martedì, marzo 09, 2021

Palladium Film Festival - Cinemaoltre

PALLADIUM FILM FESTIVAL – CINEMAOLTRE

Teatro e Università si uniscono

per ri-aprire le porte del Cinema

DAL 9 AL 14 MARZO


Un'apertura virtuale, una platea che torna idealmente a riempirsi, due realtà che uniscono le forze 
dal 9 al 14 marzo, per sostenersi e sostenere il cinema, e ritrovare gli spettatori dopo un anno difficile.

Il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell'Università Roma Tre e lo storico Teatro Palladium lanciano Palladium Film Festival - CineMaOltre, un festival che è la naturale prosecuzione del Roma Tre Film Festival arrivato alla sua 15sima edizione, ma che quest'anno lancia lo sguardo necessariamente OLTRE la sala, affidando alla piattaforma MyMovies film, incontri, masterclass e retrospettive.

''Università, Teatro e Cinema sono tre aspetti del mondo culturale che più di tutti hanno subìto l'impatto della pandemia – spiega il Direttore Artistico Vito Zagarrio – la cultura si nutre di contatto e condivisione e con questo festival vogliamo andare OLTRE ogni forma di separazione, sia fisica, sia generazionale o di genere''.

Il PFF – CineMaOltre ha l'ambizione di guardare al cinema da diversi punti di vista, andando OLTRE le classificazioni e i diversi formati, creando un dialogo tra il cinema d’autore e il cinema di genere, tra il documentario e i cortometraggi. Attraverso l'iscrizione alla piattaforma MyMovies gli spettatori potranno accedere gratuitamente a partire dal 9 marzo e per l'intera durata del festival sia ai film, sia a moltissimi altri contenuti:

  • Oltre il genere: una lunga intervista a Susanna Nicchiarelli che accompagna la proiezione di cinque film della regista (NicoCosmonauta; La scoperta dell’alba; Per tutta la vita; Ca cri do bo)

  • Oltre il cinema: un incontro su cinema e letteratura con lo scrittore Paolo Giordano (La solitudine dei numeri primi) e il regista Saverio Costanzo (L'Amica Geniale, Hungry Hearts) e la presentazione di tre film (Private; In memoria di me; La solitudine dei numeri primi)

  • Oltre lo schermo: una masterclass sulla musica per il cinema con il compositore Pivio (Ammore e Malavita), e un incontro con Pippo Del Bono.

  • Oltre i formati: il concorso di cortometraggi Carta Bianca Dams.

  • Oltre le generazioni: la rassegna dedicata alle scuole di cinema con i film prodotti dal Centro Sperimentale di Cinematografia, dell'accademia Rufa e della Scuola di Cinema Volonté.

Il 10 marzo il Festival propone un evento speciale: un incontro con lo scrittore e magistrato Giancarlo De Cataldo autore di Romanzo Criminale, sul legame tra la letteratura e la parte più oscura della città di Roma.

Nella cornice virtuale del Teatro Palladium, PFF - CineMaOltre dedica infine quattro giornate alla rassegna Oltre I Muri, fiore all'occhiello del festival che affronta il tema delle chiusure, da quelle delle prigioni, a quelle psicologiche, da quelle familiari alle chiusure sanitarie dovute alla pandemia. Ogni film sarà presentato dagli autori e sarà un momento importante per discutere anche di cinema e attualità.

Con il Palladium Film Festival – CineMaOltre l'Università Roma Tre e il Teatro Palladium provano a spingere la cultura OLTRE i limiti, le costrizioni e la paura: un festival che è insieme un augurio e una promessa, quella di tornare a riempire le sale di musica, film, spettacoli e incontri.


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PALLADIUM FILM FESTIVAL – CINEMAOLTRE é una produzione del Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell'Università Roma Tre in collaborazione con la Fondazione Teatro Palladium.  Per materiali stampa: info@tfilmprod.com – Maria Vittoria Pellecchia 329.1675709

domenica, marzo 07, 2021

Invisibili: Kisses

Kisses


di, Lance Daly

con: Kelly O’Neill, Shane Curry, Paul Roe, Cathy Malone, Neilì Conway, Stephanie Kelly

origine, Irlanda, Svezia 2008 

durata, 72'


You, my friend

I will defend

and if we change, well 

I love you anyway

-- Alice in chains --



Essendo il nostro cosiddetto sistema più un’accozzaglia di sintomi sfuggita alla psichiatria che un tentativo un minimo coerente di tenere in piedi, unita e animata da spirito collaborativo una comunità di esseri umani, è del tutto ovvio che i più giovani esponenti del medesimo siano allo stesso tempo comprimari sconcertati/attoniti e vittime del suo estenuante disfacimento e che sovente siano indotti a reagire a tanto compiaciuto abbandono per il tramite di atteggiamenti e comportamenti da quello stesso ordine bollati a ruota - per cronica incapacità di elaborare risposte che non siano paternalisticamente demagogiche o sic et simpliciter repressive - come devianti

