giovedì, settembre 10, 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: NO ESCAPE - COLPO DI STATO

No Escape - Colpo di stato
di John Erick Dowdle
con Owen Wilson, Pierce Brosnan, John Erick Dowdle 
Usa, 2015
genere, azione thriller, drammatico
durata, 103'


In che modo si misura la tragedia di un popolo e in quale maniera il trauma di un evento nefasto si manifesta nella mentalità e nel modo di agire di chi è sopravvissuto. Se per esempio si volesse tenere conto dei film prodotti all'indomani dell'undici settembre per valutare le conseguenze che ha prodotto il crollo delle torri gemelle sulla vita dei cittadini americani, non sarebbe difficile individuare due linee di tendenza: la prima, verrebbe fornita da film come ""La 25 ora" e "Molto forte, incredibilmente vicino" in cui la voglia di ricominciare dei protagonisti non può prescindere da un'elaborazione del lutto prima personale e poi collettiva; la seconda, invece, quella preferita dal cinema di genere e tra gli altri, da autori del calibro di Kathryn Bigelow ("The Hurt Looker", "Zero Dark Thirty") e Ridley Scott (Nessuna Verità) mostrerebbe una diversa versione dei fatti, dimostrando come il desiderio di esorcizzare il male subito sia la causa di una visione conflittuale dell'esistenza. Tenendo conto dei più recenti sviluppi geopolitici - tra i quali non si può non menzionare la nascita dell'Isis -  e degli attentati che si sono verificati in luoghi turistici e di cultura, possiamo dire che "No Escape - colpo di stato" rappresenta allo stato dei fatti l'evoluzione di queste due rappresentazioni, capace di contenerle in un rapporto di reciproco scambio, mediante la corrispondenza tra la precarietà  del contesto nazionale americano, qui rappresentato dalle incertezze - affettive e di lavoro - che rischiano di sgretolare l'unità della famiglia protagonista della storia, e il senso di accerchiamento e di minaccia derivato dallo scenario bellico nel quale la stessa è chiamata a sopravvivere. Nel film di John Erick Dowdle si racconta infatti di una rivolta armata che mira a rovesciare il governo di una non meglio precisata nazione del sud est asiatico, e dell'imprenditore Jack Dwyer, arrivato sul posto con moglie e figli al seguito, costretto ad escogitare il modo per sfuggire alla caccia all'uomo dei rivoltosi, determinati a uccidere i cittadini stranieri presenti nel paese. Nel passaggio dalla fase iniziale, scandita dall'incredulità e dalla sorpresa di ritrovarsi in una situazione non prevista a quella successiva, in cui l'istinto di sopravvivenza predispone le azioni necessarie al superamento del pericolo, "No Escape" riesce a dare il meglio di sé, coniugando la natura spettacolare del film, continuamente rilanciata da una struttura narrativa organizzata su livelli sempre più alti di difficoltà e di pericolo, con una drammaturgia che, soprattutto nel caso di Jack (un ottimo Owen Wilson), il protagonista della storia, riesce a  fornire una progressione psicologica credibilmente adeguata agli sviluppi della vicenda.


Dowdle, da par suo, gira tre quarti del film tutto d'un fiato, filmando il percorso salvifico dei protagonisti in una maniera che pur non essendolo, assomiglia, per fluidità e consapevolezza dello spazio, a un interminabile piano sequenza, in grado di rendere come meglio non si potrebbe le caratteristiche di mobilità e di dinamismo derivate dalle sollecitazioni a cui è sottoposta la trama, ogni volta costretta per esigenze di copione a riformulare  la collocazione geografica dei personaggi. Così, pur con qualche esagerazione (per esempio quella in cui marito moglie e le due figliolette sono costretti a lanciarsi nel vuoto nella speranza di raggiungere il tetto dell'edificio antistante) "No Escape" sarebbe destinato all'optimum cinematografico, se non fosse che, nell'ultimo tratto di strada, invece di limitarsi a gestire i bonus accumulati durante un'ora di buon cinema, il film senta il bisogno di nobilitare i contenuti del suo pensiero, riflettendo sulle cause dell'apocalisse che mette in scena. In questo modo, a farsi strada è la banalità delle spiegazioni messe in bocca al personaggio di Pierce Brosnan, riapparso dal nulla dopo la comparsata iniziale, giusto in tempo per fare mea culpa di quel colonialismo occidentale di cui egli stesso e' complice e in cui, a suo dire, trova legittimazione la sommossa che sta mettendo a ferro e fuoco la città.

Un pentimento più che lecito, se si tiene conto delle politiche di sfruttamento economico organizzate a discapito dei paesi più poveri, che però, non trova riscontro nella gestione delle immagini, perchè la rabbiosa violenza con cui viene documentata la reazione  dei due genitori, pronti a uccidere chiunque minacci l'incolumità degli altri famigliari, si manifesta con sospetta precisione, arrivando sullo schermo solo nel momento in cui la visione delle barbarie commesse dai ribelli hanno messo al sicuro la coscienza dello spettatore, incattivito da tanta efferatezza e, a quel punto, privo di remore e quasi sollevato nel farsi partecipe della punizione che i coniugi impartiscono ai loro persecutori. Ad avvalorare questa tesi ci pensa il tenore della sequenza conclusiva, con l'abbraccio tra genitori e figli, fotografato con un candore e una luminosità che cancella ogni colpa, non lasciando dubbi su quale sia la parte per cui il film si schiera. A conferma della doppia morale di cui si fa portatore. 

 (pubblicato su ondacinema.it)


FILM TELECOMANDATI: X - MEN - GIORNI DI UN FUTURO PASSATO

X-Men - Giorni di un futuro passato
di Bryan Singer
con Hugh Jackman, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, James MacAvoy, Nicholas Hoult
Usa, 2014
genere, drammatico, avventura, fantascienza
durata, 130'


Il ritorno di Bryan Singer alla Marvel, ed in particolare alla serie dedicata agli X-Men, è cosa di poco conto. Tanto per fare paragoni, sarebbe come se Mourinho dopo la parentesi spagnola fosse tornato all’Inter oppure, restando  al cinema, che Sam Raimi si gettasse dietro le spalle dissapori e incomprensioni, e tornasse a dirigere Spiderman. L’importanza di Singer poi ha che fare con i numeri e con un primato importante in termini di credibilità, avendo lui diretto con quest’ultimo episodio dei mutanti ( ma il progetto prevede anche un seguito) ben quattro Hero Movies, tra cui ricordiamo la controversa riedizione di “Superman Returns”.


Per riannodare i fili con i suoi prediletti il regista sceglie di viaggiare nel tempo, immaginando una storia in cui il ritorno al passato di Wolverine, spedito nella Los Angeles degli anni 70 per incontrare Charles Xavier, è l’estremo tentativo per cambiare il corso di eventi che vedono i mutanti perseguitati e uccisi da robot -le sentinelle – usati dal governo per sbarazzarsi della loro presenza. Il compito di Logan sarà quello di rimettere insieme il gruppo scioltosi all’indomani della cattura di Magneto, convincendo il riluttante Xavier, caduto in depressione per il tradimento di Raven, a ritrovare ideali e determinazione.


Detto che il film “X-Men- Giorni di un futuro passato” è la trasposizione riveduta e corretta di una delle saghe più belle del mondo Marvel (scritta dal grande Chris Claremont), è impossibile non sottolineare l’abilità di regista e produttori di operare un restyling privo di soluzioni traumatiche (come invece era accaduto a “Spiderman” nel passaggio di consegne tra Sam Raim e Marc Webb) e lavorando più all’interno del tessuto narrativo che in quello del marketing. Così come non si può non notare che il viaggio temporale di Xavier e soci sembra replicare l’idea di “X-Men: l’inizio”, in cui le origini dei mutanti sono rivisitate in chiave vintage, e che la nuova storia sia ritagliata su quei personaggi della serie interpretati da alcuni degli attori più in voga del momento. In questo modo il protagonismo commerciale di Jennifer Lawrence, e quello per cinefili di Michael Fassbender, (Shame, 12 anni schiavo) aggiunge al film un surplus di immaginario cinematografico che sicuramente farà bene alle casse dei produttori.


