domenica, gennaio 31, 2021

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Mi Chiamo Francesco Totti

con Francesco Totti

Versione: DVD

Brand: Vision

Audio: Lingua: Italiano, Inglese | Sottotitoli: Italiano, Inglese

Data uscita: 03.12.2020







"Mi chiamo Francesco Totti" è in primo luogo la storia di un predestinato. Le prime immagini del nuovo film di Alex Infascelli ce lo dicono senza mezzi termini attraverso un aneddoto tanto divertente quanto esplicativo dell’abilità funambolica del protagonista nel calciare un pallone. Apprendiamo infatti che il campione ancora in erba era già un cecchino infallibile ai tempi della scuola elementare quando giocando a tirassegno con i corpi dei compagni finiva per centrarli tutti al primo colpo.

Eppure, nonostante la grandezza indiscutibile del repertorio, dimostrata nel corso di una carriera suggellata dalla vittoria del campionato e da quella del mondiale del 2006, quest’ultima voluta a tutti i costi e nonostante l’infortunio che ne aveva messo a rischio la presenza, il nostro ha l’umiltà di riconoscere la benevolenza di un destino capace di fargli evitare la cessione ad altra squadra nel momento in cui la sua carriera nella Roma stava per esplodere. Anche in quel caso, come nell’altro ben più famoso che fu causa del prematuro ritiro, fu un allenatore, l’argentino Carlos Bianchi, a mettersi di traverso e a peccare di lesa maestà cercando in tutti i modi di farlo cedere ad altra squadra per sostituirlo con un giocatore già affermato.


In questo senso fa ancora più scalpore, dopo aver raccolto le testimonianze di ammirazione e affetto del pubblico restituito dal campione con generosità e riconoscenza verso familiari, amici e colleghi, vedere, e soprattutto ascoltare, la conferma delle parole di accusa pronunciate nei confronti di Luciano Spalletti, il tecnico che, secondo la ricostruzione dell’interessato, si accanì senza motivo  contro la sua persona emarginandolo dal resto della squadra e di fatto impedendogli di scendere in campo se non per piccoli scampoli di partita.


Da questo punto di vista "Il mio nome è Francesco Totti" è, per dirla come Raymond Chandler, una sorta di lungo addio poiché il film costruisce la narrazione a partire dal giorno in cui Totti si appresta a calcare per l’ultima volta un campo di calcio per poi ripercorre le fasi salienti della carriera, non senza tornare di tanto in tanto alla vigilia del fatidico momento per filmare le sensazioni del protagonista.



Aggiungi didascalia
Accompagnato dalla voce fuori campo del protagonista, uguale per simpatia e disincanto a quella di certe scenette pubblicitarie, il film è efficace a trasformare il materiale visivo  in una biografia essenziale da cui è possibile percepire non tanto il talento del calciatore quanto l’umanità dell’uomo, quella capace di farne da sempre un antidivo. Certo, anche il documentario di Infascelli come altri dedicati a grandi personaggi sportivi mantiene la prerogativa per cui è nato e cioè quella di celebrare Totti dal punto di vista di chi ne ha ammirato le gesta sportive, mettendo dunque da parte gli strumenti critici propri del documentario per privilegiare una comunicazione positiva, volta a confermare le certezze degli appassionati. La scelta di privilegiare le immagini rispetto al contenuto, e quindi di non estrapolare mai il protagonista dal contesto che ha concorso a costruirne il mito, contribuisce a fare del Totti cinematografico un vero e proprio personaggio: fonte di ispirazione per film già usciti ("Il campione" di Leonardo D’Agostini) e al centro di progetti sul punto di nascere come la prossima serie interpretata da Pietro Castellitto. Presentato con successo nella selezione ufficiale della Festa del cinema di Roma, "Io mi chiamo Francesco Totti" ha le potenzialità per piacere al grande pubblico.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su ondacinema.it)


ADOLESCENZA LATERALE






Say you've got the answer. Well, I don't agree

You get no answer when you're cornering me

— Coricky —



Provando - e l’operazione implica la sua fatica - a far sparire dalla lavagna della Storia talune improvvide dichiarazioni d’intenti riguardanti la prima giovinezza, buone, chissà, per un manuale di frenologia (tipo, mettiamo, quella ecumenico-motivazionale farcita di panglossismo interessato in forma di slogan coniata da un tizio altrimenti con i piedi ben piantati in terra e lo sguardo fisso ad altezza portafoglio e, nemmeno a dirlo, subito elevata a rango di empito visionario dalle solerti schiere dei camerieri del pensiero unico, ossia stay hungry, stay foolish, datata 2005 e qualunque significato autentico essa abbia al di là dell’ovvia traduzione), cosa resta ? Forse un’altra facezia  modello sentenza, stavolta almeno un tanto più stimolante, di volta in volta attribuita a Jameson, a Zizek, a entrambi, in base alla quale è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del Capitalismo. Osservando alternativamente tali due asserzioni, tutto sommato e a rifletterci nemmeno così distanti tra loro - l’una, checché se ne dica e a stringere, permeata di una sibillina sollecitudine di per sé incline all’irregimentazione dell’estro personale entro un ambito senza scampo consumistico-passivo del genere: tu-ragazzo/-a-del-terzo-millennio-esprimi(?)-la-tua-brama-di-futuro-dotandoti-di-uno-dei-tanti-aggeggi-digitali-da-noi-forniti-grazie-ai-numerosi-punti-vendita-di-cui-abbiamo-disseminato-il-globo; l’altra pervasa, in maniera più capziosamente speciosa, vista la sua apparenza quasi svagata di iperbole ironica screziata, al tempo, di un autoritarismo omeopatico come di una obliqua voluttà sepolcrale, da una sorta di placida rassegnazione nei confronti della quale l’atteggiamento da tenere sembra essere quello della sottomissione irriflessa a un destino tanto inesorabile quanto oramai, di fondo, incomprensibile - si può comunque provare a chiedersi, e il Cinema torna utile in veste di termometro degli umori di un mondo davvero fatto (e qui prevale l’accezione provocatoria del termine) di immagini, nonostante l’avanzato inveramento delle conseguenze generate dalle suddette affermazioni di continuo utilizzate a mo’ di carta di identità di un’epoca (in realtà a loro volta specchi ed echi di innumerevoli altri imperativi, poltiglie ideologiche pronte a incastrarsi tra i denti, molteplici con ogni probabilità nelle fogge ma analoghe assai nelle riflessioni, negli atti - e nelle carie - che mirano a produrre), se, quanto e in che modo le nuove generazioni sono tuttora da considerarsi artefici di un itinerario fisico e psicologico consapevolmente autonomo e critico, quindi verosimilmente irreconciliato e antagonista (e sembra di sentire la Dickinson, presunta tremebonda e virginale: Conformati - sarai sano di mente -/Obietta - sarai pazzo da legare - /immediatamente pericoloso e presto incatenato. O una delle protagoniste di “The wilds”: “Essere un adolescente nell’America di tutti i giorni… quello era il vero inferno”. Come, in linea: “Il mondo è un posto pericoloso per una ragazza sessualmente evoluta” e “Mio padre mi guardava come se fossi radioattiva”), sia nella declinazione individuale che in una prospettiva collettiva o, al contrario, devono accontentarsi del ruolo di comparse all’interno di un copione al punto collaudato da non necessitare di improvvisazioni interpretative.


