lunedì, gennaio 09, 2017

LE CLASSIFICHE DE ICINEMANIACI 2016



1.The Witch (Robert Eggers)
2. Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti)
3. Tutti vogliono  qualcosa (Richard Linklater)
4. Paterson(Jim Jarmush)
5. La canzone del mare (Tomm Moore)
6. Neruda (Pablo Larrain)
7.Carol (Todd Haynes)
7. The Neon Demon
7. Un padre, una figlia (Christian Mungiu)
7. Il libro della giungla (Jon Favreau)


Le classifiche dei redattori

nickoftime




Classifica

1. Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater
2. Un padre, una figlia/Christian Mungiu    
3. Lo chiamavano Jeeg Robot/Gabriele Mainetti
4. Carol/Todd Haynes
5. Little Sister/Hirokazu Kore'eda
6. Al di la delle montagne/Jia Zhang-Ke
7. Steve Jobs/Danny Boyle
8. I miei giorni più belli/ Arnaud Desplechin      
9. Miss Peregrine/Tim Burton 
10.One more time with feeling /Andrew Dominik

Premi

Miglior attore. Viggo Mortensen (Captain Fantastic)
Miglior attrice:. Sonia Braga (Aquarius)
Miglior regista. Christian Mungiu (Un padre, una figlia)
miglior sceneggiatura.  Lo chiamavano Jeeg Robot
miglior fotografia. Tudor Vladimir Panduru (Un padre, una figlia)
miglior colonna sonora: Tutti vogliono qualcosa 
miglior montaggio: Mircea Olteanu (un padre, una figlia) 

Migliori inediti
La La Land/Damien Chazelle
Moonlight/ Barry Jenkins
Manchester By the Sea/ Kenneth Lonergan
Il cliente/Asgar Farhadi
Wet Woman in the Wind/Akihiko Shiota
Mister Universo/Tizza Covi e Rainer Frimmel



TheFisherKing


Classifica


  1.The witch/ Robert Eggers
  2.The neon demon/ Nicolas Winding Refn
 3. Knight of cups/ Terrence Malick
  4.The assassin/ Hou Hsiao Hsien
  5.Paterson/J.Jarmush    
  6.Tutti vogliono qualcosa/ Richard Linklater     
  7.La canzone del mare/Tomm Moore
  8.Sully/ Clint Eastwood 
  9.Ma Loute/ Bruno Dumont
  10.Kubo e la spada magica/Travis Knight

Premi

 Miglior regia: Robert Eggers/"The witch".
Miglior fotografia: Emmanuel Lubezki/Knight of cups; J.Blaschke/"The witch".
Miglior attore: Ryan Gosling/The nice guys
Miglior attrice: Amy Adams/Nocturnal animals
Migliori inediti
Love / GasparNoè
    


Riccardo Supino

   



Classifica

1. Il libro della giungla (Jon Favreau) 
2. Revenant (Alejandro Ganzàles Inarritu) 
3. La vita possibile (Ivano De Matteo) 
4. The witch (Robert Eggers) 
5. Cafè society (Woody Allen) 
6. Paterson (Jim Jarmusch) 
7. Mine (Fabio Guaglione) 
8. Lo chiamavano Geeg Robot (Gabriele Mainetti) 
9. It follows (David Robert Mitchell)
10. Ave Cesare (Fratelli Coen)

Premi

Miglior regia: Inarritu (Revenant)
Miglior fotografia: Bill Pope (Il libro della giungla)
Miglior attore: Armie Hammer (Mine)

Miglior attrice: Maria Monroe (It follows)


Antonio Pettierre



Classifica

1.Neruda di Pablo Larrain 
2.Il Club di Pablo Larrain
3.The Hateful Eight di Quentin Tarantino 
4.El abrazo de la serpiente di Ciro Guerra 
5.La canzone del mare di Tomm Moore 
6.Tom à la ferme di Xavier Dolan 
7.Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti 
8.1981: indagine a New York di J.C. Chandor 
9.Carol di Todd Haynes 
10.Little Sister di Hirokazu Kore-eda 


Premi

Miglior Regista: Pablo Larrain (Neruda, Il Club)
Miglior Attore: Oscar Isaac (1981: indagine a New York)
Miglior Attrice: Cate Blanchett e  Rooney Mara (Carol)
Miglior Sceneggiatura: Quentin Tarantino (The Hateful Eight)
Miglior Fotografia: David Gallego (El abrazo de la serpiente)
Miglior Montaggio: Hervé Schneid (Neruda)
Miglior Colonna sonora: Gabriele Mainetti e Michele Braga (Lo chiamavano Jeeg Robot)

Migliori inediti
Elle/Paul Verhoeven
Dans la foret/Gilles Marchand
Wet Woman in the Wind/Akihiko Shiota
Mister Universo/ Tizza Covi e Rainer Frimmel








                                                       



ASSASSIN'S CREED

Assassin’s Creed
di Justin Kurzel
Michael Fassbender, Marion Cotillard, Brendan Gleason, Charlotte Rampling
Francia, USA, 2017
genere, azione, avventura, storico,fantascienza
durata, 116'


