sabato, aprile 13, 2013

IL VOLTO DELL'ALTRA

 Il volto dell'altra
di Pappi Corsicato
con Laura Chiatti, Alessandro Preziosi
Italia 2013
genere: grottesco, surreale
durata, 84


Da sempre autore di un cinema citazionista e cinefilo, grottesco e surreale, Pappi Corsicato deve molto a Marco Müller. Fu quest'ultimo infatti a riportarlo all'attenzione del pubblico e della critica presentandolo in concorso a Venezia con "Il seme della discordia" (2008) arrivato dopo una pausa dovuta anche all'ostracismo produttivo operato nei suoi confronti. Una scelta che in qualche modo si è ripetuta nell'odierna edizione del festival di Roma dove ancora una volta è stato il direttore sinologo ad inserire "Il volto di un'altra", ultima fatica del regista napoletano, tra i film selezionati per il concorso internazionale. Un segno di stima che inevitabilmente ha fatto lievitare quotazioni ed aspettative nei confronti del film.

Una tendenza al rialzo che la trama sembrava confermare, con una storia incentrata sul tema della bellezza e sul senso di identità che un personaggio come Bella (Laura Chiatti), angelica come un quadro di Raffaelo e crudele alla maniera di Crudelia De Mon, sembrava poter incarnare alla perfezione. Capita, infatti, che la ragazza, sposata a un chirurgo plastico (Alessandro Preziosi biondo e levigato) e sul punto di essere licenziata dall'emittente per la quale conduce un famoso programma televisivo, sia vittima di un incidente che le offre l'opportunità di ribaltare la situazione a suo favore. Fintamente deturpata e intenzionata a farlo credere al resto del mondo per incassare i soldi dell'assicurazione, la donna è aiutata nel suo scopo dal consorte in bancarotta e dall'operaio che inavvertitamente era stato responsabile di quell'infortunio.
Se le premesse del film erano scoppiettanti per la scelta di declinare argomenti universali e anche per l'abilità di Corsicato di saper guardare fuori dal proprio orto, cogliendo in maniera giocosa gli aspetti deteriori della nostra società - con un allestimento di personaggi secondari come quello della famiglia appostata di fronte alla clinica dove Bella è ricoverata a rappresentare un immaginario collettivo drogato di un voyeurismo morboso e sensazionalistico, oppure della suora opportunista e fedele alla religiosità del tornaconto personale - questa volta il melting-pop costruito dal regista non riesce a sostanziare le intenzioni.
La presenza di cultura alta e bassa, il ricorso a citazioni non solo cinematografiche - in questo caso si potrebbe andare dal Billy Wilder de "L'asso nella manica" ai fratelli Coen negli inserti onirici, solo per citarne due a caso - ma appartenenti alla moda e alla pubblicità, con costumi e situazioni riprodotte da un noto reportage fotografico di Steven Meisel, non creano il cortocircuito sperato. Corsicato è bravo a lavorare sugli accessori, con un feticismo capace di trasformare il senso degli oggetti: è il caso della bendatura che copre per buona parte del film il viso di Laura Chiatti, diventando gradualmente, in quanto maschera, il simbolo della dicotomia tra realtà ed apparenza, oppure del sanitario che rischia di sfigurare il volto della donna e che, nell'accostamento con il simbolo della bellezza femminile, diventa in maniera irrisoria la misura della sua vanità. Una deriva escatologica presente più volte nel corso della vicenda che non a caso culmina nella rottura delle tubature della clinica, con i degenti inondati di escrementi a simboleggiare il valore culturale e morale di un'epoca che sta andando alla deriva. Ma anche questa trovata insieme alla palingenesi prospettata dalla caduta di un meteorite sembrano delle freccie spuntate, incapaci di far male e appena sufficienti per un sorriso che rimane a metà strada.
(pubblicato su ondacinema.it)

venerdì, aprile 12, 2013

IL GRANDE GATSBY


In cartellone al prossimo festival di Cannes, di cui sarà il film d'apertura, "Il grande Gatsby" è un opera destinata a far parlare di sè prima ancora di averla vista al cinema. 

Più dei contenuti, peraltro pregevoli trattandosi della versione cinematografica dell'omonimo libro scritto da Francis Scott Fitzgerald, a contare è soprattutto ciò che appare in copertina. Leonardo Di Caprio, innanzitutto, impegnato a scalare le vette del cinema d'autore con un ruolo che lo mette a confronto con Robert Redford, già interprete dello stesso personaggio nella versione di Jack Clayton, e subito dopo Carey Mulligan, attrice in ascesa con due film di culto come "Drive"(2011) e "Shame" (2011) che ne hanno accertato la versatilità ed il fascino. Insieme a loro un regista come Baz Luhrmann, già con Di Caprio nel mitico "Romeo + Giulietta"(1999), e qui impegnato a riconquistare le posizioni che contano dopo il colpo a vuoto di "Australia"(2008). 

Autore di un cinema barocco e postmoderno Luhrmann dovrà coniugare l'esuberante evidenza del suo stile con la perfezione cristallina del testo scritto. 
Una scommessa in termini di impegno e di denaro, i cui esiti scopriremo presto visto che il film sarà nelle sale a partire dal 16 maggio.
Intanto godiamoci l'attesa e magari anche noi, sull'esempio dei personaggi immortalati dal grande scrittore americano iniziamo a sognare in grande, immaginando un film spettacolare.

LA MADRE


Regia: Andrès Muschietti

Un uomo uccide la moglie e rapisce le figlie. Nonostante la fitta nevicata, fugge a folle velocità a bordo della sua potente auto. L'inevitabile incidente automobilistico lo porterà a rifugiarsi in una casa abbandonata insieme alle piccole figlie. Cinque anni dopo, il fratello dell'assassino (Coster Waldau), che non ha mai abbandonato la speranza di ritrovare qualche traccia della sparizione dei tre, scopre che le bambine sono ancora in vita. Con l'aiuto di uno psichiatra riesce ad ottenere l'affidamento delle piccole.

La Madre possiede, almeno inizialmente, la struttura tipica delle ghost stories, ed il modo in cui è raccontata nei primi venti minuti è davvero mirabile. L'andamento è minaccioso e non c'è sequenza in cui la tensione latiti; in modo particolare questo accade nelle primissime scene dove il vero orrore è la realtà, condensata in un padre uxoricida che si lancia in una forsennata corsa in automobile. Passati però i primi venti fatidici minuti la pellicola inizia a soffrire la poca originalità dello script.

Pur confezionato con eleganza, come purtroppo accade a diversi horror, La Madre si affloscia su una sceneggiatura troppo semplice, specie nella dinamica del racconto e per sopperire al tutto deve ricorrere alle solite, fastidiose impennate di volume. Alle ottime prove delle attrici bambine fa da contraltare l'insipida prestazione della tanto acclamata Jessica Chastain, qui in versione dark metal, che però, bisogna ammetterlo non è aiutata dalle battute (ma quante volte dice tutto bene- tutto ok?) a sua disposizione. Probabilmente l'intenzione di regista e produttore era quella di realizzare una ghost story partendo dall'horror psicologico per poi approdare alla favola gotica, ribaltando non solo i generi cinematografici ma operando anche sulla figura della terrificante "Madre" che con lo scorrere della pellicola si trasforma da mostro vero e proprio ad illusorio elemento protettivo. Esperimento mal riuscito se si pensa che la parte più accattivante è quella dell'horror tradizionale, di genere, del già visto. Pellicola più che sufficiente per la qualità della confezione, ma limitata dalla debolezza della sceneggiatura e da un interminabile finale dal fastidioso sapore di melodramma fantasy. Peccato, perché il giovane regista dimostra di sapere il fatto suo e di saper stare dietro la mdp. Il film è l'estensione di un corto dello stesso Muschietti. Produce Guillermo Del Toro.