Diciamolo chiaro: allo stato attuale dell’arte - e in particolar modo dopo il demoralizzante esito patito, in relazione all’epidemia mondiale che (inizio 2021) ancora stiamo attraversando, dai vari proclami palingenetici inneggianti a un ottimistico nulla sarà come prima con usuale prontezza cavalcati dal Capitalismo per aumentare ancora di più, se possibile, la pressione di quella stretta che inchioda nell’agonia protratta del cosiddetto eterno presente le sorti degli individui di pressoché tutto il pianeta - è velleitario confidare a breve in un cambiamento effettivo dei rapporti di forza tra chi gestisce (pochi, pochissimi e più o meno i soliti: i famigerati 2000 anni al potere sempre le stesse 2000 persone a suo tempo trasformati in note febbrili dagli Elettrojoyce non fanno cioè che tornarci addosso, ancora e daccapo, cristallini e impietosi come quando furono concepiti) e chi esegue (la quasi totale rimanenza degli altri). Da questo punto di vista è allora opportuno e leale recuperare la provocazione di Jameson/Zizek almeno per ammettere che essa non stride con lo scenario prevalente contemporaneo ma sembra per taluni versi ipostatizzarlo, a rimorchio di una puntuale e vetriolica precisione, in una istantanea da compiaciuto miracolo negativo, lasciando adombrare tra gli anfratti concavi e i chiaroscuri addirittura l’ipotesi di un compimento fatale, perverso e chissà quanto involontario della fame folle evocata dall’ambiguo tormentone aziendale di Jobs. Si noti, poi, per tristo soprammercato e insistendo con la franchezza, come anche in un contesto così complicato, quale appunto l’attuale, il Capitalismo abbia più che mai ribadito la propria già notevolissima capacità di triturare, metabolizzare e omologare (quando non sic et simpliciter evacuare) nel prolasso della duttilità qualunque istanza orientata a limitarne (o a ridiscuterne) l’inerzia espansiva, derubricando di concerto, lentamente ma implacabilmente, sempre su questa linea ma allargando la valutazione ai campi che attengono l’espressione umana - la letteratura, la musica, la politica, il Cinema, chiaramente, et. - concetti (e prassi) come alternativo, indipendente e financo sovversivo a meri materiali di risulta del suo inesausto meccanismo di accumulazione/distruzione.


Quindi, una breve e ahinoi parziale ricognizione (dal momento che la predetta sarà costretta a declinare la tentazione di indagare, ed è solo un esempio, il vasto e poco esplorato oceano della malattia mentale tra i giovanissimi - disturbi del linguaggio e difficoltà di apprendimento, depressione, eccessiva capricciosità umorale, aggressività, anedonia, et. - di sicuro meritevole di una trattazione) che abbia l’intento di mettere in evidenza opere centrate su quella galassia per definizione instabile che è l’adolescenza, non potrà esimersi dal collocare le medesime dentro un ambiente comune - uno spazio oggi come oggi variegato e allettante, cullato dall’onda lunghissima e a tutta prima inesauribile dell’intrattenimento di massa, all’interno delle sue circonvoluzioni, però, spesso desolato e ostile, avviluppato nella narcosi (per il momento) affabile degli stimoli ripetitivi e dei surrogati tecnologici di esperienze - caratterizzato da un’atmosfera pregna di quella che potremmo definire apatia afflitta. Per tale ragione i lavori presi in considerazione appartengono a percorsi e a generi diversi, a produzioni di piccole e medie pretese, la cui specificità del contenuto sarà comunque da mettere in relazione/frizione con il sopraddetto clima che ne pervade magari solo sotterraneamente il progressivo svelarsi ma che, via via, è destinato a rimodellarne la fisionomia.


