodossa a cui la stessa Burshtein appartiene. Tutte caratteristiche di una poetica che nel nuovo "Un appuntamento per la sposa" (Through the Wall) la regista riprende nella figura di Michal (Noa Koler, attrice dal piglio Almodovariano), la quale pur abbandonata dal fidanzato alla vigilia delle nozze decide comunque di non cancellare l'evento, convinta che l'aiuto di Dio le permetterà di incontrare un sostituto all'altezza delle aspettative. Partendo da questo singolare incipit, "Un appuntamento per la sposa" descrive le giornate che separano la protagonista dalla data del matrimonio, concentrando il proprio interesse sulle situazioni e i contrattempi (quasi sempre legati ad aspetti che hanno a che fare con i "tic" religiosi dei candidati) che scaturiscono dagli appuntamenti mediante i quali Michal spera di trovare il suo cavaliere.


Portando sullo schermo un'altra eroina vitale e anti conformista la Burshtein continua a scandagliare l'universo umano e filosofico di quella parte della comunità ebraica più oltranzista e conservatrice le cui regole e stile di vita diventano oggetto di un'analisi tutta al femminile nella quale a essere messo in discussione non è l'ordine precostituito, ne la posizione dominante della compagine maschile - vivisezionata nelle sue contraddizioni e qualche volta messa anche alla berlina - quanto piuttosto una tipologia di donna tradizionale a cui la Shira de "La sposa promessa" e soprattutto la Michal del nostro film ne antepongono un'altra che agisce con la volontà di determinare il proprio destino, consapevoli del rischio di non essere capite e di rimanere isolate. A differenza del film del 2012, dove le asperità di certe scelte visive servivano a rendere una narrazione effettuata dal "di dentro" e in cui l'occhio della telecamera registrava il mondo con una spiccata predilezione antropologica,"Un appuntamento con la sposa" utilizza un'estetica semplice, in cui tutto inizia e finisce all'interno del campo visivo e dove la ricercata ingenuità di certe sequenze (per esempio quelle che mostrano la protagonista e la collega all'interno del pulmino che le porta a lavoro) e la vivacità dei colori degli interni casalinghi e del locale dove viene organizzata la cerimonia fanno da specchio al romanticismo buffo e un po' naif dell'indomita protagonista. Certo, la progressione della storia, costruita per tappe successive - tante quanti sono gli appuntamenti di Michal con il ragazzo di turno - risulta un po' meccanica ma il registro favolistico scelto dalla Burshtein per la rivisitazione in chiave moderna del mito di cenerentola e del principe azzurro trasforma certe forzature (pensiamo al cantante bello e famoso che a un certo punto si innamora di Michal e si offre di sposarla) in passaggi totalmente in armonia con il particolare contesto della vicenda.
(pubblicata su ondacinema.it)

giovedì, giugno 08, 2017

QUANDO UN PADRE

Quando un padre
di Mark Williams
Gerard Butler, William Dafoe, Alfred Molina
Canada,2016
genere, drammatico
durata, 108'



"Quando un padre segna"  il debutto alla regia di Mark Williams.
Dane Jensen (Gerard Butlerè un cacciatore di teste che lavora moltissimo (70 ore a settimana) per mantenere la propria famiglia e consentire a moglie e figli una vita più che agiata. Con il passare del tempo, Dane è però sempre più preso dai suoi impegni lavorativi al punto che finisce per trascurare il suo intero nucleo familiare. Finchè un giorno il figlio maggiore, Ryan, di dieci anni, si ammala gravemente. Dane è costretto a rivedere la sua scala di valori e questo lo porta ad un grosso e brusco cambiamento sia interiore che esteriore.
I coprotagonisti della storia sono William Dafoe che interpreta Ed, lo spietato manager della società di recruitment per la quale lavora Dane e Alfred Molina, che è un anziano ingegnere che sta cercando un nuovo lavoro con molte difficoltà a causa della sua età.
Le musiche sono curate da Mark Isham che accompagna ed evidenzia ogni passaggio emotivo e drammatico del film in sintonia e sincronia con i cambiamenti emotivi del protagonista Dane/Butler.
Non appena il figlio Ryan si ammala il ritmo della storia cambia bruscamente di passo: Dane si ritrova ad interiorizzare se stesso e le sue emozioni attraverso il dolore e la emotività del piccolo Ryan che è un bambino estremamente sensibile.
Lui sogna di dipingere grattacieli, ma non di costruirli: è un piccolo grande idealista e con la forza della sua prorompente ingenuità trascinerà anche il padre – inizialmente riluttante – nel suo mondo fatto di sogni, colori e altezze asimmetriche e fantastiche dei grattacieli più belli di Chicago.
Il viaggio di Ryan nel visitare i grattacieli più spettacolari della città in cui vive (Chicago) rappresenta anche un viaggio terapeutico per la rinascita del rapporto padre-figlio sopitosi nel tran-tran quotidiano del business -solo-per-fare-soldi.