Fabrizio Luperto

giovedì, aprile 11, 2013

RENDEZ VOUS DEL CINEMA FRANCESE

RENDEZ-VOUS 
APPUNTAMENTO CON IL NUOVO CINEMA FRANCESE

III edizione 
ROMA 16 - 21 aprile 2013 |
Cinema Quattro Fontane, Casa del Cinema, Accademia di Francia a Roma-Villa Medici, MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Giunto alla terza edizione si rinnova l'appuntamento con il cinema francese realizzanto dall'Institut Francais Italia su iniziativa dell'ambasciata di Francia in Italia che anche quest'anno offre uno spaccato generoso e competente su una cinematografia che più di altre è riuscita a coniugare intrattenimento e autorialità, con opere capaci di imporsi all'attenzione del pubblico mondiale. Dopo Francois Ozon prensente con il suo "Dans la maison"distribuito in Italia dalla BIM a partire dal 18 aprile sugli schermi romani si alterneranno nomi vecchi e nuovi del cinema transalpino, con opere come "Camille Claudel 1815" di Bruno Dumont, appena passato in concorso all'ultima Berlinale, "Foxfire" di Laurent Cantet, ultimo francese a vincere "Cannes"con "Entre le murs, e poi ancora Costa Gravas che punta il dito sulle speculazioni finanziarie in "Le capital", Jaques Doillon che con "Seance de luttes" presentato a Berlino ma ancora inedito in patria scrive un sensuale colloqui corpo a corpo, fisico e psicanalitico, per declinare fantasmi e paure, fino a Raymond Depardon, regista e soprattutto documentarista di riferimento per molti cineasti di casa nostra e qui selezionato con il suo "Journal de France". Incontri con gli artisti, masterclass (da non perdere quello del 19 aprile alle ore 19 presso la Casa del Cinema, dove Costa Gravas discuterà con Ettore Scola)  e soprattutto tanto cinema da non perdere per chi ancora vuole farsi sorprendere dal buio della sala.
I cinemaniaci come al solito faranno di tutto per esserci, con impressioni e recensioni sulle opere in questione.

Film in sala da giovedì 11 Aprile

OBLIVION
di Joseph Kosinski
con Tom Cruise, Morgan Freeman
Fantascienza 110 min - USA 2013


TUTTO PARLA DI TE
di Alina Marazzi
con Charlotte Rampling, Elena Radonicich
Drammatico 84 min - ITA 2012


L'IPNOTISTA
Hypnotisoren
di Lasse Hallstrom
con Tobias Zilliacus, Lena Olin
Drammatico 122 min - SVE 2013


LA CITTA' IDEALE
di Luigi Lo Cascio
con Luigi Lo Cascio, Luigi Maria Burruano
Drammatico 105 min - ITA 2012


IL VOLTO DI UN'ALTRA
di Pappi Corsicato
con Laura Chiatti, Alessandro Preziosi, Iaia Forte
Commedia 84 min - ITA 2012


11 SETTEMBRE 1683
di Renzo Martinelli
con F.Murray Abraham, Enrico Lo Verso
Drammatico/Storico 120 min - ITA/POL 2013


CI VEDIAMO DOMANI
di Andrea Zaccariello
con Enrico Brignano, Burt Young, Francesca Inaudi, Ricky Tognazzi
Commedia 103 min - ITA 2013


LE AVVENTURE DI TADDEO L'ESPLORATORE
Las Aventuras de Tadeo Jones
di Enrique Gato
Animazione 91 min - SPA 2012


MIDWAY TRA LA VITA E LA MORTE
Midway between Life and Death
di John Real
con Elisabetta Pellini, Salvatore Lazzaro, Elaine Bonsangue
Thriller 75 min - ITA 2012


NOI NON SIAMO COME JAMES BOND
di Mario Balsamo, Guido Gabrielli
Documentario 73 min - ITA 2012

COME UN TUONO

Come un tuono
di Derek Cianfrance
con Ryan Gosling, Bradley Cooper, Eva Mendes
Usa 2012
genere, drammatico
durata, 140

Ci sono molte cose che vengono in mente guardando il nuovo film di Derek Cianfrance. La prima deriva dal godimento di riuscire a vederlo "in diretta", evitando di costringersi al brodino via streaming, ed a seguire la constatazione che tutto questo dipende dalla maturazione di coloro che si sono spesi per la sua realizzazione, da Derek Cianfrance, regista del bellissimo "Blue Valentine"(2010), a Ryan Gosling e Bradley Cooper, attori in ascesa per fascino e bravura. Poi subentrano le suggestioni di un cinema totale, fatto di suoni e di immagini che avvolgono e conquistano per quell'impasto spazio temporale che costituisce la materia del loro fluire. D'altronde Cianfrance si trova bene con forme di tempo indefinite, in cui passato presente e futuro sono odori di vite intercambiabili, calcolate con lo scatto di un colpo di pistola. Frammenti di esistenza in frantumi che si ficcano nel cuore di chi guarda. Istantanee destinate a replicarsi in un orgia vitalistica che da padre in figlio perpetua un peccato originale che trova origine nella mancanza di una figura paterna, della cui assenza le storie di Cianfrance sono piene. Un bisogno d'amore insoddisfatto destinato a riciclarsi in violenza cieca ed autodistruttiva. In questo modo i personaggi di Cianfrance sono anime perse, ostinatamente alla ricerca di cche non potranno mai avere. "Come un tuono" c'è lo dimostra in ogni rivolo della sua dipanata vicenda, a cominciare dai suoi protagonisti, con Luke il bello, a cui non basta l'avvenenza di Ryan Gosling per evitare il tracollo esistenziale scaturito dalla consapevolezza di non riuscire ad impedire al figlio di diventare come lui, orfano di un genitore che non ha mai conosciuto, continuando, e poi nella sua nemesi rappresentata da Avery Cross, che arriva allo stesso scarto esistenziale del primo partendo da posizioni invertite. Lui una famiglia c'è l'ha ma no riesce a mantenerla, logorato da un senso di colpa che si trasforma in un'avidità, capace di separarlo dall'amore per se e per gli altri. Infine la scena finale, con il figlio do Luke che si allontana in sella ad una motocicletta per inseguire un destino incerto. Anche lui come il Dean Pereira di "Blue Valentine" è condannato ad un esilio momentaneo in attesa del prossimo dolore.

Film di destini inelutttabili "Come un tuono" potrebbe essere la versione umana e terrena di "Cloud Atlas" (2013) di cui sembra ripetere il frangiflutti di azioni che si ripetono nel corso del tempo, con corpi a costituire le infinite varianti della medesima fiamma. Un meccanismo perfetto se nel cinema contassero solo le immagini e le parole potessero trasformarsi in un soffio di vento. Ed invece quelle pronunciate dai personaggi sono spesso forzate nel disegnare un arazzo che talvolta si oppone al flusso visivo, consegnandolo quà e la ad un'artificialità troppo evidente. La sensazione è una continuità che si spezza e si riannoda, che fatica a mantenersi unita. Alla fine si resta un pò delusi ma si continua a pensare, tessendo i fili di una storia che è diventata parte di noi.

TUTTO PARLA DI TE

Tutto parla di te
di Alina Marrazzi
con Charlotte Rampling, Elena Radonicich
Ita, 2012

Nel suo primo film Alina Marrazzi cercava, recuperandola, la figura della madre morta suicida quando lei era ancora piccola. Un assenza che lo schermo compensava con un collage di materiale d'archivio ed in super 8 che nel cercare di comprendere le ragioni di quel gesto riusciva a restituire la presenza del genitore. Un operazione che nasceva da un bisogno reale e funzionava come terapia personale per il potere catartico della rappresentazione in cui le differenze temporali tra passato e presente venivano sfumate dal ricordo struggente della figlia regista, e dalle parole del suo commento. A distanza di quel folgorante esordio e dopo un documentario (Vogliamo anche le rose,2007) che celebrava l'emancipazione femminile e femminista nell'Italia degli anni 70, la regista milanese ritorna con il suo primo film di finzione, "Tutto parla di te", presentato nella sezione "Prospettive Italia" del festival di Roma 2012.

Il film è l'incontro tra due donne, Pauline, donna matura dai trascorsi misteriosi, ed Emma, ragazza madre inquieta e sfuggente, unite dalle conseguenze di una maternità subita (da Pauline interpretata da Charlotte Rampling) o vissuta con dolore (da Emma nella versione di Elena Radonicich). L'occasione di quell'incontro è dato dal consultorio di quartiere dove Pauline passa le sue giornate ad ascoltare  le testimonianze di madri che attraverso il teleschermo confessano il malessere che le ha portate in modi diversi a rifiutare il ruolo di madre con effetti devastanti sulla prole.