Rappresentazione prima di questo panorama può considerarsi il dramma “1/1” di Jeremy Philips, del 2018, ambientato nella desolazione gelida di un angolo di Pennsylvania in contrasto col quale la giovane Lissa/L.Shaw, emarginata per collocazione geografica e sociale, tossica per noia e sfinimento, con ogni probabilità incinta, non fa che rivivere il calvario del suo presente atroce e del presumibile identico futuro, in un accavallarsi di detriti mnemonici e fantasmatici a volte incoerenti, sempre dolorosi, trasportati da un passato reso indicibile dal suicidio del padre, mentre la contingenza pressante dell’attimo si nutre della sussistenza sospesa legata a un esame clinico che ne stabilirà o meno, come accennato, la maternità. In un paesaggio umano ed esperienziale affine ma con implicazioni emotive discordi si agita il microcosmo conflittuale e furioso di Lou/M.Kurimsky, in “Firecrackers” di Jasmin Mozzafari, anch’esso del 2018, in relazione al quale la fatalistica rassegnazione al degrado e alla passività non fa invece che saturare fino alla deflagrazione lo sforzo - pure scomposto e non privo di ricadute drammatiche - di seppellire in via definitiva lo squallore di una ripetitività senza scampo e concedere all’ipotesi di una vita nuova altrove - incognite incluse ma per una volta benedette - uno spiraglio praticabile. Di tutt’altro e più ammaliante tenore il tentativo di emancipazione del proprio itinerario soggettivo da ciò che oramai è ridotto fondamentalmente a un incubo di solitudine e disperazione urbana (o provinciale) operato da esperimenti dal piglio astratto come “Wild tigers I have known” dell’esordiente Cam Archer (2006) e “Butter on the latch” di Josephine Decker (2013), all’interno dei quali e con sfumature differenti (nel primo, sono l’identità sessuale in trasformazione di un tredicenne, il suo rapporto con i coetanei e con la madre ad essere esplorati in una dimensione di lisergica apertura, di incantata e ingenua fiducia mista a sconcerto e aspettazione; nell’altro, è l’avventura immaginata/sognata/vissuta da due ragazze in una tregua dilatata dello spazio e del tempo a orientare, al fine di una loro futura composizione, sia i confini dei rapporti interpersonali che il ruolo giocato dall’elemento naturale nella modificazione degli stati d’animo, e ad assecondare da un punto di vista eccentrico e fluido l’insorgere della passione e il retaggio mai pacificato che essa porta con sé) il gesto semantico è quello finalizzato a opporre all’allucinazione monotona della realtà, ostaggio della trivialità dell’ordinario, quella febbrile e cangiante del desiderio. Su un binario parallelo, impreziosito dalla magia stupefatta del mondo e dal piacere peculiare delle prime volte, come dall’afflizione cocente di similari precoci delusioni, si muove poi “We the animals”, di Jeremiah Zagar (2018), a mo’ di canto aurorale di una leggendaria età brada - quella pre/post-puberale - alla cui incoercibile insofferenza corre in soccorso anche la leggerezza dispettosa dell’animazione. 


Il passo delle narrazioni torna a ripiegarsi su sé stesso e ad assumere di nuovo le fattezze di una sfibrante corsa all’autodistruzione o, quanto meno, di uno stallo esistenziale originato da una sequela pressoché ininterrotta di vicolo ciechi, di scomposte psicosi e mal introiettate sollecitazioni, ognuna delle quali scambiata per via d’uscita, in “Super dark times”, di Kevin Phillips (2017) e in “Dark night”, di Tim Sutton (2016), quest’ultimo vagamente ispirato al massacro consumatosi (2012) presso una multisala di Aurora (Co) durante una delle prime proiezioni di “Il cavaliere oscuro - Il ritorno" - di Nolan. Quanto infatti nel film di Phillips la nevrosi e il perenne senso di inadeguatezza a oggi somatizzati dai ragazzi in-età-difficile si coagulano attorno a una serie di circostanze delittuose (dark) che, allo stesso tempo, sfuggono di mano e per altri versi ne indirizzano vieppiù l’agire fino alla rottura di equilibri che una consuetudine appartata (qui, quella di un piccolo centro) faceva ritenere acquisiti, nel lungometraggio stranito ed esausto di Sutton, opportunamente coagulati e compressi, conducono senza mediazioni percorribili alla voragine di una follia (dark) talmente insensata e spietata da non avere bisogno di essere messa in scena in modo plateale per diffondere tutte le sue distruttive risonanze. Di contro e attraverso percorsi psicologici meno eclatanti ma di dirimente impatto sui destini dei rispettivi titolari, si svolgono le vicende di Jack/C.Plummer e Stevie/S.Suljic, entrambi alle prese con itinerari di formazione resi più accidentati dalla prematura spinta all’emancipazione nei riguardi di un quotidiano già avvertito come sterile di stimoli e insoddisfacente affettivamente, da un lato, e segnato dall’indifferente assenza - o insipiente presenza - della figura adulta, dall’altro, raccontate in due esordi datati 2015 e 2018, a dire “King Jack” di Felix Thompson e “Mid90s” dell’attore Jonah Hill. Tanto per il quindicenne Jack quanto per il tredicenne Stevie, appunto, sebbene entro cornici lontane per abitudini e mentalità (la relativa calma di una cittadina per il primo, i brulicanti quartieri periferici di Los Angeles per il secondo), il bandolo delle singole esistenze si avvolge intorno alla ricerca solitaria e non di rado amara - Jack, tipo tranquillo ma per indole non disposto a subire soprusi, si scontra a più riprese con un gruppo di bulli della scuola locale coinvolgendo nelle sue peripezie non esenti da risvolti picareschi un più giovane cugino affidato alla sua tutela per un intero fine settimana; Stevie, scontroso e inquieto di suo, cerca in un gruppo di skaters quell’affiatamento istintivo e la spontanea solidarietà tra eguali che la famiglia naturale, malamente e con stanca discontinuità, cerca di reprimere nell’osservanza di vaghi stereotipi educativi - di una matrice identitaria solida, credibile e distintiva. D’altro canto, è persino attraverso toni quasi favolistici che ci viene restituita la singolare utopia partorita dalla mente di un ragazzo garbato ma di fondo smanioso come il Joe/N.Robinson di “The kings of summer” (2013), opera prima di Jordan Vogt-Roberts. In questo specifico, il paesaggio americano, selvaggio, insidioso ma sempre promettente arriva a sostenere - per mera prossimità biologica, verrebbe da dire - il sogno ingenuo ma vitale di un giovane uomo convinto di poter aggirare i cinici automatismi di una società libertaria nei proclami ma in alcune sue pieghe nemmeno così recondite brutale e intollerante, in virtù della costituzione di un minuscolo reame a parte nel cuore di un ritaglio di Natura incontaminata dove vivere secondo regole proprie.


