mercoledì, febbraio 22, 2012

50/50

50/50 (Usa 2011)
Regia: Jonathan Levine

recensione di PARSEC



Ad un giovane ragazzo (J.G.Levitt) viene diagnosticata una rara forma di cancro, affronterà la terapia con il sostegno del suo migliore amico (Seth Rogen) della mamma apprensiva (Angelica Houston) e della psicologa (Anna Kendrick).

Terzo lungometraggio del 35enne newyorkese Levine - dopo All the boys love Mandy Lane e The Wackness - nonostante il tema drammatico il film ha i toni della commedia con momenti molto toccanti e altri molto divertenti, Seth Rogen vulcanico e lungimirante si conferma un bravo attore e soprattutto un acuto produttore.

Il film - che ha ricevuto il premio del pubblico - è già doppiato e pronto per la distribuzione nei circuiti commerciali (peccato per la voce italiana di Seth Rogen che non restituisce il vocione originale del simpatico attore).

Jonathan Levine al termine della proiezione racconta come sono andate le cose riguardo alla storia e alla produzione: si tratta di un momento autobiografico dell’autore dello script, Will Reiser, che si ammalò di cancro all’età di 20 anni, a quel tempo il suo miglior amico era proprio Seth Rogen il quale in seguito incoraggiò lo stesso Reiser a scrivere della sua esperienza.
Grazie alla presenza di Seth Rogen nel progetto relativamente low budget è stato più facile trovare i soldi e fare il film.

Sul film:

il regista afferma che non è stato poi così difficile come poteva sembrare trovare un equilibrio tra l’aspetto drammatico e quello più leggero, perché è qualcosa che rispecchia comunque la vita reale. Negli states c’è un po’ la tendenza a realizzare o un film triste o una commedia, a Levine invece è piaciuto combinare questi due elementi, affrontare un tema drammatico e parlare di cose tristi in modo divertente. Nello script inoltre era già presente l’equilibrio tra dramma e aspetti comici e c’è stato un incontro di affinità tra lui, Seth Rogen e Will Reiser con i quali all’inizio del progetto hanno discusso dei film di Hal Ashby, Cameron Crowe e James Brooks che avevano già affrontato e realizzato ottimamente le stesse idee.

Sulla location:

Il film ambientato a Seattle è stato in realtà girato a Vancouver per ragioni economiche. La scelta iniziale di ambientare la storia a L.A. - l’idea era quella di creare un forte contrasto tra la condizione di profonda tristezza del protagonista e una città luminosa e calda in cui splende sempre il sole - è stata abbandonata per evitare confronti con“Funny people”di Judd Appatow, un film il cui soggetto è simile a 50/50 e in cui Seth Rogen è di nuovo co-protagonista. Inoltre hanno optato per Seattle perché c’è un interessante fermento culturale e lavorativo giovanile che creava senso con la storia.

Su Angelica Houston:


la adora da sempre e in particolare per il suo lavoro con Wes Anderson - i Tenenbaum e The Life Aquatic - in questo ha portato molto di se stessa a causa del suo recente lutto - suo marito è morto sei mesi prima dell’inizio delle riprese - come regista è stato straordinario averla sul set per il contributo che ha dato al film sia dal punto di vista umano che professionale, per le emozioni che ha saputo esprimere e per gli aneddoti su suo padre (John Houston) che spesso raccontava.

Novembre 2011, Parsec


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martedì, febbraio 21, 2012

ATM- Trappola mortale

ATM- Trappola mortaleATM- Trappola mortale

In un momento in cui paura e spavento sembrano essere materia da sciamani, per il successo di produzioni infestate da spiriti maligni e pericolose possessioni, "ATM - Trappola mortale" segna nel suo piccolo un ritorno all'antico per i riferimenti ad un cinema che proponendo un serial killer privo di qualsiasi emotività ed assolutamente identificato con il male arrecato, si rifà senza mezzi termini a villain come Michael Meyer e Jason Voorhees, indimenticabili protagonisti di saghe come "Halloween" e "Venerdì 13".

Ad arricchire l'atmosfera vintageconcorrono nel ruolo delle vittime un terzetto di belli senza anima che alla maniera dei prodotti firmati dalla penna di Kevin Williamson ("So cosa hai fatto", "Scream" ma anche "Dawson's Creek") sembrano offrirsi su un piatto d'argento all'efferatezza del misterioso assalitore. A differenza dei predecessori, e forse nella ricerca di una caratteristica che ne giustifichi l'operazione, "ATM" fa piazza pulita dell'atmosfera vacanziera e della dimensione atemporale che in quelli si respirava per calare la sua storia in un contesto inconfutabilmente ordinario e metropolitano.

Così il pretesto della mattanza è una cabina del bancomat dove i tre cercano di effettuare un prelievo, e nella quale sono poi costretti a rifugiarsi per evitare le pericolose attenzioni di un enigmatico visitatore. Quando le intenzioni dello sconosciuto si trasformano in azioni omicide le probabilità di uscirne vivi diventerà una chimera.

Mettendo insieme continui richiami alla quotidianità che oltre all'incipit variamente distribuito lungo tutto il film, con i tentativi di forzare il bancomat per richiamare l'attenzione della polizia, prevedono anche l'utilizzo di un' oggettistica di uso comune trasformata per l'occasione in altrettanti strumenti d'offesa (dalla chiave inglese alla pompa dell'acqua usata per innondare la cabina), "ATM" si tiene lontano da eventuali spunti sociologici, legati al rapporto tra il mezzo tecnologico e gli sfortunati utilizzatori, mirando soprattutto a tenere alta la tensione.

Per farlo costruisce un meccanismo che vive sugli stratagemmi organizzati dall'assalitore per stanare le sue prede, e dai ragazzi per cercare di sfuggire all'assedio al quale sono sottoposti. Vittime e carnefici si sfidano in un gioco di resistenza e di estemporanee intuizioni che potrebbe assomigliare ad una partita a scacchi se il premio finale, con la morte del perdente, non rendesse inopportuno qualsiasi paragone ludico.

L'esordiente David Brooks è bravo ad evitare l'effetto splatter, limitando al minimo la visione del sangue ed assegnando allo sguardo degli attori il compito di restituire le varie efferatezze di cui si macchia l'assassino, mentre risulta notevole nella resa di uno spazio scenico che diventa reale, luogo esistente anche al di fuori della cornice filmica.

Dove invece il film viene a mancare è nella sua incapacità di presentare qualcosa che non sia stato già visto, nel ricalcare per filo e per segno, compreso quello di una possibile serializzazione, forme e contenuti ampiamente sfruttati.

Ed anche il tentativo di umanizzare l'assassino con un primo piano dei suoi occhi, e successivamente attribuendogli un modus operandi di incredibile raziocinio, rischia di ridimensionare il fascino che da sempre l'ignoto porta con se. Scritto da Chris Sparling ("Buried") ormai abbonato a vicende sviluppate in uno spazio circoscritto "ATM - Trappola mortale" ci dà la possibilità di vedere all'opera Alice Eve, barbie in ascesa del cinema hollywoodiano, qui nei panni di un' inconsapevole femme fatale alla quale non si può negare nulla, neanche una fantastica notte da incubo

(pubblicata su ondacinema.it)



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sabato, febbraio 18, 2012

In Time

IN TIME
regia A. Niccol


"In time" è un film non riuscito.
Niccol fa tutto da solo, ed oltre a dirigerlo, di per sè un compito già oneroso, lo scrive e lo produce. Troppe cose da fare possono generare confusione, fraintendimenti.
Affezionato agli scenari fantapolitici, la visionarietà del regista è abituata a mettersi in gioco allestendo meccanismi di genere solitamente pescati dal cinema noir ("Gattaga",1997) e utilizzando l'espediente romantico, in questo caso c'è una donna da salvare, per riscaldare atmosfere anaffettive, enfatizzate da una fotografia che sembra uscire direttamente da una camera d'obitorio.

Rispetto all'esordio a cui quest'ultimo si rifà non solo per la cornice futuristica ma anche per la centralità del fattore genetico (nel film l'umanità ha un autonomia di 25 anni che può essere allungata acquistando dosi di tempo) "In time" non riesce ad amalgamare le sue componenti.

Estremizzare le contraddizioni della contemporaneità in un contenitore capace di accellerarne le possibili conseguenze era la sfida che si era posto il regista.
La vicenda, nel tentativo di ristabilire la giustizia in un mondo dove il tempo ha sostituito il denaro ed in cui le disparità sociali sono create ad arte per alimentare i vantaggi di pochi, assume la forma di una versione futuristica di Bonnie and Clyde ma anche di Robin Hodd, con Will (Justin Timberlake) e Sylvia (Amanda Seyfried) uniti nell'impresa di rovesciare il sistema rubando il tempo per regalarlo a chi non ne ha.

