mercoledì, giugno 19, 2013

L'UOMO D'ACCIAIO (MAN OF STEEL)

L'uomo d'acciaio (Man of Steel)
di Zack Snyder
con Henry Cavill, Russel Crowe, Kevin Costner, Diane Laine
Usa 2013
genere, fantastico
durata, 143'

Da Richard Donner a Zack Snyder, da "Superman"(1978) a "Man of Steel" (2013). Gli antipodi della genealogia di Superman sono gli indicatori di modi diversi ed in parte opposti di intendere l'eroe inventato da Jerry Siegel e Joe Shuster. Il primo, derivato dai comics colorati e pop dei 70s, era il frutto di un epoca che aveva bisogno di liberarsi dalle scorie di una guerra "sporca e mediatica", e che, cinematograficamente parlando, si preparava a ripristinare il potere degli Studios sostituendo il movimento della nuova hollywood con il filone dei blockbuster. Il secondo invece, è invece figlio della rivoluzione operata nel mondo del fumetto americano, ed in particolare su quelli di genere super eroistico, da un capolavoro come "Watchmen", la graphic novel realizzata da Gibbson e Moore, ed anche dal lavoro di artisti come Frank Miller, David Mazzucchelli, Chris Claremont, capaci di rifondare il mondo Marvel e DC Comics, riformulandone scenari e psicologie. Differenze abissali di una continuità (tra i lungometraggi in questione) all'insegna della meraviglia e della spettacolarità, che però nel caso di questo "Man of Steel" deve fare i conti con l'assuefazione della spettatore medio, abituato a frequentare prodotti all'avanguardia dal punto di vista degli effetti speciali e della CG. Se infatti nel 1978 ai produttori di Superman bastava dare seguito allo slogan "Crederete che un uomo può volare", permettendo a Clark Kent di solcare i cieli con una verosimiglianza mai vista prima di allora, adesso i poteri sovrannaturali per quanto realizzati con la perfezione delle nuove possibilità non basterebbero da soli ad accontentare le aspettative degli aficionados.

Sarà per questi motivi che Zack Snyder e Chistopher Nolan, qui in veste di produttore, hanno pensato di riunire presente e passato, modernità e tradizione, con la trama che miscela le vicende dei primi due capitoli, con la fuga di Kar El (il nome vero di Superman) dal pianeta morente, e successivamente la minaccia del generale Zod e dei suoi accoliti (come nel secondo capitolo, sempre diretto da Donner), a far da contraltare alla cupezza ed al senso di solitudine cheda un pò di tempo sembrano diventati i tratti indispensabile nella gestione dei nuovi "messia" cinematografici.

Non potendo lavorare sulla rifondazione del mito, comunque accentuato nei suoi aspetti cristologici dalla consapevolezza di Clark di un'eccezionalità che non preserva dal sacrificio e dal dolore, Snyder si applica soprattutto sugli aspetti iconografici ed emotivi. Il risultato funziona a fasi alterne: è superlativo nella scelta di sviluppare la parte iniziale della storia, concependo una rappresentazione escatologica del pianeta Krypton visionaria quanto basta per rafforzare il contrasto tra la natura "divina" che appartiene di diritto a Kar El, con quella umana, acquisita nel corso dell'esperienza terrestre. Si perde un pò quando sull'esempio di Nolan - ripreso nel modo di filmare gli scontri urbani, ed in un alto tasso di realismo ottenuto con la decisione di girare il film con telecamera a spalla - invade lo schermo con un fuoco di fila che mette insieme la musica invadente di Han Zimmer, ed i combattimenti tronitruanti ed interminabili modello "Trasformers", destinati a monopolizzare la seconda parte del film, ridotto a quel punto ad un leit motiv monotematico e ripetitivo. Interpretato da un Henry Cavill a cui fa difetto il carisma,  "Man of Steel" si avvale della presenza di Russel Crowe nel ruolo che fu di Marlon Brando, e di Kevin Kostner - al suo ritorno sugli schermi -  nella parte del padre putativo di Clark. A loro il film si affida per aumentare una densità psicologica in parte compromessa dalla preponderanza della componente spettacolare e dal timore di scontentare il pubblico più giovane. In questo senso "Man of Steel" ha raggiunto i suoi obiettivi.

martedì, giugno 18, 2013

IL CASO KERENES

Il caso Kerenes (Pozitia Copilului)
di Calin P. Netzer
con Luminita Gheorghiu, Vlad Ivanov, Florin Zamfirescu
Romania 2013
genere, drammatico
durata, 112

La prima sensazione è quella di assoluto straniamento. Mentre le immagini de "Il caso Kerenes" si susseguono sullo schermo con il racconto incalzante di una "crisi familiare", può accadere di ritrovarsi spiazzati da un film diverso da quello immaginato. Una condizione d'incertezza destinata a sciogliersi nella conferma di quanto già sapevamo, ma utile a corroborare l'idea di un vitalismo che è uno dei fattori vincenti della new wave di quel cinema romeno, a cui il film in questione appartiene, e che a partire da Cristian Mungiu e dal suo premiatissimo "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni" (2007) ha rivelato ai cinefili di tutto il mondo le qualità di una rinnovata generazione di cineasti.

Impegnati a raccontare le conseguenze di una dittatura che in poco più di trent'anni ha annichilito le risorse del paese, riducendolo allo stremo, questi registi lo hanno fatto privilegiando il punto di vista dei più deboli, quelli a cui la storia fa pagare i sacrifici dell'affannosa risalita. Paesaggi spogli e fatiscenti, alienazione e povertà erano fino ad ora le caratteristiche di una materia cinematografica che il cinema romeno aveva metabolizzato sul piano del linguaggio con una messinscena rigorosa e sobria, decisa a testimoniare con precisione entomologica, e senza concessioni allo spettacolo, le condizioni di una società dilaniata dalle proprie contraddizioni. Ed invece, pur mantenendo invariato lo stato dell'arte "Il caso Kerenes" sorprende e spiazza per la scelta di mostrarci uno scenario completamente ribaltato, con i protagonisti della vicenda per nulla poveri e diseredati, ma al contrario appartenenti ad una categoria di persone che per usare una definizione alla moda rappresenta uno spaccato della cosiddetta "società civile". Un elitè in cui, tra ricevimenti e clientelismo, si muove con la disinvoltura ed il Savoir faire di una matrona romana Cornelia, donna matura e scaltra, capace di radunare attorno a se una folla di ossequiosi ed influenti sostenitori. Un regno consolidato e pieno di certezze, scompaginato dalla morte di un'adolescente investito ed ucciso da Barbu, figlio anaffettivo e sfuggente con il quale intrattiene un rapporto altamente conflittuale. Inizialmente sconvolta, Cornelia farà di tutto per salvare il ragazzo dalle conseguenze delle sue azioni.

 

Girato negli spazi chiusi di ambienti lussuosi ma anonimi, con la telecamera (mobilissima) che immerge la storia in una dimensione di claustrofobia più emotiva che materiale, Calin Peter Netzer costruisce un confronto di personalità e di nevrosi dominate dalla centralità di una figura materna (ancora una volta, dopo quella proposta da Kristin Scott Thomas in "Solo Dio perdona") da cui dipendono i destini degli altri personaggi; tutti quanti, dall'amatissimo figlio che la disprezza per motivi che il regista lascia solo intuire ma che finisce per assecondarne le strategie, a Carmen, la moglie odiata dalla madre per non riuscire a corrispondere al modello femminile pensato per il figlio, condizionati dallo strabordante carisma della donna, e per questo decisi a sfuggirne in qualsiasi modo la presenza. Se il film è emblematico nel fare il quadro di un classe dominante abituata ad agire al di sopra della legge, ed ancor di più nel caricare il mancato rapporto tra Cornelia e Barbu di significati che rimandano all'attualità di una nazione che non riesce a riconciliarsi con il passato più recente, bisogna dire che "Il caso Kerenes" riesce a svincolarsi dai rischi del film a tesi, grazie alla potenza con cui si mette in gioco attraverso i sentimenti e l'operato dell'umanità che descrive.

