venerdì, settembre 16, 2016

DEMOLITION - AMARE E VIVERE

Demolition - Amare e vivere
di  Jean Marc Vallèe
con Jake Gyllenhaall, Naomi Watts, Chris Cooper, Polly Draper
Usa, 2015
genere, drammatico
durata, 100'


Il cinema di Jean Marc Vallèe ha spesso a che fare con la perdita di qualcosa o con la morte di qualcuno. Con entrambe le cose avevano a che fare sia il Ron Woodroof di “Dallas Buyers Club” impegnato a prolungare esistenze già segnate dalla morte o la Julia di “Wild” che reagiva alla fine del matrimonio e alla scomparsa della madre attraversando il deserto in totale solitudine. In tal senso anche “Demolition”, il suo nuovo film, conferma questa tendenza perché il bancario di successo che dopo la morte della moglie inizia a fare a pezzi la propria casa e anche la sua vita (da qui il doppio significato del titolo) è parente stretto dei personaggi interpretati da Matthew McConaughey e Reese Witherspoon. Come questi ultimi infatti anche il Davis di Jake Gyllenhaall fa corrispondere la perdita delle sicurezze esistenziali con la scoperta di una realtà diversa da quella che aveva immaginato. E se nel lungometraggio del 2014 il cambiamento di Julia era segnato dal mutamento del paesaggio fisico (il deserto appunto) in “Demolition” il palesamento della verità avviene attraverso la rivelazione di dettagli - del menage matrimoniale e soprattutto dei segreti della moglie - che diventano il viatico per una presa di coscienza dolorosa ma salvifica.


Abituato a fare dei suoi personaggi il motivo portante della storia Vallèe anche stavolta tira fuori il meglio dai suoi attori e si affida alla sensibilità di Gyllenhaall per suscitare un’empatia in parte frenata da una sceneggiatura che anziché farci sentire il dolore del protagonista tenta di spiegarlo attraverso le parole che vengono messe in bocca ai personaggi. E anche la debolezza di taluni espedienti narrativi come quello della lettera di reclamo che permette a Davis di conoscere la segretaria interpretata da Naomi Watts offre la misura di come il film invece che approfondirle preferisca semplificare le zone più oscure della sua storia.

giovedì, settembre 15, 2016

QUESTI GIORNI

Questi giorni
di Giuseppe Piccioni
con Margherita Buy, Filippo Timi, Maria Roveran, Marta Gastini
Italia, 2016
genere, drammatico
durata, 120'


Cantore della generazione post sessantottina che agli inizi degli Ottanta si ritrovò priva degli ideali politici e culturali che nel bene e nel male avevano segnato l'esistenza di chi l'aveva preceduta, Giuseppe Piccioni attraverso i suoi film ha contribuito ad elaborare e poi, per volte successive, a definire il coté sentimentale ed emotivo di quella terra di nessuno che è stato il periodo seguito alla conclusione dell'età del terrorismo. Figlio del proprio tempo e autore a tutto tondo Piccioni in sede critica ha pagato in negativo tali caratteristiche che sono state scambiate più come la volontà di prendere le distanze da eventuali discorsi legati alla vecchia militanza che la fotografia reale di ciò che significava essere giovane nel periodo in questione. E questo, pur in presenza di qualità cinematografiche che erano parse oltremodo evidenti in quelli che ad oggi sono i suoi film migliori ossia "Fuori dal mondo", "Luce dei miei occhi" e "La vita che vorrei". Rispetto ai titoli appena citati "Questi giorni" - presentato in concorso della Mostra di Venezia - mantiene intatti gli interessi del regista come pure il minimalismo poetico con cui egli guarda alle vite dei suoi personaggi. A cambiare è., però, l'anagrafe del materiale umano, decisamente ringiovanito rispetto alle ultime uscite e, di conseguenza, i modelli (soprattutto antropologici e sociali) a cui fare riferimento. A fare da filo conduttore della storia non è più il malinconico rimpianto del tempo che fu né la paura di crescere di quarantenni delusi e disamorati. Caterina, Liliana, Anna e Angela infatti sono ragazze comuni di cui Piccioni racconta la perdita dell'innocenza e il transito alla vita adulta attraverso i dubbi, le contraddizioni e le pene che siamo soliti ritrovare nei cosiddetti riti di passaggio.
ven
Date le premesse "Questi giorni" accetta di confrontarsi con un genere cinematografico inflazionato e stanco per le molte repliche a cui è stato sottoposto il canovaccio scelto da Piccioni. Il quale, consapevole dei rischi, decide di tradurre in immagini una sceneggiatura che riprende senza soluzione di continuità situazioni e luoghi della giovinezza che abbiamo conosciuto nelle commedie dei vari Muccino e Veronesi solo per fare due nomi - i più importanti - tra i tanti italiani che si sono esercitati sul tema. L'accelerazione necessaria a far traboccare il vaso e quindi a sollevare le problematiche che porteranno al cambiamento è, neanche a farlo apposta, una vacanza dalla vita di tutti i giorni e, perciò, il viaggio a Belgrado organizzato dalle amiche per accompagnare una di loro che ha trovato lavoro nella capitale serba. Costellato da tappe intermedie che, tra le altre cose, prevedono l'incontro con gruppo di coetanei stranieri che rischia di minare la coesione del sodalizio femminile, la frequentazione di un cinema occupato (come capitava in "Noi quattro" di Francesco Bruni), e la dolorosa scoperta della malattia che colpisce il personaggio interpretato da Maria Roveran, "Questi giorni" punta a evitare i cliché lavorando sulla forma del girato e scommettendo sulla straordinaria alchimia delle giovani attrici. La sfida è però vinta a metà perché se Marta Gastini (davvero brava) Laura Adriani, Caterina Le Caselle coadiuvate dagli ottimi Filippo Timi (nella parte del professore di cui una delle amiche è innamorata) e Margherita Buy (nel ruolo di madre e parrucchiera) riescono ad emozionare, portandoci più di una volta sulla soglia della commozione, cosi non succede alla messinscena che, specialmente nella prima parte (quella che precede il viaggio), è appesantita da estensioni temporali e scene subliminali che ottengono come risultato quello di rendere macchinosa la narrazione. E anche l'amore verso i personaggi che Piccioni lascia trasudare lungo l'interno percorso filmico non riesce a invertire la rotta di un film già visto.
(pubblicata su ondacinema.it)

mercoledì, settembre 14, 2016

VENEZIA 73: NEVER EVER

Never Ever
di Benoit Jacquot
con Mathieu Amalric, Julia Roy
Francia, Portogallo 2016
genere, drammatico
durata, 86'