L'escalation dell'imprendibile coppia non solo è costellata da una serie di errori di sceneggiatura (quelli più gravi si riferiscono proprio ai dettagli temporali violati con una facilità addirittura imbarazzante) e di molte situazioni inverosimili - la trama tra le altre cose non spiega come due super ricercati possano spostarsi liberamente per una città che assomiglia ad una caserma - ma appare fuori dal contesto che Niccol cerca di descrivere, una didascalica allegoria (passata al pubblico con l'espediente delle breaking news di cui zelanti televisori non mancano di informarci) del nostro tempo dove i cattivi sono però incapaci di esprimere le ragioni del loro operato, e quasi evanescenti nella difesa dello status quo.

Il film appare così sfilacciato e superficiale nella costruzione dei nessi logici che dovrebbero tenerlo insieme.

E se gli attori riescono ad essere un minimo convincenti, anche Timberlake una volta tanto, il loro lavoro si perde nella pochezza del contesto.

Non ci voleva certo "In Time" per sapere che è solo l'egoismo di pochi ad impedire una giusta ripartizione delle risorse. Sentirselo ripetere appare non solo beffardo ma fa sembrare il film ormai sorpassato. Quasi un paradosso per chi invece vuole il tempo voleva anticiparlo.





giovedì, febbraio 16, 2012

Film in sala dal 17 febbraio 2012

...E ora parliamo di Kevin
(We need to talk about Kevin)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: Lynne Ramsay

ATM - Trappola Mortale
(ATM)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Canada, USA
REGIA: David Brooks

In Time
(In Time)
GENERE: Fantascienza, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Andrew Niccol

Jack e Jill
(Jack and Jill)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Dennis Dugan

Paradiso amaro
(The Descendants)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Alexander Payne

War Horse
(War Horse)
GENERE: Drammatico, Guerra, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Steven Spielberg

lunedì, febbraio 13, 2012

40 carati (Man on a Ledge)

40 carati (Man on a Ledge)
regia di Asger Leth


L'uomo sul cornicione (Man On A Ledge) è Nick Cassidy, un poliziotto condannato a 25 anni di prigione per un reato che non ha commesso. Deciso a dimostrare la propria innocenza organizza il plateale gesto per sviare l'attenzione dal furto del gioiello che dimostrerà l'iniquità di quelle accuse. Ad aiutarlo ci sarà il resto della famiglia e una poliziotta in crisi esistenziale (Elizabeth Banks).

Se i confini tra i generi sono sempre più labili allora "40 carati" può essere l'emblema di un cinema che nel tentativo di rinnovarsi riesce ad inventare formule come quella del film diretto dall'esordiente Asger Leth, in cui thriller ed heist movie viaggiano di pari passo lungo una trama che mette al centro della questione i temi della giustizia e della solidarietà.

Da una parte abbiamo il clima di tensione provocato da una serie di situazione-limite, a quella connaturata nella condizione del protagonista si sommano la corsa contro il tempo del team incaricato di forzare il bunker dove è nascosto il prezioso diamante e la ragnatela di minacce e sotterfugi messi in campo da chi vuole impedire che la verità venga a galla, dall'altra il continuo oscillare tra determinismo e casualità, quando il film si sofferma sulle azioni messe in atto per mettere le mani sul gioiello.

Due facce della stessa medaglia su cui la pellicola si divide equamente, distillando qua e là lo spirito del tempo quando in un processo di identificazione tra la sorte di Nick e quella dell'uomo della strada, inneggia alla rivolta contro l'ingiustizia sociale.

Frammenti di un mondo riassunti in maniera schematica (tra buoni e cattivi non esiste una via di mezzo) ma sufficiente per stimolare l'empatia dello spettatore che non potrebbe non immedesimarsi nella condizione del protagonista, tanto è il divario non solo ideologico ma anche estetico tra il capo dei banditi, un Ed Harris a fior di nervi e dal grigno satanico, e una banda di outsiders che può vantare oltre al monolotico interprete di "Avatar"(2009), Sam Worthington, nella parte di Nick, Elizabeth Banks ancora una volta - e nonostante il ruolo - ragazza della porta accanto, anche la pepata fisiognomica di una new entry come Genesis Rodriguez, fidanzata con il fratello di Nick ed insieme a lui impegnata in un ruolo che nell'esigenza di indossare per la maggior parte del tempo una tutina aderentissima le consente di mostrare un fisico da eroina dei fumetti Marvel.

Oggetto spettacolare e di intrattenimento "40 carati" è un buon compromesso tra le abilità tecniche di chi lo ha assemblato - la qualità del montaggio è superiore a molti dei film d'azione di recente produzione - e la capacità del regista di valorizzare la componente umana a sua disposizione.

(pubblicata su ondacinema.it)


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giovedì, febbraio 09, 2012

Sulla strada di casa

SULLA STRADA DI CASA
di Emiliano Corapi


In tempi di crisi economica il cinema italiano sembra aver trovato nella figura dell'imprenditore un terminale in grado di soddisfare più esigenze: anello di congiunzione tra i diversi poli del ciclo produttivo, ed ago della bilancia di un rilancio economico che deve stimolare necessariamente investimenti e spirito d'iniziativa, il detentore del capitale soddisfa non solo le esigenze di un cinema agganciato alla realtà ma anche la necessità di un carattere funzionale allo spirito del tempo.

Così dopo "Il gioiellino" di Andrea Molaioli e "L'industriale" di Montaldo è la volta di Alberto, imprenditore a tempo pieno e saltuariamente corriere per un organizzazione criminale che gli consente di far fronte con sostanziose ricompense alle difficoltà di bilancio attraversate dalla sua azienda. Una routine rischiosa ma remunerativa fino a quando le conseguenze di una misteriosa irruzione, e la minaccia di uccisione dei suoi familiari da parte di una banda di malviventi lo costringono ad impegnarsi a consegnare la merce ai misteriosi assalitori.

La repentina sostituzione unita alla necessità di venire in possesso dell'oggetto di scambio, lo porteranno a dare la caccia a Sergio (un redivivo Daniele Liotti), nel frattempo subentrato nello svolgimento dell'incarico.
Il viaggio verso casa diventerà allora un confronto allo specchio con chi come lui è stato costretto ad oltrepassare il punto di rottura.

Sviluppato come un thriller di cui ricalca non solo la costruzione a scatole cinesi, riferite al modus operandi con cui Alberto crea le occasioni per conseguire il risultato, ma anche per il crescendo di tensione che accompagna le diverse fasi del racconto, "Sulla strada di casa" è anche la rappresentazione di una condizione esistenziale dominata dalla paura che scaturisce dall'ignoto - Alberto e Sergio sono gli esecutori di un piano destinato a rimanere sconosciuto, mentre il film enfatizza la precarietà delle cose evitando di fare luce sull'identità delle persone che in qualche modo usufruiscono dei loro servigi - oppure come conseguenza di un'incomunicabilità che non fa sconti soprattutto all'interno dell'ambiente famigliare, dominato da rapporti di incomprensione e falsità.

La progressione emotiva, favorita anche dalla struttura road movie, finirà per confluire in una sorta di passaggio di consegne tra i due contendenti improntato secondo i criteri di un realismo crudo, ma proporzionato al prezzo da pagare alla necessità di redenzione.

Armonizzando le ristrettezze del budget con la presenza di un cast di primo piano, Corapi elimina qualsiasi orpello (largo uso di telecamera a mano e digitale, suono in presa diretta, fotografia documentaristica) per concentrarsi sugli attori e sulla loro recitazione.

Una ricognizione ravvicinata che riesce a risparmiare, e nel contempo gioca un ruolo decisivo nel rendere l'assedio fisico e morale in cui si muove l'umanità rappresentata. In questo senso a risultare strepitosa è la performance di Vinicio Marchioni nella parte di Alberto.
E' lui, nella misura del disagio e dello smarrimento che trasmette al personaggio, a rafforzare la credibilità della storia. Corapi, al suo primo lungometraggio è bravo a gestire i meccanismi del genere, a sintonizzare l'attenzione del pubblico sulle ansie del suo protagonista, a disegnare gli ambienti sullo stato d'animo dei personaggi: la solitudine della moglie di Alberto (Donatella Finocchiaro) ripresa nei fiori che fanno da ornamento ad un prato altrimenti spoglio, oppure la reclusione disadorna ma sicura nella quale il boss calabrese riesce ad organizzare i suoi traffici sono il segnale di un talento genuino.

E se non fosse per un finale che tira le fila in maniera sin troppo repentina quello del regista romano sarebbe un esordio sorprendente.

Le premesse restano comunque interessanti e fanno di Emiliano Corapi un regista da tenere d'occhio.