“Quando un padre” dunque sinceramente è un film che riesce a incantare ed a farti immergere nella sua stessa atmosfera per oltre 100 minuti che volano tra commozione e lacrime prepotenti.
Il tutto grazie anche alla qualità dei protagonisti che ci mostrano un’immagine tipo di coppia americana borghese che riesce a parlare in camera da letto  della sua sfiorita e banale vita sessuale, La storia ambientata nella città di Chicago, che ha uno degli skyline più affascinanti al mondo, riesce a dare un taglio avveniristico ed affascinante in sintonia con le curve altrettanto avveniristiche dei suoi skyscrapers come la Tribune Tower e la Willis Tower . 
La bellezza del film, la sua magia, a mio avviso è tutta sintetizzata  in una frase recitata dal piccolo Bryan: “Non fate piccoli progetti perché non hanno la magia di scaldare il cuore degli uomini”.
In altre parole: pensate sempre alla grande, non ve ne pentirete. Pensate con occhi di bambino aperti verso il futuro e non chiusi verso il passato e le paure del domani.
E’ il sogno americano che ritorna prepotente ma mai banale, soprattutto in questa storia e forse anche in questi tempi che stiamo vivendo. Un sogno che non può che fare bene ai nostri animi e scaldarci il cuore da questo lungo freddo inverno di crisi di valori e di idee.
Nelle sale dall’8 Giugno: da non perdere.
Michela Montanari

mercoledì, giugno 07, 2017

SIERANEVADA

Sieranevada
di Cristi Puiu
con Mimi Branescu, Barbou Balasoiu, Judith State
Romania, 2017
genere, drammatico
durata, 173'

Non è la prima volta e crediamo non sarà l’ultima che il cinema romeno racconta il suo paese attraverso l’esistenza di vite ordinarie, e che nel farlo, trasforma le liturgie del quotidiano in una specie di thriller esistenziale in cui i gesti e le azioni si caricano di un senso che oltrepassa quello a cui siamo normalmente abituati. A sorprende in un film come “Sieranevada” non è però la capacità del regista di trasformare un pranzo di famiglia  - organizzato da una vedova per celebrare il marito defunto - in una lucida e (molto) spietata radiografia della Romania contemporanea. Ciò che conquista è piuttosto l’ardire della messinscena, ubicata all’interno di un unico ambiente (la casa della madre di Lary, uno dei personaggi principali) e diluita per una durata complessiva che sfiora di un niente le tre ore di proiezione. Consapevole della poca fruibilità di una tale architettura, per giunta resa più difficile dal rigore di uno stile basato su lunghi piani sequenza e privo della drammatizzazioni fornite dalla colonna, qui del tutto assente, Puiu riesce a dare ritmo al film attraverso la necessità di rilanciare ogni volta l’azione, continuamente interrotta dall’impossibilità della mdp di entrare nelle stanze dell’appartamento da cui gli ospiti entrano ed escano con una frenesia attraverso la quale il regista sembra voler trasfigurare lo stato emotivo dell’intero paese. 



Come spesso accade anche in questo il microcosmo rappresentato da “Sieranevada” assume valenze di onnicomprensività, permettendo attraverso la coralità del racconto di tracciare un quadro esatto della società tutta e di riflettere sul mali del presente attraverso una requisitoria che - e non è cosa da poco - per trovare qualche risposta è costretta a guardare il presente attraverso gli insegnamenti del passato. Se la realtà è un indecifrabile complotto (dall’11 settembre all’attentato di Charlie Hebdo, il terrorismo e i suoi mandanti tornano spesso nei discorsi dei commensali) ciò che sorprende e lascia il segno è la scoperta che le  menzogne e le iniquità così come i conflitti e le ripicche attribuite nelle discussioni a politici e governanti sono le stesse che emergono dalle dinamiche messe in scena dalla piccola comunità raccontata dal regista.  Se pensiamo che nel penultimo festival di Cannes “Sieranevada” era in concorso insieme a “Un padre, una figlia” del grande Cristian Mungiu si può affermare senza ombra di smentita che il nuovo cinema romeno gode davvero di ottima salute. 

