sabato, giugno 08, 2013

A proposito di: "Only God forgives", abbecedario della fine.




Nei "Frammenti postumi" Nietzsche riflettendo, tra l'altro, sulle linee guida del pensiero occidentale che sostanziano la descrizione del mondo da lui configurato, osserva il progressivo emergere di una presenza che definisce "la più inquietante di tutte" - quella del nichilismo - giungendo ad una constatazione (altrettanto inquietante): "Manca il fine", dice, e sembra di sentirlo sussurrare lento, "manca la risposta al ". Subito un sapido paradosso: per un cinema vistoso quanto scostante, spesso additato di una nemmeno tanto occulta combutta col nichilismo di cui sopra, come quello del nuovo oggetto di culto Nicolas Winding Refn, la visione di "OGf" prefigura addirittura l'eventualità di una semplice quanto netta risposta: da qui non si torna indietro (o non si esce ma cambia poco). E "qui" e' la materializzazione della somma distorta e stenotica degi sbattimenti iper-cinetici dei vari "Pusher"; dei silenzi ancestrali e arcani e delle punizioni rituali/simboliche di "Walhalla rising"; degli istrionismi teatral muscolari, fluorescenti e criptogay di "Bronson": della tenerezza subliminale di "Drive". "Qui" e' la nana bianca super compressa (o, se vogliamo, lo sciacquone) di un'idea di Cinema e delle sue suggestioni - dal poliziesco americano anni '70 ai labirinti ignoti, angoli residuali e penombre di città impossibili tra Ballard e Lynch; dalla fascinazione per gli spaghetti-western (chiaro il riferimento al Colizzi/Hill/Spencer di "Dio perdona... io no !", 1967) ai debiti stilistici verso una matrice "orientale" per le geometrie della messinscena e per la raffigurazione della violenza; dal grottesco triste e dalla grigia mestizia delle "kitchen sink drama" alle sospensioni "incongruenti" dei karaoke alla saccarina - a cui OGf" intima di variare l'orizzonte degli eventi, la porta abisso-nero cornice di un'inquadratura ultima affogata in un unico esausto globulo rosso di pareti, fondali, riflessi, che ripugna e attrae irresistibilmente vibrando sulle frequenze della fine - della morte - come impossibilita' di gettare uno sguardo se non per essere respinti al di qua della soglia e "meritare" il passaggio solo assecondando i dettami del martirio, viatico (e approdo suo malgrado del nichilismo), per mutare una volta per tutte stato (nel caso, forma/Cinema) e così (ri)deflagrare/reagire in una serie di spasmi nuovi, in una nuova vita, se e' vero il verso di Holderlin "Ma la' dove c'e il pericolo cresce/ anche ciò che salva" e il fatto che l'unica alternativa sarebbe la fiacca ripetizione dell'uguale.


"OGf", nella prospettiva della fine - della sua propria fine - recupera e ricombina in egual dosi di abilita' e furbizia gran parte degli snodi linguistici ed estetici che avevano caratterizzato il Cinema che lo ha prodotto come voce espressiva (il parossismo della violenza e la "necessita'" del sangue; l'inquadramento quasi marziale di parole e atteggiamenti; la saturazione cianotica dei cromatismi; le staticità oniriche e gl'intermezzi di una soavità sinistra; l'insopprimibile misoginia e una larvata ancorché diffusa rassegnazione all'impotenza; l'assenza di margine per distinguere l'esperienza umana da un mondo che quella stessa esperienza ha contribuito a rendere un luogo desolato e desacralizzato e dalla freddezza atona del denaro, attraverso la ricerca della prossimità e del contatto con l'altro ridotta a fremito sottocutaneo o affidata ad un'insistenza languida quanto meccanica dello sguardo) ma con un moto inerziale adesso decrescente, in una sorta di progressivo rallentamento della forza vitale/motrice delle immagini. Man mano che si "procede", cioè, la mdp lesina i suoi movimenti laterali, i suoi rari scatti e retrocede, alternando piani, isolando spazi il cui dinamismo e' frutto della profondità di campo e degli straniti spostamenti al suo interno, fino a consegnarsi immobile - il film si apre e si chiude su una tozza katana che attraversa lo schermo - alla lama che la libererà (?).



Bruciati i ponti alle spalle, cosa resta in "OGf" della brutalità sanguinolenta, dei bagliori di colore dei fiori o delle vetrine, degli arredamenti insulsi o posticci o patologicamente carichi, delle cupezze e delle lentezze minacciose ? Resta un tritume sfinito di accorgimenti retorici, brandelli dell'eternamente degradata immagine di noi stessi, di ciò che abbiamo fatto del nostro modo di vivere e dei nostri rapporti, affidati in toto all'amoralità tecnica delle cifre e dei profitti, oltre alla miserabile litania delle coazioni di sempre (miserabile per il suo implacabile ripresentarsi sotto forma di enigmi la cui soluzione e' ogni volta demandata ad un provvidenziale intervento esterno o di alibi per qualunque abiezione): legami contorti - se non nessun legame - con l'altro sesso e col proprio corpo (sempre in apparenza tonico come impone l'atletismo giovanilistico del "primo mondo" ma che sembra non rispondere più a nessuno stimolo), da complicare ulteriormente con complessi edipici latenti/irrisolti/rimossi e spettri incestuosi (Kristin Scott Thomas, una delle quintessenze del piglio aristocratico, qui arancio/cremisi laccata, capigliatura platino modello Donatella Versace, abiti pacchiani, super boss del narcotraffico, Medea morbosa e sprezzante, sospesa in una sola favolosa manciata di fotogrammi in posa plastica a scimmiottare e pervertire al tempo l'eterea grazia delle "muse" di Mucha, in grado di apostrofare l'accompagnatrice/pseudo fidanzata del figlio minore Gosling con un "How many cocks can you entertain in that cum dumpster of yours ?", la cui interpretazione, per ovvi motivi, lasciamo ai più ardimentosi, e che non arretra neanche di fronte alla possibilità di distribuire piacevolezze assortite intorno alla consistenza dei "membri" di famiglia); un'afasia prossima all'autismo e all'abbrutimento (Gosling, grosso beagle semi catatonico si aggira per la pellicola e pronuncia in tutto una cinquantina di parole, non necessariamente sensate; il fratello maggiore stupra e ammazza una ragazzina senza fare una piega, quasi controvoglia, e pressoché allo stesso modo si lascia massacrare dal di lei padre), la cui impassibilità e' conseguenza diretta della passività e della protervia, della pretesa arrogante e omicida di partecipare al mondo senza conoscerlo e senza frequentarlo ma comprandolo, possedendolo - cioè, meramente, abusandone - e che, quindi, nulla può contro la millimetrica imperturbabilità di un'autorità corrotta ma vigile (Chang, l'ufficiale di polizia, maestro di torture e inesorabile spadaccino), implacabile nel ridefinire e, a suo modo, ribadire la necessita' del limite, avvertita, ma più di ogni altra cosa ancora pronta nell'agire, e a cui quella non può che offrirsi nuda e vile, immeritevole, appunto, di perdono.




Con "OGf", insomma, il danese-americano Refn si caccia da solo nella buca. Tutto da vedere - e la cosa si prospetta interessante - come cercherà di venirne fuori.


TFK

venerdì, giugno 07, 2013

CARLO!

Carlo!
di Fabio Ferzetti, Gianfranco Giagni
con Carlo Verdone, Goffredo Fofi, Margherita Buy
Italia 2012
genere documentario
durata, 76

La carriera di un artista è materia volatile, soggetta a mille variabili e alle incognite di chi si trova non solo a fare i conti con se stesso, a ragionare con le idiosincrasie di una personalità che diventa arte attraverso continue revisioni psicologiche, ma anche per il fatto di avere a che fare con il gusto degli altri: del pubblico innanzitutto, irrazionale e volubile, ago della bilancia di formidabili ascese e rovinose catastrofi, dei produttori eternamente condizionati da matematiche finanziare, e poi non ultime dalle persone che appartengono alla sfera personale. Famiglie allargate chiamate a misurare con gesti affettuosi il passare del tempo e lo stato dell'arte di chi vuole continuare a dialogare con il proprio tempo.

Per questi motivi realizzare un film su un attore/regista come Carlo Verdone non era facile. Ma non solo: di mezzo c'era anche un immaginario ingombrante per longevità, successo e per quel trasformismo che appartiene alla capacità di metabolizzare un'epoca nel rinnovamento continuo del proprio repertorio. Segnali di un talento inequivocabile e proprio per questo difficile da ingabbiare in un contenitore come quello realizzato da Fabio Ferzetti e Gianfranco Giagni, che in poco più di un'ora e mezza aveva il compito di fare il punto su un vitalismo di tale portata. In casi come questi la difficoltà di cogliere l'essenza del soggetto, di toccare i territori dove nasce la visione si trasforma non di rado in una celebrazione acritica che non aiuta ad approfondire né l'uomo né l'artista, come per esempio si è verificato nel recente documentario dedicato a Woody Allen (Woody, 2012).