Sul piano dei risultati però il film non è’ all’altezza delle aspettative perché l’operazione nostalgia voluta da Singer rimane a metà strada tra la rivisitazione di un mondo perduto e una riformulazione testuale che non apporta nessuna novità sostanziale. In questo senso, anche l’ennesimo tradimento di Magneto, prevedibile quanto meccanismo, ripropone una dialettica tra bene e male che non trova alternative a ciò che abbiamo già visto. Così in una trama oscura e apocalittica, in cui il pendolo esistenziale oscilla tra catastrofe e palingenesi a emergere è l’umanità dei vari personaggi, tutti quanti impegnati, chi più chi meno, a mostrare il lato più fragile delle loro personalità. Certo, non siamo dalle parti del Superman ultrasensibile disegnato da Singer, ma vedere Wolverine in versione pacifista e’ quasi una rivoluzione. Il resto invece, e’ routine d’autore.
Questa sera in onda su Sky Max alle ore 21

mercoledì, settembre 09, 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: SELF/LESS

Self/less
di Tarsem Singh
con Ryan Reynolds, Ben Kingsley
Usa, 2015
genere, fantascienza, thriller, azione
durata, 117'



Ogni regista ha il suo peccato originale. Quello di Tarsem Singh è sempre stato quello di non considerare la realtà per quello che è, travalicandola con visioni tanto belle quanto inconsistenti sotto il profilo della resa commerciale. Prova ne siano gli incassi deludenti dei lungometraggi che sono seguiti a The Cell, il film che gli aveva permesso di inserirsi nel novero degli artisti più ricercati del sistema hollywoodiano. Con queste premesse un film come Self/less è il meglio che possa capitare  a un regista in cerca di credibilità; perchè al di là dell'escursione nel fantastico, rappresentata dall'ipotesi che il film mette in circolo, e cioè la possibilità di sopravvivere alla corruzione del proprio corpo, sostituendolo con un altro giovane e forte, Self/less tiene i piedi ben piantati a terra, obbligando Singh a fare a meno delle suwe spinte più visionarie - qui utilizzate solo a sprazzi e per rappresentare i  disturbi della memoria di cui ad un certo punto inizia a soffrire Damien, il protagonista della storia - e a preoccuparsi di tenere alta la tensione di una trama che alterna momenti di puro thriller, conseguenti al tentativo di Damien, di opporsi al giro di vite provocato dalla scoperta dagli illeciti commessi dallo scienziato che lo ha appena salvato e che ora lo vuole morto; ad altri, più intimi e drammatici in cui, a prendere il sopravvento, sono il rimorso e il senso di colpa di chi si rende conto di aver tradito la fiducia delle persone che gli erano più vicine.


Privato del suo elemento naturale, e con la responsabilità di far quadrate i conti, Singh retrocede al ruolo di onesto mestierante, mettendo in fila le scene con diligenza ma senza il guizzo che ci si aspetterebbe da un regista della sua levatura. Un risultato di cui lo spettatore alla fine si accontenterebbe pure, se non fosse che la sceneggiatura  non sempre riesce a rendere plausibili le scelte del protagonista, così come la conversione che da uomo egoista e senza scrupoli lo trasforma in una specie di buon samaritano. Le presenze di Ben Kingley e Ryan Reynolds, rispettivamente Damien prima e dopo la cura, servono più che altro a tenere alto il livello della confezione ma di fatto non ne cambiano la sostanza.

martedì, settembre 08, 2015

DOVE ERAVAMO RIMASTI

Dove eravamo rimaasti (Ricki and the Flash)
di Jonathan Demme
con Meryl Streep, Kevin Kline
Usa, 2015
genere, commedia
durata, 101'


Il cinema di Jonathan Demme è di quelli che non necessitano di presentazione, per cui, nel raccontare la visione del suo ultimo film e nel cercare di spiegare le ragioni di un giudizio non proprio lusinghiero, utilizzeremo la carriera del regista senza alcuna vena nostalgica e solo in funzione comparativa, nella convinzione che ogni film faccia storia a se. In questo senso il progetto di "Ricki and the Flash" non nasce per caso ma si colloca perfettamente in scia con la filmografia del regista, tanto dal punto di vista della forma, essendo una commedia con venature drammatiche e con personaggi fuori dall'ordinario, che dei contenuti, raccontando di genitori e figli che faticano a stare insieme (Rachel sta per sposarsi) e, nel contempo, attraverso il personaggio della cantante rock, richiamata alle responsabilità di madre dopo anni di assoluta latitanza, agganciando quella passione musicale, a suo tempo celebrata con "Stop Making Sense".

La coerenza dell'assunto, non trova però altrettanta rispondenza nei modi della realizzazione, perchè il film, oltre all'incapacità di offrire varianti al tormentone rappresentato dal senso di colpa della protagonista, destinato a oscillare tra voglia di fuga e sentimenti di partecipazione, riesce anche a farsi condizionare dalla personalità della Streep che, dall'alto del suo status, impone alla storia una versione aggiornata della mamma trasgressiva e fuori dalle righe sul tipo da lei offerto in "Mamma mia".


Dal canto suo Demme,  a differenza del solito, rinuncia a plasmare il personaggio, scegliendo di mettersi al servizio dell'istrionismo della sua star. Quello che ne consegue allora, è il one woman show di un'attrice che, nella volontà di confermarsi, eccede nelle sottolineature fornite al carattere del suo personaggio. Senza considerare che la generosità del minutaggio offerto alle performance musicali dell'attrice -  accompagnata per l'occasione dal cantante Rick Springfield - appaiono più un riempitivo che una vera e propria necessità.
(pubblicato su ondacinema.it/speciale 68 festival di Locarno)

FILM TELECOMANDATI: BELLA ADDORMENTATA

Bella addormentata
di Marco Bellocchio
con Toni Servillo, Isabelle Hupper, Alba Rorhwacher, Maya Sansa, Roberto Herlitzka
Italia, 2012
genere, drammatico
durata,  110'

 
Siamo sicuri che a Marco Bellocchio sarà venuto più di un dubbio rispetto all’unanimità di consensi ricevuti al festival di Venezia in occasione della presentazione nel concorso ufficiale del suo “Bella addormentata” ispirato alle vicende di Eluana Englaro ed al tema dell’eutanasia che pochi anni fa  scosse e divise l’opinione pubblica del nostro paese. La considerazione è lecita se pensiamo all’autobiografia ed alla carriera artistica di un uomo difficilmente catalogabile, avulso dalle parti e per questo considerato scomodo da qualunque schieramento politico ed ideologico. Una diversità che si è riversata sul cinema producendo film memorabili ed anche opere meno considerate perché troppo legate a questioni personali come quella della psicanalisi a cui il regista si sottopose e dalla quale fu così influenzato da promuovere il suo psichiatra a sceneggiatore dei suoi film (il medico Massimo Fagioli per questo fu accusato addirittura di plagio nei confronti del regista). Era il periodo di titoli scandalosi come “Il diavolo in corpo”(1986) oppure altamente criptici come “Il sogno della farfalla” (1994). Comunque la si voglia mettere queste opere erano lo specchio di un’artista che nel raccontare e nel raccontarsi non ha mai smesso di mettersi in gioco e di rischiare in prima persona con polemiche spesso aspre e prese di posizioni anche astiose alle quali  ha risposto sempre e solo con la potenza del suo cinema.