TEEN STAR ACADEMY

Teen Star Academy
di Cristian Scardigno
con John Savage, Adriana Volpe
Gran Bretagna, 2017
genere, family, musicale
durata, 90'


A volte, pur intuendone le ragioni, si fatica a comprendere il significato di certe operazioni. Non c’è ne vogliano dunque i produttori di Teen Star Academy e neanche il suo regista se, al termine della proiezione, non riusciamo a trovare un motivo in grado di giustificare la sua uscita nelle sale cinematografiche. Il lungometraggio di Cristian Scardigno, infatti, dichiara sia nella forma che nei contenuti la propria affinità con il mezzo televisivo, al quale Teen Star Academy ruba un tipo di narrazione alquanto semplificata, organizzata com’è sull’accumulazione di segmenti narrativi – quasi sempre coincidenti con le esibizione del talento artistico dei giovanissimi virgulti – fatti apposta per essere infarciti di spot pubblicitari, con un’estetica caratterizzata da quella fotografia piatta e senza ombre normalmente utilizzata nei varietà televisivi, e qui perfettamente in linea con il materiale umano e artistico contenuto nella storia del film. La quale, nel raccontare le dinamiche all’interno di una scuola per bambini particolarmente dotati nelle discipline dello spettacolo, e con la scusa di argomentare la sfida tra le due squadre di allievi che a suon di performance canore, danzanti e musicali si contendono il premio messo in palio da uno svagato talent scout  (il John Savage de Il cacciatore e di Maria’s Lovers), altro non fa che imitare il format dei molti talent show di cui sono pieni i palinsesti delle reti pubbliche e private.


Con un intreccio ridotto allo zero e una narrazione occupata per buona parte dai siparietti messi in piedi dagli scalmanati minorenni, il film tenta di alzare il proprio tasso di credibilità con una compagine di adulti a cui spetta il compito di “traghettare” i baby attori verso il saggio di fine d’anno. In questo senso l’esempio dei nostri cine panettoni ci aiuta a spiegare allo spettatore cosa andrà a vedere, poiché almeno a livello produttivo, la scelta di una location come la costiera del sud della Francia (con Montecarlo e Nizza in prima fila) – capace da sola di richiamare l’universo “spettacolare” entro il quale si svolge la vicenda – unita alla presenza di volti ingaggiati più per motivi di riconoscibilità che per doti di interpretative (del cast fa parte anche la presentatrice Adriana Volpe), così come l’idea di procedere incrociando le micro storie relative alla miriade di personaggi che danno vita alla vicenda, non può non ricordare le strategie cinematografiche viste ogni anno nei film di De Sica e company. Peccato però che anche da questo punto di vista non riesca a uscire dall’anonimato a cui viene relegato dall’inconsistenza delle sue componenti.
(pubblicato su taxidrivers.it)

martedì, giugno 06, 2017

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: MARIA PER ROMA

Maria per Roma
di Karen Di Porto
con Karen Di Porto, Andrea Planamente, Bruno Pavoncello
Italia, 2016
genere, drammatico
durata, 93' 




