mercoledì, ottobre 12, 2016

INDRO - L'UOMO CHE SCRIVEVA SULL'ACQUA

Indro - L'uomo che scriveva sull'acqua
di, Samuele Rossi
Italia, 2016
genere, documentario
durata, 77'



Annotava, tra le molte sue osservazioni inerenti la professione di giornalista, Giorgio Bocca: Il giornalismo di una volta non era né indipendente, né di grande qualità... non era granché neppure in fatto di linguaggio, ma almeno era decente... Ora migliaia di giornalisti assunti per fabbricare telai pubblicitari al posto delle notizie hanno azzerato i progressi fatti negli anni precedenti, quando abbiamo imparato a separare i fatti dalle opinioni, a dare le notizie prima dei commenti, a scrivere breve e chiaro. Neppure allora, s'intende, eravamo arrivati all'essenzialità... ma ora siamo tornati alle notizie che vengono dopo le divagazioni, i gerghi, la cattiva letteratura. Parole nette e un tanto amare, fissate da un provinciale curioso e caparbio che in decenni di carriera ha provato a descrivere gli slanci - invero rari e sovente malvisti - e le invincibili inerzie, il ciclico ritornare su se stessi di opportunismi e rassegnazioni, di un Paese, il nostro, tanto in apparenza risolto sulla superficie variopinta dei suoi vizi ribaditi (a volte, persino rivendicati), dei suoi conformismi al tempo vili e ribaldi, quanto ancora non del tutto decifrabile in alcune sue pieghe in perenne oscillazione tra rancorosa apatia e improvvisi entusiasmi, cinismo ferino e visionarietà anticipatrice, a corroborare una ricorrente ipotesi circa una singolare, inquietante schizofrenia che allignerebbe al fondo di un popolo da sempre in equilibrio precario tra i rigori di una libertà individuale mai davvero appieno esercitata e la quasi irriflessa tentazione di delegare - per diffidenza, per immaturità, per fatalismo - la tessitura dei propri destini ad una soluzione conservatrice, se non autoritaria.

Simile stato d'animo, fatte salve le peculiarità dei singoli, si ritrova in questo "Indro - L'uomo che scriveva sull'acqua -", documento di S.Rossi centrato sulla parabola umana e intellettuale di un altro celeberrimo provinciale (Montanelli Indro da Fucecchio - Fi -, appunto, giornalista e scrittore), la cui torsione vieppiù disilluso-pessimistica del già proverbiale scoraggiamento keatsiano torna subito utile al fine di circoscrivere il tratto dominante del carattere di un personaggio che avrebbe segnato come pochi il panorama culturale dell'Italia della seconda metà del Novecento.


"Se lo metta in testa, amico mio. In Italia nessuno lascia niente a nessuno... Io so di avere scritto sull'acqua", recita la voce di Montanelli, ad introdurre un percorso snodatosi attraverso le vicende - più spesso le vicissitudini - di un Paese illuso e poi distrutto dai tragici abracadabra della tirannide virata al nero; faticosamente ristabilitosi grazie a quel misto di applicazione contadina ed estro mediterraneo, all'indomani di un disastroso conflitto mondiale; affascinato e quindi irretito fino allo stordimento dalle sirene ambigue dell'abbondanza e del benessere; lacerato dagli ultimi sussulti - quelli disperati e criminali - delle ideologie: adagiato, infine, con perplessa acquiescenza, su un piano inclinato, quello della cosiddetta modernità, oltre il quale sembrano far capolino senza tregua - in una sorta d'insistito e sinistro carosello - sordi rancori, angosce per un futuro mai stato così enigmatico, asprezze quotidiane tanto spicciole quanto agitate da un frenetico rinnovarsi. Poggiato sull'agile scansione che alterna, in un fitto andirivieni, rimandi iconografici (spezzoni di cinegiornali d'epoca e materiali televisivi d'archivio), dialettici (testimonianze di coloro - tra gli altri, De Bortoli, Travaglio, Mieli - che hanno condiviso parte del proprio viaggio nella carta stampata col "seducente, spigoloso, narciso eppur ritroso, caparbio e immaginativo" toscano o - nel caso di De Rossi, Merlo, Gerba, Liucci, Lagioia - ne hanno fatto l'oggetto di approfondimenti critici, come pure un riferimento per allargare gli orizzonti possibili di una lettura in filigrana delle contraddizioni di un'intera nazione) e oltremodo integrato dagli apporti recitativi di Herlitzka/Diele nei panni del protagonista intento a rileggere/riflettere sugli eventi mano mani dipanatisi al cospetto di una coscienza ricettiva, critica, periodicamente affranta dal riproporsi di una depressione che la perseguita fin dalla tenera età, bastian contraria e diffidente nei confronti delle patetiche epperò sempre dannose panacee con cui gli uomini s'intestardiscono a peggiorare una condizione già grama, il lavoro di Rossi, convenzionale ma ritmato, oggi come oggi, volendo, addirittura propedeutico all'avvicinamento di una figura d'intellettuale scomodo alle giovanissime generazioni, quanto accorto nel bilanciare analisi, nostalgia e retorica, ripercorre gli snodi fondamentali dell'avventura montanelliana (l'infatuazione giovanile per il Fascismo - 