Per capire il cinema di Benoit Jacquot è importante ricordare che prima di diventare regista il nostro era tra attori più amati dal pubblico francese. Da qui si spiega una filmografia che anzitutto privilegia personaggi e interpretazioni. La produzione di "A Jamais" ne è la prova, con Jacquot disposto ad accettare la proposta di realizzare la versione filmata del romanzo di Don De Lillo "The Body Art" solo a condizione di poter contare su Mathieu Amalric, ingaggiato per il ruolo di un inquieto cineasta, e su Julia Roy (anche sceneggiatrice del film), arruolata per la parte della body artist di cui Rey si innamora. Considerato che al centro della storia d'amore tra i due protagonisti c'è la riflessione sul mistero dell'atto creativo e sulla capacità del corpo di farsi opera d'arte non stupisce che "A Jamais" viva sulle performance immersive dei suoi attori. I quali, chiusi all'interno di una casa che è l'espressione dei loro labirinti mentali mettono in scena i fantasmi della vita. Prodotto da Paulo Branco che di sfide cinematografiche se ne intende "A Jamais"sconta la sua derivazione letteraria che il cinema restituisce senza raggiungerne la medesima profondità.
(ondacinema.it/speciale 73 festival di Venezia)

martedì, settembre 13, 2016

L'EFFETTO ACQUATICO

L'effetto acquatico
di Solveig Anspach
con Florence Loiret Caille, Samir Guesmi
Francia, 2016
genere, commedia
durata, 86'

E se l'effetto acquatico che da il titolo al film di Solveig Anspach fosse una versione francese di serendipity, neologismo della lingua inglese coniato nel 1754 dallo scrittore Horace Walpole? Nei vocabolari si legge tra le altre cose che la serendipità è la sensazione conseguente al fatto di trovare fortunosamente una cosa o una persona che non si aspettava di trovare. Una spiegazione che potrebbe andare bene con la sorpresa provata da Samir (Samir Guesmi) e Agathe (Florence Loiret-Caille), i protagonisti della nostra storia, di fronte alle straordinarie conseguenze del loro incontro, nato in una sera di un giorno qualunque all'interno del bar dove per caso il ragazzo scorge la donna intenta a rinfacciare al fidanzato le ragioni per cui ha deciso di lasciarlo. Innamoratosi della sconosciuta Samir decide di rompere ogni indugio trovando il modo di conoscerla iscrivendosi al corso di nuoto in cui Agathe è impegnata in veste d'istruttrice. Non serve dire che sarà proprio l'elemento acquatico, presente sia nella prima parte ambientata nelle corsie della piscina dove l'irrequieto spasimante mette in pratica il suo piano, che nella seconda, collocata in Islanda n cui la vicenda si sposta per dare modo ad Agathe di partecipare ad un convegno internazionale, a fornire gli spunti e allo stesso tempo a fare da collante narrativo alle turbolenze sentimentali della strana coppia. La quale, assecondando il modello caro alla commedia sentimentale di stampo americano, ricalca ne più ne meno lo standard umorale tipico del genere, con il colpo di fulmine iniziale a fungere da apripista per una serie di stati d'animo uguali e opposti che porteranno i due innamorati a riunirsi solo al termine di una lunga scia di ritrosie e complicazioni. Più interessante è invece cercare di approfondire i motivi di un'originalità che consente a "L'effet Aquatique" di distinguersi dall'anonimato; e per esempio soffermarsi sulla perfetta corrispondenza tra l'eccentricità fisiognomica e caratteriale dei personaggi - resi tali dalla scelta d'attori che alla pari dei loro alterego sono dotati di un carisma e di una bellezza fuori dai canoni eppure altamente seducente - e l'inusualità del paesaggio umano e geografico che li accoglie, dominato dall'understatement di figure a dir poco bislacche (si pensi alla filosofia di vita della coppia che ospita Agathe durante il suo soggiorno, improntata ad un'interscambiabilità di ruoli e mansioni normalmente impensabile dalle nostre parti) e caratterizzato da ambientazioni neutre anche quando il film, abbandonando la dimensione da camera derivata dal fatto di girare esclusivamente in interni si getta a capofitto nella natura lunare del territorio islandese. 

O ancora, rilevando il lavoro effettuato dalla Anspach sul corpo degli attori, utilizzato a secondo dei casi e come cartina di tornasole delle differenze caratteriale dei personaggi, e sul piano strettamente cinematografico, come fonte primaria di divertimento. Così lo scarto visivo tra la corporatura alta e slanciata di Samir e quella minuta e nervosa di Agathe diventano il segno di un inconciliabilità che la storia enfatizza attraverso situazioni a volte paradossali (come quella davvero esilarante in cui Samir per riconquistare una riluttante Agathe si finge esperto di geopolitica organizzando un panegirico sulla tolleranza tra i popoli che finisce per riscuotere il plauso degli udenti) a volte - approfittando della fisicità sghemba e un po' gommosa di Samir - surreali, con intermezzi come quelli che ci mostrano in successione ravvicinata i progressi natatori del falso apprendista in cui la tenzone sentimentale lascia spazio alla comicità slapstick del formidabile attore. Leggero, intelligente e multiforme lo spettacolo prodotto da "L'effett Aquatique" riesce a non perdere mai di vista il cuore tratteggiando con delicata fantasia la favola di un amore contemporaneo. Accolto con successo all'ultima Quinzane des Realisateurs e grazie al fiuto di Valerio De Paolis distribuito in Italia nel corso della prossima stagione, il film costituisce il testamento artistico della sua regista, scomparsa subito dopo la fine delle riprese; "L'effet Aquatique" rende merito al suo talento come meglio non si potrebbe.
(pubblicata su ondacinema.it)

lunedì, settembre 12, 2016

INDIPENDENCE DAY: RIGENERAZIONE

Indipendence Day: rigenerazione
di i Roland Emmerich 
con Bill Pullman, Jeff Goldblum, Liam Hemsworth
USA, 2016 
genere, fantascienza
durata, 129' 