E’ quindi singolare, per tornare al discorso iniziale il fatto di assistere ad una compattezza di giudizio, dei critici come del pubblico, e tutto sommato alla mancanza di un dibattito acceso intorno alle questioni sollevate dall’ultimo film del regista, che diciamo subito pur elevandosi dalla massa non è il suo film migliore. Nel provare a trovare la ragione di queste affermazioni è necessario prendere in considerazione alcuni aspetti della contemporaneità italiana con cui il film di Bellocchio si deve confrontare: innanzitutto il senso di sfiducia nei confronti dei massimi sistemi (politica e religione in testa) e poi un attesa quasi messianica verso qualcuno o qualcosa capace di colmare la sensazione di smarrimento generale verso una realtà indecifrabile e fraudolenta. E' quindi logico dire che dal punto di vista cinematografico l’epifania del regista piacentino che affronta la dicotomia vita/morte senza fare sconti a nessuno ma riuscendone comunque a ricavare un  messaggio di speranza e d’amore – simbolicamente Bellocchio metterà in corrispondenza la morte di Eluana con il risveglio alla vita di Rossa, la bella addormentata del titolo – era la medicina giusta per curare le ferite, e l'artista un salvatore della patria austero e rigoroso, adatto alla situazione del momento. Se invece ci caliamo in un discorso prettamente tecnico le cose diventano più complesse. Lo sono i temi messi in campo, che infatti si traducono in una storia collettiva con vicende e personaggi che si muovono sullo sfondo dell'italia infuocata dal caso Englaro. Lo diventano le loro azioni mosse da pulsioni ed esperienze che nella contrapposizioni dei punti di vista e nella condivisione di un esperienza che per alcuni è la stessa di quella della famiglia Englaro riescono ad andare oltre la cronaca per mettere in scena il subconscio di una nazione.



Una sfida quella di Bellocchio che si serve di un apparato visuale capace di creare una spazio di mediazione tra narrazione e realtà, in cui l'alternanza dei toni - ora calmo e misurato altre volte frenetico e schizoide - e dello stile- onirico ed iperreale - riesce a bucare l'apparenza per arrivare al cuore del problema. Dalle sequenze d’apertura invase dall’apparato mediatico e dai bollettini d’informazione che rigurgitano la storia in una cronaca da reality show si passa quasi subito ad una dimensione intima e personale in cui anche la presenza del mondo esterno, con le sue date e le sue scadenze rimane sempre un passo indietro rispetto all'elemento umano. Uno scarto che nella differenza tra pubblico e privato appartiene anche ai personaggi il cui ruolo ufficiale è messo in secondo piano, o cessa di esistere rispetto all’urgenza dell’esistenza: è così per il politico che pensa da uomo e non da collega di partito, dell’attrice che ritorna ad essere madre rinunciando alla carriera, della militanza di una figlia che quando si tratta di innamorarsi non si lascia condizionare dalle proprie convinzioni, del dottore che smette di essere tale (la scienza non può fare nulla per chi da deciso di morire) per  curare la propria paziente con la medicina dell’amore e della perseveranza. C’è nel film di Bellocchio una sorta di supremazia dell’individuo che va oltre il caso specifico - il diritto di Eluana a rinunciare alla sua condizione vegetativa - ma che si allarga all’intero spettro dell’esistenza. Un ricominciare da se stessi e dai propri affetti, diremo quasi un ritorno alla famiglia presente nell’epilogo di tutte le microstorie di “Bella addormentata”, che è il controaltare all’incapacità di chi ci avrebbe dovuto prendersi cura di noi: la politica innanzitutto, depressa e deprimente nella sequenze da psicodramma che coinvolgono il personaggio di Roberto Herlitzka, uno psicologo che dispensa calmanti ed epitaffi, ed in parte la Chiesa, colta più come apparato di funzioni e liturgie che come dispensatrice di misericordia ed empatia. A ricordarcelo il prete manipolato dall’attrice  e ridotto a mera presenza istituzionale, e poi le suore che accompagnano le preghiere di suffragio della donna a favore della figlia:  svuotate di qualsiasi umanità si muovono a comando con una gestualità meccanica al limite del ridicolo.





E’ da queste considerazioni che nascono immagini come quella di Tony Servillo ripetutamente inglobato all’interno dei maxi schermi in cui Berlusconi, corpo mediatico in maniera similare a quello del Mussolini di “Vincere”, si mangia letteralmente la nostra libertà, oppure nella pietà che si tramuta in una sindone laica con il fazzoletto bianco che nelle mani di Michele Riondino si posa sul volto bagnato di Alba Rohrwacher per asciugarlo dall’acqua e nello stesso tempo, con uno slittamento di senso di cui il cinema di Bellocchio è pieno, per rendere il senso del rapporto che si sta instaurando tra i due personaggi, oppure nella sequenza dell’ospedale in cui l’improvvisa reazione di un uomo che getta per aria le lenzuola degli altri pazienti diventa il presagio di un cambiamento che metterà letteralmente a nudo le vite dei protagonisti. Visioni che non avrebbero bisogno d’altro e che invece nella seconda parte si appesantiscono con un eccesso di parole che in certi momenti risulta persino didascalico, non all’altezza della forma di cui si fregia tutta l’opera. In un film senza scandali a cui nonostante tutto Bellocchio ci aveva da sempre abituato (ma il tempo presente è già di per se scandaloso), e che tutto sommato è abbastanza clemente nei confronti del potere costituito è questo il maggior peccato del regista insieme ad un equilibrio interno che la suddivisione in quattro segmenti narrativi non sempre riesce ad assicurare. Grandi le  prove attoriali tra cui ci piace ricordare quella strepitosa di Pier Giorgio Bellocchio nella parte del dottore. La sua maschera di sofferenza e di determinazione meriterebbe sicuramente una menzione.
Questa sera in onda su RAI 5 alle ore 21,15

lunedì, settembre 07, 2015

CITTA' DI CARTA

Città di carta
di Jack Schreier
con Nat Wolff, Cara Delevingne, Austin Abrams, Justice Smith
Usa, 2015
genere, commedia, drammatico
durata,  109'



Sosteniamo, e non da ora, che il valore di qualsivoglia lungometraggio debba svincolarsi dal confronto con la materia letteraria da cui è tratto per diventare un’altra cosa. Ciò non toglie che le caratteristiche e il peso della fonte primaria e, nella fatti specie, di quella cartacea, sia, alla pari delle altre componenti, uno degli aspetti di cui tenere conto al fine di collocare una data opera, all’interno della giusta prospettiva. Che, nel caso di “Città di carta”, diretto da Jack Schreirer, è quella del racconto di formazione e degli amori adolescenziali, che usualmente movimentano le esistenze di milioni di teen agers. Un luna park  di sentimenti discordanti, che John Green, scrittore dell’omonimo best seller da cui “Città di carta” è tratto, riesce ogni volta a ricomporre all’insegna di un romanticismo d’antan che ha fatto di lui una specie di versione giovanile del collega Nicolas Sparks. Corteggiato da Hollywood, che del suo precedente romanzo aveva fatto uno dei blockbuster della scorsa stagione (Colpa delle stelle), Green ha il pregio di guadagnarsi i favori dei lettore proponendo una casistica amorosa destinata ad assurgere a un ideale di perfezione che nel cinema ha fatto la fortuna di Shailene Woodley, diventata famosa per averne incarnato le sembianze nel film diretto da Josh Bone.


A dispetto di quel precedente che, ricordiamo, si concludeva senza speranze per la coppia in questione, “Città di carta” offre al regista un copione meno sofferto e più sognante, raccontando della scomparsa di Margo Spiegelman, irrequieta reginetta della scuola, e del tentativo di ritrovarla da parte di Quentin Jacobsen, segretamente innamorato di lei sin dai tempi dell’infanzia. Cospargendo la storia di riferimenti musicali (Woody Guthrie) e  di citazioni poetiche (tratti da “Foglie d'erba” di Walt Withman) attribuite al personaggio di Margo, anticonformista quanto basta per  mettere in risalto l’ordinarietà di chi gli sta attorno, tutti, compreso Quentin, avviati a quella vita borghese a cui Margo (Cara Delevingne, attrice in forte ascesa) con il suo esilio volontario, si vuole sottrarre, “Città di carta” aveva dalla sua le qualità per rappresentare il manifesto di una generazione in corso d’opera. Sullo sfondo delle vicissitudini tipiche dell’età giovanile, peraltro sempre in primo piano con gli impegni legati al ballo di fine d’anno e, di conseguenza, con la ricerca della dama e del cavaliere con cui accompagnarsi, il libro di Green non si limitava all’aggiornamento del diario sentimentale dei suoi virgulti ma lasciava trapelare gli echi di una civiltà morente (con i relitti delle città fantasma in cui Margo finisce per rifugiarsi), che, in qualche modo, servivano ad amplificare le ansie dei protagonisti nei riguardi del futuro che la fine del liceo spalanca in tutta la sua incertezza.


