venerdì, febbraio 15, 2013

Blue Valentine

Blue Valentine
di Derek Cianfrance
con Ryan Gosling, Michelle Williams
Usa 2010
durata, 120    



L'inizio e la fine: gli antipodi in questione appartengono di diritto all'ultimo lavoro di Derek Cianfrance dedicato alla parabola amorosa di Dean e Cindy, coppia sposata con prole alle prese con le conseguenze dell'amore. Avendo a che fare con un argomento a rischio per l'overdose espositiva ma anche per l'impossibilità di imbrigliare una materia in continuo divenire, Cianfrance evita di impantanarsi in inutili spiegazioni e decide di far parlare i fatti. 

Con apparente distacco filma la progressione emotiva sfruttando l'impianto di una sceneggiatura che mette a confronto due diversi stati d'animo: da una parte la scintilla che fa saltare il banco, la musica che ti fa ballare quando meno te lo aspetti, per dirla con le parole di Dean, dall'altra la claustrofobia di un unisono che continua ad essere tale pur non avendone più le caratteristiche. Le schermaglie del primo incontro, i baci rubati alla routine esistenziale si incastrano con le richieste ossessive di una ragione che non sa spiegare l'improvviso cambiamento: rarefazione contro saturazione. Uno scontro a nervi scoperti radiografato da un entomologo abituato a lavorare con la realtà. 


Un espediente per nulla originale quello di legare in un continum filmico gli antipodi della condizione amorosa ma sicuramente funzionale a riscaldare un lavoro che altrimenti risulterebbe troppo asettico. La lucidità dello sguardo, con immagini che sembrano il frutto di un pedinamento ragionato, deve fare i conti con il contrasto delle loro associazioni, con il cortocircuito prodotto dalla visione di due persone che sembrano amarsi e odiarsi senza soluzione di continuità.

Le contrazioni temporali diventano allora lo strumento per disfarsi di tutto ciò che sta in mezzo, della metamorfosi che dilata le distanze, del tempo che uccide le persone, quello in cui solitamente si cercano le cause del decesso. In Blue Valentine non c'è posto per le cose superflue, per spiegazioni che non esistono mai. Sapere non cambierà la stato delle cose.
La solitudine fissata all'inizio ed alla fine del film, con la bambina che manifesta la paura di un improvvisa sparizione, e l'ombra di un uomo una volta felice ed ora ripreso di spalle mentre si allontana sconsolato, sono le uniche cartoline possibili di una metafisica che appartiene alla nostra modernità.

Presentato nei festival che contano, "Blue Valentine" si avvale della presenza di due attori in stato di grazia come Ryan Gosling, reduce da un'altra grande interpretazione nel prossimo "All good things" e qui perfetto nella rappresentazione di un homo faber capace di incassare i colpi del destino e ripartire con lo spirito di prima, e Michelle Williams, minuta nel corpo ma gigantesca nello spirito, e per questo ruolo candidata all'Oscar come miglior attrice protagonista; è la loro disponibilità unita ad un talento genuino a portare dentro la storia quelle tracce di vita amorosa che permettono al film di restare impresso negli occhi e nel cuore dello spettatore.

(pubblicato su ondacinema.it

giovedì, febbraio 14, 2013

Re della TERRA SELVAGGIA

Re della Terra Selvaggia 
di Benh Zeitlin 
con Dwight Henry, Quvenzhané Wallis
 Usa 2012
durata, 92






Opera prima, pluripremiata, di Benh Zeitlin il film "Re della terra selvaggia" ci apre uno scenario poco conosciuto nelle sue problematiche, ispirandosi ad una fonte letteraria teatrale molto poetica e concettualmente ricca di Lucy Alibar, che il regista ha ampliato e contaminato con un profondo realismo, rendendo così possibile l’elaborazione cinematografica dei temi in una certa  ambientazione. Siamo nel sud della Louisiana, nel delta del Mississippi, che è frequentemente battuto da tempeste portatrici di distruzione e che rendono difficile la vivibilità, ma gli abitanti nativi sono fieri e decisi a insistere in una sfibrante lotta per la sopravvivenza in condizioni di povertà,  precarietà degli alloggi e di tutto lo stile di vita ove anche il cibo, inizialmente più che sufficiente per la presenza di vegetazione, animali, e soprattutto di pesce, comincia a scarseggiare. Chiamati anche” quelli della grande vasca”, questa figure di ogni età si arrabattano, solidali, a non mollare e tra loro c’è Hushpuppy, una bambina di 6 anni con solo il papà, Wink, già malato ma ancora valido, che la sottopone a prove durissime per la sopravvivenza e autonomia, anche perché  egli non potrà esserci ancora a lungo e,  nonostante i modi rudi, la ama immensamente. Hushpuppy e Wink non sono attori professionisti, ma la bambina soprattutto, che fa anche da voce narrante, mostra un  talento recitativo non comune e non è difficile per lo spettatore intravedere in lei, ciò che il padre le ripete continuamente che dovrà essere, il futuro capo del gruppo che arriverà allo stremo e dovrà spostarsi. Con piglio autoritario, mentre si organizza la vita comune. Hushpuppy accudisce il padre sempre più malato, che le somministra pillole di saggezza e cultura religiosa di rispetto  e  unità del tutto, quasi di tipo panteistico. Il piccolo essere cresciuto per forza specialmente nel carattere, è quasi irreale e non è tanto amabile quanto autorevole, ma dà un brivido di emozione quando, con la naturalezza che cui gestisce gli animali, fa le faccende e si procura da mangiare, dà fuoco al corpo senza vita del padre, che navigherà al largo nel contenitore che era la loro barca, ringoiandosi le lacrime (“non si deve piangere “ha detto papà Wink, e “si deve lottare contro i nemici invisibili” fino a non averne paura ed anche questo è stato fatto provocando con il solo fiero sguardo la sottomissione dei mitici Aurochs, belve gigantesche e feroci che
mangiavano i bambini con le loro zanne affilate, usciti dai ghiacci i cui erano congelati dopo l’ultima tremenda tempesta). In bilico tra realtà e fantasia, sottolineato da musiche roboanti e a tratti solenni come gli eventi naturali, oppure folcloristiche, il racconto di questo popolo e di questo angolo di terra, che la voce della bambina arricchisce di commenti, è un’esperienza visiva e mentale non facile ma di grande impatto e di spinta alla lotta e alla reazione positiva verso le difficoltà  imposte continuamente dalla vita. .Un’opera prima di grande successo lascia facilmente il  punto interrogativo su cosa seguirà  e speriamo che l’autore ne abbia già un’idea. 

di AdeleH
 

mercoledì, febbraio 13, 2013

Film in sala dal 14 Febbraio 2013

PROMISED LAND
di Gus Van Sant
con Matt Damon, John Krasinski, Tim Guinee, Frances McDormand
Drammatico 106 min - USA 2012


QUATTRO NOTTI DI UNO STRANIERO
Quatre nuits d'un étranger
di Fabrizio Ferraro
con Marco Teti, Caterina Gueli Rojo
Drammatico 90 min - FRA/ITA 2013


NOI SIAMO INFINITO
The Perks of being a Wallflower
di Stephen Chbosky
con Logan Lerman, Emma Watson, Paul Rudd, Ezra Miller, Nina Dobrev
Drammatico 103 min - USA 2012


DIE HARD - Un buon giorno per morire
A Good Day to Die Hard
di John Moore
con Bruce Willis, Jai Courtney
Azione 96 min - USA 2013


BLUE VALENTINE
di Derek Cianfrance
con Michelle Williams, Ryan Goslin
Drammatico 114 min - USA 2010


IL PRINCIPE ABUSIVO
di Alessandro Siani
con Alessandro Siani, Sarah Felberbaum, Christian De Sica, Serena Autieri, Marco Messeri
Commedia 103 min - ITA 2013


LA MIA MAMMA SUONA IL ROCK
di Massimo Ceccherini
con Massimo Ceccherini, Lallo Circosta, Cristina del Basso
Commedia 90 min - ITA 2013


VIVA LA LIBERTA'
di Roberto Andò
con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Anna Bonaiuto, Michela Cescon
Drammatico 94 min - ITA 2013

Studio illegale

Studio illegale
di Umberto Carteni
con Fabio Volo, Zoe Felix, Ennio Fantastichini
Ita, 2013
durata 90 

Era il 1991 quando Brett Easton Ellis pubblicò dopo molte controversie l'atto d'accusa nei confronti di una generazione, quella degli anni 80,omologata e superficiale. In quel libro, e poi in parte nell'omologo film di Mary Harron (American Psycho, 2000) a farla da protagonista era l'idea di una società trasfigurata dal consumo degli oggetti che finivano per sostituire le identità di essere umani riconoscibili non in quanto persone ma come portatori di griffe e di tendenze. Una delle caratteristiche più lampanti del libro e pure del film, era l'impossibilità da parte dei personaggi di collegare anche solo per un momento il volto dell'interlocutore con il nome e la storia di chi vi stava dietro. Da cui una serie d'equivoci divertenti, ed anche macabri, che però riuscivano a materializzare la nevrosi di un passaggio per certi versi epocale. A vent'anni di distanza, e dopo una serie di stravolgimenti anticipati da quella visione, torna a farsi viva, non senza ragione visti i tempi, la sensazione di un vuoto pneumatico espresso con tic, manie e difficoltà relazionali non lontane da quelle che Ellis "catalogava" nel suo libro. A portarla sullo schermo con un'operazione simile al modello di riferimento ma con molti meno problemi dal punto di vista produttivo è Umberto Carteni (Diverso da chi?, 2009) che traduce per immagini le parole di Federico Baccomo "Duchesne", blog scrittore assurto a successo con ben due libri appaltati per il cinema (il secondo dovrebbe diventare un film con Bisio). Un parallelismo che Carteni non perde tempo a ratificare, dopo averci sorpreso con l'ultimo atto di un suicidio a suo modo sorprendente. Siamo infatti ad inizio film, con la figura ed il faccione di Fabio Volo, apripista necessario per farci entrare nella storia con animo predisposto ad una certa leggerezza. Ed invece no, perché quel salto nel vuoto, spiazzante e mortale, appartiene al collega di stanza di Andrea Cambi (Volo), avvocato rampante e playboy incallito, da lì in avanti costretto a fare i conti con il cinismo della sua e dell'altrui esistenza.



