sabato, luglio 11, 2015

TERMINATOR GENISYS

Terminator Genisys
di Alan Taylor
con Arnold Schwarzenegger, Emilia Clarke, KC Simmons
Usa, 2015
genere, azione, fantascienza
durata, 126'



Oramai è diventata una moda e, a ben vedere, anche la scorciatoia più immediata per rimediare alla mancanza d'idee da parte delle parti in causa. Rifare sempre lo stesso film, aggiornandolo quel tanto che basta per adattarlo agli umori del momento, in fondo è la cosa più semplice, e permette alle Majors di sostituire i registi con gli executive producers, in un processo creativo che - come insegna il caso di Paul Schrader con il suo "Il nemico invisibile" appena arrivato sugli schermi - ha più a che fare con le strategie di mercato che con le regole dell'arte. La conquista del botteghino è, non a caso, il fine ultimo di "Terminator Genisys", ultimo capitolo della saga dedicata all'indistruttibile Cybor , arrivato dal futuro per determinare le scelte di Sarah Connor, la donna che darà alla luce il salvatore del mondo, colui che sarà chiamato a liberarlo dal dominio delle macchine, sfuggite al controllo dell'uomo, diventato schiavo delle sue stesse creature. Dicevamo dell'importanza del box office e, di conseguenza, della necessità di rivitalizzare il principale motivo d'interesse del progetto, ovvero il minaccioso distruttore interpretato ancora una volta (e non potrebbe essere altrimenti) da Arnold Schwarzenegger, ritornato stabilmente al cinema dopo la parentesi politica, e intenzionato a restarci il più possibile, se è vero che la conclusione del film lascia pensare a un nuovo corso delle avventure legate al suo personaggio.


Che, dobbiamo dire, rappresenta, con i cambiamenti legati al suo modus operandi, la cartina di tornasole dell'evoluzione di una saga costretta ad abbandonare la drammaturgia delle origini, quelle che faceva del primo T800 un killer asettico e spietato, e che invece gradualmente ma in modo inesorabile, è diventato il primo difensore di colei - Sarah Connor - che era stato chiamato ad uccidere. Legata a ragioni commerciali e a un brand che per restare competitivo aveva bisogno di mantenere in vita la sua principale attrazione, la trasformazione, iniziata nei capitoli precedenti, arriva qui al suo punto di non ritorno, con il rapporto tra la donna e il Terminator, ripensato dagli sceneggiatori in una chiave casalinga e famigliare, legittimata non solo dall'intimità delle dinamiche interpersonali ma anche dall'affettività degli appellativi utilizzati da Sarah, che ad un certo punto del film inizierà a rivolgersi al personaggio interpretato da Schwarzenegger chiamandolo "Papà". Sotto questo profilo "Terminator Genisys" rappresenta una vera e propria rifondazione, che finisce per condizionare il film anche dal punto di vista estetico, per la presenza di una fotografia fatta di colori caldi e di superfici riflettenti - laddove il prototipo dell'84 aveva una consistenza " opaca e metallica" - perfettamente coerenti con le caratteristiche del nuovo sodalizio.



Diversamente la trama non riesce ad andare oltre la sterile esposizione di una struttura narrativa che, partendo da un futuro lontano e dopo una serie di tappe intermedie, arriverà al 2017, anno in cui la genesi del male si chiama Skynet, il network che alla pari del grande fratello orwelliano progetta di prendere il sopravvento sulle esistenze degli uomini; le cui sorti dipenderanno appunto dalla capacità dei nostri di opporsi alle strategie delle perfide macchine. Nulla di nuovo dunque ma neanche di male, se non fosse che, durante il suo percorso, "Terminator Genisys", non si lascia indietro nulla, accumulando scontri, confronti, morti e resurrezioni che fanno il pieno di effetti digitali e di un sensazionalismo disposto a tutto pur di rimangiarsi l'originale spirito d'indipendenza della saga, che, ricordiamo, era riuscita a nascondere i limiti finanziari, lavorando di sottrazione e su situazioni archetipiche che l'opulenza di quest'ultimo prodotto non riuscirebbe, neanche volendo, a replicare. D'altronde a fare differenza Alan Taylor neanche ci prova; basti pensare al modo in cui il regista rende uno dei momenti topici del film, quello in cui Kyle Reese (il terzo membro della squadra), in ragione di uno dei tanti paradossi temporali, si ritrova di fronte a se stesso e ai propri genitori senza riuscire a organizzare una reazione emotiva che non sia la stessa, sbrigativa e monocorde, utilizzata dal personaggio in tutte le altre situazioni che la storia gli propone. Una democrazia da action movie contemporaneo che in fondo si addice a un prodotto certamente non peggiore di altri, ma che, nella sostanza, tradisce in qualche modo l'epica della fabula legata alle vicende di "Terminator".
(pubblicato su ondacinema.it)

giovedì, luglio 09, 2015

GIOVANI SI DIVENTA

Giovani si diventa
di Noah Baumbach
con Ben Stiller, Naomi Watts, Amanda Seyfried, Adam Drinve
Usa, 2014
genere, commedia drammatica
durata, 97'


Il profondo malessere che è peculiare dell'uomo medio – o uomo-massa – nella società post-industriale, scandagliato in lungo e in largo tanto dalla cinematografia quanto più dalla narrativa che indichiamo come “postmoderna”, qui emerge attraverso la lucida raffigurazione del lento implodere di un rapporto matrimoniale nella società che per storia e cultura (e, ormai, per antonomasia) è la più adatta a rappresentare in modo quasi allegorico l'idea di “crisi”, intesa solo in seconda battuta nell'accezione attuale meramente economica.
La coppia di protagonisti – ben incarnata dal duo Stiller-Watts, aiutato anche da una fisicità “ordinaria” – ricerca nella reiterazione una via di fuga dall'incipiente consapevolezza della vecchiaia e della morte, tentando di farsi scudo di una routine inerziale che lascia trasparire il sotteso disfacimento del proprio rapporto. Un evento che accade fuori scena, filtrato in modo sottile/subliminale da una sceneggiatura che riesce a dire molto con poco, riempiendo le scene di significato, al punto di ottenere in alcuni casi quasi delle puntuali allegorie.
Il deus ex machina sembra essere l'incontro con una giovane coppia hipster, che innesca nei protagonisti un rinvigorito entusiasmo e li porta a emulare attraverso gesti-simbolo la ricerca di una nuova identità del tutto artefatta.