Vent'anni dopo l'attacco massivo e distruttivo che ha falciato tre miliardi di persone sulla terra, David Levinson, specialista in telecomunicazioni, divenuto poi direttore del settore Ricerca e Sviluppo, scopre la minaccia di un'imminente invasione aliena. È Whitmore ad avvisare le nazioni in diretta mondiale e a gettarle nello sconforto. I cittadini, per fortuna, non mancheranno di arrivare coalizzati e muniti di tecnologia extraterrestre, recuperata nella precedente invasione. Contro la monumentale forza dell'avversario si schierano due piloti rivali e un ex presidente eroico, disposto a tutto pur di preservare il suo pianeta e proteggere sua figlia. Dopo "Sotto assedio - White House Down", blockbuster pirotecnico che ha come unico ambiente la Casa Bianca, già attaccata da Roland Emmerich in "Independence Day - The Day After Tomorrow" e "2012", l'autore riprende le vecchie abitudini, realizzando il seguito di "Independence Day". Vent'anni dopo l'esordio, Emmerich e il suo gruppo di alieni inscenano un ritorno al passato che non aggiunge niente, nemmeno il conforto consueto di vedere salvato il mondo. L'unico elemento progressista del film è una donna Presidente degli Stati Uniti: il personaggio, però, manca di carisma e visione strategica e si fa ammazzare al primo attacco alieno. Il Capo di stato maggiore la rimpiazza e al suo fianco combatte il pilota di Liam Hemsworth, che condivide col più celebre fratello (Thor) la discesa in picchiata sulla terra per salvare una fanciulla. Il cinema di Emmerich ha conosciuto un successo planetario. Re indiscusso del catastrofico trash portato all'eccesso con effetti speciali digitali, il regista tedesco, trapiantato a Hollywood, ha posto un quesito al quale nessuno come lui ha risposto e ha alimentato un genere a cui ha contribuito più di chiunque altro ("Godzilla", oltre, per esempio, ai già citati "The Day After Tomorrow" e "2012"). La familiarità che il pubblico intrattiene oggi con il genere è, probabilmente, la maledizione e la fortuna insieme di "Independence Day: Rigenerazione." Non restava molto da inventare e la materia per impressionare scarseggiava; il film, però, mantiene salde le aspettative degli spettatori, che non cercano più novità e incantamento ma vogliono riconoscere elementi ricorrenti. Nei film di Emmerich c'è sempre spazio per la massa, in una logica inclusiva in cui tutto il mondo trova il suo posto. Una generosità genuina trapela dai dialoghi di Jeff Goldblum, in ogni apparizione di Bill Pullman o nella relazione aerea tra Liam Hemsworth e Jessie T. Usher, che rimpiazzano con riverenza il carisma di Will Smith.
Riccardo Supino

domenica, settembre 11, 2016

VENEZIA 73: THE WOMAN WHO LEFT

The Woman Who Left
di Lav Diaz
con Charo Santos-Concio
Filippine, 2016
genere, drammatico
durata, 226'


Per comprendere i meccanismi del cinema di Lav Diaz è importante ragionare sul primato che il regista filippino assegna alla Storia. Le sue narrazioni, infatti, non sono inserite su uno sfondo più o meno imprecisato ma si svolgono in contemporanea e per naturale conseguenza di eventi epocali nelle memoria del paese. "The Woman Who Left", per esempio, è collocato dal punto di vista cronologico verso la fine degli anni 90 (e precisamente nel 1997), tristemente ricordati per la grave crisi finanziaria che colpì il mondo asiatico e le classi meno agiate, ridotte in povertà dagli effetti della dilagante corruzione. In più la sinossi del film ci informa che la vicenda di Horacia Somorostro (Charo Santos-Concio, per l'occasione tornata a recitare), discolpata dal delitto che non aveva mai commesso e rimessa in libertà dopo trent'anni di detenzione, è ambientata a Mindoro, isola dell'arcipelago filippino che all'epoca dei fatti narrati nel film apparteneva alla regione autonoma della Cordigliera, che si era organizzata per protestare contro la legge dello stato che aveva privato i contadini di buona parte delle terre coltivabili scatenando una dura repressione da parte del governo.


La scelta di circoscrivere i fatti e di dargli un nome e un cognome non è casuale. In fondo, Diaz potrebbe farne a meno, senza precludere al suo lavoro la possibilità di identificarsi con le tribolazioni degli umiliati e offesi. Al contrario, la decisione di fissare delle coordinate spazio-temporali equivale a mettere la firma sulla presa di posizione - militante e politica - assunta dal suo lavoro che non si limita a schierarsi dalla parte dei più deboli ma che fa di diseredati e oppressi il principio e la fine di tutte le cose. Diaz delegittima il potere togliendogli ogni spazio e, dal punto di vista cinematografico, lasciando letteralmente fuori campo non solo il potere ufficiale, ridotto alla fugace presenza della direttrice del carcere che annuncia a Horacia la fine della pena, ma anche quello fuorilegge, rappresentato dal boss di quartiere ed ex marito della donna che vive recluso nella sua casa (e perciò fuori dall' obiettivo della mdp) per il timore di essere ucciso.


La militanza e il senso di appartenenza espresso da "The Woman Who Left" e, di fatto, anche il primato assunto dal regista agli occhi dello spettatore non fanno correre a Diaz il rischio di passare dalla parte del diavolo, trasformando le vittime in carnefici. Quello che conta e che in fondo costituisce la piccola rivoluzione compiuta dal cinema di Diaz non è tanto la centralità assegnata alla sacralità di Horacia e alla famiglia di reietti che incrocia il suo cammino, bensì la generosità del tempo che il regista gli concede per recuperare la propria dignità. Tolti di mezzo dalla Storia che li ha usati e poi dimenticati, i protagonisti di "The Woman Who Left" vengono risarciti dalla lunghezza estenuante dei piani sequenza (a camera fissa) con cui Diaz subordina il suo sguardo alla dispersiva anarchia di chi non ha più niente da perdere né da fare, e dal bianco e nero di una fotografia (dello stesso Diaz che ha curato anche il montaggio) che altera la realtà fino a far diventare poesia le notti insonni e disperate del venditore di Balut e del travestito a cui Horacia si rivolge e offre aiuto con la misericordia delle poesie di Leopardi e dei romanzi di Camus. Una santità, quella della protagonista che non è per tutti; come il film di Lav Diaz che scandalizza e scoraggia per la sua sconcertante bellezza. 
(pubblicato su ondacinema.it/speciale 73 festival di Venezia)