Cosa che per l'appunto non succede in "Carlo!". A distinguerlo da operazioni analoghe c'è innanzitutto la generosità di Verdone che nel restare se stesso anche di fronte alla macchina da presa si apre ad un sorta di confessione in cui ricordi più dolorosi come quello della recente scomparsa del padre, oppure leggeri, legati ad una gioventù tutto sommato spensierata, prendono vita con un paesaggio che la telecamera fa rivivere attraverso materiali di repertorio eterogenei (d'archivio o super 8 provenienti anche dalla cineteca personale), ma anche visitandone luoghi e paesaggi: dalla casa natale, ormai vuota ma ricca di presenze imperiture, alla spiaggia di ostia dove Verdone ancora bambino si divertiva insieme ai coetanei durante la colonia estiva, ed ancora a ponte Sisto, dove il capodanno veniva celebrato con abbondante uso di fuochi d'artificio. Ma c'è in "Carlo!" anche la capacità dei realizzatori di indagare il personaggio senza sradicarlo dal proprio contesto, immergendolo anzi in un set immaginario e scenografico, con Verdone seduto sulla sedia da regista, appena illuminato da un cono di luce a restituirne l'inconfondibile figura. E' lì, circondato da un buio fisico e ancestrale dal sapore felliniano (non a caso il Sordi de "Lo sceicco bianco" è uno dei riferimenti artistici del protagonista) che il film prende forma, diventando diario intimo e insieme antologia, con gag e sequenze tratte dagli anni della gavetta - dai primi lavori televisivi agli esordi cinematografici basati quasi esclusivamente sulla caratterizzazione dei personaggi - fino alle ultime opere dove l'importanza dei temi rispetto alla caricatura e alle maschere ha permesso a Verdone di essere sdoganato da una parte di critica che per quel motivo lo aveva relegato a palcoscenici di secondo piano. E se il carosello di amici e compagni di lavoro è ovviamente a suo favore, il film si mantiene comunque obiettivo quando lascia spazio ai chiaroscuri, evitando di tagliare interventi come quello di Goffredo Fofi, che pur condividendo il giudizio generale, avanzano qualche dubbio sulle doti registiche del cineasta. Insomma un ritratto a tutto tondo che fa riflettere e divertire, e che meriterebbe l'uscita nelle sale anziché la destinazione home video annunciata dal produttore.
(pubblicato su ondacinema.it/speciale festival di Roma 2012)

INTERVISTA

Segnaliamo un'intervista rilasciata dal nostro Fabrizio Luperto sul blog "colpidiscena".
Questo il link:
http://colpidiscena.blogspot.it/2013/06/la-critica-on-line-le-migliori.html#more

giovedì, giugno 06, 2013

Il Ministro

L MINISTRO (Fra 2011)
Regia: Pierre Schoeller


Il Ministro dei Trasporti Bertrand Saint-Jean (O. Gourmet) viene svegliato nel cuore della notte. Un autobus è uscito fuori strada e ci sono diversi morti. Non c’è scelta, bisogna andare sul posto.
Comincia così l’odissea di un uomo di Stato in un mondo sempre più complesso e ostile.
Lotte di potere, caos, crisi economica.

Strano il destino italiano de Il Ministro.
Girato nel 2011, presentato a Cannes, uscito nelle sale italiane il 18 aprile 2013, già disponibile in dvd e finito in tv (La Effe, la nuova tv di Feltrinelli) appena un mese dopo.

Il film si apre con una donna nuda che entra nelle fauci di un coccodrillo: l'eccitazione del potere.
E su questo terreno che Schoeller gioca la prima parte del film con personaggi che urlano, vomitano, stanno male, mentre esercitano le loro funzioni, in poche parole non solo freddi calcolatori che guardano al loro interesse, ma anche uomini fatti di carne, sangue, viscere.
Una volta introdotto lo spettatore nelle stanze del potere politico francese, il regista, con mano sapiente, costruisce un meccanismo ad orologeria, dove i protagonisti alternano dimostrazioni di amicizia e tradimenti, complicità e voltafaccia.

L'esordiente Schoeller è attento a non alimentare i luoghi comuni sui politici e a fomentare l'antipolitica, ma traccia un freddo identikit molto realistico, quasi una radiografia,  mettendo lo spettatore nella condizione di interpretare le situazioni in maniera del tutto personale.
Anche perché quello che la sceneggiatura vuole davvero mettere in evidenza è la solitudine e la complessita' del protagonista, un uomo circondato da decine di collaboratori ma perennemente solo, nel quale risulta difficile individuare dove finisce il cinismo e comincia l'ideale.

In definitiva, per chi scrive, Il Ministro è un buon film che comunque deve molto ad uno straordinario Michel Blanc e al sempre grande Olivier Gourmet.
L'attore feticcio dei fratelli Dardenne, visto recentemente anche ne Il cecchino di Michele Placido, offre una prova maiuscola, riuscendo a dare spessore psicologico al proprio personaggio anche con un semplice gesto della mano.

Fabrizio Luperto

THE BAY

The Bay
di Barry Levinson
con Kristen Connolly, Kimberly Campbell
Usa 2012
genere, horror, fantascienza
durata, 84


Pìù dell'esegesi potrebbe tornare utile la lettura delle note di produzione. In quel caso si scoprirebbe che dietro "The Bay", horror low budget diretto da Barry Levinson si nasconde un sodalizio di teste pensanti ed abili esecutori capaci in pochi anni di piazzarsi nei piani alti della finanza cinematografica mettendo a punto un format ad alto tasso di rendimento, con investimenti limitati e ricavi altisonanti. Stiamo parlando di Jason Blum e della sua Bloomhouse, casa di produzione artefice di successi come la serie "Paranormal Activity", "Insidious" (2010) e recentemente di "Sinister" (2012) interpretato da Ethan Hawke, e poi tra gli altri di Ori Peli, regista di riferimento dei film prodotti da Blum. La crescita costante è confermata in questo caso dal coinvolgimento di un regista di serie A come Barry Levinson, già vincitore di un Oscar, ed autore di opere importanti come , "Rain Man" (1988) e "Jimmy Hollywood" (1994), ma anche, è il caso di ricordarlo, di "Sfera" (1998), incursione nella fantascienza di un autore che si pensava eclettico, ma non fino al punto di accettare la direzione di un b movie come "The Bay".

Ed invece, togliendosi galloni ed età anagrafica, Levinson si butta a capofitto nell'impresa con voglia e stile da ragazzino per raccontare la storia di una cittadina di mare, la cui esistenza viene sconvolta da un misterioso virus che inizia a decimarne gli abitanti. A raccontare l'apocalisse una giornalista al primo giorno di lavoro, ed i filmati delle vittime, tutte quante, nessuna esclusa, puntuali nel testimoniare con ogni mezzo lo sbigottimento e l'orrore di quell'esperienza.

Disaster movie con venature ecologiste, "The Bay" è soprattutto un horror che, alla pari di altri che l'hanno preceduto si presta ad una duplice lettura. Da una parte c'è la trasfigurazione di una civiltà in declino, condannata all'estinzione nel giorno della sua celebrazione (l'azione è infatti concentrata nell'arco delle 24 ore a cavallo dell'Indipendence day) a causa dell'inquinamento ambientale da lei stesso provocato. Dall'altra emerge in maniera prepotente la riflessione sul mezzo cinematografico e sull'influenza che esso ha subito sul piano delle immagini per il moltiplicarsi dei formati e delle fonti. Due aspetti che "The Bay" riesce ad integrare con l'escamotage del found footage,  - quello che vediamo è il documentario assemblato dalla giornalista - capace di realizzare una discesa negli inferi verosimile e disturbante, utilizzando fonti visive eterogenee  - dagli sms ad internet, dalla riprese via Hi Phone alle telecamere a circuito chiuso - che acuiscono la sensazione di no way out attraverso la materializzazione di un terzo "occhio", ubiquo ma impassibile nella registrazione dello sconvolgentente avvenimento; inno alle possibilità della tecnica cinematografica e contemporaneamente de profundis su un' arte ridotta ad un reality omnicomprensivo. Se la scelta di interpreti semi sconosciuti è funzionale al tono pseudo amatoriale delle riprese - in realtà controllate e studiate nel minimo dettaglio - e la svolta in chiave horror che fa del batterio carnivoro annidato nelle acque della baia un killer all'altezza della situazione, "The Bay" paga dazio per una imprevedibilità, anche formale, che gli aficionados della Bloomhouse hanno imparato a conoscere. Così alla fine si resta più ammirati dal talento artigianale dell'operazione che dalla sua capacità di sorprendere.

mercoledì, giugno 05, 2013

Film in sala dal 6 giugno 2013

After Earth - Dopo la fine del mondo
(After Earth)
GENERE: Fantascienza, Avventura
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: M. Night Shyamalan
CAST: Will Smith, Jaden Smith, Isabelle Fuhrman, David Denman, Kristofer Hivju, Zoe Kravitz


Holy Motors
(Holy Motors)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Francia
REGIA: Leos Carax
CAST: Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kylie Minogue, Michel Piccoli, Elise Lhomeau


Il futuro
(The future)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Germania, Spagna, Italia, Cile
REGIA: Alicia Scherson
CAST: Manuela Martelli, Luigi Ciardo, Rutger Hauer, Nicolas Vaporidis, Alessandro Giallocosta, Pino Calabrese


Paulette
(Paulette)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Francia
REGIA: Jérôme Enrico
CAST: Bernadette Lafont, Dominique Lavanant, Carmen Maura, Françoise Bertin, Andre' Penvern, Axelle Laffont


Quando meno te lo aspetti
(Au bout du conte)
GENERE: Commedia
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Francia
REGIA: Agnes Jaoui
CAST: Jean-Pierre Bacri, Agathe Bonitzer, Agnes Jaoui, Arthur Dupont, Benjamin Biolay, Dominique Valadie'


The Bay
(The Bay)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Barry Levinson
CAST: Christopher Denham, Kristen Connolly, Michael Beasley, Lauren Cohn, Jane McNeill, Alisa Harris


The Butterfly Room - la stanza delle farfalle
(The Butterfly Room)
GENERE: Thriller
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Italia, USA
REGIA: Jonathan Zarantonello
CAST: Barbara Steele, Ray Wise, Erica Leerhsen, Heather Langenkamp, Ellery Sprayberry , Julia Putnam


Voices
(Pitch Perfect)
GENERE: Commedia, Musical
ANNO: 2012
NAZIONALITA': USA
REGIA: Jason Moore
CAST: Anna Kendrick, Elizabeth Banks, Alexis Knapp, Rebel Wilson, Brittany Snow, Christopher Mintz-Plasse


P.O.E. Poetry of Eerie
(P.O.E. Poetry of Eerie)
GENERE: Horror, Mystery
ANNO: 2011
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Angelo Capasso, Giuseppe Capasso, Alessandro Giordani, Edo Tagliavini
CAST: Mariano Aprea, Lorenzo Semorile, Luca Canonici, Laura

lunedì, giugno 03, 2013

Ritratti: WINONA RYDER (I)



"She, she wanted to be,
a secret girl, in her own world".
- Brad -



L'immaginazione si alimenta di tante suggestioni, non necessariamente nobili (o presunte tali). L'attore in particolar modo - inteso come essere umano che incarna in un ruolo la vita di un altro - esposto per definizione alla curiosità, ai paragoni, all'ammirazione, in sostanza al giudizio, molto spesso diventa il centro di aggregazione (e in ciò il lavorio dei media svolge un compito determinante, tanto da avere intasato gli scaffali della pamphlettistica in materia) di sentimenti contraddittori, che vanno da una sorta di istanza riparatoria di giustizia venata di livore e rivalsa, ad un compassato cinismo che si reputa oramai impermeabile a qualunque sollecitazione. Dall'incredulità circa i risvolti "autodistruttivi" o più o meno "maledetti" di esistenze considerate tanto "dorate", "speciali", quanto aprioristicamente risolte, pacificate; agli immarcescibili sospetti di manovre complottistiche o denigratorie ordite da chissà chi ai danni di colei/colui che per mille motivi - quasi nessuno razionale - abbiamo eletto a paladina/o delle nostre fantasie più segrete.