Cosa dire, infatti, di fronte alle esistenze in apparenza già segnate di Kylie Lawless/O’Neill e Dylan Dunne/Curry, vicini di casa, undicenni dai modi spicci ma di fondo ritrosi, lingue lunghe (in specie Kylie) ma contegno tarato sulla difensiva, sguardi curiosi ma diffidenti perché già testimoni e interlocutori delle tristi bassezze che il deprimente teatrino dell’età adulta sembra non veder l’ora di cementargli addosso (il film di Daly si apre, non a caso, con l’immagine di un pesciolino esanime nel suo stesso acquario) come la più contagiosa e inevitabile delle maledizioni ? Come fare a contrastare la più che spiacevole sensazione per cui una vita di per sé afflitta dalla zavorra di prospettive limitate - reiterata nei sobborghi rurali di Dublino, tra fatiscenti villette a schiera e strade butterate di rifiuti (con buona pace delle eterne e pigre cartoline a base di verde Irlanda, per dire), sotto un cielo di norma plumbeo a incombere su spianate brulle bell’e pronte per le solite devastazioni edilizie, mentre sullo sfondo il mare ogni giorno si allontana un po’ di più - non si accartocci senza colpo ferire nella sua normalità (Dylan, asmatico, passa da una sessione di botte all’altra inflittagli da un padre/Roe imbecille - si noti il modo col quale pretende di far funzionare un tostapane - oltreché alcolizzato il quale, per non sbagliarsi, sottopone la madre/Conway allo stesso trattamento; Kylie, attorniata da fratelli tanto litigiosi quanto indifferenti e da una madre/Malone petulante e pettegola, fa di tutto per schivare la presenza di uno zio che in passato l’ha costretta a subire sordide attenzioni), finendo per trasformarsi, una volta per tutte, in qualcosa di schifoso e irredimibile ? Probabilmente e per lo più rassegnandosi a morire un tanto alla volta, uno strappo di calendario dopo l’altro o, magari, senza preavviso e subitaneamente, per l’effetto di un ultimo sussulto di stupida ferocia sfuggita di mano a coloro che non ne hanno mai abbastanza della propria miserabilità. Ma questo a undici anni non è ammissibile: almeno non senza avere estorto di pura ingenuità e disarmata strafottenza qualche scheggia di splendore a un mondo per forza di cose ancora sconosciuto, quindi tutto da scoprire, e non averla nel caso corroborata per mezzo della spinta allusiva e deliziosamente scostante di un universo sonoro - quello del bardo di Duluth, più volte evocato durante il film per via dell’omonimia col piccolo protagonista e riconoscibile grazie all’accompagnamento reso alle immagini da veri e propri classici, tra cui ritroviamo “Shelter from the storm”, “Subterranean homesick blues”, “Just like a woman” e “Tombstone blues” - capace di avvolgerne l’enigma e la mutevolezza in una membrana allo stesso tempo astratta e dolcemente carnale. Per tale ragione, dopo l’ennesima tragedia familiare sfiorata di un niente, in barba a un clima natalizio che nemmeno le ricorrenze incombenti sono state in grado di far attecchire per davvero, ai due ragazzini non resta che scappare, qualche soldo rubato in tasca e in testa l’idea molto vaga di provare a recuperare il fratello maggiore di Dylan - Barry - a sua volta uscito di scena due anni prima senza lasciare traccia, se non un vecchio recapito - Gardiner Street - da qualche parte nella capitale.

Il tratto dirimente di una progressione drammaturgica altrimenti molto semplice, basata com’è sulla aritmetica accumulazione di esperienze da parte di una coppia di giovanissimi sapiens sprovvista delle medesime, è da ricercarsi innanzitutto nell’aderenza mimetica degli interpreti ai propri ruoli, incarnati e recitati (Dylan, occhi scuri e sfuggenti, fisico asciutto quasi sempre insaccato in un abbigliamento due taglie buone più grandi di lui, dissimula un’innata timidezza - come visto, ben presto virata in vigile cautela - sotto uno sguardo in perenne bilico tra sgomento e precoce scetticismo; Kylie, colorito chiaro e coda di cavallo, occhiate vispe e dirette, arguta e briosa, si oppone alle conseguenze del trauma ancora bruciante nel ricordo mostrando da subito duttilità, intraprendenza e fiera autonomia di giudizio, come anche il suo cognome, del resto, lascia trasparire), con buona approssimazione, a mo’ di sagace ricalco di un microcosmo - di gesti, di espressioni, di modi dire ma pure di silenzi e minute asprezze - familiare perché quotidianamente frequentato. D’altro canto, è pure vero che la appena citata naturalezza - sfibrando in via ulteriore un termine fin troppo abusato - non sarebbe stata in grado di rianimare, anche solo per la durata di un’opera di finzione, il muscolo atrofizzato dell’emotività corrente, se non si fosse resa convinta complice di una intenzione votata a schivare la morta gora del mero realismo (in genere esplicito e brutale, quello di marca anglosassone) per abbracciare, torcendo alla base i suoi presupposti ma nel rispetto di una contiguità diretta con gli eventi narrati, quell’inquieto incanto favolistico di ascendenza truffautiana volto a indagare il privilegio di una sorta di armonia quasi perfetta perché conseguenza della sospensione febbrile indotta da una successione di stati d’animo inediti e fuggevoli, quindi irripetibili per definizione, indipendentemente dalla loro natura gioiosa/intima (Kylie ruba qualcosa da mangiare e quindi si disperde nelle vie festanti di Dublino; Dylan a sua volta ne elemosina altrettanta da un ambulante consumandola poi fianco a fianco con Kylie, in silenzio, sui gradini di un vicolo; girovagando senza meta per le strade sempre meno affollate insieme si stendono sul ghiaccio di una pista da pattinaggio deserta e cominciano a scherzare e a ridere) o drammatica (Kylie viene strappata ai suoi vagabondaggi sotto gli occhi di Dylan da due balordi a bordo di un auto innescando un vertiginoso inseguimento; al risveglio dopo la notte trascorsa in strada a riparo di un giaciglio fatto di cartoni da imballaggio, Kylie rinviene tra gli strati un cadavere: inorridita chiede a Dylan se si tratti di quello di Barry. Dylan, laconico e pensieroso, le risponde “No. Ma è come se lo fosse”), riguadagnando - d’incontro, si potrebbe dire - e non importa se solo per un fugace interludio, la suggestione relativa a uno dei tanti Cari Estinti della cultura moderna e contemporanea, a dire il senso originario dell’Avventura, la sua capacità incoercibile e magnifica di infondere coraggio e aspettativa laddove ogni congiuntura briga al fine di imporre il grigiore e la rassegnazione e il cui suggello ideale non può che consistere nella sfrontata devianza del più tenero dei baci.