LOCARNO 69: JASON BOURNE

Jason Bourne
di Paul Greengrass
con Matt Damon, Alicia Wikander, Tommy Lee Jones, Julia Stiles
USA, 2016
genere, azione, thriller, spionistico, drammatico
durata, 123'



Collocato in quella che a Locarno è la sede naturale delle produzioni più costose e popolari, "Jason Bourne" nuovo capitolo dedicato alle avventure dell'omonimo personaggio rischia di restare un eccezione non solo nell'ambito dell'intera rassegna ma anche all'interno del concorso della Piazza Grande che, considerati i titoli di quest'anno  si propone alla pari delle altre sezioni con una selezione tutta da scoprire. Ad eccezione appunto del film di Paul Greengrass su cui prima della proiezione erano riposte le aspettative di quella parte di pubblico festivaliero che seppur sposato alla causa del cinema impegnato ogni tanto ha bisogno di riprendere fiato rilassandosi con visioni più scanzonate e meno militanti. A costoro, lo diciamo subito le due ore di azione serrata e ipercinetica offerta da "Jason Bourne" non può fare che bene perché pur non ambendo a scalare le classifiche di preferenza dello spettatore cinefilo il film di Greengrass, tornato a dirigere la serie dopo la parentesi di "Bourne Legacy", (capitolo che per gli amanti della saga rischia di diventare in termini apocrifi il corrispettivo dello 007 interpretato da George Lazeby ("Agente 007 -Al servizio segreto di sua maestà") aveva in cartellone una serie di nomi non del tutto estranei al cosiddetto cinema d'essai; a cominciare per l'appunto dallo stesso regista, consacrato dalla critica con un film di denuncia come "Bloody Sunday", e proseguendo con quello di Tommy Lee Jones prestato al ruolo di Robert Dowey, il capo della CIA impegnato a ostacolare il ritorno a casa di Jason Bourne e anche lui non certo estraneo alle platee festivaliere, per non dire dell'altra new entry, la sempre più lanciata Alicia Wikander fresca di Oscar grazie a un film - "The Danish Girl" - promosso da un festival - quello di Venezia- che fa dell'arte cinematografica il suo vessillo distintivo. Insomma questo per dire che seppur con le stimmati del prodotto commerciale "Jason Bourne" offriva degli spunti per stimolare una curiosità a largo raggio di età e di gusti.

Alla prova dei fatti, e quindi al termine di una visione a cui è consigliabile assistere avendo indossato le cinture di sicurezza tanto alto è il numero dei frame che compongono le numerose scene di inseguimento - a piedi e su due ruote - di questo nuovo capitolo, il lungometraggio di Greengrass non rinnega nulla della propria natura che anzi ricerca, restaurando vecchi equilibri (in primis quello tra spettacolarità e istanze narrative che in qualche modo era stato frustrato dallo strapotere del primo dei due fattori) e antiche ossessioni, come quella che spinge il protagonista a interrompere la propria latitanza nel tentativo di scoprire la verità sull'uccisione dell'amato padre, agente della CIA assassinato davanti agli occhi del figlio. Il tutto condito da un'attenzione agli avvenimenti della contemporaneità e all'importanza strategica dell'area balcanica (dov'è ambientato l'incipit) che, è giusto dirlo, non diventa mai motivo di riflessione, ma che è solamente uno dei modi del film di suscitare l'empatia del pubblico. A beneficiare di questi assestamenti è la struttura generale del racconto che, oscillando alternativamente tra due poli definiti in maniera speculare dal contrasto tra la natura raminga di Bourne, e quindi dalla sua tendenza a vivere in perenne movimento (a inseguire e a essere inseguito) e la staticità dei suoi avversari, partecipi degli avvenimenti attraverso i monitor della sala operativa, trae non poco giovamento dalla restaurazione di cui abbiamo detto. Un recupero, quello delle cose migliori del recente passato che coinvolge anche Greengrass,  di cui parla a sufficienza la lunga scena iniziale (un piano sequenza depalmiano se non fosse per gli stacchi dei punti di vista connaturati allo sguardo del regista) girata ad Atene, dove i disordini causati dalla crisi economica trasformano l'incontro con la collega Nicky Parsons (la rediviva Julia stile) in una gimcana di detour, esplosioni e salvataggi da ultimo minuto che ricordano quelli ben più politici di "Bloody Sunday". La credibilità di Matt Damon come corpo del cinema d'azione fa il resto, consentendo alla saga di rilanciare il brand in vista di nuove avventure.
(pubblicato su ondacinema.it)

sabato, settembre 10, 2016

VENEZIA 73: PARADISE

Paradise
di Andrei Konchalovsky
con Yuliya Vysotskaya
Russia, Germania
genere, drammatico 
durata, 130'

Il paradiso di Andrei Konchalovsky è una stanza in bianco e nero dove tre personaggi seduti di fronte ad un tavolo e vestiti con una camicia che sembra una divisa raccontano come fosse una deposizione le ragioni della loro presenza in quel luogo. In realtà il regista nulla ci dice a proposito dell'ambiente che fa da cornice alle storie dei protagonisti ma ce lo lascia intuire sottraendo alle immagini qualsiasi indizio di realtà che invece si riversa con tutta la sua tragicità nelle scene più drammatiche, quelle che ancora una volta di riportano all'olocausto e ai campi di concentramento dove per opposti motivi si ritrovano una aristocratica russa emigrata in Francia ed entrata nella resistenza e un ufficiale delle SS che un tempo era stato amante della donna. Formalmente ineccepibile (quadro a formato ridotto e immagini stilizzate) "Paradise" smarrisce per strada il terzo personaggio e paga dazio quando si tratta di trovare nell'arte i motivi di un vero coinvolgimento.
(pubblicata su ondacinema.it/speciale 73 festival di Venezia

venerdì, settembre 09, 2016

VENEZIA 73: TOMMASO

Tommaso
di Kim Rossi Stuart
con Kim Rossi Stuart, Cristina Capotondi, Jasmine Trinca, Camilla Diana
Italia 2016
genere, drammatico, commedia
durata, 97'