E' il caso dell'americana Winona Horowitz, in arte Ryder, (e già il nome, Winona, mutuato sic et simpliciter dalla cittadina del Minnesota che le ha dato i natali nell'ottobre del 1971, sembra fatto su misura per il cinema, nonché per stimolare tutta una serie di ghiribizzi associativi, magari ingenui, magari maliziosi ma non per questo più esplicativi), beccata presso i Magazzini "Saks" di Beverly Hills, mentre declinava l'anno di grazia duemila e uno, a praticarsi dei super sconti da sola (leggi "rubare") per una cifra vicina a $ 5000 in capi di vestiario "abbinati" ad una consistente provvista di farmaci. In linea teorica, apriti cielo ! Un po' di bocche a culo di piccione, intemerate un tanto al chilo ed altrettanti bla, bla. Come quasi sempre accade, poi, "aggiustare", "(ri)costruire", per non parlare di "capire", e' più complicato che "sfasciare", e il tentativo di ricondurre l'accaduto entro gli ipoteticamente ragionevoli limiti di una patologia (la non più signorina Horowitz si dichiaro' cleptomane) oltre ad avere le fattezze un po' dimesse della classica "toppa peggiore del buco", a costarle una salata ammenda speziata con tre anni di libertà vigilata e il contorno di qualche centinaio di ore di attività di volontariato, ha finito per sedimentare un lustro abbondante di "quarantena cinematografica", lasciando davanti ai nostri occhi, di fatto dov'erano, e cioè a galla sul mare magno delle ipotesi e delle ambiguità - sempre ben isolati le une dagli altri - le suggestioni, i sentimenti ambivalenti, i pregiudizi e le incredulità di cui sopra.

Classe '71, si accennava - coeva quindi di tipe almeno altrettanto sofisticate, come la Connelly o la britannica Weisz; ma pure di altre, magari meno "cool", eppure lo stesso in grado di ritagliarsi una certa riconoscibilità, come Denise Richards o Carla Cugino - minuta, d'incarnato madreperlaceo, folti capelli corvini attorno a cui uno come Poe avrebbe volentieri circumnavigato col passo stranito di un paio di quei suoi versi feerici e inconsolabili (indipendentemente dal fatto che la nostra non e' una bruna naturale); elegante, uno zinzino snob e come solo le americane sanno essere, in specie le provinciali, ovvero con quel particolare intimo brio misto a ritegno che le trasforma senza sforzo apparente in "ragazze dei quartieri alti" avendo, almeno agli esordi, frequentato l'"upper east side" solo a chiacchiere e forse neppure a forza di queste; ovale piccolo e regolare, labbra sottili, grandi occhi scuri entro cui si sono persi alcuni bei nomi non solo hollywoodiani, cadendoci mani e piedi (da Johnny Depp pre-smorfie, il quale, a frittata fatta, non ha trovato di meglio che ricorrere ad un tipico espediente maschile, più o meno patetico, escogitato al fine di metabolizzare - nelle intenzioni "virilmente" - la supposta di fiele che gli era stata appena somministrata - nel caso abradersi dalla spalla l'ipoteca sul futuro vergata nella forma "Winona forever", per farla diventare nientepopodimenoche "Wino forever" -; al cantante dei Soul Asylum, David Pirner; fino a Matt Damon, dalla relazione col quale pare, stavolta, ad uscirne ammaccata sia stata proprio miss Horowitz), la Ryder appare per la prima volta - appena quindicenne - nel teen- movie "problematico" pure se a base di nerds, sbruffoncelli e ragazzine intrappolate nel rigido codice della "popolarità", "Lucas", di David Seltzer (1986). Sebbene in un ruolo da "rookie", Winona comincia a sgrossare quel personaggio di adolescente appartato e precocemente maturo quanto caustico ed intrigante che l'avrebbe impressa qualche anno dopo nella memoria di molti suoi coetanei e non solo, come uno degli interpreti più tipici della cosiddetta "X generation". Prova ne e' che quest'esordio, nonostante la scarsa eco del film (il quale, e' interessante ricordarlo, al netto di una placida adesione agli stereotipi del genere, ambiva a collocarsi comunque nell'allora nascente campo d'addestramento della commedia giovanile con risvolti meno ridanciani - leggasi "risate, rutti e tette" - e un minimo più attenta alle contraddizioni psicologiche dell'età travagliata che mette sotto osservazione) la fa rimbalzare nemmeno un biennio dopo dentro l'universo colorato e dispettoso di Tim Burton che - siamo nel 1988 - le affida la parte dell'aspirante suicida Lydia in "Beetlejuice".

Da qui si apre una fase in cui il ruolo di ragazza-non-comune si precisa in vero e proprio personaggio originale e a suo modo innovativo che, con sfumature diverse, alimenta opere come "Heathers"/"Schegge di follia", 1989, di Michael Lehmann; "Edward scissorhands"/"Edward mani di forbice", 1990, ancora di Burton e "Mermaids"/"Sirene", 1990, di Richard Benjamin. Nell'acido film di Lehmann, ad esempio, Winona/Veronica briga assieme all'irrequieto Christian Slater/"JD" per eliminare non solo metaforicamente i compagni di liceo fatui ed arroganti. Anime chiaroscurate simbiotiche, i due si attraggono con uno slancio e un'ambiguita ' che soprattutto nel caso della Ryder risulta non solo funzionale alla narrazione ma si candida ad essere espressione sintomatica del disagio di una generazione - quella degli incipienti anni '90 - quanto meno perplessa, se non addirittura abbandonata a se stessa nel tentativo di drenare/espellere gli effetti tossici degli "united states of unconsciousness" edonistico/consumistici somministratigli oramai da oltre un decennio e in dosi da cavallo. D'altro canto, la scostante figura di Slater (Jason Dean, detto "JD", nomen omen), ribelle sul serio "senza causa" (e' sostanzialmente il disgusto e il rifiuto a muoverlo, non un disperato tentativo di riattivare i canali di comunicazione interrotti col mondo ottuso e sordo della tronfia America tardo eisenhoweriana, come da intendimenti del suo più celebre antesignano), rivela un fiato cortissimo, inserita com'è in un asfissiante panorama, quello della plastificazione pianificata (i fatidici anni '80, davvero "l'inizio di qualcosa" come e' stato osservato, qualcosa i cui sviluppi sono tutt'altro che esauriti) che ha da tempo fagocitato non tanto il suo anelito - più o meno autentico - di rivalsa e cambiamento, quanto la sua stessa funzione di rottura anticonformista (e su questo Lehmann aveva avuto la vista lunga), risputandola nella ripetizione di gesti e parole utili alla mercificazione, così come metabolizzandola facile nella consistenza caramellosa del cliché. Tornando alla Ryder, gli interludi più "pop", genericamente riconducibili al passo e alle atmosfere della commedia, vuoi nera (Burton), vuoi con coloriture tutto sommato edificanti (Benjamin), non alterano di molto il quadro di riferimento appena accennato. Preludono, pero', ad una ulteriore emersione di certi caratteri che la mano di due pesi massimi (Coppola e Scorsese) renderanno evidenti: ovvero l'incarnazione da parte della ex signorina Horowitz di un tipo di giovane donna che più che dalle gemmazioni hippy-movimentiste dell'albero familiare (pensiamo ai genitori vicini ad alcuni nomi celebri della controcultura USA, tipo Huxley, Leary, Ginsberg), sembra scaturire dalle infiorescenze sparse di certa tradizione anglo-americana: dall'attualizzazione di fiori curiosi, cioè, cristallizzati agli albori di un secolo, il ventesimo (impostosi poi come quello dell'"american way of life"), nella forma, per dire, delle "flappers" con il loro piglio sbarazzino (nel senso di smorfie fuggevolmente sornione a inseguire sguardi graziosamente esitanti per accennare sorrisi sfacciatamente autoindulgenti), cara a Fitzgerald o, all'opposto, in quella plasmata attorno al mirabile equilibrio tra accenni controllati di deliquio e sofisticatezza estrema della "Lady Agnew" di John Singer Sargent, gemella omozigote della malandrina compostezza a dissimulare uno scrupolo calcolatore, delle "Gibson girls".


TFK

- parte prima -

sabato, giugno 01, 2013

TUTTI PAZZI PER ROSE

Tutti pazzi per Rose - Populaire
di  Regis Roinsard
interpreti, Bérénice Bejo, Miou-miou , Mélanie Bernier, Romain Duris, Déborah François
Francia, 2012
genere, commedia
durata, 90' 


Che l'autostima non fosse mai mancata al cinema francese è un fatto ormai noto, perché la fiducia nei propri mezzi è una prerogativa naturale di quel popolo. A rafforzarla ulteriormente ci ha pensato una lunga striscia di affermazioni capaci di varcare i confini nazionali, per sostituirsi addirittura ad Hollywood, nella produzione di opere citazioniste ("The Artist") e di prodotti derivativi (il dittico legato a "Taken"). In questo senso un film come "Populaire" sembra fatto apposta per confermare all'ennesima potenza e per diversi motivi questo tipo di affermazione. Il primo, quello principale, risiede nel fatto che la storia d'amore raccontata dal film francese sembra un'invasione di campo nell'immaginario di un certo tipo di commedia che negli anni d'oro del cinema americano era frequentata da gente del calibro di Rock Hudson e Doris Day. E secondariamente perchè la riscoperta delle ingenuità e dei colori del technicolor che è possibile ritrovare nel film di Regis Roinsard trova terreno fertile e, quasi, si sovrappone nel continuare a rilanciare in termini di confidenza e di spendibilità sul piano del mito, quegli anni 50, resi epici da un serial-tv come "Mad Men". Un'impresa non da poco quella di rivaleggiare con un bagaglio iconografico e di tradizione così importante come quello americano, mantenendo un punto di vista tutto francese sulla materia messa in scena. È, infatti, vero che se la relazione tra Rose e Louise è scandita da una forma di spettacolo che punta molto sull'intrattenimento e l'empatia dei personaggi, e che l'incipit della storia, ovvero l'idea che Rose attraverso l'allenamento messo a punto da Louise possa diventare una campionessa di dattilografia, con la scalata al successo costellata da altrettante cadute e resurrezioni, facendo assomigliare "Populaire" ad una versione in gonnella di "Rocky", è altresì certo che la decostruzione operata sul genere, mascherata abilmente durante tutto il corso della pellicola e poi tirata fuori solo nella scena finale, con una battuta conclusiva - "agli americani il business ai francesi l'amore" - che sembra prendere le distanze da una pura operazione imitativa, certificando il sapore transalpino dell'intera operazione.