"I miei stupidi e bellissimi vent'anni, che non intendo rinnegare" - culminata in un brusco disincanto; l'arresto e la successiva condanna a morte da parte dei nazisti nel '44; gli esordi giornalistici e il lungo matrimonio con il Corriere milanese; i reportage storici, dalla guerra di Spagna ai fatti finlandesi, fino alle corrispondenze da Budapest nel '56; l'azzardo della direzione del Giornale, prima - dal '74 - e della Voce, poi - dal '94 e per poco più di un anno -: quindi l'agguato brigatista del '77 e il suo ventennio a fianco e subito dopo contro l'editore/politico Berlusconi), tenendo sempre fermo, nelle oscurità e nelle doppiezze di un vissuto nazionale tutt'altro che pacificato e d'immediata interpretazione, il punto di vista di un uomo consapevole e scettico, di un testardo insofferente agli adagi correnti, devoto ("Il giornalismo è tutta la mia vita") ad un'attività che gli consente (e di cui si avvale con trasporto, anche nelle stanchezze, nelle incoerenze) di fronteggiare i fatti - e in questo il parallelo con Bocca diventa più stringente nel suo essere così poco ortodosso, così poco italiano, teso cioè, per sua stessa essenza, a registrare impietosamente tutte le contorsioni dellaschizofrenia tricolore a cui sopra si faceva cenno - per quanto talvolta, e ovviamente, col sostegno di una trasfigurazione inventiva, sempre nella crudezza e nell'inesorabilità della loro concatenazione, al di là delle convenienze e delle cautele, poiché solo tale disposizione interiore (che, in controluce, svela l'intransigenza di una severa autodisciplina e di una visione morale del mondo) è in grado di stabilire e rafforzare l'unico legame che conta, quello tra narratore e lettore, stante che "ombre siamo e come ombre siamo destinati a passare".
(Allo "Spazio Oberdan" di Milano, dal 20 al 23 Ottobre)
TFK

QUALCOSA DI NUOVO

Qualcosa di nuovo
di, Cristina Comencini
con, Paola Cortellesi, Micaela Ramazzotti, Eduardo Valdarnini
Italia, 2016
genere, commedia
durata, 93'


Il mutamento che in questi anni sta affrontando la commedia di matrice italiana è continuo ed inarrestabile e nel solco di questo si presenta smaniosa di inserirsi anche Cristina Comencini, che con il suo nuovo lavoro sembra volerci far capire che, in fondo,Qualcosa di nuovo può provenire anche da lei. Traendo il tessuto narrativo dalla propria pièce teatrale La scena, la regista romana seleziona una consolidata professionista come la Cortellesi e la appaia ad una fragile Ramazzotti, assortendo una coppia attoriale curiosa sullo schermo ma in grado di coprire adeguatamente una storia che, a conti fatti, potrebbe sconfinare in breve tempo nell’assurdo. Due donne, single ed amiche da sempre. Bacchettona e frigida Lucia, libertina e socievole Maria, due risvolti della stessa medaglia femminile. Per Maria ogni sera è l’occasione giusta per reiterare il tentativo di conoscenza della propria anima gemella, il quale puntualmente viene risolto dall’irruenza sulla scena dell’amica, costretta all’allontanamento degli accompagnatori più molesti e alla consolazione amicale. Una sera la donna porta in casa quello che crede l’uomo giusto ma, al sopraggiungere diLucia, questi sembra essere svanito. Il giovane partner tornerà sulla scena con un carico di equivoci e bugie inconsueto per le due confidenti, costringendole a riconsiderare il loro rapporto e le loro vite sotto ottiche completamente differenti. Le donne, oggetto di studio privilegiato di carismatiche filmaker femminili – emblematico il caso di Io e Lei, firmato Maria Sole Tognazzi, a lungo oggetto di critiche per l’argomento trattato -, sono analizzate all’interno di un universo cangiante e spesso inaccessibile all’uomo, un picco impervio impossibile da scalare per l’altro sesso, obbligato ad assurdi fuoripista prima di imboccare il corretto tragitto. Luca, il giovane uomo con cui le due si confideranno, si ritrova ad essere l’oggetto di una contesa emotiva di indubbia efficacia comica, ma sarà ancora in grado di dimostrare la propria personalità, analizzando a fondo le vite delle due donne ed imbrigliandole in un intricata catena di misunderstanding volontari che le porterà inevitabilmente allo scontro. Se l’apporto della Cortellesi non si nota solo nella fase di scrittura ma anche negli sprezzanti sguardi lanciati all’amica e nelle comiche smorfie di disapprovazione che ne seguono ogni scelta, la Ramazzotti gioca con il proprio personaggio sull’esilità dell’interpretazione, non fuoriuscendo mai completamente dalle righe tracciate; e se per la prima si tratta ormai dell’ennesimo tagliando al certificato di talento, per la giovane interprete della Pazza gioia è una graditissima conferma.
Alessandro Sisti

lunedì, ottobre 10, 2016

LIBERAMI

Liberami
di Federica Di Giacomo
Italia, 2016
genere, documentario
durata, 89'




Prima di entrare nei dettagli del film di Federica Di Giacomo sembra opportuno fare alcune precisazioni: la prima è di tipo storico cinematografico e riguarda quello che forse è il lungometraggio per cui William Friedkin è diventato famoso ovvero "L'esorcista", girato dal regista americano nel 1974 e capace con il successo e sopratutto con le suggestioni suscitate dalla visione del film di inaugurare un vero e proprio filone dedicato al tema delle possessioni del maligno. In quel frangente Friedkin intervistato a proposito dello straordinaria accoglienza del suo film si disse meravigliato soprattutto del fatto che la sua opera venisse considerata un horror nonostante nelle intenzioni fosse stato girato con il realismo che si deve a vicende realmente accaduto e di cui il regista aveva appreso dagli archivi della diocesi che si era occupata di un caso simile a quello narrato nel suo film. L'altra, altrettanto utile riguarda i criteri all'interno del quale la giuria della sezione Orizzonti della mostra di Venezia che ha premiato il lavoro della Di Giacomo doveva scegliere le opere più meritevoli di riconoscimento. Si legge nella motivazione che il concorso internazionale è dedicato a quei film rappresentativi di nuove tendenze estetiche ed espressive del cinema mondiale" e ancora "di opere che si misurano con i generi e la produzione corrente con intenti d'innovazione e di originalità creativa".