Uno scarto esistenziale che si completa nella scena successiva dove uno sbigottito Andrea assiste al discorso di commiato di Giuseppe, boss cinico e mellifluo - un Ennio Fantastichini trasfigurato negli eccessi del suo personaggio - che approfitta dell'occasione per incitare i presenti ad onorare il defunto riprendendo a lavorare con rinnovato accanimento. Come in Ellis quindi, la morte assume fin da subito tratti grotteschi, e soprattutto laterali rispetto alle regole dei rituali collettivi. C'è lo dice l'in­serto che seguirà di lì a poco, con un fashion party che è insieme luogo deputato da Cambi per rimorchiare avvenenti fanciulle, ed allo stesso tempo quintessenza di un acquario sociale dove il regista mette in mostra i freaks contemporanei. Un inizio promettente, per certi versi spiazzante, che però deve fare i conti con l'incipit del film, ovvero la presa di coscienza del protagonista, assente in Ellis, con un ritorno alla vita testimoniato dall'innamoramento per la collega francese, controparte legale dell'azienda farmaceutica di cui Cambi deve seguire l'acquisizione per conto di un potente sceicco. Una piega per certi versi prevedibile, vista la presenza di Volo, ormai abbonato a ruoli da figliol prodigo, e per le esigenze di un prodotto che non vuole discostarsi per motivi di profitto dal clichè buonista e molto consolatorio di certa commedia italiana, pronta a tutto pur di salvare in calcio d'angolo i suoi pargoli e le loro malefatte (il finale, con l'ammiccamento di Volo allo spettatore ne è prova lampante e per certi versi agghiacciante).


In questo modo, seguendo un canovaccio in cui per arrivare al lieto fine c'è bisogno della dovuta dose di gioie, equivoci ed anche dolore, "Studio illegale" smarca velocemente qualsiasi istanza riferibile al grottesco sociale (a parte l'espediente messo in bocca a Giuseppe, imperterrito nel confondere i nomi dei suoi interlocutori) per imbarcarsi nell'ennesima storia di sentimenti feriti, di buone intenzioni mascherate dal solito gallismo italico, e poi dall'immancabile ritratto di una compagine maschile eternamente afflitta da sindrome infantile. Confezionando la storia con un'aria vagamente retrò non solo per la mise dei protagonisti - lui con affetti e capelli all'indietro sembra uscito fuori da un film di Pietro Germi, mentre lei viso aguzzo e gonne ad altezza ginocchio a ricordare la moda a cavallo dei 60 - ma anche per una fotografia calda e malinconica, le cui sfumature dorate ed anche certi inserimenti musicali sembrano alludere ad atmosfere di un periodo che fu, Carteni da vita ad un prodotto che nella sostanza è ripiegato sulla presenza della sua star, e che per questo riduce tutto il resto a cominciare dall' alter ego femminile, bidimensionale perchè sviluppato solo come pretesto per scatenare le contraddizioni di quello maschile, a mero accessorio. Intriso d'apparente solitudine, ma in realtà ancorato felicemente ad un individualismo sfrenato, evidenziato dal fatto che tutti indistintamente mentono sapendo di mentire - anche il nuovo arrivato interpretato da Nicola Nocella si adegua subito all'andazzo - "Studio illegale" attraverso il tema della menzogna vorrebbe rimandare ad un altrove che però non esiste neanche per un momento tanto è scoperta, e per niente stratificata la descrizione del presunto nascosto dei vari personaggi.
Ed è un peccato che Fabio Volo, a differenza di un attore splendidamente dilettante ma dall'esperienza professionale ben più variegata come Valerio Mastandrea, non riesca a rischiare un pò di più sfruttando i vantaggi del momento per offrirsi varianti capaci di sviluppare la naturale confidenza ad apparire. In questo caso si registra solo un colpo a vuoto, suo e pure del film.
(pubblicato su ondacinema.it)

martedì, febbraio 12, 2013

Zero Dark Thirty

Zero Dark Thirty
di Katherine Bigelow
con Jessica Chastain
Usa 2012
durata, 139  

ZERO DARK THIRTY, orario notturno delle 0.30 in gergo militare, quello dell’ultima missione, è la cronaca impeccabile nello stile del film-reportage, nobilitato dal talento di Kathryn Bigelow, dei dieci anni di caccia all’uomo più ricercato della storia moderna Osama bin Laden, a partire da tragiche testimonianze in solo audio a schermo nero delle vittime dell’attacco alle Torri Gemelle l’11 settembre 2001. La Bigelow, in stretta e rodata collaborazione con Mark Boal, corrispondente di guerra, dopo aver raccolto con cura documentazioni fondate, ha creato una sceneggiatura racconto vivente di quanto può essere accaduto, avvalendosi di una capacità di montaggio delle riprese, con modalità adatte alle circostanze, dalle classiche in interni con una fotografia magnifica, a quelle con camera a spalla, mosse e sporcate dal pulviscolo atmosferico o dalla fitta polvere
di certi ambienti, fino alla meraviglia delle lunghe sequenze di notte fonda sfocate e con luce verdastra, quella degli infrarossi di cui erano dotati i Navy Seals per  l’impresa decisiva. In un  inarrestabile crescendo, che lentamente coinvolge anche il più distratto spettatore, affiora l’operato di un manipolo di agenti della CIA  in Afghanistan, che in segreto si sono adoperati a raccogliere le informazioni che potessero condurre al  famoso personaggio, fino ad usare torture atroci,ormai considerate di utilità discutibile e vietate per motivi etici, intercettazioni su numeri telefonici così ottenuti, mentre i continui attentati con molte vittime civili e militari non  facevano che esasperare gli animi e spingere sempre più alla cattura. I capi dell’Intelligence in America volevano prove sicure, e solo nel maggio 2011, quando si sono convinti con foto, filmati, e visioni dirette che probabilmente era stata identificata la grossa costruzione dove Bin Laden poteva essere nascosto,  in Pakistan, con un fremito di emozione generale è stata presa la decisione di attaccare. A questo si è giunti anche, se non soprattutto, per la tenacia e l’insistenza di un agente speciale della CIA, una giovane donna bionda e delicata di fattezze ma con i nervi d’acciaio, che è sempre stata  presente senza demordere mai dalle sue convinzioni e richieste, sola contro tutti. Il suo nome, Maya, è di fantasia, le sue generalità sconosciute e il personaggio, forse un  po’romanzato, lotta con la sofferta compostezza espressa dalla giovane attrice Jessica Chastain, cosi  incisiva e sincera  da meritarsi una nomination all’Oscar. Solo alla fine, vincente ma più che mai sola in un grande aereo, che la riporta a casa, si permette una lacrima liberatoria, ma anche di smarrimento per la deprivazione del suo costante obiettivo, distruggere per il suo paese e per il mondo Osama Bin Laden, che da poco aveva riconosciuto nel cadavere contenuto in una custodia e alla cui uccisione aveva assistito in diretta attraverso un video. Qui Kathryn Bigelow  allenta il controllo sulle emozioni e fa anche omaggio al manipolo che ha compiuto la difficile impresa, resa nel racconto con maestria insuperabile. Al di là delle parole di chi ne scrive, il film va visto come parte della Storia e grande cinema in continuo rinnovamento.

di AdeleH
 

mercoledì, febbraio 06, 2013

THE IMPOSSIBLE

di Juan Antonio Bayona
Lo Imposible
con Naomi Watts, Ewan McGregor, Tom Holland
114' ESP 2012

Lo Imposible ! Va in scena l'epocale catastrofe da trecentomila vittime - fra morti e dispersi - causata dal portentoso tsunami che qualche anno fa sconvolse le coste dell'Oceano Indiano. Viene ricostruita la storia di una di quelle numerose famiglie che

in vacanza in quel paradiso terrestre di colori, suoni e profumi e dalla rigogliosa flora e fauna marina e terrestre, vennero risucchiate (letteralmente) in un film da incubo magnificamente prodotto dalla Natura, ritrovandosi all’improvviso in un inferno d’acqua e fango. Come già accaduto per le Twin Towers di Manhattan (è proprio dall’11 settembre 2001 che la Realtà ha superato il Cinema nel loro rincorrersi) anche davanti alle immagini degli effetti dello tsunami del 2004 riportate da tutti i media del mondo, ci sembrava di stare davanti ad un film. E’ dura per un film, ora, essere qualcosa di più emotivamente travolgente di quelle immagini, perché la potenza della natura, in questo caso, e la sua capacità di realizzare impassibilmente l’imponderabile e di sconvolgere serenamente gli umani destini, fa impallidire i più sconvolgenti effetti speciali e straccia la fantasia e umilia i mezzi di sceneggiatori e produttori dell’industria del cinema.

Tecnicamente perfetto e completamente efficace nell’ingente investimento di risorse per ricreare realisticamente l’onda, nella sontuosa spettacolare adrenalinica ed ansiogena sequenza della sua potenza d’urto e successiva devastazione, il film patisce quindi il confronto, a livello emozionale, con le immagini “vere” del dramma “vero” che all’indomani del 26 dicembre 2004 ci hanno impattato emotivamente più di qualsiasi film.
Perché sono stati i filmati recuperati dai cellulari e dalle videocamere amatoriali che riportavano la tragedia nel suo prendere forma, e le ridondanti riprese televisive subito dopo, ad averci battezzati di quella suggestione profonda data dall’imperfezione delle riprese a causa del terrore e del pathos del momento che si esprime nell’immagine tremolante, e ad averci marchiati a fuoco di quella potenza drammatica data dall’incompletezza di quelle immagini, che si interrompevano appena prima della fatalità, e che non facevano che stimolare l’immaginazione di chi guardava, inevitabilmente con l’effetto di completare la scena mettendoci le proprie peggiori ancestrali paure.
Lo Imposible ! Il film di Juan Antonio Bayona è dominato da una fotografia pulitissima, anche nei momenti più sporchi e, a parte la messa in scena fin troppo perfetta delle scene di azione, il suo merito è forse quello di essere riuscito a restituire, brevemente, dal 93’ al 95’, ciò che le immagini originali e i racconti dei superstiti non potevano fare, ovvero quello che è successo sotto l’onda. Forse quel qualcosa in più per staccarsi dal confronto impietoso con la realtà.
Il resto del film è affidato alla bravura degli attori e, purtroppo, a qualche melenso commento musicale a sottolineare alcuni passaggi scontati, nel tentativo di dare loro più forza emotiva.
La sequenza dal minuto 93 al minuto 95 è di grande bellezza e quasi poetica nella sua violenza, nell’alternarsi vorticoso di luce e buio e nella sospensione dei corpi dentro l’acqua, in un parallelo tra mondi sommersi di diversa natura, uno fisico e rumoroso e l’altro dell'inconscio, profondamente silenzioso. Sequenza che da sola vale la visione del film.