Due brevi sequenze separate da un rapido stacco fanno da preludio alla vicenda di "Maria per Roma", opera prima di Karen Di Porto. Nella prima, ambientata all'interno di una camera da letto vediamo la protagonista ancora bambina ripresa di spalle mentre viene ammonita dal padre circa l'importanza di rimanere indipendente dal punto vista economico e sull'importanza di sapersela cavare con le proprie forze. A seguire un altro spaccato di vita domestica: questa volta a occupare la scena è un nuovo sodalizio che ci mostra la bambina divenuta adulta insieme alla cagnetta che le fa compagnia mentre è impegnata in una telefonata di lavoro. L'utilità di soffermarsi sui frame iniziali di "Maria per Roma" è duplice: da una parte le prime immagini svolgono una funzione introduttiva del personaggio interpretato dalla stessa regista, spiegandone per quale ragione il proprio alter ego preferisca un lavoro ("Key Holder" per una società immobiliare, in pratica addetta al check in/out di alloggi affittati ai turisti) frenetico e stressante che la porta a correre senza sosta da una parte all'altra della città impedendole di concentrarsi a pieno alla passione per la recitazione piuttosto che farsi mantenere con i soldi di una madre ansiosa e oppressiva che la vorrebbe dedita ad attività cosiddette "normali". E in un altro senso sono rivelatrici di una solitudine esistenziale scongiurata solo in parte dalla presenza dell'adorata bestiola verso cui la donna, come avremo modo di vedere nel corso della visione, nutre un'empatia che non ha paragoni rispetto a quella riservata agli esseri umani.




Esiste poi una lettura meno evidente ma altrettanto significativa dello stesso argomento che riguarda le caratteristiche di una messinscena che all'opposto di quanto fatto per i contenuti preferisce una rappresentazione in sottotono e quasi neutra nella scelta iconografica degli elementi messi in campo da cui, se pure volessimo, non è possibile dedurre nulla a parte il fatto di trovarsi in un ambiente abitativo. Ora avendo in mente quanto abbiamo appena detto e iniziando a seguire la protagonista nel suotourbillon metropolitano lo spettatore si accorgerà che con il proseguo del film i rapporti tra il soggetto della storia e la forma in cui la Di Porto la traduce è destinato a invertirsi poiché rispetto ai dettagli appresi a proposito della protagonista - che sono minimali alla pari di quelli dei vari personaggi e che soprattutto aggiungono poco o nulla rispetto a ciò che avevamo appreso in precedenza - si assiste ad un trionfo di particolari topografici relativi al centro storico e mondano della città capitolina visitati e soprattutto inquadrati con una riconoscibilità che non si vedeva dai tempi della grande bellezza sorrentiniana. Certo, rispetto al film del regista napoletano quello della Di Porto entra in dialettica con la storia del luogo senza alcuna profondità di riflessione che non sia quella possibile) di registrare l'indifferenza del paesaggio o meglio lo scollamento tra la magnificenza e l'eleganza degli spazi considerati e la simpatica e melanconica insipienza di chi li abita. Un'umanità sfasata e talvolta un po' cialtrona, quella descritta da "Maria per Roma", che la regista mette in rapporto con la mancanza di ragionevolezza di un'esistenza destinata - come vediamo nell'epilogo finale - a girare a vuoto (Il titolo del film nel gergo romano esprime questo stesso concetto) e di cui è possibile apprezzare la misura della disfatta non tanto nel tono tragicomico di certe situazioni - per esempio quella prevista nel party in cui Maria dovrebbe trovare riscontro degli esiti favorevoli del provino effettuato qualche ora prima - bensì nella costruzione aperta delle singole scene che risolvono solo parzialmente le logiche narrative per le quali sembrano nate; come accade nei confronti del personaggio interpretato da Andrea Planamente, forse spasimante non corrisposto di Maria, forse semplice amico e compartecipe delle disgrazie della ragazza ma comunque indirizzato verso un nulla di fatto rispetto al tentativo di dichiarare le cause del suo interessamento nei confronti dell'amica.




Detto che "Maria per Roma" nel fare suoi i segni più tradizionali della capitale romana si pone in controtendenza rispetto alle abitudine dell'ultimo cinema d'autore di rifuggirli e di sostituirli con quelli tipici del territorio periferico e che nel mostrarla quasi sempre occupata dai turisti prende atto della gentrificazione che nel giro di qualche anno ha visto all'incirca diecimila persone abbandonare le zone più centrali della capitale per andare a vivere altrove, sul taccuino degli appunti rimane più che altro la percezione di una regia corretta ma incapace di dare consistenza allo stile episodico e frammentato delroad movie scritto dalla stessa Di Porto Segnalato da Antonio Monda come uno dei titoli più interessanti della Festa del cinema, "Maria per Roma" non rende merito alle profezie dell'illustre sponsor.
Pubblicata su ondacinema.it

lunedì, giugno 05, 2017

DUE UOMINI, QUATTRO DONNE E UNA MUCCA DEPRESSA

Due uomini, quattro donne e una mucca depressa
di Anna di Francisca
con Miki Manojlovic, Maribel Verdù, Eduard Fernandez, Laia Marull, Hector Alterio,
Italia, 2015 
genere, commedia
durata, 96’