Secondo molti mass mediologi cinema e videogiochi sono destinati nel prossimo futuro a incontrarsi in una sintesi sempre più completa di forma e contenuto. Prendendo per buone queste teorie che peraltro non avremmo ne il tempo ne la competenza per affrontare si può affermare che fin qui il suddetto connubio, almeno in termini di incassi, non abbia prodotto i risultati sperati: valgano per tutti l’esempio proposto dal dittico tratto dalla serie di “Tomb Raider”, rimasto al palo senza aver messo a frutto le potenzialità di un Angelina Jolie al massimo della fama e, per tirare in causa un titolo di stagione, quello offertoci dal pur buono “Warcraft: l’inizio” che soprattutto sul territorio americano ha rastrellato un bottino (poco più di 47 milioni di dollari) di molto inferiore ai soldi necessari alla sua realizzazione. Questo per dire che sulla carta la decisione di Michael Fassbender di produrre e intepretare la versione cinematografica del videogame “Assassin’s Creed” presentava non poche incognite.

L’idea del nostro però era tutt’altro che peregrina perché a margine di un film che sulla carta doveva replicare l’intrattenimento totalizzante tipico dei lungometraggi dedicati ai super eroi, “Assassin’s Creed” presentava un cast tecnico e attoriale imperniato su artisti per la maggior parte provenienti dal cinema d’autore. A leggere il cast infatti i nomi di Marion Cotillard, Jeremy Irons, Brendan Gleason, Charlotte Rampling e dello stesso Fassbender (che però era stato Magneto nella saga degli X-Men) tutto viene in mente tranne il mondo portentoso e ultra dinamico dei personaggi della Marvel e della DC Comics. 


La curiosità nei riguardi del lungometraggio diretto da Justin Kurzel (dopo “Macbeth” nuovamente regista della coppia Fassbender/Cotillard)  stava quindi nel capire se l’unione tra universi cinematografici così distanti potesse funzionare. Si trattava cioè di verificare se esisteva un punto di contatto tra la performance di attori abituati a far “vivere” i personaggi attraverso il talento della propria recitazione e l’allestimento in salsa techno fantasy della Santa Inquisizione, chiamata in causa dalla trama del film quando si tratta di giustificare la lotta che vede gli assassini del credo impegnati a fermare i propositi della setta dei templari capeggiata da un mefistofelico Jeremy Irons dalla figlia Marion Cotillard in versione dark lady, determinati con il resto dei loro accoliti a  impossessarsi dei codici che gli permetterebbero di avere il mondo ai loro piedi.

Nella considerazione della netta prevalenza degli elementi formali su quelli drammaturgico narrativi, la prestanza fisica di Fassbender così come il carisma degli illustri colleghi riescono a dare sostanza a un’operazione che, ove si faccia eccezione per una parte finale condizionata dalla necessità di costruire un finale aperto a una possibile trilogia, si mantiene per ritmo e tensione all’altezza delle aspettative. Se non si sbagliano i termini di paragone che, per una produzione come “Assassin’s Creed”, devono essere quelli di una serie come quella interpretata da Milla Jonovich, ciò che si vede sullo schermo vale di certo il prezzo del biglietto.

domenica, gennaio 08, 2017

LA FOTO DELLA SETTIMANA


























"Tutta la vita davanti" di Daniele Virzì (Ita, 2008)






MA LOUTE

Ma loute
di Bruno Dumont
con Fabrice Luchini, Juliette Binoche, Valeria Bruni Tedeschi
Germania-Francia, 2016 
genere, commedia
durata: 122' 


Nell'estate del 1910, nella Baia de La Slack, nel Nord della Francia, sparizioni misteriose spingono l’ispettore Machin e il suo assistente a recarsi sul luogo per indagare. In zona vive la famiglia Brufort, a cui appartiene Ma Loute, un giovane che lavora come raccoglitore di cozze e, insieme al padre, come trasportatore a braccia di borghesi che vogliono raggiungere la riva opposta di una piccola laguna. Proprio da questi ultimi è formata la famiglia dei Van Peteghem, che raggiunge la propria villa in stile egizio situata su un’altura prospiciente il mare. Bruno Dumont, dopo essersi messo alla prova in una serie televisiva, decide di cimentarsi come autore comico sul grande schermo. I suoi film fino a questo momento erano fondamentalmente strutturati sul piano del dramma anche se, di quando in quando, vi emergevano delle punte di ironia surreale. 