(pubblicato su ondacinema,it)

Leggi anche l'Intervista ad Emiliano Corapi (pubblicata su Ondacinema.it)

Film in sala dal 10 febbraio 2012

40 carati
(Man on a Ledge)
GENERE: Thriller
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Asger Leth

Albert Nobbs
(Albert Nobbs)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, Irlanda
REGIA: Rodrigo Garcia

Com'è bello far l'amore
(Com'è bello far l'amore)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Fausto Brizzi

La verità nascosta
(La cara oculta)
GENERE: Thriller
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: Spagna, Colombia
REGIA: Andrés Baiz

Star Wars - Episodio I - La Minaccia Fantasma 3D
(Star Wars - Episode I - The Phantom Menace 3D)
GENERE: Azione, Fantascienza, Avventura
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: George Lucas

Tre uomini e una pecora
(A Few Best Men)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: Australia, Gran Bretagna
REGIA: Stephan Elliott

martedì, febbraio 07, 2012

SCOPRI LA DIFFERENZA

In questi giorni ho deciso di recuperare un film che nei mesi passati non ero riuscito a vedere.

Parlo di RUGGINE (di D. Gaglianone), un film che alla sua uscita mi aveva fortemente incuriosito non solo per il cast di tutto rispetto (Timi-Solarino-Mastrandrea-Accorsi).

Siamo a Torino negli anni '70 e al centro della vicenda troviamo dei ragazzini, figli di immigrati meridionali al nord stipati nei casermoni di periferia.
I Ragazzini e la curiosità verso il sesso, la voglia di libertà, la scoperta dei lati malvagi della vita, la loro adolescenza che verrà segnata dall'uccisione violenta di due coetanee.
I grandi, con le loro paure di "stranieri" catapultati in una metropoli con il loro bagaglio di ignoranza, superstizione, ingenutà e riverenza verso chi è più ricco, colto o semplicemente non sia terrone.

Questo in sintesi il succo di Ruggine, il film di Daniele Gaglianone tratto dal romanzo di Stefano Massaron.

Una film nero e dolente, convincente e ben scritto.

Finita la visione di Ruggine, pur riconoscendo le qualità della pellicola, venivo colto dalla sensazione del già visto e addirittura confondevo il volto della Solarino con quello della fascinosa Folrinda Bolkan, mentre il bravo Filippo Timi prendeva le sembianze di Marc Porel.

Ecco, ci ero arrivato e anche abbastanza semplicemente.

Possibile che l'impegnato Gaglianone si fosse ispirato, anzi addirittura avesse copiato un regista vituperato, ghettizzato perché ritenuto provocatorio, basso, volgare dalla critica del tempo?

Un regista di quelli a cui la critica non poteva assegnare "tre stellette" perché avrebbe significato rivalutarlo e quindi mettersi contro colleghi e intellettuali?

Non mi restava che mettere a confronto le due pellicole e trovare le tante cose in comune.

1) I bambini terroni:
la curiosità verso il sesso;
i giochi in campagna;
che vengono uccisi;

2) I grandi terroni:
l'insicurezza;
l'ignoranza;
il servilismo;
la completa fiducia in quella che nella loro cultura riconoscono come auorità (Il prete/il medico).

3) L'assassino:
che torna sul luogo del delitto a dare conforto;
le motivazioni che lo portano ad uccidere (i bambini che si avvicinano al sesso).

4) Lo scemo del paese:
che viene subito accusato di essere l'assassino.

Il quadro ora era completo, Gaglianone aveva copiato un film che ho amato e amo ancora, ma qualcosa ancora mi ronzava nella testa.

Non ero convinto dell'ambientazione, Ruggine è ambientato a Torino, mentre il film a cui pensavo era ambientato in un minuscolo paesino meridionale.
Ma no, pensavo, folgorato da un altro vago ricordo, non è possibile che Gaglianone (o l'autore del romanzo - che non ho letto) si sia spinto a tanto, non ci credo.

Inutile dire che non ho resistito e in piena notte mi sono messo alla ricerca di appunti, ritagli di giornale, interviste, sino a quando dinanzi ai miei occhi non compare l'inconfutabile verità.

"Il plot di Non si sevizia un paperino non corrispondeva all'idea iniziale di Fulci, che prevedeva di ambientare la storia a Torino, tra gli operai emigrati dal sud Italia per fare "fortuna" alla Fiat.
Lo sfondo dei delitti avrebbe dovuto essere uno degli affollati quartieri dormitorio del capolugo piemontese, un cupo coacervo di superstizioni e resistenze culturali di fronte alle difficoltà d'integrazione delle famiglie meridionali nella città d'adozione.
(Il terrorista dei generi-Tutto il cinema di Lucio Fulci di P. Albiero e G. Cacciatore. Ed. Un mondo a parte, 2004)".


Mi fermo qui.

lunedì, febbraio 06, 2012

Iron Lady

Iron Lady
regia di Phyllida Lloyd


In "Iron Lady" Phyllida Lloyd (sulla sceneggiatura di Abi Morgan) tenta il non facile compito di portare sul grande schermo la vita e le imprese politiche di Margaret Thatcher, ex primo ministro inglese e personaggio rilevante per la politica europea ed internazionale, soprattutto anno '80.

La regista, priva di idee e dal tocco poco incisivo, sceglie di dare maggiore risalto alla parte privata della vita della protagonista, impostando la narrazione su flash back e documenti di repertorio, sui ricordi della anziana donna e soprattutto sui suoi deliri da demenza senile in avanzamento.
Il tutto però è costruito confusamente.

Il risultato è un film che delude per la propria debolezza e superficialità.
Non ci si adddentra nell'animo della signora di ferro nè si affrontano con spirito critico le sue scelte politiche.
La Thatcher esce da questo biopic quasi santificata.

Suprema prova attoriale di Meryl Streep che con questa fatica potrebbe asggiudicarsi la sua terza statuetta d'oro.
Ottimo trucco-parrucco di scena, ottimo inglese british della Streep, pessima colonna sonora, assolutamente invadente, ossessiva, tanto da rendere il film una specie di fiction televisiva. Pessima regia e mntaggio.
Quest'opera ha tutta l'aria di una grossa occasione mancata in cui, a parte la magnifica presenza degli attori, la regista non pare aver avuto molto da dire.

sabato, febbraio 04, 2012

L'arte di vincere - Moneyball

L'arte di vincere - Moneyball

Cinema e sport non sono quasi mai un connubio vincente. A limitarne l'efficacia giocano soprattutto due fattori: la mancanza di empatia verso discipline attraversate da regole complicatissime, per di più alimentate da una tradizione che riguarda solo pochi adepti.
E poi l'accostamento con una visione della vita che rispecchia un punto di vista prevalentemente maschile.
Ed anche "Moneyball" occupandosi di un manager di una squadra di baseball alle prese con la scommessa di rendere competitiva una compagine allestita con pochi mezzi e molta inventiva, non si distacca dal quadro appena descritto.
Eppure dopo qualche minuto ti accorgi che pur continuando a parlare di tattiche e di mercato nella speranza di compiere il miracolo, il personaggio di Billy Beane nella sua (titanica) impresa di competere con i moloch di uno sport che anche in America ha subordinato il gesto atletico al potere dei soldi, appartiene di diritto alle grandi figure romantiche che prima il cinema e poi la letteratura hanno saputo rendere immortali.

Icaro contemporaneo per la voglia di infinito racchiusa nel sogno di invertire le sorti di una sconfitta annunciata, Billie è il capitano di una nave alla caccia della balena bianca, con il mitico cetaceo sostituito dall'altrettanto leggendario titolo delle world series che nel mondo del baseball rappresenta il successo più alto a cui si possa aspirare.
Ed è proprio nel tentativo riuscito di ricostruire la vicenda emotiva e psicologica che scandisce le varie fasi di questa rincorsa, come al solito costellata dallo scetticismo e dalla mancanza di fiducia che da sempre circonda il visionario, che il regista compie il suo capolavoro consegnandoci una vicenda che riesce a fare a meno dell'esibizione muscolare ed estetica.

Rinunciando al campo da gioco ed alle discussione tecniche, Miller ci parla di uomini e della paura di non essere all'altezza delle proprie aspettative e di quelle degli altri.
Una sfida con se stessi e con il proprio inconscio che il film rende in maniera pragmatica, mostrandoci il protagonista spesso in solitudine, a rimembrare i fantasmi di una promessa mancata (Billie ha smentito il pronostico di chi ne aveva prefigurato una carriera da star) o ad immaginare i risultati di partite che si ostina a non guardare per mantenere le distanze di chi ha paura di innamorarsi di nuovo dell'oggetto del proprio desiderio.
E poi circondandolo di figure sospese in una linea d'ombra che impedisce loro di reagire alle difficoltà di una carriera ormai logora, o mai decollata. Oppure di compagni d'avventura poco glamour come Peter Brand, il genio della statistica che aiuterà Billie a convertire i numeri in giocatori da comprare.
Dal fisico corpulento e completamente assorbito dal suo mestiere Peter è nella sua dimensione monotematica (ogni sua apparizione è legata ai motivi del suo mestiere) emblema di un mondo chiuso in se stesso, alla ricerca continua della prestazione. L'epilogo seppur rimandato nella conclusione alle cronaca dei nostri giorni dove il manager Billie Beane non ha smesso di inseguire la sua chimera, suggella nella scelta del protagonista, le ragioni di un film che ragiona sul senso della vita.