Pur cambiando formato ed integrandolo comunque con inserti che riprendono quelli utilizzati nei documentari, e che vedono nell'uso delle tecnica dello stop motion per visualizzare il desiderio di felicità familiare delle due donne, ulteriore segno della versatilità della Marrazzi, "Tutto parla di te" continua a scavare nei meandri di un universo femminile centrato sulla dialettica madre/figlia. Com'era già successo nel primo film, la Marazzi parte da uno spunto privato, rappresentato per l'occasione dal vissuto di Pauline ed Emma, per allargarsi ad un discorso generale, con le testimonianze "dal vivo" chiamate in causa per sfatare il tabù di una maternità che crede ancora alla cicogna. In questo modo mentre sullo schermo vediamo, e sopratutto sentiamo i racconti di madri "imperfette", dilaniate dal senso di colpa per aver solo pensato di poter fare a meno della propria prole (ma in un caso c'è di mezzo addirittura un raptus omicida) il racconto prende quota immergendosi in una dimensione di dolore e di non detti culminanti nella rivelazione che Pauline farà ad Emma, a cui racconterà  le ragioni del suo tormento. Strutturato come un thriller esistenziale per il fatto di rimandare fino all'ultimo la rivelazione dei motivi che spingono il personaggio interpretato dalla Rampling ad aiutare la sua giovane amica, "Tutto parla di te" sembra la variazione dell'opera d'esordio, con la figura materna ancora una volta determinante nel plasmare la vita che verrà. Se il risultato non è formalmente perfetto perchè in qualche passaggio la potenza del materiale documentario enfatizza la diligente normalità di quello interpretato dagli attori, il film della Marazzi è coinvolgente fino alle lacrime, riuscendo ad arrivare al cuore di chi guarda e nello stesso tempo a denuncia l'inadeguatezza di una società impreparata ad affrontare certe verità. La Marazzi fa poesia del reale. Bisognerebbe diffonderla a farla vederele.

pubblicato da Nickoftime il 6/12/2012

mercoledì, aprile 10, 2013

LA CITTA' IDEALE

La città ideale
di Luigi Lo Cascio
con Luigi Lo Cascio, Roberto Herlitzka, Luigi Maria Burruano
Italia 2012
genere: drammatico
durata, 105


Tra gli esordi di questa stagione quello di Lugi Lo Cascio ha un sapore particolare non solo per il  lungo praticantato davanti alla macchina da presa ma perché riguarda un attore che si è sempre distinto per il rigore delle sue scelte professionali. In aggiunta la scelta di una storia che si colloca in uno spazio geografico e concettuale poco frequentato dal cinema italiano svolgendosi nella città di Siena e raccontando in maniera filosofica lo smarrimento dell’uomo contemporaneo di fronte all’indecifrabilità del reale. 


Al centro della scena Michele Grassadonia convinto di poter realizzare la propria utopia rinunciando ad acqua ed energia elettrica nel rispetto dell’ambiente che cerca di salvaguardare dall’incuria di colleghi e cittadini. Una sera mentre si reca ad un appuntamento rimane coinvolto in un incidente automobilistico dai contorni poco chiari  e delle cui conseguenze, la morte di un notabile della città, Michele viene sospettato. Nel tentativo di discolparsi l’uomo sarà costretto a scontrarsi con l’impossibilità di stabilire un'unica verità. 

 Opera che sottende il reale frammentandolo nei risvolti ora ironici ora inquietanti,  altre volte persino indecifrabili dei dialoghi che intercorrono tra Michele ed i suoi interlocutori, “La città ideale” si interroga sulle possibilità di sottrarsi alle disfunzioni di un sistema burocratico e kafkiano che non conosce altra regola al di fuori dell’ omologazione.  Un recinto in cui si muove un umanità variegata e trasversale, che fatica a venire allo scoperto e quando lo fa sembra farsi portatrice di certezze discutibili, simili al mito di Sisifo o al filo di Penelope nell’annullare gli sforzi e riportare a zero le consapevolezze che il protagonista si era fin lì costruito.  Michele inizialmente non ha esitazioni nella sua esistenza fatta di regole a cui non si può trasgredire: la sua voglia di  ordine e l’ansia di mantenere il controllo si manifesta nel rigore delle azioni, nella ripetizione dei gesti eseguiti per confermare la giustezza dei propositi. Un tutore dell’ordine che riprende padri di famiglia poco attenti al rispetto dell’ambiente, oppure produce le prove del reato fotografando chi gettano mozziconi di sigaretta fuori  dal balcone.  Uno corazza impenetrabile destinata a sciogliersi sotto i  colpi di un destino beffardo, capace di mettere a nudo il vuoto e lo smarrimento di un uomo che ha paura dei propri sentimenti come accade con la ragazza a cui affitta l’appartamento: dapprima sospettoso ed incerto ne rimane a poco a poco affascinato ma quando si tratterà di ricambiare l’attenzione della donna la rifiuterà senza alcuna spiegazione.

 

Se la “La città ideale” è un film dalla natura sfuggevole, giocato sui contrasti tra realtà ed apparenza, tra ciò che siamo abituati a vedere e quello che invece abbiamo disimparato a guardare, tra sogno e verità, Lo Cascio ne conferma le caratteristiche con un andamento che dopo una partenza fatta di  cose concrete e di un tema come quello dell’ambientalismo radicale incarnato dalle azioni del protagonista diventa sempre più rarefatto: dapprima ruotando attorno al dilemma sulla presunta colpevolezza di Michele e poi spostandosi su elementi personali ed autobiografici costituiti dall’entrata in scena della madre dell’attore, bravissima nell’interpretare il genitore del protagonista, e poi riportando la storia dove tutto era iniziato, facendo sbarcare in Sicilia Michele, tornato nella terra di origine per assicurarsi i servigi di un enigmatico avvocato (il redivivo Burruano, un’altro parente del regista) che lo deve aiutare a trovare le prove della propria innocenza. In questo modo il film diventa una confessione di indeterminatezza –il paradosso con qui si conclude il film è esemplare –  che nel raccontare la disgregazione di ogni certezza si attaglia perfettamente allo spirito del tempo. Portandosi dietro il mestiere d’attore e le frequentazioni teatrali Lo Cascio realizza un film di sceneggiatura e di dialoghi in cui non tutto è all’altezza dei contenuti a cominciare dalla scelta di dilatare i tempi del racconto insistendo sulla ripetizione di certe sequenze (il protagonista in peregrinazione per la città è la più gettonata) e più in generale dando l’idea di perdersi insieme ai ragionamenti dei personaggi. Altamente ambiziosa “La città ideale” ha il coraggio di addentrarsi in territori poco battuti e di offrire nuove prospettive. Per diventare un buon regista ci sarà tempo.

pubblicato da Nickoftime il 4-4-2013

martedì, aprile 09, 2013

L'IPNOTISTA

Forse dipende dal freddo, oppure è la glacialità dei caratteri ad attirare il gusto del pubblico europeo, esasperato dagli eccessi americani e bisognoso di identificare il male con qualcosa di più casalingo. Forte di un apripista internazionale come "Uomini che odiano le donne" (2009) a sua volta pensato come variante più autoctona dello sfortunato "Il senso di Smilla per la neve" (1997) i cinematografari scandinavi non cambiano registro traducendo per il cinema "L'ipnotista", best seller (in patria ed all'estero) di Lars Kepler, incentrato sulla figura dell'ispettore Joona Linna, destinato almeno nelle intenzioni di chi produce a replicarsi con un secondo film già in cantiere.

Il film inizia con il massacro di una famiglia e con un figlio, unico superstite, ridotto in coma e testimone oculare di un rompicapo che l'ispettore Linna proverà a risolvere con l'aiuto di un' ipnotista di fama. Esistenzialmente provati per ragioni differenti, i due uomini dovranno affrontare le conseguenze di un antico trauma familiare.
Per il suo ritorno in patria Lasse Hellstrom sceglie di andare sul sicuro con un format collaudato, che sottomette le immagini alla sceneggiatura e punta le sue fiche sull'efficacia dell'impianto narrativo e sulla capacità di delineare le psicologie dei personaggi. Nel far questo Hellstrom cerca di far convivere gli scheletri da serial killer con un malessere metropolitano scandito da tradimenti coniugali, incomunicabilità familiari ed ipertattività lavorativa. Un overdose di nevrosi che colpisce a destra ed a manca, debordando anche all'interno di quegli spazi devoluti alla paura ed alla tensione, che insieme al mistery costituiscono da sempre gli ingredienti principale per un thriller ben riuscito. Al contrario "L'ipnotista" è un film apatico, pieno di umorismo involontario quando i personaggi alla maniera di certe pochade del trio Marchesini Solenghi e Lopez diventano la parodia di se stessi, rifacendosi ad un maledettismo di facciata, per nulla filtrato da un minimo di sensibilità personale. Ed ancora invece di ricercare all'interno della propria cultura i suoi motivi d'interesse, il film di Hellstrom preferisce imitare gli stilemi d'oltreoceano, sostituendo i silenzi e gli spazi siderali con una concentrazione di stereotipi che Erick e la moglie Simone (Lena Olin) incarnano all'ennesima potenza. Per queste ragioni "L'ipnotista" si candida con molte possibilità al premio come migliore scult di quest' annata cinematografica.