Forte del successo dello straordinario "P'tit Quinquin", il regista ha voluto procedere sulla stessa strada: quella dell'affresco corale di un'umanità che può essere splendida e mostruosa al tempo stesso, di personaggi talmente deviati e devianti, talmente improbabili, da risultare spesso irresistibili. Come nella miniserie di due anni fa, anche qui si nascondono dramma e tragedia sotto la coperta della comicità, ma rispetto ad allora si dà meno spazio alla riflessione, all'introspezione psicologica: si lascia dominare una surrealtà metafisica, che è quella che porta alcuni suoi personaggi a spiccare il volo. Se nel segreto brutale di Brufort c'è il germe del crudo e sanguinoso verismo di Zola, portato all'estremo, è lo spirito di un Magritte che pare aleggiare sul il racconto di "Ma Lute" e permearne ogni scena. Anarchico e iconoclasta, anche nei confronti dell'immaginario culturale francese delle zone atlantiche del nord, Dumont esagera, volutamente: va spesso sopra le righe, in maniera magari discutibile, come nel caso della caratterizzazione dei Van Peteghem e nella recitazione di Fabrice Luchini e Juliette Binoche, ma con una incoscienza talmente libera e spericolata da sorprendere e spingere al sorriso. Meno disteso, meno articolato e meno compiuto di "P'tit Quinquin", "Ma Loute" è comunque un film sorprendente, spiazzante, divertente, che non manca, nei suoi placidi interrogativi, nelle malsane invenzioni, nelle sue interruzioni e nei suoi voli senza spiegazioni, di suscitare anche un filo di sottile inquietudine che rende tutto più ambiguo e più intenso. Non ci sono nè inversione di ruoli, né risoluzione del giallo nel film di Dumont. Tanto gli inconsistenti ed eterei Van Peteghem, quanto i terrigni e ferini Brufort mantengono le loro devianze, le loro diversità. Succede di tutto in un film in cui si cade, si vola, si cammina ondeggiando e si presenta al mondo un perbenismo di facciata che si vuole contrapporre alla primitività di chi si nutre della diversità.
Riccardo Supino

sabato, gennaio 07, 2017

IL CLIENTE

Il cliente 
di Asghar Farhadi 
con Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti, Babak Karimi
Iran - Francia, 2016 
genere: drammatico
durata: 124'

Emad e Rana sono due coniugi costretti ad abbandonare il proprio appartamento a causa di un cedimento strutturale dell’edificio. Si trovano a dover cercare una nuova abitazione e vengono aiutati nella ricerca da un collega della compagnia teatrale in cui i due recitano da protagonisti di “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller. La nuova casa è stata abitata da una donna con una cattiva reputazione. Un giorno Rana, essendo sola, apre la porta, certa che a suonare sia stato il marito, ma uno dei clienti della donna la aggredisce. Da quel momento per Emad inizia una caccia all'uomo in cui non vuole coinvolgere la polizia. Asghar Farhadi torna a Teheran per proporre una vicenda in cui azione teatrale e quotidianità finiscono per intrecciarsi. Il regista fa in modo che, sin dall’inizio, questa dimensione venga sottolineata, facendo diretto riferimento alla messa in scena. Ci ricorda, cioè, la nostra posizione di spettatori, invitandoci a leggere la duplice finzione, teatrale e cinematografica, e a individuarne gli scambi. Chi conosce il testo di Arthur Miller sa che seppe descrivere un momento di svolta nella dimensione sociale degli USA attraverso le vicende familiari del suo protagonista. È quello che anche Farhadi vuole fare, individuando in questa fase storica dell’Iran una trasformazione così veloce dal finire con lo schiacciare chi non è pronto per adattarvisi. Questa lettura sociologica viene filtrata attraverso quella che per il regista è la cartina di tornasole delle dinamiche umane: la coppia. Emad e Rana sono una coppia affiatata sia nel privato che sulla scena, ma nella loro vita irrompe l’atto violento che ne modifica profondamente le coordinate esistenziali. Se nella donna si insinua un senso di instabilità e di paura prima ignoto, nel marito si fa strada un desiderio di fare giustizia misto a un atavico senso di onore perduto. In tutto ciò, anche se en passant, Farhadi non si astiene dal ricordarci che in Iran la censura è ancora attiva e può decidere sulla messa in scena o meno di uno spettacolo. Come a dire che molto sta cambiando in quella società, ma che alcuni vincoli sono ancora ben presenti.
Riccardo Supino

DEADPOOL


Deadpool
di Tim Miller
con Ryan Reynolds, 
USA, 2016
genere, azione, thriller, commedia, fantascienza
durata, 108'

Forse anche alla Marvel hanno capito che bisogna fare qualcosa e che in prospettiva futura l’omologazione della sua linea cinematografica potrebbe non bastare ad assicurare gli incassi stratosferici delle sue ultime produzioni. Il successo americano di un film come “Deadpool” che fa del rifiuto della mitologia superomistica così come l’abbiamo conosciuta nei cine comics realizzati dalla casa delle idee potrebbe accelerare il cambiamento anche perché gli ideali e il carattere dell’eroe in questione, refrattario a qualsiasi compromesso che non preveda la trasgressione delle regole, sono quanto di più lontano si possa immaginare dal rigore e dal senso del dovere che invece da sempre caratterizza l’operato dei vari  Thor, Spiderman e Capitan America. Anticipato da un personaggio come Hancock e coevo, neanche a farlo apposta del Jeeg Robot di Gabriele Mainetti nelle sale a partire dalla prossima settimana, Deadpool  è, alla pari dei colleghi appena menzionati un concentrato di stranezze e umanità destinate a deflagrare nel film in questione con una tragicomica caccia all’uomo organizzata per uccidere colui che con il pretesto di guarirlo da morte certa gli ha sfigurato il volto, costringendolo a rinunciare all’amore della sua ragazza.