Tutto ciò riscoprendo quelli che per la giovane coppia – preda dello stesso inconscio malessere postmoderno – sono i valori “giusti”, alieni alla cultura americana, banalizzati in una mera emulazione di comportamenti anacronistici che sconfina nell'idealizzazione di un passato ricreato artificialmente attraverso i luoghi comuni.
Ma la storia non si esaurisce in questo puntuale ritratto della società industriale postmoderna, arricchendosi di un'interessante riflessione metafilmica sul valore dell'opera d'arte e sulla sua realizzazione, affrontando la discussione da un punto di vista “generazionale”, che porta la storia alla catarsi e i due protagonisti alla logica conclusione.
Un film posato e interessante che economizza la pellicola e non si accontenta di una valida scrittura, ma rende ogni scena profondamente significativa. Fino al brillante e terribile finale.  
Michelangelo Franchini

mercoledì, luglio 08, 2015

'71

 '71
di Yann Demange
con Jack O'Connell, Sam Reid, Sean Harris
Uk, 2014
genere, thriller
durata, 99' 

 
A chi avesse ancora qualche dubbio sulla dignità del cinema di genere, bisognerebbe consigliare la visione di "71", opera prima del franco inglese Yann Demange che, qualora ce ne fosse bisogno, dimostra con quanta potenza questo tipo di film siano in grado di leggere e interpretare la realtà contemporanea. Nel farlo, “71” manifesta fin da subito quelle caratteristiche di immediatezza - destinate a incidere sia sul piano emotivo che della comprensione – esplicate dalle capacità dell'opera di entrare immediatamente nel vivo della questione, introducendo sin dal titolo la cornice temporale della storia, che rimanda direttamente al conflitto nord irlandese, e ai fatti che precedettero l'occupazione del paese da parte dell’esercito inglese, inviato stabilmente a Belfast proprio a causa dell’escalation di violenza che da sfondo alle narrazione. Un’ accelerazione del processo politico e sociale di quella nazione che “71” contestualizza attraverso la drammatiche vicende di Gary Hook, giovane recluta dell’esercito britannico, abbandonata in “territorio nemico” al termine di una sanguinosa ritirata, e costretta a sopravvivere in una città messa a ferro e fuoco dalle azioni dei rivoltosi. Perché, oltre a fornire la traccia entro cui si sviluppa il racconto del film, la caccia all’uomo scatenata dagli esponenti dell’Ira - intenzionati a disfarsi del pericoloso testimone - diventa il modo per riassumere il coagulo di sentimenti e di intrighi di una questione politica resa incerta dai contrasti all'interno del movimento nazionalista irlandese, diviso sulle strategie da opporre all'invasore inglese.




In questa maniera, mentre assistiamo all’alternarsi di speranza e di disperazione scaturite dalla successione degli avvenimenti a cui va incontro il protagonista, “71” non fallisce l'appuntamento con la storia, riproducendola nella geografia umana chiamata a rappresentare l'umore delle opposte fazioni; degli attivisti cattolici, distribuiti tra “falchi e colombe”, dell’esercito britannico, manipolato dal doppio gioco del proprio intelligence, e con il bene e il male pronti a scambiarsi le parti, in virtù di una ragion di stato che avvilisce la dignità dell’uomo. Concentrato nello spazio di un giorno e di una notte, “71” è un thriller che a differenza di un film come "Run All Night", simile nella struttura narrativa e nella concentrazione spazio temporale deve la sua tensione all'assoluta veridicità del contesto ambientale e al rispetto delle leggi che lo regolano.



In questi termini è determinante lo stile delle riprese che, alla maniera del Paul Greengrass di “Bloody Sunday”,(seppur con movimenti meno frenetici), riesce a trasformare la finzione in documento, contribuendo a costruire sequenze memorabili, come quella della guerriglia urbana che si trasforma in un inseguimento tra i vicoli della città, e di altre, capaci di sdoganarsi dall'asettica ripetitività a cui ci ha abituato certo cinema mainstream, e invece capaci di ridestare i sentimenti dello spettatore , con scene di insostenibile drammaticità, come quella del convulso finale, in cui la mdp, indugiando sulla pistola puntata alla testa del protagonista, mette a dura prova la sensibilità della platea. In concorso al festival di Berlino 2014, " '71" è un film sorprendente e quindi da non perdere per nessun motivo.

martedì, luglio 07, 2015

MICHAEL CAINE E LO SGUARDO AMBIGUO

Michael Caine è uno degli attori inglesi più conosciuti del cinema mondiale, con alle spalle più di cento pellicole. Insieme ad Harvey Keitel è stato protagonista dell’ultimo film di Paolo Sorrentino “Youth - la giovinezza” e la Cineteca Italiana lo omaggia nella rassegna “Michael Caine & Harvey Keitel” in programma alla Sala Oberdan di Milano.

E’ interessante mettere a confronto i differenti stili dei due attori. Harvey Keitel, come abbiamo diffusamente scritto in un precedente articolo, ha una recitazione corporea e fisica, che ha sempre caratterizzato le sue performance; anche Caine all’inizio ha interpretato ruoli in cui era necessaria una certa prestanza fisica, elemento attoriale scemato con il passare degli anni, dando invece risalto a una recitazione espressionista e controllata. E’ rimasta costante nel tempo questa sua capacità di rendere ambigui i personaggi da lui interpretati, sempre borderline, grazie a uno sguardo obliquo e fermo, con una vasta gamma di espressività facciali.


Michael Caine è della stessa generazione di Keitel (nasce a Londra nel 1933) ed è quanto meno curiosa la similitudine della biografia dei due attori: anche Caine appartiene a una famiglia modesta del proletariato urbano (il padre è uno scaricatore di porto e la madre una domestica) e vive un’adolescenza turbolenta che ha il suo punto di arrivo nel reclutamento nelle forze armate inglesi – come per Keitel nei Marines. Dopo l’esperienza nei Royal Fusiliers, che lo vede partecipare anche alla Guerra di Corea dal ’52 al ’54, frequenta una scuola di recitazione e debutta brevemente in teatro. Si avvicina quasi subito al cinema e durante tutti gli anni 50 compie una lunga gavetta, sviluppando le proprie doti attoriali in numerosi e modesti film con ruoli del tutto secondari (molte volte neppure accreditato).
Diventa protagonista nel decennio successivo e il primo successo arriva con l’interpretazione della spia inglese Harry Palmer, antieroe di una serie di fortunate pellicole, e alter ego del più famoso James Bond: “Ipcress” (1965), “Funerale a Berlino” (1966), “Il cervello da un miliardo di dollari” (1967) e ancora ripreso negli anni 90 in “All’inseguimento della morte rossa” (1995) e “Intrigo a San Pietroburgo” (1996).
Interprete al servizio di innumerevoli autori – da John Huston a Brian De Palma, da Woody Allen a Christopher Nolan – la sua attività si alterna tra ruoli principali e quelli da caratterista, anche in molti film non memorabili, mettendo in risalto la sua grande versatilità.