Edoardo (interpretato da Miki Manojlovic) è un compositore italiano che vive a Roma e che attraversa un periodo di profonda crisi, sia sentimentale che professionale. Per ritrovare se stesso e la propria creatività  decide di andare in Spagna in un piccolo paesino dove vive un suo caro amico. Li si incontrerà con un contesto umano, piacevole e stimolante che – attraverso la sua partecipazione al coro polifonico del piccolo paese – gli farà  ritrovare l’entusiasmo perduto.

In uscita nelle sale il prossimo 8 Giugno, "Due uomini, quattro donne e una mucca depressa" è una commedia corale e "terapeutica" che si svolge sullo sfondo di una allegra provincia spagnola dominata da una quiete apparente e da un tranquillo benessere. La regista Anna Di Francisca ci dipinge i suoi protagonisti maschili come macchiette che di mascolino hanno ben poco con ciò rincorrendo il facile stereotipo del sesso forte che oggi di forte non ha più nulla se non il nome. Le donne di converso sono tutte fantasiose, allegre e innamorate della vita, positive in un mondo “apparentemente virile” che non riconosce loro il posto che invece dovrebbe loro spettare. Ed è questo doppio banale e ormai consumato clichè della solita dicotomia “uomo – virilità apparente / donna – coraggio e amore”- che conduce il film verso una piega noiosa e prevedibile. Infatti la commedia non sorprende né appassiona anche in considerazione del fatto che tutte le tematiche (la passione, l’abbandono, l’aridità intellettuale, i pregiudizi razziali e l’amore omosessuale) sono appena abbozzate, al punto di diventare qualcosa di cui si arriva persino a dubitare l'esistenza.

I personaggi insomma non convincono e la banalità nei loro tratti impera; lo stesso “Generale” è una mera caricatura dell’uomo di una volta, seguace di Franco, con ideali nazisti e pregiudizi razziali sconfessati poi dalle sue stesse frequentazioni di letto (ha infatti una storia con una donna nera). La regista in occasione della conferenza stampa romana ha dichiarato: «Questa commedia nasce dal desiderio di raccontare il disagio di un conflitto: il disagio di Edoardo e dei suoi valori nel Paese in cui abita. È la storia di un viaggio sabbatico verso la Spagna, che rappresenta la terra della libertà senza tante censure, dove è possibile affrontare tematiche scomode e spinose, come l’anticlericalismo». In realtà ogni tematica, compresa quella dell’anticlericalismo, non viene affatto affrontata, finendo la commedia nel divenire un noioso teatrino ed avvicendarsi di uomini e donne in cerca di rifugio nella coppia.
E la mucca depressa? Sembra smettere di esserlo solo quando diventa mamma. Forse questo l’unico tocco ironico del film.
Peccato sia nella scena finale.
Michela Montanari

domenica, giugno 04, 2017

sabato, giugno 03, 2017

FORTUNATA

Fortunata
di Sergio Castellitto
con Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, Hanna Schygulla, 
Italia, 2017
genere, drammatico
durata, 103' 


Rispetto alle similitudini con due titoli come “Il matrimonio di Lorna” dei fratelli Dardenne e di “Marija” del tedesco Michael Koch, la sceneggiatura di “Fortunata” - scritta da Margareth Mazzantini - presenta tra gli altri alcuni elementi di discontinuità che ci danno lo spunto per entrare nel vivo della nostro discorso. Se nei film appena citati infatti le donne in questione sono cittadine straniere disposte a tutto finanche al delitto pur di avviare l’attività che  dovrebbe renderle realizzate e indipendenti, in quello di Sergio Castellitto la protagonista pur costretta ad affrontare le conseguenze di un matrimonio che l’ha lasciata con una figlia a carico e con un ex marito che le da il tormento, è comunque attenta a prendersi cura delle persone che le vivono accanto. Se ciò non bastasse a distinguere il film nostrano dagli altri due, è la volontà di indagare il disagio di una condizione culturale ed economica - quella di Fortunata che vive in un quartiere fatiscente della periferia romana ed è costretta a indebitarsi con i cinesi per pagare le spese del negozio - che un tempo era prerogativa dei cosiddetti “ultimi arrivati” mentre oggi, alla luce della recessione causata dalla crisi mondiale, è diventa il presupposto che accomuna gli italiani alla miriade di immigrati che vengono a vivere nel nostro paese. Questo per dire di come il testo della Mazzantini al di là della poca originalità del soggetto potesse comunque contare su una spiccata predisposizione drammaturgia  - monopolizzata dalle doti melodrammatiche della madre coraggio impersonata dalla Trinca - e sulla scelta di un punto di vista non banale (seppur già sfiorato da Ivano De Matteo nel suo “Gli equilibristi”) sulla realtà contemporanea. 