Premesso che la capacità di rigenerare le cellule del corpo lo rendono praticamente invulnerabile e che l’addestramento ricevuto nei corpi speciali fanno di lui una perfetta macchina da guerra, ciò che interessa sottolineare del film diretto dallo statunitense Tim Miller non è lo sviluppo dell’intreccio, retto come altri dalla volontà dell’eroe di neutralizzare di offendere dei cattivi e neanche gli aspetti legati alla qualità degli effetti speciali, diventata un fatto acquisito per produzioni di questo livello. Ciò che distingue Deadpool e che lo rende allo stesso tempo divertente e unico nel suo genere è la predisposizione a duettare con lo spettatore che un poco alla volta viene coinvolto nelle sue smargiassate da una messinscena che fa dello straniamento e dell’esagerazione il proprio marchio di fabbrica. 


A cominciare dalle battute recitate rivolgendosi alla mdp oppure alle dilatazioni temporali che permettono alla storia di inserire nel bel mezzo di un combattimento i flashback necessari a spiegare le ragioni che hanno portato Deadpool fino a quel punto, per non dire degli scanzonati siparietti in cui conosciamo le vicende private del protagonista, quelli che riguardano l’ambiente in cui vive e le sue frequentazioni, entrambi riconducibili all’esistenza sgangherata e reitetta del personaggio. Uscito negli Stati Uniti con il divieto ai minori e nonostante questo capace di stabilire il record di sempre per quanto riguarda l’esordio di un film X-Rated, Deadpool è destinato a mettere d’accordo un pubblico quanto mai omogeneo e nel caso dell’Italia dove il film non è – giustamente – vietato, a divertire genitori e figli. 

venerdì, gennaio 06, 2017

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: THE WITCH

The Witch
diretto da Robert Eggers
con Anya Taylor-Joy, Ralph Ineson
Canada, 2015
genere, horror
durata, 90'




Due film uniti dal medesimo destino. Il primo, “It follows”, arrivato nelle sale a più di un anno di distanza dalla distribuzione internazionale e sulla scia del passaparola promosso dalle visioni clandestine di chi ha avuto modo di vederlo nella rete. Il secondo, “The Witch”, distribuito a ferragosto con pari ritardo rispetto al successo ottenuto al Sundance Film Festival dove nel 2015 il lungometraggio di Robert Eggers ha raccolto molti consensi. Una miopia, quella dei nostri esercenti, che al di là delle solite ragioni trova una qualche spiegazione nelle caratteristiche di un offerta talmente diversa dalla media da scatenare la diffidenza di chi è abituato a un cinema commercialmente omologato. Perché sia “It Follows”, di cui abbiamo già detto, che “The Witch”, del quale ci apprestiamo a parlare, pur mantenendo inalterate le ragioni del loro essere e cioè quelle di spaventare lo spettatore, hanno dalla loro un imprinting di forme e contenuti che li distingue dalla media dei prodotti appartenenti alla stessa categoria. Siamo infatti di fronte - e qui entriamo nel merito del lavoro di Eggers – a un tipo di cinema più maturo che nell’esercizio dei codici di genere trova il modo di allargare il discorso a una visione dell’esistenza svincolata dalle istanze narrative che regolano il divenire dell’intreccio.

Per raggiungere lo scopo il regista parte però da premesse che vanno in senso opposto a quanto appena detto poichè invece di collocare la vicenda in un tempo indefinito, o perlomeno poco caratterizzato dal punto di vista iconografico e dell’immaginario, con “The Witch” veniamo catapultati all’interno della cornice storica in cui a partire dalla metà del seicento la nascita della nazione americana dovette pagare dazio a una voglia di uniformità e di disciplinamento che nelle accezioni più estreme raggiunse forme di intolleranza come quelle che portarono al cosiddetto periodo della caccia alle streghe durante il quale la ricerca del capro espiatorio trovò nel mancato rispetto all'ortodossia religiosa il motivo su cui sfogare il rovescio di un regime repressivo e delatorio.

Vincolato da precise coordinate storico culturali Eggers non si fa intrappolare dai pericoli di una messinscena illustrativa ma riesce a fare della precisione del dettaglio fisiognomico – evidente nella scelta di volti che sembrano prelevati dalla ritrattistica del periodo –   visuale – ispirato da una sensibilità che sembra rifarsi alla lezione dei grandi della pittura fiamminga – così come della ricerca filologica necessaria a raggiungere una verosimiglianza di dialoghi e pratiche quotidiane gli strumenti attraverso cui manifestare gli effetti della paura suscitata dal pericolo proveniente dalla foresta che circonda la casa dei protagonisti. In questo modo più che la presenza della malefica creatura (pressoché sottratta agli occhi del pubblico) a provocare disagio sono le conseguenze della sua evocazione, rintracciabili nell’incombente oscurità degli ambienti fotografati a lume di candela e nell’immota consistenza del paesaggio silvano; oppure nei volti stranulati dei genitori di Thomasin, la giovane protagonista che ad un certo punto dovrà difendersi dalle accuse di stregoneria rivoltigli dal suo stesso padre. Insomma un quadro generale che in apparenza non si discosta nel suo svolgimento dagli altri film incentrati sullo stesso argomento se non fosse che il gioco al massacro tra genitori e figli e il cambio di ruolo tra vittime e carnefici diventa ben presto la metafora di una nazione in guerra con se stessa e, ad un livello d’astrazione ancora superiore, la raffigurazione del retaggio ancestrale che impedisce agli esseri umani di godere appieno della propria libertà. Come dimostra l’assunto di “The Witch” che fa coincidere il sorgere del male nel momento in cui Thomasin e la sua famiglia vengono allontanati dalla comunità per metterli in grado di praticare culto religioso secondo le regole dettate dalla propria coscienza. Ed è proprio questo modo di essere allo stesso modo un prodotto di intrattenimento e un’opera d'arte a fare del lungometraggio di Eggers un evento che gli appassionati della settima arte non possono lasciarsi sfuggire.