TFK

domenica, febbraio 28, 2021

The Dissident. La recensione del film di Bryan Fogel

The Dissident

di Bryan Fogel

USA, 2021

genere, documentario

durata, 119'



Destinato a far parlare di se prima ancora di essere visto The Dissident di Bryan Fogel non smentisce la sua fama e alla pari del suo protagonista si ritrova dissidente,  costretto a restare fuori dalla sua terra d’elezione se è vero che sia Netflix che Prime Video le due piattaforme più importanti del pianeta hanno rinunciato a programmarne le visione per paura (così si dice)  di dispiacere i potenti della terra.

Non nuova a operazioni del genere per fortuna ci ha pensato MioCinema ad acquistarne i diritti per distribuirlo in esclusiva a partire dal 12 febbraio. Il motivo di questa anomalia e’ in parte da attribuire  alle stesse ragioni per cui davanti all’evidenza delle prove dell’assassinio di Jamal Khashoggi, avvenuto nel 2018 all’interno del consolato saudita a Istanbul, nessuna nazione ha pensato di schierarsi apertamente contro le istituzioni del paese arabo, preferendo voltarsi dall’altra parte piuttosto che fare i conti con l’ipotesi più che provabile e cioè che quello di Khashoggi è stato un omicidio di stato, volto a eliminare non solo uno degli oppositori del regime più in vista di altri ma anche colui che un tempo era stato parte integrante del sistema e dunque a conoscenza della politica di quel governo fino al momento in cui non ha deciso di tagliarsene fuori trasferendosi negli Stati Uniti.

Se il cuore del documentario è costituito dalle ultime immagini di Khashoggi, ripreso dalle telecamere a circuito chiuso mentre entra nel comprensorio diplomatico lasciando la fidanzata ad attenderlo di fronte all’edificio, The Dissident amplia il discorso relativo alla scena del delitto con una ricostruzione dei fatti volta a delineare tanto i motivi del conflitto tra le parti, quanto le conseguenze generate nel mondo politico e diplomatico internazionale dall’evidenza dei fatti, e cioè dalle accuse nei confronti dei mandanti.

Boyle non si limita a svuotare il potere della sua ambigua fascinazione al fine di mostrane il suo vero volto – come si evince dalla sovrapposizione tra l’immagine distesa e sorridente  del principe Mohamed bin Salmane e  le parole della voce narrante che ci informa delle nefandezze  compiute dai suoi presunti emissari.

In un continuo confronto tra personalità opposte il montaggio di The Dissident costruisce infatti una sorta di storia alternativa in cui la vittima anche da morto, attraverso la testimonianza del suo vissuto, non smette di interrogare i carnefici sull’iniquità dei loro misfatti, tratteggiando un quadro generale impermeabile a qualsiasi tentativo di manipolazione.

In effetti l’importanza della posta in gioco e di quella dei temi che da essa scaturiscono non deve far dimenticare l’efficacia del dispositivo allestito dall’autore. In questo senso a venirci in aiuto nel ragionamento e’ il paragone con le sequenze della morte del presidente John Fitzgerald Kennedy filmate da Abraham Zapruder in occasione del tragico attentato.


Come il Zapruder Film anche quello relativo alla scomparsa di Khashoggi assume le forma di un lungometraggio, con inizio, sviluppo e fine frutto di un montaggio di scene girate ex novo e/o tratte da filmati d’archivio che nel loro insieme forniscono alle immagini degli ultimi istanti di vita del protagonista un’aggiunta di significati senza scalfire di un millimetro quella resilienza di cui parla Nicolò Gallo in Framing Death (edito da Bonomia University Press) a proposito dell’omicidio del Presidente americano. Come quelli, di Zapruder anche i fotogrammi di The Dissident sono sottoposti a destabilizzazioni di segno opposto, a secondo del punto di vista di chi li osserva. e ciononostante riescono a non far venire meno l’oggettività di una perdita ancora in cerca di un colpevole. In tal senso The Dissident offre allo spettatore l’opportunità di farsi un’idea che lascia pochi dubbi al reale svolgimento dei fatti e al perché del loro verificarsi. La conoscenza va di pari passo con l’incredulità su come neanche la morte sia più materia di scandalo.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su taxidrivers.it)

domenica, febbraio 14, 2021

TUA PER SEMPRE

Tua per sempre

di Michael Fimognari

con Lana Condor, Noah Centineo, Janel Parrish

USA, 2021

genere: commedia, sentimentale

durata: 115’

Dopo il successo dei due precedenti film, ecco arrivare su Netflix il terzo e ultimo capitolo della saga tratta dai romanzi di Jenny Han con protagonista la giovane sognatrice Lara Jean.