 

Attraversato da una durezza a tratti insostenibile - basti per tutti l'incontro tra Cornelia ed i familiari della giovane vittima - il film di Netzer pur rimanendo ossessivamente attacco ai personaggi riesce annullare il confine che separa la verità dalla finzione, permettendo a questi ultimi di affrancarsi idealmente dal controllo dell'autore (una libertà testimoniata sul piano formale dallo scarto tra immagini e dialoghi, con le inquadrature sempre in ritardo e costrette ad inseguire la voce parlante) e di avvicinarsi ad un respiro che assomiglia alla vita. Il risultato è una narrazione che aderendo perfettamente all'esistenza rimane un passo indietro rispetto al fine ultimo dell'agire umano. Una scelta che diventa evidente nel caso di Cornelia, offertaci inizialmente su un piatto d'argento in termini d'intellegibilità e di trasparenza, e poi, in un' alternanza di slanci emotivi ed atti conservativi, restituita ad una sfera di giudizio labile ed incerto, ma anche di Barbu, chiuso in un ostinato silenzio saltuariamente interrotto da sfoghi di rabbia e di risentimento che servono solo ad aumentre il mistero sulle ragioni di quell'atteggiamento. Caratterizzato dall'interpretazione monstre di Luminita Gheorghiu nel ruolo della protagonista e vincitore dell'ultima edizione del festival di Berlino, "Il caso Kerenes" si conclude con un colpo allo stomaco e senza alcuna catarsi. La fine perfetta per un film che non riesce a mentire. 
(pubblicata su ondacinema.it)

domenica, giugno 16, 2013

Cannes a Roma: un viaggio nel cinema d'autore

Miracolosamente sopravvissuta ai tempi della crisi la nuova edizione di "Cannes a Roma", rassegna che ogni hanno presenta agli spettatori italiani una selezione di film  provenienti dal festival francese, ci offre la possibilità di fare il punto sul cinema d'autore contemporaneo attraverso le opere di alcuni dei registi più importanto del cinema contemporaneo. Abdellatif Kechiche, Alexander Payne, Kore-Eda Hirokazu, Thomas Gray e Asghar Farhadi saranno le tappe di un viaggio esclusivo ed in assoluta anteprima nelle nostre pagine. 




 
Nebraska
di Alexander Payne

LaVie d'Adele
di  Abdellatif Kechiche

Tale padre, tale figlio
di Kore-Eda Hirokazu

The Immigrant
di Thomas Gray
 
Le passè
di Asghar Farhadi

venerdì, giugno 14, 2013

IL FONDAMENTALISTA RILUTTANTE

Il fondamentalista riluttante
di Mira Nair
con Nelsan Ellis, Kate Hudson, Liev Schreiber
USA, 2012
genere, drammatico
durata, 130'

Per quel gioco di specchi e di rimandi  di cui il cinema si fa spesso –inconsapevole - portatore capita che in poco meno di un mese sugli schermi delle sale italiane la Moschea blu di Istanbul, una delle più belle e conosciute dal pubblico occidentale diventi il crocevia dei destini di due biografie cinematografiche, altrettanto diverse, ma egualmente legate dall’urgenza di un’umanità attraversata dal bisogno di  definire la propria collocazione rispetto al mondo circostante. Ma se in  “Miele” di Valeria Golino il tempio islamico rappresentava il luogo dell’anima scelto dalla giovane protagonista per celebrare il ritorno alla vita dopo lunga e dolorosa afflizione, nel caso di “Il fondamentalista riluttante” di Mira Nair, la chiesa mussulmana, con le sue valenze culturali e religiose diventa testimone di una svolta esistenziale egualmente sofferta, ma valutabile solamente alla luce dello sconvolgimento epocale determinato dalla tragedia dell’11 settembre, e dallo scontro di civiltà che ne è conseguito. Una scelta non casuale quella della capitale turca, da sempre punto di contatto, geografico e culturale tra oriente ed occidente, ed in questo caso chiamata a rendere sul piano fisico e materiale il conflitto di Changez Khan, giovane pakistano diviso tra la nostalgia per la tradizione ed i valori della terra natia a cui ha rinunciato per volare negli Stati Uniti, e New York, la città di un sogno americano che equivale ad una carriera lavorativa remunerata e di prestigio, ed al legame sentimentale con una ragazza dell’alta borghesia. Elementi di una felicità più apparente  che reale, i segni del successo di Changez si trasformeranno  contraddizioni insostenibili quando, all’indomani nell’11 settembre, il ragazzo constaterà sulla propria pelle le conseguenze dell’ignoranza e della paura.

Versione filmata dell’omonimo romanzo di Mohsin Hamid, “Il fondamentalista riluttante” ha il merito di analizzare la tragedia del nostro tempo con una prospettiva e da un punto di vista bipartisan, almeno per quello che è possibile ad una regista indiana ma cosmopolita come Mira Nair, abituata da sempre ad un cinema meticcio che arriva ad esserlo non solo per la prevalenza di personaggi sradicati ed amori melting pot (“Missisipi Masala”, 1991 e “La famiglia Perez”, 1995),  ma anche di scelte low and high sia in termini produttivi che contenutistici. Destinato ad un pubblico internazionale il film della Nair è di quelli che fanno proseliti tra chi sullo schermo ama ritrovare più certezze che sorprese. In questo senso “Il fondamentalista riluttante” ne fornisce a piene mani con gli americani cinici e spietati a far la parte dei cattivi – anche la fidanzata del protagonista per quanto differente, non mancherà di deludere le aspettative del protagonista— e  tutti  gli altri destinati al ruolo di buon samaritano. Al contempo però la Nair e la sua storia non dimenticano di rimarcare il fattor comune di una vicenda che nel ristabilire le posizioni di partenza - con Changez tornato all’ovile dopo aver rinnegato lo stile di vita americano in favore di un credo svincolato da qualsiasi ideologismo – sembra pessimista sulle possibilità di dialogo tra le due fazioni, caratterizzate,  anche nel migliore dei casi - come avviene per la possibile intesa con Billy (Liev Schreiber) l’agente della CIA che in un drammatico finale chiede a Changez di rivelargli il nascondiglio di un professore americano da poco rapito - da una perenne incomprensione. Elegante fin quasi alla patina, didascalico nella riproduzione del paesaggio, “Il fondamentalista riluttante” appassiona ad intermittenza e soprattutto per merito di Ritz Ahmed nella parte del protagonista, e di Kiefer Sutherland, superlativo in quella di Jim, il boss di Changez,  protagonisti all’altezza della parte più interessante del film, quella che ripropone nel rapporto tra discepolo e mentore una dialettica che sembra la versione aggiornata  di quella istauratasi tra Gordon Gekko e Bud Fox nel film di Oliver Stone “Wall Street”(1987); E’ in quella fascinazione reciproca ed improvvisa, così come negli sviluppi egualmente repentini che si racchiude il senso della nostra epoca e dell’intero film. Film d’apertura dello scorso festival veneziano “Il fondamentalista riluttante” da la sensazione di voler piacere a tutti i costi. Ed è forse questo il suo limite più grande.

Carlo Cerofolini

mercoledì, giugno 12, 2013

FIlm in sala dal 13 giugno 2013

Into Darkness - Star Trek
(Star Trek - Into Darkness)
GENERE: Azione, Fantascienza, Avventura
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: J.J. Abrams
CAST: Chris Pine, Zachary Quinto, Zoe Saldana, Benedict Cumberbatch, Simon Pegg, Karl Urban

Hates - House at the End of the Street
(House at the End of the Street)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Mark Tonderai
CAST: Jennifer Lawrence, Elisabeth Shue, Max Thieriot, Gil Bellows, Krista Bridges, Nolan Gerard Funk

Il caso Kerenes
(Pozitia copilului)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Romania
REGIA: Calin Peter Netzer
CAST: Luminita Gheorghiu, Bogdan Dumitrache, Natasa Raab, Florin Zamfirescu, Ilinca Goia, Vlad Ivanov

Il fondamentalista riluttante
(The Reluctant Fundamentalist)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: Mira Nair
CAST: Riz Ahmed, Kate Hudson, Liev Schreiber, Kiefer Sutherland, Om Puri

Killer in viaggio
(Sightseers)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Gran Bretagna
REGIA: Ben Wheatley
CAST: Alice Lowe, Steve Oram

Monsters & Co. 3D
(Monsters, Inc. 3D)
GENERE: Animazione, Commedia, Avventura
ANNO: 2013 
NAZIONALITA': USA

Niente può fermarci
(Niente può fermarci)
GENERE: Commedia
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Luigi Cecinelli
CAST: Emanuele Propizio, Federico Costantini, Vincenzo Alfieri, Guglielmo Amendola, Maria Chiara Augenti, Serena Autieri

Una ragazza a Las Vegas
(Lay the Favorite)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Gran Bretagna, USA
REGIA: Stephen Frears
CAST: Rebecca Hall, Bruce Willis, Vince Vaughn, Catherine Zeta-Jones, Joshua Jackson, Joel Murray

martedì, giugno 11, 2013

Ritratti: WINONA RYDER (II)