Film in sala dal 7 Febbraio 2013

ZERO DARK THIRTY
di Kathryn Bigelow
con Jessica Chastain, Joel Edgerton, Scott Adkins, Mark Strong, Jennifer Ehle
Drammatico 157 min - USA 2012


BROKEN CITY
di Allen Hughes
con Mark Wahlberg, Russel Crowe, Natalie Martinez, Catherine Zeta Jones
Crime/Thriller 108 min - USA 2013


WARM BODIES
di Jonathan Levine
con Teresa Palmer, Dave Franco, John Malkovich
Commedia Horror 97 min - USA 2013


RE DELLA TERRA SELVAGGIA
Beasts of the Southern Wild
di Benh Zeitlin
con Quvenzhané Wallis, Dwight Henry, Levy Easterly
Drammatico Fantasy 93 min - USA 2012


ZAMBESIA
di Wayne Thornley
Animazione 83 min - South Africa 2012


CIRQUE DU SOLEIL - Mondi Lontani
Cirque du Soleil - Worlds Away
di Andrew Adamson
con Erica Linz, Igor Zaripov
Fantastico 91 min - USA 2012


STUDIO ILLEGALE
di Umberto Riccioni Carteni
con Fabio Volo, Zoé felix, Nicola Nocella, Ennio Fantastichini, Adriano Braidotti, Isa Barzizza
Commedia 90 min - ITA 2012

martedì, febbraio 05, 2013

The Last Stand

The Last Stand
di Kim Ji woon 
con Arnold Schwarzenegger, Eduardo Noriega, Forrest Withaker
Usa 2013
durata, 107

Accanto all'action tecnologica prelevata dai videogiochi ed a quella cablata sulle immagini di sintesi si sta affiancando con consapevolezza ancora incerta un alternativa che sembra avere per modello un tipo di cinema targato anni 80. "Jack Reacher", prossimamente "Bullet To the Head", ed oggi questo "The Last Stand" sembrano riaffermare il primato di ciò che sta realmente davanti alla macchina da presa, rispetto a quello che invece vi figura in maniera virtuale. Spazio quindi ai divi di quella decade con Tom Cruise, Sylvester Stallone e per l'appunto Arnold Schwarzenegger impiegati al massimo delle possibilità anche fisiche, coni corpi logorati dal peso degli anni ma sempre palestrati, allenati, ed impiegati fino in fondo.
Human Bodies
a disposizione di storie lineari ma solide, da cinema classico, con il personaggio principale ad incarnare un primato morale e virtuoso che non ammette sfumature, e con lo stile espanso e fluido delle riprese long take, distanti dalle contrazioni sincopate e confuse così gradite ai filmaker contemporanei.  Nel caso di “The Last Stand” poi c’erano di mezzo addirittura due capolavori western come “Rio Bravo” e “Quel treno per Yuma", con Ray Owens sceriffo della cittadina di Sommerton Junction costretto a fronteggiare un boss del narcotraffico, Gabriel Cortez, evaso dal carcere ed intenzionato a raggiungere il confine con il Messico a meno che Owens non lo impedisca. La contrapposizione tra bene e male come succede in questo tipo di film è netta e repentina. Così prima che tutto confluisca nella sconosciuta cittadina, con il testa a testa finale tra i due antagonisti, la storia vive di questa dicotomia. Inizialmente manifesta nell'accostamento tra una cupa Las Vegas dove è detenuto il criminale e la soleggiata Sommerton, in cui si è Owens si è ritirato per sfuggire alla corruzione metropolitana dei colleghi; successivamente nei modi, freddi ed analitici quelli dell'agente John Bannister (Forrest Withaker), improvvisati e dilettanteschi quelli dello sceriffo, alle prese con dei sottoposti per niente abituati al crimine (il massimo che può capitare a Sommerton è tirare giù un gatto dall'albero) ed a cui, quindi, deve fare da badante.

 

Ma è proprio la convergenza degli opposti, destinati ad incontrarsi quando l'azione criminale di Cortes si trasferirà a Sommerton, a provocare il cortocircuito tra action e comedy, con Schwarzenegger pienamente in sella ad un ruolo che non si prende mai sul serio - "vecchio" risponde il suo sceriffo, barcollante ed ammaccato al cittadino che nonostante l'evidenza gli chiede come sta - anche di fronte alla drammaticità degli eventi. Se lui è la star assoluta, non può sfuggire al cinefilo più attento l'anomalia di un regista come Jee Woon Kim (Bittersweet life, 2005 e I Saw The Devil, 2010), esordiente in un film americano ed autore di una regia che a parte qualche lampo si mantiene nascosta, attenta ad equilibrare il dinamismo ipercinetico della bagarre con l'understatement disincantato del protagonista. Una prima in punta di piedi ed in funzione di un progetto che piacerà soprattutto ai più nostalgici ed un pò meno alle nuove generazioni, incapaci per motivi anagrafici, di comprendere appieno il gioco di rimandi e decostruzione che uno Schwarzenegger con postura Eastwoodiana scontinua ad applicare al suo mito cinematografico.

lunedì, febbraio 04, 2013

Looper

"Looper"/id.

di: R. Johnson


con: B. Willis, J. Gordon-Levitt, E. Blunt, J. Daniels, P. Dano


- USA 2012 -

120'


Magagna e zavorra - spesso più grossa degli universi sfasati che vorrebbe tratteggiare - di tante opere centrate sui cosiddetti "paradossi temporali" (a
ben vedere, oramai, costola tra le più robuste del già prestante torace del cinema fantastico) e' l'incapacità, a volte dolosa, a volte solo tale, d'indirizzarle entro una griglia coerente, per quanto ambigua e scivolosa sia
la sostanza che intende maneggiare o, che e' lo stesso, di costruirgliene una
attorno abbastanza resistente da rintuzzare gli assalti delle incongruenze e i
sospetti circa forzature tanto "estreme" nelle intenzioni quanto calcolate al
millimetro nei fatti e in realtà solo velleitarie. Nella maggior parte dei casi
il meccanismo ammannitoci soffre di scarsa calibratura e dopo un po' gira a
vuoto; in altri, all'esatto contrario, viene banalmente reiterato come
espediente (sul serio si può parlare di "loop") nell'illusione che la
riproposizione generi di per se' - tipo cane di Pavlov - la meraviglia.

Prima freccia all'arco di questo "Looper" di Rian Johnson - e lo stesso
personaggio incarnato da Bruce Willis, Joe, s'incarica di sottolinearlo ("Se
parliamo troppo di viaggi nel tempo, finiamo a fare diagrammi con le cannucce")
- e' proprio mettere, per così dire, le mani avanti sin dall'inizio, giocare a
carte scoperte ed esaurire la trovata "paradossale" in una semplice cornice
narrativa che in poche e accorte mosse salda l'ipotesi fantascientifica alla
concretezza brutale e "matematica" delle crime stories, ammicca con riguardo
all'essenzialita dei B-movies, nobilitando l'insieme con tocchi di malinconia e
sospensioni agganciate a melodie struggenti e a luci diurne morbide quanto
contrastate.

In un futuro nemmeno troppo lontano (2074), i viaggi nel tempo sono cosa
fatta. Con la stessa rapidità con cui la tecnologia e' disponibile e funziona,
pero', vengono messi al bando per via delle alterazioni imprevedibili che essi
possono comportare nella trama delle vite degli uomini. Un'occasione del genere
non può passare inosservata agli occhi di chi fa del controllo, dello
sfruttamento ed eventualmente della distruzione delle vite altrui la ragione
della propria prosperità e quindi della propria esistenza, a dire il Crimine
Organizzato. Infatti, esso se ne appropria e taratili sul trentennio precedente
(2044, il "presente" del film), ci spedisce impacchettati con tanto di
ricompensa incorporata (sottili lingotti d'argento) coloro di cui si vuole
disfare senza lasciare traccia. Ad aspettarli, "di qua", killer prezzolati, i
"looper" del titolo, armati di una spingarda futuribile, che si limitano a
giustiziarli, accoppandoli ai margini di vasti campi coltivati non appena i
malcapitati si materializzano nel continuum temporale. Le cose filano in una
sorta di supercorporazione  trans-temporale della morte fino al giorno che dal
futuro ti rispediscono indietro te stesso perché il misterioso boss supremo
detto "Lo Sciamano" sta "chiudendo tutti i loop" e il rapporto che lega sicario
e vittima diventa sempre più stretto e letale.




In un mondo ibrido - colto nella lunga transizione che precede la
trasformazione radicale verso una società compiutamente tecnologica abitata più
da individui che da un senso convinto di comunità e che neanche tanto alla
larga tradisce echi dell'attualità che ben conosciamo - un mondo degradato e
sporco, in cui la delinquenza assurta a rango di para-governo detta le regole
per tutti (Jeff Daniels, subdolo e sornione, sorta di plenipotenziario del
crimine discetta in vestaglia, barba lunga e bicchiere di whisky, riguardo il
suo ruolo di mastino dell'Organizzazione a cui nulla può essere nascosto), la
miseria appare per le masse una condizione di nuovo ineluttabile e per i pochi
rimanenti l'orizzonte vitale si riduce ad un po' di promiscuità e alla
sempiterna dipendenza chimica, i caratteri motori del film si muovono e
soffrono su coordinate più psicologiche che filosofiche o pseudo scientifiche -
ecco l'altro merito di Johnson - che mano mano spostano l'asse della narrazione
dalla cronologia in apparenza senza scampo di un ingranaggio implacabile sempre
al lavoro, al tempo interiore dei personaggi, scoprendo oltre l'ovvia relazione
che li lega (Gordon-Levitt e Willis sono la stessa persona separata dai
fatidici trent'anni ma si approssimano e si scontrano quasi in un simil
freudiano contrasto generazionale padre/figlio), una comune matrice di assenze,
di silenzi affettivi, di appuntamenti mancati (Gordon-Levitt/Willis
ricorda/rimpiange con toni diversi ma ugualmente tormentati la madre; la Blunt
medita a voce alta sulla futilità dei suoi trascorsi giovanili e sulle sue
mancanze di genitrice; più in generale si insinua una contrapposizione su scala
planetaria tra madri distratte, chiuse in un muto dolore, poco presenti e figli
- in particolare maschi - lasciati a se stessi, prematuramente rancorosi,
stanchi, disillusi), nonché un impreciso quanto inconsapevole desiderio di
"spezzare il cerchio" (loop) per aprirlo verso direzioni più promettenti.