Immerso in chiari scuri caldi e leggermente autunnali "Moneyball" è un esempio di come il cinema classico sia ancora il modo per raccontare gli uomini e le loro storie. Brad Pitt è perfetto nel tratteggiare i mezzi toni di uno spirito inquieto ma deciso. Come lui tutti gli altri, in un ensemble di rara efficacia attoriale.

giovedì, febbraio 02, 2012

Film in sala dal 3 febbraio 2012

Hesher è stato qui
(Hesher)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Spencer Susser

Hugo Cabret
(Hugo)
GENERE: Avventura, Fantastico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Martin Scorsese

I Muppet
(The Muppets)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: James Bobin

Millennium - Uomini che odiano le donne
(The Girl with the Dragon Tattoo)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: David Fincher

Polisse
(Polisse)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Maiwenn Le Besco

Sulla strada di casa
(Sulla strada di casa)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Emiliano Corapi

mercoledì, febbraio 01, 2012

ACAB


L'inizio è una lunga sequenza dove con un montaggio incrociato ci vengono presentati i protagonisti della storia. Cobra, Mazinga, Negro sono i nomi di battaglia dei tre poliziotti del reparto celere riassunti in quelle scene rubate ad un frammento delle loro rispettive esistenze. Il primo insegue e malmena il pirata della strada che stava fuggendo dopo averlo investito; il secondo blocca uno spacciatore mentre è a fare la spesa con la figlioletta; il terzo si ritrova in questura per riportare a casa il figlio che è stato fermato dalle forze dell'ordine. Le loro sono ancora vite senza nome, facce che pretendono rispetto senza alcun biglietto da visita; la notte a dipingergli nel volto un abisso che di lì a poco impareremo a conoscere fino in fondo. Per il momento la cosa più importante è assistere a quello che vediamo: un privato che non riesce a svestire l'uniforme.

Teso, violento, sincopato, abituato a farsi strada tra le maglie di una metropoli trasformata in un campo di battaglia, il prototipo umano al centro della storia è abituato ragionare sulle opportunità che gli assicurano la sopravvivenza, in un confronto esistenziale raramente alla pari, consumato tra le gradinate di uno stadio popolato da belve inferocite, oppure in una terra di nessuno, dove lo stato si fa vivo solamente quando c'è un conto da saldare. Il film di Stefano Sollima si sviluppa proprio da questo punto di partenza, assunto come dogma inconfutabile, in cui l'impossibilità di ritornare ad essere normali dopo l'esercizio delle proprie funzioni viene fissata nel sistematico alternarsi di scene e situazioni caratterizzate da scelte comportamentali che non distinguono tra lavoro e tempo libero. Da quel momento l'evolversi dell'intera vicenda, nella mancanza di confine tra un ordinanza di sgombero da eseguire riducendo al massimo il rischio di effetti collaterali, e la vendetta contro un gruppo di immigrati eseguito per conto terzi, finirà per rendere impossibile ogni tentativo di distinzione.

Quello che conta, al di là della strumentalizzazione in chiave politica e sociale (non a caso il senso di frustrazione nei confronti di un sistema che non tutela i cittadini è accennato, e per di più delegato a chi ormai non fa più parte del sodalizio) è un senso di appartenenza continuamente ribadito. In questa direzione è chiaro il messaggio che il Cobra impartisce al neo assegnato con fare perentorio: il collega è un fratello, il gruppo una famiglia da salvaguardare in ogni occasione, anche a costo, come capiterà negli scampoli conclusivi della vicenda, di tradire quegli interessi, dei cittadini e della nazione, poco prima legittimati dal rischio dell'incolumità personale al quale gli stessi agenti si sottopongono ogni volta che lasciano la caserma. In un quadro simile, e con la storia che gradatamente si concentra sulla pista seguita dal Cobra per catturare il colpevole del ferimento del suo comandante (Mazinga), il film ci mostra le conseguenze di un'etica che riduce le possibilità di condividere affettività d'altro tipo, con famiglie mai formate, quella del Cobra è un sorso di birra consumato in solitudine, oppure complicate dall'assenza di chi dovrebbe governarle con la propria presenza

Al suo esordio sul grande schermo Sollima doveva affrontare molte sfide: innanzitutto quella di confermare nel passaggio dal piccolo al grande schermo quanto di buono era stato detto di lui a proposito della trasposizione televisiva di "Romanzo criminale" (2005). Poi, forse la cosa più importante, quella di evitare la retorica e l'ideologia che spesso accompagna la rappresentazione del potere nelle sue diverse manifestazioni. Ed infine la possibilità di realizzare un prodotto in grado di far pensare evitando di mortificare le necessità dell'intrattenimento.

A conti fatti il tabellino fa segnare il pieno dalla parte del segno più perché il film, pur ricalcando nel paradigma del poliziotto consumato dal male del suo lavoro modelli e personaggi di tanto cinema americano, così come, nella rappresentazione di una comunità tribù, riconosciuta nella condivisione degli spazi - lo schieramento dell'assetto antisommossa, l'abitacolo del furgone che ogni volta li riporta sul luogo del delitto, gli spogliatoi del posto di lavoro - e dei rituali - la partita di rugby, la birra con gli amici, l'iniziazione dei nuovi arrivati - gli esempi forniti da alcuni campioni del genere come "Tropa de elite" (2007) e "Ha Shoter", premio speciale della giuria all'ultimo festival di Locarno, "ACAB" riesce a crearsi un segno distintivo. Non solo nel referto di un malessere che nel ritratto di un istituzione costretta a creare dal di dentro le motivazioni per tirare avanti, riesce a parlare di una crisi spirituale e sociale che a raggiunto livelli allarmanti, ma anche nella capacità di raccontare utilizzando una dialettica che, anteponendo la fluidità della cinepresa alla densità delle interpretazioni, riesce a restituire l'agonismo tormentato dei suoi protagonisti.

A suo agio tanto nelle inquadrature d'insieme, quando la telecamera allarga il suo sguardo al mondo circostante che in quelle ravvicinate, dove l'indagine si sofferma su un battito di ciglia, Sollima si avvale di una fotografia dai colori lividi, desaturati quanto basta per raffreddare una materia di per sé incandescente, e di un dp che, nell'alternare lo stile modaiolo della musica da classifica a quella acida e distorta realizzata dai Mokadelic sottolinea di volta in volta la successione emotiva. Un plauso speciale lo merita però la direzione attoriale e le performance che da Favino a Giallini, passando per Domenico Diele e Filippo Nigro sono il punto di forza di un'opera che non ha paura di essere quello che è: un prodotto di genere, senza infingimenti e con molto mestiere.


(pubblicata su ondacinema.it)

domenica, gennaio 29, 2012

Mission: Impossible - Protocollo Fantasma

Mission: Impossible - Protocollo Fantasma

L'impresa rasentava veramente l'impossibile, perchè la saga dell'agente Hunt appariva arenata sul volto sbiadito del suo protagonista da tempo alle prese con un ridimensionamento che in molti avevano immaginato come il segno di un possibile declino. In più il moltiplicarsi dei cloni di quel personaggio, (dal Bourne di Matt Damon alla Salt di Angelina Jolie) sembravano aver spostato in altre direzioni l'interesse degli spettatori.

Ed invece ancora una volta hanno avuto ragione loro, i produttori americani, e Tom Cruise, che il film non lo solo lo interpreta ma anche lo produce, seppur con il grosso aiuto della major.
La strategia è chiara. Il cambiamento operato punta su due diverse direzioni: da una parte coadiuvare il protagonista con una serie di altri personaggi capaci di reggerne il confronto, sia sul piano della performance che su quelle del carisma. dall'altra innestare un humor leggero ma sofisticato, adatto a smorzare i toni di una saga che rischiava di prendersi troppo sul serio, e contingente alle necessità di allontanarsi da un presente già carico di problemi.
Il restyling realizzato con l'introduzione di un team di agenti variegato, per determinatezza (Paula Patton e Jeremy Renner) ed umorismo (Simon Pegg), ma più di tutti, sullo sguardo di un regista,Brad Bird, proveniente dai cartoons ("Gli incredibili" e "Ratatouille") e qui all'esordio nel cinema dal vivo. A lui era affidato il compito di amalgamare i nuovi ingredienti con un canovaccio rimasto inalterato ( i cattivi sono sempre spietati e giramondo inducendo l'invicibile armata ad un lavoro da globe trotter).