 

Ma "Populaire" non finisce qui, perché, oltre all'abilità di coinvolgere lo spettatore dal punto di vista visivo, con una ricostruzione d'epoca frizzante e variopinta, ed emotivo, con saliscendi umorali legati ad una dialettica da "battaglia dei sessi" sul tipo di quella che animava i duetti tra Spencer Tracy e Katherine Hepburn, il film francese è bravo a modulare i toni del racconto. Così, se nella prima parte del film, quella che introduce i personaggi e li definisce nella loro schermaglia amorosa, le atmosfere sono giocose e scanzonate - basterebbe citare la sequenza del colloquio per il posto di lavoro in cui l'aggressività delle concorrenti più smaliziate dà modo a Rose di far vedere con un body language da commedia splapstick il suo carattere insieme ingenuo e determinato - nella seconda, la vicenda si fa commovente e carica di trepidazione, soprattutto dalla parte in cui Louise arriva a farci credere di poter fare a meno della sua amata pupilla - per la scoperta dei motivi che impediscono al ragazzo di lasciarsi andare alla passione di quel legame. Certamente non mancano i difetti, come quello di esagerare con gli ammiccamenti, soprattutto sul versante femminile e di scegliere un'interpretazione maschile un po' troppo monocorde per i tormenti che il ruolo lascia presuppore. Ma in definitiva sono mancanze lievi, che non alterano di un millimetro empatia e godibilità.

 

Recitato da uno dei campioni del cinema d'oltralpe, quel Romain Duris oramai convertito ad un eclettismo che gli permette di passare senza soluzione di continuità da un cinema d'autore come quello di Jaques Audiard ("Tutti i battiti del mio cuore", 2005) a quello disimpegnato e ridanciano di titoli come "Il truffacuori" (2011), e, soprattutto, da una partner femminile, Mélanie Bernier, capace di recitare con lo sguardo e di rivaleggiare in termini di empatia con la Bérènice Bejo di "The Artist"(2011), qui in un ruolo secondario ma fondamentale nell'economia del film, "Populaire" non farà nessuna fatica a continuare a camminare lungo i sentieri dorati del cinema francese. 
(pubblicata su ondacinema/speciale festival di Roma 2012)

Onore il padre e la madre / Before the devil knows you're dead


Film Telecomandati
Before the devil knows you're dead

di: S. Lumet
con: P. Seymour Hoffman, E. Hawke, M. Tomei, A. Finney
- USA 2007 -
125'


Il vecchio Lumet torna a temi che hanno caratterizzato buona parte della sua produzione - la grande metropoli e le sue desolate propaggini suburbane come giustapposizione di solitudini e groviglio di tentazioni quasi mai commendevoli; crocevia psicologici e improbabili scappatoie che si aprono di fronte al singolo chiamato ogni volta a scegliere; la prepotenza crudele e beffarda del caso; la necessita' di un lucido sguardo morale - e orchestra questa cupa parabola in cui avidità e redenzione si allontanano l'una dall'altra ad ogni sequenza; cinismo e debolezza sembrano complementari ma non sono che la medesima faccia di una consunta medaglia.

L'epigrafe originale usata come titolo sfrutta il recitativo dal passo biblico - "before the devil knows you're dead" come ammonimento ironico a servirsi in maniera consapevole del libero arbitrio, insinuando, pero', con la semplicità stessa della sua evidenza, il sospetto di una fatale e maligna mistificazione e fraintendimento ad opera dell'agire umano, al termine del quale non c'è che il ghigno esausto della Grande Mietitrice.

Virato in prevalenza sui toni di un grigio metallico con caldi riverberi bluastri - una sorta di muto e gelido lucore sembra avvolgere l'intera storia - l'opera si affida ad una scrittura asciutta e impietosa, all'inesorabilità dell'ingranaggio che via via stringe i protagonisti come una morsa che il divincolarsi sempre più nevrotico non fa che serrare ulteriormente. Attori (Seymour Hoffman, Hawke, Finney) affiatati e in parte. Da non dimenticare la meravigliosa indolenza velata di tristezza a scivolare dal corpo morbido di Marisa Tomei.

(Sabato 01/06, IRIS, ore 13 ca.)


TFK


giovedì, maggio 30, 2013

NELLA CASA

Nella casa - Dans la Maison
di Francois Ozon
con Fabrice Luchini, Kristin Scott Thomas, Emanuelle Seigner
Francia 2012
genere, drammatico
durata, 105'

Autore di cinema poliedrico ed incadescente Francois Ozon ama esplorare territori liminali che tanto negli aspetti legati alla natura umana che in quelli relativi alla riflessione  sui meccanismi cinematografici consentono alla sua arte di sdoppiarsi in un continuo gioco di rimandi. In questo caso "Nella casa" prende in prestito Pasolini ed il suo "Teorema" per immaginare la relazione pericolosa che si instaura tra il professor Germain (Fabrice Luchini) ed il suo alunno Claude Garcia (Ernst Umhauer) uniti dal contenuto del temi che il ragazzo consegna al mentore interessato a svilupparne le potenzialità della scrittura. Al centro della questione, oltre alla volontà di perfezionare la talentuosa scrittura del giovane, c'è il resoconto di Claude che descrive con morbosa meticolosità i tentativi di introdursi con la scusa di aiutarlo a migliorare il suo rendimento scolastico, nell'intimità familiare del compagno di scuola Rafa. Dapprima costernato da quel comportamento il professor Germain si lascia progressivamente affascinare dalla descrizione di una manipolazione che porterà Claude a mettere in crisi gli equilibri del menage matrimoniale dei genitori di Rafa, seducendone la madre.

Partendo dalla centralità di un protagonista il professor Germain, inizialmente barricato su un moralismo che come spesso accade con Ozon si rivela la maschera di un'ipocrisia tutta borghese,"Nella casa" diventa con il passare dei minuti una sorta di decostruzione dello sguardo cinematografico: non solo del regista, autore della messinscena e quindi plenipotenziario delle vicissitudini dei vari personaggi, ma pure dello spettatore, vero e proprio vojeur, osservatore privilegiato delle vite degli altri, ed allo stesso tempo attore virtuale di un'esperienza vissuta per interposta persona, attraverso le figure che agiscono sullo schermo. In questo maniera ogni cosa acquista ha una doppia valenza: le sedute scolastiche e le correzione dei temi, con le varie dissertazioni tra maestro e discepolo, funzionano sia all'interno del film per sviluppare il rapporto tra i due interlocutori, sia sul piano teorico,  come affermazione di un arte, quella di Ozon innanzitutto, consapevole che la validità dei contenuto non può essere separata da una "fabula" in grado di tenere desta l'attenzione del pubblico. Allo stesso tempo i racconti del giovane seduttore, attraverso le letture che il professore ne fa alla moglie, diventano il modo per farci conoscere cosa succede all'interno della casa, ed inoltre la naturale conseguenza del manifesto poetico del regista, con il cinema utilizzanto per realizzare il connubio tra immagini e letteratura, binomio presente in sottofondo nelle considerazioni del professor Germain a proposito della creazione artistica.



Divertissment "nero" e cinephile dunque, ma anche contenitore intelligente e pensante, "Nella casa" non dimentica alcuni temi cari al regista (l'omossessualità, il vojerismo, le differenze di classe), ancora una volta monopolizzati da una visione del mondo dominata da rapporti di sudditanza determinati dalla supremazia del corpo giovanile, emanatore di una miscela d’attrazione e turbamento che è insieme gioia e condanna per chi ne sperimenta gli effetti. Un'esperienza che cambia la vita, come costaterà il professor professor German, vittima predestinata di una macchinazione perversa, ma anche coloro che gli ruotano attorno, tutti in qualche modo sedotti dal fascino acerbo e perverso di Claude, ultima versione di angelo caduto destinato a decidere - altro leit motiv del cinema del regista francese-  la sorti dei destini altrui. 

Apparentemente distaccato nella cornice estetizzante e teatrale del suo film, Francois Ozon lavora dietro le quinte, condividendo con lo spettatore tutta una serie di riferimenti, culturali e cinematografici, che aumentano l'autostima di chi guarda, felice di partecipare alla kermesse con una dignità pari a quella dell'autore. Una soluzione di sicuro effetto, che però si trasforma in un limite, quando, scoperto il trucco, si rimane a tu per tu con il cuore di una storia esile e prevedibile, che spreca due attrici brave ed affascinanti come Kristin Scott Thomas e Emanuelle Seigner, sacrificate a ruoli che non riescono a prendere fiato e rimangono sullo sfondo di un film perfetto ma innocuo.

Film telecomandati - Mine vaganti

Mine vaganti (2010)
    Regia: Ferzan Ozpetek
    In programmazione Giovedi 30 maggio ore 21.05 su Raitre.

    
   Tommaso torna nella casa familiare in quel di Lecce. Un posto da dirigente nel pastificio paterno lo attende, ma lui non si è laureato in economia come credono i suoi. Questa non sarà l'unica sorpresa con cui i familiari dovranno fare i conti

    Limitandosi ad una lettura poco più che superficiale di MINE VAGANTI, si potrebbe dedurre con facilità che ci troviamo dinanzi ad una commedia senza particolari ambizioni, ben confezionata, girata bene, ottimamente interpretata dalla maggioranza degli attori e supportata da una colonna sonora che aderisce perfettamente alle atmosfere della pellicola. Insomma, un film piacevole. Ma da quando Ozpetek ha deciso di abbandonare le sceneggiature fatte di morti dolorose, malati di aids, mogli tradite, amori impossibili e struggenti, per fare film piacevoli? Probabilmente, la decisione è stata presa dopo il rumorosissimo tonfo di UN GIORNO PERFETTO (2008) che sommato allo sgangherato CUORE SACRO (2005) rischiava di mettere per sempre in discussione le qualità del regista turco.
    E allora cosa c'è di meglio che mettere in piedi una operazione studiata a tavolino come MINE VAGANTI, provando a miscelare la commedia con il melodramma tanto caro a Ozpetek, stando attenti che la parte divertente del film sovrasti nei ricordi dello spettatore quella melodrammatica, allo scopo di garantirsi un buon risultato al botteghino che risollevi le sorti del turco di Roma. Ne viene fuori un film furbo, tramite il quale il regista non solo si assicura la fedeltà degli spettatori affezionati ai suoi temi, non scontentandoli, ma tenta di allargare la cerchia inserendo la risata facile utilizzando checche isteriche, zie alcolizzate e bambine sovrappeso. Tutto sommato l'operazione è comprensibile, ma il risultato non è dei migliori.