Un patrimonio di attitudini e sensazioni in cui Schreiner e i suoi sceneggiatori rinunciano a entrare, limitandosi a illustrarle con aneddoti e semplificazioni che tolgono spessore alle psicologie dei due protagonisti; soprattutto a quella di Margo, che Quentin e i suoi amici non riescono mai a evocare con anelito proporzionali alla mitologia costruita intorno al personaggio. Senza considerare che  la convenzionalità della messinscena - che fa il verso ai vezzi dei teen movie degli anni 80 (con inserti in cui i ragazzi esprimo la loro esuberanza assecondando il ritmo della musica di turno) - non riesce a rendere sul piano delle immagini, le varianti di una storia che a un certo punto mette in campo una trasferta in pieno stile road movie e un finale a suo modo insolito. Carenze che, almeno in parte, spiegano la disaffezione del botteghino americano nei confronti del film.

domenica, settembre 06, 2015

LA FOTO DELLA SETTIMANA




Barry Lindon, Stanley Kubrick (Stati Uniti, 1975)

SCHEGGE CINEMATOGRAFICHE: IL CIGNO NERO

Il cigno nero
di Darren Aronofsky
con Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel, Barbara Hershey
Usa, 2010
genere, drammatico 
durata, 104'



Doppio sogno
La ricerca del successo, e la volontà di confermare l'identità del proprio cinema. Per realizzare "Il cigno nero", Darren Aronofsky sembra giocare con la parole, prendendo in prestito quelle del direttore artistico Thomas Leroy che, nel rivolgersi a Nina, etoile pavida e fragile, la sprona a lasciarsi andare, permettendo all'istinto e non alla tecnica, di guidarla nella ricerca della migliore performance. 



Che, per quanto riguarda Arnofosky viene raggiunta attraverso la messa a punto di un dispositivo che soddisfa il divismo hollywoodiano - non a caso per il ruolo di Nina la Portman si guadagna un Oscar - senza dimenticare la cupezza delle antiche nevrosi, destinate - come quasi sempre accade da queste parti - a implodere dentro l'universo psichico dei personaggi. Alla frammentazione dell'io, non corrisponde quella del montaggio, che racconta il suo doppelganger attraverso una continuità narrativa ragionata e lineare. Punto di svolta e campione d'incassi, "Il cigno nero" è Aronofsky come non si era mai visto.
(ondacinema.it/speciale 

sabato, settembre 05, 2015

FILM TELECOMANDATI: SUPERIPOCONDRIACO - RIDERE FA BENE ALLA SALUTE

Superipocondriaco
di Dany Boon
con Dany Boon, Kad Merad
Francia, 2014
genere, commedia, azione
durata, 107'



Promotore di uno dei successi più clamorosi del box office francese, con incassi paragonabili a quelli dei blockbuster americani, “Giù al nord” aveva fatto del sodalizio tra Dany Boon e Kad Merad una delle sue carte vincenti. In quel caso poi, Dany Boon, regista oltrechè attore, si era inventato il classico asso nella manica, con una storia che esasperava pregiudizi e diversità tra due opposti culturali e geografici, capaci di diventare paradigmatici di una condizione universale.

Era perciò logico che Boon, dopo una manciata di sortite non altrettanto fortunate (“Niente da dichiarare?”, “Un piano perfetto”) decidesse di ritornare all’antico, riproponendo la formula che gli aveva consentito simile ascesa.   Questa volta però, forse per cercare di rinnovare il repertorio, Boon si ripresenta con una commedia spuria, nel senso che la comicità ed il divertimento scaturiti dalla dialettica tra il protagonista e la sua spalla sono contaminati da un diverso registro, ora drammatico, ora romantico, che prende piede quando Romain Faubert, ipocondriaco e single viene scambiato per Anton Miroslav, rivoluzionario in fuga dal Tcherkistan, immaginaria nazione dell’est europeo. Da quel momento in poi la storia subisce un’accelerazione improvvisa, trasportando le ossessioni dello sciagurato protagonista in un contenitore assolutamente dinamico, con fughe rocambolesche, scontri a fuoco, e salvataggi all’ultimo minuto che riproducono luoghi e dinamiche frequentate dal cinema d’azione.


Lo scarto, pur evidente, viene tenuto a bada con disinvoltura dal regista che continua a privilegiare gestualità da cartone animato (i capitomboli si sprecano così come le mimiche facciali ) e quelle improvvisazioni linguistiche che appartengono alle specialità della casa, qui utilizzate quando Romain deve far credere di essere un cittadino straniero, e quindi di conoscere a malapena la lingua francese. Caratteristiche che non vengono meno quando gli interni borghesi della Parigi della rive gauche vengono sostituiti dall’anonimato fatiscente e grigio della prigione dove il protagonista ad un certo punto si ritrova, ed in cui, in una scena da libro cuore, assistiamo alla tragicomica consumazione  di un companatico, equamente diviso con topi e scarafaggi. Così come nell’assunzione di responsabilità che Romain sarà obbligato ad accettare durante la cattività, per superare gli ostacoli che lo separano dalla felicità. Diversamente dal capodopera che l’ha preceduto, “Superipocondriaco” rinuncia quasi del tutto all’analisi del contesto sociale ed allo scavo psicologico delle varie tipologie umane che entrano in gioco solamente per innescare le fobie del protagonista. Il meccanismo funziona a fasi alterne, perché se da una parte la scrittura del film assicura un progressione narrativa che non concede pause, dall’altra fa capolino una certa autoreferenzialità  che copre solo in parte i limiti di un ispirazione troppo programmatica.
Questa sera in onda su Sky Comedy alle ore 2100

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: SINISTER 2

Sinister 2
di  Ciaran Foy
con Shannyn Sossamon, James Ramsone
Usa, 2015
genere, horror
durata, 97'


Per capire la natura di un film come “Sinister 2” bisogna prestare attenzione alla storia cinematografica del suo produttore, e cioè a quel Jason Blum che in pochi anni e grazie a successi come “Paranormal Activity”, “Insidious” e “Anarchia: la notte del giudizio” è passato dall'anomimato alla notorietà, risollevando (anche in termini di incassi) le sorti di un genere oramai relegato a palcoscenici di secondo piano. E invece, grazie a una formula che prevede budget contenuti e totale libertà creativa, Blum è riuscito non solo a consolidare il valore commerciale della sua Blumhouse, diventata nel frattempo uno dei marchi indipendenti più attivi e presente del  settore ma anche a spostare il livello delle proprie ambizioni verso il grande cinema mainstream, impegnandosi nella produzione dei prossimi lungometraggi di M Night Shymalam: il primo dei quali, “The Visit”, è già pronto per l’uscita, mentre il secondo, interpretato tra gli altri da Joaquin Phoenix, sarebbe in procinto di entrare in fase di lavorazione.

Strategie commerciali e cinematografiche a cui “Sinister 2”, con la programmata serialità del suo marchio appartiene di diritto, rappresentando solo l'ultimo di una lunga serie di film a puntate che a partire da quelli dedicati alla serie di Paranormal Activity hanno permesso a Blum di  ottenere il massimo profitto con il minimo sforzo. “Sinister 2” conferma dunque la tendenza, collocandosi in continuita cronologica con le vicende raccontate nel primo capitolo, a cui si riallaccia per la presenza del vice sceriffo interpretato da James Ramsone, che nella storia precedente non era riuscito a strappare la famiglia Oswalt al suo tragico destino, e che adesso, mosso dal senso di colpa che lo ha convinto a dimettersi dal suo incarico, cerca di evitare che la stessa sorte possa capitare a una giovane donna e ai suoi due bambini. Anche in questo caso, il luogo dell’azione è una casa infestata dai fantasmi dei pargoletti uccisi dal mefistofelico Bughuul, e come succedeva in "Sinister" anche qui il sorgere del male è legato alla visione dei filmini amatoriali che documentano le stragi famigliari portate a termine dal terribile demone.