Nei primi due capitoli abbiamo conosciuto la ragazza (interpretata da Lana Condor) alle prese con gli anni delle superiori e con i primi amori.

Lara Jean ha sempre cercato di raccontare e descrivere il suo amore per quelle che, nel corso degli anni, sono state le sue “cotte” attraverso delle lettere, mai spedite, che ha gelosamente e segretamente custodito in una scatola in camera sua. Il più recente della lista è Josh, attuale ragazzo di sua sorella maggiore Margot che, però, litiga con quest’ultima. In tutto questo, a complicare la situazione, ci pensa la sorella più piccola di Lara Jean che, una notte, trovando le lettere, decide di spedirle ai diretti interessati. E quando la mattina dopo Lara Jean si sente chiamare da Peter Kavinsky (uno dei ragazzi ai quali era indirizzata una lettera) ne approfitta per non farsi fare domande da Josh che ha anche lui in mano una lettera. Da questo momento inizia la particolare storia tra Lara Jean e Peter, prima per finta e poi per davvero.

Nel terzo capitolo, dopo una vita di coppia ormai stabile, i due si ritrovano a scegliere il college. Peter andrà alla Stanford e si augura che anche Lara Jean riesca ad entrare per poter frequentare l’università insieme. Sfortunatamente non tutto andrà secondo i piani e i due ragazzi dovranno mettersi in discussione e mettere in discussione la propria relazione.

Una rom com che chiude un cerchio, andando a mettere un punto sui vari personaggi e le dinamiche che, tra un film e l’altro, si sono venute a creare.

Tanti i cliché e tanti i momenti già visti. Ma sono anche quelli che fanno delle commedie in questo modo il caposaldo. Se in “Tua per sempre” ci sono tanti elementi tipici dell’adolescenza americana (il ballo di fine anno, per citarne uno) ci sono anche tanti tratti che hanno catturato lo spettatore e l’hanno convinto a proseguire in questa visione, dal primo al terzo capitolo.

Dai colori vivaci ai continui riferimenti cinematografici e romantici di Lara Jean il film mescola abbastanza bene tutti gli elementi tipici del genere, indirizzandosi prevalentemente verso un pubblico giovane e giovanissimo.

Alcuni aspetti forse un po’ sbrigativi e non approfonditi nel giusto modo possono far storcere il naso e ricordare allo spettatore che, come spesso accade, le storie non vanno allungate troppo. Dopo il calo del secondo film, “Tua per sempre” riporta un po’ di vigore e di emozione alla storia di Lara Jean e Peter, senza, però, riuscire a superare il successo del primo capitolo.

La degna chiusura di un cerchio, tra commedia e romanticismo, adolescenza e cliché, che invita comunque a sognare e non arrendersi mai perché tutto è possibile. Anche e soprattutto un vissero felici e contenti, always and forever.


Veronica Ranocchi

mercoledì, febbraio 10, 2021

Malcom & Marie

Malcom & Marie

regia di Sam Levinson

con Zendaya, John David Washington

genere, drammatico

durata, 105'


Il merito più grande di Malcom & Marie è quello di farti dimenticare ciò che stai guardando. In fondo si tratta di un film in bianco e nero, girato in unico ambiente, con due soli attori in scena alle prese con una trama costruita sul confronto dialettico tra i loro personaggi. Insomma, parliamo della quintessenza di come non dovrebbe essere un copione appetibile dagli studios. La magia del cinema invece sta proprio lì e cioè nella capacità di trasformare un’opera da camera in un’esperienza glamour totalizzante e immersiva come quelle sperimentate durante la visione di un blockbuster.

Anche in questo caso al centro della scena c’è un conflitto e di conseguenza la messinscena di uno scontro solo che al posto dei corpi a confrontarsi sono le psicologie e le parole della coppia in questione.
Pur non toccandosi le parti in causa se le danno di santa ragione e mentre lo fanno la mdp di Sam Levinson ci porta nel bel mezzo della battaglia, tra fendenti lessicali e rivelazioni esistenziali che lasciano il segno. Il tutto arricchito da attori - David Washington e Zendaya - che nel diventare altro da se alimentano consapevolmente il proprio status symbol: un paradosso questo del tutto coerente con un contenitore fatto apposta per esaltare il divismo e la mitologia del cinema hollywoodiano, omaggiato anche laddove - e Mank ne è esempio - se ne mettono in evidenza le manchevolezze.
Volendo lo si potrebbe etichettare come un divertissment d’autore se non fosse che in Malcom & Marie c’è davvero poco da ridere.

Carlo Cerofolini


sabato, febbraio 06, 2021

L'ULTIMO PARADISO

L’ultimo paradiso

di Rocco Ricciardullo

con Riccardo Scamarcio, Gaia Bermani Amaral, Antonio Gerardi

Italia, 2021

genere: drammatico

durata: 107’

È Riccardo Scamarcio il protagonista di “L’ultimo paradiso”, film di Rocco Ricciardullo, prodotto e scritto anche dall’attore, disponibile su Netflix.

Una storia d’amore impossibile che porta a conseguenze drammatiche potrebbe essere la sintesi perfetta di un film ambientato in un luogo indefinito della Puglia, privo di informazioni o spiegazioni, che cerca di rappresentare una faccia dell’Italia degli anni Cinquanta.