    Il regista turco si sforza di piacere, e allo spettatore non fa mancare neanche i suoi marchi di fabbrica, ovvero le solite tavolate con il solito movimento circolare della mdp, che ormai hanno stancato anche il più acceso dei suoi ammiratori e visto che ormai c'era infarcisce il film di zie, nonne, sorelle, palesando l'influenza del cinema di Pedro Almodovar, principe indiscusso delle pellicole a tematiche omosessuali. E ora veniamo alla nota più triste, vale a dire la parte del film riservata alla commedia.
    Il punto di partenza è semplice: puntare tutto sullo stereotipo del meridionale mentalmente arretrato e costruirci sopra una serie di situazioni che portino alla risata in perfetto stile Checco Zalone ripulito da volgarità.  Ozpetek fotocopia per il bravo Fantastichini, il ruolo che fu dell'indimenticabile Saro Urzì e non contento ne ripropone gli incubi (con varianti), attingendo a piene mani da SEDOTTA E ABBANDONATA (1963) di Pietro Germi, senza però essere mai veramente pungente e restando lontano dalla feroce satira sociale del regista genovese, preferendo la comoda strada che porta dritto alla farsa.
    In definitiva, Ozpetek, con questo film garantisce allo spettatore televisivo un'ora e mezza di divertimento leggero, con battutacce del tipo: "se ti chiamano principe del foro non è perchè sei avvocato", degne dei cinepanettoni di Neri Parenti (che almeno ha l'onestà intellettuale di ammettere i limiti del suo cinema), ma resta lontano dall'ottenere un risultato digeribile per lo spettatore che ama il cinema (e Ozpetek).


Fabrizio Luperto

mercoledì, maggio 29, 2013

Film in sala dal 30 maggio 2013

Benvenuti a Saint Tropez
(Benvenuti a Saint Tropez)
GENERE: Commedia
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Francia
REGIA: Danièle Thompson
CAST: Kad Merad, Eric Elmosnino, Monica Bellucci, Clara Ponsot, Valérie Bonneton, Sylvie Vartan

Slow Food Story
(Slow Food Story)
GENERE: Documentario
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Stefano Sardo
CAST: Carlo Petrini


Solo Dio perdona - Only God Forgives
(Only God Forgives)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Danimarca, Francia
REGIA: Nicolas Winding Refn
CAST: Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas, Vithaya Pansringarm, Gordon Brown, Tom Burke, Sahajak Boonthanakit


Ti ho cercata in tutti i necrologi
(Ti ho cercata in tutti i necrologi)
GENERE: Thriller
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Canada, Italia
REGIA: Giancarlo Giannini
CAST: Giancarlo Giannini, F. Murray Abraham, Silvia De Santis, Jonathan Malen, A. Frank Ruffo, Mary Asiride


To be or not to be - versione restaurata
(To be or not to be)
GENERE: Commedia
ANNO: 1942
NAZIONALITA': USA
REGIA: Ernst Lubitsch
CAST: Carole Lombard, Jack Benny, Robert Stack


Tutti pazzi per Rose
(Populaire)
GENERE: Commedia
ANNO: 2012
NAZIONALITA': Francia
REGIA: Régis Roinsard
CAST: Romain Duris, Déborah François, Bérénice Bejo, Shaun Benson, Mélanie Bernier, Miou-Miou


Una notte agli studios 3D
(Una notte agli studios 3D)
GENERE: Commedia, Fantasy
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Claudio Insegno
CAST: Giorgia Wurth, Enrico Silvestrin, Claudio Insegno


Una notte da leoni 3
(The Hangover Part III)
GENERE: Commedia
ANNO: 2013 
NAZIONALITA': USA
REGIA: Todd Phillips
CAST: Bradley Cooper, Zach Galifianakis, Ed Helms, Justin Bartha, Mike Tyson, Heather Graham

domenica, maggio 26, 2013

LA GRANDE BELLEZZA

La grande bellezza
di Paolo Sorrentino
con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli
Italia 2013
genere, drammatico
durata 144'

Una discesa nell'ade ma non solo. L'inizio è solenne, con il colpo di cannone che annuncia il mezzodì e materializza in un attimo la presenza del tempo. Un compito che di lì a poco sarà devoluto ai monumenti della città, testimoni di una maestosità che annichilisce la distanza tra quel passato glorioso ed un’attualità che di grande ha solo le feste di Jep Gambardella (un immenso Toni Servillo), principe di una corte di nani e ballerine. Per introdurlo Sorrentino mette in scena un corto circuito tra fisico e metafisico, tra il qui e l'altrove, tra la vita e la morte, con lo sgomento seguito al malore del turista straniero ingoiato dall'urlo dell'erinni danzante che ci apre le porte del regno delle tenebre, dove Gambardella scrittore pentito e giornalista di successo viene celebrato nel giorno del suo compleanno. E’ questo stacco improvviso ed impercettibile a decidere le sorti della storia da quel momento in poi, e siamo appena all’inizio, sospesa in una dimensione di labile apparenza, con la mondanità indolente e carnale di Jep Gambardella pronta a convivere con il viaggio dantesco di un uomo alla ricerca del senso della vita. Così accanto al carosello d’amici e conoscenti che rappresentano con la loro umanità difettosa lo spaccato di una società contemporanea decadente e lacunosa, prende piede e si espande lo stato d'animo del protagonista, dapprima letteralmente fagocitato (la prima apparizione di Jep avviene tra due ali di folla che si aprono plaudenti dopo averlo a lungo sottratto alla vista) dal baccanale di corpi e di parole organizzato per sconfiggere la noia, e poi progressivamente esploso nella rappresentazione di un mondo interiore che prende forma e si esprime attraverso una serie d’incontri e d’apparizioni tanto fantomatiche quanto decisive nel trasformare - con le riflessioni che emergono da quel confronto- il sorriso baldanzoso di Jep in uno sguardo sorpreso ed incerto. Un movimento lento e ieratico che sostituisce il ritmo vorticoso e violento della prima parte di film, a cui si adeguano anche le parole, più contenute e chiamate a raccolta da un pensiero che si prepara alla visione del sacro Gral, la grande bellezza del titolo, di cui Jep avrà visione alla fine del suo pellegrinaggio.



Dopo la parentesi americana, Sorrentino riprende a scavare negli interstizi del paesaggio italiano ed aggiorna il suo cinema fatto di maschere e di personaggi con la figura di Jep Gambardella, nella cui avventura esistenziale sembra trovare la sintesi di una poetica della “diversità” priva degli eccessi, anche iconografici, che avevano caratterizzato i protagonisti dei suoi ultimi film, tutti per un verso o per l’altro schiacciati dalla propria deformità fisica e psicologica. In questo caso invece Gambardella non solo si presenta come un “bell’uomo”, amato dalle donne e forse anche dagli uomini, ma a differenza dei suoi predecessori, completamente attivo dal punto di vista del coinvolgimento fisico, e non solo intellettuale, con la realtà che lo circonda. “Divo” acclarato e magnanimo il protagonista di “La grande bellezza” ribadisce dal punto di vista caratteriale la tendenza di Sorrentino a costruire figure ambivalenti, in cui il primato di una consapevolezza – di sé e del mondo - che le rende uniche diventa la ragione di un atteggiamento partecipato ed insieme disincantato, e dove la voglia di incidere deve fare i conti con il desiderio di fuga e di isolamento. “La grande bellezza" ne è la prova lampante, con la convivenza di pieni e di vuoti, anche sonori (la musica a tutto volume di Raffaella Carrà contrapposta all’assenza di rumore su cui la ballerina dietro il vetro si muove nella scena del compleanno di Jep) ma più che altro nella corrispondenza tra le lunghe passeggiate solitarie per le strade deserte della capitale ed il surplus d’umanità dei riti collettivi a cui il protagonista generosamente si concede. Ma queste peculiarità non sarebbero sufficienti a rendere grande il film di Sorrentino se a sorreggerlo non ci fosse il connubio visivo sonoro di pregnante densità, emotiva ed estetica che costituisce da sempre elemento imprescindibile della sua arte. Prendendo a prestito la magnificenza vetusta e sublime di Roma, riscritta ad immagine e somiglianza di un personaggio allo stesso modo debitore di un passato glorioso (il primo ed unico libro scritto da Jep) di cui il presente è solo un magnifico riflesso, Sorrentino mette in pratica le parole di Jep, sostituendo il chiacchiericcio con le geometrie silenziose della macchina da presa capace di imprigionare il mistero del mondo in un tessuto d’immagini in continuo movimento. 

Supportato dalla luce di Gianluca Bigazzi e dal suo cromatismo crepuscolare, il regista riesce a cogliere il sentimento di generale scoramento che si nasconde sotto le liturgie che si ripetono senza variazione di sorta nel corso del film, e che hanno la loro apoteosi nella lezione di “bon ton” funerario messa in pratica da Jep in occasione delle esequie del figlio dell'amica: valga per tutti il volto di Carlo Verdone, quasi sempre in penombra ed illuminato da colori spenti, ad enfatizzare la malinconia e la stanchezza di vivere del personaggio (Romano) da lui interpretato, ed all’opposto la mancanza di contrasti che caratterizza quello di Ramona (una Sabrina Ferilli asciutta ed intensa), a sottolineare l’assenza di esitazioni che caratterizza la sua scelta esistenziale.
Una struttura formale, quella messa a punto da Sorrentino per “La grande bellezza” in grado di contenere anche i difetti di un ambizione che certamente non manca, e che fa capolino nell’estensione della sequenza girata nel bar in cui Jep si reca a comprare le sigarette, e dove sembra invaghirsi di un giovane avventore, in cui prima la musica dichiaratamente americana, e poi l’uso pressoché totale del rallenti, individuano le scorie di un’artificiosità mutuata da “This must be the place”, oppure nel paragone tra l’ascetismo spirituale di Suor Maria, la Santa modellata sulla figura di Madre Teresa a cui va la bandiera di una religione lontana dai lussi e dalla vacuità del cardinale Bellucci (Roberto Herlitzka), e quello fisico ed agnostico di Jep, che rinuncia alla sensualità prorompente di Ramona, compiacendosi della di quella scelta. Sacrifici in nome di un bene superiore che Sorrentino suggella in maniera enfatica nell’ascesa della scala santa effettuata da Suor Maria  in ginocchia ed in condizioni di salute precarie, e con una certa ingenuità nella comprensione di un’armonia universale presentata attraverso lo stormo d’aironi che riposano nel balcone della casa di Jep. D’altronde la bravura del regista napoletano è propria quella di viaggiare sul filo del rasoio, lavorando sugli opposti di una cultura alta e bassa, che solo il gigantismo della personalità a cui ci hanno abituato i personaggi di Sorrentino riescono a contenere ed a rendere equilibrati. In questo senso Jep Gambardella, pronto ad entrare nella galleria dei grandi personaggi del cinema italiano è la garanzia di un risultato che sfiora il capolavoro.