Un esempio delle sue capacità lo troviamo in uno dei cinque film che compongono la rassegna alla Cineteca, “The Quiet American” (2002) di Phillip Noyce. Caine interpreta un reporter inglese, Thomas Fowler, che lavora e vive nel Vietnam degli anni 50, durante la Prima Guerra indocinese tra i Viet Minh comunisti e l’esercito colonialista francese. Tratto dall’omonimo romanzo di Graham Greene, sullo sfondo delle vicende storiche, si sviluppa l’intreccio principale del film che vede un triangolo amoroso tra la sua giovane amante vietnamita e un americano, Alden Pyle, consulente economico dell’ambasciata statunitense. In realtà Pyle è un agente della CIA e ben presto Fowler scopre che l’americano è l’architetto di un piano per destabilizzare il paese e creare disordine, attaccando con attentati mirati sia i francesi che i vietnamiti, per cercare una “terza via”, quella degli interessi americani nella zona (all’interno del grande scacchiere della Guerra Fredda). Spinto dalla folle gelosia nei suoi confronti, Fowler venderà il concorrente in amore -  che nel frattempo ha conquistato il cuore della sua amante vietnamita – a una cellula rivoluzionaria vietnamita, facendolo assassinare.
Remake del film di Joseph L. Mankiewicz del 1958, la nuova pellicola del regista australiano risulta didascalica nella messa in scena e, pur con una fotografia che gioca su nuance dai colori caldi e scuri, con riprese notturne suggestive (in particolare durante le sequenze degli scontri a fuoco al fronte), e una scenografia molto curata, “The Quiet American” è opera modesta di nessun spessore. Ma proprio per queste manchevolezze, risalta ancora di più la recitazione di Michael Caine che riesce a costruire un personaggio complesso e profondo, grazie al suo sguardo obliquo che nasconde un intero mondo di emozioni, centellinate in primi piani che l’attore inglese riempie con grande intensità. E, alla fine, l’unico interesse per il film in questione è il suo essere un palcoscenico ideale per ammirare le capacità interpretative dell’attore inglese.

 Del resto l’ambiguità recitativa dello sguardo in macchina viene ben evidenziata anche negli altri titoli della rassegna a lui dedicata: ne “L’uomo che volle farsi re” (1975) dI John Huston lo presta all’ex soldato coloniale Peachy Carnehan, alla conquista del tesoro nel Kafiristan con il suo sodale Daniel Dravot (Sean Connery), in una narrazione avventurosa di ascesa e sconfitta dal sapore esplicitamente kiplinghiano; la sua capacità mimetica fiorisce nel thriller “Vestito per uccidere” (1980) di Brian De Palma, dove dà corpo, e soprattutto il volto,  allo psicologo killer dottor Elliott in una performance recitativa che ha creato una nuova icona del cinema a venire; o il marito fedifrago di “Hannah e le sue sorelle” (1986) di Woody Allen perso nei mille dubbi amorosi tra due sorelle, una la moglie e l’altra l’amante; per arrivare al recente “Mister Morgan” (2013) di Sandra Nettelbeck, dove interpreta un vedovo inconsolabile e dimessosi dalla vita.
Michael Caine è un attore al confine, al limite dell’orizzonte, quello dello sguardo dei suoi personaggi, che riesce a trasformare, a seconda dei casi,  il proprio sorriso in un’espressione solidale e umana oppure in un ghigno rabbioso e violento, regalando allo spettatore emozioni vere e sentite.
Antonio Pettierre

“Michael Caine & Harvey Keitel”, Fondazione Cineteca Italiana, Spazio Oberdan, Sala Alda Merini a Milano dal 3 al 12 luglio 2015 http://oberdan.cinetecamilano.it/eventi/michael-caine-harvey-keitel/









TORNO INDIETRO E CAMBIO VITA

"Torno indietro e cambio vita".
di Carlo Vanzina.
con Raul Bova, Ricky Memphis, Giorgia.Michelini, Max.Tortora, Paola Minaccioni.
Ita, 2015
durata, 85'

 
"From the ice-age to the dole age/There is but one concern/I have just discovered...", mormorava uno a cui tuttora non la si può raccontare impunemente. Con pacifica evidenza, pero', tale rovello non deve assillare uno come Carlo Vanzina, tetragono nel ritenere, per il tramite di una frequentazione ribadita - con qualche pausa, ovvio - film dopo film, le decadi '80 e '90 del secolo scorso, una sorta di golden age (?!) a cui tornare come si torna ad un approdo sicuro, ad un luogo ove una qualche felicita e' possibile. Nel caso, Marco/Bova e Claudio/Memphis, quarantenni, amici da sempre, più o meno rassegnati alle comodità e alle mediocrità del quotidiano, vengono scaraventati in seguito ad un incidente automobilistico nel 1990, ritrovando con le perdute abitudini, il bandolo di un destino che si sarebbe dipanato in modo diverso dai sogni e dalle aspirazioni di ognuno.

Ben presto assestato sul tenore di una elementare commedia degli equivoci - il liceo da concludere di nuovo; una moglie (Michelini) ancora da conoscere e magari da non conquistare per non innescare un futuro deludente; il tran-tran familiare da ripercorrere nei panni di post-adolescente, farfallone e di fondo conformista (Bova); un tanto più travagliato per via della deriva alcolica della madre  (Memphis) - il lavoro di Vanzina (come da prassi coadiuvato dal fratello Enrico in sede di scrittura) si distingue da altri suoi simili di una oramai lunga carriera per una certa sobrietà nel tratteggio delle solite (esili) figurine; per un ribadito gusto per il singolo marchio di repertorio (taluni elementi di scena; l'uso del walkman e le sottolineature sulle prestazioni di motorini pre-tecnologici; i tormentoni musicali d'epoca, tipo "Maniac" da "Flashdance"); l'uso moderato del turpiloquio (in specie quello di ascendenza romanesca e rimembranza sordiana, di fatto e più in generale sempre presente, quest'ultima, nell'intercalare dei protagonisti - Tortora, in primis - con buona pace degli alti lai che periodicamente si alzano per rimarcarne una oramai insopportabile persistenza) e una non così ovvia atmosfera malinconica la quale, nonostante o, forse, proprio a causa del più scontato dei lieto-fine, arriva a lambire una autentica insofferenza nei confronti di un presente - il nostro - che, al punto in cui siamo, non si sa nemmeno più come rifiutare, se non nei modi di una radicale rimozione (il viaggio a ritroso nel tempo avviene appunto grazie ad un trauma).

 
D'altra parte, e per ciò che attiene più allo specifico comico, non ci si sposta molto tanto nei proponimenti quanto nel metodo e nella procedura, per un verso - e per ciò che e' di pertinenza del personaggio di Memphis - da una pallida (per quanto, a volte, sapida) manipolazione dell'impassibilità tipica del deadpan humour di Murray; per l'altro - e ci si riferisce a Bova - da un'anodina e innocua riproposizione di alcuni atteggiamenti stupiti/perplessi/cripto-aggressivi dello Stiller più ridanciano.

Da notare, ancora, la pervicacia con cui si continua a sottoutilizzare (e malgrado un ruolo, qui, piuttosto consistente) l'innegabile brio della Michelini.
TFK

domenica, luglio 05, 2015

HARVEY KEITEL OVVERO IL CORPO DELL'ATTORE







In occasione della manifestazione organizzata dalla cineteca di Milano per omaggiare la carriera cinematografica di Michael Caine e Harvey Keitel, abbiamo deciso di prendere spunto da due dei molti titoli presenti nella rassegna per raccontare il lavoro attoriale dei due interpreti. Iniziamo quindi da "Lo sguardo di Ulisse", diretto dal compianto Theo Anghelopoulos e interpretato da Keitel in una delle tante trasferte in terra europea, dove, ricordiamo, l'attore americano è tornato costantemente a lavorare. 