ADDIO JESUS

di Fabrizio Luperto

Il 2 aprile, a Malaga, all'età di 82 anni è morto Jesus (Jess) Franco.
La domanda ancora per molti insoluta è la seguente: era uno stramaledetto genio o un inguaribile maniaco della macchina da presa?
Chi scrive, ovviamente non detiene la verità, ma senza ombra di dubbio possiamo affermare che ha lasciato la terra il regista più visionario, allucinato, folle, che l'Europa abbia mai avuto. Con la passione dell'artigiano del cinema, che nel proprio lavoro si occupava praticamente di tutto, dalla sceneggiatura al montaggio, dalle musiche al doppiaggio, fino, ovviamente, alla regia, nonostante i budget ridicoli e con il nulla a disposizione sapeva creare atmosfere oniriche e coinvolgenti.
Jess Franco (molti gli pseudonimi che ha usato nella sua carriera) è stato censurato, osteggiato, criminalizzato per i suoi film all'epoca considerati scandalosi, ma che avevano la forza e l'originalità di turbare andando a pescare tra le fantasie più impronunciabili.
Erano gli anni '70, periodo in cui la miriade di sale cinematografiche garantivano visibilità a tutti e Jess Franco la faceva da padrone con le sue pellicole ardite e affascinanti, che riempivano le sale di serie B ( o di serie Z) di mezza Europa. Attenzione però a non classificare il regista spagnolo come uno dei tanti amanti della regia che sfruttando il momento e con i denari di qualche produttore improvvisato, si lanciavano con i loro sogni di celluloide a raccogliere le briciole di un successo garantito da un industria all'epoca florida.
Non è così, Jesus a suo modo era bravo. Ghettizzato dal cinema di prima fascia (salvo poi essere premiato con il Goya alla carriera) deriso dai colleghi, tenuto d'occhio dalla dittatura, odiato dai vertici della chiesa spagnola, ma bravo, maledettamente bravo nell'immaginare e creare, molto più che nel dirigere e girare, dove l'abuso dello zoom, suo marchio di fabbrica, ha stordito spesso lo spettatore.
Diceva di lui il produttore H.A. Towers "Franco è una persona squisita, ma non l'avrebbero dovuto lasciarlo dirigere un film. Era un musicista jazz che un giorno ha scoperto l'esistenza dello zoom".

Jesus Franco è stato il maestro indiscusso dell' eurotrash exploitation, ha attraversato parecchi filoni e sottofiloni del cinema di genere, frullando, miscelando, contaminando, da vero "terrorista" del cinema, dando vita ad un genere non classificabile, il genere alla Jesus Franco, cinema sfacciato, sudaticcio, voyeurista, paradossale e contradditorio come la personalità del regista.
Padre dell'horror erotico, indiscusso Re del Woman in prison europeo, ha ispirato intere generazioni di registi con le sue inquadrature lisergiche e pop.

Sono oltre 150 i film girati da Franco (oltre 180 se si considerano auto remake, versioni insertate, film messi insieme con spezzoni di altri film) e sarebbe impresa titanica riepilogare nelle poche righe a disposizione la sua filmografia.
Ma è necessario, quasi indispensabile, soffermarsi su alcune pellicole, che meglio di altre, mettono in evidenza il suo modo di vedere e interpretare il cinema.
Un cinema dai ritmi forsennati (solo nel 1973 dirige undici film), e che i budget ridicoli gli permettono di mettere in scena le sue pellicole con una creatività ineguagliata.
La citazione di apertura spetta senza dubbio a Il conte Dracula (1970) con Christopher Lee e Klaus Kinski, pellicola in cui, forse come non mai, l'intelligenza e l'inventiva sopperiscono alla povertà dei mezzi e alle carenze tecniche.


Proseguiamo poi con lo stracult Vampyros lesbos (1971) storia di Dracula al femminile ambientata ad Istanbul, forse la pellicola più famosa di Franco, distribuita integralmente solo in Francia e Germania, massacrata dalla censura in Spagna e mai distribuita in Italia.
Un caldo corpo di femmina (1973) storia di una vampira (Lina Romay, la compagna di una vita di Jess Franco e protagonista di almeno 50 film del regista) che per sopravvivere si nutre di liquidi orgasmici di uomini e donne. Il film è una lunga sequela di scene dove la protagonista pratica sesso orale alle sue vittime portandole prima all'orgasmo e poi alla morte. Nessuna traccia di questo film in Italia, negli anni '80 arriva in commercio una versione in VHS notevolmente "ripulita" dal titolo Erotikiller.
Discorso particolare merita Le Viziose (noto anche con il titolo di Demoniac) girato nella doppia versione soft e hard, in cui il protagonista è lo stesso regista nei panni di un prete paranoico che assiste ad un' orgia organizzata da ricchi annoiati che provvede ad ammazzare ferocemente per salvarli e purificarli. La versione soft del film è stata nuovamente insertata nel 1979, (evidente la differenza di età di Franco tra le sequenze vecchie e quelle nuove) e messo in commercio con il titolo Le sadique de Notre Dame.
Indimenticabile anche il periodo del Woman in Prison del regista iberico, le cui pellicole fanno sembrare i prodotti americani di questo filone roba da minorenni; oltre a 99 donne (1969) con protagoniste le italiane Rosalba Neri e Luciana Paluzzi e Violenze erotiche in un carcere femminile (1972), che nella purgatissima versione spagnola ha necessitato di una voce fuori campo per renderlo comprensibile; va sicuramente ricordato Penitenziario femminile per reati sessuali (1975) prodotto da Erwin Dietrich che incredibilmente si piazza in testa al box office tedesco incassando cifre impensabili per un prodotto del genere.


Mentre gira questo film, l'ineffabile Franco, sfruttando budget e cast messo a disposizione dal produttore tedesco, gira contemporaneamente quello che diventerà Una secondina di un carcere femminile, che venderà sottobanco in Italia spacciandolo per una sua produzione. La cosa incredibile e che nessuno degli attori si renderà conto di nulla...
Altro film che merita di essere ricordato è Greta la donna bestia (1977) con protagonista la mitica Djanne Thorne che in una memorabile sequenza utilizza il seno di Lina Romay come puntaspilli. A partire dalla metà degli anni '90, i film di Franco vengono finanziati esclusivamente da suoi ammiratori e destinati esclusivamente all'home video.


Tra i suoi ultimi lavori va ricordato Snakewoman (2005), una specie di remake dell'inarrivabile Vampyros lesbos. Un cinema, quello di Franco, che potrebbe sembrare estremo, feroce, pornografico, ma che in realtà era pervaso sempre da sottile ironia, guidato con mano leggera e dissacrante, come a voler prendersi gioco dei feroci censori che lo perseguivano in patria.
Addio Jesus, adorabile pazzoide, indiscusso maestro di un cinema che non c'è più.


Fabrizio Luperto

venerdì, aprile 05, 2013

Film Telecomandati: "Blood diamond"/Diamanti di sangue"

di: E. Zwick
con: L. Di Caprio, J. Connelly, D. Hounsou.
- USA 2006 -
145 min.

Sierra Leone, fine anni' 90. L'ex mercenario Archer (Di Caprio) scambia diamanti con armi che poi rivende al miglior offerente sullo scacchiere del perenne conflitto africano. Imprigionato, fa la conoscenza di Salomon (Hounsou), pescatore del posto, a cui la guerriglia ha rapito l'intera famiglia. Uniti da un misterioso diamante rosa che Archer vede come passaporto per una nuova vita e Salomon - che lo ha nascosto - come unico mezzo per riscattare il destino dei suoi cari - insieme alla giornalista americana Maddy Bowen (Connelly) inviata per scrivere un reportage sulla connessione diamanti/traffico d'armi/instabilità politica - inizieranno un pericoloso viaggio che cambierà i loro destini...