Una mancanza di novità, a cui però “Sinister 2” sopperisce per la qualità di una tensione, che non è mai il frutto di un’azione efferata o sanguinolesca bensì il risultato di un senso di malessere e di disagio prodotti dalla visione di ambienti isolati e fatiscenti, dell'inospitalità e della claustrofobia degli interni, ridotti al minimo indispensabile e ripresi in maniera parziale e con luce limitata; della capacità di presentare personaggi che vivono in funzione della trama e che, allo stesso tempo, sono capaci di rendersene autonomi attraverso le espressioni dei loro volti. Senza dimenticare che il sentimento di inadeguatezza dei protagonisti, derivato dal fatto di non sentirsi all’altezza del proprio ruolo (dalla madre che non riesce a proteggere la spensieratezza dei propri bambini al tutore dell’ordine che rinuncia ufficialmente al suo incarico) fa da collante nei confronti dello spettatore che, un po’ alla volta, finiscono per identificarsi con la precaria umanità raccontata nello schermo.

venerdì, settembre 04, 2015

EX MACHINA


Ex machina

di A.Garland.
con O.Isaac, D.Gleeson, A.Vikander, S.Mizuno
UK, 2015
genere, fantascienza
durata, 110'



Arginare il torpore. Tra le meno esplicite illusioni a galleggiare sul mare magno ancora in buona parte inesplorato dell'Intelligenza Artificiale, pulsa, impercettibile ma pressante, il desiderio estremo - struggente profilassi, per quanto, forse, tardiva - di tornare a provare qualcosa, slancio ormai ampiamente precluso a frange sempre più nutrite di animali sapiens. Affetto, reciprocità, empatia, via via filtrati e rielaborati dalla mediazione Tecnica, hanno lasciato il posto a doppi surrogati la cui principale ricaduta (intrinseca, peraltro, alla loro natura) e' stata quella di prosciugare il modello originario liberando - per contrasto - con l'assenza, gocce residuali di un'inconsolabile nostalgia. Proprio tale nostalgia - a dire, nel particolare, nostalgia di un passato genericamente tattile; di una gioia dolorosa per attese promettenti; di un futuro sentito addosso come possibilità e non come minaccia; et. - intride e avvolge di se' i gesti spesso lenti e lunghi, gli sguardi enigmatici o programmaticamente stupiti degli androidi/uomini nuovi incontrati sui tratti più ascosi della fantascienza recente (in specie quella neo-introspettiva dei vari Jones, Edwards, Cahill, Glazer, Cosmatos, Batmanglij, et.): ispessisce e sostanzia il rimpianto, la malinconia o il rancore e l'ira (o ciò che e' immaginabile ritenere tali) di sfuggenti unita' senzienti circa ricordi di esperienze mai vissute, amori mai costruiti, morti mai presentite...
 

La modernità, nonostante i prefissi più o meno efficaci che le si possono attribuire, insiste, infatti, con una tenacia che ha più d'un punto di contatto con la disperazione, ad inseguire una sorta di protesi di se stessa da incarnare in un organismo capace di restituirle, spogliandola - almeno a partire dagli scenari più appetibili - delle asperità più turpi e incontrollabili, la capacita' di provare sensazioni ed emozioni autentiche, quelle che i limiti fisiologici prima ancora che pratici, estetici e morali dei suoi ormai stanchi Inni alla Morte (arricchimento materiale purchessia; utilizzo di qualunque aspetto della realtà cui solo spetta il riconoscimento di un senso; dittatura degli oggetti; retrocessione dell'ambiente - bene che vada - a paesaggio; et.) le hanno progressivamente sottratto, disintegrandole di fatto, riducendole a meri simulacri o confinandole nell'orrore misero eppure irresistibile dell'ipocrisia e dell'ammennicolo. Uno degli alfieri di ciò che resta di questa modernità - anzi, nella finzione, addirittura uno degli assi del mazzo - cascame tuttavia potentissimo quanto pressoché autoreferenziale, Nathan (un Isaac sornione e ambiguo quanto basta), C.E.O. della "Bluebook" (Wittgenstein docet), si esercita, lontano dal mondo (una Natura talmente intatta e trionfante da indurre qualche sospetto riguardo la sua reale consistenza), in un eremo-bunker avveniristico a prova di vita sepolta e come oramai da prassi caratterizzato dalla compresenza di strutture di temperato algore tecnologico - ambienti quasi vuoti ammantati dalle tonalità morbide di penombre gessose; viluppi razionali di superfici e divisori vitrei alternativamente irrorati di luce soffusa o affidati al buio - e stilizzati arredamenti primitivi, volumi sparuti di forme marginali in pietra o in legno tra i quali lasciar emergere, a volte, tracce di pittura evocativa (ad esempio, qui, ma quasi immancabilmente, si potrebbe dire, un Pollock), nella ricerca finale, ovvero dare corpo stabile, presenza significativa - quindi emotivamente coinvolgente - a ciò che al momento aleggia ancora a rango di spettro elusivo: l'Intelligenza Artificiale, appunto. Talentoso, straricco, salutista ma incline all'alcool, abbigliato nelle fogge di un calibratissimo minimalismo, garbato come scarto di lavorazione della sedazione forzata di un'impellenza proterva, Nathan abbisogna di Caleb/Gleeson, brillante programmatore dell'azienda, per sottoporre Ava/Vikander, sua ultima creatura (e chissà quanto il nome palindromo allude o sta a ribadire, nella prassi incerta di un esperimento epocale in continuo perfezionamento, la reversibilità eventuale e l'ambiguità non eliminabile su cui poggiano in parte gli stessi presupposti teorici di tale esperimento, grandiosi, intransigenti ma con un tenace grumo d'incertezza e inconfessabile futilità a fare da zavorra) a sessioni giornaliere d'incontri secondo i protocolli stabiliti dal "Test di Turing", al fine di dimostrare la presenza o meno di un afflato cosciente in quell'interlocutore non-umano.

Garland, qui alla sua prima prova dietro la mdp dopo un passato consistente nella scrittura (suo il romanzo dal quale e' stato tratto "The beach", 2000; sue le sceneggiature, tra le altre, di "28 giorni dopo", 2002; "Sunshine", 2007; "Non lasciarmi", 2010) abbozza un certo numero di premesse le cui colossali implicazioni, pero' - la misura in cui l'ibrido sia cosciente-di-essere-cosciente o quanto invece sia in grado di simularla, la coscienza, in ragione delle prodigiose attitudini combinatorie del suo apparato cognitivo organico-sintetico; le riflessioni possibili in relazione agli sviluppi inerenti un'intelligenza tarata in linea ipotetica su un potenziamento illimitato delle proprie prerogative - passo passo si stemperano e si diluiscono in una più collaudata (e meno rischiosa) mistura a base di un solipsistico e, in fondo, irrisolto delirio del creatore di turno (il deus non a caso latitante sia dal titolo tronco come dal suo simbolico ruolo di grimaldello risolutore) e, in parallelo, di un progressivo conatus della creatura a conquistarsi un'indipendenza d'arbitrio tanto completa quanto impietosa, tale da consentirle, in una versione insieme definitiva e paradossale dell'umano troppo umano, di replicare addirittura su un'ideale scala d'ineccepibilita' il miserabile andirivieni dei nostri (umani ?) più comuni traffici. In tal modo, con una sua soave ineluttabilità e una qual grazia formale, l'attrito inquietante fra ciò che siamo diventati e ciò che potremmo essere, pur se per interposta persona (nel comportamento incoerente e spesso violento di Nathan fa capolino a più riprese la contraddizione esistente fra l'idea di progettare-per-far-vivere - di nuovo il vecchissimo vizio assurdo dell'uomo-dio ossessionato dal ricreare la Vita, ossia, a pensarci, tutto sommato e per i cinici dolenti, quella malattia mortale che si trasmette per via sessuale - e la brama tormentata e indicibile di perpetuare attraverso di essa una versione migliorata di se') si allinea docile al tragitto consuetudinario che, nel caso, lega tra loro gl'intrecci e i colpi di scena del thriller psicologico, da un lato e del dramma intimista, dall'altro, indugiando a meta' di un complicato guado che nemmeno il clima latamente ansioso dell'insieme o, di contro, gli strappi di un cerebrale erotismo, riescono del tutto a smuovere.