Il protagonista della vicenda è Ciccio Paradiso (Riccardo Scamarcio), sposato con figlio, che non vuole più accettare la condizione nella quale il suo paese e le persone intorno a lui sono costrette a vivere. Il suo sogno è quello di evadere dalle regole e dalle rigide imposizioni. Non accetta più gli obblighi a cui lui e tanti altri sono sottoposti. Ma deve anche cercare di convivere, per quanto possibile, con questa realtà. Dal momento, però, che un compromesso in una situazione del genere è molto difficile da trovare la sua temporanea soluzione è quella di tenere il piede in due scarpe e cercare di mantenere all’esterno la maschera di perfetto uomo di famiglia del sud, ma evadendo di nascosto a tutto il resto. Nel concreto, Ciccio è perdutamente innamorato di quella che per lui è la Madonna, Bianca. Peccato che il padre di lei, Cumpà Schettino, sia il proprietario di tutte le terre lavorate da Ciccio e dai suoi compagni e a lui non vada a genio il comportamento della figlia che si vede di nascosto con l’uomo dei suoi sogni, ma che non potrebbe mai dargli un futuro, dal momento che è sposato con un’altra donna.

Una storia d’amore nella prima parte e una storia di emancipazione, vendetta e rivendicazione nella seconda, dopo un inaspettato momento di completo stravolgimento.

Tutto cambia, si cominciano a perdere certezze e, non solo i personaggi, ma anche lo spettatore si ritrova smarrito. In un mondo diverso, sia perché l’azione si sposta, almeno per un po’, di geografia, sia perché si è di fronte a un capovolgimento completo.

La sensazione, però, nonostante l’attenta costruzione dei personaggi, molto reali e realistici, è proprio quella di uno smarrimento completo e totale. Non si riesce più a comprendere la linea di confine tracciata nella prima parte della vicenda. Ed è un peccato perché il dramma d’amore nato, costruito e sviluppato nei primi 40 minuti circa di film avrebbe meritato un approfondimento diverso.

Se gli attori sono molto bravi nell’esprimere la propria condizione, da uno Scamarcio che scava a fondo nel suo personaggio conferendogli, anche solo espressivamente delle note ogni volta diverse, a una Gaia Bermani Amaral, modella interprete di Bianca, calata perfettamente nella parte della donna destinata a una vita d’infelicità, lo stesso non si può dire di una storia non del tutto convincente. L’intento che forse voleva essere quello di mettere in risalto una storia che facesse da sfondo alla condizione dell’Italia di quel periodo avrebbe dovuto essere sviluppata in maniera diversa.

Un altro film che, con il contributo e l’appoggio di un pilastro come Netflix, ha tentato di valorizzare l’idea dell’Italia (di un tempo) da esportare all’estero. Ma che alla fine ha solo messo insieme tutta una serie di stereotipi.


Veronica Ranocchi

domenica, gennaio 31, 2021

HOME VIDEO: MI CHIAMO FRANCESCO TOTTI

Mi Chiamo Francesco Totti

con Francesco Totti

Versione: DVD

Brand: Vision

Audio: Lingua: Italiano, Inglese | Sottotitoli: Italiano, Inglese

Data uscita: 03.12.2020







"Mi chiamo Francesco Totti" è in primo luogo la storia di un predestinato. Le prime immagini del nuovo film di Alex Infascelli ce lo dicono senza mezzi termini attraverso un aneddoto tanto divertente quanto esplicativo dell’abilità funambolica del protagonista nel calciare un pallone. Apprendiamo infatti che il campione ancora in erba era già un cecchino infallibile ai tempi della scuola elementare quando giocando a tirassegno con i corpi dei compagni finiva per centrarli tutti al primo colpo.

Eppure, nonostante la grandezza indiscutibile del repertorio, dimostrata nel corso di una carriera suggellata dalla vittoria del campionato e da quella del mondiale del 2006, quest’ultima voluta a tutti i costi e nonostante l’infortunio che ne aveva messo a rischio la presenza, il nostro ha l’umiltà di riconoscere la benevolenza di un destino capace di fargli evitare la cessione ad altra squadra nel momento in cui la sua carriera nella Roma stava per esplodere. Anche in quel caso, come nell’altro ben più famoso che fu causa del prematuro ritiro, fu un allenatore, l’argentino Carlos Bianchi, a mettersi di traverso e a peccare di lesa maestà cercando in tutti i modi di farlo cedere ad altra squadra per sostituirlo con un giocatore già affermato.


In questo senso fa ancora più scalpore, dopo aver raccolto le testimonianze di ammirazione e affetto del pubblico restituito dal campione con generosità e riconoscenza verso familiari, amici e colleghi, vedere, e soprattutto ascoltare, la conferma delle parole di accusa pronunciate nei confronti di Luciano Spalletti, il tecnico che, secondo la ricostruzione dell’interessato, si accanì senza motivo  contro la sua persona emarginandolo dal resto della squadra e di fatto impedendogli di scendere in campo se non per piccoli scampoli di partita.


Da questo punto di vista "Il mio nome è Francesco Totti" è, per dirla come Raymond Chandler, una sorta di lungo addio poiché il film costruisce la narrazione a partire dal giorno in cui Totti si appresta a calcare per l’ultima volta un campo di calcio per poi ripercorre le fasi salienti della carriera, non senza tornare di tanto in tanto alla vigilia del fatidico momento per filmare le sensazioni del protagonista.