Con un meritorio lavoro sul lavoro di attore, la Fondazione Cineteca Italiana ha programmato la rassegna “Michael Caine & Harvey Keitel” in corso a Milano fino al 12 luglio.
Visti recentemente insieme nell’ultimo film di Paolo Sorrentino “Youth – La giovinezza”, i due attori, ormai mostri sacri del cinema mondiale, sono omaggiati con cinque film a testa tra le loro interpretazioni più interessanti.

Harvey Keitel nasce a New York nel 1939 da una famiglia ebraica di origini polacche e rumene e il suo percorso formativo non si discosta molto dai tanti giovani americani della sua generazione: con alle spalle una giovinezza turbolenta passata tra le strade di Brooklyn (a cui rimarrà fortemente legato e si formeranno le sue prime amicizie) parte volontario giovanissimo nei Marines. Dopo l’esperienza militare, partecipa ai corsi del famoso Actor’s Studio e per una decina di anni lavora prevalentemente in teatro. Sarà Martin Scorsese ad accorgersi di lui e renderlo un volto iconico del suo cinema fin dagli inizi degli anni 70.
Sguardo tagliente su un fisico compatto e massiccio, la recitazione di Keitel la possiamo definire molto fisica dove il controllo dei movimenti del corpo si potenziano con una presenza scenica che difficilmente lascia indifferente lo spettatore – anche il più disattento. La faccia che appare scolpita fin da giovane, con la maturità ha acquistato in solidità espressiva che nelle interpretazioni dei personaggi dei suoi film riesce sempre a trasmettere emozioni profonde e naturali.

Prendiamo ad esempio il primo film della rassegna “Lo sguardo di Ulisse” (1995) di Theodoros Angelopoulos: Keitel interpreta un regista greco in esilio che torna nella sua terra alla ricerca di tre bobine perdute di un film dei fratelli Manakis, pionieri del cinema balcanico. Ispirato all’Odissea omerica, la vicenda mette in scena un viaggio metaforico nei Balcani moderni tra caduta del comunismo e la disgregazione della ex Jugoslavia. Attraverso inserti onirici e metastorici, il viaggio del regista interpretato da Keitel (di cui non si conosce il nome se non l’iniziale A) diventa un’elegia di un tempo che non c’è più, di una disgregazione della memoria, dove lo “sguardo” del titolo è una ricerca di ricordi del passato individuale e collettivo. Il cinema denuncia la sua fragilità e l’impossibilità di uno sguardo reale (se non ricostruito attraverso il sogno). Del resto, A arriva nella Sarajevo sotto assedio durante la guerra Serbo-Bosniaca dove finalmente trova le tre bobine del negativo del film dei Manakis mai sviluppato, custodite da S. curatore del museo del cinema della città. In un cielo plumbeo, in mezzo alle macerie della città distrutta e allo stremo, A riesce a convincere S. a tentare di sviluppare il film. Bellissima l’ultima parte de “Lo sguardo di Ulisse”, dove Sarajevo è immersa nella nebbia e solo così la città riprende una parvenza di normalità poiché i cecchini non possono sparare sulla cittadinanza inerme. Così, in mezzo alla nebbia lattea si ravviva una certa socialità con orchestre che suonano, giovani che ballano, famiglie e coppie che passeggiano. Ma la nebbia nasconde sempre e comunque la morte e S. con la sua famiglia viene ucciso, mentre A impotente, immobile e distante non vede. E l’urlo di Keitel è un suono che spezza le coltri del dolore, ma non il male insito nella Storia degli uomini. E l’ultima inquadratura di A piangente davanti alla proiezione del film dei Manakis di una pellicola bianca e senza immagini, diventa metafora dell’impossibilità del cinema e del suo autore a filmare il dolore ma solo a ricordarlo e trasmetterlo attraverso la testimonianza di A.

Proprio in un film come “Lo sguardo di Ulisse” si possono apprezzare le capacità recitative di Keitel: immerso in una luce naturale, in long take infiniti, specialmente nelle sequenze notturne o negli interni immersi nell’ombra, Keitel recita con la sola presenza fisica. Si avrà un primo piano sul suo volto dopo più di mezz’ora e la recitazione si basa sulla figura del corpo, elemento profilmico dinamico di un corpo alla ricerca della luce.
Interprete versatile, ottimo caratterista, la capacità di Keitel di rendere la complessità della recitazione si può riassumere in una mimesi convinta tra ruolo dell’attore e psicologia del personaggio. E queste caratteristiche dell’attore americano le ritroviamo puntualmente nelle altre pellicole della rassegna della Cineteca: dall’ufficiale napoleonico Gabriel Feraud, ottusamente immerso in un duello infinito con il rivale Armand D’Hubert (“I duellanti” di Ridley Scott, 1977) al rapinatore violento e leale fino alla morte ne “Le iene” (1992) di Quentin Tarantino; dal maori ribelle George Baines nel film dell’australiana Jane Campion (“Lezioni di Piano”, 1993) al poliziotto drogato e sessuomane de “Il cattivo tenente”(1992) di Abel Ferrara.
 
Keitel usa il corpo come oggetto scenico che riempie l’inquadratura potenziando la drammaticità della messa in quadro e sfruttando anche la sua nudità frontale (come ne “Lo sguardo di Ulisse”, “Il cattivo tenente”, “Lezioni di piano”) o solamente con una gestualità violenta e improvvisa in una quieta interpretazione (“I duellanti”, “Il cattivo tenente”, “Le iene”). I suoi sono personaggi sempre spinti da forti motivazioni individuali: sia che essi ricerchino una sorta di liberazione (“Lo sguardo di Ulisse”, “Il cattivo tenente”, “Lezioni di piano”) intellettuale, metafisica oppure culturale; sia che rincorrano ossessivamente uno scopo solo a loro conosciuto. Così Feraud è posseduto dal duello con D’Hubert nel film di Scott; Baines è attratto dal corpo dell’inglese Ada McGrath (Holly Hunter) immigrata nella Nuova Zelanda dell’800, donna muta che comunica con la musica, nell’opera della Campion; A è rapito dalla ricerca del film perduto ne “Lo sguardo di Ulisse”; mister White si assume l’onere di proteggere il compagno ferito ne “Le iene”; il cattivo tenente percorre una lenta discesa in un’autodistruzione liberatoria nel nero film di Ferrara.
I personaggi di Harvey Keitel difficilmente si dimenticano e l’attore riesce sempre a lasciare un segno indelebile del suo passaggio in ogni film da lui interpretato.
Antonio Pettierre


“Michael Caine & Harvey Keitel”, Fondazione Cineteca Italiana, Spazio Oberdan, Sala Alda Merini a Milano dal 3 al 12 luglio 2015 http://oberdan.cinetecamilano.it/eventi/michael-caine-harvey-keitel/

sabato, luglio 04, 2015

POLTERGEIST

Poltergeist
di Gil Kenan
con Sam Rockwell, Rosemarie DeWitt, Jared Harris
Usa, 2015
genere, horror
durata, 93'



Alla densità della storia del cinema, specialmente nell'ultimo quindicennio, ha senz’ombra di dubbio contribuito, più spesso nel male - es. “Benvenuti al Sud”, “Old Boy”, lo stesso “Poltergeist” - che nel bene - es. “The Departed”, “Ocean’s Eleven” - , la  moda del remake.