venerdì, maggio 24, 2013

A LADY IN PARIS

A Lady in Paris
di Ilmar Ragg
con Jean Moreau, Laine Magi
Francia, Belgio, Estonia 2012
genere: drammatico
durata 94'



Lo avevano già fatto Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva solo qualche mese fa, partecipando con successo all'ultimo film di Michael Haneke "Amour", vincitore della Palma d'Oro 2012. Ora tocca a un'altra divina del cinema francese tornare a recitare sugli schermi, e per giunta in un film in concorso, realizzato dal regista estone Ilmar Raag. Interpretando un ruolo da viale del tramonto, con un personaggio di donna infelice per il peso degli anni e il ricordo di un amore di cui è rimasto solo il ricordo e qualche gesto gentile (Stephane, ex-amante e ora buon amico che si prende cura di lei in maniera distratta), Jeanne Moreau si confronta con la recitazione morbida e delicata dell'altra coprotagonista del film, la bravissima Laine Mägi, impegnata nella parte di Anna, la donna estone chiamata a prendersi cura di lei dopo che l'anziana e burbera signora ha tentato di suicidarsi. Insieme danno vita a un duetto di rara bravura che oppone i silenzi e gli sguardi di Anna, agli scoppi di ira e al carattere irascibile di Frida. Immerse in una Parigi calda e un po' maliconica e negli arredi borghesi e benestanti dell'appartamento in cui Frida consuma svogliatamente la sua esistenza, "Une Estonienne à Paris" ci consegna due ritratti di donne apparentemente lontane e invece unite dal bisogno di un amore sincero. La regia, quasi impercettibile di Raag, agevola il lavoro delle attrici regalandoci momenti di grazia che avevamo dimenticato.
(pubblicato su ondacinema/speciale festival di Locarno 2012)

mercoledì, maggio 22, 2013

POST TENEBRAS LUX

Post Tenebras Lux
di Carlos Reygadas
con Nathalia Acevedo, Adolfo Jiménez Castro 
Germania/Francia/Messico/Olanda 2013
genere, drammatico
durata, 117' 

"Post Tenebras Lux" di Carlos Reygadas è portatore di un paradosso apparentemente insuperabile che consiste nell'opporsi a qualsiasi tentativo di riducibilità. Una tendenza non certo nuova per gli habituè del regista messicano, da sempre frequentatore di storie che sembrano nascondersi dietro le suggestioni di un'impalcatura visiva tanto bella quanto misteriosa. La rarefazione di senso attuata con metodica sistematicità non accenna a diminuire nel suo ultimo lavoro, ambientato nella natura bucolica dell'entroterra messicano dove prendono forma le vicissitudini esistenziali di una famiglia borghese in fuga dalla civiltà, e quelle molto più pratiche degli abitanti della comunità locale, costretti a sopravvivere ricorrendo ad una vita d'espedienti. Una convivenza apparentemente riuscita ma in realtà chiamata a fare i conti con pulsioni di segno opposto che vedono le ragioni del conflitto nel confronto tra le frustrazioni di un menage matrimoniale arrivato al capolinea, e la disperazione di coloro che non hanno più nulla da perdere.

Annunciata da una sequenza iniziale fortemente simbolica, con il contrasto tra il declinare del giorno ed il latrare dei cani a far temere per le sorti della bimba abbandonata nella landa desolata e fangosa, l'apocalisse di Reygadas non perde tempo a rivelare la sua peculiarità metafisica; dapprima esibita esplicitamente attraverso l'inserimento di un'animazione stilizzata che cita "L'esorcista" di William Friedkin (1973) mostrandoci il diavolo "al lavoro", con la casetta degli attrezzi al posto della valigetta utilizzata da padre Merrin, ad accentuare l'opera di corruzione morale istillata nel cuore degli uomini; e poi suggerendola con la scelta di filmare la storia in soggettiva, con lo sguardo progressivamente svincolato dalla presenza in scena dei personaggi ed attribuito ad un'entità "altra" - il diavolo stesso, oppure ilregista, vero e proprio demiurgo della vicenda -, pronta a testimoniare il corso degli eventi, e probabilmente ad influenzarli. Una connotazione soprannaturale che agisce in due direzioni: la prima prettamente contenutistica, conferisce allo specifico della storia caratteristiche d'universalità individuabili nei riferimenti ad una condizione di schiavitù che è propria della condizione umana, ed a cui il film allude descrivendo la dipendenza fisica e psicologica del protagonista, vittima della pornografia e di una forte depressione; e successivamente nell'inserto che testimonia di altrettanti uomini chiamati a parlare delle proprie disfunzioni (alcolismo, gioco d'azzardo etc.) nel corso di una terapia di gruppo. La seconda invece, squisitamente cinematografica, permette a Reygadas di giustificare una narrazione anticonvenzionale, scandita da un tempo cronologico che si affida all'alternarsi del giorno e della notte ed ai cambiamenti metereologici per costruire una successione coerente delle singole sequenze, con il montaggio che sembra rimandare alla logica della mente onniscente, individuata appunto dall'occhio della telecamera, deus ex machina dell'intera vicenda.

In questo modo la violenza che ad un certo punto prende il sopravvento sugli ideali di convivenza e di fraternità - come nell'opera precedente di Reygadas ("Battaglia nel cielo"2005), destinati a fallire in modo tragico - ma anche il clima di costante afflizione che annichilisce la volontà dei personaggi smettono di essere il referto sociologico di una società educata a contrapporsi ed a competere - la divergenza dei punti di vista tra i cugini che partecipano alla riunione di famiglia oppure la partita di Rugby con il capitano della squadra che richiama i compagni a dare il tutto per tutto per sopraffare l'avversario - ma diventano le coordinate di un "paradiso perduto" che "Post Tenebras Lux" celebra all'ennesima potenza. Trascendendo i dati del reale con una messa in scena di suoni e di immagini spiazzante e sorprendente Reygadas ci conduce nelle viscere dell'esistenza umana attraverso un'esperienza sensoriale ed immaginifica. E se è vero che non tutto torna, e qualche passaggio appare un pò forzato, rimane intatta la purezza di un cinema primordiale e visionario. Il premio alla regia nell'edizione del festival di Cannes 2012 appare più che meritato. 

(pubblicato su ondacinema.it)

FIlm in sala dal 23 maggio 2013

La grande bellezza
(La grande bellezza)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Francia, Italia
REGIA: Paolo Sorrentino
CAST: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Roberto Herlitzka, Isabella Ferrari, Giorgio Pasotti


Fast & Furious 6
(The Fast and the Furious 6)
GENERE: Azione
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: Justin Lin
CAST: Vin Diesel, Paul Walker, Dwayne Johnson, Michelle Rodriguez, Jordana Brewster, Tyrese Gibson


Epic
(Epic)
GENERE: Animazione, Fantasy, Avventura
ANNO: 2013
NAZIONALITA': USA
REGIA: Chris Wedge
CAST: Maria Grazia Cucinotta, Lillo, Greg, Francesco Di Giacomo, Christoph Waltz, Steven Tyler


Esterno sera
(Esterno sera)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Barbara Rossi Prudente
CAST: Valentina Vacca, Emilio Vacca, Salvatore Cantalupo, Ricky Tognazzi, Alessandra Borgia, Davide Lanni


Nero Infinito
(Nero Infinito)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2013
NAZIONALITA': Italia
REGIA: Giorgio Bruno
CAST: Francesca Rettondini, Rosario Petix, Riccardo Maria Tarci, Giuseppe Calaciura, Giovanna Crisciuolo, Egle Doria

LA CASA

La casa -  Evil Dead
di Fede Alvarez
con Jane Levy, Shiloh Fernandez, Lou Taylor Pucci
Usa, 2013
genere: horror
durata, 91'


Il primo amore non si scorda mai. In questo frangente però bisognerebbe usare il plurale perchè per Sam Raimi "La casa" rappresenta non solo il genere prediletto, quello che lo ha lanciato tra i maestri indiscussi del settore, ma anche il film che ne ha leggittimato lo status di regista di culto, tramandandone una fama che non ha perso un minimo di fascino nonostante il cambiamento di registro delle sue ultime produzioni. Anzi proprio a ribadire un attaccamento che assomiglia ad una seconda pelle Raimi ha continuato a lavorare nel cinema horror per interposta persona producendo le opere di colleghi più giovani che però, bisogna dirlo non sono stati mai all'altezza del loro mecenate. Nel tentativo di invertire la tendenza Raimi alza la posta, riduce le distanze che separano il regista dal produttore, e ci regala una nuova versione di quel primo film affidando il comando ad un esordiente come Fede Alvarez, passaporto paraguayano ma talento cosmopolita se è vero che il suo primo lavoro, il corto "Panik Attack" è stato capace di calamitare l'attenzione di migliaia di fan e soprattutto di convincere Raimi ad affidargli la sua corrazzata.
 