Il risultato è un film di una forma smagliante che sa mischiare il comico e l'avventura all'interno dello stesso contesto come nella scena in cui i personaggi di Cruise e Pegg tentano di forzare uno sbarramento con un ologramma che li rende invisibili all'occhio umano trasformandoli in una coppia che potrebbe assomigliare a quella di Gianni e Pinotto. Questo senza dimenticare la sua natura adrenalinica con sequenze che tolgono di mezzo leggi di gravità e sopportazione fisica (ad un certo punto l'agente Hunt corre sulle pareti di un grattacielo come un duecento metri olimpico) oppure di sorprendente dinamicità - tutto il prologo interpretato dal Sawyer di "Lost" (Josh Holloway, una scoperta nei panni di un enigmatico 007) congegnato all'insegna di un tempismo calcolato al millimetro ed insieme capace di delineare in pochi minuti una microstoria che da sola, lei ed il personaggio che vi sta dentro, potrebbero essere materia per un altro film. Una scommessa non scontata quella di mescolare riso e pathos anche alla luce del precedente "Innocenti bugie" in cui Cruise aveva già tentato senza successo di riciclare il personaggio dell'agente segreto in un contesto vicino alla commedia.

Tutti vincitori quindi, per un divertimento messo al riparo dall'esubero di effetti speciali, che pur presenti sanno mimetizzarsi come si conviene ai film di quelli che li sanno fare. I risultati al botteghino autorizzano a pensare che la saga è ancora lungi dall'essere conclusa.

sabato, gennaio 28, 2012

BENVENUTI AL NORD

BENVENUTI AL NORD

Il brianzolo Alberto Colombo (Claudio Bisio), dopo aver ottenuto il trasferimento a Milano "aiuta" l'amico meridionale Mattia (Luca Siani) a raggiungerlo.

Il matrimonio tra Mattia e Maria (Valentina Lodovini) sta naufragando a causa di un mutuo sempre procrastinato e per la presunta poca voglia di lavorare di lui ma, giunto a Milano, Mattia si lascia contagiare dall'operosità milanese finendo per fare carriera all'ombra della Madunina.

Alberto, intanto, promosso direttore e sempre occupato, trascura la moglie (Angela Finocchiaro) che finirà per lasciarlo.

Obbligatorio sequel di Benvenuti al sud (che a sua volta era un copia-incolla del francese Bienvenue chez les ch’tis, uscito in Italia con il titolo di Giù al nord), il film di Miniero ha una sola qualità: quella riguardante la buona direzione degli attori, che in una commedia italiana non è sempre cosa scontata, cosa comunque non difficilissima avendo a disposizione un cast di vecchie volpi che in gioventù si sono fatte le ossa sugli improvvisati palcoscenici delle cantine cabaret (Bisio-Finocchiaro-Rossi) oppure piazze e teatri di seconda fascia (Rizzo-Paone).

Per il resto il nulla più assoluto: una sceneggiatura messa in piedi velocemente per "cogliere l'attimo" e riportare gli spettatori in sala prima che si dimenticassero del film precedente; battute telefonate e moscie; una sequenza ripresa pari pari da Cado dalle Nubi (2010) con Checco Zalone, un paio di richiami a Totò e Peppino De Filippo e un finale che dura venti minuti anche se i nodi vengono al pettine con estrema facilità così come erano sopraggiunti.

Benvenuti al nord è una corazzata che spara a salve, è una minestra riscaldata senza originalità e cattiveria; un paio di gag riuscite e la Lodovini dalla scollatura sempre generosa (a casa, per strada, alle poste, alla stazione, alla convention, d'estate al sud e alla festa degli alpini al gelo del nord) non bastano a far dimenticare il nulla che è passato sullo schermo.

Naturalmente grande successo di pubblico e seria candidatura ad essere il film con il miglior incasso della stagione.

giovedì, gennaio 26, 2012

Film in sala dal 27 gennaio 2011

A.C.A.B.
(A.C.A.B.)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Stefano Sollima

Il sentiero
(Na putu)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Austria, Germania, Croazia, Bosnia-Erzegovina
REGIA: Jasmila Zbanic

L'arte di vincere
(Moneyball)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Bennett Miller

Mission Impossible - Protocollo fantasma
(Mission: Impossible - Ghost Protocol)
GENERE: Azione, Thriller, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Brad Bird

The Iron Lady
(The Iron Lady)
GENERE: Biografico, Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Phyllida Lloyd

mercoledì, gennaio 25, 2012

E ora dove andiamo?



Schema che vince non si cambia. Sarà una coincidenza, oppure la necessità di adeguarsi alle possibilità economiche di chi lavora fuori dai grandi circuiti, fatto sta che Nadine Labaki al suo secondo film replica se stessa nella descrizione di un microcosmo che aspira a diventare immagine del mondo, almeno di quello libanese e mediorientale.
Al posto del salone di bellezza questa volta c'è un anonimo villaggio dove cristiani e musulmani sperimentano la difficoltà di convivenza che da sempre va in scena in quei paesi dove la religione diventa unico metro di giudizio.

Una bomba ad orologeria a cui si oppongono le donne della comunità decise a scongiurare con ogni mezzo il pericoloso escalation, anche a costo di affittare una banda di giovani prostitute chiamate a convogliare in altro modo l'ardire bellicoso dei loro uomini.
Partendo da una situazione reale, il Libano è un paese costruito anche politicamente sugli equilibri tra le diverse confessioni religiose, Labaki prende fin da subito le distanze dal film verità - in apertura la processione funeraria trasformata in un balletto ed a seguire i dialoghi che ad un certo diventano duetti musicali - ridisegnando la cronaca con i registri di una commedia multiforme e variopinta, capace di parlare della tragedia di un popolo con i modi surreali, drammatici ed anche farseschi delle situazioni proposte, e dei personaggi che ne fanno parte.

Un concentrato di tradizione popolare - pur prendendola in giro, i riti sociali e le credenze di quella cultura rimangono comunque importanti -, e voglia di cambiamento - ristrutturare, riparare, recuperare sono le immagini di una manualità costretta a confrontarsi con una quotidianità che cade a pezzi - che la regista anche questa volta propone dal punto di vista delle donne.
Anteposta ai limiti della controparte maschile, l'altra metà del cielo è un cuore pulsante di passione e di buon senso, il vero ed unico motore di una collettività altrimenti votata all'autodistruzione.

Accompagnato da un successo che è arrivato anche in America, "E ora dove andiamo" ha nelle caratteristiche omnicomprensive il suo pregio ed insieme il suo difetto.
Nella necessità di condensare la complessità della materia ( in realtà la geopolitica libanese è molto piu frazionata di quello che viene mostrato, anche all'interno della stessa confessione religiosa) Labaki finisce per semplificare troppo, riducendo gli aspetti della vita quotidiana ad una serie di stereotipi che fanno anche sorridere ma restituiscono solo in parte la natura di quell'ambiente.
E' vero che le donne sono il salvagente morale nelle situazioni più difficili ma dopo un pò, vedere il resto dell'umanità ridotta ad un ectoplasma finisce per fare uno sgarbo anche a loro, per il riflesso negativo di un accostamento improponibile e, dal punto di vista squisitamente cinematografico, un pò troppo ripetitivo.

martedì, gennaio 24, 2012

La talpa

LA TALPA

Un regista scandinavo al servizio di sua maestà. Un connubio singolare se non altro per la scarsa frequenza con cui i registi del nord Europa hanno frequentato i modi e la cultura del popolo anglossassone.
Un esplorazione rischiosa per la difficoltà degli indigeni ad aprirsi allo straniero, ad entrare in empatia con ciò che non gli appartiene.
Eppure Tomas Alfredson, di professione regista del cult movie "Lasciami entrare", in realtà già attivo con opere di scarsa visibilità almeno al di fuori della propria madrepatria, riesce a compiere il miracolo.

Alle prese con la trasposizione filmica di un classico della letteratura britannica, "La Talpa" di John le Carrè, il regista svedese sembra essersi interessato soprattuto a cogliere l'essenza di quel carattere e, secondariamente a farlo vivere in relazione al periodo storico, l'Europa a cavallo dei anni 60/70, in cui si svolge la vicenda. Lo scenario è quello di un mondo diviso in due blocchi: da una parte la Russia, dall'altra gli Stati Uniti. In mezzo un ideologia, il comunismo, intesa a secondo dei casi come il meglio ed il peggio del pensiero umano.
Un sistema di vita da affermare o da combattere a secondo dei casi. In questo realtà si muovono i protagonisti del film, un gruppo di agenti dei servizi segreti britannici impegnati a scovare la talpa che rischia di mettere in crisi l'organizzazione passando informazioni al moloch sovietico. In un clima di sospetti reciproci l'agente Smiley viene incaricato di occuparsi della faccenda con un indagine che dovrà portare alla luce il colpevole.