Rispetto a queste delucidazioni "Liberami" non solo ha qualche punto in comune ma nel rapporto con ciò che è stato scritto riesce addirittura a stabilire una dialettica di segno positivo. Il documentario in questione infatti racconta le giornate di Padre Cataldo e in secondo piano di colleghi che come lui sono chiamati dalla Chiesa ufficiale ad occuparsi dei casi di persone tormentate dal Demonio. Trattandosi di preti esorcisti alle stregua del padre Merrin di Max Von Sydow "Liberami" prende "il diavolo per le corna" qualificandosi sin dalla prima scena per quello che è: la sequenza infatti è il prototipo estetico e contenutistico di quello che vedremo nel resto del film. Il baricentro del palcoscenico è infatti occupato da Padre Cataldo seduto dietro la scrivania al cospetto del quale vediamo una delle tante tante anime di cui giorno dopo giorno il prete si prende cura. A sottolineare l'importanza di ciò che sta accadendo, ovvero del momento in cui il sacerdote opera l'esorcismo sulla (presunta) vittima, vi è la sobrietà dell'ambiente pressoché spoglio di ogni suppellettile e il tipo di ripresa che si limita a fissare senza alcun movimento le persone all'interno del quadro. In questo contesto a risaltare è il particolare dell'inquadratura prevista dalla regista che se da una parte riprende il volto del prelato e ce lo mostra frontalmente, dall'altra si limita a filmare l'altro protagonista di spalle e attraverso il dettaglio della sola nuca. Quello che potrebbe essere una minuzia dell'organizzazione scenica nelle mani della Di Giacomo diventa - come spesso succede nel cinema d'autore - una vera e propria dichiarazione d'intenti che fa di padre Cataldo il centro motore del film, colui che è destinato a ristabilire la continuità narrativa altrimenti spezzata dall'imprevedibilità degli eventi e dei personaggi che entrano in scena durante le riprese; e nel contempo il solo e unico referente delle parole e dei comportamenti fuori dalla norma della pletora di individui (uomini, donne e bambini) senza nome e senza passato (e quindi, come si evince dai primi fotogrammi, senza volto) che si alternano all'interno della cornice filmica.



In realtà "Liberami" non ci nasconde niente di quanto accade durante i suoi riti di liberazione. Urla, maledizioni e strepiti di voci così come i primi piani delle facce deformate dalle conseguenze della sovrannaturale epilessia rientrano senza nessuna censura - nonostante si tratti di eventi reali - nel bagaglio visivo propostoci dal film. Però qui la questione è un'altra. Perché partendo dallo stesso tema e da un contesto ambientale e umano più o meno paragonabile "Liberami" opera una sorta di riscrittura iconografica di quanto abbiamo visto da "L'esorcista" in poi a cominciare dalla figura del protagonista, nella sua ordinarietà fisiognomica lontano anni luce dall'epica misteriosa e ascetica dei prototipi creati dal cinema americano; e ancora di più nella scelta di eliminare dalla fenomenologia del trascendente (o presunto tale) qualsiasi elemento di spettacolarizzazione al fine di collocare il sacro e il profano in un contesto di quotidianità pragmatica e laica. Una rivoluzione cinematografica e non solo che "Liberami" porta avanti bilanciando l'empatia suscitata dal carismatico e instancabile protagonista con uno sguardo concreto e possibilista in un senso e in un altro (ad un certo punto un sacerdote sottolinea come in taluni casi i disturbi manifestati dai soggetti possano nascondere una richiesta di attenzione da parte di quest'ultimi) rispetto alle origini luciferine del problema. Non è quindi un caso per esempio che a fronte dell'indubbia sagacia con cui padre Cataldo gestisce le situazione e impartisce gli scongiuri venga a mancare la certezza del successo dei suoi rimedi e quindi dell'emancipazione dal maligno che, in molti dei casi selezionati dal film continua a tenere in ostaggio i propri ospiti. Così come non sorprende che la parte più debole del film sia quella che si allontana dal suo spazio vitale rappresentato dalla parrocchia in cui lavora padre Cataldo per dare conto del privato dei suoi pazienti. In tal senso l'eccezionalità di "liberami" si allinea a illustri esempi del nostro documentario nella capacità - un tempo invalsa al neorealismo - di regalarci un'altro esempio di quell'eroismo tanto reale quanto misconosciuto di cui suo malgrado padre Cataldo è uno dei campioni più memorabili.
(pubblicato su ondacinema.it)

domenica, ottobre 09, 2016

GIOVANNI SEGANTINI. LA MAGIA DELLA LUCE

Giovanni Segantini. La magia della luce
di, Christian Labhart.
Svizzeram 2015
genere, documentario 
durata, 82'

Heaven may stone him
but Jean the birdman pulls it off
- D.Sylvian/R.Fripp -




Nell'evidenza di una dissennata glossolalia riuscita oramai ad accomunare in una medesima, indifferenziata, iterazione, la memoria e l'obsolescenza, può trovare posto, a mo' d'impertinente controsenso, la figura di un uomo e di un artista come Giovanni Segantini, artigiano della materia e del colore, vissuto (1858-1899) sul crinale di uno degli ultimi sussulti vitalistici di un mondo - l'Europa - che si sarebbe tragicamente infranto (e quasi con una sua perversa voluttà) poco oltre la soglia del cosiddetto secolo breve. Giunge in provvidenziale soccorso, allora, per il contributo ad una ricollocazione consona alla statura e all'importanza di un pittore di mano felice e d'animo inquieto - forzosamente a margine delle suggestioni che stavano preparando l'avvento delle diverse avanguardie del Novecento (Segantini fu apprezzato tanto dai pressochè coevi Secessionisti, quanto dai giovani Balla, Carrà, Boccioni, et.), nonché stroncato - come si sarebbe detto ai tempi - nella-pienezza-degli-anni - questo documento curato dallo svizzero C.Labhart, patrocinato dalla Fondazione Cineteca Italiana presso lo Spazio Oberdan di Milano e dal titolo "Giovanni Segantini. La magia della luce".