Risulta chiaro quindi, e per quanto sommariamente tratteggiato, come tanto l’amo commerciale lanciato più o meno un quindicennio fa da un industriale scaltro, quanto il sarcastico de profundis pronunciato da due studiosi di vaglia, col tempo e almeno per un certo tipo di adolescenti - scettici, avveduti, sensibili e perspicaci - siano sempre più destinati a scontrarsi con quella che il compianto Mark Fisher chiamava impotenza riflessiva, ovvero quella condizione psicologica per cui i giovani sanno che la situazione è brutta ma sanno ancora di più che non possono farci niente. Solo che questa consapevolezza, questa riflessività, non è l’osservazione passiva di uno stato delle cose già in atto: è una profezia che si autoavvera. Una profezia che ancora sembra metterci in guardia circa l’eventualità per cui l’unico serio compito rimastoci come persone/comunità/Cultura sia davvero quello di salvare noi da noi stessi, smettendo di essere, prima che sia troppo tardi e come registra sconcertata la Jules/H.Schafer di “Euphoria”, “innamorati della delusione”.

TFK

domenica, gennaio 17, 2021

ABBIAMO VISTO I PRIMI DUE EPISODI DI WANDAVISION: LA NUOVA ERA MARVEL INIZIA IN CHIAVE SITCOM

Wandavision

di Matt Shakman

con Elizabeth Olsen, Paul Bettany

Stagione 1

Episodi 1-2

durata: 30’ circa

Dopo un anno privo di nuovi prodotti Marvel in uscita, ecco che il grande colosso è tornato sul (piccolo) schermo con una serie tv: Wandavision.

Grande attesa, a partire dall’annuncio, per un prodotto particolare e diverso dal solito.

I protagonisti sono Wanda e Visione, che il pubblico ha potuto conoscere nei capitoli cinematografici. Da personaggi praticamente secondari si sono trasformati nei protagonisti di questa serie tv, della quale, per il momento, sono disponibili su Disney Plus solo i primi due episodi e gli altri saranno a cadenza settimanale. 

La coppia è al centro di una vera e propria sitcom anni 50, con tanto di sigla, risate e applausi finti, ma si tratta in realtà di una creazione della mente di Wanda che, non accettando quanto avvenuto in uno dei lungometraggi Marvel, si è praticamente inventata di sana pianta una realtà alternativa e positiva dove poter vivere serenamente con la propria metà.

Il filo conduttore dei primi due episodi sembra essere il riuscire a mascherare la vera natura dei coniugi agli occhi degli altri e, tra siparietti comici e situazioni assurde, riescono, piano piano, ad inserirsi nella realtà dell’epoca e farsi accettare da tutti coloro con i quali entrano in contatto.

Ogni episodio, però, almeno per il momento, ha comunque sempre un momento particolare dove i due sono costretti ad usare i loro poteri differentemente da quanto fatto fino a poco prima, per salvare una situazione che potrebbe ritorcersi contro di loro.

Apprezzabile maggiormente da un pubblico che, naturalmente, ha visto e conosce i film Marvel e ai quali può fare continui riferimento, “Wandavision” è comunque una serie intrigante anche per un pubblico che ha meno dimestichezza con il mondo dei supereroi.

Con questa serie tv si apre ufficialmente la fase 4 dei Marvel Studios che si preannuncia interessante e ricca di tante novità.

Per i più appassionati e attenti il compito di trovare tutti gli Easter Eggs all’interno dei vari episodi che compongono la serie non sarà difficile, ma anzi molto divertente.

Ma lo scopo principale, per tutti, è quello di capire cosa succede ai due neo sposini, chi sono veramente, da dove vengono e cosa significano tutti i fenomeni che si stanno verificando intorno a loro.

Non resta che aspettare, quindi, i prossimi episodi per avere sempre più risposte a tutti questi quesiti, conoscere meglio i due protagonisti e magari incontrare anche altri personaggi già apparsi nei precedenti lungometraggi.


Veronica Ranocchi

martedì, gennaio 12, 2021

LE CLASSIFICHE DE ICINEMANIACI 2020

 Carlo Cerofolini

1. Diamanti grezzi (B. Safdie, J. Safdie)

2. Mai raramente a volte sempre (E. Hitmman)

3. Roubaix, una luce (A. Desplechin)

4. Volevo nascondermi (G. Diritti)

5. Mank (D. Fincher)

6. I miserabili (L. Ly)

7. Favolacce (D. e F. D'Innocenzo)

8. Jojo Rabbit (T. Waititi)

9. L'amore a domicilio (E. Corapi)

10. Richard Jewell (C. Eastwood)



TFK

1. Sorry we missed you (K. Loach)

2. Wolfwalkers (T. Moore)

3. Sto pensando di finirla qui (C. Kaufman)

4. Mai raramente a volte sempre (E. Hittman)

5. Diamanti grezzi (J. e B. Safdie)

6. The lighthouse (R. Eggers)

7. Undine (C. Petzold)

8. Il re di Staten Island (J. Apatow)

9. Hidden life (T. Malick)

10. Alice e il sindaco (N. Pariser)



Veronica Ranocchi

1. Jojo Rabbit (T. Waititi)

2. Soul (P. Docter)

3. Mai raramente a volte sempre (E. Hittman)

4. Palm springs - vivi come se non ci fosse un domani (M. Barbakow)

5. Onward (D. Scanlon)

6. 1917 (S. Mendes)

7. Tenet (C. Nolan)

8. Ema (P. Larrain)

9. Sto pensando di finirla qui (C. Kaufman)

10. Mank (D. Fincher)

venerdì, gennaio 08, 2021

PIECES OF A WOMAN

Pieces of a woman

di Kornél Mundruczó

con Vanessa Kirby, Shia LaBeouf, Molly Parker

USA, Canada, 2020

genere: drammatico

durata: 128’

Presentato alla mostra del cinema di Venezia “Pieces of a woman” è il primo film americano per il regista ungherese Kornél Mundruczó.