Il risultato di tale connubio è un remake riveduto quel tanto che basta per aggiornare la storia alla sensibilità delle nuove generazioni (in questo caso è la dipendenza dalla droga di uno dei protagonisti a mettere in moto la vicenda), e che racconta l'odissea di un gruppo di amici costretti a fronteggiare le conseguenze di un'antica maledizione. Isolati dal resto del mondo ed asserragliati dentro una casa di campagna i ragazzi diventeranno oggetto di una crudele carneficina messa a punto dal demone di turno.
Spogliato della vena grottesca di cui era pervano il modello originale, e senza portare in dote alcuna innovazione visiva rispetto al film di Raimi (del quale ricordiamo la soggettiva ipercinetica e rasoterra che annunciava l'arrivo del maligno), "La casa" di Fede Alvarez denuncia il segno dei tempi perchè se da una parte dimostra le sue possibilità con una messinscena meno rudimentale e con un senso dello spettacolo riassunto dai giochi di luce e dai contrasti di una fotografia lontanissima da quella piatta e luminosa utilizzata a suo tempo da Raimi, dall'altra non riesce ad alzare l'asticella della tensione e dello spavento a causa di un canovaccio prevedibile e scontato. Preferendo l'evidenza alla sottrazione, il corpo alla mente, il visibile al sommerso, Alvarez costringe il film ad una continua compulzione con scene madri e situazioni limite ripetute in fotocopia e per questo prive di sorpresa .Così pur in presenza di momenti riusciti come quello della pioggia di sangue che ad un certo punto sembra annunciare una catarsi poi rimandata, oppure al duello finale che assume una dimensione claustrofobica rifugiandosi nelle viscere più anguste dell'abitazione, "La casa" passa via senza lasciare alcuna traccia. Interessante notare la similitudine con il film di Rob Zombie da poco nelle sale, di cui Alvarez replica la scelta di un uso moderato della C.G., con i "mostri" filmati dal vivo ed interpretati da attori in carne ossa oppure da robot. Un effetto naif che individua un modo di fare cinema che mette in scena il passato senza alcuna alterazione, rinunciando almeno per una volta al frullatore post-modernista.

lunedì, maggio 20, 2013

IL GRANDE GATSBY

Il grande Gatsby
di Baz Lurhman
di Leonardo Di Caprio, Tobey McGuire, Carey Mulligan
Usa 2013
genere, drammatico
durata 142'

Un fatto è certo: Baz Lurhman non solo conosce bene il “carpe diem” latino ma si potrebbe dire che la sua stessa vita, personale ed artistica siano il monumento a questo motto. Se così non fosse il suo esordio registico ed il successo che ne è derivato sarebbero rimasti uguali a quelli di tanti colleghi che dopo il grande exploit si sono persi per strada. Ed invece partendo dalle opportunità offertigli da “Ballroom”(1992) un film piccolo ed indipendente capace di conquistare la mecca del cinema rinnovando la storia di Davide e Golia, Lurhman è stato capace dapprima a coinvolgere Di Caprio e chi ci metteva i soldi ad imbarcarsi nell’impresa di trasformare Shakespeare in un fast food cineletteratio (“Romeo + Juliet",1996) e successivamente di conquistare la fantasia degli addetti ai lavori, pronti ad affidargli tempo e denaro per realizzare le sue visioni in celluloide. Un modo di essere e di sentire, quello del regista australiano, incapace di restare in disparte e pronto a diventare il baccanale delle opere successive, con la Parigi della “Belle Epoque” e “l’outskirt” australiano ("Australia", 2008) trasformati in una opulenza di colori, suoni e disponibilità finanziarie capaci di destabilizzare anche il più scettico degli spettatori. 


La grandeur si ripete all’ennesima potenza con il suo ultimo film “Il grande Gatsby” che prende in prestito il romanzo più famoso di Francis Scott Fitzgerald, ed un personaggio, Gatsby, diventato negli anni il simbolo di un idealismo (l’amore eterno) e di un'utopia (la possibilità di ripetere il passato) in grado di affascinare generazioni di lettori ed anche il cinema, con ben quattro trasposizioni ed un divo come Robert Redford a prestare il suo fascino all'eroe letterario. Dunque Di Caprio come Redford? Nulla di tutto questo perché laddove il primo interpretava il ruolo in un contento filologicamente ricostruito, il secondo si trova a recitare in una versione riveduta e corretta ai sensi di un melting pop che riproduce i roaring twenties e NY con il dinamismo e le forme della nostra contemporaneità. Così se i costumi e lo scenario sono quelli di un tempo così non si può dire del resto, con i personaggi trasformati in dei viveur contemporanei, capaci di sfrecciare per le strade della città con supersonica velocità, di ubriacarsi e “funkeggiare” in una reggia (di Gatsby) che assomiglia al mitico studio 54, alternando pene d'amore e divertimento sfrenato. Ad accompagnarci nel racconto di questa epopea è la voce di Nick Carraway (Tobey McGuire), aspirante scrittore giunto a New York sull’onda dell’entusiasmo e delle possibilità promesse dal fermento sociale e finanziario di cui Gatsby, ricco e mondano rappresenta una delle punte di diamante. Ed è proprio sulla fascinazione di un momento irripetibile che Baz Lurhman spinge l’acceleratore, dispiegando energie e talento per catapultare lo spettatore in un caleidoscopio di immagini e musica, con la telecamera che alla maniera di “Moulin Rouge” (2001) taglia lo schermo e come la biglia di un flipper impazza in lungo ed in largo per ricreare l’onnipotenza e le fantasia di quegli anni. 

Purtroppo però rispetto alla vertigine visiva tutto sembra restare indietro oppure perdersi. A farne le spese è innanzitutto lo sviluppo della storia, didascalico quando, “finita la festa”, c’è bisogno di dare conto degli avvenimenti che stanno dietro a quell’incipit vorticoso, e poi la caratterizzazione dei personaggi, letteralmente esclusi da qualsiasi progressione psicologica e risolti con uno scarto repentino che a tempo scaduto li rivela per quello che sono veramente: Daisy innanzitutto, la donna sposata che il protagonista perdutamente innamorato cerca di strappare dalle braccia di un uomo che non la ama; origine di tutti i mali Daisy (Carey Mulligan) è dapprima descritta in chiave salvifica, e poi in una manciata di sequenze risucchiata nel vortice degli eventi. Ma anche Gatsby, a cui Di Caprio imbrigliato da una sceneggiatura che non l’aiuta, ed alla pari degli altri personaggi è costretto ad impersonare con una recitazione da cinema muto, con strabuzzamenti degli occhi (superato solo da McGuire, espressivamente monotematico) sguardi stupefatti oppure perduti in un infinito di stati d’animo e sensazioni. Derubata della sua essenza, liofilizzata in una serie di atteggiamenti di maniera, l'escursus di Gatsby, non la sua rappresentazione, retrocede a melò televisivo, in cui persino le immagini, superlative nella maggior parte dei casi, scadono in una patina di portata catodica. In questo modo la versione di Lurhman assomiglia ad un matrimonio già finito, dove gli amanti per dimostrare la passione ormai svanita enfatizzano gesti e parole che evocano senza successo gli antichi furori. Il cinema pulsante del regista australiano funziona bene per riaccendere le fantasie degli stilisti, per rilanciare le mode e per riscoprire uno scrittore imprescindibile. Quando si tratta di fare cinema però Lurhman ripropone un idea cinematografica interamente protesa alla perfezione visiva che almeno in questo caso incapace di compensare l'assenza di sostanza. 

venerdì, maggio 17, 2013

Vic Mackey: schizofrenia di uno sbirro




"You can crush it but it's always here,
you can crush it but it's always near,
chasing you home, saying...
E/thing is broken, e/one is broken".

Radiohead


Per orientarsi nella ricerca del giusto varco che incroci il cuore di un personaggio complicato e scabroso come quello del detective Mackey, sarà utile fermarsi a riflettere dopo aver ruotato di centottanta gradi la frase che Goethe nel suo "Faust" fa recitare a Mefistofele: "Io sono lo spirito che vuole eternamente il male e opera eternamente il bene". Sottrarre del tempo per imporre il margine di un ripensamento gioverà in primis ai fini d'inquadrare con equilibrio le tante suggestioni - rigetto, malia ambigua, ripulsa, fascinazione - che una figura del genere, per quanto o forse proprio in ragione della sua origine "letteraria" o di "finzione" che dir si voglia, ha saputo suscitare.

Il poliziotto metropolitano e' da sempre uno dei tasselli più creativamente "difettosi" del nostro immaginario, quello che di sicuro ritrovi un po' fuori sesto non appena ritieni di avergli dato una collocazione stabile. Dalle sofisticazioni tardo positiviste, giocate sul filo dell'ironia e di una compassata amarezza (figlie dell'esercizio certosino quanto discreto della misantropia, non meno che della consapevolezza della fine di un'epoca, quella Vittoriana) di un paladino molto sui-generis del primato della razionalità come l'Holmes di Doyle (ma discorso analogo potrebbe chiamare in causa anche l'Auguste Dupin di Poe), passando sulle orme lasciate dagli innumerevoli uomini più o meno consacrati alla Causa ma una volta per tutte circonfusi di disincanto, di malinconia, di solitudine, quanto di cocciuta fedeltà ad un'idea sempre più negletta d'integrità - uno su tutti, il Marlowe di Chandler, cugino di primo grado del Sam Spade di Hammett - fino alla genia variegata di "cani sciolti" (il cui campione, tra tanti, potrebbe benissimo essere il "bad lieutenant" di Ferrara, 1992) al servizio di una oramai pressoché insondabile istanza di giustizia che li vede contrapporsi di pura disperazione alla morta gora di un'apocalisse già-nelle-cose e soprattutto immeritevole di remissione, osserviamo infatti come letteratura (e cinema) già dal secondo dopoguerra (pensiamo, per stare al cinema e solo per fare mente locale, a "Sui marciapiedi", 1950, di Preminger; a "Pietà per i giusti", 1951, di Wyler; al "Grande caldo", 1953 di Lang; a "Senza scampo", 1954' di Rowland; e, ovviamente, a "L'infernale Quinlan", 1958, di e con Welles), ratificano questa sorta di "travaso dei tempi" e s'incamminano verso un'analisi più sfaccettata, cioè per nulla conciliante, dell'archetipico ruolo dello "sbirro", allargando la ricognizione dall'approfondimento delle trasformazioni sociali - sempre più repentine e latrici di spaesamenti - alle vere e proprie mutazioni interiori - psicologiche, emotive, comportamentali - che proprio il crogiolo informe del mondo in eterno divenire secondo le direttrici dell'incombente "modernità" va imprimendo nelle menti e negli animi di questi uomini votati al "dovere" di far rispettare e al tempo preservare categorie contrassegnate da sempre da lettere maiuscole, come Giustizia, Legge e Ordine.