- parte seconda -

Personaggi come quello (duplice) di Elisabeta/Mina nel "Bram Stoker's Dracula"/"Dracula di Bram Stoker", 1992, di F. F. Coppola e più ancora di May in "The age of innocence"/"L'eta ' dell'innocenza", 1993, di Martin Scorsese, tratto dall'omonimo romanzo di Edith Wharton, sembrano fatti apposta per esaltare questa singolare ambivalenza, questo modo sottile e massimamente equivoco di giocare con una figura di "vittima" - o quanto meno di donna inserita in un contesto di vulnerabilità - capace invece d'infliggere ferite profonde e durature in chi la circonda. Che ci si trovi, infatti, fra gl'imponenti barocchismi e i cupi splendori di Coppola per raccontare di un "vampirismo" di fondo dell'umana esperienza di cui il Cinema non e' che lo specchio riflettente/deformante, o nel non meno inquietante sfarzo dei salotti aristocratici del bel mondo newyorkese della seconda meta' dell'Ottocento, risalta nello sguardo, nell'apparente impassibilità, in una sorta d'imponderabile "stasi" sfuggente della sua stessa presenza, il fondamento irrisolto e contraddittorio che la Ryder sovrappone alle sue eroine schive e complicate, a cui ora non e' poi più così estraneo un attendismo viscoso e scaltro, propenso a virare con sagace perfidia in disposizione vendicativa: quasi un richiamo - a mo' di chiusura del cerchio - all'ammonimento di Auden, se non addirittura a quello di Blake, tarati entrambi sulla stessa lunghezza d'onda della saggezza popolare ("still waters run deep", l'uno; "expect poison from the standing water", l'altro) circa l'ammaliante pericolosità delle "acque chete". L'avvenuta, diciamo così, "trasformazione", si coglie già in quello che, al netto di meriti e demeriti, e' rimasto come uno degli emblemi incancellabili di quella "generazione X" che Douglas Coupland aveva ritratto nell'omonimo romanzo/autoanalisi neanche tre anni prima, vale a dire "Reality bites", del 1994 - tra l'altro esordio alla regia di Ben Stiller - al solito ignominiosamente reso in italiano col titolo "Giovani, carini e disoccupati". Winona nei panni di Lelaina, giovane aspirante videomaker, erra psicologicamente e sentimentalmente alla ricerca di un equilibrio, di un'armonia con se stessa e con gli altri ma e' come se presentisse la sostanziale futilità non della ricerca in se' bensì delle forme che questa potrebbe assumere in un mondo iper-razionale e iper-disciplinato che si fa vanto della sua quasi onnicomprensiva capacita' di anticipazione, ossia di riduzione degli spazi d'imprevedibilita '. Sul filo di un simile orizzonte non appare più casuale allora, anzi, e' del tutto coerente con le precedenti considerazioni, l'atteggiamento della protagonista nella celebre scena del drugstore sulle note di "My Sharona" di The Knack (da molti considerata epitome tra le più significative di quell'epoca): lei, attorniata da altri precoci virgulti hollywoodiani (nel film, in generale, si vedono Ethan Hawke, Steve Zahn, Janeane Garofalo e pure Rene' Zellwegger, oltre allo stesso Stiller), e' quella che si "scompone" di meno. A dire: naturale ritrosia e sopraggiunta consapevolezza si guardano negli occhi e sembrano non piacersi; calcoli (che non tornano) e sacrosante pulsioni legate all'età davvero paiono non riconoscersi. Vale la pena, a questo riguardo, cedere la parola proprio a Coupland, per cercare di rintracciare una volta per tutte il corso sotterraneo di tale corrente psicologica, moto vorticoso che ispira il momento paradossalmente forse più felice dal punto di vista artistico di quest'attrice: "Quello che veramente mi colpiva era il modo in cui i giovanissimi sanno guardare negli occhi, con curiosità... Mi sembrava che quel modo, così innocente di guardare gli altri io l'avessi perduto per sempre e m'ero convint(o) che per i quarant'anni successivi non avrei fatto altro che girare in tondo e vivere la routine quotidiana, come una giovane mummia piena di polvere, che a ogni passo manda un rumore di maracas... Ma la mia crisi non era semplicemente il fallimento di una gioventù, era anche il fallimento di uno stile, del sesso e del futuro e di qualcos'altro ancora che non saprei definire. Ad un certo punto ho cominciato a vedere questo mondo come un mondo in cui la gente va a guardare, per esempio, la Venere di Milo - che non ha le braccia - e comincia a fantasticare di avere rapporti sessuali con un'invalida... Qualsiasi evento per me diventava un presagio, avevo perso la capacita di prendere le cose per quello che erano. Per cui sentivo il bisogno di una pagina bianca su cui nessuno andasse a leggere. Avevo bisogno di isolarmi ancora di più. La mia vita era diventata una successione di eventi accidentali e spaventosi che non volevano saperne di unirsi a creare un racconto interessante..." (D. Coupland, "Generazione X", 1991). Ecco: da questo momento in poi, Winona orbiterà, con ovvi aggiustamenti di rotta, in parallelo a quest'immaginario confine che separa il versante in luce da quello in ombra della rappresentazione e, nel profondo, della vita stessa, materializzando quella "strange brew", quella "strana mescolanza", quello "strano non-so-che" che secondo i Cream che lo hanno eternato cantandolo, dannerebbe chiunque: "She's a witch of trouble in electric blue/In her own mad mind she's in love with you/With you/Now what you gonna do ?/Strange brew... killin' what's inside you".

La sensazione prevalente che caratterizza gli anni successivi e che si acuirà dopo l'inattività forzata dovuta all'"incidente" da Saks, e' quella di un progressivo "scivolare" nei ruoli in modo più o meno convinto e convincente, lasciando cioè che siano quelli ad adattarsi alle giravolte del nuovo "mood" interiore e non viceversa. Calzante ma anodino, allora, quello nello spesso stucchevole "Little women"/"Piccole donne", 1994, dell'australiana Gillian Armstrong che le vale (e non e' escluso proprio per le ragioni qui citate in addebito) la candidatura all'Oscar come migliore attrice protagonista; caparbio e asciutto in "Boys"/id., 1990, di Stacy Cochran, come nell'ennesimo capitolo della saga di "Alien", "Alien: resurrection"/"Alien, la clonazione", 1997, di J- Pierre Jeunet, dove tiene botta al cospetto della "regina-madre" della serie, Sigourney Weaver; impastoiato nei luoghi comuni ("Girls interrupted"/"Ragazze interrotte", 1999, di James Mangold), quando non sommerso dal ridicolo involontario ("Autumn in New York"/"Autunno a New York", 2000, di Joan Chen) o, semplicemente, dall'irrilevanza ("Lost soul"/"La profezia", 2000, di Janusz Kaminski). Smaltita, poi, l'"impresentabilita'", Winona torna ma i suoi sforzi lasciano un segno molto esile negli occhi e nella memoria. Prove come quelle offerte in "The Darwin awards"/"Suicidi accidentali per menti poco evolute", 2006, di Finn Taylor; "A scanner darkly"/"Un oscuro scrutare", 2006, del discontinuo Linklater da un celebre romanzo di P. K. Dick; "The ten"/id., 2007, di David Wain; "Sex and death"/"Tutti i numeri del sesso", 2007, di Daniel Waters; "The informers"/"Vite oltre il limite", 2009, adattato da Easton Ellis sulla base dei suoi racconti e diretto da Greg Jordan, ribadito il non comune magnetismo e la pressoché intatta fotogenia, non vanno al di la' di "aggiustamenti in corso d'opera" di una consuetudine interpretativa per sempre lontana dagli stupori e dalle incertezze trasognate e travagliate della tarda adolescenza e di conseguenza volta alla scoperta delle pieghe nascoste rivelate da un mutato atteggiamento verso la propria esperienza professionale e di donna ormai matura. Scenari che si concreteranno - chissà quanto casualmente - alla soglia dell'età ingrata (i quaranta), nei panni dell'etoile messa da parte dai tempi che cambiano e dai sostituti che premono in "Black swan"/"Il cigno nero", 2010, di Darren Aronofsky. Qui la Ryder - ma lo stesso vale per l'atteggiamento spregiudicato e ricattatorio tenuto nella commedia di Ron Howard "The dilemma"/"Il dilemma", 2011 - lascia libero corso al "lato in ombra" (e con ogni probabilità a buona parte dei demoni che le hanno tenuto compagnia durante i periodi di depressione ed uso continuativo di farmaci) così che l'"acqua cheta" esce allo scoperto e indossa una delle non poche maschere a sua disposizione, quella dell'"erinni". Insofferenza e nausea diventano ora esplicite: alle labbra sottili sfugge una piega. I grandi occhi bruni si stringono sulle rivali - più giovani e con sempre meno scrupoli -; sulle vie di fuga quasi solo insoddisfacenti o artificiose. L'oggi dice che e' proprio su questi varchi di fascino oscuro, di seducente inquietudine, che si affacciano i primi quarant'anni di Winona Ryder, ex miss Horowitz, tanto sempre incantevole quanto sempre elusiva. La "strana mescolanza" s'e' arricchita di altri sapori, insomma, non necessariamente dolci. E il mistero continua.