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Accompagnato dalla voce fuori campo del protagonista, uguale per simpatia e disincanto a quella di certe scenette pubblicitarie, il film è efficace a trasformare il materiale visivo  in una biografia essenziale da cui è possibile percepire non tanto il talento del calciatore quanto l’umanità dell’uomo, quella capace di farne da sempre un antidivo. Certo, anche il documentario di Infascelli come altri dedicati a grandi personaggi sportivi mantiene la prerogativa per cui è nato e cioè quella di celebrare Totti dal punto di vista di chi ne ha ammirato le gesta sportive, mettendo dunque da parte gli strumenti critici propri del documentario per privilegiare una comunicazione positiva, volta a confermare le certezze degli appassionati. La scelta di privilegiare le immagini rispetto al contenuto, e quindi di non estrapolare mai il protagonista dal contesto che ha concorso a costruirne il mito, contribuisce a fare del Totti cinematografico un vero e proprio personaggio: fonte di ispirazione per film già usciti ("Il campione" di Leonardo D’Agostini) e al centro di progetti sul punto di nascere come la prossima serie interpretata da Pietro Castellitto. Presentato con successo nella selezione ufficiale della Festa del cinema di Roma, "Io mi chiamo Francesco Totti" ha le potenzialità per piacere al grande pubblico.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su ondacinema.it)


ADOLESCENZA LATERALE






Say you've got the answer. Well, I don't agree

You get no answer when you're cornering me

— Coricky —



Provando - e l’operazione implica la sua fatica - a far sparire dalla lavagna della Storia talune improvvide dichiarazioni d’intenti riguardanti la prima giovinezza, buone, chissà, per un manuale di frenologia (tipo, mettiamo, quella ecumenico-motivazionale farcita di panglossismo interessato in forma di slogan coniata da un tizio altrimenti con i piedi ben piantati in terra e lo sguardo fisso ad altezza portafoglio e, nemmeno a dirlo, subito elevata a rango di empito visionario dalle solerti schiere dei camerieri del pensiero unico, ossia stay hungry, stay foolish, datata 2005 e qualunque significato autentico essa abbia al di là dell’ovvia traduzione), cosa resta ? Forse un’altra facezia  modello sentenza, stavolta almeno un tanto più stimolante, di volta in volta attribuita a Jameson, a Zizek, a entrambi, in base alla quale è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del Capitalismo. Osservando alternativamente tali due asserzioni, tutto sommato e a rifletterci nemmeno così distanti tra loro - l’una, checché se ne dica e a stringere, permeata di una sibillina sollecitudine di per sé incline all’irregimentazione dell’estro personale entro un ambito senza scampo consumistico-passivo del genere: tu-ragazzo/-a-del-terzo-millennio-esprimi(?)-la-tua-brama-di-futuro-dotandoti-di-uno-dei-tanti-aggeggi-digitali-da-noi-forniti-grazie-ai-numerosi-punti-vendita-di-cui-abbiamo-disseminato-il-globo; l’altra pervasa, in maniera più capziosamente speciosa, vista la sua apparenza quasi svagata di iperbole ironica screziata, al tempo, di un autoritarismo omeopatico come di una obliqua voluttà sepolcrale, da una sorta di placida rassegnazione nei confronti della quale l’atteggiamento da tenere sembra essere quello della sottomissione irriflessa a un destino tanto inesorabile quanto oramai, di fondo, incomprensibile - si può comunque provare a chiedersi, e il Cinema torna utile in veste di termometro degli umori di un mondo davvero fatto (e qui prevale l’accezione provocatoria del termine) di immagini, nonostante l’avanzato inveramento delle conseguenze generate dalle suddette affermazioni di continuo utilizzate a mo’ di carta di identità di un’epoca (in realtà a loro volta specchi ed echi di innumerevoli altri imperativi, poltiglie ideologiche pronte a incastrarsi tra i denti, molteplici con ogni probabilità nelle fogge ma analoghe assai nelle riflessioni, negli atti - e nelle carie - che mirano a produrre), se, quanto e in che modo le nuove generazioni sono tuttora da considerarsi artefici di un itinerario fisico e psicologico consapevolmente autonomo e critico, quindi verosimilmente irreconciliato e antagonista (e sembra di sentire la Dickinson, presunta tremebonda e virginale: Conformati - sarai sano di mente -/Obietta - sarai pazzo da legare - /immediatamente pericoloso e presto incatenato. O una delle protagoniste di “The wilds”: “Essere un adolescente nell’America di tutti i giorni… quello era il vero inferno”. Come, in linea: “Il mondo è un posto pericoloso per una ragazza sessualmente evoluta” e “Mio padre mi guardava come se fossi radioattiva”), sia nella declinazione individuale che in una prospettiva collettiva o, al contrario, devono accontentarsi del ruolo di comparse all’interno di un copione al punto collaudato da non necessitare di improvvisazioni interpretative.