"(It's) just another day" - di per se' quasi sovrapponibile al monito biblico "Ad ogni giorno la sua pena" - batte all'inizio e alla fine della narrazione deformandosi nel tema musicale della serie televisiva "The Shield" (a significare il distintivo degli uomini in divisa e il Baluardo/Bene da loro rappresentato nei confronti del Crimine/Male) di cui il detective Victor "Vic" Mackey (impersonato dal roccioso Michael Chiklis, non a caso ingaggiato da Hollywood per "indossare" i panni de "La Cosa" nella saga dedicata ai Fantastici 4) e' il protagonista principale e nucleo carnale/simbolico. La serie, trasmessa negli Stati Uniti tra il 2002 e il 2008 (in Italia tra il 2004 e il 2010), suddivisa in sette stagioni per un totale di una novantina di episodi della durata media di cinquanta minuti, già da quel picchiare impietoso sembra infrangersi su chi guarda e insinuargli la sensazione che quel tintinnare di frantumi altro non sia che la pasta di cui e' fatta la vita di tutti gl'individui che ruotano direttamente o per qualche capriccio del caso attorno al quotidiano immutabile e feroce della malavita e ai suoi inesorabili addentellati: denaro, potere, crudeltà. Emerge da quel grido scomposto, al tempo, la coscienza e la disperazione per una redenzione impossibile e lo stupore ominoso per un'esistenza divisa tra fortuiti attimi di tregua e lunghi imbrunire nei territori dell'abiezione, il riscatto per sempre confinato al sogno, per non dire all'allucinazione solitaria. Questo giorno che e' "solo un altro giorno", sempre uguale a se stesso - avvitamento maligno ed efferato del delirio ipnotico/tragicomico sul viso keatoniano di Bill Murray in "Ricomincio da capo" di Ramis (1993) - e' furti, spaccio, truffe, rapine, omicidi, stupri, rapimenti, perversioni ed abusi sui minori, traffico di stupefacenti e tratta di esseri umani. Malversazioni, appalti truccati, corruzione e opacità amministrativa. Collusioni, contiguità, accidie, omissioni (spesso e volentieri ben dentro l'organismo delle Istituzioni, forze dell'ordine comprese). E' una rete capillare di uomini e di donne isolati o riuniti in bande, affiliati in piccoli gruppi o federati in gang, stretta al collo d'interi settori del tessuto metropolitano losangelino, al vertice della quale troneggia - proverbiale quanto temuto, invisibile e onnipresente, metodico e spietato - il Grande-Cartello-del-Narcotraffico, proprio la', nemmeno tanto oltre il confine meridionale della dolce e assolata California... Argine - o presunto tale, ormai, chissà, del resto, Freud docet, "l'uomo civile ha barattato una parte della sua felicita' per un po' di sicurezza", con tutto quello che ne consegue - comunque strumento d'interposizione a fronte della capitolazione definitiva, il Corpo di Polizia, nel caso il L.A.P.D. Nello specifico, il distretto di Farmington (ricalcato sulla zona di Rampart: territorio di caccia o regno da difendere, a seconda delle barricate). Nel dettaglio, la "squadra d'assalto", il cui corpo e cuore pulsante e' il detective Mackey: bianco, sulla cinquantina, occhi ceruli ma sempre all'erta (reiterati e significativi i primi piani di Chiklis a scrutare/decifrare le crepe possibili in un atteggiamento o di una situazione), pelata, fisico tarchiato quanto indurito dalla palestra, jeans, scarponi da lavoro e magliette aderentissime, pistola o fucile (il classico "sixteen gauge") e corpetto in kevlar rinforzato rispettivamente per l'"ordinaria amministrazione" e le operazioni in grande stile. Nello stillicidio giornaliero della giungla iper-moderna, in questa consuetudine compressa sempre sul punto di esplodere, Mackey si divincola spalleggiato dal suo branco, la "squadra d'assalto" - alias Ronald "Ronnie" Gardocki (David Rees Snell), lupo laconico e fedele, esperto d'informatica, gran procacciatore di informazioni utili al gruppo e non insensibile alle lusinghe del denaro facile; alias Curtis "Lem" Lemanski (Kenny Johnson), anello morbido della famiglia allargata, cucciolo di due metri, tanto triste nello sguardo quanto artificiosamente audace nel modo di fare; alias Shane Vendrell (Walton Goggins), co-fondatore della "squadra", maschio alpha amico e rivale di Vic, unico suo confidente ed eterno Giuda in nuce, sprezzante, razzista e donnaiolo quanto col tiranno in gonnella dentro casa - ed e' tenuto in carreggiata dalla ex famiglia che, oltre alla moglie Corinne (Cathy C. Ryan), annovera una adolescente difficile, Cassidy (Autumn Chiklis, autentica figlia del protagonista) e due piccoli autistici.

Sin dalle prime vicende in cui e' coinvolta "la squadra" di Mackey - che come da cliché di tanto "crime cinema" e' l'unica o quasi ad ottenere risultati, palesemente in virtù dei metodi poco ortodossi, paralegali che pratica ed e' sostanziata/influenzata da un impercettibile collante (omo)erotico che nell'esercizio sistematico della "camaraderie", a dire nell'eccitazione adolescenziale per improvvisi guadagni illeciti, nell'esaltazione del gesto "eroico", nella prossimità sempre elusa e sempre rinnovata con la morte, nell'inerzia, nei vuoti privi di "azione", si rinsalda, si legittima, si perverte e alla fine si autodistrugge - risulta evidente l'ambivalenza, la continua allusione ad una strategia mentale distorta dai comuni canoni etici, quanto efficace nella pratica materiale; una aberrazione radicale del legame causa-effetto/mezzi-fini ed un perseverare tenace, incrollabile, verso un nebuloso eppure ineludibile punto di equilibrio, catarsi muta e forse letale. Merito di questo leggero ma continuo scarto che mantiene sempre, anche nello svolgersi di vicende, diciamo così, più "ordinarie", la tensione un solo grado al di qua della temperatura di ebollizione, va ascritto, da un lato, al taglio di sceneggiatura predisposto dal creatore della serie, Shawn Ryan (tra l'altro produttore di altri intrecci a puntate, tipo quello ad alto tasso muscolare "The unit", in concomitanza con David Mamet, a sua volta regista di uno degli episodi più spinosi e "filosofici" di "The Shield") contraddistinto dalla connessione diretta, fulminea, tra dialoghi tarati sul più contemporaneo gergo di strada (che al di la' degli straordinari imposti ai traduttori, ha segnalato l'opera ai "tutori del buon gusto") e ritmo forsennato della messa in scena - inseguimenti in auto, in moto, a piedi; irruzioni precipitose; scazzottate e pestaggi; esecuzioni: ma pure un meccanismo interno agile, permeato di una sua sottile frenesia nelle ambientazioni più tipicamente "statiche" (botta e risposta tra le scrivanie, riunioni, interrogatori) - e dall'altro, dall'uso insistito (alla fine vera e propria testimonianza cinematografica di aderenza alla realtà, tale, a volte, da superarla, fin quasi ad annullare il diaframma che separa, dovrebbe separare, "finzione" e "vero", concettualmente non dissimile dagli azzardi linguistici proposti da Mann una decina e passa di anni fa) delle riprese a mano, non di rado traballanti, sgranate, spesso "addosso" alle schiene o alle gambe di poliziotti e malviventi.


Nel cupio dissolvi generale la cui insidiosa reptazione letteralmente sbriciola la terra sotto i piedi - nulla e' definitivo o programmabile con ragionevole certezza; le alleanze, le rivalità, gli opportunismi, cambiano "in corso d'opera"; ciò che e' "vero" e "utile" adesso, in un paio d'ore e' "falso" e "dannoso" e viceversa (celebri, in tal senso, i continui "vertici" estemporanei del gruppo nel vestibolo tra le porte a vetri sulla soglia del distretto, per rimodulare e adattare le tattiche d'azione agli improvvisi sviluppi) - Mackey passa quasi senza soluzione di continuità dall'omicidio di un collega messo alle sue calcagna dai superiori da sempre diffidenti della sua prassi, ai crucci privati di un genitore separato ma a suo modo premuroso, soprattutto nei confronti di due inermi portatori di handicap; dall'appropriazione indebita di bauli di dollari della mafia armena (il leggendario "money train"/"il treno dei soldi", uno dei tormentoni della serie), all'utilizzo di parte di quegli stessi proventi per le costose cure dei piccoli disabili. E ancora: dalla circonvenzione con rapporto sessuale annesso, ai limiti della violenza carnale, della ex compagna di un suo ennesimo inquisitore, il tenente Kavanaugh degli Affari Interni (l'ottimo Forest Whitaker, sguardo "spento" quanto insinuante, modi melliflui e condotta spregiudicata nell'illusione di controllare il gorgo di attrazione/repulsione rappresentato da Mackey), alla mediazione pseudo pacificatrice tra capataz del malaffare al di qua e al di la' dei confini col Messico, con ingannevole quanto sanguinoso incastro a base di doppi e tripli giochi ai danni di questo o di quello o di entrambi. Tutto all'insegna di una dedizione cieca alla conservazione dell'immagine idealizzata dell'"armonia domestica allargata" (famiglia più branco). Tutto in favore di una disponibilità totale al lavoro, allo stesso tempo guardinga e interessata (Mackey si accolla sovente indagini altrui, non necessariamente collegate al caso di cui si sta occupando. Ad ogni perplessità, ad ogni accenno di rimostranza, ad ogni esitazione, sempre la stessa frase: "E' tutto a posto. Ci penso io. Non ti preoccupare").

Vita e morte, amore e odio, intransigenza e pietà, scivolano così sulla pelle dello "sporco" detective come i fili d'erba appena tagliati dai praticelli stolidamente verdi delle mono familiari suburbane o da quelli anemici delle più sordide topaie, queste e quelle tutte ugualmente in fila, tutte ugualmente con un loro indicibile orrore dentro, a cui Mackey oppone a testa alta la lama della sua hybris contorta e incomprimibile, senza scampo, senza domani. Sopravvivere ad ogni costo, esserci, qui e ora, questa la cifra ultima e la vera "legge" di un uomo profondamente e totalmente solo a cui la (ex) famiglia, "la squadra", l'azione, surroga e anestetizza la corrosione interiore del vuoto. Quando tutto finisce - l'affetto esaurito per consunzione, l'amicizia distrutta dalla morte o dall'abbandono, la spavalderia della strada castrata dal contrappasso di una burocratizzazione forzata - avanza la notte, nera e sorda, accogliente e laida, e chiama a se', ancora, questo "spirito che vuole eternamente il bene e opera eternamente il male".

"The Shield" (serie TV) - in USA, dal 2002 al 2008; in Italia dal 2004 al 2010

creato da: S. Ryan.
con: M. Chiklis, W. Goggins, D. Rees Snell, K. Johnson, C. C. Ryan.
(Hanno partecipato durante le diverse stagioni: G. Close, F. Whitaker, L. Harring, J. Diehl e tanti altri).

TFK