TFK

lunedì, giugno 10, 2013

QUANDO MENO TE LO ASPETTI

Quando meno te lo aspetti (Au Bout de Conte)
di Agnes Jaoui
con Agathe Bonitzer, Jean Pierre Bacri, Agnes Jaoui
Francia, 2013
genere, commedia
durata 112'

Qual è il confine tra l'arte e la vita, ed in che percentuale la trasfigurazione del quotidiano integra l'esperienza del reale, quello vissuto quotidianamente senza neanche accorgerci di farlo. L'ultimo film di Agnes Jaoui, "Quando meno te lo aspetti", seppur tra le righe di una trama all'insegna del sogno e del fiabesco sembra riproporre con i limiti che ogni volta accompagnano il tentativo d'interpretazione dell'opera altrui, l'antico dilemma. La ragione è presto detta ed in qualche modo interessa tanto la storia con i suoi personaggi, che il modo di metterli in scena. Perché se da una parte il racconto della relazione tra Laura e Sandro, innamorati della speranza di aver trovato nell'altro la parte mancante, si porta dietro l'illusione ed il romanticismo degli anni giovanili, dall'altra l'intera vicenda, attraverso la totalità dei personaggi che la compongono, si colora di un non celato pessimismo, apparentemente frutto di due matrici che prescindono la creazione artistica: quella derivata dagli umori del tempo presente, che il film propone senza riferimenti diretti alla cronaca, ma attraverso la scelta di presentarci uno spaesamento emotivo che non risparmia nessuno, ed una più intima e personale che, appartiene al trascorso dei due autori, non solo di Agnes Jaoui ma anche di Jean Pierre Bacrì, co sceneggiatore di tutte le sue opere, arrivati al capolinea del loro menage matrimoniale prima dell'inizio delle riprese.

 

Ecco quindi farsi largo tra gli slanci appassionati dei due ragazzi, il sentimento di inadeguatezza di Pierre (Bacrì), il padre di Sandro, a mal partito con il ruolo di genitore delle figliolette della compagna e preoccupato dall'avvicinarsi del giorno in cui una veggente ha previsto la sua morte; l'insicurezza cronica di Marianne, la zia di Laura, aspirante attrice ed organizzatrice di recite per bambini, alle prese con una figlia traumatizzata dalla separazione dei genitori e per questo ossessionata dalla lettura della bibbia, ed infine la spietatezza di Maxime, una specie di lupo cattivo deciso a sfruttare le debolezze delle giovani donzelle e pronto a fare breccia nell'irrequitezza temperamentale di Laura (una monocorde Agathe Bonitzer).

 

Un menù stravagante ed eclettico che la Jaoui, amante delle storie corali mette insieme con un equilbrio che le permette di non perdere per strada nessuna delle sue componenti. In questo caso a farla da padrone sul piano dei contenuti sono, come spesso capita nei suoi film, le contraddizioni della natura umana e dei personaggi che la rappresentano, ognuno dei quali caratterizzato e spinto da motivazioni continuamente ribaltate ribaltate dai loro comportamenti, come capità a Laura ed alla sua passione "ballerina", ma anche a Sandro, ingenuo ed appassionato quando si tratta di riconoscere l'amore ma allo stesso tempo scaltro ed opportunista nel pianificare le tappe del suo successo professionale, per non parlare di Pierre, cinico e disilluso a parole, ma nell'intimo solo e spaventato. Commedia agrodolce e leggera costruita sulla brillantezza dei dialoghi e la scioltezza della recitazione, "Quando meno te lo aspetti" mostra il fianco a qualche perplessità soprattutto nella resa della dimensione favolistica in cui è immersa la storia, con il fiabesco parodiato attraverso le recite dei bambini presedute da Marianne, che rappresentano in modo scontato il contraltare scherzoso alla seriosità delle vicende degli adulti, oppure enfatizzato nel vezzo di far precedere l'inizio delle singole sequenze con pannelli introduttivi tratteggiati alla maniera dei pittori impressionisti da cui magicamente prendono vita ambienti e personaggi. Ma quello che non torna è soprattutto la mancanza di collante tra lo sguardo ironico e complice con cui l'autrice guarda ai suoi personaggi, più volte testimoniato dall'atteggiamento con cui Marianne/Jaoui tende a sdrammatizzare le situazioni, e quello strano senso di afflizione che si percepisce per tutta la durata del film.

Utilizzando una fotografia poco luminosa che sottrae alla vista contorni e prospettive, ed immerge gli ambienti in un buio innaturale, la Jaoui sembra voler aumentare la volatilità della natura umana. Così facendo però contribuisce a smorzare l'effervescenza contagiosa che caratterizzava i suoi film precedenti, regalandoci un intrattenimento che non riesce a pungere.

(pubblicata su ondacinema.it)

sabato, giugno 08, 2013

AFTER EARTH

After Earth
di MN Shyalaman
con Will Smith, Jaden Smith
Usa, 2013
genere, fantascienza
durata,100'

L'inizio fu un colpo di fulmine con un film come "Il sesto senso" (1999) capace di viaggiare sul filo che separa la realtà da ciò che viene dopo. Il seguito invece fu una striscia vincente di opere capaci di aggiornare l'immaginario contemporaneo alle istanze di un nuovo sincretismo religioso, riflesso di quel melting pot culturale e spirituale nel quale si era formato il suo autore, il regista MN Shylaman. Il risultato fu un nuovo modo di raccontare, che pur continuando ad appoggiarsi alla tradizione classica del cinema hollywoodiano si contaminava di una consapevolezza capace di rispondere alle ansie del nuovo millennio. Shyamalan in poco più di un decennio ci ha parlato di mondi - reali ed ultraterreni - convergenti, di minacce epocali e di paure contemporanee facendo coincidere la salvezza delle nostre esistenze con quella delle famiglie che hanno attraversato le sue storie, riuscendo quasi sempre a fare breccia nel cuore del suo pubblico. Un consenso fondamentale per il regista quando si è trattato di imporre scelte coraggiose e visioni personali, e che ora, alla luce della delusione commerciale dei suoi ultimi film, è forse la ragione principale, più ancora di un eventuale mancanza di ispirazione, del cambiamento radicale che prima "L'ultimo dominatore dell'aria" (2010) ed ora "After Earth" hanno determinato. E se nel primo caso poteva trattarsi di un'eccezione, il nuovo film, ideato e sponsorizzato da Will Smith sembra confermare la tendenza del nuovo corso, con Shyalaman impegnato a realizzare progetti altrui.

 

Il soggetto scritto dallo stesso Smith e sviluppato dal regista, autore (in comproprietà) della sceneggiatura, non si discosta di molto da uno dei temi più ricorrenti dell'ultimo cinema di fantascienza, che vede nella diaspora e nel successivo esilio della razza umana, costretta a fuggire dalla Terra per ragioni di varia invivibilità, il motivo principale di una malinconia struggente e dolorosa. Alle ragioni del cordoglio collettivo "After Earth" aggiunge un sottofondo più intimo e privato rapprensentato dal lutto che ha colpito il generale Cypher Rage (Will Smith) e la sua famiglia, sconvolti dalla morte della figlia uccisa da un Ursa, essere mostruoso creato dagli alieni per uccidere gli umani e colonizzare Primi Genia, il pianeta dove gli uomini si sono nel frattempo stabiliti. A fare le spese di questà tragedia è Kitai (Jaden Smith), figlio di Cypher, afflitto dai sensi di colpa per non essere riuscito a salvare la sorella, e di conseguenza convinto di doversi riguadagnare la fiducia del genitore. L'occasione per riuscirci avverrà nella maniera più drammatica quando Kitai ed il padre, miracolosamente sopravvissuti ad uno sciame meteorico ed al rocambolesco atterraggio sulla terra, si troveranno ad affrontare i pericoli di un ambiente pericolosamente ostile.

 

Se il filo conduttore della storia è il percorso ad ostacoli che Kitai dovrà superare per far scattare i soccorsi, le modalità d'esecuzione, con il padre immobilizzato tra i rottami dell'astronave ed impegnato a guidare il figlio attraverso le strumentazioni di bordo, innescano una serie di dinamiche tra i due personaggi in cui la poetica di Shyalaman, da sempre attento ai rapporti tra figli e genitori, sembra trovare il terreno fertile. Assistiamo così ad un vero e proprio racconto di formazione, in cui la lotta per la sopravvivenza costellata di fughe e di imboscate, procede di pari passo con l'emergere di una nuova consapevolezza (un altro leit motiv di Shyalaman) che permetterà al giovane apprendista di guarire le vecchie ferite ed esorcizzare le proprie paure.

Realizzato con possibilità faraoniche e cura di dettagli "After Earth" è impressionante quando si tratta di rendere la bellezza sublime ed insidiosa del paesaggio in cui si svolge la vicenda, con la natura rigogliosa e primordiale che ripropone in versione moderna dell'epoca preistorica. Diversamente quando si tratta di dare sostanza alla storia Shyalaman fa esattamente il contrario di quello che sa fare. Invece di lavorare in direzione di una verosimiglianza e di una tensione che nei suoi film migliori scaturivano dalla decisione di delegare al fuori campo la materia del fantastico, "After Earth" mette la "meraviglia" al centro dello schermo, dandogli fiato con una CG tanto perfetta quanto de­leterea in termini di empatia e di sorprese. A pagarne le spese sono soprattutto i personaggi e la loro storia, privata di una concreta umanità a favore della prevalenza fisica ed agonistica. Senza il vero Shyalaman "After Earth" mantiene in nuce le sue potenzialità, limitandosi - nel suo significato più importante - a fare il verso a "Star Wars", con le cognizioni e la disciplina che Kita apprenderà nel corso della vicenda ricalcata sul concetto della "forza" espressa nella celebre saga di George Lucas.