La storia è quella della giovane Martha che, insieme al suo compagno Sean, aspetta una bambina. Il film, scandito da alcune date che mostrano allo spettatore lo scorrere del tempo, inizia con la donna ormai in procinto di partorire che ha deciso di dare alla luce il figlio in casa. Ad aiutarla l’ostetrica Eva, inviata in sostituzione di quella con la quale avevano accordi che, a causa di un contrattempo, non ha potuto assistere la giovane coppia. Per un presunto errore da parte della nuova ostetrica il parto ha un esito tragico e il lungometraggio si concentra sull’elaborazione del lutto da parte della giovane coppia e su tutta una serie di dinamiche che si vengono a creare a seguito di questo fatto.

Se da una parte vediamo le rivendicazioni da parte di molti, esterni alla vicenda, subito pronti a puntare il dito verso l’ostetrica o comunque a cercare di ottenere vendetta, dall’altra notiamo un cambiamento progressivo in Martha che cerca di interrogarsi e di comprendere le ragioni che l’hanno portata a questa situazione.

La giovane, interpretata da una superba Vanessa Kirby, riesce ad “insinuarsi” nel pubblico e a renderlo partecipe della sua sofferenza. Magnifico, a tal proposito, il piano sequenza iniziale attraverso il quale veniamo catapultati all’interno di un parto, tutt’altro che semplice, e lo facciamo non da spettatori passivi, ma quasi da personaggi vicini alla protagonista. La sua sofferenza è anche la nostra, le sue paure sono anche le nostre e le sue reazioni sono anche le nostre. La grande capacità dell’attrice risiede proprio in questo, nel mostrarsi completamente alla macchina da presa.

E la sua sofferenza continua per tutta la durata del film, spesso in un silenzio estenuante ed esasperante che non fa comprendere a chi la circonda quello che le passi per la testa e perché reagisca in un certo modo piuttosto che in un altro. In realtà Martha sta metabolizzando l’accaduto e sta cercando di reagire in una maniera il più razionale possibile.

Ma il “Pieces of a woman” del titolo non fa riferimento solo e soltanto a Martha. Perché non è solo lei la vittima dell’intera storia (oltre alla bambina, naturalmente). Anche Eva, l’ostetrica accusata immediatamente da chiunque di essere la responsabile della morte della piccola, deve sottostare ad un processo mediatico e reale che la vede diventare il capro espiatorio dell’accaduto.

Un film forse a tratti lento, ma che fa leva sulle prove attoriali dei protagonisti, in particolare quella di Vanessa Kirby, per la quale l’attrice britannica ha già ottenuto più che meritatamente la Coppa Volpi a Venezia e ha messo la sua firma in vista dei prossimi Oscar, per i quali è praticamente d’obbligo una candidatura.

Una travolgente storia di emozioni che spesso si sofferma con attenzione su dettagli apparentemente insignificanti, ma che aiutano la comprensione di tanti aspetti. Una regia che accompagna il pubblico e gli interpreti e lo fa scavando a fondo, ma senza dare giudizi di nessun tipo.

Una buonissima prova sotto tutti i punti di vista.


Veronica Ranocchi

venerdì, gennaio 01, 2021

BUON ANNO 2021

 

                                            Three Woman di Robert Altman (USA, 1977)

lunedì, dicembre 28, 2020

TUTTI PER 1 - 1 PER TUTTI

Tutti per 1 – 1 per tutti

di Giovanni Veronesi

con Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea, Rocco Papaleo

Italia, 2020

genere: commedia, avventura, drammatico

durata: 115’

Con Giovanni Veronesi tornano sullo schermo i tre moschettieri.

A riprendere i propri ruoli Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea e Rocco Papaleo. All’appello manca solo Sergio Rubini.

Anche stavolta i protagonisti devono affrontare una nuova missione, richiamati dalla regina Anna d’Austria. Nonostante l’età sempre più avanzata e lo scetticismo generale, dato dalle loro recenti dimostrazioni, la donna si decide nuovamente ad affidare loro una missione segreta per la quale vengono guidati da un singolare veggente, Tomtom. Tra le varie peripezie e avventure D’Artagnan, Athos e Porthos avranno a che fare anche con la piccola principessa Ginevra, figlia di Enrichetta d’Inghilterra e con il giovanissimo orfanello Buffon, perdutamente innamorato della bella fanciulla.

Con una strizzata d’occhio alla realtà che ci circonda, ben descritta dalla prima sequenza nella quale vediamo una classe intenta a salutarsi utilizzando le mascherine, la commedia di Veronesi mescola sapientemente due generi così diversi e distanti, ma al contempo anche complementari per certi aspetti: la comicità e il fantastico.

Una storia come quella dei moschettieri, che troverebbe terreno fertile come prodotto americano o comunque estero, risulta, alla fine dei conti, un validissimo titolo italiano perché il regista riesce ad amalgamare tutti gli elementi. Dal cast, indubbiamente riuscito e ben assortito, che punta sui rispettivi punti di forza, alle location e ai dialoghi, sempre funzionali a portare la giusta risata nel momento giusto.

Dalle certezze fornite dai tre protagonisti (e dai tre fantastici interpreti), in questo secondo capitolo, si passa a volti nuovi che arricchiscono una trama ancora più fiabesca e quasi assurda e paradossale.

Una sorta di parentesi temporanea dalla realtà e dalle problematiche che questa, soprattutto in questo ultimo periodo, sta offrendo è quello che ci mostra Veronesi con il sequel di una commedia riuscita ed apprezzata. Una momentanea evasione dalla quotidianità in grado di far dimenticare tutto.

Con vari rimandi alla commedia all’italiana, ma anche a una teatralità esagerata (intensificata dal trucco sui volti dei moschettieri) “Tutti per 1-1 per tutti” è il giusto connubio tra sogno e realtà e tra comicità e serietà. Un titolo in grado anche di emozionare e far viaggiare, non soltanto di divertire.

E se a questo sommiamo anche la scelta di una colonna sonora e di una canzone che, per certi versi, sembra essere un cazzotto in un occhio nei confronti della trama principale, ma per certi altri è azzeccatissima perché riesce a descrivere attraverso la musica ciò che viene mostrato, troviamo tutti gli ingredienti in grado di dar vita a un prodotto più che riuscito.