Il denominatore comune dei film di un regista di "grana grossa" come Zwick - mestierante abbastanza prolifico e capace di cimentarsi in generi diversi - e' sempre stata la tendenza a far prevalere il melodramma sull'azione pura, il tutto a scapito della narrazione (con l'eccezione del suo esordio risalente all' 86, "About last night", probabilmente perché basato sul testo di un cinico intelligente quanto inflessibile come Mamet), spingendo a volte l'enfasi ai limiti del grottesco (vedi "Vento di passioni"). Con questo "Blood diamond" il cineasta americano torna - anche per via di un soggetto che poco si presta alla tensione insistita su certe corde - ad uno svolgimento più serrato, riuscito nelle sequenze d'azione (anche se non c'è niente di realmente nuovo sotto il sole) e rafforzato dalla efficace secchezza di molti dialoghi. Giocoforza si riducono e diventano più digeribili le magagne di sempre: messinscena magniloquente, ricerca di immagini "evocative", digressioni frequenti troppo esplicative o troppo dilatate, colpi bassi assestati qua e la' allo scopo d'ingraziarsi il lato emotivo dello spettatore, sostanziale schematicità dei personaggi costretti a portare in giro psicologie incomplete o prevedibili.

Comunque sia, l'ingranaggio stavolta tiene (molto più, per dire, che nel precedente "L'ultimo samurai", 2003) e il film procede dignitosamente per le sue due ore e passa senza grosse sorprese ma pure senza maldestri svarioni. Messo da parte lo sbandamento derivante dall'abbondanza di carne al fuoco - il mercato parallelo dei diamanti; il traffico d'armi; il ruolo delle multinazionali; lo sfascio politico e sociale e il relativo clima di violenza permanente di molte nazioni africane; il dramma dei bambini-soldato; la cattiva coscienza occidentale, tutto assieme e tutto shakerato un po' a caso - resta il buon lavoro sulle scene di massa, in particolare su quelle di natura "militare", paragonabili per estetica e dinamicità agli scontri urbani del seminale "Black Hawk down" (2001) di Scott, nonché, da un lato, la sentita adesione "fisica" della star Di Caprio al suo mercenario con reminiscenze hemingwayane e, dall'altro, quella dell'indomito pescatore Hounsou. Per contro, ancora una volta risulta sacrificata la Connelly - raro esempio di bellezza aristocratica, "antica", in felice connubio con piglio e sagacia tipicamente moderni - incastrata nei panni di una donna un po' coscienza critica collettiva, un po' cuore e anima in pena, alla fine ne' l'una ne' l'altra.


Nobilita l'operazione la creazione dell'ennesimo fondo internazionale per la lotta alla fame e la simmetrica contro-campagna pubblicitaria della De Beers, regina malmostosa dei diamanti mondiali.

Cinque candidature all'Oscar 2007, tra cui quella per il migliore attore protagonista (Di Caprio) e quella per il migliore attore non protagonista (Hounsou).

(Sabato 06/04, Premium cinema energy, ore 21,15).


TFK

giovedì, aprile 04, 2013

A proposito di: FIGHT CLUB, quattordicenne che fa domande (I)



"Si e' mai chiesto perché sui voli di linea ci sono in dotazione le maschere ad ossigeno ?", fa un giovanotto dall'aria decisa al coetaneo sedutogli a fianco nel posto che delimita il corridoio centrale dell'aereo. L'altro lo fissa per un istante, perplesso. Forse pensa di avere già visto quella faccia, magari nello specchio, quella stessa mattina. Forse riconosce se stesso per la prima volta... E' la zona interiore di ognuno di noi trascurata dall'aderenza passiva ad uno standard di vita basato sull'evidenza e sulla ripetizione che si e' destata e parla. Come un meccanismo innescato che, superato lo scatto iniziale, non può più fermarsi, quella zona ora agisce, interroga. "In situazione di pericolo evidente, a diecimila metri d'altezza, gran parte delle persone si abbandona al panico. La respirazione diventa concitata, affannosa. Si prendono grandi boccate di ossigeno dalla maschera. Questo produce uno stato di euforia. Alla lunga, di semincoscienza. Poi di torpore. A quel punto, cioè, sei pronto a morire, senza rendertene nemmeno conto... Ha fatto caso alle illustrazioni sul cartoncino che riporta le procedure in caso di emergenza ? Guardi i volti: occhi fissi, sguardi assenti. Calmi e tranquilli come vacche indù. Capisce di che parlo ?", chiede il giovanotto (interpretato da Brad Pitt) al sempre più esterrefatto ma incuriosito interlocutore (un emaciato Edward Norton). "No". "Illusione della sicurezza, del controllo. Lasciar credere che esista risposta ad ogni domanda".

Proprio questo era l'assunto di partenza di "Fight Club" di David Fincher, tratto dall'omonimo romanzo d'esordio dello scrittore Chuck Palahniuk (pron. "polanik"). Uscito durante la stagione cinematografica 1999 negli Stati Uniti con scarso successo e approdato poco dopo in Europa, in particolare alla Mostra del Cinema di Venezia dove raccoglieva pressoché unanimi stroncature, secondo le consuete categorie del film "nichilista", "cupo", addirittura "diseducativo", era interpretato dal divo Brad Pitt in versione pugilistico-trasandata, dall'allora nuovo talento del cinema a stelle e strisce, Edward Norton e dall'inglese Helena Bonham-Carter in una singolare versione alternativa del suo classico personaggio tardo vittoriano. Viene innanzitutto da chiedersi, ora come allora, cosa abbia tanto disturbato lo stomaco dei custodi del gusto europeo - quello americano essendo, assecondando con cautela una generalizzazione, storicamente più esposto alla "distrazione" indotta dalla matrice industrial-spettacolare del prodotto - stomaco che, generalizzando con altrettanta cautela, si presuppone avvezzo a qualunque stranezza o "provocazione". Cosa abbia irritato la sensibilità corrente nei riguardi di un film "laterale" pur se integralmente hollywoodiano, costruito e concepito nel rispetto delle sue regole interne, delle sue necessita' commerciali (i finanziamenti - il film era prodotto anche dalla 20th Century Fox - campagne pubblicitarie, cast costituito da almeno una star riconosciuta e da attori, anche se con alterne vicende, considerati in ascesa), quindi anche delle aspettative di un pubblico potenziale allenato da anni a visioni rispondenti a requisiti definiti, immediatamente riconoscibili. Diretto poi da un regista, Fincher, che aveva esordito nel '92, proveniente dalla pubblicità e dai video musicali, con "Alien 3" e si sarebbe successivamente imposto con opere diverse ma comunque molto caratterizzate e in teoria in ugual modo appetibili, tipo "Seven" (1995) - successo incondizionato e pellicola ispiratrice d'innumerevoli varianti e rivisitazioni - o "The game" (1997) - esperienza infelice, misconosciuta se non addirittura invisa -. Per rispondere al predetto interrogativo e' utile fare un passo indietro e tornare al punto di partenza: si parlava della necessita di porre delle domande, di porsi delle domande. Già. Ma quali ? Quelle giuste, si dirà. Ma quali sono ieri/oggi le domande giuste ? Uno dei principi fondamentali della logica contemporanea spiega che "non tutte le domande sono sensate e che non tutte le domande sensate ammettono risposta", cioè che esiste sempre uno scarto tra le domande che si pongono e le risposte che si danno. In maniera molto semplice, il film si sforzava da subito (ecco un primo elemento di freschezza nonostante gli anni trascorsi) di riaffermare l'improrogabilità d'interrogarsi da parte dell'uomo del ventesimo secolo, almeno allo scopo di spezzare il cerchio, quel senso impalpabile ma costante d'irrealtà che s'irradia dalla sua esistenza quotidiana così regolata, scandita da presunte invarianti consolidate dall'abitudine, organizzata dall'efficienza impersonale degli orari (e questi dalla tecnologia), sin nei minimi dettagli. "Cominciare a pensare" osservava Camus, "vuol dire essere minati. Instaurato il movimento della coscienza, la realtà si scrosta della sua apparenza rassicurante e comincia a produrre l'assurdo. Nulla e' più come prima". E questo e' esattamente il processo che subisce all'inizio della vicenda - un inizio raccontato per brevi scene autosufficienti, montate rapidamente in successione e commentate da una piatta voce-off monologante - il personaggio di Norton, anonimo funzionario del ramo assicurazioni e infortuni di una grande industria automobilistica, che spende quasi tutto il suo tempo passando da un aeroporto all'altro degli Stati Uniti, dove lo conduce il suo lavoro di perito, finalizzato, attraverso l'utilizzo di parametri matematici standard da adattare ai casi specifici di singoli sinistri, a stabilire se un determinato modello deve essere o meno ritirato dal mercato una volta accertato che un suo difetto di fabbricazione potrebbe superare il tetto massimo di richieste di risarcimento calcolato dalla casa produttrice. "Aeroporto di Vancouver, aeroporto di Dallas. Seattle, Miami. Avanti e indietro. Perdi un'ora, guadagni un'ora. Ma e' sempre la tua vita che se ne sta andando, un minuto alla volta...". L'inconsistenza della scansione dei giorni si manifesta con l'emergere dell'insonnia, ovvero di quello stato alterato di lucidità, di motilità forzata del corpo (chiara metafora dell'ossessione americana/occidentale a capitalizzare) che lungi dal condurre alla pazzia - cioè, per quanto paradossalmente, ad una via d'uscita o, quantomeno, ad un approdo - inchioda ad uno stato di eterno torpore, di estenuazione mista a stupore. Dice ancora il protagonista: "Quando soffri d'insonnia, non sei mai completamente sveglio ma nemmeno del tutto incosciente. Ogni cosa sembra attutita, liquida. La copia di una copia di una copia...".