Seppure con soli due film all'attivo la filmografia di Kim Rossi Stuart ha già delle caratteristiche forti. La prima, quella che salta subito all'occhio, è la presenza di un personaggio, Tommaso, che, alla maniera dell'Antoine Doinel di Francois Truffaut, non solo sembra crescere (biologicamente) all'interno delle storie di cui è protagonista, ma che appare sempre più come l'alter ego filmico suo autore. La seconda, che in qualche modo è la conseguenza della precedente, riguarda il rapporto con le figure genitoriali: il padre che vuole convertire il figlio a un protagonismo che lui non ha mai vissuto in "Anche libero va bene"; la madre che vorrebbe per il suo bambino una ragazza all'altezza della situazione in "Tommaso". A fronte di queste costanti il nuovo film sotto il profilo cinematografico offre nuovi spunti di riflessione (il rapporto con l'universo femminile) e soprattutto uno scarto deciso nei toni: istintivi, non mediati e, per così dire, di pancia quelli presenti nel lungometraggio del 2005, cerebrali e mediati dalla psiche del protagonista quelli che scandiscono la temperatura emotiva della crisi vissuta da Tommaso che, arrivato alla fine di un rapporto per lui insoddisfacente, si fa lasciare dalla propria ragazza nella speranza che la ritrovata libertà gli consenta di trovare l'anima gemella. Ovviamente non sarà così: la ricerca dell'ideale femminile prevede una serie di incontri che, in termini narrativi, corrispondono ad altrettanti sezioni all'interno dei quali il film, oltre alle evoluzioni dialettiche, e in qualche caso sessuali, vede l'inquieto personaggio Tommaso sdraiarsi sul lettino dello psichiatra per decostruire e alla fine ricomporre i pezzi di una personalità che fatica a relazionarsi con l'universo femminile.

In questo modo il resoconto sentimentale dei rapporti di Tommaso con Chiara, Federica  e Sonia (rispettivamente Jasmine Trinca, Cristina Capotondi e una bravissima Camilla Diana, nel ruolo più ruspante e selvaggio dei tre caratteri presi in considerazione da Rossi Stuart e da Federico Starnone, coautore della sceneggiatura) va di pari passo con il racconto di una malattia - quella del protagonista - che dà modo al regista di cimentarsi con sequenze in cui la vicenda assume contorni onirici e grotteschi e dove la causa del disagio si popola di simboli che rimandano alla castrazione materna e a una sessualità a dir poco complicata; come sta a dimostrare il ritrovamento dei vermi all'interno del bozzolo di processionaria che aumenta nel corso del film e che è pronto ad esplodere in coincidenza dello scioglimento dei nodi psicanalitici proposti nel corso della vicenda.  A metà strada tra dramma e commedia, "Tommaso" sembra quasi risentire della passione e del coinvolgimento con cui Rossi Stuart affronta il doppio impegno di regista e attore principale: dietro la machina da presa (e forse al montaggio), non riuscendo del tutto a evitare una progressione episodica e frammentata; davanti, misurandosi con una recitazione che a volte sembra sfuggirgli di mano e nella quale è possibile rivedere tic e indecisioni che Tommaso sembra ereditare dal Michele Apicella di Nanni Moretti. Difetti che però vengono compensati dal coraggio e dall'autenticità con cui Rossi Stuart mette a nudo se stesso e l'immagine affascinante e sexy che suo malgrado lo accompagna dall'inizio della carriera. Vederlo alle prese con le conseguenze di un desiderio represso o insoddisfatto, seguirne i movimenti goffi e impacciati, assistere allo svilimento di una virilità che il personaggio gli preclude, attraverso le debolezze e i sotterfugi dei suoi comportamenti, ed è allo stesso tempo una prova d'attore coraggiosa e una dichiarazione d'indipendenza (dagli stereotipi estetici) aprendo al regista nuovi scenari artistici.
(pubblicata su ondacinema.it/speciale 73 festival di Venezia

VENEZIA 73: VOYAGE OF TIME

Voyage of Time
di Terrence Malick
con Cate Blanchett
Usa, 2016
genere, documentario
durata ,90'

Per quello che lui stesso ha definito il film della sua vita, lungamente agognato e finalmente portato alla luce dopo una gestazione di circa quarant'anni Terence Malick a voluto fare le cose in grande. Esistono infatti due versioni di "Voyage of Time: la prima di quaranta minuti è stata assemblata con gli accorgimenti che da ottobre le consentiranno di essere proiettata sugli schermi Imax delle sale americane con la voce narrante di Brad Pitt mentre la seconda, di novanta, presentata allo Mostra di Venezia con il commento di Cate Blanchett è quella che potrà essere vista nel resto delle sale Rispetto ad altre occasioni però le sorprese dal punto di vista cinematografico finiscono qui perché il viaggio nel tempo e nello spazio alla ricerca del senso della vita pensato dal regista americano appare come una costola del più famoso "Tree of Life" di cui il nuovo film si limita ad escludere la parte narrativa mantenendo intatta, e sviluppandola come un lungometraggio a se stante, quella cosmologica esistenziale. Nel complesso la bellezza del progetto rimane immutata ma non è sufficiente a distoglierci dal pensiero di assistere a uno splendido quanto innocuo deja vu.
(pubblicata su ondacinema/speciale 73 festival di Venezia)

mercoledì, settembre 07, 2016

VENEIZIA 73: THE BAD BATCH

The Bad Badtch
di Ana Lily Amirpour
con Suki Waterhouse, Keanu Reeves, Jason Momoa, Jim Carrey, Giovanni Ribisi
genere, romantico, fantascienza
Usa, 2016
durata, 115'