E così, se Nathan e Caleb, con esiti diversi, rimangono prigionieri della loro incapacità di percorrere a ritroso le tappe del progresso con baldanza conquistate a colpi di rigido determinismo, mentre Ava si dirige, con ogni probabilità, verso un suo personalissimo eterno ritorno, a noi non resta che constatare la necessita' di posticipare ancora, e per quanto possibile, il torpore assoluto, la Fine, magari ingannandola sulle tregue e i ritorni smisurati del corpo di Sonoya Mizuno.
TFK

FILM TELECOMANDATI: LA VITA DI ADELE

--> La vita di Adele
di Abdellatif Kechiche
con  Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos
Francia, 2013
genere, drammatico
durata, 179'


Adele è una liceale che sogna il grande amore, quello da romanzo, un po' come tante della sua età. Consuma una relazione breve e poco intensa con Thomas, suo coetaneo, al quale si concede senza troppo trasporto. In un locale gay conosce Emma, eccentrica studentessa dell'accademia delle belle arti.

E qui bisogna fermarsi, bisogna fermarsi perchè la vita di Adele inizia a prendere forma in sè stessa e in chi guarda, l'amore vissuto senza accenni di morbosità, trasparente; carne e spirto si fondono senza sfiorare reticenza ridondante o vano richiamo trasgressivo, ed Emma prende per mano Adele e l'accompagna nel suo diventare donna, la dipinge immolando i contrasti di un'animo che fuoriesce da quel viso dilagante di vero, che incanta e sturba in ogni sguardo ed ogni lacrima versata.

Abdellatif Kechiche porta sullo schermo tre ore che diventano Attimo, quell'attimo fugace e intenso che poche volte è possibile cogliere sullo schermo, Léa Seydoux ed Adéle Exarchopoulos si buttano a capofitto nel travolgente flusso narrativo, senza interpretare ma semplicemente "vivendosi". Ed il resto è tutto sensazione, atmosfera, essenza. Quei primi piani che vanno oltre il cogliere le espressioni e tendono la mano all'illimite, e  la telecamera, sospesa, segue ogni gesto spontaneo o apparentemente superfluo, come una carezza lungo la schienza, come se gli interpreti ne fossero i burattinai, mettendoci a confronto con il reale.

"...Nell'ora in cui tremiamo



Di tenerezza



Le labbra che vorrebbero baciare



Innalzano una preghiera a quella pietra infranta".


Mi vengono in mente queste parole di Thomas Stearns Eliot per descrivere l'emozione che rimane cucita addoso alla fine di una visione sconvolgente, che non ha paura di guardare e gettarsi nell' immenso abisso umano, cruda e mera autopsia dell'Io. Il blu è un colore caldo, e rimane dietro ogni angolo, e Adele se ne va col suo vestito blu, ma ci lascia li, come una dolce carezza d'abbandono.
Antonio Romagnoli 
Questa sera in onda su Sky Cinema, alle ore 22,50

giovedì, settembre 03, 2015

FILM TELECOMANDATI: I ORIGINS

 I Origins

di Mike Cahill
con Michael Pitt, Brit Marling
Usa, 2014
genere, drammatico
durata, 106'


  
Liberaci dal male. Potrebbe essere questala frase più sintetica per riassumere il tema più urgente del cinema di Mike Cahill. autore di nicchia assurto al successo con una di quelle opere a basso budget di cui ogni tanto ci si stupisce per la capacità di fare tanto con molto poco. Stiamo parlando di cinema realizzato con pochi spiccioli e molte idee e comunque capace di ritagliarsi uno spazio adeguato nel panorama del cinema mondiale. "Another Earth" infatti pur lambendo la fantascienza con una trama che immaginando la possibile esistenza di una "controterra", vero e proprio doppione di quella già esistente , esplorava il dolore della perdita e del senso di colpa, spogliando il concetto di esistenza dai vincoli dell'esperienza e della ragione. In quel caso la protagonista cercava di venire a patti con il rimorso di aver provocato la morte della moglie e del figlio di un famoso compositore musicale. "I Origins" continua a percorrere la strada già tracciata del film che lo ha preceduto attraverso la dicotomia tra scienza e fede, che Ian, un ricercatore medico specializzato nello studio degli occhi, cerca di confermare sforzandosi di trovare una spiegazione scientifica all'incognito che normalmente appartiene al sacro e allo spirituale. Anche in questo caso c'è di mezzo un'amore spezzato e l'inaccettabilità della morte, come pure la predominza del caso, qui come allora ingrediente principale per scatenare il cortocircuito che annulla certezze e rimette tutto in discussione.


 

Homo Faber del set cinematografico per la poliedrica applicazione del proprio talento (dalla sceneggiatura alla fotografia fino agli effetti speciali) Cahill si addentra nel territorio del dubbio tornandone con risposte quasi definitive - "I Origins" parte dalla teoria sull'origine della specie per arrivare a parlare di metempsicosi e di vite precedenti) - sulle verità della vita. Se il confronto tra i massimi sistemi ricalca schemi e situazioni già viste, e se in alcuni passaggi la narrazione fatica a costruire situazioni che siamo all'altezza dei suoi contenuti, è pur vero che Cahill comferma la capacità di scrutare tra i silenzi e i non detti di cui gli attori si fanno carico.

 
Visione affascinante di espression e volti ripresi con la partecipazione di chi ne condivide il sentire. E se Brit marling è un habituè del regista (era lei la protagonista di "Another Earth"), non dispiace Michael Pitt alle prese con un ruolo -insolitamente per lui - equilibrato.

Questa sera, in onda su Sky Cinema, ore 21,10

TAXI TEHERAN

Taxi Teheran
di Jafar Panahi 
Iran, 2015
genere, drammatico
durata, 85' 



Il saliscendi di personaggi grotteschi, ma ognuno a modo proprio funzionale nello svelare la finzione da subito dichiarata, incede con un’inerzia che rende difficoltosa la digestione del nuovo film di Panahi.


“Taxi Teheran”, premiato con l’Orso d’oro all’ultima edizione della Berlinale, è nelle intenzioni una denuncia nei confronti del sistema di censura che è di fatto la morte culturale di un luogo come l’Iran, censura di cui una delle maggiori vittime è lo stesso Panahi. Dicevamo nelle intenzioni perché a conti fatti il film è un mockumentary girato in maniera piuttosto goffa - l’unica nota di merito è il posizionamento della m.d.p. sempre all’interno dell’abitacolo, a simboleggiare la soffocante condizione di prigionia personale ed artistica vissuta dal regista - che dopo lo stentato avvio post-neorealista inizia ad entrare in una tempesta di meta-cinema maldestro ed a tirare in ballo argomenti cui non s’accenna mai un tentativo di approfondimento. Tutti elementi, questi, per un paradosso che non ci riesce – o ci rifiutiamo – di capire, che hanno fatto urlare al capolavoro nei salotti buoni della sinistra (nei quali la critica cinematografica italiana in primis sguazza da decenni) e che non a caso hanno portato alla premiazione nel contesto di un festival come quello di Berlino, dove la tematica sociale viene spesso elogiata  a scapito del cinema, elemento scomodo, quindi da abbandonare in uno scantinato buio e da dimenticare.

Al netto dell’indigestione cui si faceva cenno sopra - evidentemente provocata non da una difficile decodifica, ma al contrario da un’iper-semplificazione che rende tutto inconsistente - “Taxi Teheran” ha avuto il merito di mostrare come pubblico, critica (e registi) siano stati diseducati al cinema; e se è vero che in Paesi come l’Italia il problema è dalla parte opposta - si vedano i fondi pubblici dilapidati per produrre oscenità con un’inquietante solerzia - è vero anche che non basta una storia esterna al film, per quanto dolorosa, per fare il film.