La pellicola funziona meno quando l'alternanza di riflessione esistenziale e
incursioni tipiche nel genere (inseguimenti, sparatorie, utilizzo degli effetti
speciali) frammentano il racconto, trasmettendo una sensazione d'impasse, di
scarsa fluidità, come se nell'indecisione finisse per prevalere l'incertezza
fra un taglio una volta per tutte intimista (con tutti i rischi del caso, e'
ovvio) e un adeguamento a canoni più sbrigativi e consolidati (come se
anch'essi, e' bene ribadirlo, non implicassero un certo numero di incognite,
vedi il ricorso disinvolto al ralenti e gli insistiti punti di vista
eccentrici). Si aggiunga l'introduzione di un elemento catalizzatore delle fila
del racconto che forza, e di molto, l'equilibrio emotivo dell'opera a favore di
una prevedibile resa dei conti finale e si comprende come il continuo rilancio
su terreni decisivi come il sentimento e la passione da preservare oltre il
tempo, la chance di cambiare il futuro, l'inestricabilita ' dei termini "amore"
e "sacrificio" nell'equazione della vita, perda parte del suo smalto.

"Looper" s'inserisce, comunque, seppur solo a colpi di fuggevoli suggestioni,
entro quella che si potrebbe definire - cinematograficamente parlando - "l'onda
lunga del Tempo" che in simbiotico abbraccio con un altro dei grandi rimossi
della cultura e della coscienza occidentale contemporanea (non a caso la sua
pressoché unica declinazione e' quella spettacolar catastrofica), a dire il
concetto/presagio di Fine (fine della Civiltà, fine della Storia, "fine del
mondo") attraversa - almeno, per restare nelle vicinanze, da "Terminator"
(1984) in poi - l'immaginario moderno, accompagnandolo in spazi ancora in gran
parte sconosciuti o inconsci e allo stato attuale delle prospettive e delle
sensazioni epidermiche scarsamente allettanti. Il presente, confuso e tragico
sembra, nel corpo di queste narrazioni, essere solo il trampolino di cui
servirsi per accedere al futuro da cui magari provare a dare al presente
un'altra opportunità. Tornare indietro come fa Joe/Willis (pochi capelli,
faccia di granito segnata da rughe, antieroe sempre meno risoluto e sempre più
disperato, come se, ad esempio, per magia, il nevrotico viaggiatore nel tempo
de "L'esercito delle 12 scimmie" avesse incontrato e si fosse riconosciuto nel
supereroe fragile di "Unbreakable") ha senso solo se ciò contribuisce a
riaffermare la possibilità di salvaguardare un legame autentico, un'intesa
pura: se, in altre parole, esiste ed e' praticabile il margine per affrancarsi
nel profondo dal cerchio terribile del Tempo, dalle sue ferite, i suoi traumi,
i suoi lutti.

(Benvenuta Ludovica, granello di futuro)

TFK

Film Telecomandati - DJANGO SFIDA SARTANA

Film Telecomandati
DJANGO SFIDA SARTANA (1970)
Regia: William Redford (Pasquale Squitieri)
Cast: Tony Kendall (Luciano Stella) - Salvatore Billa - Giorgio Ardisson

In onda lunedi 4 febbraio alle 17.40 su Iris.

Django (Kendall) è un cacciatore di taglie che lascia la sua città per cercare "Il Corvo", un bandito che terrorizza la zona. Durante la sua assenza arriva in città Sartana (Ardisson), un altro cacciatore di taglie.
Visto che Django è assente, Steve, il fratello minore di Django, viene incaricato dal direttore della banca, che teme di subire una rapina da parte di Sartana, di offrirgli dei soldi. Sartana offeso dall'offerta caccia via Steve.
Nel frattempo il direttore della banca viene trovato morto dai suoi uomini e la banca viene svaligiata.
Avendo in molti visto Steve e Sartana insieme, è quasi scontato che vengano indicati come gli esecutori della rapina e dell'omicidio del direttore della banca.
Quando Django torna in città, trova suo fratello appeso alla forca, e, non credendo alle accuse mosse contro di lui, va alla ricerca di Sartana.

Sono passati quattro anni dall'uscita del Django originale (S. Corbucci 1966) ma il nome Django continua a far cassa, cosi il produttore Roberto Bessi chiama il giovane Squitieri per girare questo remake in salsa western di Ercole sfida Sansone (P. Francisci 1963).
Nonostante (l'allora inesperto) Squitieri avesse girato moltissimo, al momento del montaggio il film risultò di poco superiore ai 60 minuti. Il produttore fu costretto a chiamare Sergio Garrone per girare qualche scena allo scopo di fare minutaggio.

sabato, febbraio 02, 2013

Les Miserables

Les Miserables
di Tom Hooper
con Hugh Jackman, Russel Crowe, Anne Hathaway
Usa, 2012
durata, 158


Ne hanno fatto di strada gli umiliati ed offesi di Victor Hugo. Dagli schermi cinematografici ai palcoscenici di Broadway la storia di Jean Valjean e compagni è stata esplorata in lungo ed in largo con un successo talmente grande da convincere Hollywood a metterne in cantiere una  nuova versione, questa  volta “remake” dell’omonimo musical che ha primeggiato negli incassi del settore. Per far questo gli studios non hanno badato a spese impegnandosi al meglio nella creazione del contorno scenografico, musicale, ma soprattutto nella partecipazione attoriale. Capitano della nave è quel Tom Hooper, già regista da oscar per “Il discorso del re”(2012). Con lui un cast di primo ordine tra cui spiccano Hugh Jackman (Valjean)  nella parte del protagonista, Russel Crowe (l'ispettore Javert) in quelli del suo persecutore, e poi Anne Hathaway (Cosette) in un cameo che riesce a lasciare il segno nonostante l’esiguo minutaggio. Nel ricordare che “Les Miserables” è la storia di una redenzione che si compie nella Francia post rivoluzionaria ad opera di Jean Valjean, ex galeotto folgorato sulla via di Damasco disposto a recuperare il tempo perduto occupandosi di poveri e derelitti, a colpire di più del film sono due cose: la prima è l’anomalia di un musical che non prevede coreografie danzanti ma piuttosto una partitura ininterrotta di canzoni chiamate a sostituire dialoghi praticamente inesistenti. La seconda è una messinscena che pur potendo contare sulla “grandeur” tipica del genere, con scene di massa, costumi e ricostruzioni d’epoca non appare sfavillante e colorata come in altre occasioni. Hooper interpreta alla lettera le parole del grande romanziere con una messinscena pauperista, concentrata quasi esclusivamente sul volto degli attori, spogliati del loro divismo e chiamati a tradurre con lo sguardo e con le possibilità vocali il tumulto emozionale dei loro personaggi. 


Se l’allestimento è sobrio nulla è invece risparmiato in termini di enfasi emotiva, con la santita dei personaggi espressa non solo dalla loro natura martirologica, ma anche dal contesto storico, con le barricate della rivolta antimonarchica del 1832 e gli ideali di libertà e di uguaglianza affermati fino alla morte, utilizzati senza alcun intento filologico e speculativo, ma in funzione di un pathos che diventa epico grazie al contesto in cui è inserito. Immersi in un paesaggio livido e dai colori spenti, quasi sempre coperti da una fuliggine opaca che sembra riprodurre la sporcizia fisica ed anche morale che ostacola il raggiungimento di uno stato di grazia (intesa anche in senso cristiano), "I miserabili" di Tom Hooper appartengono alle cose del cuore, e come tali più che spiegati vanno sentiti ed anche compresi. Smaccatamente empatici,  sono capaci di lasciare annichiliti per la forza dei loro sentimenti. In questo senso basterebbe ricordare la parabola di Cosette (Hathaway) vittima sacrificale che dà inizio all’epopea: è nella rappresentazione di un’estasi sublime resa credibile da un interpretazione di commovente bellezza che si può cogliere il nocciolo di un film che deve molto all'umanità dolente degli eroi e delle eroine che vi prendono parte.  Il neo di un film tutto sommato riuscito è la sensazione di una produzione che arriva fuori tempo massimo rispetto a quanto era stato già detto dalle precedenti edizioni.

A Ludovica ed ai suoi genitori

Film Telecomandati - LA POLIZIA E' SCONFITTA

Film Telecomandati
LA POLIZIA E' SCONFITTA (1977)
Regia: Domenico Paolella
Cast: Marcel Bozzuffi- Vittorio Mezzogiorno- Nello Pazzafini

In onda domenica 3 febbraio alle ore 00.40 su Iris


La polizia è sconfitta, poliziottesco appartenente al sottofilone delle squadre speciali è una sorta di remake de Quelli della Calibro 38 (M. Dallamano), con ambientazione spostata in una Bologna livida e tesa.

Il sottofilone in questione si basava su sceneggiature ovviamente simili tra loro: la polizia rimedia solo brutte figure sino a quando non utilizza gli stessi metodi dei criminali operando ai limiti della legalità.

Vittorio Mezzogiorno interpreta il criminale bombarolo Valli, uno dei cattivi più violenti e vigliacchi del cinema italiano.
Film piuttosto cruento, con esplosioni, evirazione e linciaggio.

Sceneggiatura dell'onnipresente Dardano Sacchetti, musiche di Stelvio Cipriani.
Uscito in sala nell'agosto del 1977.