Per fortuna a riparo di sfinenti (quanto inutili) propositi esplicativi (alla voce narrante vera e propria vengono affidati, infatti, solo raccordi essenziali di un'esistenza fatta di limitati seppur significativi eventi esteriori), l'opera di Labhart lascia da subito la parola a Segantini (nell'edizione italiana, a cura di Teco Celio), libero d'indirizzare i passi del proprio cammino nei giorni verso i modi, i tempi e i luoghi di una coerente filologia interiore, fatta perlopiù di stati d'animo contrastanti e ricorrenti (entusiasmo per il contatto stretto con la Natura intesa come organismo vivente e origine - e misura - di ogni epifania: Ho visto fiori piangere e lombrichi ridere tristezza e preoccupazione per le contingenze materiali: A nessuno interessava se io vivessi o no. Ma io volevo vivere; tormento misto a rimpianto per un'infanzia spezzata dal dolore della perdita e presto virata in giovinezza randagia e ribelle: Mia madre era bella come un tramonto di primavera; Una solitudine grigia e indefinita, la mia; improvvise agnizioni al cospetto del paesaggio, alla constatazione della meravigliosa e inesorabile irriducibilità delle leggi naturali: Infondere nella tela quella calda energia vitale; composta ma schietta gratitudine per l'amore ricevuto, dato e tenuto-in-circolo nel magistero della disciplina pittorica), secondo un movimento solo in apparenza slegato bensì in grado di unire gli affetti, la terra (l'orizzonte montano, in primis, custode della saggezza dei tempi e sede del sacro: Le montagne sono altari costruiti sotto il cielo) e i suoi frutti ad un'inesausta ricerca formale mirata ad evocare, allo stesso tempo, lo stupore nei confronti di un respiro universale che senza posa torna sul proprio operato e il sommesso sentimento tragico, la sfumata mestizia indotta dalla consapevolezza dell'intrinseca fragilità che sottende all'equilibrio dei viventi e alle sorti dell'agire umano, all'interno del cui volgere è comunque auspicabile ricercare almeno, in una tensione creativa tra slancio e ripiegamento, il riflesso di una luce superiore e benigna.



Diviso in tre movimenti - il divenire, Arco del Trentino, 1858-1864; l'essere, Brianza, 1878-1886; il trapasso, Maloja, Svizzera, 1894-1899 - contrappuntati spesso con una certa invadenza dal commento musicale, il lavoro di Labhart si snoda secondo l'austera rigidità di uno schema lineare/consequenziale, ricostruendo l'itinerario fisico, psicologico e inventivo di Segantini. Dalla frequentazione interrotta dell'Accademia di Brera, all'incontro decisivo con Vittore Gubricy, suo primo e convinto sostenitore e mecenate, e soprattutto con Beatrice Bugatti - detta Bice - amore, madre dei suoi quattro figli e figura di riferimento di una vita. Dalla parentesi e relativa prima produzione consumatasi in Brianza, a quella trascorsa nelle Alpi grigionesi di Savognino, esauritasi per problemi finanziari, fino all'ultimo approdo, quello presso Maloja in Alta Engadina. Con felice intuizione e immediata corrispondenza, il canone estetico adottato da Labhart allude, riprende e s'intreccia in momenti contemplativi aperti su una realtà sospesa tra una rivelazione definitiva e una catastrofe senza remissione, alla semplice tavolozza di Segantini. S'avvicendano, così, nelle oscurità perentorie o negli squarci misteriosi della Milano metropoli contemporanea; nelle brume umide e grigiastre, nelle turchesi porosità della Brianza, così come nella quiete dorata delle valli alpine o nei cieli tersi d'alta quota, il bianco argento, il bianco di zinco, la terra rossa, il cinabro francese, l'ultramarino, il giallo cadmio, il blu e il verde cobalto..., rendendo di fatto esplicito il rapporto a tutta prima elusivo - ma ben lungi dall'essere esaurito - tra le immagini presenti e la visione segantiniana con coerenza (Ero considerato un sognatore e ancora peggio) in mutazione sulla direttrice che approssima il naturalismo simbolico della prima stagione all'ampio afflato spirituale segno distintivo della maturità, in riferimento alla quale le tecniche - d'efficacia genericamente realistica, in un primo tempo, nei modi di un personale approccio alla pratica divisionista, in seguito (Prima una tinta di terra rossa piuttosto liquida, perché il bianco della tela non lo sopporto. Indi, traccio le linee fondamentali dell'idea. Poi pennellate sottili, secche e grasse, lasciando spazi da riempire coi colori complementari, possibilmente quando il colore fondamentale è ancora fresco, acciocché il dipinto rimanga 'fuso') - stanno come il mezzo estrinseco approntato al fine d'illustrare il medesimo scopo profondo: l'indissolubilità che lega l'uomo - nel bene e nel male - ai cicli eterni dell'ordo rerum i quali, nella loro innocente indifferenza ridisegnano all'infinito i limiti entro cui la Vita facendo dono di sé a se stessa, in virtù della circolare necessità del binomio esistenza/morte, si sacralizza, ribadendo, in parallelo ma nella stessa sfera ideale, la prossimità con un altro tema centrale dell'indagine del pittore trentino, quello del ruolo costante della sembianza muliebre, Madre e Albero della Vita o, per converso, creatura insidiosa perché latrice di una sessualità consapevole e libera, quindi vittima potenziale di fuorvianti tentazioni. 