La rosa rossa posata sul parabrezza rappresenta il paradosso più insormontabile: una dichiarazione d’amore verso il cinema fatta tramite un prodotto che rappresenta quanto ci sia di più distante dal cinema stesso

mercoledì, settembre 02, 2015

68 FESTIVAL DEL FILM DI LOCARNO: SOUTHPAW - L'ULTIMA SFIDA

Southpaw
di Antoine Fuqua
con Jake Gyllenhall, Rachel MacAdams, Forest Whitaker
Usa, 2015
genere, drammatico
durata, 122'

Non è più novità annoverare Antoine Fuqua tra quegli autori di cui si può pensare tutto e il contrario di tutto. A favore del regista americano gioca l'effetto boomerang provocato dal successo di un film come "Training Day", entrato nella storia del cinema contemporaneo per aver consentito a Denzel Washington di vincere un Oscar (come miglior protagonista) che, a quasi 40 anni dalla storica vittoria di Sidney Poitier (I gigli nel campo, 1963) tornava a premiare un attore di colore. Forte di quel credito e, diciamolo pure, di un risultato finale che si distingueva dalle altre pellicole della sua categoria per l'energia della messinscena e la sfrontatezza dei contenuti, Fuqua non è riuscito a confermare le credibiltà conquistata con il film in questione, infilandosi in una serie di progetti di dubbia qualità, e viziati, prima ancora di iniziare a girare, dalla mancanza di una scrittura in grado di giustificarne la produzione. Così, la carenza che, in parte, era stata la causa della parziale riuscita di "Equalizer", si ripresenta ancora più forte in un film come Southpaw, obbligato, indipendentemente dalla sua validità, a svincolarsi dal pregiudizio che lo voleva come l'ennesimo epigono di "Rocky", che il film di Fuqua ricorda, sia nel mestiere del protagonista Bobby Hope, anch'egli boxer come già lo era stato il personaggio interpretato da Sylvester Stallone; sia nella sostanza nell'impianto narrativo che, alla vicenda di una rinascita sportiva coronata dalla vittoria del titolo mondiale, aggiungeva un percorso di emancipazione personale ottenuta appunto, attraverso il sacrificio degli allenamenti necessari per il raggiungimento del primato. Nella sostanza "Southpaw" fa poco o niente per screditare le accuse che gli vengono avanzate perché, dopo un inizio incoraggiante, che può contare sulla presenza di Rachel McAdams, a rappresentare la variabile femminile necessaria a contrastare la massiccia dose di muscoli e testosterone già in dote alla storia, il film di Fuqua segue la falsariga del canovaccio del modello di riferimento.  E quindi, si divide equamente tra i sensi di colpa di Hope, che si sente responsabile della morte della moglie e che rischia di perdere la figlia a causa delle sue molte intemperanze, e le fasi di avvicinamento all'incontro decisivo che, come sempre accade, costituirà il viatico per il definitivo riscatto del nostro campione.


Se a un regista come Fuqua non si poteva chiedere di cambiare le sorti di un simile copione, certamente il suo ingaggio era stato determinato dalla possibilità dell'autore di imprimere alla storia quelle caratteristiche di spettacolo e di energia di cui abbiamo accennato poc'anzi. E invece, non solo il regista si appiattisce in un allestimento di routine, con le scene di box costruite senza nessuna inventiva e sulla falsariga di un già visto da prodotto televisivo (il totale dell'arena straripante seguita dallo stacco sui volti dei pugili sistematicamente utilizzato per introdurre i vari combattimenti), ma estende tale trattamento alla gestione degli attori, che dopo l'uscita di scena della MacAdams - a conferma della tendenza misogena del cinema di Fuqua - risulta deficitaria, soprattutto per quanto riguarda la resa di Jake Gyllenhall, muscolato a dovere ma piuttosto impacciato quando si tratta di rendere l'adrenalina del combattimeno; con quello che ne consegue in termini di enfasi facciale e sofferenze corporali, davvero troppo esagerate anche per un viaggio di espiazione come quello compiuto da Hope. Il coinvolgimnento viene meno e, alla fine, si rimane con in mano un pugno di mosche e con la sensazione di un regista che non riesce ancora a ritrovarsi.
 (pubblicato su ondacinema.it/speciale 68 festival di Locarno)


FILM TELECOMANDATI: ANIMAL KINGDOM

Animal Kingdom
di David Michod
con JamesFrecheville, Joel Edgerton,BenMendelsohn, Guy Pearce
genere, drammatico
Aus 201
durata, 115'


Da tempo il Cinema aussie sta raccontando la transizione attuale sbirciandola dal particolare punto di vista separato degli antipodi. Transizione tipizzata, come si sa - da quella parte del mondo come da questa - da talmente tanti tratti reiterati e interscambiabili che una sua malaugurata implosione comporterebbe scompensi su scala planetaria. Del resto, lo spartito e' questo, riporta stringate strofe ed un solo ritornello: avidità, attaccamento oramai quasi inconscio al denaro, nessun contatto o sporadico-turistico con l'ambiente naturale vissuto come mero magazzino per l'approvvigionamento di materie prime. E un quieto vivere sinistramente somigliante alla rassegnazione, spesso in conflitto con una condizione gemella ai limiti dell'esclusione sociale che a quella stessa rassegnazione, in fondo, non e' così estranea. Come pure, riduzione del dialogo a livorosa semi-afasia, frantumazione dei rapporti, ricorso alla scorciatoia della violenza, sempre più crudele - questa - sempre più insensata et...


Siffatti temi ben si sposano a narrazioni di ambientazione metropolitana o (con una certa assiduità in Australia) suburbana;
a scampoli di esistenze o fatti consumatisi sul crinale spesso rosso-sangue della cronaca (in quei meandri, a dire, che intrecciano in un viluppo non di rado letale, impotenza, rancori senza sfogo e alienazione): a circoli viziosi che irrobustiscono le spire del crimine e mettono alla prova la resistenza del cosiddetto sistema. Ad uno dei molteplici crocevia di così stringenti e contraddittorie sollecitazioni, s'incontra un film come "Animal kingdom" di David Michod (qui all'esordio nel lungometraggio, alle prese con una vicenda ispirata ad eventi realmente accaduti e il cui ultimo parto, "The rover", e' reperibile su queste pagine) e la figura del giovane protagonista Joshua Cody, detto "J" (Frecheville) - elemento di frattura sul percorso delle oscillazioni di un gigantesco pendolo esistenziale - il nostro - animato nel profondo da un perverso motu proprio entro gli opposti punti limite dell'apatia, da un lato, e della crudeltà, dall'altro - il quale, e siamo solo agli inizi, seduto sul divano di fronte ad uno show televisivo, in attesa che i paramedici si presentino e rimuovano il corpo della madre vinto dall'eroina, si prepara a condensare una manciata di parole che, da li' in avanti, terra' sempre ben presente:


"Sono un ragazzo come gli altri... ragazzi che stanno dove devono stare e fanno quello che devono fare". La concretezza e la sottesa inderogabilità di un assunto del genere trova ben presto adeguato campo di applicazione allorché J si trasferisce nella casa/tana di nonna Janine, detta "Smurf" (Weaver), e dei suoi tre cuccioli, ognuno ben avvezzo alle arti varie della delinquenza: Andrew (Mendelsohn), detto "Pope", tipo scontroso e sfuggente, quanto spiccio nell'ideare e mettere in atto rapine; Craig (Stapleton), instabile, paranoico e attaccabrighe ma, a conti fatti, infantile spacciatore; e, infine, Darren (Ford), robusto e dai tratti gentili (stuzzicato spesso dai fratelli circa la sua presunta omosessualità) che - magari proprio in ragione di una qual autentica doppiezza caratteriale - si barcamena tra i lavori di "Pope" e i maneggi di Craig. Michod - con un accorto uso di movimenti laterali/avvolgenti della mdp - descrive il regno animale di questo aggregato umano, alternando inquadrature (dominate dal contrasto buio/interni, chiarore radente/esterni) che privilegiano i piani ravvicinati, a quelle in cui l'agitarsi nervoso dei singoli s'impone. Lascia, quindi, che l'ansia si accumuli, risolvendola pero' spesso - sottile perfidia - non nell'esplosione cruenta degli antagonismi interni al branco bensì per il tramite della matura leonessa. Janine, madre e nonna che abbraccia e bacia la sua carne qualunque sproposito l'hybris stravolta di questa abbia portato a compimento o stia ancora progettando.
Nelle ore che scivolano uguali le une nelle altre, J prende così dimestichezza con le nuove dinamiche di gruppo: scambiando sovente con gli altri sguardi da vasca di squali, apprende lo stare al mondo regolato da schemi (prontezza di esecuzione, omertà, fedeltà/tradimento, progressivo montare della solitudine personale) difficilmente eludibili. Metabolizza condotte arcaiche, perentorie e brutali, affini ad una ferinità elementare ma implacabile che trova perversa continuità e paradossale linfa vitale in un deforme guazzabuglio fatto di silenzi inerti, di dialoghi che rimestando un'umanità esausta e perdente annientano, di fatto, ogni tensione condivisa che non sia quella della sopravvivenza purchessia: tutto nella prospettiva in apparenza risolutiva del procacciamento del denaro/cibo. Ed, in un senso più vasto, dilaga, questa suddetta ferinità - finendo d'incistarsi - nelle periferie amorfe e silenziose, la cui desolazione, materiale e morale, sembra essere solo il portato più evidente - oltre che un grido roco nel vuoto - del contrasto radicale tra l'incedere normalizzatore della ragione tecnica e l'immanenza di un paesaggio, per quanto sfigurato, ancora minaccioso perché irriducibile. Lo zoofamiliare dei Cody percorre, in tal modo, le linee già tracciate di una stanca ripetizione, cui nemmeno la controparte sana pare davvero opporsi (la Polizia - con al centro delle indagini il determinato sbirro Nathan Leckey/G.Pearce - utilizza con cinica risolutezza metodi non meno ambigui e spietati di quelli che le vengono riservati) eternando una sorta di transumanza a perdere sui sentieri dell'indifferenza e della distruzione di se'.