Alle prese con una sceneggiatura ipertrofica di temi e di disgrazie Castellitto invece di lavorare di sottrazione sceglie una regia generosa ma eccessiva a cominciare dalle immagini, opulente di colori e di divismo (certe pose di Accorsi e della Trinca sembrano prelevate dai fotoromanzi) per continuare con la predilezione di un registro che la recitazione “urlata” degli attori rende quasi sempre esageratamente sopra le righe. Attraversato da intuizione visive non banali come quella della panoramica dall’alto in cui la diversa occupazione dello spazio - dominante quella della moltitudine di cinesi impegnati in una lezione di tai chi, minoritaria quella dei loro dirimpettai italiani, sparuti e costretti in un fazzoletto di terra - che la dice lunga sulle trasformazioni in atto nel tessuto urbano della città, “Fortunata” non riesce a far perdere ai suoi interpreti e, in particolare, alla Trinca, l'allure tipico di chi conosce il mestiere e sa come ci si comporta davanti alla mdp. In questo modo il film rimane in mezzo al guado che separa il vero dalle sue imitazioni, decretando l’irresolutezza di un lungometraggio da cui era lecito aspettarsi di più. Per la sua interpretazione Jasmine Trinca ha vinto il premio come migliore attrice nelle sezione Un certain Regard.

giovedì, giugno 01, 2017

WONDER WOMAN

Wonder Woman
di Patty Jenkins
con Gail Gadot, Chris Pine, Connie Nielsen, Robin Wright
USA, 2017
genere. fantasy, avventura, azione, drammatico
durata, 121'


Prima o poi doveva succedere e per una volta possiamo dire la DC Comics è arrivata prima della Marvel nel concepire un film di super eroi tutto al femminile. E’ successo con la versione cinematografica di “Wonder Woman” diretta da quella Patty Jenkins passata alle cronache per aver firmato il lungometraggio che ha permesso a Charlize Theron di vincere l’Oscar come miglior attrice protagonista. Ora, considerato che la Jenkins da tempo sulle scene non aveva mai lavorato su progetti come quello messo in cantiere dalla Warner Bros. prende piede l’ipotesi che la scelta di metterla a capo dell’operazione sia derivata proprio dal precedente del 2003 in cui la stessa aveva dimostrato di essere a suo agio nel trattare donne dotate di una femminilità fuori dal comune. Alla pari di “Monster” che portava sullo schermo la storia di una donna realmente esistita (la serial killer Aileen Wuornos) “Wonder Woman” seppur con la premessa di confrontarsi con un personaggio di fantasia aveva la responsabilità di mantenere a vista i riferimenti - altrettanto concreti -  di un’iconografia che prima il fumetto (dove nel 1941 Wonder Woman era stata tenuta a battesimo) e poi la televisione (nella serie interpretata da Miss mondo Linda Carter) avevano contribuito a consolidare. 


Supportata da Zack Snyder che, della continuity dell’universo DC è diventato il garante ( e che Wonder Woman l’aveva fatta già debuttare sullo schermo in “Superman - The Dawn of Justice) il film della Jenkins si prende la briga di raccontare la genesi della super guerriera rifacendosi alle avventure del suo creatore, quel William Moulton Marston che l’aveva immaginata a combattere i Nazisti dopo aver lasciato la comunità di Amazzoni in cui era nata e dove aveva appreso le tecniche di combattimento. Con lo spostamento dell’azione dal secondo al primo conflitto mondiale che serve al film  da  un lato, a evidenziare le differenze tra la personalità indipendente e volitiva della bella Diana ( istanze di un proto femminismo di cui secondo Marston l’eroina di doveva fare portatrice) con quelle remissive e calme delle donne dell’epoca, dall’altro, a porlo in essere in una maniera quasi indolore, quel tanto che basta per non disturbare troppo il popolo maschile, subito ricompensato dai fotogenici primi piani della meravigliosa GaL Gadot, la quale, chiamata a prendere il posto della Carter si produce in una performance capace di compensare i limiti espressivi con primi piani di seducente bellezza. 