LA FESTA PRIMA DELLE FESTE

La  festa prima delle feste
di Josh Gordon, Will Speck
con Jennifer Aniston, Jason Bateman, Olivia Munn, TJ Miller
USA, 2016
genere, commedia
durata, 


Se è vero che tutto il mondo è paese non stupisce di ritrovarsi alla vigilia delle feste natalizie in compagni di un titolo come “La festa prima delle feste” diretto dalla coppia di registi Josh Gordon e Will Speck, che, sulla falsa riga di quanto accade nei  nostri cine panettoni mettono in fila una serie di volti noti e meno noti per orchestrare la solita sarabanda di avventure al limite del reale. Il pretesto per mettere tutti sotto l’albero è il taglio di personale paventato da Carol (una glaciale Jennifer Aniston), spietata taglia teste incaricata di sopperire alla crisi della società informatica del fratello con una drastica riduzione dei posti di lavoro e, per contro, la decisione di Clay di trasformare il party natalizio nell’occasione propizia per convincere un cliente miliardario a siglare il contratto capace di evitare i licenziamento dei suoi impiegati.

Organizzato come fosse un'unica storia “La festa prima delle feste” è strutturato mettendo insieme senza soluzione di continuità diverse micro trame incentrate su alcuni degli eccentrici partecipanti. In questa maniera, accanto al filone principale, monopolizzato dalle vicissitudini dei vari Jason Bateman, T.J Miller e, da un certo momento in avanti, di Jennifer Aniston e Olivia Munn, impegnati – attraverso i propri ruoli - a riprendere le fila di una vicenda andata fuori controllo, si fa strada e prende largo un valzer delle coppie inserito nella contesa con una comicità che se nel linguaggio sboccato e nella continua trasgressione vorrebbe fare il verso ai migliori epigoni del seminale “Animal House” (1978), di fatto non ne possiede tanto l’energia dissacratorio dei testi, quanto il colpo d’occhio necessario a trasfigurare vizi e lazzi del nostro tempo: a meno che non si considerino come tali l’attitudine manageriale di Clay, troppo farsesca e ludica per essere il prototipo di chi nella realtà è parte in causa dei dissesti dell’economia mondiale e, sul piano della critica di costume, l’esuberanza sessuale che vivacizza la festa, troppo goliardica e così poco incisiva per trasfigurare le disfunzioni causate dall’intransigenza della morale vittoriana. Ciò detto nel film non tutto è da buttare considerando che grazie al mestiere dei registi provenienti dalla televisione e dalla pubblicità “La festa prima delle feste” mantiene per l’intera durata della visione un ritmo e una fluidità d’immagini al di sopra della media. 
(pubblicata su TaxiDrivers.it

martedì, gennaio 03, 2017

PASSENGERS

Passengers
di Morten Tyldum
con Jennifer Lawrence, Chris Pratt, Andy Garcia, Lawrence Fishburne
USA, 2016
genere, fantascienza, avventura, sentimentale
durata, 116'



Fatto salvo il rispetto per quella parte di pubblico verso il quale è opportuno mantenere intatto il fattore sorpresa offerto dai film di cui andremo a parlare sembra corretto far notare che il cartellone del Natale cinematografico 2016  si segnala per la presenza di un cinema americano la cui tendenza a riciclarsi attraverso formule ed etichette (parliamo dei famigerati remake come pure delle affiliazioni rappresentate dai vari prequel, sequel e spin-off) è bilanciata  da una visione del mondo più matura  in ragione di storie disposte a bilanciare le esigenze di spettacolo con una maggiore considerazione per i principi cardine dell'esistenza umana. La  conseguenza più vistosa, o meglio, quella con la quale per prima si deve confrontare l'emotività dello spettatore è un tipo di narrazione collocata all'interno di un orizzonte in cui il senso della fine trova compiutezza nella restituita mortalità dell'eroe di turno, come sempre all'altezza del suo ruolo e quindi in grado di determinare le sorti del mondo ma non più così sicuro di sopravvivere all'impresa. I riferimenti  portano dritti all'ultimo episodio di Guerre stellari ("Rogue One: A Ghost Story") e, per quello che qui ci riguarda, al fantascientifico "Passengers" diretto dal norvegese Morten Tyldum, promosso sul campo per i meriti conquistati con la direzione di "Imitation Game" e assoldato per mandare in porto uno dei blockbuster più attesi dell'ultimo scorcio di stagione.