“Poltergeist” - il termine tedesco vuol dire “spirito che bussa”, andando ad indicare fenomeni quali caduta di quadri, scricchiolii di mobili, malfunzionamento degli elettrodomestici, etc. -  rifacimento dell’omonimo cult horror datato 1982, narra di una famiglia appena trasferitasi in una casa infestata, essendo stato il quartiere edificato sopra un vecchio cimitero.

Bisogna dire che non mancano gli elementi interessanti dal punto di vista visivo, con una fotografia studiata e costruita sugli sbalzi elettromagnetici e che quindi si barcamena tra continue situazioni di buio/luce, creando un’atmosfera coinvolgete e contrastante con la classica luce aperta e naturale che caratterizzava le situazioni da tranquilla-famiglia-borghese dei primi minuti. 


Nonostante questo, però, l’aspetto drammaturgico è assai carente e poco curato, vanificando quindi i momenti di suspense che l’inquieta ma paziente macchina da presa tenta di ritagliare nel mostrare il profilmico.

In definitiva “Poltergeist” è la conferma del fatto che il cinema horror sia uno dei generi più consolidati e che dunque, più che al passato, si dovrebbe guardare ad un futuro cinematografico pronto a rinnovarne, oltre che i linguaggi, l’interesse da parte di un pubblico ormai totalmente assuefatto - e quindi immune - ai vecchi meccanismi.
Antonio Romagnoli

venerdì, luglio 03, 2015

DURI SI DIVENTA

Duri si diventa
di Etan Cohen
con Will Ferrell, Kevin Hart, Alison Brie
Usa, 2015
genere, commedia
durata, 100' 

Un giovane miliardario viene incastrato per frode e ha trenta giorni di tempo prima di essere incarcerato. Decide di sfruttare il tempo che gli rimane per imparare quanto più possibile sulla sopravvivenza in carcere. La comicità di Will Ferrell si riconferma la formula vincente che sorregge il film, l'attore sperimenta – qui in coppia con Kevin Hart, bravo ma distante dal Galifianakis di “Candidato a sorpresa” – quel suo peculiare umorismo demenziale misto all'incredibile mimica che lo caratterizza, qui trasformandosi in una sorta di “pagliaccio triste”, essendo allo stesso tempo soggetto e vittima delle varie gag.

Ma quella stessa autoreferenzialità costante che da sola non consentirebbe di riempire la narrazione, qui è accompagnata da una trama che permette agli attori di ironizzare – mai in modo contenuto – su quei problemi economico-sociali che descrivono e riassumono la società americana.
Il fatto stesso che James King dia per scontato che Darnell sia stato in prigione essendo nero dà un'idea del forte taglio satirico, che rivitalizza e in un certo senso nobilita la comicità di Ferrell.



Ma il film si evolve ancora e verso il finale la comicità vira verso il parodistico, mettendo in scena tutti i cliché dei film d'azione, qui osservati attraverso un'ottica tanto demenziale da non mettere mai in dubbio il finale, essendo tutta la storia un mero pretesto.
Ed è forse proprio la storia, o meglio la sceneggiatura, a rappresentare l'anello debole del film.
La straordinaria capacità di Ferrell di far ridere senza nemmeno parlare copre una scrittura che si rivela in tutta la sua debolezza nei rari momenti in cui non è coinvolto, restituendo scene poco efficaci che, forse, perdono ulteriormente nella traduzione.

Nonostante la scrittura non renda un buon servizio a Ferrell, il film procede, seppure con occasionali momenti di lentezza, intrattiene, e affonda anche qualche colpo ben mirato, permettendo a quello che è probabilmente il più talentuoso membro del Frat Pack di mostrare, ancora una volta, di cosa è capace.
Michelangelo Franchini


mercoledì, luglio 01, 2015

PREDESTINATION

Predestination
di Michael e Peter Spierig
con Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor
Australia, 2014
genere, fantascienza
durata, 97'


Ci rendiamo conto che raccontare la trama di un film come “Predestination”, interamente costruita sui paradossi temporali che derivano dalle capacità dei protagonisti di spostarsi nel tempo e nello spazio, è pressochè impossibile. Si tratterebbe infatti di snaturare una vicenda che nasce e prende forma dalla circolarità della sua natura e dal conseguente gioco di specchi tra le personalità dei protagonisti del film, uniti, con diversa consapevolezza nel tentativo di anticipare le manifestazione del male. Come succedeva in “Minority Report”, anche qui siamo di fronte a un gruppo di agenti segreti che, sotto mentite spoglie e con particolari vincoli procedurali, è in grado di precorrere le minacce dei vari malintenzionati. Ed è proprio la cattura del più famigerato tra quelli ancora in libertà, soprannominato “la madre nubile”, a costituire l’ultimo incarico dell’agente speciale interpretato da Ethan Hawke, chiamato a guadagnarsi la pensione non prima di aver impedito al metodico criminale di organizzare un attentato terroristico nella New York degli anni 70.


Detto che il film è tratto dal racconto di culto “Tutti voi zombie”, scritto da Robert A. Heinlen nel 1959, “Predestination” conferma, dopo “Daybreakers”, la tendenza degli autori a raccontare storie dominate dal segno di una diversità fisiologica – e in questo caso transgender - che impedisce di essere felici. Di certo “Predestination” nella sua appartenenza al filone fantascientifico, si preoccupa di dire la propria sul mondo che verrà, tratteggiato con quelle caratteristiche di globalizzazione, qui esasperate dalla possibilità di far convivere epoche diverse all’interno della stessa esistenza.


Ma quello che risalta maggiormente, e che costituisce il motivo della sua peculiarità è la tendenza del film a rifugiarsi in territori meno scontati e più intimi, corrispondenti al bisogno di normalità dei protagonisti, che li spinge a condividere i bisogni e le pulsioni più nascoste. Quello che ne viene fuori è quindi un prodotto a doppio passo; che affascina, quando, nell’assoluta predominanza di dialoghi e primi piani, si trasforma in un kammerspiel dalle atmosfere malinconiche e dolorose, e che invece perde colpi nel momento in cui si lancia in una visionarietà frenata non poco dalla normalità di una forma, incapace di rappresentare in termini di flusso visuale, la sfrenata fantasia dei suoi protagonisti.