Prendiamo spunto dall'iconografia di "The Bad Batch", passato ieri nel concorso della Mostra di Venezia, per affermare che davvero questa potrebbe passare alla storia come l'edizione delle invasioni barbariche. Lo diciamo perché il film di Ana Lily Amirpour conferma il tentativo da parte dei selezionatori di sdoganare certo cinema di genere che fino a ieri, con tali proporzioni, sarebbe stato impossibile ritrovare in competizione accanto ai mamma santissima del circuito festivaliero. A non farsi condizionare dalla tradizione, e anzi a dargli una spallata, ci pensa il film della Armirpour, già autrice dell'acclamo "A Girl Walks Home Alone At Night", che a Venezia misura le proprie ambizioni con i rischi connessi di cimentarsi con l'opera seconda. Un'eventualità che, a giudicare dal carattere anarchico e tamarro messo in mostra dai protagonisti del film, non solo deve esserle importato ben poco, ma probabilmente le è servito da stimolo per rinfocolare la dimensione antagonista rintracciabile in ciò che stava andando a girare. Entrando nella storia di "The Bad Batch" quello che colpisce, non a caso, è l'esibizione della propria diversità da parte dei personaggi, ostentata e contrapposta alla parte di mondo che li respinge e li esclude relegandoli al di là della rete oltre la quale viene abbandonata la bad girl della nostro film. Colpevole di un oscuro misfatto che gli è costato l'esilio nella waste land popolata da comunità di reietti organizzati secondo regole proprie (cioè nessuna, almeno finché non scopriremo le intenzioni del profeta interpretato da Keanu Reeves) e in alcuni casi dedite alla pratica del cannibalismo, Arlen (l'ex modella Suki Waterhouse) diventa immediatamente il feticcio di una bellezza fuori dai canoni e comunque pronta a sfidare la concorrenza delle colleghe con un corpo che le mutilazioni (di un braccio e di una gamba), subite nella sequenza iniziale, hanno trasformato in una versione punk della Venere di Milo.

 
La decisione di offrire un'eroina privata della sua avvenenza fisica, e al contempo elevata a modello estetico dell'intera operazione, era di per sé il segno di una sfida al gusto dominante che aveva avuto un unico precedente nello sfortunato "Boxing Helena" diretto da Jennifer Lynch. Alla pari di quest'ultimo, l'incipit di "The Bad Batch" lanciava suggestioni che andavano in direzione di una rivisitazione al femminile di certo cinema di genere (si potrebbero trovare molti esempi, ma a noi piace citare "Il buio si avvicina" e l'ultimo "Mad Max") attuata all'insegna del più sfrenato anticonformismo. Aspettative a cui la Amirpour tiene fede in fase introduttiva e quando si tratta di gettare le fondamenta dell'universo distopico in cui Samantha e gli altri personaggi si troveranno a interagire: quello popolato da un tessuto umano e subumano che, a colpi di stranezze e mostruosità, dovrebbe giustificare il riferimento del titolo al "lotto difettoso" rappresentato dagli scarti della società che si dividono tra tribù di Comfort, dove Arlen trova asilo, e quella antropofaga, in cui vive Joe, culturista e pittore a cui Arlen, prima forzatamente poi di sua volontà, decide di dare una mano nel tentativo di aiutarlo a ritrovare la sua bambina. Peccato che alla resa dei conti la trasgressione di "The Bad Batch" si risolva in un buco nell'acqua nei ritornelli di musica pop anni 90 ascoltata dai cannibali; e ancora, che la Amirpour non riesca ad andare oltre a una disubbidienza di facciata, incapace di dare spessore alla rabbia e alla follia dei personaggi di contorno - peraltro affidati a gente come Jim Carrey, redivivo e muto, e del fool Giovanni Ribisi - in virtù di una sceneggiatura (da lei scritta) che non riesce a fare di meglio che banalizzare gli spunti semnati in precedenza (per esempio, la filosofia che sta dietro agli adoratori del Sogno guidati da Reeves). Per non dire dell'imbarazzante finale, pronto a tradire lo spirito del film, restaurando l'idea più convenzionale e trita del sogno americano e dell'American Way of Life.
(pubblicata su ondacinema.it/speciale 73 festival di Venezia)

VENEZIA 73: THE YOUNG POPE

Presentato in anteprima alla 73esima Mostra del cinema di Venezia, ecco le prime due puntate di "The Young Pope" che vede l'esordio di Paolo Sorrentino in una miniserie televisiva. L'impressione è quella di avere assistito a un piccolo capolavoro.


Che la città di Roma fosse nelle grazie di Paolo Sorrentino poteva dubitarne solo chi non aveva ancora avuto modo di vedere la "La grande bellezza". Viene da sé quindi che la decisione di esordire nella fiction televisiva con una storia legata alla tradizione civile e religiosa collocata nella città capitolina era sembrata a monte del tutto naturale. Al contrario Venezia, peraltro già filmata nel precedente "Youth - La giovinezza", è destinata a guadagnare posizioni e visibilità grazie all'omaggio che il regista gli rende nei fotogrammi iniziali ambientati in Piazza San Marco. La sequenza, che senza dubbio è una delle più belle tra quelle contenute in "The Young Pope" vale la pena di essere citata perchè racchiude la quintessenza del cinema sorrentiniano; capita infatti che nel gioco di luce e ombra predisposto per illuminare la scena il regista trovi il modo di sabotare la sacralità del momento mostrandoci il protagonista in abito talare che emerge con fatica dalla montagna (e non scherziamo) di neonati che alla stregua di una gigantesca coperta di carne umana ne sommergono la figura. Si tratta di un momento fugace, probabilmente voluta per sottolineare il rito di passaggio conclusosi con l'elezione del nuovo Papa, e però indicativo di come il regista non abbia intenzione di consegnarsi ai dettami del mezzo televisivo, subito tradito da una serie di immagini iperboliche che nello specifico permettono all'opera di anticipare (sotto forma di sogno) un'aspetto della personalità del giovane pontefice del quale più avanti scopriremo un lato fanciullesco che contrasta con l'autorità e il decisionismo messo in mostra da Pio XIII (questo il nome scelto da Lenny Belardo per il suo pontificato) quando si tratterà di prendere le distanze dalla linea politica del suo predecessore, imponendo il rispetto delle nuove regole.