Rovello estremo, questo, che emerge, ad esempio, tra suggestioni preraffaellite, richiami a simbologie arcaiche e modernissime crudeltà plastiche, nello strepitoso (e duplice, poiché rielaborato in momenti diversi) strazio de "Le cattive madri" (1894 e 1897) e de "Il castigo delle lussuriose" (1891 e 1897) - la femmina intrappolata per i capelli ad un attorto tronco di betulla e i corpi levitanti in una maligna sospensione bluastra, restano rappresentazioni tanto inquietanti quanto presaghe (L'artista deve volgersi verso l'avvenire preconizzandolo) di straordinaria potenza carnale-allegorica - ancor oggi in grado di farsi largo come testimoni di una condizione irrisolta e dolorosa (e ciò la dice lunga sull'oblio insensato che vieppiù avvolge un'esperienza come quella di Segantini), nella foggia scostante eppur ferma di un terribile fenomeno futuro, attraverso la cieca follia di questi nostri giorni feroci e soddisfatti - così ostili all'armonia, alla grazia, alla compassione, all'irrequietezza rivelatrice - degni detriti di un tempo vano illusoriamente a riparo tra le membra esauste di una Civiltà incurante persino del proprio avanzato stato di decomposizione.
TFK


Presso Spazio Oberdan Milano dall’8 luglio al 2 agosto 2016 a cura di Fondazione Cineteca 


LA FOTO DELLA SETTIMANA

































Singin' in the Rain di Gene Kelly, Stanley Donen (USA, 1952)

sabato, ottobre 08, 2016

IL SOGNO DI FRANCESCO

Il sogno di Francesco
di Renaud Fely e Artaud Lovet 
con Elio Germano, Jeremie Reigner, Alba Rohrwacher
Italia, Francia, Belgio
genere, storico, biografico
durata, 88'



Più che un biopic sulla figura di San Francesco il film di Renaud Fely e Artaud Lovet è la rappresentazione di un’ideale di vita (religiosa) destinato a rimanere tale. “Il sogno di Francesco” non a caso si colloca nell’anno (il 1209) in cui la regola del nascente ordine francescano venne rifiuta da Papa Innocenzo III, il quale, temendo il confronto con il radicalismo della pratica religiosa ivi contenuta sentenziò che l’approvazione della stessa sarebbe stata subordinata all’epurazione dei passaggi più scandalosi. Una scelta narrativa non di poco conto perché lasciando fuori campo la dissipatezza degli anni giovanili e soprattutto i motivi della conversione che in termini di empatia rappresenta da sempre il punto più alto della biografia francescana il film prende le distanze dalla parte più felice ed esaltante della vulgata qui sostituita da sentimenti di segno opposti che sono quelli scaturiti dai dubbi e dalla crisi che accompagnarono l’accettazione del compromesso voluto dal Papa e quindi il ridimensionamento di quel cristianesimo delle origini che aveva ispirato il  testamento spirituale del poverello d’Assisi. 


In questo modo dopo una breve introduzione in cui ad occupare lo schermo è l’armonia di Francesco e dei suoi fratelli con quell’ anima mundi che li rende partecipi alle sorti del prossimo e dell’interno creato, per l’appunto sottolineate da immagini immerse in una luce nitida ed abbacinante e da scene scandite dalla condivisione di riti collettivi (dal lavoro nei campi alla preghiera fino ai giochi con i bambini) “Il sogno di Francesco” cambia registro per mostrarci il rovescio della medaglia - coincidente con la messa in discussione delle certezze raggiunte - e quindi per raccontare il silenzio di Dio rispetto al bisogno di risposte dei suoi discepoli. Uno scarto netto e drammatico che nell’economia del film si traduce nella predominanza di atmosfere plumbee e in una frammentazione del racconto che in termini narrativi traduce il venir meno di quell’unità d’intenti di cui abbiamo detto. E poi in una sorta di passaggio di consegne tra Elio Germano e Jérémie Renier, attore feticcio dei fratelli Dardenne che nelle vesti di Elia - colui che dovrà riscrive la regola - diventa il vero protagonista del film, incarnando il senso di colpa di chi è chiamato dalla Storia a tradire il sogno di Francesco per far vivere quello della comunità francescana sopravvissuta alla morte del suo fondatore. 


Artefici di una regia filologica e politicamente corretta anche nell’opzione pittorica e giottesca della composizione scenica Fely e Lovet si fanno promotori di una religiosità che, nella volontà di sintetizzare il misticismo di Francesco (e dei suoi compagni) mediante una serie di quadri successivi volti a enuclearne il pensiero e la filosofia, finisce - alla stregua della riscrittura della regola da parte di Elia - per risultare annacquata laddove dovrebbe essere comunque profonda e rigorosa. Una cosa è infatti scarnificare la scena all’essenziale per ricreare l’ascetismo di un’anima assetata di Dio com’era riuscito a Liliana Cavani nel bellissimo e sottostimato “Francesco” (a cui il lungometraggio dei registi deve concedere pure la mancanza di una performance vissuta in prima persona come quella straordinaria di Mickey Rourke); un’altra è tentare di farlo rivolgendosi al tormentato vissuto dei personaggi con uno sguardo propedeutico che inevitabilmente risulta - fatta eccezione per la sequenza in cui si sviluppa il tentativo di suicidio di Elia - esterno a quello che racconta. Privo della capacità d’astrazione necessaria a ricreare la mescolanza di carnalità e intimismo proprie della personalità del Beato e non in grado di aggiungere alcunché di quanto già non si sapesse, “Il sogno di Francesco” rimane ingabbiato in un alveo di normalità che contraddice l’essenza della sua materia.

venerdì, ottobre 07, 2016

LA VERITA' STA IN CIELO

La verità sta in cielo
di Roberto Faenza
con Riccardo Scamarcio, Maya Sansa, Greta Scarano 
Italia, 2016
genere, thriller
durata: 94' 


È il 22 giugno 1983 quando Emanuela Orlandi, figlia quindicenne di un messo pontificio, scompare: prende avvio un'indagine che durerà per decenni. Con l'avvento di Mafia Capitale, una giornalista di origine italiana si mette sulle sue tracce, contattando la collega che ha raccolto la testimonianza di Sabrina Minardi, ex amante di Enrico "Renatino" De Pedis, probabilmente direttamente coinvolto nella scomparsa della Orlandi. Roberto Faenza mette insieme una ricostruzione minuziosa e dettagliata degli eventi, possibile grazie ad un encomiabile lavoro di ricerca e all'utilizzo di materiali d'archivio, che riportano alla memoria momenti cruciali della storia nazionale e i complessi rapporti con il Vaticano. In questo modo, però, "La verità sta in cielo" non aiuta lo spettatore fornendo una chiave di lettura univoca.