prima parte

"Fight Club"
di: D. Fincher.
con: E. Norton, B. Pitt, H. Bonham-Carter
- USA 1999 -
135'


TFK

mercoledì, aprile 03, 2013

Film in sala da Giovedì 4 Aprile

BIANCA COME IL LATTE, ROSSA COME IL SANGUE
di Giacomo Campiotti
con Luca Argentero, Filippo Scicchitano, Aurora Ruffino, Gaia Weiss
Drammatico/Sentimentale 102 min - ITA 2013


COME UN TUONO
The Place Beyond the Pines
di Derek Cianfrance
con Ryan Goslin, Bradley Cooper, Rose Byrne, Eva Mendes, Ray Liotta
Drammatico/Poliziesco 140 min - USA 2013


HITCHCOCK
di Sacha Gervasi
con Antony Hopkins, Scarlet Johansson, Jessica Biel, Helen Mirren, Ralph Macchio, Toni Colette
Biografico 98 min - USA 2013


JIMMY BOBO - Bullet to the Head
Bullet to the Head
di Walter Hill
con Sylvester Stallone, Jason Momoa, Sarah Shahi, Christian Slater
Azione 97 min - USA 2013


ZARAFA
di Remi Besançon, Jean-Christophe Lie
Animazione 78 min - BEL/FRA 2012


SODOMA - L'altra faccia di Gomorra
di Vincenzo Pirozzi
con Corrado Ardone, Massimo Peluso, Ettore Massa, Vincenzo Pirozzi
Commedia 93 min - ITA 2012

THE HOST

The Host
di Andrew Niccol
con Saoirse Ronan, Diane Kruger, Max Irons
Usa 2013
fantascienza, thriller
durata, 125

Un costruttore di realtà alternartive. Da "Gattaca"(1997) ad "In Time", passando per "The Truman Show" (1998) di cui fu artefice in veste di sceneggiatore, Andrew Niccol ha sempre utilizzato il cinema per rappresentare nuovi mondi. Simili nella forma al modello originale i suoi scenari se ne sono distaccati nell'essenza, conformandosi ogni volta ad un proprio codice genetico. Il DNA manipolato, l'attrice virtuale, un reality televisivo, il tempo acquistabile e monetizzabile e persino il traffico d'armi, diventano il motivo di una diaspora che rimodella l'esistenza lasciando intatto solo il guscio. Non sfugge alla regola "The Host" quando Melanie, miracolosamente sopravvissuta alla colonizzazione aliena viene catturata ed incrociata con l'anima extraterrestre che diventa da quel momento il vero padrone del suo corpo. Da quel momento continueremo a vedere la stessa ragazza ma i pensieri e le azioni apparterranno a Wanda,viaggiatrice intergalattica dalle emozioni talmente umane da rinunciare alla supremazia della razza nel tentativo di restituire Melanie, o quello che ne resta, al fratellino ed all'innamoratissimo Jared. E' così anche per l'insediamento umano costruito all'interno della roccia sotto il quale i ribelli coltivano estensioni infinite di campi di grano, tesoro sommerso che si oppone per le sue caratteristiche alimentari alla natura esterna, arida e disabitata. Un dualismo che si riversa nei dialoghi tra Wanda ed il suo alterego, e poi nella difficile coabitazione dei corpi da parte degli ospiti - di Wanda ma anche di chi la perseguita- fiaccati dalla resistenza dell'umanità ancora presente nell'organismo occupato. 

Una poetica che Niccol applica su una base ibrida che mette insieme teen movie, science fiction e spiritualità new age, con Avatar, vite precedenti e panteismo a delineare l'ennesima cosmogonia. Il materiale lo fornisce Stephanie Meyer già autrice di "Twilight", e qui impegnata a replicarese stessa attraverso un romanzo incentrato ancora una volta su un triangolo amoroso - Melanie ama Jared ma la sua ospite è innamorata di un altro ragazzo - ed con un conflitto che ripropone nel confronto tra umani ed alieni lo scontro di civiltà in via d'estinzione. Niccol si mantiene sul filo del rasoio con immagini sublimi (le architetture metropolitane di metafisica geometria opposte agli spazi infiniti dello spazio naturale) e soluzioni che viaggiano sul crinale che divide la meraviglia dalla banalità: è il caso per esempio della rivelazione del segreto rivelato sa Wanda a proposito dell'estrazione dei "parassiti", oppure nella schizofrenia di Wanda/Melanie, resa con uno stupore cosi puro da rasentare l'elementarità. Ed è proprio da questo perfetto equilibrio tra meravaglia ed indifferenza, che nasce il fascino ed in fondo l'originalità di un film come "The Host", che si permette persino di escludere gli stilemi di genere, riuscendo  a fare a meno dell'azione, e pure impappinandosi nelle poche sequenze dove questa è prevista. Nella sua discontinuità Niccol con il suo film ci regala la speranza, con un ritorno alle origini che si tinge di romanticismo e spirito ecumenico, ipotizzando nuove forme di convivenza da realizzare al più presto, pena la scomparsa di tutto ciò che conosciamo.


martedì, aprile 02, 2013

Mickey Rourke: una faccia piena di pugni

Ne ha presi tanti nella vita, e non solo dagli altri, perchè Mickey Rourke, attore sessantenne da Schenectady, i pugni in faccia se li è creati su misura. Più degli avversari, reali o immaginari hanno potuto gli alti e bassi del carattere ed i demoni di un anima assai inquieta. Appassionato di moto, boxe e belle donne, Rourke non ci mise molto a conquistare le pagine dei gossip e della cronaca per gli amori turbolenti e le amicizie con i boss mafiosi. Ad un certo punto ebbe il mondo ai suoi piedi, conquistato suo malgrado con l'esplosione di "Nove settimane e mezzo" fenomeno innanzitutto mediatico e poi cinematografico, in grado di immortalarlo  come esempio di una virilità dolce e selvaggia. Invece che giovarsene, continuando a lavorare sulla scia di un consenso femminile planetario, Mickey Rourke fece di tutto per disfarsi di quell'immagine incominciando a minarla con scelte di senso opposto, in cui decandenza fisica - "Angel Heart" (1987) noir allucinato e luciferino diretto da Alan Parker e poi "Barfly"(1987) biografia alcolica dello scrittore Charles Bukowski - e pauperismo produttivo (i film successivi lo furono tutti con poche eccezioni) gli inimicarono lo star system hollywoodiano, a quei tempi odiato, e platealmente sbeffeggiato ad ogni uscita. Un'incontinenza che tracimo nel privato, con la decisione di iniziare una carriera da boxer, brevissima ma sufficiente a deturpargli il volto, poi "aggiustato" a colpi di bisturi che lo consegnano ad un destino da freak neanche di lusso. Quello che segue sono lutti familiari - la morte dell'amato fratello assistito fino all'ultimo - ed una depressione annichilente, con Rourke, segregato e solo, tenuto a galla dall'inseparabile Beau Jack, il chihuahua capace di curarlo con il calore di un'amore gratuito ed incondizionato. Il resto è storia recente, con il successo di "The Wrestler" (2008) in cui l'amico Aronofsky mette in scena la resurrezione dell'attore in maniera paradossale, costringendolo ad una "morte in diretta" fermata da un ultimo fotogramma che ne registra l'addio in maniera plateale. Come sempre accade quando c'è di mezzo Mickey Rourke.