Di certo nelle prime due puntate delle dieci che andranno in onda prossimamente sui canali satellitari si intravede il filo conduttore della storia ambientata all'interno delle mura vaticane dove il pontefice monarca venuto dall'America deve vedersela con il nido di vipere rappresentato dalla corte clericale che dovrebbe aiutarlo a governare l'Ecumene. Ed è proprio la galleria di tipi umani, con le virtù e le debolezze che da sempre distinguono i personaggi di Sorrentino a scatenare la verve creativa dell'autore napoletano che in qualche modo è costretto a tenere conto delle leggi di mercato, e quindi della necessità di contenere le invenzioni visive per dedicare tempo all' introduzione dei tanti personaggi che interagiscono con Sua Santità. La narrazione dunque si affianca all'astrazione a cui comunque il regista non rinuncia con improvvisi colpi di coda e con il solito corto circuito tra sacro e profano, tra cultura alta e bassa (anche qui per esempio non mancano i riferimenti ai nuovi idoli calcistici dei tifosi napoletani) che arricchisce la condizione umana messa in scena da Sorrentino. Se il buongiorno si vede dal mattino dobbiamo dire che "The Young Pope" si annuncia come un piccolo capolavoro capace di lasciare lo spettatore con la voglia di vedere come andrà a finire la lotta di potere ingaggiata dal Papa con i Principi del suo stato maggiore e in particolare con il segretario di stato impersonato da Silvio Orlando, davvero strepitoso in una versione italica (ma recitata lingua inglese) del cardinale Richelieu. Aspettiamo di vedere le altre puntate per confermare questo entusiasmo.




lunedì, settembre 05, 2016

VENEZIA 73: THE BLEEDER


The Bleeder
di Philippe Falardeau
con Liev Schreiber, Naomi Watts, Elisabeth Moss, Ron Perlman
Usa, 2017
genere, biopic
durata, 

Può essere che ai non appassionati di pugilato il nome di Chuck Wepner dica poco o nulla ma per i fan di Sylvester Stallone il protagonista di "The Bleeder", presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, fa balzare in mente in men che non si dica le immagini di Rocky Balboa che proprio alle vicende private e professionali di Wepner fu ispirato. Diretto da Philippe Falardeau ("Monsieur Lazhar") e interpretato con mimetismo degno del miglior actor studio dall'ottimo Liev Schreiber, "The Bleeder" - il sanguinolento, soprannome derivato dalle tumefazioni che ricoprivano la faccia di Wepner al termine degli incontri di boxe - ricostruisce con piglio documentaristico e un misurato senso dello spettacolo la vita del pugile che nonostante l'esclusione dagli albi d'oro dei titoli che contano qualcosa arrivò a giocarsi il titolo mondiale con il grande Mohamed Alì, al quale resistette per dodici riprese, finendo al tappeto solo qualche secondo prima del termine del match. A dispetto del personaggio raccontato nel film di John Avildsen sul quale Falardeau ritorna più volte e di cui si premura di raccontare la volta in cui il regista di "Rambo" propose al nostro di entrare nel mondo del cinema per recitare in un episodio della serie dedicata al pugile di Filadelfia, "The Bleeder" si nutre di un milieu più vicino agli anti eroi immortalati da Leonard Gardner a "Fat City" (il romanzo) con la differenza che il senso del tragico appartenuto al film di John Houston che portò al cinema il libro dello scrittore americano qui si trasforma in un malinconico e tutto sommato divertente rendez-vous con le avventure di una simpatica canaglia. 

Considerato che ciò che vediamo è tutto vero si rimane affascinati da come Wepner sia riuscito a sopravvivere a se stesso arrivando fino ai nostri giorni (caduto nella spirale della droga fu lasciato dalla moglie e fini in prigione con l'accusa di spaccio di stupefacenti) senza perdere neanche un pizzico del sua giovialità. Biopic in costume per il fatto che la storia è collocata tra le fine dei settanta e il decennio successivo "The Bleeder" oltre a Schreiber da adesso in lizza per un posto nella cinquina degli Oscar per il miglior attore può contare su alcune facce da cinema come Naomi Watts nella parte di Linda, la compagna dell'ultima ora e di Ron Perlman nella parte del suo manager.

domenica, settembre 04, 2016

MIA MADRE FA L'ATTRICE

Mia madre fa l'attrice
di Mario Balsamo
con Mario Balsamo, Silvana Stefanini
Italia, 2015
genere, documentario
durata: 78'

La madre di Mario, regista, in gioventù recitò in piccoli ruoli: la sua parte più importante fu ne "La barriera della legge" di Piero Costa, con Rossano Brazzi come protagonista. Dopo anni di tentativi, Mario decide finalmente di farle il regalo più grande: ritrovare la pellicola del film, vederla insieme a lei e rimettere il nome di Silvana Stefanini nei titoli di testa. Dopo "Noi non siamo come James Bond", Mario Balsamo torna a giocare con tanti espedienti cinematografici, usandoli per raccontare fatti tratti dalla propria biografia, ma su temi che riguardano tutti noi. Là si trattava della malattia e della vulnerabilità, mentre qui della memoria, della bellezza che sfiorisce e del dialogo tra generazioni differenti, incarnate da una madre e da un figlio alle prese con un rapporto complicato. Prima di girare "Mia madre fa l'attrice", Mario e la madre Silvana non si parlavano quasi più, né erano in grado di abbracciarsi. Al di là della sottolineatura insistita della sceneggiatura su questo punto, questo si percepisce dal linguaggio dei corpi e dalla forza invisibile che li separa, anziché unirli. La pellicola diviene, così, una sorta di terapia per madre e figlio, in cui la prima può curare la tendenza all'anaffettività del secondo, mentre Mario dona a Silvana la possibilità di rivivere la propria giovinezza, anche solo per fugaci istanti. Balsamo adotta un registro comico, con momenti surreali: i filtri carichi di colori saturi e l'evidenziazione della natura fittizia di alcune scene caratterizzano il tono dell'opera. Restano alcuni passaggi memorabili, come il provino per Carlo Verdone, in cui Silvana dà effettivamente prova di un talento naturale per la recitazione, e la gag sul rapporto tra quest'ultima e le nuove tecnologie.  "Mia madre fa l'attrice" è un curioso e allegro divertissement.
Riccardo Supino

venerdì, settembre 02, 2016

LA FAME DI BEHEMOTH

La fame di Behemoth



Breaking' rocks in the hot sun
I fought the Law and the Law won
I fought the Law... and the Law won
- The Clash -