A proposito di: "Only God forgives", abbecedario della fine.




Nei "Frammenti postumi" Nietzsche riflettendo, tra l'altro, sulle linee guida del pensiero occidentale che sostanziano la descrizione del mondo da lui configurato, osserva il progressivo emergere di una presenza che definisce "la più inquietante di tutte" - quella del nichilismo - giungendo ad una constatazione (altrettanto inquietante): "Manca il fine", dice, e sembra di sentirlo sussurrare lento, "manca la risposta al ". Subito un sapido paradosso: per un cinema vistoso quanto scostante, spesso additato di una nemmeno tanto occulta combutta col nichilismo di cui sopra, come quello del nuovo oggetto di culto Nicolas Winding Refn, la visione di "OGf" prefigura addirittura l'eventualità di una semplice quanto netta risposta: da qui non si torna indietro (o non si esce ma cambia poco). E "qui" e' la materializzazione della somma distorta e stenotica degi sbattimenti iper-cinetici dei vari "Pusher"; dei silenzi ancestrali e arcani e delle punizioni rituali/simboliche di "Walhalla rising"; degli istrionismi teatral muscolari, fluorescenti e criptogay di "Bronson": della tenerezza subliminale di "Drive". "Qui" e' la nana bianca super compressa (o, se vogliamo, lo sciacquone) di un'idea di Cinema e delle sue suggestioni - dal poliziesco americano anni '70 ai labirinti ignoti, angoli residuali e penombre di città impossibili tra Ballard e Lynch; dalla fascinazione per gli spaghetti-western (chiaro il riferimento al Colizzi/Hill/Spencer di "Dio perdona... io no !", 1967) ai debiti stilistici verso una matrice "orientale" per le geometrie della messinscena e per la raffigurazione della violenza; dal grottesco triste e dalla grigia mestizia delle "kitchen sink drama" alle sospensioni "incongruenti" dei karaoke alla saccarina - a cui OGf" intima di variare l'orizzonte degli eventi, la porta abisso-nero cornice di un'inquadratura ultima affogata in un unico esausto globulo rosso di pareti, fondali, riflessi, che ripugna e attrae irresistibilmente vibrando sulle frequenze della fine - della morte - come impossibilita' di gettare uno sguardo se non per essere respinti al di qua della soglia e "meritare" il passaggio solo assecondando i dettami del martirio, viatico (e approdo suo malgrado del nichilismo), per mutare una volta per tutte stato (nel caso, forma/Cinema) e così (ri)deflagrare/reagire in una serie di spasmi nuovi, in una nuova vita, se e' vero il verso di Holderlin "Ma la' dove c'e il pericolo cresce/ anche ciò che salva" e il fatto che l'unica alternativa sarebbe la fiacca ripetizione dell'uguale.


"OGf", nella prospettiva della fine - della sua propria fine - recupera e ricombina in egual dosi di abilita' e furbizia gran parte degli snodi linguistici ed estetici che avevano caratterizzato il Cinema che lo ha prodotto come voce espressiva (il parossismo della violenza e la "necessita'" del sangue; l'inquadramento quasi marziale di parole e atteggiamenti; la saturazione cianotica dei cromatismi; le staticità oniriche e gl'intermezzi di una soavità sinistra; l'insopprimibile misoginia e una larvata ancorché diffusa rassegnazione all'impotenza; l'assenza di margine per distinguere l'esperienza umana da un mondo che quella stessa esperienza ha contribuito a rendere un luogo desolato e desacralizzato e dalla freddezza atona del denaro, attraverso la ricerca della prossimità e del contatto con l'altro ridotta a fremito sottocutaneo o affidata ad un'insistenza languida quanto meccanica dello sguardo) ma con un moto inerziale adesso decrescente, in una sorta di progressivo rallentamento della forza vitale/motrice delle immagini. Man mano che si "procede", cioè, la mdp lesina i suoi movimenti laterali, i suoi rari scatti e retrocede, alternando piani, isolando spazi il cui dinamismo e' frutto della profondità di campo e degli straniti spostamenti al suo interno, fino a consegnarsi immobile - il film si apre e si chiude su una tozza katana che attraversa lo schermo - alla lama che la libererà (?).



Bruciati i ponti alle spalle, cosa resta in "OGf" della brutalità sanguinolenta, dei bagliori di colore dei fiori o delle vetrine, degli arredamenti insulsi o posticci o patologicamente carichi, delle cupezze e delle lentezze minacciose ? Resta un tritume sfinito di accorgimenti retorici, brandelli dell'eternamente degradata immagine di noi stessi, di ciò che abbiamo fatto del nostro modo di vivere e dei nostri rapporti, affidati in toto all'amoralità tecnica delle cifre e dei profitti, oltre alla miserabile litania delle coazioni di sempre (miserabile per il suo implacabile ripresentarsi sotto forma di enigmi la cui soluzione e' ogni volta demandata ad un provvidenziale intervento esterno o di alibi per qualunque abiezione): legami contorti - se non nessun legame - con l'altro sesso e col proprio corpo (sempre in apparenza tonico come impone l'atletismo giovanilistico del "primo mondo" ma che sembra non rispondere più a nessuno stimolo), da complicare ulteriormente con complessi edipici latenti/irrisolti/rimossi e spettri incestuosi (Kristin Scott Thomas, una delle quintessenze del piglio aristocratico, qui arancio/cremisi laccata, capigliatura platino modello Donatella Versace, abiti pacchiani, super boss del narcotraffico, Medea morbosa e sprezzante, sospesa in una sola favolosa manciata di fotogrammi in posa plastica a scimmiottare e pervertire al tempo l'eterea grazia delle "muse" di Mucha, in grado di apostrofare l'accompagnatrice/pseudo fidanzata del figlio minore Gosling con un "How many cocks can you entertain in that cum dumpster of yours ?", la cui interpretazione, per ovvi motivi, lasciamo ai più ardimentosi, e che non arretra neanche di fronte alla possibilità di distribuire piacevolezze assortite intorno alla consistenza dei "membri" di famiglia); un'afasia prossima all'autismo e all'abbrutimento (Gosling, grosso beagle semi catatonico si aggira per la pellicola e pronuncia in tutto una cinquantina di parole, non necessariamente sensate; il fratello maggiore stupra e ammazza una ragazzina senza fare una piega, quasi controvoglia, e pressoché allo stesso modo si lascia massacrare dal di lei padre), la cui impassibilità e' conseguenza diretta della passività e della protervia, della pretesa arrogante e omicida di partecipare al mondo senza conoscerlo e senza frequentarlo ma comprandolo, possedendolo - cioè, meramente, abusandone - e che, quindi, nulla può contro la millimetrica imperturbabilità di un'autorità corrotta ma vigile (Chang, l'ufficiale di polizia, maestro di torture e inesorabile spadaccino), implacabile nel ridefinire e, a suo modo, ribadire la necessita' del limite, avvertita, ma più di ogni altra cosa ancora pronta nell'agire, e a cui quella non può che offrirsi nuda e vile, immeritevole, appunto, di perdono.




Con "OGf", insomma, il danese-americano Refn si caccia da solo nella buca. Tutto da vedere - e la cosa si prospetta interessante - come cercherà di venirne fuori.


TFK

venerdì, giugno 07, 2013

CARLO!

Carlo!
di Fabio Ferzetti, Gianfranco Giagni
con Carlo Verdone, Goffredo Fofi, Margherita Buy
Italia 2012
genere documentario
durata, 76

La carriera di un artista è materia volatile, soggetta a mille variabili e alle incognite di chi si trova non solo a fare i conti con se stesso, a ragionare con le idiosincrasie di una personalità che diventa arte attraverso continue revisioni psicologiche, ma anche per il fatto di avere a che fare con il gusto degli altri: del pubblico innanzitutto, irrazionale e volubile, ago della bilancia di formidabili ascese e rovinose catastrofi, dei produttori eternamente condizionati da matematiche finanziare, e poi non ultime dalle persone che appartengono alla sfera personale. Famiglie allargate chiamate a misurare con gesti affettuosi il passare del tempo e lo stato dell'arte di chi vuole continuare a dialogare con il proprio tempo.

Per questi motivi realizzare un film su un attore/regista come Carlo Verdone non era facile. Ma non solo: di mezzo c'era anche un immaginario ingombrante per longevità, successo e per quel trasformismo che appartiene alla capacità di metabolizzare un'epoca nel rinnovamento continuo del proprio repertorio. Segnali di un talento inequivocabile e proprio per questo difficile da ingabbiare in un contenitore come quello realizzato da Fabio Ferzetti e Gianfranco Giagni, che in poco più di un'ora e mezza aveva il compito di fare il punto su un vitalismo di tale portata. In casi come questi la difficoltà di cogliere l'essenza del soggetto, di toccare i territori dove nasce la visione si trasforma non di rado in una celebrazione acritica che non aiuta ad approfondire né l'uomo né l'artista, come per esempio si è verificato nel recente documentario dedicato a Woody Allen (Woody, 2012).