Forte del preambolo che abbiamo appena menzionato la sceneggiatura del film, scritta dallo specialista Jon Spaihts (sua la firma degli script di "Doctor Strange" e del prossimo remake de "La mummia" interpretato da Tom Cruise) si muove su una trama a doppio binario: da una parte infatti abbiamo situazioni ed elementi tipici del genere fantascientifico che vanno dalla proiezione futuristica della storia, ambientata in un tempo non meglio precisato ma comunque ancora soltanto ipotizzabile, alla caratterizzazione dell'elemento paesaggistico dominato dalla desolata infinità delle lande spaziali e dallo spirito d'avventura che porta con sé l'esplorazione dello spazio infinito, fino alle meraviglie scientifiche e tecnologiche messe a disposizione dei viandanti, tra le quali, in ordine di importanza citiamo l'astronave Avalon, vettore crociera equipaggiato per soddisfare il far bisogno ricreativo dei suoi passeggeri e il sonno criogenico in grado di sospendere l'invecchiamento fisiologico causato dalla durata del viaggio interstellare (120 anni) necessario a raggiungere la colonia di Homestead. Dall'altra, la serie di indizi - a cominciare dall'escamotage della convivenza forzata tra personaggi di segno opposto - che costituiscono la variante alla struttura di genere, quelli che mettendo in scena per buona parte del film la liaison tra il meccanico Jim Preston (Chris Pratt) e la giornalista Aurora Lane (Jennifer Lawrence), costretti a fare i conti con il guasto che li ha fatti risvegliare con 80 anni d'anticipo rispetto alla data stabilita, spostano l'ago della bilancia dalle parti di certo cinema sentimentale la cui tenzone amorosa viene alimentata -  ed è questo lo schema che tiene insieme i due filoni - dalle problematiche contingenti alla complessità del viaggio.


Cosparso qua e la di concetti meta letterari ("Credo che ci raccontiamo storie per non sentirci soli, per avere un contatto" e ancora "per scrivere storie straordinarie devi vivere una vita avventurosa") ed elaborato in modo da ribaltare il significato di alcuni dei luoghi tipici dei film di fantascienza,  quali ad esempio la passeggiata spaziale di Jim e Aurora qui destinata a perdere il carico di claustrofobia e drammaticità sperimentato in un film come "Gravity" per diventare la dichiarazione d'amore di un uomo alla sua innamorata, oppure nel senso di ospitalità della Avalon, love boat interstellare illuminata a festa e lontana anni luce dagli anfratti minacciosi e tetri della Nostromo scottiana memoria, "Passengers" fallisce proprio dove meno ci si aspetterebbe; ovvero quando, nel tentativo dei protagonisti di salvare la nave dall'imminente naufragio, si tratta di fare largo alla fantasia e all'avventura. A quel punto è il film e non il vettore a perdere il controllo, accelerando le procedure di salvataggio con trovate risibili (su tutte quella che prevede la resurrezione di una delle parti in causa)  che mettono in crisi il connubio tra azione e sentimento e, più in generale, con tirate e accorgimenti troppo sbrigativi per risultare efficaci dal punto di vista drammaturgico. Paragonando le premesse iniziali all'esito finale si potrebbe dire, e  non ha torto, che la montagna ha partorito un topolino. Peccato per gli attori, ivi compreso per Michael Sheen, che nel ruolo del barman androide si guadagna un posto tra i personaggi più simpatici e originali della stagione cinematografica.

(pubblicata su ondacinema.it)

lunedì, gennaio 02, 2017

FA' LA COSA GIUSTA

Fa' la cosa giusta
di Spike Lee
con Danny Aiello, Spike Lee, John Turturro, Samuel Lee Jakson
USA, 1989
genere, drammatico
durata, 114'


Non c'è bisogno di consultare i manuali di storia né di essere un esperto della settima arte per capire le ragioni che hanno reso "Fa' la cosa giusta" una delle pellicole più importanti della sua epoca e, più in generale, dell'intera storia del cinema. La fama del film è infatti la risultante di più fattori che in parte hanno a che fare con le qualità registiche del suo autore e in parte dipendono dalle condizioni storiche e produttive in cui si colloca la lavorazione del lungometraggio. Ripercorrendo le tappe che portano al festival di Cannes del 1989 dove "Do the Right Thing", inserito nel concorso ufficiale, viene presentato in anteprima mondiale, appare chiaro come l'opera di Lee sia il punto di convergenza di un'onda lunga (iniziata a metà degli anni settanta) scaturita dal progressivo affermarsi della musica rap, la cui massima popolarità coincide con la pubblicazione dello storico album dei Run DMC, "Raising Hell", punta dell'iceberg di una tipologia musicale destinata a dominare le classifiche commerciali grazie a testi di forte impatto politico e sociale capaci di definire l'immaginario di quella cultura hip hop inizialmente chiamata a codificare il linguaggio di strada e lo stile di vita vigenti nei sobborghi delle comunità afro-americane e, successivamente, portato a espandersi oltre confine, raggiungendo riconoscibilità e identificazione planetaria. Non disgiunto - ma, anzi, in tutto e per tutto collegato a queste manifestazioni - si associa il crescente bisogno di rappresentare dall'interno quell'America nera che la cultura dominante continuava a ignorare nonostante le richieste e i fermenti da essa provenienti: prova ne è il successo della sit-com televisiva "I Robinson" e di un attore quale Eddie Murphy, beniamino del pubblico grazie al poliziotto di Beverly Hills, testimonianza, al tempo, dell'esistenza di un pubblico afroamericano e della relativa assenza di progettualità del sistema hollywoodiano che, di fatto, esclude dai mezzi di produzione i registi appartenenti a questa minoranza. Un vuoto che il cinema di Lee riesce a colmare in virtù della forza contrattuale ottenuta con gli incassi di "Lola Darling" (1986), film d'esordio premiato al box-office con 7 milioni di dollari a fronte di un investimento di 175 mila. La storia della giovane artista di colore e dei suoi tre spasimanti rappresentò in questo senso una novità assoluta, perché per la prima volta sullo schermo si dava spazio a personaggi che rispecchiavano nel profondo e senza alcuna reticenza o edulcorazione i prototipi forniti dal mondo reale e, in particolare, dall'universo afro-americano all'interno del quale la vicenda nasceva e si sviluppava.