Frase cult . " la legge è come la minchia: si allunga e si ritira a seconda dei casi" ( il tunisino - Nello Pazzafini).

giovedì, gennaio 31, 2013

Quello che so sull'amore

Quello che so sull'amore
di Gabriele Muccino
con Gerard Butler, Jessica Biel, Uma Thurman, Catherine Zeta Jones, 
Usa 2012
durata 100


Una cosa è certa. Ogni film di Muccino è destinato a soffrire in partenza di una diffidenza che ha pochi eguali nel cinema italiano. Una tendenza che è svincolata dalla qualità delle sue opere, e che probabilmente ha a che fare con le conseguenze di un successo in Italia ed all'estero sfuggito alle previsioni di chi crede di poter orientare gusti e tentenze. Venendo all'attualità bisogna però dire che "Quello che so sull'amore" è forse il suo film più debole sia dal punto di vista formale che su quello dei contenuti. Al centro della storia un ex stella del football che per riconquistare il figlio diventa l'allenatore della squadra di calcio della cittadina in cui il bambino vive insieme alla madre ed al nuovo compagno di lei. Per riconquistare gli affetti familiari George Dreyer dovrà vedersela con delle bellissime "Desperate Housewife" che tenteranno di distrarlo dalla meta infilardosi nel suo letto.
Con sentimenti ed emozioni assicurati dal contrastato rapporto familiare Muccino dispensa il dovuto glamour attraverso l'appeal di due star come Thurman e Zeta Jones, dark Lady simpatiche e sexy che tentano di far breccia nel cuore dell'aitante protagonista. A conti fatti però il nucleo centrale della storia, quello che riguarda i rapporti tra Dreyer e la sua famiglia risulta vampirizzato dai continui inserimenti del filone narrativo legato alle avventure boccaccesche del protagonista, che, è bene dirlo, non assumono mai la fisionomia di una vera e propria alternativa al perbenismo messo  in mostra dalla simpatica famigliola per l'episodicità delle situazioni, e la mancanza di spessore dei personaggi di contorno, troppo abbozzati per lasciare il segno. A differenza di altre volte però la debolezza della scrittura non è confortata dalla talento della mdp questa volta un pò pigra nel seguire gli sviluppi della vicenda. L'intrattenimento è piacevole ma innoquo. "Quello che so sull'amore" scorre via senza problemi ma di lui non rimane niente. Provaci ancora Gabriele.

mercoledì, gennaio 30, 2013

Film in sala dal 31 Gennaio 2013

LES MISERABLES
di Tom Hooper
con Anne Hathaway, Amanda Seyfried, Hugh Jackman, Russel Crowe, Helena Binham Carter, Sacha Baron Cohen
Drammatico 160 min - GB 2012


THE IMPOSSIBLE
Lo Imposible
di Juan Antonio Bayona
con Naomi Watts, Ewan McGregor, Geraldine Chaplin
Drammatico 114 min - ESP 2012


THE LAST STAND - L'Ultima Sfida
The Last Stand
di Kim Jee-woon
con Arnold Schwarzenegger, Johnny Knoxville, Rodrigo Santoro, Forest Whitaker, Luis Guzman
Azione 107 min - USA 2013


LOOPER - In Fuga dal Passato
Looper
di Rian Johnson
con Joseph Gordon-Levitt, Bruce Willis, Emily Blunt, Paul Dano
Azione 118 min - USA 2012


ASPROMONTE
di Hedy Krissane
con Franco Neri, Pier Maria Cecchini, Andrea De Rosa, Maria Pia Calzone
Commedia 78 min - ITA 2012


CIAO ITALIA
di Barbara Bernardi, Fausto Caviglia
con Robert Wieckiewicz, Benno Furmann, Agnieszka Grochowska, Maria Schrader
DOC 52 min - ITA/GER 2012


EVIL THINGS - Cose Cattive
di Simone Gandolfo
con Marta Gastini, Sara Lazzaro, Pietro Ragusa, Jennifer Mischiati
Horror 94 min - ITA 2013

martedì, gennaio 29, 2013

Mai Stati Uniti

Mai Stati Uniti
di Carlo Vanzina
con Ricky Memphis, Vincenzo Salemme
Italia 2013
durata, 90


Questione di sinergie ma anche di calcolato pragmatismo. Nel primo caso parliamo delle banche che hanno finanziato il film e dei possibili riflessi che questo può avere avuto sui giudizi positivi espressi dai giornali ad esse collegate a proposito di “Mai Stati Uniti”. Il secondo invece rispecchierebbe le riflessioni a voce alta di molti addetti ai lavori che vedono nel successo di film come quello dei Vanzina l’unica possibilità di finanziare il cinema d’autore destinato per sua natura a pagare il dazio in termini di incassi, e quindi proprio per questo bisognoso di essere sostenuto da quello popolare, di dubbia virtù ma altamente remunerativo. Da qui la necessità degli addetti ai lavori di sostenere il prodotto a scatola chiusa, indipendentemente dal suo effettivo valore. Sarà. Di sicuro c’è che questa nuova fatica dei fratelli Vanzina altro non è che una sorta di cinepanettone annacquato, edulcorato e ripulito degli aspetti più triviali dello storico filone, ma come quello assemblato omogeneizzando in modo caricaturale pregi e difetti, vizi e virtù della stirpe italica con l’intento di dare vita ad una serie di situazioni ad alto tasso di riconoscimento, di cui poter ridere ma allo stesso tempo sentirsi solidali. In questo caso il pretesto per mettere insieme la solita galleria di tipi umani è un viaggio in America che cinque fratelli devono compiere per compiere le ultime volontà di un padre di cui avevano sempre ignorato l’esistenza. A motivarli la ricompensa postuma di un eredità miliardaria da dividersi al termine del viaggio. Un’ impalcatura da film on the road con relativa presa di coscienza – al termine del viaggio la fratellanza per caso diventerà un sentimento reale e condiviso - raggiunta non prima di aver sciorinato l’inevitabile dose di conflittualità – che i Vanzina portano avanti in maniera meccanica, inanellando schetck televisivi che come sempre girano intorno ai piaceri della carne, fintamente rimossi dal linguaggio ripulito adottato dai protagonisti e dalla mancanza di attrici veline, ed invece presenti con la solita dose di doppi sensi funzionali ad innescare una serie di incomprensioni che vorrebbero far ridere. Il risultato è uguale alla faccia di Ricky Memphis, sguardo allibito e quasi catatonico. Sempre meglio della frenesia tarantolata dei colleghi, perennemente sopra le righe, come se il divertimento coincidesse con la forzatura dei gesti e con il tono di voce da brooker di Piazza Affari. Ad Anna Foglietta va il premio per il conflitto di interessi assegnatogli per la contemporanea presenza nell’altro film di Natale firmato Neri Parenti.

lunedì, gennaio 28, 2013

Pazze di me

Pazze di me
di Fausto Brizzi
con Francesco Mandelli, Loretta Goggi, Claudia Zanella
Italia, 2013
durata, 94


Le famiglie disfunzionali generano divertimenti catastrofici. Sono questi gli intenti che stanno alla base di una commedia come "Pazze di me", il nuovo film targato Fausto Brizzi, alle prese con uno script che riprende il suo dittico dedicato alla guerra dei sessi ("Maschi contro femmine", 2010 e "Femmine contro Maschi, 2011") variandolo a favore di una preponderanza femminile espressa nel numero dei personaggi proposti e nell'enfasi delle esasperazioni caratteriali rappresentate dal collettivo di Erinni messo in scena dalla storia.

All'origine di tutto c'è un abbandono, quello del padre di Giorgio, da allora chiamato a sostituire la figura paterna in un contesto capitanato da una madre dominatrice e castrante, e con nonna, sorelle ed anche una badante che in un modo o nell'altro finiscono per sfogare su di lui le frustrazioni ereditate dall'antico trauma familiare. Vittima di uno schema che ne condiziona le scelte della vita quotidiana, Giorgio vede fuggire una dietro l'altra le fidanzate di turno, spaventate dalla folle invadenza di quel consesso, fino all'incontro con Giulia, la donna della sua vita, che lo convince a ribellarsi una volta per tutte dalle perigliosa compagnia.

Se Giorgio - un Francesco Mandelli unmasked ed in versione slapstick - è il perno attorno a cui ruota il resto del film, non c'è dubbio che "Pazze di me" per l'overdose di voci femminili costituisca un'eccezione le cui proporzioni, sempre per restare al cinema di genere, devono essere rintracciate nel prototipo firmato da un maestro come Mario Monicelli che nel suo "Speriamo che sia femmina" (1986) dava spazio ad un universo femminile monopolizzante e maggioritario, e poi per fare un esempio più recente al cineteatro rappresentato dal film di Cristina Comencini "Due partite" (2009). Nei fatti però il film di Brizzi più che dare spazio ad una serie di "ritratti" utilizza l'elemento femminile, con le nevrosi e le contraddizioni che gli appartengono, come oggetto contundente capace di legittimare il tormentone del titolo, ma soprattutto come miccia per innescare una quantità di situazioni talmente assurde da giustificare le peripezie dello stralunato protagonista. In questo modo la presunta follia entra in gioco in maniera intercambiabile, e, ove si eccettui il personaggio Veronica (Claudia Zanella), a cui è dato il tempo di andare oltre il radicalismo del suo femminismo per tratteggiarne l'insicurezza, escludendo a priori l'universo che le contiene, e di conseguenza le psicologie che l'hanno prodotta. Così l'intransigenza materna della madre interpretata da Loretta Goggi, la risibile frivolezza di Federica, il perfezionismo di Beatrice e finanche l'opportunismo della badante romena più che peculiarità dei singoli ruoli diventano il riassunto della loro essenza, riducendo quelle personalità a puro stereotipo. In un contesto simile è ovvio quindi che a contare non sono le sfumature comportamentali e gli scarti emozionali ma la capacità del meccanismo di concatenare i fatti e di mantenere alto il ritmo degli inconvenienti che si abbattono progressivamente su Giorgio. E se questo succede, facendo quasi dimenticare la carenza del contesto in cui le situazioni si verificano, le coincidenze forzate - come quella che ad un certo punto fa si che Giorgio incontri sempre Veronica in compagnia del padre della sua fidanzata di cui la sorella si è pazzamente innamorata - o il cambio di direzione repentina in cui Giorgio da vittima delle sorelle diventerà una sorta di dottor Stranamore, in grado di risolverne i problemi sentimentali, allora in fondo, "Pazze di me" riesce ad essere all'altezza delle sue aspettative. Giunto alla sua settima regia Brizzi è già costretto a far quadrare i conti per il flop del precedente "Come bello far l'amore" (2012). Da qui forse il fatto di assegnare il ruolo principale a Francesco Mandelli, attore "caldissimo" per l'exploit de "I soliti idioti" (2012) e poi di affidarlo all'esperienza di animali da palcoscenico come Loretta Goggi, appena tornata al cinema, di Maurizio Micheli, caratterista a tutto campo e qui nei panni del portiere innamorato neanche tanto segretamente della madre di Giorgio, e da un mix di attrici giovani e meno giovani puntualmente professionali come Marina Rocco (Federica) ormai abbonata ai ruoli di bellina senza testa. Di suo Brizzi, qui meno pop del solito ci mette un universo che tracima a piene mani dal fumetto - Mandelli con il suo fisico esile e gommato potrebbe essere un disegno del Rebuffi di Tiramolla - e dal cinema americano. Evidente è l'influsso di PT Anderson per il personaggio di Veronica omologa del Frank TJ. Mackey di "Magnolia" (1999) anche per la somiglianza del contesto in cui ci viene presentato (il monologo di lei è simile al pensiero "Seduci e distruggi" del "womanizer" interpretato da Tom Cruise) ed ancor più per quello di Giorgio, versione italiana, almeno fino ad un certo punto del Barry/Adam Sadler di "Ubriaco d'amore"(2002), sottovalutato capolavoro del regista americano, ripreso non solo nella sottomissione al proprio nucleo familiare ma anche nei modi laconici in cui questa si esprime. Ed è forse proprio la distanza da quest'ultimo modello a far riflettere, sulla mancanza di coraggio di certa commedia nostrana, qui palesata con un finale paradossalmente machista e consolatorio (alla fine le donne si rivelano "donnette" ed è il maschio a dover correre in loro aiuto). Certamente utile agli incassi ma sicuramente superficiale nel cogliere una parte importante della nostra contemporaneità.
(pubblicato su ondacinema.it)

Film Telecomandati - Vendicami

Film Telecomandati
VENDICAMI
Regia: Johnnie To
Cast: J. Hallyday - A. Wong
In onda nella notte tra lunedi 28 e martedi 29 alle ore 01.15 su Rai 3.


vendicami ! La francese Irene vive a Macao insieme al marito e ai suoi due bambini.In una giornata che sembra uguale alle altre, l'intera famiglia viene presa d'assalto da tre spietati killer.
La donna, rimasta miracolosamente in vita, riceve la visita del padre Costello (J. Hallyday) giunto appositamente dalla Francia, al quale chiede di vendicare la sua famiglia. Costello ha però diverse difficoltà; si trova in un Paese a lui sconosciuto e sopratutto convive con seri problemi di memoria, dovuti ad un proiettile conficcato nella testa che non può essere estratto.
Per raggiungere il suo scopo chiede aiuto a tre killer del luogo capitanati da Kwai (A. Wong).