La lezione di Leonardo Sciascia è quella che ogni storia, anche la più complicata, può diventare semplice se si è in grado di evidenziare le dinamiche della vicenda e la logica che guida le azioni di pochi ai danni di molti. Ancora l'autore siciliano, ma anche alcuni registi come Elio Petri e Marco Bellocchio, sono stati in grado di fare leva su quella valenza metafisica della politica italiana così universalmente riconoscibile. La raccolta delle notizie che la cronaca ci ha raccontato non equivale a una rilettura artistica di ciò che è accaduto, a maggior ragione quando la narrazione è appesantita da dialoghi trasposti letteralmente, senza restituire il senso profondo di quelle conversazioni. Gli attori, tutti molto bravi, si sforzano di dare un po' di spontaneità a questi scambi di battute che suonano un po' innaturali, senza riuscire a ribellarsi ad uno schema narrativo che finisce per occultare la verità dietro un eccesso di retorica. Le continue critiche, non troppo velate, al modo italiano di fare le cose in realtà non illuminano mai le motivazioni dietro a comportamenti che, pur aberranti, hanno una loro spiegazione. Shakespeare e Machiavelli, entrambi citati nel film, sapevano raccontare i giochi di potere soprattutto nella loro valenza simbolica, perché sapevano riassumere il materiale a loro disposizione per arrivare all'essenza del "ragionamento". È una pellicola che ha l'ambizione di raccontare una pagina scura della storia d'Italia, forse in maniera un po' troppo didascalica.
Riccardo Supino

giovedì, ottobre 06, 2016

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: PETS - VITA DA ANIMALI

Pets - Vita da animali
di Chris Renaud e Yarrow Cheney
con Francesco Mandelli, Lillo, Laura Chiatti, Alessandro Cattelan
USA, 2016
genere, animazione
durata, 87



In una sfida continua sulle vette del box-office i film d’animazione si contendono oramai la fetta più succosa del mercato, quella che unendo grandi e piccoli in un unico pacchetto considera la famiglia come principale e forse unico interlocutore commerciale. Va da se che la volontà di soddisfare le richieste di un consesso umano consolidato nella sua struttura e poco propenso ai cambiamenti abbia provocato un’offerta sempre più omogenea in cui le uniche varianti tra un prodotto e l’altro non sono tanto i meccanismi della storia bensì la caratterizzazione dei personaggi e la scelta del paesaggio geografico e ambientale da sottoporre al maquillage caricaturale tipico dei cartoon. Non sfugge alla regola il nuovo successo della Illumination Entertainment di quel Chris Renaud creatore di “Cattivissimo me” e di “Lorax” che in “Pets - Vita da animali” racconta la giornata particolare del cane Max, il quale dopo aver perduto la tranquillità dell’habitat domestico per l’arrivo di Duke, esemplare canino per nulla disposto a comportarsi da ultimo arrivato si ritrova coinvolto in un tour de force metropolitano in cui oltre al pericolo di venir catturato dai crudeli acchiappacani c’è quello di non venire uccisi dalla banda di animali selvatici che abita nella fogne delle città. 


Considerato che nel corso delle sue disavventure Max è accompagnato da una sorta di compagnia dell’anello che tra gli altri annovera lo stesso Duke di cui il protagonista finirà per diventare amico e soprattutto Gidget, la cagnetta follemente innamorata di lui, “Pets -Vita da animali” ha vita facile nell’arricchire la contesa con digressioni narrative che ogni volta gli consentono di introdurre nuovi personaggi. Un copione scontato eppure efficace nel soddisfare il carosello di situazioni buffe e stravaganti che ci si aspetta da un film del genere e che però non riescono a toglierci la sensazione di deja vu prodotta dall’utilizzo di un espediente narrativo simile a quello di “Toy Story”, con gli animali al posto dei giocattoli pronti a prendere il posto dei padroni di casa e all’ insaputa di quest'ultimi chiamati a recitare un’esistenza più vera del vero. Se la resa emotiva risulta meno coinvolgente di altre volte in parte la colpa va attribuita al fatto che l’anticonformismo di ieri poteva contare sulla meraviglia dell’innovazione tecnologica e quindi sulle migliore apportante in fatto di animazione  e ancoraa su idee ancora immuni dal saccheggio narrativo che oggi è diventato il modo per placare le necessità riproduttive dei grandi colossi mediatici. Per il momento il gioco vale la candela visto che il film di Renaud è costato circa 75 milioni di dollari e ne ha incassati 364 sul suolo americano. 


mercoledì, ottobre 05, 2016

LO AND BEHOLD: IL FUTURO E' OGGI

Lo and Behold: il futuro è oggi
di Werner Herzog
USA, 2016
genere, documentario
durata, 98'


Tra i registi del nuovo cinema tedesco che negli anni settanta rivesti di modernità il cinematografia del proprio paese e che ebbe tra i suoi esponenti autori del calibro di Wim Wenders, Margarete Von Trotta e Volker Schlonderff  quello di Werner Herzog è l’unico nome che ancora oggi riesce a ridestare lo spirito avanguardista e la voglia di sperimentare che appartenne ai cineasti di quel periodo. Per nulla imborghesito e ancora molto ispirato Herzog ha trovato nel documentario lo strumento per continuare a esplorare la realtà. Trattandosi dell’autore di “Grizzly Man” e “Encounters at the End of the World” si capisce subito che la precisione enciclopedica e il tono divulgativo utilizzato dal professore di informatica incaricato di guidarci nei luoghi (della UCLA di Los Angeles) in cui è nata la rete così come l’elencazione dei progressi raggiunti con l’entrata in scena di internet di cui abbiamo modo di conoscere e di vedere (nel corso della visione)sono solo il modo scelto dal regista per far sentire a casa lo spettatore prima di toglierli ogni certezza e sprofondarlo nell’altrove costituito dalle implicazioni reali e possibili che sono conseguenza della grande rivoluzione informatica.