HOME VIDEO: DUEL di STEVEN SPIELBERG

Duel
di Steven Spielberg
con Dennis Weaver,
Usa, 1971
genere, thriller, road movie
durata, 90' 
Ed. Universal


Ci sono film che non hanno bisogno di presentazioni perché i loro titoli, da soli, sono evocativi di un immaginario che non si ferma a quello degli autori che li hanno realizzati ma si spingono più in là, riuscendo a contenere umori e tendenze di un'intera epoca. Se poi si tratta di “Duel” il primo film di Steven Spielberg, quello che nel 1971 lo fece conoscere al pubblico mondiale e, che, in un primo momento, era destinato a fare mostra di se nei palinsesti televisivi nazionali, allora le caratteristiche di cui abbiamo detto trascolorano in una mitologia cinematografica che l’Universal fa sua nella smagliante nitidezza delle immagini blu ray di un'edizione home video, in grado di restituire come meglio non si potrebbe la dimensione epica di questo film.  Che, nonostante il tempo trascorso dalla sua prima uscita, riesce a mantenere inalterata le proprie capacità di coinvolgimento, catapultando lo spettatore all'interno di un road movie anomalo, che richiama paesaggi e archetipi del cinema western - pensiamo a Howard Hawke eJohn Ford, citati da Spielberg nell'inserto di commento che costituisce uno degli extra allegati al film-  e utilizza la lezione di Alfred Hitchcock, sia quando si tratta di derivare la suspence dalla decisione di fare a meno dei normali punti di riferimento (per esempio la faccia del camionista assassino, celata allo spettatore) sia quando si tratta di far scaturire la paura partendo da situazioni di assoluta normalita, e da circostanze -come quella del diverbio stradale tra il commesso viaggiatore, interpretato dalla star televisiva Dennis Weaver, e il conduttore dell'autocisterna che non lo lascia passare - che sembrano interlocutorie,  e che invece, nelle mani del regista, diventano la premessa di un viaggio negli abissi della follia umana. 



Se oggi le grandezza di Spielberg è un fatto che nessuno si sognerebbe di mettere in discussione, talmente tante sono state le prove della sua maestria, a maggior ragione vale la pena di tornare agli inizi della sua carriera e di dare un'occhiata al germe di quel talento, riscontrandolo nel connubbio tra un senso dello spettacolo fuori dalla norma, e che di li a poco sarebbe servito alla messa a punto di nuove forme cinematografiche (il blockbuster nasce infatti con "Lo squalo", di cui "Duel" è un sorta di prova generale ) e le capacità di una tecnica individuale davvero sopraffina, come si evince dal largo uso di campi lunghi e di inquadrature anomale che in molti casi risentono dell'influenza degli autori della nouvelle vague;  

per non dire dell'assoluto controllo del set e della mdp, determinanti per un film come "Duel", girato completamente in esterni e in soli tredici giorni. 

Se in Europa la pellicola fu apprezzata soprattutto in chiave metaforica, per i rimandi della storia al clima claustrofobico e malato prodotto dalla guerra del Vietnam e dell'assassinio dei fratelli Kennedy, "Duel" è innanzitutto un film a orologeria, mosso dalla volontà di catalizzare l'attenzione dello spettatore in un saliscendi di emozione e di frenesia che lascia senza fiato. Da vedere e rivedere.

martedì, giugno 30, 2015

CONTAGIOUS - EPIDEMIA MORTALE

Contagious- epidemia mortale
di Heny Hobson.
con Arnold Schwarzenegger, Abigail Breslin, JRichardso
Usa, 2015
genere, horror, drammatico
durata, 95'


Facendo ancora orecchie da mercante (mai l'abitudine) al mistero - glorioso ? Ignominioso ? - inerente la resa in Italiano delle opere provenienti dal vasto mondo (nel caso, l'originale "Maggie" diventa "Contagious", ed e' forse igienico piantarla subito qui), "Contagious - epidemia mortale", appunto, esordio alla regia di Hobson dopo l'apprendistato in pubblicità, posticipato più volte per traversie produttive, ci introduce, secondo itinerari immaginifici relativi ad un generico post-qualcosa che abbiamo imparato negli anni recenti a riconoscere come uno dei sentieri letterari privilegiati di quello spirito del tempo che, per comodità, potremmo chiamare sentimento-della-fine, nel cuore delle traversie di una famiglia qualunque dell'entroterra americano, una volta rassegnatasi a dover fronteggiare quello che le autorità hanno battezzato col nome di necrovirus, agente misterioso il quale, in un intervallo variabile a seconda delle peculiarità metaboliche del singolo, trasforma il suddetto in una specie di non-morto. Proprio il gruppo dei Vogel, protagonista della vicenda - padre, Wade/Schwarzenegger; madre, Caroline/Richardson e tre figli - affronterà l'incubo allorquando la primogenita Margaret/Maggie (A.Breslin, già bimba in "Signs" e ragazzina petulante in "Little Miss Sunshine") mostrerà chiari i segni della patologia.

 
Nella paradossale claustrofobia di un'America ritratta attraverso istantanee infette di desolazione hopperiana - cieli sbiaditi e inerti, campi silenziosi perlopiù riarsi, macerie industriali e urbane, fumi sparsi d'incendi in lontananza - da subito l'attesa per l'inevitabile progressione del morbo, oltre a prolungare lo strazio interiore, certifica una conclamata irredimibilita' nella forma di un pegno riparatore che il mondo (inteso come ordo rerum violato) intende riscuotere, alludendo, altresì, in filigrana, al sostanziale fallimento dei rapporti in ragione della loro falsità; al lasciare che questi raggiungano, nel perpetuarsi della cosiddetta normalità, una putrescente stagnazione, nei confronti della quale "la metamorfosi" finisce per apparire quasi come una variante logica, se non, addirittura, una via d'uscita.

Dramma familiare prima ancora che declinazione spossata con richiami metafisici di un genere, "Contagious", come sovente accade per quei lavori che cercano un proprio equilibrio nella oscillazione delle atmosfere all'interno di un paesaggio emotivo costante, assiste all'inesausto rimescolarsi di pregi e manchevolezze, senza che nessuno di questi prevalga. Se da un lato, infatti, risulta interessante (benché affatto inedita) la contemplazione mesta quanto stranita di un disfacimento in atto la cui origine pare allignare più nelle persone che nelle cose - per cui le cause scatenanti esterne possono benissimo essere eventi accessori di una epifania oramai non derogabile in via ulteriore - e che, cinematograficamente parlando, si nutre di una qual cura nella ricerca del dettaglio, della sfinita monotonia dei primi piani, dei livori quasi macabri di taluni particolari banali insidiati da una sgranatura, da una falsa messa a fuoco o dall'insistenza di un'angolazione irrituale; dall'altro e' pur vero che molto si sacrifica del portato simbolico e metaforico di una inquadratura, di una sequenza al momento di piegarsi/adeguarsi alla convenzionalità di certe sospensioni narrative - negl'intenti, magari, evocative: non di rado in odore di cui de sac - Stesso dicasi per, alla lunga, la compiaciuta tenacia con cui si aderisce al proprio rigore formale curato, per ciò che attiene alle luci, ai colori, da Lukas Ettlin ("The Lincoln lawyer", "World invasion", et.), o per l'irruzione qua e la' - come dovuta - dell'elemento orrorifico fino ad un attimo prima scientemente calibrato o finanche rimosso.