Cosa che per l'appunto non succede in "Carlo!". A distinguerlo da operazioni analoghe c'è innanzitutto la generosità di Verdone che nel restare se stesso anche di fronte alla macchina da presa si apre ad un sorta di confessione in cui ricordi più dolorosi come quello della recente scomparsa del padre, oppure leggeri, legati ad una gioventù tutto sommato spensierata, prendono vita con un paesaggio che la telecamera fa rivivere attraverso materiali di repertorio eterogenei (d'archivio o super 8 provenienti anche dalla cineteca personale), ma anche visitandone luoghi e paesaggi: dalla casa natale, ormai vuota ma ricca di presenze imperiture, alla spiaggia di ostia dove Verdone ancora bambino si divertiva insieme ai coetanei durante la colonia estiva, ed ancora a ponte Sisto, dove il capodanno veniva celebrato con abbondante uso di fuochi d'artificio. Ma c'è in "Carlo!" anche la capacità dei realizzatori di indagare il personaggio senza sradicarlo dal proprio contesto, immergendolo anzi in un set immaginario e scenografico, con Verdone seduto sulla sedia da regista, appena illuminato da un cono di luce a restituirne l'inconfondibile figura. E' lì, circondato da un buio fisico e ancestrale dal sapore felliniano (non a caso il Sordi de "Lo sceicco bianco" è uno dei riferimenti artistici del protagonista) che il film prende forma, diventando diario intimo e insieme antologia, con gag e sequenze tratte dagli anni della gavetta - dai primi lavori televisivi agli esordi cinematografici basati quasi esclusivamente sulla caratterizzazione dei personaggi - fino alle ultime opere dove l'importanza dei temi rispetto alla caricatura e alle maschere ha permesso a Verdone di essere sdoganato da una parte di critica che per quel motivo lo aveva relegato a palcoscenici di secondo piano. E se il carosello di amici e compagni di lavoro è ovviamente a suo favore, il film si mantiene comunque obiettivo quando lascia spazio ai chiaroscuri, evitando di tagliare interventi come quello di Goffredo Fofi, che pur condividendo il giudizio generale, avanzano qualche dubbio sulle doti registiche del cineasta. Insomma un ritratto a tutto tondo che fa riflettere e divertire, e che meriterebbe l'uscita nelle sale anziché la destinazione home video annunciata dal produttore.
(pubblicato su ondacinema.it/speciale festival di Roma 2012)

INTERVISTA

Segnaliamo un'intervista rilasciata dal nostro Fabrizio Luperto sul blog "colpidiscena".
Questo il link:
http://colpidiscena.blogspot.it/2013/06/la-critica-on-line-le-migliori.html#more

giovedì, giugno 06, 2013

Il Ministro

L MINISTRO (Fra 2011)
Regia: Pierre Schoeller


Il Ministro dei Trasporti Bertrand Saint-Jean (O. Gourmet) viene svegliato nel cuore della notte. Un autobus è uscito fuori strada e ci sono diversi morti. Non c’è scelta, bisogna andare sul posto.
Comincia così l’odissea di un uomo di Stato in un mondo sempre più complesso e ostile.
Lotte di potere, caos, crisi economica.

Strano il destino italiano de Il Ministro.
Girato nel 2011, presentato a Cannes, uscito nelle sale italiane il 18 aprile 2013, già disponibile in dvd e finito in tv (La Effe, la nuova tv di Feltrinelli) appena un mese dopo.

Il film si apre con una donna nuda che entra nelle fauci di un coccodrillo: l'eccitazione del potere.
E su questo terreno che Schoeller gioca la prima parte del film con personaggi che urlano, vomitano, stanno male, mentre esercitano le loro funzioni, in poche parole non solo freddi calcolatori che guardano al loro interesse, ma anche uomini fatti di carne, sangue, viscere.
Una volta introdotto lo spettatore nelle stanze del potere politico francese, il regista, con mano sapiente, costruisce un meccanismo ad orologeria, dove i protagonisti alternano dimostrazioni di amicizia e tradimenti, complicità e voltafaccia.

L'esordiente Schoeller è attento a non alimentare i luoghi comuni sui politici e a fomentare l'antipolitica, ma traccia un freddo identikit molto realistico, quasi una radiografia,  mettendo lo spettatore nella condizione di interpretare le situazioni in maniera del tutto personale.
Anche perché quello che la sceneggiatura vuole davvero mettere in evidenza è la solitudine e la complessita' del protagonista, un uomo circondato da decine di collaboratori ma perennemente solo, nel quale risulta difficile individuare dove finisce il cinismo e comincia l'ideale.

In definitiva, per chi scrive, Il Ministro è un buon film che comunque deve molto ad uno straordinario Michel Blanc e al sempre grande Olivier Gourmet.
L'attore feticcio dei fratelli Dardenne, visto recentemente anche ne Il cecchino di Michele Placido, offre una prova maiuscola, riuscendo a dare spessore psicologico al proprio personaggio anche con un semplice gesto della mano.

Fabrizio Luperto

THE BAY

The Bay
di Barry Levinson
con Kristen Connolly, Kimberly Campbell
Usa 2012
genere, horror, fantascienza
durata, 84


Pìù dell'esegesi potrebbe tornare utile la lettura delle note di produzione. In quel caso si scoprirebbe che dietro "The Bay", horror low budget diretto da Barry Levinson si nasconde un sodalizio di teste pensanti ed abili esecutori capaci in pochi anni di piazzarsi nei piani alti della finanza cinematografica mettendo a punto un format ad alto tasso di rendimento, con investimenti limitati e ricavi altisonanti. Stiamo parlando di Jason Blum e della sua Bloomhouse, casa di produzione artefice di successi come la serie "Paranormal Activity", "Insidious" (2010) e recentemente di "Sinister" (2012) interpretato da Ethan Hawke, e poi tra gli altri di Ori Peli, regista di riferimento dei film prodotti da Blum. La crescita costante è confermata in questo caso dal coinvolgimento di un regista di serie A come Barry Levinson, già vincitore di un Oscar, ed autore di opere importanti come , "Rain Man" (1988) e "Jimmy Hollywood" (1994), ma anche, è il caso di ricordarlo, di "Sfera" (1998), incursione nella fantascienza di un autore che si pensava eclettico, ma non fino al punto di accettare la direzione di un b movie come "The Bay".

Ed invece, togliendosi galloni ed età anagrafica, Levinson si butta a capofitto nell'impresa con voglia e stile da ragazzino per raccontare la storia di una cittadina di mare, la cui esistenza viene sconvolta da un misterioso virus che inizia a decimarne gli abitanti. A raccontare l'apocalisse una giornalista al primo giorno di lavoro, ed i filmati delle vittime, tutte quante, nessuna esclusa, puntuali nel testimoniare con ogni mezzo lo sbigottimento e l'orrore di quell'esperienza.

Disaster movie con venature ecologiste, "The Bay" è soprattutto un horror che, alla pari di altri che l'hanno preceduto si presta ad una duplice lettura. Da una parte c'è la trasfigurazione di una civiltà in declino, condannata all'estinzione nel giorno della sua celebrazione (l'azione è infatti concentrata nell'arco delle 24 ore a cavallo dell'Indipendence day) a causa dell'inquinamento ambientale da lei stesso provocato. Dall'altra emerge in maniera prepotente la riflessione sul mezzo cinematografico e sull'influenza che esso ha subito sul piano delle immagini per il moltiplicarsi dei formati e delle fonti. Due aspetti che "The Bay" riesce ad integrare con l'escamotage del found footage,  - quello che vediamo è il documentario assemblato dalla giornalista - capace di realizzare una discesa negli inferi verosimile e disturbante, utilizzando fonti visive eterogenee  - dagli sms ad internet, dalla riprese via Hi Phone alle telecamere a circuito chiuso - che acuiscono la sensazione di no way out attraverso la materializzazione di un terzo "occhio", ubiquo ma impassibile nella registrazione dello sconvolgentente avvenimento; inno alle possibilità della tecnica cinematografica e contemporaneamente de profundis su un' arte ridotta ad un reality omnicomprensivo. Se la scelta di interpreti semi sconosciuti è funzionale al tono pseudo amatoriale delle riprese - in realtà controllate e studiate nel minimo dettaglio - e la svolta in chiave horror che fa del batterio carnivoro annidato nelle acque della baia un killer all'altezza della situazione, "The Bay" paga dazio per una imprevedibilità, anche formale, che gli aficionados della Bloomhouse hanno imparato a conoscere. Così alla fine si resta più ammirati dal talento artigianale dell'operazione che dalla sua capacità di sorprendere.

mercoledì, giugno 05, 2013

Film in sala dal 6 giugno 2013

After Earth - Dopo la fine del mondo
(After Earth)
GENERE: Fantascienza, Avventura
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: M. Night Shyamalan
CAST: Will Smith, Jaden Smith, Isabelle Fuhrman, David Denman, Kristofer Hivju, Zoe Kravitz