Sul piano del cinema invece, “Wonder Woman” cresce con il passare dei minuti passando dall’inizio, segnato da una messinscena che riproduce in maniera posticcia e con interpretazioni un po' legnose l’universo delle donne guerriere, a una parte centrale (la più riuscito del film) in cui ciò che precede lo scontro finale tra Diana e il cattivo di turno è rappresentato da una sorta di commedia rosa in cui le schermaglie tra la protagonista e la spia inglese (il “trekkiano“ Chris Pine) di cui la ragazza finisce per innamorarsi fanno da contraltare agli inserti di pura azione in cui i nostri (ai quali si uniscono una squadra di inglorious bastards tutta da ridere) si mettono alla ricerca del “diavolo” per tentare di fermarne i propositi di morte. La voglia di non prendersi del tutto sul serio unito al desiderio di far “vivere” i personaggi senza trasformare la storia nella solita esibizione di effetti speciali permettono a “Wonder Woman” di acquisire qualche punto in più rispetto alla media delle produzioni consimili.

I FIGLI DELLA NOTTE

I figli della notte
di Andrea De Sica
con Vincenzo Crea, Ludovico Succio, Fabrizio Rongione
Italia, 2017
genere, drammatico
durata, 85'


Il primo film di Andrea De Sica sembra finire dove inizia quello realizzato dal collega Gregor Jordan che nel 2008 ha diretto “The Informer" ispirandosi all'omonimo libro di Brett Easton Ellis. Tra i possibili riferimenti quello dello scrittore statunitense ci pare pertinente per due motivi: in primo luogo perché "I figli della notte" sembra un prodotto più internazionale che italiano in virtù di scelte che vanno  dall' ambientazione, una volta tanto non metropolitana bensì alpestre, alle architetture geometriche e asettiche del collegio per rampolli facoltosi a cui all'inizio della storia viene destinato il giovane protagonista  e per finire, nello stile di riprese in cui le immagini vengono scolpite dagli effetti del sound designer. Secondariamente per la materia di cui tratta il film, il quale nel raccontare a mò di iniziazione l'andata e ritorno di un viaggio all'inferno si piazza nella discussione sui malesseri della gioventù contemporanea negandogli - alla maniera di certa cinematografia d'oltreoceano (da Korine a Clark) - le attenuanti solitamente derivate dalla presenza di uno sguardo buonista o paternalistico. Certo, per i giovani di De Sica l’amoralità non è una predisposizione naturale quanto piuttosto il risultato di un percorso in cui molto dipende dall’assenza di figure genitoriali (non a caso all’inizio del film e per tutto il corso della storia la madre del protagonista rimane senza volto e di lei sentiamo solo la voce) e, quando presenti, da padri e madri incapaci di entrare in empatia con la propria prole, ma la forza del regista è quella di non indulgere più tanto su questo versante e di concentrarsi sulle dinamiche che spingono Giulio (l’ottimo Vincenzo Crea, per la prima volta davanti alla mdp) a emulare Edo, sorta di Lucignolo di cui il ragazzo finirà per seguire le “gesta”, addentrandosi insieme a lui nei misteri del locale notturno frequentato segretamente dai due ragazzi. 

A suo agio con i canoni di genere, in special modo quando si tratta di visualizzare il deragliamento sensoriale che catapulta Giulio all’interno di un realtà dai confini sempre più labili, “I figli della notte” riesce a dipanare lo svolgersi del fatti secondo una drammaturgia che risulta coerente tanto alle psicologie dei personaggi quanto alla progressione narrativa, incollando alla sedia lo spettatore con un carico di pathos e di tensione che il film di De Sica riesce a tenere alti fino all’ultimo colpo di scena.