 
Sorprende, d'altro canto, ed entro limiti talmente ovvi da tralasciare il ribadirli, la non così scontata compostezza palesata dal vecchio Schwarzenegger, ondivago relapso della celluloide muscolare, nei panni di un padre stanco, avaro di parole, costretto a difendere moglie e prole (soprattutto Maggie) contro ogni evidenza, facendo moderato e mortificato uso di quella brutalità che altrove gli abbiamo visto distribuire persino con accenti sarcastici e/o caricaturali. Qui - restando dalle parti di un simulacro fantastico costruito pezzo per pezzo sul corpo e su una mimica impostata ad un'essenzialità tanto scarna nelle variazioni quanto d'immediato impatto (al punto da confidare alla figlia segnata, in un frangente riflessivo che e' al tempo cortocircuito impossibile dire quanto volontariamente autoironico: "Ancora mi chiedo cosa tua madre abbia trovato in me") - non e' azzardato scorgere, per dire, le fattezze del suo celebre cyborg (tra l'altro, in imminente ricaduta tra noi) stavolta debitamente abilitato al possesso di una coscienza inquieta da sottoporre al vaglio del contraddittorio agire umano e delle conseguenze da esso innescato.

Inscrivibile in un contesto a spanne piuttosto nutrito - il clima generale del film di Hobson riporta, bene o male e con le dovute precauzioni e sfumature, sia al solco scavato con lucido pessimismo da Romero, sia a quello critico-apocalittico di Carpenter - che via via ha generato prove diverse per originalità e spessore (pensiamo, per restare al passato recente e limitandoci ad una elencazione meramente cronologica, a "28 days later..."; "I am legend"; "The road"; "The book of Eli"; "Take shelter"; "World War Z"; et.), "Contagious" mutua dalle intuizioni seminali dei primi e dalle mutazioni sperimentate dai secondi il perimetro del proprio campo di applicazione, riservandosi i modi espressivi scabri e assorti di un Cinema più intimista e travagliato. Il connubio non sempre armonico di tali approcci ed esiti, pero', lo slancio partecipe sebbene non del tutto coerente, ne fanno un tentativo più curioso che riuscito.

TFK

domenica, giugno 28, 2015

GOING CLEAR: SCIENTOLOGY E LA PRIGIONE DELLA FEDE

Going Clear: Scientology e la prigione della fede
di Alex Gibney
con Paul Haggis, Mike Binder, Marthy Rathbum
Usa, 2015
genere, documentario
durata, 120'


Quando, nel maggio del 2013 presentò al festival di Cannes il suo "Armstrong Lie", Alex Gibney era già un documentarista di fama mondiale, grazie a un paio di lungometraggi come "Taxi to the Dark Side" e "Enron: The Smartest Guy in the Room" che avevano avuto l'ardire di interrogarsi su alcune delle questioni più scabrose del nostro tempo. Pur occupandosi di fatti accaduti in ambito sportivo, la storia del campione di ciclismo più acclamato dei nostri tempi, incastrato dalla giustizia federale e costretto a confessare di aver vinto sette Tour de France grazie all'utilizzo di sostanze dopanti, era qualcosa che andava oltre il semplice ritratto di una star caduta in disgrazia; "Armstrong Lie" svelava infatti la menzogna di un uomo che era stata la speranza per milioni di persone che, sulla scia del suo esempio - ricordiamo che il ciclista all'inizio della sua carriera era stato colpito da un cancro dal quale era poi guarito - avevano creduto nella possibilità di sconfiggere dolore e malattia.

Seppur occupandosi di tutt'altro argomento, "Going Clear: Scientology e la prigione della fede" dimostra l'intenzione di Gibney di proseguire nella direzione tracciata dal penultimo lavoro, scegliendo di raccontare le vicende di un'altro falso profeta, accusato, secondo le testimonianze raccolte da Gibney, di aver carpito la buona fede di una sterminata moltitudine di credenti. In questo caso, trattandosi di Ron Hubbard, il fondatore di Scientology, saremo di fronte (è bene usare il condizionale perchè allo stato dei fatti nessun reato è stato imputato ai presunti colpevoli) ad un caso ben più grave, perchè la scopo del film è quello di dimostrare non solo l'infondatezza dei dogmi professati da Hubbard ma soprattutto le nefandezze commesse dal successore David Miscavige, l'uomo della svolta, se è vero che sotto la sua guida, Scientology è diventata al tempo stesso una religione ufficiale e un potentato economico, distribuito in varie parti del globo, seppur con  un numero di affiliati in leggera decrescitai. Più che sulla biografia di Ron Hubbard, restituito attraverso una sintesi che prende in considerazione i passaggi più controversi della sua ascesa, quelli in cui le contraddizioni tra pensiero e azione diventano maggiormente evidenti - e qui non si può non citare l'ipotesi che la cosmogonia su cui si basa il credo di Hubbard non sarebbe altro che la riformulazione dei racconti di fantascienza da lui scritti negli anni 30 -, "Going Clear" concentra la sua attenzione sulle pratiche di coercizione e di violenza psicologica imposte agli adepti della chiesa, obbligati a versare ingenti cifre di denaro per raggiungere gli stadi più avanzati di consapevolezza (l'espressione Going Clear fa riferimento al processo di purificazione spirituale operato sui fedeli) e tenuti in riga dalla minaccia di rivelare al mondo i dettagli più scabrosi delle loro vite private, registrati durante le sedute terapeutiche e conservati per il momento opportuno.


Dal regista Paul Haggis, fuoriuscito da Scientology dopo più di trent'anni di frequentazione ai vari vari Marty Rathbum e Mike Binder, membri eminenti della congrega fino al giorno in cui hanno deciso di abbandonarla, a farla da padrone sono da una parte le testimonianze delle persone a conoscenza dei fatti; dall'altra, l'assoluta assenza di un contraddittorio che, seppur giustificato dal rifiuto di intervenire da parte degli esponenti di Scientology, risulta tanto più determinante nell'economia di un'opera come "Going Clear" che, per il fatto di essere un film a "tesi" avrebbe bisogno di una dialettica che invece è completamente assente. Specializzato nel documentario d'inchiesta, Gibney conferma un senso dello spettacolo capace di trasformare il resoconto del film in una sorta di investigazione privata, il cui rigore è spesso contaminato da artifici che appartengono al puro intrattenimento: presenti, sia nell'uso di inserti recitati ad hoc, che, alla maniera di un episodio della serie di "X- Files", ( visto il tema in questione, il riferimento non è poi così azzardato) traducono in immagini il racconto dei protagonisti; sia, nell'effetto deformante operato su alcuni dei personaggi più noti tirati in ballo dal film e in particolare di Tom Cruise che, privato del suo cotè cinematografico, e restituito attraverso inserti d'archivio che lo ritraggono nel ruolo di gran cerimoniere nei raduni organizzati da Scientology, appare stranamente sinistro e lontano dalla sua immagine hollywoodiana.
 