Per questo western metropolitano tutto pioggia e neon, il regista asiatico, attinge al polar francese,
riferimento obbligato per tutti i noir incentrati sulla figura solitaria del sicario.

Vendicami è un omaggio palese e incondizionato a FRANK COSTELLO - FACCIA D'ANGELO di Melville, datato 1967 e infatti il personaggio interpretato da Hallyday si chiama appunto Costello e indossa sempre un impermeabile come il Frank Costello interpretato da A. Delon nel capolavoro di Melville; inoltre se teniamo presente che il titolo originale del polar transalpino era LE SAMURAI, non bisogna sforzarsi neanche tanto per capire dove Johnnie To vuole andare a parare.
Vendicami è il "solito" film di Johnnie To: dolore, rancore, fratellanza, mattanze, pistole e killer, il tutto "alleggerito" dalla spettacolarità e dalle coreografie che tanto piacciono a Q. Tarantino.

Script semplice, conflitti a fuoco che sembrano danze con gli spari a fare da sottofondo musicale.


sabato, gennaio 26, 2013

Flight

"Flight"

di: R. Zemeckis

con: D. Washington, K. Reilly, T. Tunie, N. Velazquez, J. Goodman, D. Cheadle,
B. Greenwood.

- USA 2012 -

138'



A tre anni abbondanti da "The Christmas carol" (2009), torna Robert Zemeckis deponendo per l'occasione la "performance capture" a favore di una vicenda classica, ovvero questo "Flight", storia drammatica di un comandante pilota di linea, Whip Whitaker (Washington), che dopo una sciagura aerea circoscritta nei danni un po' per ventura un po' per destrezza e un quasi subitaneo innalzamento a rango di eroe nazionale, constata come la ricostruzione dei fatti da parte della commissione del trasporto aereo, nonché i suoi demoni personali (alcool e cocaina), lo incalzano altresì sempre più da vicino, dandosi spesso il cambio e
brigando per una sua definitiva resa.

Fatto salvo l'insinuante uso del sonoro, vero e proprio personaggio aggiunto al cast e dopo la brillante sequenza del "quasi disastro", coinvolgente e
diretta - seppure non inedita - impostata con puntualità stilistico-espressiva
(grazie anche all'apporto della fotografia di Don Burgess e agli immancabili
effetti speciali), tra accelerazioni e sospensioni che s'intrecciano a creare
la suspense; rapidi cambi di prospettiva e silenzi improvvisi a dilatare il
momento fatale, acuendo l'impressione d'inesorabilita', la pellicola si assesta
- metaforicamente smarrendo per strada pure il celeberrimo "tempo asincrono"
della batteria di Charlie Watts nel commento stonesiano ("Gimme shelter") - su
un ritmo meno nervoso, attendista, incerto fra le analisi delle contraddizioni
e i chiaroscuri del cosiddetto "eroe per caso" - figura di un certo rilievo
dell'immaginario anglosassone - e una più decisa virata introspettiva a
rovistare i meandri dell'inferno personale voluto/tollerato,
combattuto/blandito da Whitaker/Washington.

Adagiata sugli assunti che la fondano, tra vaghi echi del "Fearless" di Weir,
l'opera a cui si assiste e' un ibrido un po' anodino, appassionante solo a
tratti e come in permanenza sulla difensiva: a contrappunti crepuscolari e
misantropi (più che una debolezza, una sorta di condanna ammanta la dipendenza
di Whitaker), ad accenni melo' (il trascinarsi dei suoi attriti familiari), si
affiancano, infatti, svolte sbrigative o protratti indugi, e numerose
suggestioni accarezzate sono lasciate a meta' o fatte del tutto cadere (il
rapporto "a perdere" con Nicole, il personaggio della Reilly, troncato
pressoché di netto), fino a spingere l'inerzia dell'intero racconto entro le
strutture rigide delle procedure legali e del dibattimento.

Washington - manco a dirlo, candidato di nuovo all'Oscar - rallentato e
imbolsito, tratteggia un personaggio scostante con dimessa indolenza e
malcelata perplessità, tenendolo insieme con un campionario limitato di
variazioni (per lui) elementari e un tanto ovvie (per noi), e disponendolo
senza troppe ritrosie a quel paio di acrobazie sul genere
ravvedimento/espiazione che la sceneggiatura gli/(ci) riserva per il finale.

John Goodman si ritaglia due apparizioni a meta' fra amico fidato e risolutore-
di-problemi di tarantiniana memoria.

TFK

giovedì, gennaio 24, 2013

Qualcosa nell'aria

Qualcosa nell'aria
di Oliver Assayas
con Clement Metayer Lola Creton
Francia 2012
durata, 122


Parlare di se stessi e delle proprie esperienze è un’ arma a doppio taglio. Per un verso la conoscenza dell’argomento aiuta nell’estensione dei fatti, dall’altro il fatto di esserne stati coinvolti in prima persona rischia di produrre una lettura poco lucida per eccesso di emotività. Ancor prima di essere girato il problema di Olivier Assayas rispetto a “Qualcosa nell’aria”, la sua nuova creatura, era proprio questo. Riuscire a trasmettere un punto di vista personale sugli effetti del 68 parigino senza diventarne parte in causa. Trasmettere l’emozione di quei ricordi, ed al tempo stesso tempo mantenere la giusta distanza. L’assunto in questo caso aiutava, perché la storia del gruppo di liceali impegnati a tenere vivi gli ideali del maggio sessantottino si collocava "non lontano dalla Parigi del 1971" — ma comunque fuori dalla capitale — identificandosi con le prospettive di una generazione che aveva vissuto quel periodo attraverso il resoconto dei fratelli maggiori. C’erano quindi le premesse per far rivivere un momento cruciale della nostra storia mostrandone entrambe le facce, con i sogni e contraddizioni ugualmente distribuiti nel corso della vicenda. Sul piano strettamente filmico si si trattava in definitiva di far convivere la rappresentazione dei fatti di cronaca e di costume, in sostanza la componente oggettiva dell'opera, con uno sguardo personale che il regista francese decide di far arrivare mediante le vicissitudini di Gilles, una specie di alterego del regista, e del suo gruppo di amici. Il film in costume e di costume, si doveva intrecciare con il romanzo di formazione (dei protagonisti, alle prese con una storia di "passaggio") mettendo in moto un cortocircuito emozionale derivato sia dall’immedesimazione con il contesto ambientale, sia dalla messa in discussione di quegli ideali che il film da una parte esalta attraverso l’eccitazione provocata “dall’aria di cambiamento” a cui il titolo accenna, e dall’altra sconfessa con il jaccuse che Gilles e compagni legittimano mediante il progressivo disimpegno. Una frattura che il film fa arrivare a metà strada, durante il viaggio in Italia organizzato per sfuggire alle grinfie della polizia che li tiene sotto tiro, con la scena in cui il protagonista, ragazzo talentuoso con una particolare predilezione per il cinema, discute sulle conseguenze di una lotta di “liberazione” diventata paradossalmente strumento di morte (in quel periodo la guerra del Vietnam e la rivoluzione culturale cinese mietono vittime innocenti) che opprime le classi sociali più deboli. Da quel momento, complice anche l'introduzione dell'elemento sentimentale che porterà alcuni di loro ad inseguire uno stile di vita vicino a quegli ideali borghesi tanto criticati ma inevitabilmente impressi nel dna degli interessati, il film diventa frammentario, perdendo la compatezza che inizialmente aveva favorito la dialettica tra ambiente e personaggi. Tutto risulta episodico e fin troppo programmatico nel trasformare i singoli filoni narrativi in situazioni paradigmatiche, collocate a mosaico per dare vita al nostalgico presepe: dall’amore libero ripreso nella fragilità dei legami – di Gilles tanto per fare un nome, i cui rapporti amorosi si chiudono senza un reale perchè – alla droga, assunta come mezzo per sfuggire ad un quotidiano altrimenti insopportabile, dal richiamo esercitato da un'altrove seducente e salvifico rappresentato dal lontano oriente (ed il riferimento all' Afghanistan come paradiso in terra la dice lunga sul passare del tempo e degli uomini) all’importanza dell’arte, trait union che riduce gli effetti della diaspora amicale e funziona come sublimazione alla delusione dell’attivismo politico. A Convincere poco è anche la recitazione degli attori, tutti alle prime armi ad eccezione di Lola Creton, già vista ne "Un amore di giovinezza" (2012), quasi in posa nell'assolvere le esigenze del copione. Premiato per la migliore sceneggiatura all'ultimo festival veneziano

mercoledì, gennaio 23, 2013

A proposito di "The Master"

America. Fine anni '40, primi anni '50. Si può scampare, persino ad una guerra. E' possibile fare questo. Tornare a casa, come si dice. Ancor più
complicato, pero', e' stabilire cosa farsene della vita subito dopo essere stato sul punto di perderla. E soprattutto se esistono - esistono davvero - le
condizioni per scegliere di giocartela a modo tuo, di essere te stesso. Libero. Presunzione che la prossimità alla morte rende addirittura impellente. Lo
slancio "naturale" verso la vita, arrivati ad una stretta del genere, spesso si approssima alla linea di minor resistenza. Di conseguenza, altrettanto sovente,
implica costi molto alti da pagare.