I FIGLI DELLA MEZZANOTTE

I figli della mezzanotte - (Midnight's children)
di Deepa Mehta
con Satya Bhabha,, Shahana Goswami, Rajat Kapoor, Shabana Azmi
genere: drammatico
durata, 146

Una volta si sarebbe definito un film d'altri tempi. Oggi, invece, immersi come siamo in una modernità che mescola vecchio e nuovo, appare più difficile cercare una definizione omnicomprensiva per definire le caratteristiche di un film come "I figli della mezzanotte" della regista indiana Deepa Mehta. Una verifica incerta, dunque, ma con un punto di partenza sicuro, individuabile nella matrice letteraria, ispirata dall'omonimo libro di Salman Rushdie, poi rincarata in fase di realizzazione dalla presenza dello scrittore chiamato a firmare anche la sceneggiatura. Un imprimatur, quello di Rushdie, rintracciabile nella voce over che fin dalla prima scena introduce lo spettatore nel paesaggio esotico e affascinante che fa da sfondo alla vicenda, e poi, di volta in volta,  lo accompagna attraverso gli snodi di una storia che prende le mosse dalla vigilia dell'indipendenza dell'India avvenuta il 15 Agosto 1947, per concludersi dopo una serie di crisi e di rovesci che porteranno alla nascita del Pakistan e del Bangladesh, territori diventati indipendenti al termine di guerre sanguinose, con la sconfitta elettorale del primo ministro Indira Gandhi nel 1977. Un percorso storico ed epocale che la pellicola decide di ripercorrere con fluvialità romanzesca (ecco un altro lascito di Rushdie) attraverso le vicende private di tre personaggi, uniti dal fatto di essere nati allo scoccare dell'ora fatidica in cui la nazione si liberava dal giogo britannico. Ed è proprio nella prima parte dell'opera, quella in cui la vicenda si mantiene lontano dalla logica del resoconto ideologico e politico, per abbracciare l'umanità tragicomica di Saleem Sinai, il vero protagonista del film, che "I figli della mezzanotte" esibisce le sue migliori qualità. È qui che il realismo magico, giustificato dai poteri sovrannaturali di cui i bambini sono portatori, si sovrappone perfettamente con il pittoresco di uomini e donne, e con la stravaganza dei loro costumi, in continua oscillazione tra il conservatorismo di famiglie fortemente patriarcali rispettose della tradizioni, e un forte spinta innovatrice, trasfigurata soprattutto nella volontà di trasgredire le regole, o anche di confermarle, qualora ce ne fosse bisogno - Saleem, Shiva e Parvati seppur naturalmente "diversi" si muovono all'interno di un contesto comunque accettato - per rimanere se stessi. Una dialettica che sottende gli umori di un paese in fermento, attraversato da una voglia di cambiamento che le differenze e i contrasti tra i vari personaggi riescono a mettere in campo. Un bottino di simpatia e coinvolgimento che il film disperde nella seconda parte, quando, dopo che Saleem è costretto a lasciare l'amata India per andare a vivere in Pakistan, siamo costretti a fare i conti con la tragedia della guerra, l'avvicendarsi dei governi e, più in generale, con un almanacco storico che assomiglia al telaio di Penelope, con il succedersi di finali continuamente riaperti e poi di nuovo chiusi. Una matassa ingombrante che si dilunga in inutili ripetizioni e si dimentica di portare avanti le psicologie dei personaggi, destinati a smettere di essere persone per diventare la metafora di una nazione in cerca d'identità.

Deepa Mehta gira con mestiere cercando di sabotare la vocazione letteraria del film, lavorando sui colori iperreali della fotografia, variando le angolazioni delle riprese, alternando la camera fissa con quella a mano, mantenendo fuori campo il sangue e la violenza, sottratte al voyeurismo dello spettatore e proposte indirettamente nelle conseguenze che esse comportano sulle vite dei protagonisti. Ma tutto ciò non le impedisce di impantanarsi nelle pastoie del film a tesi, con una serie di frasi edificanti e giustificatrici che lasciano fuori qualsiasi riferimento alle differenze religiose, pur presenti, e inneggiano ad una pacifismo condito di passaggi buonisti in cui i cattivi non diventano mai tali. La sequenza finale è suggellata dal trionfo della famiglia "putativa" (a discapito di quella biologica), che rappresenta nella maniera più scontata la metafora e anche l'auspicio di un India dove le differenze, pur presenti, riescono a convivere. 

(pubblicata su ondacinema.it)

domenica, marzo 31, 2013

G.I JOE - La vendetta

G.I. JOE - la vendetta
di Jon Chu
con Dwayne Johson, Bruce Willis
Usa 2013
genere: azione, avventura
durata, 113 

I soldatini della Hasbro sono un fenomeno trasversale. Creati come alternativa ai femminili Ken e Barbie, individuano da sempre una tipologia di acquirente che al galateo ed alle buone maniere preferisce i modi spicci ed il fisico scolpito. Nati negli 80, anni di sfolgorato e patinato edonismo, i Gi Joe sono stati dapprima un fumetto della marvel, poi cartone animato, e dal 2009 sono diventati cinema di successo, rastrellando il consenso dei fan ed i soldi del botteghino. Non stupisce quindi che in epoca di assoluto revanscismo ci si ritrovi a guardare un affermazione di potenza come quella messa in piedi dalla Hasbro, pronta ad intercettare una volontà da resa dei conti serpeggiante tra i singoli e nei rapporti geopolitici. 

Concepito per staccare la spina del cervello ed attaccare quello dell’apparato uditivo/visivo "G.I Joe – la vendetta" esprime fin dal titolo i suoi intenti. La vendetta è quella che scaturisce dalla morte prematura di un membro storico del gruppo, ucciso da un sodalizio criminale deciso a conquistare il mondo con la minaccia di scatenare un disastro nucleare. Come da copione – il primo cittadino d’america sarà protagonista anche nell’imminente “Olimpo Has Fallen”di Fuqua -  c’è di mezzo il presidente preso in ostaggio dai cattivi e tutto quello che ruota attorno agli intrighi ed alle strategie della Casa Bianca. Ai G.I Joe il compito di salvare tutto e tutti.

Da un format che si affida senza reticenze alla serializzazione del prodotto ed al primato dei decibel non c’era da aspettarsi molto. E così è. Se invece ci mettiamo dalla parte degli aficionados e consideriamo le new entry di Bruce Willis nel ruolo del generale Colton, G.I Joe ante litteram che finirà per aiutare i suoi successori, e  quella ben più sostanziosa e muscolare di Dwayne Johnson nel ruolo di Roablock, il capo dei boys in uniforme, allora il nuovo episodio della saga offre un motivo di curiosità, risolta sullo schermo con una professionalità che però, soprattutto per Willis, non va oltre la routine di quello sguardo sornione a cui da sempre ci ha abituato. Per gli appassionati aggiungeremo che Jon Chu ("Step up 2 e 3", ma anche "Justin Bieber: never say never") il regista opta per un tono più realista rispetto a quello del suo predecessore e conferisce al film un aria di B Movie appena mascherata dai fuochi d’artificio e dagli effetti speciali sciorinati in lungo ed in largo in ogni centimetro di pellicola

venerdì, marzo 29, 2013

IL CACCIATORE DI GIGANTI

Il cacciatore di giganti
di Bryan Singer
con Nicholas Hoult, Eleanor Tomlinson, Ewan Mc Gregor, Stanley Tucci
Usa 2013
genere avventura, fantasy
durata,114'


Il fantastico è una categoria che si addice alle favole. Sarà forse per questo che Bryan Singer lasciando da parte una buona dose di realismo, peraltro ben nascosto dall'eccezionalità delle storie fin qui raccontate, ha deciso di usarne addirittura due per realizzare il suo nuovo film. Non solo "Jack the Giant Killer" ma anche "Jack e la pianta di fagioli" sono infatti l'humus che opportunamente rimodellato da vita a questo "Il cacciatore di giganti" fiaba dai contorni dark che prende spunto dalla leggenda dei fagioli magici, capaci una volta bagnati di trasformarsi in una pianta gigantesca ed alta fino al cielo; un'autostrada verso l'ignoto nella quale si perderanno Jack/Nicholas Hoult ("Warm Bodies", "About a Boy"), giovane di umili origini ed Isabella/ Eleanor Tomlinson (appena vista in "Educazione siberiana), la principessa del regno minacciato dalla calata dei giganti casualmente raggiunti dall'escrescenza arborifera, e pronti a vendicarsi dei discendenti del re che li aveva esilati nell'inospitale e dimenticata Gantua.
Se il paesaggio cinematografico che fa da sfondo alla storia è quello  pittoresco e fantasy prelevato a piene mani da un  capodopera come "Lord of the rings", con regni da salvare, sodalizi cavallereschi, damigelle in pericolo ed eroi per caso strappati ad una vita tranquilla e consegnati ad imprese impossibili, dobbiamo dire che Singer da par suo cerca di lasciare il segno attenuando lo strapotere digitale, comunque presente nella natura stessa dei giganti e nelle ripetute metamorfosi vegetali che danno vita al grattacielo fogliaceo, per accentuare il lato avventuroso della vicenda. Una dichiarazione d'intenti affidata alla principessa ribelle quando in fuga dal padre dichiara a Jack di aspirare ad un'esistenza diversa e più rischiosa, e poi ripresa nella progressione narrativa concepita all'insegna di un pericolo dove fattore umano ed intelligenza hanno la meglio, con scene funamboliche legate soprattutto all'ascesa delle mitica pianta o all'evaquazione dai famigerati colossi, oppure fatta sentire nel mix quascone e tragicomico affidato all'inciviltà esilarante dei giganti, ed allo spirito di sacrificio di Elmont (un Ewan McGregor con zazzera e pizzetto) guardia abile e fedele.