Un mondo invisibile o quantomeno sommerso che Herzog fa emergere con le caratteristiche tipiche del suo cinema e quindi facendo entrare in collisione la razionalità del meccanismo cinematografico, rappresentato dal succedersi ordinato delle singole scene e dal controllo della spazio scenico (occupato dai personaggi intervistati dal regista) con gli abissi scatenati dagli scenari di un futuro più che possibile, in cui a governare sarà l’intelligenza artificiale dei robot


Se ciò che deve ancora venire meraviglia e al tempo stesso spaventa il presente è quanto meno angosciante: provate a chiedere ai genitori della ragazza morta in un incidente stradale perseguitati dagli hacker che hanno saturato la rete con le foto del cadavere della figlia, oppure alle persone costrette a lasciare la propria casa e a vivere in luoghi remoti e isolati per scongiurare gli effetti della patologia scatenata dalle onde magnetiche prodotte dai circuiti telematici. Tra cose note e perlomeno pensate e altre nemmeno immaginate “Lo and Behold” è un viaggio nell’ignoto dei nostri tempi che riesce a farci tornare a casa con verità meno scontate. E il suo regista pur alla soglia degli ottanta dimostra la metà dei suoi anni. Per questo motivo lunga vita a Werner Herzog.

martedì, ottobre 04, 2016

ELVIS & NIXON

Elvis & Nixon
di Liza Johnson
con, Kevin Spacey, Michael Shannon, Alex Pettyfer
Usa, 2016 
genere, commedia
durata, 86'

Gli innumerevoli incontri, spesso avvenuti con stretto riserbo tra celebri divi del passato, forniscono sempre ottimo materiale da cui trarre interessanti spunti narrativi; il colloquio segreto del presidente americano Nixon con la star del rock‘n’roll Elvis Presley diventa così lo snodo intorno al quale graviterà una pellicola dignitosa, priva dei picchi a cui ci hanno abituato altri illustri incontri – uno tra tutti quello tra il giornalista televisivo Frost e lo stesso Nixon qui rappresentato, messo in piedi con gran disinvoltura da un Ron Howard mai così ispirato – ma singolare nel suo tratteggiare un Elvis differente dall’icona musicale alla quale siamo abituati a pensare. Il contendere narrato in Elvis & Nixon prende il via da un tarlo del cantante, un capriccio personale di indubbia futilità, ma estremamente necessario – perlomeno nella ragioni formulate da Elvis – per dimostrare il proprio impegno nella lotta all’abuso di stupefacenti in età giovanile, oltreché essenziale anello mancante nella propria collezione: Elvis è un’istituzione della musica rock e la generazione più fragile ed esposta a questo problema ne segue le vicissitudini e ne imita le gesta, fornendo allo staff presidenziale una valida motivazione per supportare tale incontro a livello istituzionale. Nixon, conservatore poco avvezzo agli incontri informali privi di un considerevole ritorno d’immagine politica, si ritrova costretto a parteciparvi, spinto dal rampante staff che vede nell’imminente evento, una saporita occasione di accrescimento del consenso popolare: Elvis piace a tutte le fasce demografiche e diversifica il proprio pubblico in ambosessi di diversa estrazione sociale, è il candidato ideale per una silenziosa campagna politica a disponibilità gratuita. 

Una divertita Liza Johnson si limita a registrare ciò che accade nello studio ovale senza particolari picchi, sfruttando adeguatamente uno Shannon dalla fisionomia pronunciata, capace con essa di aderire dignitosamente alla figura del rocker, ed uno Spacey imbolsito ed appesantito, assai diverso dal cinico e spietato Frank Underwooda cui House of Cards ci aveva abituati. Il distintivo così ambito diventa un tramite involontario per veicolare un messaggio di indubbia rilevanza in un’epoca flagellata da questa piaga sociale e Presley si presta suo malgrado al gioco intavolato dai giovani faccendieri, relegando a torto o a ragione - non ci è dato saperlo, data la natura segreta dell'incontro tra i due - il ruolo di Nixon a mero comprimario e rendendo il personaggio interpretato da Kevin Spacey, un accessorio volubile nelle capricciose mani di Elvis. 
Alessandro Sisti

lunedì, ottobre 03, 2016

INDIVISIBILI

Indivisibili
di Edoardo De Angelis,
con Angela Fontana, Marianna Fontana, Antonia Truppo
Italia, 2016 
genere, drammatico
durata, 100' 


Viola e Dasy sono due gemelle siamesi che cantano ai matrimoni e alle feste e, grazie alle loro esibizioni, danno da vivere a tutta la famiglia. Le cose vanno bene fino a quando non scoprono di potersi dividere. Il loro sogno, di una delle due in particolare, è raggiungere la normalità nella vita quotidiana: mangiare un gelato, viaggiare, ballare, bere vino senza temere che l'altra si ubriachi e avere rapporti sessuali. In "Indivisibili", più che una pulsione emotiva, il motore ed elemento decisivo della storia è una separazione, una lacerazione: fra due corpi, ma anche fra due anime, fra il bambino e l’adulto, fra l’indipendenza economica e decisionale e il legame viscerale con la famiglia. Il regista, che già ai tempi di "Mozzarella Stories" si era distinto per la cura delle immagini, qui sembra essersi addentrato, più che nel cuore, direttamente nella pancia e nei fianchi innaturalmente uniti di Viola e Dasy, di cui ha immortalato addirittura il respiro. Affidandosi, certo, anche al talento delle protagoniste, quasi sconosciute, De Angelis ha raccontato il legame gemellare, simbiosi incomprensibile per chi non la vive e perciò difficilmente narrabile. In effetti, forse, lo ha ammantato un po' troppo di una dolcezza tipicamente femminile, di forza di volontà e di bellezza, sconfinando nel romantico. Il film è una favola realistica: anche i genitori delle due gemelle sono persone vere, umili e ferite, che compiono scelte anomale, come restare a vivere in una villetta triste e disadorna, piena, però, dei più avanguardisti elettrodomestici esistenti. In fondo, per loro è rassicurante restare ancorati alle proprie radici piuttosto che andare a Los Angeles, come, invece, sognano di fare le gemelle. Edoardo De Angelis, come le ragazze, è animato dalla curiosità per mondi nuovi: cerca di spingersi altrove e ci riesce. Ma poi torna rapidamente a stilemi che gli sono più familiari.
Riccardo Supino