Anche perché siamo un po’ tutti come il piccolo Buffon e, ora più che mai, abbiamo bisogno di staccare e iniziare a viaggiare, che sia fisicamente o solo mentalmente. E grazie a Veronesi lo facciamo per il momento attraverso uno schermo.


Veronica Ranocchi

domenica, dicembre 27, 2020

SOUL

Soul

di Peter Docter, Kemp Powers

USA, 2020

genere, animazione

durata, 100'





"Il paradiso può attendere". L’affermazione mutuata dall'omonimo film del 1978 diretto da Warren Beatty potrebbe essere uno degli slogan con cui riassumere l’assunto che ci cela dietro l’ennesima meraviglia di Casa Pixar. “Soul”, questo il titolo del lungometraggio diretto da Peter Docter, ruota attorno al sogno dell’insegnante di scuola media Joe Gardner (cui nella versione originale presta voce Jamie Foxx), deciso a tutto pur di non mancare l’appuntamento della vita rappresentato dalla possibilità di mettere a frutto il proprio talento suonando nel quartetto Jazz più famoso della città. E qui risulta utile tornare per un attimo al titolo del film perché quello scelto dal regista è sì il riferimento all’anima musicale del film e a quella del suo personaggio principale, pianista dalla classe sopraffina, ma ancora lungi dall’essere compresa e riconosciuta, ma anche un'allusione alla materia fantasmatica di una storia in bilico tra cielo e terra, luogo dove l’anima di Gardner nel frattempo vorrebbe tornare dopo essersi staccata dal corpo a causa dell’incidente mortale di cui rimane vittima il protagonista.



Ambientato in parte a New York, in parte in una sorta di limbo chiamato You Seminar in cui le anime ancora imberbi ricevono l’imprinting emotivo destinato a caratterizzarne la vita materiale, “Soul” ricalca le gesta di un film come “Inside Out” per la fantasia con cui riesce a razionalizzare e rendere propedeutiche alla visione una delle componenti più ineffabili delle nostre credenze. Se infatti nel film del 2015 diretto dallo stesso Docter le ”matite” della Pixar esploravano la mente della piccola protagonista per metterne in scena l’origine e l’interazione di pensieri ed emozioni, questa volta a fare la parte del leone è la cosmogonia dell’altrove metafisico rappresentato dal luogo in cui ha inizio, o almeno dovrebbe averlo secondo gli autori del film, il nostro stesso essere. Un universo magico e cangiante che "Soul" immagina attraverso la stilizzazione di figure e paesaggi caratterizzati da una prevalenza di linee e geometrie utili a rendere visibile una realtà di per sé trasparente e intangibile.



Scandito da un viaggio allo stesso tempo fisico e esistenziale, fiabesco e filosofico, e incentrato su due personaggi da buddy movie, con Gardner chiamato suo malgrado a fare da mentore a un’allieva intelligente e ribelle conosciuta con il nome di 22 (Tina Fey), “Soul” è una favola sull’amicizia e sul senso della vita - ancora una volta individuato dal motto relativo al carpe diem latino - la cui classicità è tale da far nascere oramai spontanea la percezione di trovarsi di fronte a uno spettacolo che non perde nulla, ma anzi ha qualcosa in più sia in termini formali (tridimensionalità e immaginari movimenti di macchina sono all’altezza del migliori film di finzione) sia delle argomentazioni rispetto al resto del cinema d’autore.



In questo senso “Soul” mette a frutto nel migliore dei modi la possibilità di poter tradurre senza alcun limite la fantasia dei suoi autori consegnando alle immagini una rappresentazione della vita capace di riempire gli occhi dello spettatore con una serie di performance visive - in particolari quelle post vita presenti nel corso del pellegrinaggio ultraterreno dei protagonisti - degne delle più riuscite produzioni Pixar. Non senza menzionare la peculiarità di una sceneggiatura, che qui come in altri lavori della major americana evita riferimenti diretti ai fatti della Storia trasfigurandoli in modo più nascosto quando si tratta di rileggere la contemporaneità attraverso pensieri e fatti comprensivi dei dubbi e delle paure scaturite dall’inconscio collettivo cui “Soul” offre una catarsi lenitiva delle vicissitudini del tempo presente. Per cui, fermo restando la nostra gratitudine nei confronti della Festa del cinema di Roma che ha scelto il film per aprire l’edizione 2020, è davvero un peccato che al di fuori della manifestazione capitolina chi lo vorrà vedere lo potrà fare solo attraverso la piattaforma Disney che lo distribuirà in esclusiva a partire dal 25 dicembre prossimo venturo. Nel buio della sala e sul grande schermo “Soul” è destinato a imprimersi nella memoria con ben altra suggestione.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su ondacinema.it)


sabato, dicembre 26, 2020

INVISIBILI: 6 YEARS

6 years

di: Hannah Fidell

con: Taissa Farmiga, Ben Rosenfield, Joshua Leonard, Lindsay Burdge, Dana Wheeler-Nicholson

- USA 2015 -

77’





He’s watching time

he’s watching, marching to his end

He knows time

he sees it

know it, know it, know it

— Throwing Muses —



Sarebbe il caso di frequentare con maggiore assiduità la schizofrenia. Se non altro si arriverebbe - perché no ? - a inquadrare con più accurata approssimazione almeno l’inutilità caleidoscopica di tanti aspetti della cosiddetta realtà, tipo quella che presiede alla compilazione dei palinsesti delle piattaforme televisive. Poca cosa, si obietterà. D’accordo. Eppure, talvolta, rovistando tra le loro glitterate interiora - nel caso, quelle di Netflix - può capitare di imbattersi in segmenti cinematografici che stonano talmente con la logica di base (eh ?) dei rispettivi contenitori da riuscire a risaltare oltre i propri meriti (leggi, volendo: limiti).