Trattando la materia con il rispetto che si deve ad un illustre genitore, Tomasson trasporta nella terra d'albione tempi e modi che sono consoni al cinema da cui proviene.
Facendo a meno del glamour ed anche della cinetica di cui ci sembra non poter fare a meno quando si parla di spionaggio ed agenti segreti, il regista costruisce un film burocratico che si sofferma negli anfratti più anodini del potere: a partire dall'anonimato del suo protagonista, interpretato da un Gary Oldman clamorosamente lontano dalla nervosa fisicità degli anni giovanili, e continuando con tutto ciò che lo circonda, i suoi colleghi dimenticabili come gli ambienti in cui il film si sofferma ( la storia è girata quasi interamente in interni spogli ed angusti) , "La talpa" non dà mai un segno di vitalità.
Neanche quando, dopo una serie di interrogatori che Smiley porta avanti con la metodicità di un esattore delle tasse, e che permettono alla vicenda di frequentare il passato attraverso i ricordi degli interrogati, il film arriva finalmente al nocciolo della questione con il mascheramento del colpevole.
Una mancanza di climax che getta una luce sinistra su tutto quello che abbiamo appena visto.
Le virtù di un film compassato, fieramente deciso ad apporsi alle frenesie del cinema moderno, appaiono improvvisamente come una mancanza di carattere.
Lo profondità dello scrutare sorprendentemente monocorde. Certamente resta la performance del protagonista ed anche la capacità filologica di chi l'ha realizzato, ma il resto appare troppo sacrificato, a cominciare dal cast, in alcuni casi (Colin Firth) ridotto ad una visibilità che se non ne ha il minutaggio assomiglia però nell'economia generale ad un ruolo cameo. La promozione finale si accompagna alla sensazione di un film a cui manca qualcosa.

(pubblicata su roma giorno e notte.it)

domenica, gennaio 22, 2012

Shame: un film da vedere



Cronaca di uno scandalo annunciato.
Era quello di "Shame" un debutto molto atteso non solo per una distribuzione italiana che fin qui aveva ignorato il regista britannico, autore di un opera prima, "Hunger", incentrata sulla morte dell'attivista nordirlandese Bobby Sands, che aveva fatto gridare al capolavoro, ma anche per l'esposizione di varie e continuate nudità, che almeno nel caso di Michael Fassbender, uno degli attori più hot del momento, comprendevano anche un full frontal di cui molto si vociferava.

E se, come era prevedibile, "Shame" non sposta in avanti neanche di un millimetro l'immaginario erotico del nuovo millennio - le performance dell'insaziabile sciupafemmine rischiano di far sorridere per ovvietà, anche visiva, i normali frequentatori delle sale - così non si può dire sul piano dei contenuti, che sulla scia del reportage esistenziale di una vita obbligata a fare i conti con una compulsività sessuale al di fuori del normale - uomo di successo, Brandon riesce a trovare un parziale appagamento solamente nel soddisfacimento delle proprie pulsioni sessuali soddisfate lontano da qualsiasi legame affettivo - ripropongono in chiave moderna l'incomunicabilità e la solitudine dell'uomo moderno.

Un'urgenza che il film traduce prendendo le distanze da qualsiasi considerazione morale o sociologica ma limitandosi a registrare la progressione, alienante e distruttiva, con cui Brandon arriverà al punto di rottura, quello in cui dopo una notte da incubo, sarà costretto a fare i conti con se stesso e con le cause di quel comportamento.

Se "Shame" è un film di un uomo che non riesce a guardasi dentro, che rinuncia alla propria interiorità per una vita vissuta sulla superficie delle cose, che nasconde la propria vergogna sotto l'eleganza degli abiti firmati allora l'accuratezza visiva e la sobria eleganza con cui McQueen filma le imprese del suo protagonista sono sul piano filmico la risposta più coerente che il regista possa dare alle premesse della sua opera.

Gli occhi diventano quindi un barometro emotivo a cui affidare l'unica possibilità di comprensione. Ad aiutarli i riferimenti cromatici, lividi e poco luminosi, ad indicare l'ineluttabile senso di morte che pervade tutto il film e lo sguardo affascinante ed ambiguo del suo protagonista.
E' da li che il film inizia e finisce. Da quell'espressione ogni volta uguale eppure nuova per le variegate conseguenze indotte sull'oggetto della loro seduzione.

E' inutile mettersi in ascolto, "Shame" è un film da vedere.

(pubblicata su "Roma giorno e notte.it")


sabato, gennaio 21, 2012

I tre giorni del condor

I TRE GIORNI DEL CONDOR

Quando iniziano a girare “I tre giorni del condor” (1975) Robert Redford e Sidney Pollack si trovano probabilmente nel momento migliore delle loro rispettive carriere perché agli onori di un successo ottenuto con comunità d’intenti, da "Corvo rosso non avrai il mio scalpo" del 1972 a "Il grande Gatsby" del 1974, uniscono la visione di un cinema capace di mettere in discussione gli uomini e le loro storie, utilizzando gli strumenti dell’intrattenimento e dell’impegno.

Una formula collaudata quindi, adatta allo script ricavato dall’omonimo libro di James Grady, incentrato sulle vicenda di Joseph Turner (Robert Redford), nome in codice Condor, impiegato della CIA con l’incarico di decriptare eventuali informazioni contenute nelle pagine dei libri e dei giornali, casualmente sopravvissuto alla morte dei suoi colleghi sterminati di un fantomatico commando.

Dalle conseguenze di un incipit crudele e spiazzante, Pollack mette in scena le paure di un America che non riesce più a credere in se stessa, lacerata da guerre senza causa, quella del Vietnam si è appena conclusa, e tradita da chi la dovrebbe guidare, Nixon è appena stato costretto alle dimissioni per lo scandalo watergate. Uno smarrimento riprodotto in maniera paradigmatica dal protagonista, prototipo dell'uomo qualunque travolto da un bigger than life che lo porterà a smascherare il grande fratello nascosto all’interno della Cia.

Pollack parafrasa quel momento costruendo un congegno prelevato dalle istanze di genere spionistico riprese in una detection, di Turner per scoprire chi lo vuole morto ma anche dell’Agenzia disposta a farlo rientrare nei ranghi, che si sviluppa con l'andamento di una partita a scacchi giocata sul filo della ragione e dell’intuito; scandita da tempi dilatati quanto basta per aspettare l'inevitabile errore dell'avversario. Ma anche nel gioco di specchi che impedisce fino all'ultimo la comprensione dei caratteri, quello di Jobert ( uno splendido Max von Sydow) killer enigmatico e malinconico al soldo del miglior offerente, e del vicedirettore Higgins (Cliff Robertson), sospeso tra ragion di stato e la genuina ammirazione per le doti del fuggiasco, e per finire nell’accurata ricostruzione del metodo investigativo, non solo tecnologico, ma anche improvvisato secondo gli esempi forniti dai libri che Turner deve leggere.

Pollack è bravo a far convivere le parti arricchendole di pathos – l'amore impossibile tra il fuggiasco e la donna che finirà per aiutarlo – e di continua tensione.

In bilico tra l'autorialità de "La conversazione" (1974) ed il realismo di "Tutti gli uomini del presidente" (1976), questo film ancora oggi non ha perso neppure un grammo del suo appeal.
Decisamente un prodotto d’altri tempi.




giovedì, gennaio 19, 2012

Sex: la nuova frontiera del cinema americano

..caotiche e confuse, molto confuse le mie giornate.
...le cose più semplici non riescono.
...anche scrivere un biglietto d'auguri diventa un impresa titanica...

...leggevo un intervento di Goffredo Fofi sul Messaggero di ieri, interessante, scritto bene, senza le circollocuzioni che spesso accompagnano gli scritti di chi tenta di fare analisi cinematografica.
Si parlava di "JEdgard" e "Le idi di Marzo" evidenziando che al di là delle loro qualità artistiche entrambi film spiegavano i personaggi e la loro vicenda umana secondo una prospettiva esclusivamente sessuale; il puritanesimo di quel paese, continuava Fofi, aveva portato due registi come Eastwood e Clooney, a costruire una complessità, della Storia americana e dei due protagonisti, uno vero, Edgard Hoover, l'altro, il governatore Mike Morris, di finzione ma attagliato perfettamente al recente passato della politica statunitense, risolta esclusivamente alla luce delle rispettive preferenze sessuali.

Tralasciando per esempio i risvolti economici e politici che invece furono parte in causa delle azioni poste in essere da Hoover durante la sua tirannia.
Una tesi che almeno dal punto della forma potrebbe essere riferita anche a "Shame", il film di McQueen che tanto clamore ha destato per i continui richiami alla pratica sessuale.

Una considerazione nata spontaneamente nella mente di chi scrive perchè anche questo film, in fondo, rientra a pieno titolo nella morale di un paese in cui l'unione dei corpi è praticabile, e quindi accettata (sullo schermo) solamente se priva di vero godimento, avendo il censore puritano una specie di avversione per i risvolti piacevoli di quelle pratiche.

Una restrizione al contrario generata dalla paura di fare proseliti tra i cittadini spettatori. Un modo di essere che nel nuovo millennio non smette di far sentire i suoi effetti, e che in Europa appare persino ingenuo tanto nelle implicazioni quanto nella sua rappresentazione (anche in "Shame", in cui lo scandalo semmai è la rimozione dei motivi del malessere).

Insomma forse aveva ragione Fofi, la frontiera del cinema d'oltreoceano rischia di arenarsi nelle sabbie di ciò che ci aspetta per natura: il diritto del nostro corpo. Speriamo solo che sia il cinema a sbagliarsi, mostrandoci una realtà che esiste solamente nella mente degli artisti che ne hanno parlato.
Io però non ne sarei così sicuro.