Diciamolo chiaro: allo stato attuale dell’arte - e in particolar modo dopo il demoralizzante esito patito, in relazione all’epidemia mondiale che (inizio 2021) ancora stiamo attraversando, dai vari proclami palingenetici inneggianti a un ottimistico nulla sarà come prima con usuale prontezza cavalcati dal Capitalismo per aumentare ancora di più, se possibile, la pressione di quella stretta che inchioda nell’agonia protratta del cosiddetto eterno presente le sorti degli individui di pressoché tutto il pianeta - è velleitario confidare a breve in un cambiamento effettivo dei rapporti di forza tra chi gestisce (pochi, pochissimi e più o meno i soliti: i famigerati 2000 anni al potere sempre le stesse 2000 persone a suo tempo trasformati in note febbrili dagli Elettrojoyce non fanno cioè che tornarci addosso, ancora e daccapo, cristallini e impietosi come quando furono concepiti) e chi esegue (la quasi totale rimanenza degli altri). Da questo punto di vista è allora opportuno e leale recuperare la provocazione di Jameson/Zizek almeno per ammettere che essa non stride con lo scenario prevalente contemporaneo ma sembra per taluni versi ipostatizzarlo, a rimorchio di una puntuale e vetriolica precisione, in una istantanea da compiaciuto miracolo negativo, lasciando adombrare tra gli anfratti concavi e i chiaroscuri addirittura l’ipotesi di un compimento fatale, perverso e chissà quanto involontario della fame folle evocata dall’ambiguo tormentone aziendale di Jobs. Si noti, poi, per tristo soprammercato e insistendo con la franchezza, come anche in un contesto così complicato, quale appunto l’attuale, il Capitalismo abbia più che mai ribadito la propria già notevolissima capacità di triturare, metabolizzare e omologare (quando non sic et simpliciter evacuare) nel prolasso della duttilità qualunque istanza orientata a limitarne (o a ridiscuterne) l’inerzia espansiva, derubricando di concerto, lentamente ma implacabilmente, sempre su questa linea ma allargando la valutazione ai campi che attengono l’espressione umana - la letteratura, la musica, la politica, il Cinema, chiaramente, et. - concetti (e prassi) come alternativo, indipendente e financo sovversivo a meri materiali di risulta del suo inesausto meccanismo di accumulazione/distruzione.


Quindi, una breve e ahinoi parziale ricognizione (dal momento che la predetta sarà costretta a declinare la tentazione di indagare, ed è solo un esempio, il vasto e poco esplorato oceano della malattia mentale tra i giovanissimi - disturbi del linguaggio e difficoltà di apprendimento, depressione, eccessiva capricciosità umorale, aggressività, anedonia, et. - di sicuro meritevole di una trattazione) che abbia l’intento di mettere in evidenza opere centrate su quella galassia per definizione instabile che è l’adolescenza, non potrà esimersi dal collocare le medesime dentro un ambiente comune - uno spazio oggi come oggi variegato e allettante, cullato dall’onda lunghissima e a tutta prima inesauribile dell’intrattenimento di massa, all’interno delle sue circonvoluzioni, però, spesso desolato e ostile, avviluppato nella narcosi (per il momento) affabile degli stimoli ripetitivi e dei surrogati tecnologici di esperienze - caratterizzato da un’atmosfera pregna di quella che potremmo definire apatia afflitta. Per tale ragione i lavori presi in considerazione appartengono a percorsi e a generi diversi, a produzioni di piccole e medie pretese, la cui specificità del contenuto sarà comunque da mettere in relazione/frizione con il sopraddetto clima che ne pervade magari solo sotterraneamente il progressivo svelarsi ma che, via via, è destinato a rimodellarne la fisionomia.


Rappresentazione prima di questo panorama può considerarsi il dramma “1/1” di Jeremy Philips, del 2018, ambientato nella desolazione gelida di un angolo di Pennsylvania in contrasto col quale la giovane Lissa/L.Shaw, emarginata per collocazione geografica e sociale, tossica per noia e sfinimento, con ogni probabilità incinta, non fa che rivivere il calvario del suo presente atroce e del presumibile identico futuro, in un accavallarsi di detriti mnemonici e fantasmatici a volte incoerenti, sempre dolorosi, trasportati da un passato reso indicibile dal suicidio del padre, mentre la contingenza pressante dell’attimo si nutre della sussistenza sospesa legata a un esame clinico che ne stabilirà o meno, come accennato, la maternità. In un paesaggio umano ed esperienziale affine ma con implicazioni emotive discordi si agita il microcosmo conflittuale e furioso di Lou/M.Kurimsky, in “Firecrackers” di Jasmin Mozzafari, anch’esso del 2018, in relazione al quale la fatalistica rassegnazione al degrado e alla passività non fa invece che saturare fino alla deflagrazione lo sforzo - pure scomposto e non privo di ricadute drammatiche - di seppellire in via definitiva lo squallore di una ripetitività senza scampo e concedere all’ipotesi di una vita nuova altrove - incognite incluse ma per una volta benedette - uno spiraglio praticabile. Di tutt’altro e più ammaliante tenore il tentativo di emancipazione del proprio itinerario soggettivo da ciò che oramai è ridotto fondamentalmente a un incubo di solitudine e disperazione urbana (o provinciale) operato da esperimenti dal piglio astratto come “Wild tigers I have known” dell’esordiente Cam Archer (2006) e “Butter on the latch” di Josephine Decker (2013), all’interno dei quali e con sfumature differenti (nel primo, sono l’identità sessuale in trasformazione di un tredicenne, il suo rapporto con i coetanei e con la madre ad essere esplorati in una dimensione di lisergica apertura, di incantata e ingenua fiducia mista a sconcerto e aspettazione; nell’altro, è l’avventura immaginata/sognata/vissuta da due ragazze in una tregua dilatata dello spazio e del tempo a orientare, al fine di una loro futura composizione, sia i confini dei rapporti interpersonali che il ruolo giocato dall’elemento naturale nella modificazione degli stati d’animo, e ad assecondare da un punto di vista eccentrico e fluido l’insorgere della passione e il retaggio mai pacificato che essa porta con sé) il gesto semantico è quello finalizzato a opporre all’allucinazione monotona della realtà, ostaggio della trivialità dell’ordinario, quella febbrile e cangiante del desiderio. Su un binario parallelo, impreziosito dalla magia stupefatta del mondo e dal piacere peculiare delle prime volte, come dall’afflizione cocente di similari precoci delusioni, si muove poi “We the animals”, di Jeremiah Zagar (2018), a mo’ di canto aurorale di una leggendaria età brada - quella pre/post-puberale - alla cui incoercibile insofferenza corre in soccorso anche la leggerezza dispettosa dell’animazione. 