D'altro canto, e' possibile pure mettere insieme un'audace e convincente
ipotesi di se stessi e delle cose - a tratti elegante, a tratti energica - e
col tramite di questa tentare di rimescolare le carte che regolano il gioco del
mondo, ìn specie quello con gli altri uomini, che di questo mondo, bene o male,
fanno parte. La "via" razionale e' più articolata, meno diretta, meno
spontanea, piena di angoli bui, rischiarati - di rado - da una luce flebile:
una via magari rigorosa, magari solo affascinante, addirittura nobile, a volte,
ma ugualmente irta d'insidie e soggetta a pedaggi parimenti onerosi.

Queste due figure così irriducibili e tipiche dell'immaginario americano - la
versione a stelle-e-strisce del primigenio dissidio tra Natura e Cultura - si
concentrano nel campo visivo di un film delle ambizioni e dello stile di "The
master", sesta prova del "nuovo classico" Paul T. Anderson, nella forma, da un
lato, del Sogno (il Sogno Americano, appunto) paradiso/inferno
dell'affermazione individuale, paradigma della rivolta vitalistica, emblema di
un rapporto ancora presente per quanto conflittuale con la realtà sensibile e
sensuale: la Natura, insomma. (Ma Sogno anche al di fuori della sfera
metaforica, se e' vero che diversi snodi del film sono contrassegnati da
momenti in cui Freddie Quell, il personaggio di Joaquin Phoenix, si ridesta,
fantastica ad occhi aperti, riposa su miraggi di regressione primordiale). E,
dall'altro, della sua Narrazione/Manipolazione (il Grande Romanzo Americano,
per dire una delle tante varianti di questa figura di cui il cinema e' forse il
più popolare dei mezzi di espressione), ovvero lo sforzo lucido e calcolato di
ricondurre quelle energie e quelle spinte enormi ma disordinate entro un
canone, una struttura logica che controllandone gli scarti e le
imprevedibilità, le consegna alle possibilità del linguaggio, trasfigurandole
in letteratura, in Mito (il mito dell'uomo americano, ad esempio, pragmatico,
sicuro di se', così come depositario di valori spirituali sempre in tensione
fra tradizione e modernità).

In "The master", s'intravedono entrambi, un po' discosti, nel caleidoscopio
delle loro molteplici facce: il Sogno/Natura quasi sullo sfondo (latita il
paesaggio, nell'opera, o non ha il respiro ampio che proietta l'azione oltre il
suo dipanarsi) e un tanto più a fuoco, il suo gemello eterozigote - nato con
qualche secondo di scarto ma ansioso di rifarsi - la Narrazione o Grande
Romanzo (il tentativo di costruire/restituire un uomo nuovo sottratto alle
presunte secche dell'istinto attraverso l'assimilazione di una verità inedita e
sconvolgente). Nel film, questi "oggetti sacri" che concorrono non poco alla
quotidiana sussistenza del Mito Americano, a dire le sue rispettive
incarnazioni - il quasi brutale Freddie Quell/Phoenix da un canto: marinaio a
riposo della Marina degli Stati Uniti, rispedito in patria al termine del
secondo conflitto mondiale, preda di sbalzi d'umore e di scatti d'ira,
americano solitario, "hobo" ante-litteram, distillatore e consumatore
d'intrugli alcolici, compresso tra gli stenti steinbeckiani e le insofferenze
di Thoreau, tutto sommato integro quanto disadattato senza scampo,
dall'incedere circolare e la loquela da cornacchia; e, dall'altro, il più
scivoloso Lancaster Dodd/Philip Seymour Hoffman: arringante piazzista dello
spirito, potenziale magliaro, gran teorico della propria stessa dottrina (manco
a dirlo ribattezzata "La Causa"), affabulatore morbido quanto centrato sul
punto, di modi misurati e argomentatore capziosamente lezioso eppure d'indubbia
maestria autoritaria, intrigante e insidioso, di accenti tardo fitzgeraldiani
già compromessi da strette e pericolose affinità con la scaltrezza opportunista
degli arrampicatori di Dreiser, tanta carne liscia e rosata con al centro vispi
occhi di volpe - s'incontrano e si scontrano di continuo, si cercano e si
evitano, si blandiscono e si odiano ma non si mostrano mai indifferenti l'uno
all'altro.

Ecco allora il Sogno - inteso qui come l'individuo animato quasi solo
dall'insieme delle sue pulsioni - distratto dalle necessita' biologiche dalle
circonvoluzioni ardite del pensiero e della dialettica (Quell e' irretito e
turbato dalle sedute propostegli da Dodd a base di domande intime spesso
ripetute, dalla cadenza quasi ipnotica e dal periodare allusivo). Ed ecco la
Ragione che cova un misto di fascinazione/ripulsa, una malcelata invidia per
l'apparente illimitata energia che Quell mostra di possedere (Dodd apprezza i
cocktail "inventati" da Quell; non gli fa mistero dell'importanza della sua
presenza; teme/ammira la sua imprevedibilità, la sua scarsa arrendevolezza).

Eppure c'è qualcosa che impedisce una conciliazione definitiva. Anzi, a ben
vedere, proprio le stesse ragioni che spingono il Sogno a cercare riparo
nell'ordine di una Narrazione e la Narrazione ad inseguire la libertà del Sogno
sbilanciano il rapporto, prefigurando - in virtù dell'esigenza di stabilire
norme precise, principi basilari, precetti assertivi, di fondare e promuovere
una "Causa", addirittura - lo spettro della manipolazione, ossia della
prevaricazione, dell'arbitrio. Non e' un caso, infatti, che nell'originale il
sostantivo "master" conservi l'ambiguita ' che corre sulla sottile linea di
confine che separa il "master" come "maestro", nel senso di colui che trasmette
un insegnamento attraverso la parola e l'esempio, dal "master" inteso come
"padrone", a dire colui che, sic et simpliciter, dispone degli altri
esercitando su di loro un'autorità.

La manipolazione (Tecnica, in senso più generale), altro tema portante del
lavoro di Anderson, e' da sempre lo strumento utilizzato dalla Ragione per
piegare la Natura al suo volere. Recalcitrare, ribellarsi - anche con violenza
- e' la risposta ultimativa della Natura come istinto di autoconservazione.
Quell ribadisce se stesso respingendo sovente i dettami di Dodd definendoli
"stronzate". Oppure si sottrae con un gesto beffardo: oppone manipolazione a
manipolazione. Quanto lui si masturba di fronte all'oceano in uno sperpero di
se' frenetico, adolescenziale quanto liberatorio e in fondo innocuo (in "campo
aperto" Quell e' a suo agio, e' a casa), Dodd e' costretto a "soddisfarsi" nel
chiuso di un bagno, dentro al lavandino, al cospetto dello specchio che gli
rimanda le sue stesse smorfie, persino "assistito" dalla moglie, in ogni caso
lontano dal sesso, per non parlare dal piacere.

La Ragione e' gelosa dell'Istinto perché non può permettersi la libertà che
lui invece si concede; l'Istinto frequenta la Ragione perché il magma al suo
interno rischia di lanciarlo in tutte le direzioni e disperderlo. Non c'è
tregua, pero'. E non può esserci pacificazione. Anderson analizza da par suo il
dissidio eterno tra Natura e Cultura, tra Tecnica e Istinto (ai singoli
stabilire come, fino a che punto e con quali esiti) secondo i termini classici
emersi dalla vicenda americana: l'individuo che non intende piegarsi alle
regole della comunita'; una società nel profondo ancora abitata stabilmente
dalla repressione - che più dichiara la sua ammirazione per la libertà e più
briga per circoscriverla, cioè addomesticarla - e una nemmeno tanto latente
schizofrenia e sostanziale solitudine di coloro più portati a "sentire" che a
"capire".

TFK

Film in sala dal 24 GENNAIO 2013

LINCOLN
di Steven Spielberg
con Daniel Day-Lewis, Sally Field, Josepg Gordon-Levitt, Tommy Lee Jones
145 min - USA 2012



QUARTET
di Dustin Hoffmann
con Maggie Smith, Tom Courtenay, Billy Connolly, Pauline Collins
95 min - GB 2012


IN DARKNESS
W Ciemnoshi
di Agnieszka Holland
con Robert Wieckiewicz, Benno Furmann, Agnieszka Grochowska, Maria Schrader
145 min - Polonia 2011


FLIGHT
di Robert Zemeckis
con Denzel Washington, Kellt Reilly, John Goodman, Don Cheadle
139 min - USA 2012


PAZZE DI ME
di Fausto Brizzi
con Francesco Mandelli, Loretta Goggi, Paola Minaccioni
93 min - ITA 2012


FUKUSHAME: il Giappone Perduto
Fukushame - The Lost Japan
di Alessandro Tesei
con Francesco Mandelli, Loretta Goggi, Paola Minaccioni
DOC 65 min - ITA/JAP 2012

Film telecomandati - I PADRONI DELLA CITTA'

Film telecomandati I PADRONI DELLA CITTA' (1976) 
Regia: Fernando Di Leo 
Cast: Vittorio Caprioli - Jack Palance - Al Cliver - Harry Baer

In onda: mercoledi 23 alle ore 23.10 su La 7D

"I Padroni della città" è lontano dai capolavori noir del regista foggiano, ma tenendo presente il risicato budget a disposizione il risultato non è malvagio. Oscillando tra farsa e tragedia, tra commedia e gangster-movie, la pellicola coinvolge lo spettatore sino all'epilogo, realizzato con una sequenza girata in maniera impeccabile.

La parte ironica e beffarda del film ruota intorno al personaggio interpretato dal mitico Vittorio Caprioli, quasi sempre il "portavoce" delle idee del regista dauno, in quasi tutta la sua filmografia.

Il film ci racconta della piccola manovalanza criminale (il titolo va interpretato in maniera beffarda) che sogna il potere quando invece si tratta di spacconi dalle dimensioni di un moscerino agli occhi dei veri boss della città. Un gruppo di delinquenti di piccolo calibro privi di orgoglio e dignità.

I Padroni della città è l'ultimo film prodotto dalla Daunia 70, la casa di produzione dello stesso Di Leo.

Tarantino ha dichiarato che è stato proprio I padroni della città, il film che gli ha fatto scoprire Fernando Di Leo.

Frase cult: "ricordatevi che l'organizzazione a delinquere nun è come'a fessa in man a 'creature".

lunedì, gennaio 21, 2013

The Master

The Master
di PT Anderson
con Joaquim Phoenix, Seymour Hoffmann
Usa 2012
Durata 144'


Il prestigio di un regista non si misura solamente dalle reazioni suscitate dalla visione dei suoi film ma anche dall’interesse con cui la comunità cinefila ne segue le varie ipotesi progettuali. In questo l’attenzione spasmodica provocato dalla notizia di un nuovo film firmato PTh Anderson “The Master” incentrato sulla figura di Ron Hubbard, il fondatore di Scientology, varrebbe da sola ad inserire il suo regista nell’olimpo degli autori.