Da questo punto di vista, per la carriera di Lee, "Fa' la cosa giusta" costituiva una doppia scommessa poichè, da un lato, doveva consolidare attraverso la collaborazione con una major come la Universal le caratteristiche di un cinema che non si limitava a vivere solo durante la proiezione ma che prima e dopo aveva il compito di promuovere (mediante la 40 Acres and a Mule Filmworks, casa di produzione e factory creata dallo stesso Lee) il talento di attori e maestranze suoi fratelli (anche se tra le miriade di scoperte del regista americano una delle più eclatanti è di certo quella dell'italiano John Turturro, impiegato via via nei ruoli più disparati); dall'altro si metteva in gioco dal punto di vista della stretta militanza entrando nel pieno della questione razziale attraverso personaggi e contenuti che, facendo proprio il modello di lotta ipotizzato dal nazionalismo nero, si confrontavano con il razzismo imperante nella società americana e, in particolare, con quello della città di New York, governata dal sindaco Ed Koch, in cui non esisteva giorno senza che una persona di colore non rimanesse vittima delle ingiustizie e dei soprusi perpetrati tanto dalla popolazione bianca quanto dalla polizia la quale, sempre più spesso, si macchiava di abusi e maltrattamenti debitamente coperti dalle istituzioni locali.


In questo clima esasperato e colmo di tensione, la sceneggiatura di "Fa' la cosa giusta" prende corpo in solo dodici giorni attraverso una mescolanza di fatti reali e immaginari che confluiscono nella messinscena della sanguinosa rivolta da parte degli abitanti di un sobborgo di Brooklyn a maggioranza nera. A causarla è l'uccisione di un ragazzo di colore da parte delle forze dell'ordine intervenute per sedare la rissa scoppiata all'interno della pizzeria di Sal e dei suoi due figli - italo-americani - pronti a reagire al tentativo di chi, accusandoli di essere razzisti, vorrebbe impedirgli di continuare a esercitare la propria attività. La particolarità del testo scritto dallo stesso Lee non risiede tanto nell'intreccio narrativo, di per sé lineare nella consequenzialità imposta dall'unità di spazio e di luogo (ricordiamo che la storia, ambientata a Bed-Stuy, il quartiere nero più conosciuto di Brooklyn abbraccia un arco temporale di 24 h), quanto nel modo con cui l'autore mette insieme i diversi elementi del problema, inerenti non solo la dialettica dello scontro tra diverse culture e i tentativi di prevaricazione dell'una rispetto all'altra, ma relativi anche alle contraddizioni legate alla mancata coesione della comunità nera (tema principale di "Aule turbolente" del 1988), divisa al suo interno dall'egoismo dei singoli, quindi sostanzialmente priva di una coscienza che le permetta di unire gli sforzi nel perseguimento della propria autodeterminazione. Un aspetto, quest'ultimo, che Lee, da sempre critico nei confronti della propria compagine, non manca di far rilevare attraverso il personaggio di Mookie - da lui stesso interpretato - il quale, al di là di qualche slancio estemporaneo, viene ritratto nel suo esclusivo interesse per il denaro, elevato a valore massimo anche quando si tratta di scegliere tra questo e la propria prole, abbandonata ad una madre a sua volta presa in considerazione solo quando si tratta di soddisfare i propri appetiti sessuali. Sottolineatura altrettanto evidente in virtù di taluni particolari, apparentemente irrilevanti e persino divertenti, però capaci di definire sotto il profilo sociologico l'ambiente che fa da sfondo agli avvenimenti. Ci riferiamo, per esempio, alla mancanza di valori delle generazioni più giovani e alla distanza morale che le separa da quelle di genitori a stento sopportati, come capita al Sindaco, soprannome assegnato al beone vecchio e saggio che passa le giornate trascinandosi lungo la strada del quartiere. Come pure alla madre di Tina, (Rosie Perez, altra rivelazione targata Lee), la ragazza di Mookie, biasimata dalla figlia per futili motivi, per arrivare al feticismo delle merci, vero e proprio fardello destinato a ostacolare l'auspicato processo di emancipazione. Il tema viene affrontato da Lee in chiave tragicomica con due sequenze collegate al brand sportivo delle scarpe firmate da Michael Jordan, oggetto di un culto destinato a riversarsi in senso negativo nella spropositata reazione del capannello che - nel primo inserto - si raduna attorno al personaggio interpretato da John Savage, reo di aver accidentalmente calpestato la celebre calzatura e perciò meritevole di essere punito. Parossismo confermato qualche scena dopo dal primo piano delle scarpe e dello spazzolino che cerca in maniera ossessiva di ripulirle dall'oltraggio subito. E sempre nella prospettiva di allargare il discorso alla complessità del quotidiano, vale la pena notare come la scelta di utilizzare nella prima delle sequenze incriminate un personaggio di razza caucasica torni comoda al regista per segnalare il progressivo spopolamento dell'area urbana da parte delle persone meno abbienti, costrette a lasciare il posto a quelle di estrazione cattolica, anglosassone e borghese, che Lee non perde occasione di fustigare attraverso la maglietta indossata da Savage recante il cognome del cestista (Larry) Bird, già dileggiato nel corso di "Lola Darling" e qui preso di mira come icona della parte più istituzionale del paese, quella a cui si contrappone la retorica presente all'interno del film.