Holy Motors
(Holy Motors)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Francia
REGIA: Leos Carax
CAST: Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kylie Minogue, Michel Piccoli, Elise Lhomeau


Il futuro
(The future)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Germania, Spagna, Italia, Cile
REGIA: Alicia Scherson
CAST: Manuela Martelli, Luigi Ciardo, Rutger Hauer, Nicolas Vaporidis, Alessandro Giallocosta, Pino Calabrese


Paulette
(Paulette)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Francia
REGIA: Jérôme Enrico
CAST: Bernadette Lafont, Dominique Lavanant, Carmen Maura, Françoise Bertin, Andre' Penvern, Axelle Laffont


Quando meno te lo aspetti
(Au bout du conte)
GENERE: Commedia
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Francia
REGIA: Agnes Jaoui
CAST: Jean-Pierre Bacri, Agathe Bonitzer, Agnes Jaoui, Arthur Dupont, Benjamin Biolay, Dominique Valadie'


The Bay
(The Bay)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Barry Levinson
CAST: Christopher Denham, Kristen Connolly, Michael Beasley, Lauren Cohn, Jane McNeill, Alisa Harris


The Butterfly Room - la stanza delle farfalle
(The Butterfly Room)
GENERE: Thriller
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Italia, USA
REGIA: Jonathan Zarantonello
CAST: Barbara Steele, Ray Wise, Erica Leerhsen, Heather Langenkamp, Ellery Sprayberry , Julia Putnam


Voices
(Pitch Perfect)
GENERE: Commedia, Musical
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Jason Moore
CAST: Anna Kendrick, Elizabeth Banks, Alexis Knapp, Rebel Wilson, Brittany Snow, Christopher Mintz-Plasse


P.O.E. Poetry of Eerie
(P.O.E. Poetry of Eerie)
GENERE: Horror, Mystery
ANNO: 2011
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Angelo Capasso, Giuseppe Capasso, Alessandro Giordani, Edo Tagliavini
CAST: Mariano Aprea, Lorenzo Semorile, Luca Canonici, Laura

lunedì, giugno 03, 2013

Ritratti: WINONA RYDER (I)



"She, she wanted to be,
a secret girl, in her own world".
- Brad -



L'immaginazione si alimenta di tante suggestioni, non necessariamente nobili (o presunte tali). L'attore in particolar modo - inteso come essere umano che incarna in un ruolo la vita di un altro - esposto per definizione alla curiosità, ai paragoni, all'ammirazione, in sostanza al giudizio, molto spesso diventa il centro di aggregazione (e in ciò il lavorio dei media svolge un compito determinante, tanto da avere intasato gli scaffali della pamphlettistica in materia) di sentimenti contraddittori, che vanno da una sorta di istanza riparatoria di giustizia venata di livore e rivalsa, ad un compassato cinismo che si reputa oramai impermeabile a qualunque sollecitazione. Dall'incredulità circa i risvolti "autodistruttivi" o più o meno "maledetti" di esistenze considerate tanto "dorate", "speciali", quanto aprioristicamente risolte, pacificate; agli immarcescibili sospetti di manovre complottistiche o denigratorie ordite da chissà chi ai danni di colei/colui che per mille motivi - quasi nessuno razionale - abbiamo eletto a paladina/o delle nostre fantasie più segrete.

E' il caso dell'americana Winona Horowitz, in arte Ryder, (e già il nome, Winona, mutuato sic et simpliciter dalla cittadina del Minnesota che le ha dato i natali nell'ottobre del 1971, sembra fatto su misura per il cinema, nonché per stimolare tutta una serie di ghiribizzi associativi, magari ingenui, magari maliziosi ma non per questo più esplicativi), beccata presso i Magazzini "Saks" di Beverly Hills, mentre declinava l'anno di grazia duemila e uno, a praticarsi dei super sconti da sola (leggi "rubare") per una cifra vicina a $ 5000 in capi di vestiario "abbinati" ad una consistente provvista di farmaci. In linea teorica, apriti cielo ! Un po' di bocche a culo di piccione, intemerate un tanto al chilo ed altrettanti bla, bla. Come quasi sempre accade, poi, "aggiustare", "(ri)costruire", per non parlare di "capire", e' più complicato che "sfasciare", e il tentativo di ricondurre l'accaduto entro gli ipoteticamente ragionevoli limiti di una patologia (la non più signorina Horowitz si dichiaro' cleptomane) oltre ad avere le fattezze un po' dimesse della classica "toppa peggiore del buco", a costarle una salata ammenda speziata con tre anni di libertà vigilata e il contorno di qualche centinaio di ore di attività di volontariato, ha finito per sedimentare un lustro abbondante di "quarantena cinematografica", lasciando davanti ai nostri occhi, di fatto dov'erano, e cioè a galla sul mare magno delle ipotesi e delle ambiguità - sempre ben isolati le une dagli altri - le suggestioni, i sentimenti ambivalenti, i pregiudizi e le incredulità di cui sopra.

Classe '71, si accennava - coeva quindi di tipe almeno altrettanto sofisticate, come la Connelly o la britannica Weisz; ma pure di altre, magari meno "cool", eppure lo stesso in grado di ritagliarsi una certa riconoscibilità, come Denise Richards o Carla Cugino - minuta, d'incarnato madreperlaceo, folti capelli corvini attorno a cui uno come Poe avrebbe volentieri circumnavigato col passo stranito di un paio di quei suoi versi feerici e inconsolabili (indipendentemente dal fatto che la nostra non e' una bruna naturale); elegante, uno zinzino snob e come solo le americane sanno essere, in specie le provinciali, ovvero con quel particolare intimo brio misto a ritegno che le trasforma senza sforzo apparente in "ragazze dei quartieri alti" avendo, almeno agli esordi, frequentato l'"upper east side" solo a chiacchiere e forse neppure a forza di queste; ovale piccolo e regolare, labbra sottili, grandi occhi scuri entro cui si sono persi alcuni bei nomi non solo hollywoodiani, cadendoci mani e piedi (da Johnny Depp pre-smorfie, il quale, a frittata fatta, non ha trovato di meglio che ricorrere ad un tipico espediente maschile, più o meno patetico, escogitato al fine di metabolizzare - nelle intenzioni "virilmente" - la supposta di fiele che gli era stata appena somministrata - nel caso abradersi dalla spalla l'ipoteca sul futuro vergata nella forma "Winona forever", per farla diventare nientepopodimenoche "Wino forever" -; al cantante dei Soul Asylum, David Pirner; fino a Matt Damon, dalla relazione col quale pare, stavolta, ad uscirne ammaccata sia stata proprio miss Horowitz), la Ryder appare per la prima volta - appena quindicenne - nel teen- movie "problematico" pure se a base di nerds, sbruffoncelli e ragazzine intrappolate nel rigido codice della "popolarità", "Lucas", di David Seltzer (1986). Sebbene in un ruolo da "rookie", Winona comincia a sgrossare quel personaggio di adolescente appartato e precocemente maturo quanto caustico ed intrigante che l'avrebbe impressa qualche anno dopo nella memoria di molti suoi coetanei e non solo, come uno degli interpreti più tipici della cosiddetta "X generation". Prova ne e' che quest'esordio, nonostante la scarsa eco del film (il quale, e' interessante ricordarlo, al netto di una placida adesione agli stereotipi del genere, ambiva a collocarsi comunque nell'allora nascente campo d'addestramento della commedia giovanile con risvolti meno ridanciani - leggasi "risate, rutti e tette" - e un minimo più attenta alle contraddizioni psicologiche dell'età travagliata che mette sotto osservazione) la fa rimbalzare nemmeno un biennio dopo dentro l'universo colorato e dispettoso di Tim Burton che - siamo nel 1988 - le affida la parte dell'aspirante suicida Lydia in "Beetlejuice".