Coppia covalente dai sobborghi residenziali di Austin Tx (il film è stato girato in loco contemplando fuggevoli squarci riconducibili alle astrazioni allusive di certe ricorrenze care a Hockney), Melanie Clark, detta Mel/Farmiga (Taissa, figlia di Vera) e Dan Mercer/Rosenfield - la cui gestalt e l’ubi consistam sono rappresentati da una prossimità elettiva ed esclusiva, dorata e semi-impermeabile che rimonta indietro nel passato di una giovinezza ancora in costruzione per i fatidici 6 anni del titolo - stanno di preferenza appiccicati come lappole, ciarlano, scazzano, si accoppiano, assecondano personali inclinazioni (la musica per Dan, come praticante per una agguerrita etichetta alternative-rock; l’idea dell’insegnamento coi più piccoli per Mel), con il mondo, allo stesso tempo, lontano sullo sfondo indistinto a ruminare gli eterni precetti della cosiddetta età adulta e qua e là dappresso grazie al digrignare impercettibile ma caratteristico dei suoi denti da sempre pronti ad affondare nelle aspettative delle carni nuove e a rimescolare equivoci, minute bassezze, goffaggini travestite da insolenze, scampoli di egoismo ignorati per non intaccare l’incanto di giorni in apparenza senza confini.



80 minuti scarsi; confezione tardo-indie, un po’ retromania perduta, un po’ inventario sentimentale, un po’ effetto neve senza schermo; dietro le quinte i fratelli Duplasse edotti nelle descrizioni succinte di stati d’animo disadorni e sofferenze dissimulate a riparo di una relativa sicurezza sociale e di una coscienza avvertita perché fondamentalmente adusa a essere informata, istruita e ambiziosa; dialoghi in linea con una quotidianità post-adolescenziale eccitata e prodiga di sé, languida e inquieta; un cuore espressivo che pulsa addosso ai suoi protagonisti - efebici e spontanei - cercandoli, lambendoli, braccandoli per far balenare lo splendore momentaneo di una intuizione presto lasciata cadere (pensiamo, per dire e per restare in territori ben disposti verso melodie timido-aggressive e/o sbilenche, a “Shocker in gloomtown” di The Breeders); lo smarrimento atono o l’esaltazione incongrua per un comune contrappunto emotivo; la fatica sorridente di passare da una distrazione all’altra con il sospetto privo di spiegazione per cui la vita autentica si stia svolgendo altrove (un altrove, manco a dirlo, che si allontana a ogni promessa partorita dalla stordente cripto-dittatura digital-commerciale); lo spettro intramuscolare di una solitudine la cui vastità e pienezza non si è più nemmeno in grado di disprezzare ma si contempla, nel silenzio e assorti, come frutto essiccato così incredibilmente reperibile a poco prezzo…



Per questo, allora, e perché rappresentano una evidenza innegabile quanto sottomano, si usano i corpi anche come strumenti di smemoratezza, in una maieutica dell’apprendimento che giocoforza include la menzogna e il succedaneo delle tentazioni (Dan ci da dentro con Amanda/Burdge - sua collega alla casa discografica dalla quale attende un inserimento in pianta stabile con tanto di ventilato trasferimento a New York - con l’animo astioso/contrito per le ruggini ricorrenti con Mel; Mel, sbronza, si libera appena in tempo di un tizio rimediato proprio malgrado a una festa e assai intrigato dalla sue lattee grazie); si pende dagli sguardi dell’altro/-a con quella radicalità ingenua ma pensierosa che - mettiamo - il Cinema di Sofia Coppola ha barattato per una arguzia e una sofisticazione formale figlie dell’attuale girare a vuoto attorno a pose/mode comunque reversibili in disinvolte abiure delle medesime. Si galleggia, in sostanza, sulla schiuma insidiosa di una modernità agonizzante che pare non esigere nulla da nessuno ma implica, per la natura subdola della propria pervasiva efficacia capace di svuotare ogni cosa del suo ipotetico valore allo scopo di apporvi sopra, banalmente, un prezzo (mesta trappola delle culture ossessionate dal raggiungimento di uno scopo), la marginalizzazione immediata di qualunque comportamento riluttante ad assoggettarsi alla sua inerzia. Ai bordi del crinale affacciato sull’orrido che sancisce la fine degli anni migliori Mel e Dan infine si ritrovano, si guardano, si apostrofano spergiurando di amarsi, ma si accorgono di non riconoscersi più (Mel: ”Tell me you love me and you want to spend the rest of your life with me”. Dan: ”… I … I’m sorry…”). E’ poco ? O addirittura troppo ?

TFK

MANK

Mank

di David Fincher

con Gary Oldman, Amanda Seyfred, Lily Collins

USA, 2020

genere, drammatico, storico, biografico

durata, 131'



Dicevano i registi della Nouvelle Vague come pure il nostro Bernardo Bertolucci che un’opera in grado di raccontare una storia e al contempo di riflettere sullo strumento cinematografico avesse in se le caratteristiche per dirsi riuscita prima di iniziare a girarla.


Se diamo per buono il concetto e proviamo ad applicarlo al nuovo film di David Fincher ci si trova in un solo colpo di fronte a un’opera predestinata al successo fin da quando Netflix ha deciso di metterne in cantiere la produzione.


Delle caratteristiche appena menzionate Mank fa infatti sfoggio sia  quando si tratta di raccontare la tormentata stesura del copione di Quarto Potere dal punto di vista di chi – Herman Mankiewicz –  fu incaricato di scriverne il copione, sia quando si tratta di metterlo in scena facendo delle immagini della tormentata gestazione la diretta conseguenza delle parole che di mano in mano vengono battute sullo schermo dai tasti della macchina da scrivere compulsi dalla febbrile ossessione del protagonista.




Discorso sui massimi sistemi


Parlare di Quarto Potere e della sua maledizione equivaleva a scomodare la storia della settima arte ai suoi livelli più alti, assumendosi con ciò la responsabilità di confrontarsi con un discorso sui massimi sistemi che nell’acerrimo confronto  tra l’arte del cinema e la sua industrializzazione e nella scelta di una narrazione archetipica, ridotta cioè a poche ed emblematiche figure, ognuna con una sua precisa caratteristica e personalità, si spostava inevitabilmente su un ragionamento più generale in cui i concetti di bene e male, integrità e corruzione, verità e manipolazione diventavano la trasfigurazione delle opposte forze messe in campo dal film.