domenica, ottobre 02, 2016

LA FOTO DELLA SETTIMANA























Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick (Gran Bretagna, 1964)

sabato, ottobre 01, 2016

THE ASSASSIN

"The assassin"/"Nie Yin-niang".
di, Hou Hsiao-hsien.
con, Shu Qi, Chang Chen, Ni Da-Hong, Yong Mei, Zhou Yun, Tsumabuki Satoshi.
Taiwan/Cina/Hong Kong/Fra 2015 -
durata, 105'



Tutte le strade significative, oltreché contraddittorie, sono impervie. A maggior ragione quelle del mèlo - nel caso, di matrice marziale - disegnate perlopiù al modo di linee che si sovrappongono e si confondono alle esistenze di coloro che le percorrono, al punto di modificarne non tanto e non solo convinzioni e consuetudini ma il senso stesso del peregrinare attraverso le vicende terrene.

Stavolta ci troviamo, per opera del cino-taiwanese Hou Hsiao-hsien, nella Cina del periodo Tang, intorno all'ottavo secolo, evo travagliato e gravido di tensioni, in particolare quelle che si originano per le incompatibilità tra le istanze di alcune province e il richiamo all'ordine della Corte Imperiale. Proprio il territorio di Weibo, amministrato dal giovane Governatore Tian Ji'an/Chang Chen si trova la centro di contrasti e di trame mano mano concretizzate nel progetto di eliminarlo per mano di (Nie) Yin-niang/Shu Qi, bella, letale (e pressoché silente) Maestro di Spada, cugina e, a suo tempo, sposa promessa, la quale, ligia alla disciplina del suo rango come impossibilitata ad eludere l'ordine ricevuto, cerca un complicato equilibrio tra la perentorietà del codice cui ha aderito e la suggestione insopprimibile di pulsioni che l'avvicendarsi dei giorni non è riuscito del tutto a scalfire...

"La tua abilità è ineguagliabile ma la tua mente è ostaggio dei sentimenti". Entro i confini incerti di questa laconica sentenza, HHh tratteggia un progressivo itinerario di avvicinamento e di accettazione della solitudine come pegno da pagare da parte di coloro che hanno fatto del rigore nella dispersione quotidiana e della tenace conservazione di una dimensione spirituale intransigente ma aperta all'Altro, il fulcro attorno al quale far ruotare le proprie esistenze. Yin-niang si muove, alla ricerca di un ubi consistam dirimente in apparenza rappresentato dalla missione omicida da compiere, come il fantasma di un desiderio inappagato perché allo stesso tempo tradito e superato dalla banalità delle contingenze, le solite - retaggi inamovibili, sotterfugi, accordi sempre reversibili, menzogne, viltà, complotti con aggiunta di sortilegi - a cui la Morte stessa sembra concedere solo la tregua necessaria a riproporsi in forme sempre più esplicite e perverse. Anche da qui lo smarrimento, l'attesa vana, la malinconia attonita di brevi e mute ellissi, d'inquadrature semi-inerti e curatissime, costruite con un meticoloso senso del dettaglio (negli interni, volumi netti stagliati su fondali dalle tinte vivide e dalle molteplici trame; negli esterni, elementi naturali colti nel fulgore o nel trapasso di una stagione che sbiadisce, quasi inavvertita, nelle distanze ai margini del visibile, mentre, tanto nei primi quanto nei secondi, un vento molle agita i panneggi, le tende di ogni dimora, una percussione sorda scandisce il ritmo a perdere di un progressivo disfacimento, fugaci occhiate, improvvise indecisioni, s'accordano a minime varianti della gradazione della tessitura cromatica dell'immagine) che si riverbera, affine, nelle geometrie essenziali e stilizzate degli scontri armati, chilometri lontane dalle prodezze anti-gravità del cappa-e-spada recente e anzi come condotti - in specie quelli della protagonista - con una sorta di plastica stanchezza, a ribadirne la sostanziale inutilità a fronte di conflitti ben più profondi e irresolubili.


Nel cuore di una messinscena di smagliante nitore, nell'alternarsi di drappi, di coltri, di velature che ottundono/palesano i volti e i corpi impegnati in gesti e silenzi la cui sommessa ritualità allude all'illusione di eliminarne o quantomeno limitarne le conseguenze, s'intravede il lavorìo bieco che il Tempo opera sugli slanci e le figure umane (quest'ultime di preferenza al centro del punto di vista o destinate a smarrirsi in una vastità indifferenziata), rendendo per contrasto ancor più struggente il viluppo irrisolto delle passioni (con maggiore, febbrile veemenza, nodo ugualmente non sciolto dal W.Kar-wai di "Ashes of Time") nella composta disperazione che, prendendo atto di quanto il ritmo della Storia neghi la cronologia interiore dei singoli - ovvero, quel continuum coerentemente (e giustamente) sospeso, restìo a piegarsi ad un prima e un dopo ma incline all'eterno fragile del qui e ora dell'appagamento o dell'umiliazione - tenta comunque di sottrarsi al determinismo implacabile per cui "gli uccelli cantano solo per i propri simili".
TFK