Film in sala dal 20 gennaio

Benvenuti al Nord
(Benvenuti al Nord)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Luca Miniero

E ora dove andiamo?
(Et maintenant on va où?)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Francia, Libano
REGIA: Nadine Labaki

Il sentiero
(Na putu)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Austria, Germania, Croazia, Bosnia-Erzegovina
REGIA: Jasmila Zbanic

L'ora nera
(The Darkest Hour)
GENERE: Fantascienza, Thriller
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Chris Gorak

The Help
(The Help)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Tate Taylor

Underworld: Il risveglio
(Underworld: Awakening)
GENERE: Azione, Fantascienza
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Måns Mårlind, Björn Stein

martedì, gennaio 17, 2012

Shame

SHAME
regia di Steve McQueen

(il commento della direttora)


Il secondo lungometraggio del 42enne inglese Steve Mcqueen, SHAME, è una delle più interessanti pellicole dell'anno appena iniziato.
McQueen, regista di talento, innovativo e provocatorio, che si è imposto sulla scena artistica britannica con video installazioni di "rottura", con questa seconda prova cinematografica sembra convincere ed accordare gli appassionati di Arte Contemporanea ed i cinefili.

In SHAME, McQueen mette in scena la storia di Brandon (Fassbender), un uomo bianco di trent'anni che vive a New York e che è afflitto da dipendenza sessuale (sex addicted).

(Attenzione: La recensione contiene spoiler)

Brandon vive solo, in un appartamento raffinato e arredato in stile minmale; lavora come dirigente in una prestigiosa azienda e le sue giornate sono scandite da continui incontri con prostitute, adescamenti in bar, visione di video hard su internet, chat erotiche, riviste pornografiche, incontri promiscui e molto autoerotismo, nella spasmodica necessità di ottenere un appagamento interiore che sembra essere irraggiungibile.
La dipendenza sessuale e le sue afflizioni interiori dominano la sua vita procurandogli continuamente sensi di colpa e profonda vergogna per se stesso.

Brandon è un uomo schivo, di bell'aspetto, raffinato, che saltuariamente esce con i colleghi di lavoro, ad es. il proprio capo, in uscite serali alla ricerca di incontri facili da consumare ma che per la maggior parte del tempo è solo, barricato nel suo silenzio in cui nascondere e zittire i mostri interiori che lo tormentano e dilaniano.
La scena iniziale è eloquente introduzione alla sua realtà. Disteso nudo sul proprio letto, avvolto pigramente tra raffinate lenzuola blu, fissa il soffitto con sguardo vacuo e perso, solo con i propri fantasmi interiori, mentre fuori dalle finestre il mondo procede senza accorgersi di lui.

L'arrivo di sua sorella minore Sissy (Carey Mulligan), ribelle e fragile, cantante di night club, un po' sexy e un po' "sgualdrina", depressa, incapace di badare a se stessa e a controllarsi, lo mette in crisi. Ella si impone nella sua vita, mettendo in pericolo il suo già precario equilibrio.
La loro vicinanza, il loro ritrovarsi, fa riemergere in Brandon rabbia, ricordi e angosce dal passato. Non ci è dato sapere che famiglia abbiano avuto, quali traumi abbiano dovuto attraversare e seppellire dentro di loro, ma lo possiamo intuire leggendo i loro corpi, le ferite reali che si sono inflitti (Sissy da adolescente si tagliuzzava le braccia) e quelle, diciamo, metaforiche (Brandon vive in uno stato di distacco emotivo, impedendosi di percepire sentimenti profondi).
La rabbia crescente in Brandon farà tutt'uno con la propria disperazione portandolo alla deriva di se stesso e facendogli toccare il fondo del barile dal quale solo arrendendosi alla propria disperazione è possibile trovare una vita di salvezza.

"Non siamo brutte persone - gli dirà sua sorella - è solo che proveniamo dal posto sbagliato", quel "luogo famgilia" che è madre di tutti i dolori profondi.

La scenggiatura è ottimamente scritta, senza punti ridondanti nè esacerbazioni. Delinea con precisione e profondità i profili dei due fratelli. La regia compie il resto del lavoro, dando "voce" alle immagini, accompagnate da una efficace e appropriata colonna sonora firmata da Harry Escott.
Molti i piani sequenza lunghissimi, per consentire allo spettatore di vivere il presente del personaggio. Il film non rappresenta più "un tempo altro" ma il tempo reale condiviso dallo spettatore coi protagonisti.
Ad esempio il lungo primo piano sulla commovente Carey Mulligan che canta interamente "New York New York" piangendo, oppure la lunga e rabbiosa corsa notturna di Brandon, che attraversa diversi quartieri della città per scaricare la propria furia interiore e calmare quel grido incessante che lo abita.

Brandon non riesce a unire il bisogno di amare sessualmente una donna con il proprio istinto sessuale.
Il vuoto interiore che continuamente percepisce in sè e che diventa sempre più grande ed insopportabile, non può essere riempito con niente.
Nessuna esperienza sessuale riesce a colmare quel vuoto, quella mancanza di amore che si trascina dall'infanzia. Nessuna donna riesce a donargli quel calore perchè è lui stesso a non aprirsi ad esso. Nella sua vita perciò non c'è amore, egli guarda da lontano quel sentimento, di nascosto, lo brama più di quanto brami un corpo di donna, lo spia senza farsi toccare da esso.
Il terrore di soccombere ad esso è più grande. Il terrore paralizzante di essere disintegrati e schiacciati dalla potenza del sentimento è più forte di tutto. E così la brama profonda di amore diviene fame sessuale insaziabile in cui illudersi di trovare appagamento, in cui stordirsi e abbuffarsi senza purtroppo percepire alcun sapore, con un senso crescente di smarrimento, rabbia e vergogna.

Sissy è come lui alla ricerca di un antidoto al proprio vuoto interiore e al proprio dolore autodristuttivo. Nella sua incapacità di prendersi cura di se stessa e di camminare sulle proprie gambe cerca uomini che la accudiscano; li prega, li implora di prenderla con loro, è disposta a qualunque umiliazione pur di ricevere un briciolo di amore, anche se di amore non si tratta. Elemosina amore per calmare il proprio pianto interiore.

Avulso dalla realtà, Brandon vive in un corpo che non gli dà accesso alle vie del cuore. Ogni tentativo fatto per unire sentimenti ed istinto sessuale finisce inesorabilmente per fallire. La mancanza di contatto coi propri sentimenti non gli permette di percepire l'emozione sessuale. E' una castrazione emotiva profonda e paralizzante.
E così quando tenta di fare l'amore con una collega che davvero gli piace e dalla quale forse spera di farsi "salvare" dal proprio inferno, non ci riesce, e con estrema vergogna e delusione si scopre impotente di vivere a pieno la propria vita.

Il diritto di amare sessualmente potrebbe essere l'argomento di questo racconto, in cui le deviazioni sessuali ci arrivano come ciò che realmente sono, ovvero un disperato tentativo di riunire l'emozione profonda alla sessualità del corpo.
Il popolo dei sex addicted è fatto di anime ferite e sole che cercano una via di fuga dalle proprie terribili angosce, dalle proprie ferite emozionali.

McQueen realizza una pellicola piena di partecipazione per il dramma personale dei protagonisti, senza giudizio e senza morale. Offre allo spettatore la possibilità di elaborare una personale opinione e di scegliere se condividere coi protagonisti il loro viaggio catartico.

Da ogni inferno è possibile uscire solo rompendo il proprio guscio.
Brandon raggiunge l'apice della propria esperienza quando tocca con tutto se stesso la propria disperazione e si concede ad essa. Non serve più a niente ignorare l'assenza di amore patito, combattere contro di essa. Il pianto, come resa e rilassamento del corpo, è la porta principale per aprire il proprio cuore al sentimento, alla prioria vita affettiva.

Ed è questa lettura a dare una speranza di cambiamento.
Il Nostro non è abbandonato ad un presente immutabile ma pronto per affrontare la propria rinascita.

Nonstante l'ambientazione americanam, il film è totalmente inglese ed inizialmente doveva essere ambientato a Londra, non estranea al problema della dipendenza sessuale.
La sceneggiatura è nata quasi per caso. McQueen e la co-sceneggiatrice Abi Morgan si incontrarono un pomeriggio in un bar per condividere alcune idee. Nel parlare a ruota libera finirono per affrontare il tema della pornografia. Dai loro discorsi e confronti nacque l'idea di Shame.
Nella necessità di incontrate esperti del settore delle dipendenze sessuali e per parlare con più persone possibile afflitte da quel problema, sono finiti a New York; una volta lì non solo hanno potuto parlare con moltissime persone ma hanno pensato di girare l'intero film nella città che non dorme mai, che diventa essa stessa un personaggio vero e proprio del film, con le sue notti estranianti, misteriose, e con i suoi quartieri in cui anche in mezzo a migliaia di persone è facile sentirsi soli e separati da tutto, e dove il tempo ha un ritmo proprio, frenetico di giorno e dilatato di notte. New York come luogo di tutti i luoghi e come paradossale non luogo.