Le transizioni sono esasperanti. Non sono tarate - almeno quelle storiche e sociali - sui minuscoli parametri predittivi di un'esistenza media, cosicché la loro sostanza, di per sé fluida, si fa ancor più sfuggente all'occhio parziale del singolo. Questo, poi, riavvolgendo ogni volta, nel tentativo di orientarsi, il bandolo di una matassa che - al contrario - non cessa di srotolarglisi innanzi, rischia quanto meno di ripetersi, spesso fino a fraintendere quel poco che riteneva di aver sintetizzato alimentando vieppiù, d'altro canto, il mai del tutto fugato sospetto circa l'impossibilità pratica di venire davvero a capo di qualcosa. Essendo però, nel caso, il campo d'applicazione  quello di una non così ipotetica fine del nostro modo di vivere (da intendersi come un generico collasso delle strutture e dei rapporti che tengono insieme il cosiddetto Occidente-moderno-tecno-capitalistico), circoscritto a partire dalla complicità con lo sguardo - partecipe o distante, allusivo o meramente riepilogativo - gettato da un certo numero di opere cinematografiche sulla complicata contemporaneità che costituisce pressoché per intero l'orizzonte dell'esperibile, ecco che quel gesto di travagliato e paziente recupero assume la pregnanza di una concretezza di sicuro non definitiva ma perlomeno salda abbastanza da lasciar agio per rivendicare - all'interno di una cornice e di una suggestione estetica tutt'altro che marginale al fine del radicamento di certe osservazioni - il conseguimento di talune evidenze ricorrenti al punto di avanzare la propria candidatura al rango di veri e propri punti fermi.


Indizio recente e ulteriore per lo stabilizzarsi delle predette evidenze nel caos di un'inerzia che si mostra tanto inarrestabile quanto immemore (o, forse, a questo punto, perfino ignara) delle mete che s'era prefissata, è il lavoro del cinese Zhao Liang, "Behemoth", per il tramite dello splendore triste che si diffonde dalla sue breve elegia muta (nel senso d'inframmezzata da disadorni versi ma mai parlata), in cui appaiono chiare - e giustamente crudeli - la frattura e la distanza che separano, ad oggi, l'uomo e il mondo fisico in cui egli è via via retrocesso a sopravvivere nella forma di sottoprodotto di lavorazione - se non vero e proprio scarto - del Grande Meccanismo Tecnico, giunto in pochi decenni anche nell'estremo Est alle dimensioni e all'implacabilità di una creatura biblica: Le sue vertebre, tubi di bronzo; le sue ossa come spranghe di ferro si legge, appunto, nel Libro di Giobbe (40,18) a proposito del Behemoth. Nella silenziosa desolazione di vastità immolate alla produzione e al passo parimenti nervoso e rassegnato dei ritmi di estrazione di materia prima, ossia di valore, indi di profitto, metro unico d'interpretazione della realtà o di ciò che quasi unanimemente è considerato degno di esser denominato tale (la Cina detiene vari primati per ciò che attiene alla filiera del comparto carbonifero: tonn/anno, lavorazione industriale, consumo, ricadute nefaste sull'ecosistema e sulla salute del già citato scarto. Proprio su tali numeri, sulla loro concatenazione deterministica, si concentra il film di Liang), senza esitazione si staglia, affilato e indifferente, mentre la figura umana accartocciata su se stessa cerca riparo in una posizione raccolta, semi-fetale, più implorante che fieramente protettiva, il profilo di una forza - la Tecnica - che all'affacciarsi di un nuovo millennio pare aver messo una volta per sempre all'angolo l'assunto di invalicabilità del limite ben presente, invece, alle radici di un pensiero - quello dell'inutilizzabile tradizione - acuto, per converso e a ben vedere, anche perché di fondo intriso di presaga cautela, moneta quest'ultima, è sensato chiederselo, chissà se ancora in circolazione (La Tecnica è di gran lunga più debole della Necessità, affermava Eschilo nel Prometeo incatenato).

Tra gesti ripetitivi distribuiti entro un tempo incerto, estraneo al giorno e alla notte, inclemente alla soglia di tolleranza dei corpi: un tempo così affine, per spossessamento, agli albori della Rivoluzione Industriale (e non tralasciando, in parallelo, la mutazione del rapporto con lo spazio, il territorio, il paesaggio: Tradizionalmente terra e lavoro non sono separate: il lavoro costituisce parte della vita, la terra rimane parte della natura, e vita e natura formano un insieme articolato... La funzione economica è soltanto una tra le molte funzioni vitali della terra. Essa investe la vita dell'uomo assieme alla sua stabilità, è il luogo della sua abitazione, è una condizione della sua sicurezza fisica, è il paesaggio e le stagioni - K.Polany, La grande trasformazione). Tra faticose abluzioni, in stanze scarnificate di case-loculi, che non rimuovono mai del tutto le miriadi di corpuscoli neri oramai assimilabili ad un indesiderato (e velenoso) strato di pelle. Tra peripli infiniti in labirintiche gallerie sotterranee mal illuminate e invase dall'acqua. Tra bracci di ferro agli altiforni per incanalare i flussi incandescenti in porzioni di magma fruibile. Tra incolonnamenti di mezzi pesanti pronti, come processionarie del Progresso, a convogliare la massa del prodotto finito in agglomerati urbani cresciuti a tappe forzate, disabitati e silenti sotto un cielo di un perenne grigio pulviscolare, non resta che sedere e consumare un magro pasto assorti in uno stupore vago, tra meraviglia e inquietudine, rievocando magari immagini sparse di una Mongolia del cuore, distratti ma rapiti, poco a poco, dallo spettacolo grandioso e terribile di una voracità che non ha eguali (Dalla sua bocca partono vampate, sprizzano scintille di fuoco. Dalle sue narici esce fumo, come da caldaia, che bolle sul fuoco. Il suo fiato incendia carboni e dalla bocca gli escono fiamme - Giobbe, 41, 11-13) e di fronte alla quale si può solo arretrare, come fanno esitanti, confusi, rari capi di bestiame e il verde inerme di una pianura senza speranza, apogeo e crinale simbolico di una transizione che, al di là di qualunque approssimazione, sempre più va assumendo la fisionomia di un incosciente fervore teso ad attuare la sua (e la nostra) stessa fine.
TFK