Da qui si apre una fase in cui il ruolo di ragazza-non-comune si precisa in vero e proprio personaggio originale e a suo modo innovativo che, con sfumature diverse, alimenta opere come "Heathers"/"Schegge di follia", 1989, di Michael Lehmann; "Edward scissorhands"/"Edward mani di forbice", 1990, ancora di Burton e "Mermaids"/"Sirene", 1990, di Richard Benjamin. Nell'acido film di Lehmann, ad esempio, Winona/Veronica briga assieme all'irrequieto Christian Slater/"JD" per eliminare non solo metaforicamente i compagni di liceo fatui ed arroganti. Anime chiaroscurate simbiotiche, i due si attraggono con uno slancio e un'ambiguita ' che soprattutto nel caso della Ryder risulta non solo funzionale alla narrazione ma si candida ad essere espressione sintomatica del disagio di una generazione - quella degli incipienti anni '90 - quanto meno perplessa, se non addirittura abbandonata a se stessa nel tentativo di drenare/espellere gli effetti tossici degli "united states of unconsciousness" edonistico/consumistici somministratigli oramai da oltre un decennio e in dosi da cavallo. D'altro canto, la scostante figura di Slater (Jason Dean, detto "JD", nomen omen), ribelle sul serio "senza causa" (e' sostanzialmente il disgusto e il rifiuto a muoverlo, non un disperato tentativo di riattivare i canali di comunicazione interrotti col mondo ottuso e sordo della tronfia America tardo eisenhoweriana, come da intendimenti del suo più celebre antesignano), rivela un fiato cortissimo, inserita com'è in un asfissiante panorama, quello della plastificazione pianificata (i fatidici anni '80, davvero "l'inizio di qualcosa" come e' stato osservato, qualcosa i cui sviluppi sono tutt'altro che esauriti) che ha da tempo fagocitato non tanto il suo anelito - più o meno autentico - di rivalsa e cambiamento, quanto la sua stessa funzione di rottura anticonformista (e su questo Lehmann aveva avuto la vista lunga), risputandola nella ripetizione di gesti e parole utili alla mercificazione, così come metabolizzandola facile nella consistenza caramellosa del cliché. Tornando alla Ryder, gli interludi più "pop", genericamente riconducibili al passo e alle atmosfere della commedia, vuoi nera (Burton), vuoi con coloriture tutto sommato edificanti (Benjamin), non alterano di molto il quadro di riferimento appena accennato. Preludono, pero', ad una ulteriore emersione di certi caratteri che la mano di due pesi massimi (Coppola e Scorsese) renderanno evidenti: ovvero l'incarnazione da parte della ex signorina Horowitz di un tipo di giovane donna che più che dalle gemmazioni hippy-movimentiste dell'albero familiare (pensiamo ai genitori vicini ad alcuni nomi celebri della controcultura USA, tipo Huxley, Leary, Ginsberg), sembra scaturire dalle infiorescenze sparse di certa tradizione anglo-americana: dall'attualizzazione di fiori curiosi, cioè, cristallizzati agli albori di un secolo, il ventesimo (impostosi poi come quello dell'"american way of life"), nella forma, per dire, delle "flappers" con il loro piglio sbarazzino (nel senso di smorfie fuggevolmente sornione a inseguire sguardi graziosamente esitanti per accennare sorrisi sfacciatamente autoindulgenti), cara a Fitzgerald o, all'opposto, in quella plasmata attorno al mirabile equilibrio tra accenni controllati di deliquio e sofisticatezza estrema della "Lady Agnew" di John Singer Sargent, gemella omozigote della malandrina compostezza a dissimulare uno scrupolo calcolatore, delle "Gibson girls".


TFK

- parte prima -

sabato, giugno 01, 2013

TUTTI PAZZI PER ROSE

Tutti pazzi per Rose - Populaire
di  Regis Roinsard
interpreti, Bérénice Bejo, Miou-miou , Mélanie Bernier, Romain Duris, Déborah François
Francia, 2012
genere, commedia
durata, 90' 


Che l'autostima non fosse mai mancata al cinema francese è un fatto ormai noto, perché la fiducia nei propri mezzi è una prerogativa naturale di quel popolo. A rafforzarla ulteriormente ci ha pensato una lunga striscia di affermazioni capaci di varcare i confini nazionali, per sostituirsi addirittura ad Hollywood, nella produzione di opere citazioniste ("The Artist") e di prodotti derivativi (il dittico legato a "Taken"). In questo senso un film come "Populaire" sembra fatto apposta per confermare all'ennesima potenza e per diversi motivi questo tipo di affermazione. Il primo, quello principale, risiede nel fatto che la storia d'amore raccontata dal film francese sembra un'invasione di campo nell'immaginario di un certo tipo di commedia che negli anni d'oro del cinema americano era frequentata da gente del calibro di Rock Hudson e Doris Day. E secondariamente perchè la riscoperta delle ingenuità e dei colori del technicolor che è possibile ritrovare nel film di Regis Roinsard trova terreno fertile e, quasi, si sovrappone nel continuare a rilanciare in termini di confidenza e di spendibilità sul piano del mito, quegli anni 50, resi epici da un serial-tv come "Mad Men". Un'impresa non da poco quella di rivaleggiare con un bagaglio iconografico e di tradizione così importante come quello americano, mantenendo un punto di vista tutto francese sulla materia messa in scena. È, infatti, vero che se la relazione tra Rose e Louise è scandita da una forma di spettacolo che punta molto sull'intrattenimento e l'empatia dei personaggi, e che l'incipit della storia, ovvero l'idea che Rose attraverso l'allenamento messo a punto da Louise possa diventare una campionessa di dattilografia, con la scalata al successo costellata da altrettante cadute e resurrezioni, facendo assomigliare "Populaire" ad una versione in gonnella di "Rocky", è altresì certo che la decostruzione operata sul genere, mascherata abilmente durante tutto il corso della pellicola e poi tirata fuori solo nella scena finale, con una battuta conclusiva - "agli americani il business ai francesi l'amore" - che sembra prendere le distanze da una pura operazione imitativa, certificando il sapore transalpino dell'intera operazione.

 

Ma "Populaire" non finisce qui, perché, oltre all'abilità di coinvolgere lo spettatore dal punto di vista visivo, con una ricostruzione d'epoca frizzante e variopinta, ed emotivo, con saliscendi umorali legati ad una dialettica da "battaglia dei sessi" sul tipo di quella che animava i duetti tra Spencer Tracy e Katherine Hepburn, il film francese è bravo a modulare i toni del racconto. Così, se nella prima parte del film, quella che introduce i personaggi e li definisce nella loro schermaglia amorosa, le atmosfere sono giocose e scanzonate - basterebbe citare la sequenza del colloquio per il posto di lavoro in cui l'aggressività delle concorrenti più smaliziate dà modo a Rose di far vedere con un body language da commedia splapstick il suo carattere insieme ingenuo e determinato - nella seconda, la vicenda si fa commovente e carica di trepidazione, soprattutto dalla parte in cui Louise arriva a farci credere di poter fare a meno della sua amata pupilla - per la scoperta dei motivi che impediscono al ragazzo di lasciarsi andare alla passione di quel legame. Certamente non mancano i difetti, come quello di esagerare con gli ammiccamenti, soprattutto sul versante femminile e di scegliere un'interpretazione maschile un po' troppo monocorde per i tormenti che il ruolo lascia presuppore. Ma in definitiva sono mancanze lievi, che non alterano di un millimetro empatia e godibilità.

 

Recitato da uno dei campioni del cinema d'oltralpe, quel Romain Duris oramai convertito ad un eclettismo che gli permette di passare senza soluzione di continuità da un cinema d'autore come quello di Jaques Audiard ("Tutti i battiti del mio cuore", 2005) a quello disimpegnato e ridanciano di titoli come "Il truffacuori" (2011), e, soprattutto, da una partner femminile, Mélanie Bernier, capace di recitare con lo sguardo e di rivaleggiare in termini di empatia con la Bérènice Bejo di "The Artist"(2011), qui in un ruolo secondario ma fondamentale nell'economia del film, "Populaire" non farà nessuna fatica a continuare a camminare lungo i sentieri dorati del cinema francese. 
(pubblicata su ondacinema/speciale festival di Roma 2012)

Onore il padre e la madre / Before the devil knows you're dead


Film Telecomandati
Before the devil knows you're dead

di: S. Lumet
con: P. Seymour Hoffman, E. Hawke, M. Tomei, A. Finney
- USA 2007 -
125'


Il vecchio Lumet torna a temi che hanno caratterizzato buona parte della sua produzione - la grande metropoli e le sue desolate propaggini suburbane come giustapposizione di solitudini e groviglio di tentazioni quasi mai commendevoli; crocevia psicologici e improbabili scappatoie che si aprono di fronte al singolo chiamato ogni volta a scegliere; la prepotenza crudele e beffarda del caso; la necessita' di un lucido sguardo morale - e orchestra questa cupa parabola in cui avidità e redenzione si allontanano l'una dall'altra ad ogni sequenza; cinismo e debolezza sembrano complementari ma non sono che la medesima faccia di una consunta medaglia.

L'epigrafe originale usata come titolo sfrutta il recitativo dal passo biblico - "before the devil knows you're dead" come ammonimento ironico a servirsi in maniera consapevole del libero arbitrio, insinuando, pero', con la semplicità stessa della sua evidenza, il sospetto di una fatale e maligna mistificazione e fraintendimento ad opera dell'agire umano, al termine del quale non c'è che il ghigno esausto della Grande Mietitrice.

Virato in prevalenza sui toni di un grigio metallico con caldi riverberi bluastri - una sorta di muto e gelido lucore sembra avvolgere l'intera storia - l'opera si affida ad una scrittura asciutta e impietosa, all'inesorabilità dell'ingranaggio che via via stringe i protagonisti come una morsa che il divincolarsi sempre più nevrotico non fa che serrare ulteriormente. Attori (Seymour Hoffman, Hawke, Finney) affiatati e in parte. Da non dimenticare la meravigliosa indolenza velata di tristezza a scivolare dal corpo morbido di Marisa Tomei.

(Sabato 01/06, IRIS, ore 13 ca.)


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