Assolutamente da non perdere.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Michael Fassbender al festival del cinema di Venezia 2011.


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giovedì, gennaio 12, 2012

Film in sala dal 13 gennaio 2012

La chiave di Sara
(Elle s'appelait Sarah)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Gilles Paquet-Brenner

La Talpa
(Tinker, Tailor, Soldier, Spy)
GENERE: Spionaggio
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Tomas Alfredson

L'incredibile storia di Winter il delfino
(Dolphin Tale)
GENERE: Family
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Charles Martin Smith

L'Industriale
(L'Industriale)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Giuliano Montaldo

Non avere paura del buio
(Don't Be Afraid of the Dark)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Australia, USA
REGIA: Troy Nixey

Shame
(Shame)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Steve Mcqueen (II)

Succhiami
(Breaking Wind)
GENERE: Commedia, Parodia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Craig Moss

lunedì, gennaio 09, 2012

J. EDGAR

J. EDGAR
regia di C. Eastwood


Il commento della direttora

J. Edgar Hoover è stato un personaggio controverso e cruciale degli Stati Uniti d'America del '900, che ha segnato la politica americana e che ha alimentato l'immaginario americano. Fondatore dell'FBI ha partecipato ai giochi di potere nel periodo di otto presidenti. Eroe, vampiro, servitore indefesso della Patria, assetato di fama. Molte le descrizioni che gli si potrebbero appiccicare addosso, tutte accomunate da un aspetto che in questo mio commento vorrei affrontare.

La vita pubblica di ogni personaggio è indissolubilmente legata a quella privata. Apprendere la natura del personaggio consente di capire i comportamenti adottati sulla scena pubblica.
In "J.Edgar" Eastwood, sulla base del grosso lavoro di scrittura dello sceneggiatore Dustin Lance Black (Milk), ha messo in scena non solo la parte pubblica ma soprattutto quella porzione di realtà privata che è prodromica alla vita pubblica del protagonista e lo ha fatto scegliendo alcuni momenti particolari.

Fin dai primi flash back apprendiamo che Edgar vivrà tutta la propria esistenza all'ombra della imponente figura materna (una ecellente Judi Dench, equamente anafettiva e sessualmente magnetica).
Il piccolo Edgar è destinato a sollevare le sorti della famglia: lui e non il fratello avrà l'ònere di eseguire ciò che il padre non è riuscito, portare in gloria la famiglia, dandole fama e onore per la sua carriera.
Il piccolo Edgar guarda la madre con sguardo innamorato e spaurito, in un miscuglio di cieca fede e tremore interiore. Sarà destinato a divenire il piccolo principe azzurro che potrà sosturire la figura del proprio padre nel cuore della madre e che da essa sarà sapientemente manipolato e risucchiato.
Ben presto quindi si crea la ferita narcisistica che il Nostro si porterà dentro per tutta la vita e che lo condurrà ai successi pubblici ed alle sconfitte private.

Distaccandosi dal proprio sentire interiore, ovvero rinnegando il proprio Sè, Edgar riuscirà a reprimere i propri sentimenti con metodo e chirurgica precisione, lasciando tuttavia vivo in sè il bambino impaurito e dipendente dalla madre.
La propria omosessualità non potrà essere vissuta nè tanto meno espressa perchè da lui stesso per primo temuta, essendo una grave minaccia di perdita dell'amore materno ("preferisco un figlio morto ad una mammoletta" gli confiderà la madre con sguardo severo); essa troverà espressione nell'estetismo, nel piacere della bella vita (non a caso seleziona gli agenti per il loro aspetto fisico, per la cura del loro corpo e degli abiti ed amerà per tutta la vita vestirsi con classe e curare il proprio corpo) e della buona compagnia maschile (sviluppa una spiccata insofferenza verso la minaccia femminile, verso le donne che lo avvicinano, sessualmente attratte, mentre l'afettuosa amicizia con la segretaria sarà la massima espressione di empatia verso le donne), e sarà sublimata nella esteriorità.

Edgar non cederà il passo ai propri sentimenti, nemmeno a costo di perdere ciò che ama ("perchè uccido tutto ciò che amo?"..) proprio perchè incapace di viverli appieno dentro di sè (proverà sentimentalismi, mai davvero una passione struggente e profonda) ed incapace di affrontare il terrore infantile che essi celano.
Assumersi il rischio di essere se stesso, di toccare la propria rabbia e il proprio amore, andando contro le aspettative materne, resteranno per lui il più grande scoglio da superare e il più importante insuccesso della vita.

L'immagine in cui si identificherà come un Narciso che si specchia nell'acqua (spostamento della libido dal Sè all'Io) sarà quella di un uomo di potere determinato e assetato di successo (disposto a tutto persino ad assegnarsi falsi arresti autorevoli, mentendo spudoratamente, pur di crearsi una fama unica ed eccezionale... ecco la strada in cui sarà saziata la propria ferita narcisistica..)

Il mondo senza scrupoli in cui opera ogni giorno e dal quale non riesce a distaccarsi nemmeno per un attimo rappresenterà per lui l'immagine in cui calarsi per sopravvivere a se stesso ed ai propri fantasmi interiori, al sicuro dal dolore antico famigliare.
Edgar mai si lascerà andare al proprio "soma", al porprio Sè, se non dopo la morte (unico momento in cui Clyde può abbracciarlo toccando la sua vera natura).
E siccome non esiste nulla di più folle che rinnegare se stessi, il vampirizzare le persone che ama diviene l'atto disumanizzante che lo condanna ad una vita di follia privata e di scalate al successo nel territorio pubblico.

Eastwood scegli un Di Caprio che, nonsotante il non sempre adeguato trucco, fa un ottimo lavoro di interpretazione muovendosi in un terreno per nulla semplice.
Forte del precedente "Aviator", che tuttavia è molto diverso da Hoover per le sue compulsioni e manie, Di Caprio è riuscito a tratteggiare la figura di un uomo perennemente in conflitto tra ciò che ha dimenticato di sè e ciò che lo tiene appeso alla realtà, in una lotta senza soluzione di continuità.

Personalmente ho trovato vincente la modalità di scrittura e la messa in scena di Eastwood, pur con tutte le imprecisioni notabili del caso.

Il trucco lascia molto a desiderare, rendendo l'anzianio Clyde piuttosto goffo e grottesco.

Per il resto il dibattito è aperto e attendo vostri commenti!

venerdì, gennaio 06, 2012

L’anno che verrà. Il cinema del 2012 (1 parte)

Tanto vale affidarsi all’emozione del momento, lasciandosi prendere in contropiede da qualche sorpresa nella certezza che l’aspettativa è spesso foriera di grande delusione.

Per questa ragione chi scrive punterà molto sulle produzioni di cui si sa poco o nulla, sulle opere che dovranno farsi largo grazie al tam tam dello spettatore appassionato; sul cinema di genere, su quello indipendente, se ancora esiste e su quello italiano, anche quest’anno e per diverse ragioni, destinato a far parlare di sé.

Ma la concretezza ancora una volta si impone ed una traccia è d’uopo.

Chi vuole come sempre potrà dirci la sua.


Film 2012 (1 parte)

Shame di Steve McQueen, con Michael Fassbender, Carey Mulligan

La talpa di Tomas Alfredson, con Gary Oldman, Colin Firth, Tom Hardy

Il Primo Uomo di Gianni Amelio, con Jacques Gamblin, Denis Podalydes

Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana, con Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Laura Chiatti, Luigi Lo Cascio.

Big House di Matteo Garrone, con Claudia Gerini

Magnifica presenza di Ferzan Ozpetek con Elio Germano, Margherita Buy, Vittoria Piccini

Killer Joe di William Friedkin, con Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Thomas Haden Church

Intouchables di Eric Toledano e Oliver Nakache, con Francois Cluzet, Omer Sy

Pollo alle prugne di Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi, con Isabella Rossellini, Maria de Medeiros, Golshifteh Farahani, Mathieu Amalric

Polisse di Maïwenn, con Karin Viard

Man on a Ledge di Asger Leth, con Sam Worthington, Elizabeth Banks

Prometheus di Ridley Scott, con Noomi Rapace, Michael Fassbender, Guy Pearce

giovedì, gennaio 05, 2012

Film in sala dal 6 gennaio 2012

Alvin Superstar 3 - si salvi chi può
(Alvin and the Chipmunks: Chip-Wrecked)
GENERE: Animazione, Commedia, Family
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Mike Mitchell

Finalmente maggiorenni

(The Inbetweeners Movie)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Ben Palmer

Immaturi - Il viaggio
(Immaturi - Il viaggio)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Paolo Genovese

J. Edgar
(J. Edgar)
GENERE: Biografico, Drammatico
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Clint Eastwood