Giullare di corte


Al cospetto di un appuntamento così importante  Mank si comporta come tutte le grandi opere post moderne mischiando cultura alta e bassa, privilegiando comunque un atteggiamento non dogmatico mettendone a capo una figura come quella di Mankiewicz, destinato a comparire nel palcoscenico dei grandi nelle vesti del giullare di turno (in questo avvicinandosi al tono e ai personaggi presenti nell’opera dei fratelli Coen), vero e proprio guitto – nonostante il milieu intellettuale – e come quello destinato a divertire la corte ma dalla stessa al momento giusto a esserne congedato.


E non solo: perché con uno scarto che non lascia indifferenti relega il vero protagonista della vicenda – Orson Welles – nella parte del comprimario. Sorte anche peggiore tocca a chi di solito è abituato a stare in prima fila sul palcoscenico dello spettacolo.


A meno che non sia indispensabile (Marion Davis, amante del magnate dell’editoria William Randolph Hearst alias Charles Foster Kane), a essere cancellati sono proprio i  divi del grande schermo, quelli che di solito in operazioni del genere diventano aneddoti messi a corollario della storia.


Nella rivincita della parola sull’immagine Mank inverte per una volta l’ordine dei fattori lasciando spazio alle figure di contorno come sceneggiatori, impiegati, macchinisti, operatori di macchina, segretarie e cioè a tutte quelle persone abituate a lavorare nell’ombra e qui invece chiamate a completare la compagnia degli invitati al ballo.




La forma


A rimanere sontuosa come sempre e forse di più è la cornice dell’azione, di quello sfondo che nei film di Fincher diventa parte essenziale della composizione, come sottolinea non solo l’insisto ricorso a campi medi e lunghi atti a valorizzarne linee, geometrie e dècor ma anche in termini narrativi concorrendo nei dettagli degli elementi presenti in scena a suggestioni come quella che rimanda a Lo Sceicco Bianco di Federico Fellini i cui echi riecheggiano nella sequenza in cui Mankiewicz dopo aver scorto dalla feritoia di un cespuglio la presenza di un set cinematografico  ha modo di fare conoscenza con l’attrice che vi è impegnata e cioè di Marion Davis vestita di bianco ed elevata (come peraltro capitava ad Alberto Sordi)  a divinità di un proscenio di segno però opposto per il disincanto e la consapevolezza che i personaggi felliniani non avevano.


Se la forma di Mank  rimanda in parte al film in corso d’opera, in parte  a quelli dell’epoca in cui si svolge la vicenda (soprattutto nel bianco e nero della fotografia, piatta e pastosa come lo era quello dei film degli anni 40), Fincher non esplora lo spazio ma lo disegna, lo mette in posa come si capisce confrontando la diversità di scelte operate dal regista di Denver rispetto per esempio a quelle di Martin Scorsese in The Aviator nella sequenza all’interno del locale notturno in cui la mdp si chiude sui personaggi anziché investigare la superficie circostante con dolly, carrellate e aperture di campo come fa invece Scorsese.



Stasi più che azione


Simile per origini e sviluppi di carriera a Ridley Scott – al quale lo avvicinano non solo gli inizi legati all’arte della pittura da entrambi frequentata, e quindi una particolare predisposizione nella composizione delle scene ma anche una predilezione per la rilettura dei generi, il nostro ha saputo passare dalla sintesi stilistica degli inizi,  praticata per il tramite dei videoclip (peccato originale che anche a Fincher è stato fatto scontare) a un passo narrativo che di volta in volta è diventato sempre più meditativo e compassato soprattutto laddove – e nel caso parliamo di una vera e propria progressione in opere quali Seven, Zodiac, The Social Network e Gone Girl (in cui sono presenti addirittura inquadrature vuote)- c’era da aspettarsi un concentrato di azione e movimento.


Mank lo conferma dapprima trattando la storia di un uomo abituato a far prevalere le parole, enfatizzandone la tendenza mostrandolo sdraiato su un letto incapace di deambulare a causa di un incidente; in generale facendo della ragione l’arma principale con cui Mankiewicz si batte contro il sistema surrogando di fatto l’azione, vero e proprio epigono di una serie di personaggi – quelli creati da Fincher – destinati a fare i conti nel bene e nel male – con le capacità della propria mente anche dove – e per esempio in Fight Club – il corpo sembrerebbe prevalere.


D’altronde è per primo il regista a chiedersi la ragione ultima che muove il comportamento dei suoi protagonisti, come attesta la doppia sequenza che vede il personaggio di Ben Affleck nel già citato Gone Girl domandarsi, con chiara apprensione quale sia l’autentica matrice dei pensieri che abita la mente della sua sfuggente consorte interpretata da Rosamund Pike.   



Ambiguità


Un discorso, questo, che ci porta a un’altra caratteristica  della poetica fincheriana presente  non solo attraverso il personaggio di Mank ma anche con l’illusione artificiale della messinscena.



Da una parte infatti il protagonista dissacra le storture e i sotterfugi del sistema impegnato a conservarsi; dall’altra ricostruendone la mitologia con l’accuratezza della messinscena ne rafferma la centralità nell’immaginario comune.


Valga per tutte la conclusione del film in cui il personaggio di Gary Oldman denuncia la menzogna dei meccanismi del cinema che riconosco a Welles la condivisione di un riconoscimento (alla migliore sceneggiatura) non meritato avallandone l’inganno in nome della magia della settima arte.


Peraltro tutto il cinema di David Fincher fa dell’ambiguità uno dei suoi tratti principali, quello destinato dapprima ad alimentarne la narrazione e poi a legittimarie gli esiti  con sequenze finali come quella di Mank che ne registrano la effettiva continuità.


Carlo Cerofolini


(pubblicata su taxidrivers.it)