Il passo delle narrazioni torna a ripiegarsi su sé stesso e ad assumere di nuovo le fattezze di una sfibrante corsa all’autodistruzione o, quanto meno, di uno stallo esistenziale originato da una sequela pressoché ininterrotta di vicolo ciechi, di scomposte psicosi e mal introiettate sollecitazioni, ognuna delle quali scambiata per via d’uscita, in “Super dark times”, di Kevin Phillips (2017) e in “Dark night”, di Tim Sutton (2016), quest’ultimo vagamente ispirato al massacro consumatosi (2012) presso una multisala di Aurora (Co) durante una delle prime proiezioni di “Il cavaliere oscuro - Il ritorno" - di Nolan. Quanto infatti nel film di Phillips la nevrosi e il perenne senso di inadeguatezza a oggi somatizzati dai ragazzi in-età-difficile si coagulano attorno a una serie di circostanze delittuose (dark) che, allo stesso tempo, sfuggono di mano e per altri versi ne indirizzano vieppiù l’agire fino alla rottura di equilibri che una consuetudine appartata (qui, quella di un piccolo centro) faceva ritenere acquisiti, nel lungometraggio stranito ed esausto di Sutton, opportunamente coagulati e compressi, conducono senza mediazioni percorribili alla voragine di una follia (dark) talmente insensata e spietata da non avere bisogno di essere messa in scena in modo plateale per diffondere tutte le sue distruttive risonanze. Di contro e attraverso percorsi psicologici meno eclatanti ma di dirimente impatto sui destini dei rispettivi titolari, si svolgono le vicende di Jack/C.Plummer e Stevie/S.Suljic, entrambi alle prese con itinerari di formazione resi più accidentati dalla prematura spinta all’emancipazione nei riguardi di un quotidiano già avvertito come sterile di stimoli e insoddisfacente affettivamente, da un lato, e segnato dall’indifferente assenza - o insipiente presenza - della figura adulta, dall’altro, raccontate in due esordi datati 2015 e 2018, a dire “King Jack” di Felix Thompson e “Mid90s” dell’attore Jonah Hill. Tanto per il quindicenne Jack quanto per il tredicenne Stevie, appunto, sebbene entro cornici lontane per abitudini e mentalità (la relativa calma di una cittadina per il primo, i brulicanti quartieri periferici di Los Angeles per il secondo), il bandolo delle singole esistenze si avvolge intorno alla ricerca solitaria e non di rado amara - Jack, tipo tranquillo ma per indole non disposto a subire soprusi, si scontra a più riprese con un gruppo di bulli della scuola locale coinvolgendo nelle sue peripezie non esenti da risvolti picareschi un più giovane cugino affidato alla sua tutela per un intero fine settimana; Stevie, scontroso e inquieto di suo, cerca in un gruppo di skaters quell’affiatamento istintivo e la spontanea solidarietà tra eguali che la famiglia naturale, malamente e con stanca discontinuità, cerca di reprimere nell’osservanza di vaghi stereotipi educativi - di una matrice identitaria solida, credibile e distintiva. D’altro canto, è persino attraverso toni quasi favolistici che ci viene restituita la singolare utopia partorita dalla mente di un ragazzo garbato ma di fondo smanioso come il Joe/N.Robinson di “The kings of summer” (2013), opera prima di Jordan Vogt-Roberts. In questo specifico, il paesaggio americano, selvaggio, insidioso ma sempre promettente arriva a sostenere - per mera prossimità biologica, verrebbe da dire - il sogno ingenuo ma vitale di un giovane uomo convinto di poter aggirare i cinici automatismi di una società libertaria nei proclami ma in alcune sue pieghe nemmeno così recondite brutale e intollerante, in virtù della costituzione di un minuscolo reame a parte nel cuore di un ritaglio di Natura incontaminata dove vivere secondo regole proprie.


Risulta chiaro quindi, e per quanto sommariamente tratteggiato, come tanto l’amo commerciale lanciato più o meno un quindicennio fa da un industriale scaltro, quanto il sarcastico de profundis pronunciato da due studiosi di vaglia, col tempo e almeno per un certo tipo di adolescenti - scettici, avveduti, sensibili e perspicaci - siano sempre più destinati a scontrarsi con quella che il compianto Mark Fisher chiamava impotenza riflessiva, ovvero quella condizione psicologica per cui i giovani sanno che la situazione è brutta ma sanno ancora di più che non possono farci niente. Solo che questa consapevolezza, questa riflessività, non è l’osservazione passiva di uno stato delle cose già in atto: è una profezia che si autoavvera. Una profezia che ancora sembra metterci in guardia circa l’eventualità per cui l’unico serio compito rimastoci come persone/comunità/Cultura sia davvero quello di salvare noi da noi stessi, smettendo di essere, prima che sia troppo tardi e come registra sconcertata la Jules/H.Schafer di “Euphoria”, “innamorati della delusione”.

TFK