A fare la differenza e nello stesso tempo a risultare peculiari in "Fa' la cosa giusta" sono però due cose: la prima, a cui avevamo accennato in apertura, è l'esistenza di un punto di vista anomalo, per il fatto che almeno a livello di grande produzione non era mai accaduto che un regista afro-americano potesse esprimersi a proposito della propria gente con i mezzi e la libertà di cui invece Lee disponeva. Oltre a ciò, il fatto che questa volta l'autore mette il dito nella piaga poichè, rispetto ai precedenti lungometraggi, collocati in un contesto yuppie che in qualche modo preservava i personaggi dagli aspetti più crudi della realtà, "Fa' la cosa giusta" si sporca le mani immergendosi nelle viscere delle comunità nere proletarie e operaie e in quella cultura di strada di cui sono espressione i ritmi creati, ad esempio, dai Public Enemy (le parole pronunciate nell'hit "Fight the Power" esprimono come meglio non si potrebbe il canto di rivolta scaturito dall'incontenibile sofferenza di chi è obbligato a subire le storture del potere). Un'ulteriore connotazione è invece di carattere strettamente cinematografico e riguarda il modo con cui Lee riesce a tradurre sullo schermo la carica sovversiva della sua sceneggiatura. Per farlo, mette a punto una commistione di immagini (tendenti a una espressività che si incarica di fare arrivare il messaggio anche a costo di risultare eccessiva e teatrale), suoni (nei primi lavori, la musica è presente in ogni fotogramma e detta i ritmi della narrazione) e parole (utilizzate come colpi di pistola indirizzati verso lo spettatore) che è in grado di riprodurre il coacervo di sentimenti e rivendicazioni accumulatisi in anni di difficile convivenza.



Detto degli espedienti che consentono al regista di mettersi al riparo da eventuali problemi di coerenza narrativa dovuti alla trattazione di una materia di per sé instabile (tra i quali, oltre, come detto, all'unità di tempo e di luogo scelte per lo svolgimento della storia, vale la pena di citare - anche per importanza drammaturgica - il personaggio di Radio Raheem/Bill Nunn, il cui vagabondaggio con lo stereo perennemente sintonizzato sulla canzone dei Public Enemy ribadisce il tipo di emotività che sottende alla storia, e quello di Mookie - a cui Lee si presta per portare al film la notorietà derivatagli dallo successo dello spot girato insieme a Michael Jordan - il quale, consegnando le pizze per conto di Sal - uno straordinario Danny Aiello che si guadagna meritatamente una nomination all'Oscar nella categoria riservata agli attori non protagonisti - ci permette di entrare in contatto con la varia umanità che popola il rione), a sorprendere in "Fa' la cosa giusta" è l'abilità con cui il regista riesce a non piegare l'opera all'ego debordante dei suoi personaggi, tutti, chi più chi meno, dominati da atteggiamenti oltremodo conflittuali. In questo senso, a fare da deterrente alla moltitudine di eccezionalità caratteriali presenti, entra in gioco, la sostanziale ambiguità dei comportamenti umani (con in testa, per l'importanza ricoperta nello scoppio dei disordini, i due poliziotti, dapprima complici degli abitanti del quartiere e poi addirittura carnefici), sempre smentiti da azioni di segno contrario, come capita al termine del confronto tra Sal e Buggin Out, nella sequenza che precede la tragedia. Il tutto, tenendo a mente l'asserzione del titolo che, a fronte dell'imperio del suo significato, finisce per assumere una sfumatura meno netta e quasi interrogativa circa quale sia davvero la migliore cosa da fare. Non è un caso, infatti, che il film si chiuda - un attimo prima dei titoli di coda - con le citazioni di Martin Luther King e di Malcon X (guida morale del regista che qualche anno dopo firmerà un biopic ad essa dedicato), i quali, rispetto alla questione del razzismo e della sua risoluzione offrono alla comunità afro-americana possibilità diametralmente opposte e però, similmente all'amore e all'odio di cui ad un certo punto parla Radio Raheem, destinate con esiti alterni a contendersi il palcoscenico nel teatro delle vicende umane. Dopo aver sfiorato la vittoria a Cannes - battuto sul filo di lana dall'esordiente Steven Soderbergh - "Fa' la cosa giusta" esce negli Stati Uniti scatenando accese polemiche: accusato di istigare alla violenza e di essere a sua volta razzista e omofobo, il film tiene banco per settimane nei giornali e nei media, incassando una cifra pari a circa 27 milioni di dollari che, rispetto ai circa 6 e mezzo investiti per la sua realizzazione, decreta la riuscita commerciale dell'operazione.
(pubblicata su ondacinema.it)

domenica, gennaio 01, 2017