Avvolto in un impassibile disincanto, gli equilibri del quale s'instaurano e si sbrogliano secondo le disposizioni di un rigido determinismo a base d'istintualità cieca e prevaricazione, "Animal kingdom" si offre come testimonianza di un malessere allo stesso tempo diffuso e anestetizzato dalla noia e dal disgusto; come il referto australe cui non resta che riordinare - per quanto possibile - reperti degradati di un'infezione che, pressoché indisturbata, ha raggiunto, giorno dopo giorno, anche il cuore di J, degno conquistatore sul campo di un proprio posto al sole nella catena alimentare. TFK

martedì, settembre 01, 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: OPERAZIONE U.N.C.L.E.

Operazione U.N.C.L.E.
di Guy Ritchie
con  Henry Cavill, Arnie Hammer, Alicia Wikander
Usa, 2015
genere, commedia, azione
durata, 117'


 
Nonostante i capi d’accusa che gli vengono imputati, la pratica del remake non accenna a diminuire, se è vero che proprio ieri il nuovo film di Luca Gaudagnino, rifacimento del celebrato "La piscina" di Jaques Deray, si è guadagnato un posto nel concorso ufficiale del prossima edizione del festival veneziano. Nella stessa direzione anche se con minor tasso di autorialità si esercitano l'inventiva e la goliardia di Guy Ritchie che per “Operazione U.N.C.L.E.”, rivisitazione opportunamente aggiornata della celebre serie televisiva, decide di riproporre la stessa joint venture che era stata alla base del successo di Sherlok Holmes, con Lion Wigram nuovamente a coadiuvarlo in fase di scrittura e produzione. Rispetto ai  lungometraggi dedicati al celebre investigatore, il nuovo lavoro dell’autore inglese mantiene lo stesso spirito; non solo perchè il regista si ritrova a ragionare su un soggetto già visto e su un passato storico - in questo caso gli anni sessanta del muro di Berlino e della guerra fredda - da ricostruire secondo i canoni dei film in costume, ma soprattutto perché, ancora una volta, la componente action, derivata dal fatto che i protagonisti della vicenda sono agenti segreti chiamati a sventare la minaccia di una possibile guerra nucleare, viene innestata su un plot fortemente sbilanciato sul versante della comedy. Tendenza, quella della contaminazione dei generi, diventata una delle caratteristiche principali del cinema contemporaneo e postmoderno, che Ritchie ha utilizzato a partire da "Lock, Stock, pazzi scatenati", opera prima in cui l’ex marito di Madonna si divertiva a giocare con i canoni e gli stereotipi della crimestory.




Da questo punto di vista la sequenza che fa da prologo al film costituisce la dimostrazione lampante di quanto abbiamo detto, perchè Ritchie in un colpo solo riesce a soddisfare i requisiti del progetto sia dal punto di vista narrativo che dei meccanismi di genere, utilizzando la rocambolesca esfiltrazione di Gaby, organizzata dall’agente dell’FBI Napoleon Solo, brillantemente reso dal superman Henry Cavill, e contrastata da quello del KGB Illya Kuryakin, ottimamente interpretato dall’Arnie Hammer di Lone Ranger, per definire allo stesso tempo il tono della storia e le dinamiche tra i personaggi; con la fantasia di Napoleon opposta alla schematicità di Illya,  esasperate quel tanto che basta per rappresentare in maniera farsesca il corrispettivo confronto tra l'America e la Russia di quegli anni. Dopo un inizio a dir poco folgorante, “Operazione U.N.C.L.E.”  si prende più di una pausa, con i passaggi dedicati agli inseguimenti e alle sparatorie che, paradossalmente, penalizzano per mancanza di ritmo e una certa scontatezza, la qualità di un contesto che invece prende quota ogni volta che lo spettatore si ritrova immerso nelle schermaglie dei due aitanti protagonisti che, destinati a collaborare per il trionfo del bene comune, continuano però a sfidarsi sul piano della moda e del buon gusto. 


Espediente tipico dei lungometraggi attraversati dalla volontà di decostruire gli archetipi della narrazione, la postmodernità del film producon un piacere che deriva più dal fatto di riconoscere il mascheramento operato sui campioni originali che da un vero e proprio trasporto emotivo. Più testa che pancia insomma, senza dimenticare il surplus offerto dall’allestimento vintage di ambienti, abiti e accessori  e dalla versione dolce vita della città capitolina, dove si svolge parte della storia.

FILM TELECOMANDATI: BLING RING

Bling Ring
di Sofia Coppola
con Emma Watson, Leslie Mann, Taissa Farmiga, Erin Daniels
Usa 2013
genere, drammatico
durata, 95'


Alcuni adolescenti di Hollywood, nonostante il benestare dilagante, sono alla costante ricerca di emozioni e trasgressioni, e arrivano ad irrompere nelle ville di Vip quali Paris Hilton e Orlando Bloom, per collezionare un bottino di quasi tre milioni di dollari.

Sofia Coppola usa una storia vera quanto stravagante, pubblicata da Vanity Fair, per gettare il suo ormai consueto sguardo sull'adolescenza. Ma questa volta sorprende, non scivola mai in introspezioni esasperate, sostiene sempre un buon ritmo e non è mai noioso. Calzante la scenografia composta da night club privati, infinite collezioni di scarpe e gioielli e i boulevard californiani. Credibilissimo il lavoro del cast, in particolare di Emma Watson, che continua a confermare di essersi sganciata dal ruolo che l'aveva resa celebre fra streghe e maghetti (a differenza del suo collega Daniel Radcliffe). A rendere ancor più inaspettatamente piacevole la visione è lo sguardo totalmente obbiettivo  della regista, con una telecamera che non è giudice ma spia, posta spesso in lontananza o nascosta dietro angoli con oggetti sfocati in primo piano.



Ed era forse questo l'unico modo di mettere su pellicola una storia che rispecchia tristemente l'inspiegabile malessere giovanile, un mondo costantemente attratto dal superfluo e dal vacuo, che va perdendosi tra borse griffate, feste, cocaina e quel mondo virtuale piacevolmente ingannevole. Le stesse dichiarazioni dei giovani colpevoli, rilasciate dopo essere stati presi, sono metafora indotta del flusso di incoscienza che li travolge come se nulla fosse. Il lavoro della regista sembra essere un docu-fiction ben congegnato dove il sogno americano si  è spinto troppo oltre, e Sofia Coppola ce lo mostra con discrezione e amoralità, lasciando trarre a chi vede le dovute riflessioni.

di Antonio Romagnoli