La solidità dell'impianto epurato degli eccessi ludici e iper sensoriali, che tendono ad appesantire questo tipo di prodotto, è corroborato da un sottotesto da romanzo di formazione, con gli absolute beginners idealisti e giovani, Jack ed Isabella, impegnati a crescere ed a innamorarsi come succede peraltro nel lieto fine delle fiabe. Cultore di tormenti giovanili ed anomali per le virtù straordinarie dei suoi personaggi, Singer ancora una volta filma una diversità, quella di Jack, orfano e di umili origini, chiamata a farsi accettare e considerare, ma lo fa con un eccesso di pudore che limita un poco l'empatia nei confronti del personaggio. Una mancanza che si riflette maggiormente sui ruoli di contorno che risultano depotenziati - è il caso di Elmont che l'interpretazione di McGregor lasciava adito ad un minutaggio superiore - o privi di carisma, e ci riferiamo in primis al re di Jan MacShane e pure al cattivo di Stanley Tucci. Ciononostante "Il cacciatore di giganti" è un film vacanziero e quindi perfettamente rispondente al clima informale che lo attende nelle sale. A Singer invece auguriamo di ritrovarsi pienamente nel prossimo capitolo della saga degli X-MEN: ne ha bisogno lui ed anche la Marvel.

giovedì, marzo 28, 2013

Film in sala da Giovedì 28 Marzo

COME PIETRA PAZIENTE
The Patience Stone
di Atiq Rahimi
con Golshifteh Farahani, Amid Djavadan, Hassina Burgan
Drammatico 102 min - FRA/AFG/GB/GER 2013


IL CACCIATORE DI GIGANTI
Jack the Giant Slayer
di Brian Singer
con Ewan McGregor, Billy Nighy, Stanley Tucci, Nicolas Hoult
Fantasy 114 min - USA 2013


UN GIORNO DEVI ANDARE
di Giorgio Diritti
con Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Pia Engleberth, Amanda Fonseca Galvao
Drammatico 110 min - ITA/FRA 2013


THE HOST
di Andrew Niccol
con Saoirse Ronan, Diane Kruger, Max Irons, Frances Fisher
Fantascienza 125 min - USA 2013


G.I. JOE: LA VENDETTA
G.I. Joe: Retaliation
di Jon Chu
con Channing Tatum, Dwayne "The Rck" Johnson, Bruce Wiilis
Azione 110 min - USA 2013


DUE AGENTI MOLTO SPECIALI
De l'autre coté du Périph
di David Charhon
con Omar Sy, Laurent Lafitte, Sabrina Ouazani
Commedia 96 min - FRA 2012


OUTING - FIDANZATI PER SBAGLIO
di Matteo Vicino
con Andrea Brosca, Nicolas Vaporidis, Massimo Ghini
Commedia 90 min - ITA 2013


MARSUPILAMI
Sur la piste du Marsupilami
di Alain Chabat
con Alain Chabat, Jamel Debbouze, Lambert Wilson
Avventura 105 min - BEL/FRA 2013


I FIGLI DELLA MEZZANOTTE
Midnight's Children
di Deepa Mehta
con Satya Bhabha, Shahana Goswami, Shaban Azmi
Drammatico 146 min - CAN/GB 2013

mercoledì, marzo 27, 2013

UN GIORNO DEVI ANDARE

Un giorno devi andare
di Giorgio Diritti
con Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Pia Engleberth
Italia 2013
drammatico
durata, 110

Le vie per raccontare il nostro tempo sono molteplici e non tutte corrispondenti alle necessità di una comunicazione preconfezionata. A volte la materia è così incandescente da resistere ai tentativi di essere plasmata, e dunque, alle esigenze di comprensibilità imposte dal mercato. "Un giorno devi andare" di Giorgio Diritti sembra offrirsi come esempio del nostro discorso perchè nel mettere in scena l'evoluzione di uno stato d'animo difficilmente esprimibile lo racconta all'interno di una storia costruita sulla riconoscibilità delle situazioni e sulla tipicità dei caratteri. D'altronde la dimensione di fuga, lo sradicamento esistenziale di Augusta, giovane donna annientata dal dolore di una delusione indicibile sono, insieme al confronto con un altrove di segno opposto rispetto al personaggio, alcuni dei topoi di cui il cinema si serve per rappresentare la crisi.

All'inizio del film Augusta (Jasmine Trinca)è una figura silenziosa, quasi trasparente rispetto alla maestosità della foresta amazzonica che attraversa accompagnando una missionaria in visita nei villaggi miseramente sparsi in quell'area. Un'assenza interrotta dalle lacrime di un pianto solitario oppure da sporadiche esplosioni di rabbia provocate dalle scorie  del mondo( occidentale) di cui si vuole liberarsi e che la religiosa le ricorda con la sua carità intrisa di proselitismo. Poi di colpo, grazie alla decisione di continuare il viaggio da sola, la presenza impalpabile si fa sostanza nei rapporto caldo e sincero con gli abitanti della favela di Manaus, ostaggi della politica opportunistica dei loro governanti.

Diritti divide il film in due sezioni, con una prima parte rarefatta ed impegnata a riversare nel paesaggio l'interiorità dei caratteri, e la seconda in cui quella tensione emotiva si traduce in una trama dove i sentimenti dei protagonisti trovano corrispondenza nel tentativi di Augusta e degli indios di liberarsi dalla propria condizione attraverso un patto di mutuo soccorso. Una costruzione che fatica a diventare storia in senso classico, e che per questo Diritti cerca di rimpolpare nella corrispondenza tra il quotidiano di Augusta e di Anna, sua madre, utile ad introdurre il confronto tra la provincia italiana, sonnolenta e benestante, e quella brasiliana, caotica e genuina; e poi a mostrare gli esiti di una "conversione difficile", intrapresa dalle due donne in modo simultaneo, ed i cui esiti, risolti con un "transfert" in grado di realizzare un vero e proprio scambio di persona, con Janaina, proveniente dal sudamericana, pronta a sostituire Augusta nell'entourage casalingo bisognoso d'aiuto, a completamento di un'escursione psicologica davvero faticosa anche dal punto di vista delle interpretazioni attoriali.

Adottando uno stile elittico, con sequenze collegate da logiche che esulano spesso dal rapporto di causa effetto rifacendosi piuttosto ad una conseguenzialità puramente emozionale, "Un giorno devi andare" non riesce però a testimoniare la sua modernità, evidente non solo nell'attualità dei temi (tra i tanti quello della  maternità e poi la ricerca del senso religioso) ma desunta dalla sua propensione etnografica (attori che recitano se stessi, restituzione degli ambienti in chiave fenomenologica e sensoriale) e dall'eterogeneità del materiale filmico utilizzato (digitale, fotografie, riprese con il cellulare), perchè la voglia di raccontare una storia ecumenica non riesce a conciliarsi con le scelte di un soggetto complesso e fortememente individuale. Nella sua generosità Diritti finisce per caricare il film di troppi significati e nel contempo non riesce a farci sentire l'afflizione che pervade la storia. Insistendo sulla fisiognomica di Jasmine Trinca, rinascimentale ma rigidamente monoespressiva nello sguardo in perenne sofferenza il regista finisce per cadere nel tranello delle scene esemplari, quelle che di tanto in tanto fanno capolino - ricordiamo quella di Augusta che attraversa le casupole degli indios seguita dal codazzo dei bambini festanti mentre lei suona i piatti che un tempo appartenevano al padre musicista - dando il senso di una spontaneità programmaticamente ricercata e poco emozionante. Caratteristica quest'ultima che fa sembrare l'opera più lunga della sua reale durata. Ed allora "Un giorno devi andare" potrebbe diventare, questo si, il paradigma di una cinematografia impegnata a ritrovare se stessa. Men at work.