Nella fattispecie è certo che almeno negli Stati Uniti ad infiammare gli animi abbia contribuito la scelta di un soggetto controverso e duramente criticato per i metodi di organizzazione interna e di proselitismo.
Sarà stata la scoperta di una sostanziale mancanza di riferimenti ed aneddoti collegati a quel movimento ed al suo ideatore ad aver raffreddato l’entusiasmo nei confronti del film, sottovalutando in qualche modo il lavoro di un regista come Anderson, poco interessato a realizzare la "cinebiografia" del personaggio ma piuttosto intenzionato ad utilizzarne il ritorno carismatico ed il periodo storico che lo riguarda per allargare il discorso ad una certa idea di americanità.
Hubbard nella persona di Lancaster Dodd (Philipp Seymour Hoffmann) non è solo il sacerdote di un nuovo credo, ma piuttosto il portavoce del verbo che mette ordine al caos in un paese che ha appena perso la sua giovinezza nel corso di una guerra di cui ancora non capisce il senso.


Ma non solo, perché gli anni 50 del film segnano la cesura con un certo tipo di mentalità vittoriana costretta di lì a poco a fare i conti con la propria ipocrisia. In questo senso “The Master” attraverso il rapporto tra Dodd e Freddie Quell, il reduce di cui il primo si occupa e forse si invaghisce, si può considerare un film sulla repressione, morale, sessuale, sociale di una comunità. Ad esserne schiavo in una maniera che è paradossale rispetto alle sue credenziali è innanzitutto Dodd, generalmente compassato e padrone della situazione ma in realtà irascibile ed isterico quando viene messo alle strette con domande ed osservazioni che potrebbero metterne in dubbio leadership e dogma; lo è la figlia, appena sposata ma incapace di mettere a freno l’attrazione per il nuovo arrivato, ed anche la moglie, pronta a nascondere ogni cosa, anche le possibili mancanze del marito, pur di vederne  salva la reputazione agli occhi della comunità. A dimostrarlo poi sono due sequenze fondamentali che arrivano a metà film, una dietro l’altra: la prima è una sorta di allucinazione in cui Freddie, depresso dagli esercizi del mentore che tenta invano di fiaccarne la ferinità, trasforma la festa da ballo a cui assiste senza partecipare in un vero e proprio baccanale, immaginando donne nude che accompagnano danzanti l’esibizione di Dodd; la seconda differente nel contesto - intimo anzichè pubblico -  ma simile nell’allusione ad una sessualità rimossa e quindi deviata,  ci mostra i due coniugi coinvolti in un erotismo sofferto, con la moglie “madre” che aiuta Dodd a masturbarsi davanti allo specchio.

Anderson traduce i contenuti del film in un lungo faccia a faccia tra discepolo e maestro, dapprima storicizzandolo all’interno di un epoca resa da un impianto visivo prelevato tra gli altri da Rockwell ed Hopper, successivamente ponendolo al di fuori di qualsiasi contesto per farlo assurgere a simbolo di uno incontro scontro tra uomo e natura, la sua e quella del creato, tra ragioni imposte ed impulsi primordiali, tra verità e finzione. Un film immenso quindi, forse troppo, che alla fine rimane vittima di un gigantismo che inizia e finisce nella centralità dei personaggi, e nella mostruosa bravura dei due interpreti, anteposti non solo dalle esigenze di sceneggiatura ma anche dalla rispettive impostazioni: sofferta, istintiva, a nervi scoperti quella di Phoenix (Freddie), equilibrata, dominante, ambiguamente sottile quella di Hoffmann, capace di lasciare in bilico il giudizio su un demiurgo che sta a metà strada tra inferno e paradiso. Sono loro a mangiarsi un film che a metà del suo cammino sembra quasi fermarsi a guardare i protagonisti più che a raccontarli, da una parte mettendo in scena la rappresentazione di una mancata seduzione, perchè alla fine Freddie torna sui suoi passi rinunciando alla cura della sua patologia (depressione, pazzia oppure lucida follia), dall'altra alimentando  incertezza sulla plausibilità di quanto aveva precedentemente asserito, attraverso la ripetizione ossessiva e finanche ridicola delle pratiche a cui Freddie viene sottoposto da parte di Dodd. Così facendo il film pur mantenendo inalterato il gradiente di fascino e di mistero diventa inconsistente sul piano dei contenuti. In un livello generale che si mantiene comunque elevato ancora una volta il cinema di Anderson si fa amare soprattutto per la sua messinscena. In questo caso oltre alla direzione degli attori c'è la capacità di lavorare sull'immagine per rendere la dimensione psicologica in cui si gioca la vicenda. Anderson la richiama facendo ricorso ad elementi psicanalitici come la presenza continua dell'acqua del mare su cui la regia stacca a conclusione di sequenze di massima tensione (a leggittimare forse l'avvenuto scioglimento della stessa) o del sogno, presente in tutti gli snodi del film e nella sua conclusione, oppure ambientando la storia principalmente in non luoghi (un grande magazzino, alberghi, il deserto, un cinema) che scorporano gli avvenimenti dalla loro contingenza rendendoli astratti e difficilmente collocabili, ed ancora corredando il tutto con una colonna sonora paranoica, scandita da un ritmo sincopato e disturbante. Un lavoro eccellente che avrebbe avuto bisogno di maggiore concretezza per diventare quel capolavoro che "The Master" ha solo sfiorato.

domenica, gennaio 20, 2013

La scoperta dell'alba

La scoperta dell'alba
di Susanna Nicchiarelli
con Margherita Buy, Sergio Rubini
Italia 2013
Durata 92'


Gli anni di piombo sono notoriamente un nervo scoperto della storia italiana. Il cinema, nel tentativo di aiutare il paese a metabolizzarne le conseguenze, ha posto una reticenza che è il segno più tangibile di come ancora oggi le ferite non si siano rimarginate.

La difficoltà di raccontare quegli anni, e soprattutto di accettare le motivazioni che li hanno prodotti, è stata acuita dal fatto che le persone chiamate a parlarne ne sono state in qualche modo coinvolte, magari tra barricate di una protesta sfuggita di mano, oppure solamente per aver provato la paura di giorni dominati dall'odio e dalla morte. L'ultimo tentativo in tal senso arriva dal festival di Roma che presenta nella sezione "Prospettive Italia" il secondo film di Susanna Nicchiarelli, "La scoperta dell'alba", ricavato con qualche cambiamento dall'omonimo libro di Walter Veltroni.

Il film racconta di una frattura temporale che, attraverso un cortocircuito telefonico, mette Caterina nelle condizioni di tornare ai tempi della sua adolescenza, entrando in comunicazione con il suo alter-ego. Allo stupore iniziale subentra quasi subito la scoperta di una serie di indizi che la portano a dubitare sulle ragioni della scomparsa del padre, un professore universitario rapito dalle Brigate Rosse per aver collaborato alla stesura di una legge che tradiva la causa del proletariato. Nel tentativo di invertire i fatti della storia, Caterina inizia ad indagare sul passato del proprio genitore per arrivare ad una scoperta che cambierà le prospettive della sua esistenza e di quella della sua famiglia.

Equamente diviso tra passato (gli anni 70) e presente, e immerso per quanto riguarda la sezione dedicata agli anni 80 nei colori e nelle musiche del periodo, "La scoperta dell'alba" più che spiegare il terrorismo e le sue conseguenze assomiglia ad un kammerspiel in cui a contare non sono tanto la narrazione dei fatti e gli sviluppi dell'intreccio, ma i rapporti tra i personaggi, le interazioni e le emozioni che li attraversano nei vari passaggi del racconto. Come se si trattasse di una nuova "recherche" in cui la possibilità di recuperare il tempo perduto funziona da catarsi rispetto ai non detti che appartengono analogamente ai protagonisti del film, ed insieme anche a quelli dello spettatore, la Nicchiarelli lavora sui due piani temporali come fossero uno solo: in questo modo evita di cascare negli stereotipi e nel coté di situazioni che normalmente accompagnano la scoperta del fantastico e dell'inverosimile, preferendo la costruzione di un'atmosfera in grado di rispecchiare il dualismo di un momento - gli anni 80 - in cui l'angoscia dello scontro armato scoloriva nella speranza di esserne finalmente usciti.

È questa la ragione di una colonna sonora da juke-box ("99 luftbollons" e "Video Killed the Radio Star" sono le due canzoni tormentoni) sovrapposta a momenti di drammatica tensione, e dell'utilizzo di corpi e di interpretazioni anomale e goffamente divertenti, come quelle del chitarrista del gruppo musicale prodotto dalla sorella di Caterina (ad impersonarlo è lo stralunato attore de "L'ultimo terrestre"), imbranato e debilitato dai mal di pancia provocate dalle cozze che continua a mangiare nonostante ne sia allergico, oppure del marito della protagonista (Sergio Rubini, nuovamente arruolato in un film della regista), un disegnatore di cartoni animati con la testa fra le nuvole ed ignaro dei turbamenti della moglie che a sua insaputa si ritroverà sul punto di lasciarlo. Allo stesso tempo rende tangibile la paura e i dubbi della protagonista con ralenti e carrellate in avanti e all'indietro che enfatizzano il senso di perdita e l'alienazione provocato dalla vertigine di una realtà che si va ridisegnando di fronte agli occhi di Caterina.

Se la scelta di drammatizzare maggiormente i conflitti interiori rispetto a quelli materiali - quando la violenza presente è filtrata dal ricordo e dalla distanza temporale - è strutturale alla genesi dell'opera, per cui, di fatto, risulta più scioccante scoprire il tradimento del genitore che la morte di un uomo innocente, "La scoperta dell'alba" non riesce ad essere efficace laddove vorrebbe. A risultare troppo debole non è solamente il meccanismo che dovrebbe provocare la sospensione di incredulità, dato per scontato troppo presto e più simile a una regressione psicanalitica, ma anche lo spessore dei personaggi secondari, quelli funzionali ad oggettivare il tormento interiore della protagonista.

Così, in mancanza di una vera dialettica, "La scoperta dell'alba" finisce per girare su se stesso, indugiando all'infinito sullo sbigottimento dell'umanità di cui racconta, ma senza riuscire ad argomentarne le ragioni. Un'occasione mancata e la conferma che certe cose sono ancora troppo recenti perché tutti ne abbiano il necessario distacco.




(pubblicato su ondacinema.it)