E qui torniamo al punto di partenza e al paragone con "Armstrong Lie": perché se è vero che "Going Clear" è altrettanto dirompente nell'esposizione delle mistificazioni connesse con l'operato di Scientology, è pur vero che rispetto al lavoro precedente il nuovo film di Gibney si "limita" a mettere in scena una verità - reale o presunta che sia - già acclarata e conosciuta, per il fatto di essere tratta dall'omonimo libro di Lawrence Wright, giornalista e scrittore premio Pulitzer che ha iniziato a interessarsi a Scientology con un articolo apparso sul New Yorker. Più che a un  working progress (com'era stato il film su Armstrong) o un' inchiesta sul campo, "Going Clear" ci mette di fronte alla messinscena di una sceneggiatura già pronta e alla necessità di presentare sotto altra forma le parole di un libro già letto. Insomma, più cinema che documentario, o se vogliamo, un documentario, costruito con la metodologia dei film di finzione. Ed è forse questa la ragione di un'operazione che colpisce fino a un certo punto, e di un titolo, che in qualche modo non riesce ad aggiungere molto a ciò che conoscevamo.
(pubblicato su ondacinema.it)

sabato, giugno 27, 2015

NESSUNO SIAMO PERFETTI

Nessuno siamo perfetti
di Giancarlo Soldi
con Tiziano Sclavi, Dario Argento, Mauro Marcheselli, Thony
Italia, 2014
genere, documentario
durata,  71'


Dopo essere stato presentato alla 32 edizione del Torino Film Festival, anche gli schermi della cineteca di Milano si sono accesi con Nessuno Siamo Perfetti, documentario che Giancarlo Soldi ha dedicato alla figura, artistica e umana, di Tiziano Sclavi, sceneggiatore del suo precedente Nero (1992), nonché padre e ideatore del celebre fumetto che ha riempito l’immaginario di molti italiani, Dylan Dog.
Nessuno siamo perfetti adotta un linguaggio e una struttura narrativa perfettamente conformi all’immagine che del suo protagonista possiamo trarre dalle abbondanti interviste che egli rilasciò al regista. Come la fotografia del sempre eccellente Bigazzi alterna momenti di pura visionarietà in cui galeoni e balene si librano leggere fra i grattacieli milanesi, così, i viaggi interiori di Sclavi cadono spesso nell’onirico e nel fantastico, in un turbinio incessante di fantasia e immaginazione. Il pudore dell’autore di Dylan Dog, schivo e misterioso, viene reso con delicatezza e rispetto dalle domande delicate che Soldi gli pose per ben dodici anni, in una sorta di lungo diario intimo. Quasi si stesso confrontando con un confidente, Sclavi affronta vari momenti importanti della sua vita, dal rapporto tormentato con la madre – che pare fosse solita bruciargli i fumetti che egli da ragazzo collezionava -, ai problemi di alcolismo, dall’esordio nel mondo del fumetto fino al successo e al riconoscimento della maturità.

L’opera fornisce un ritratto complesso e variegato dell’autore anche grazie alle preziose parole che molti ammiratori o conoscenti spesero su di lui: da Dario Argento a Bianca Pitzorno, da Grazia Nidasio a Sergio Castellitto, solo per citarne alcuni. 


La narrazione segue con delicatezza le inquietudini e le ossessioni di quel ragazzino smilzo che, dalla piccola Pavia giunse pieno di angoscia nella grande inospitale Milano, in cerca di una tranquillità che nemmeno il successo fu in grado di regalargli. Attraverso una fotografia satura e colori innaturali, quasi disturbanti, Nessuno siamo perfetti insegue con eleganza quel flirtare con la morte che più volte è stato attribuito a Sclavi, quel rapporto di amore e odio con l’altro da sé che l’autore esorcizzò nella creazione di un alter-ego, Dylan Dog, forte di tutte quelle caratteristiche di cui egli invece mancava.


L’eterogeneità delle fonti e degli stili narrativi –interviste, animazioni di fumetti, immagini oniriche-, è impreziosita anche da qualche inserto – non sempre giustificato- di Nero, pellicola cui Sclavi e Soldi collaborarono, l’uno alla sceneggiatura, l’altro alla regia.

L’opera procede con discreto rigore alla scoperta dell’uomo Sclavi prima ancora che dell’artista, lasciando celati alcuni aspetti fondamentali della sua persona, come quella fede nuziale all’anulare destro su cui la telecamera si pone insistentemente. Nel complesso Nessuno siamo perfetti è un esempio ben riuscito di documentario all’italiana, perfettamente fruibile anche da un pubblico che non abbia dimestichezza con l’intricato mondo di Dylan Dog. 
Erica Belluzzi

venerdì, giugno 26, 2015

VULCANO - IXACANUL

Ixacanul
di Jayro Bustamante
con María Mercedes Croy, María Telón, Marvin Coroy, Justo Lorenzo
Francia, Guatemala, 2015
genere, drammatico
durata, 100'
Mai come in questo periodo le periferie del mondo sono state così vicine all'appassionato di cinema che in un sol colpo si è visto recapitare due cartoline dall'inferno firmate rispettivamente dal nostro Roberto Minervini, di cui abbiamo ampiamente parlato nella recensione dedicata al suo "Louisiana", e poi dal regista guatemalteco Jayro Bustamante, regista che esordisce alla regia con una film "Ixacanul - vulcano" che, alla pari di quello del collega italiano nasce dalla volontà di raccontare la realtà, spogliandola il più possible degli artifici di cui il cinema si serve quando la deve mostrare sullo schermo di una sala.


Nel caso di "Ixacanul" la sospensione di incredulità esiste comunque, perchè la storia, nel suo perfetto svolgimento e nell'assenza di tempi morti, presuppone appunto l'esistenza di un copione già scritto e di una direzione artistica che sa come utilizzare gli attori sociali chiamati a "interpretarlo". Ma è altrettanto vero che la vicenda di una famiglia di poveri contadini di origine Maya e di Maria, costretta a sposarsi per ragioni di denaro, è di quelle che si sottraggono agli standard drammaturgici comuni. In "Ixacanul" infatti il coinvolgimento nasce non tanto dalla nobiltà del tema che, partendo dalla denuncia delle condizioni di sfruttamento della classi indigenti arriva a dimostrare la collusione del Sistema nell'esercizio del misfatto; quanto piuttosto dall’assoluta adesione del regista al paesaggio, naturale e antropologico, in cui si svolge la vicenda. 


La semplicità che Bustamante impone alla materia cinematografica diventa quindi il modo per liberarla da ogni retorica e per favorire la percezione di un'afflizione trasmessa attraverso la somma dei singoli frammenti narrativi. In questo modo, mentre seguiamo le varie fasi del calvario esistenziale di Maria, che ad un certo punto rimane incinta dell’uomo “sbagliato” e deve affrontare le conseguenze di un parto destinato a sconvolgere ogni progetto,  “Ixacanul” ci informa sull’iniquità delle condizioni lavorative, sull’assenza di mutuo soccorso tra chi dovrebbe averne e sui problemi di alcolismo delle generazioni più giovani.

Senza dimenticare la presenza di uno sguardo sul sostrato di costumi e di credenze che, se da una parte costituiscono il motivo d’identità di un popolo altrimenti destinato a scomparire, dall’altra contribuiscono, con il loro carico di pregiudizi – sintetizzati nelle ragioni che spingono Maria a camminare  in un campo pieno di serpenti  –, alla mancanza d' emancipazione di quella parte della popolazione. Vincitore dell'Orso d'argento all’ultima edizione del festival di Berlino “Ixacanul” commuove e fa riflettere.

giovedì, giugno 25, 2015

TED 2

Ted 2
di Seth McFarlane
con Mark Whalberg, Amanda Seyfred, Lian Neeson
Usa, 2015
genere, commedia
durata, 108'


Bisognerebbe sempre specificare, quando l'argomento in questione è la commedia, che ne esistono due tipi: una universale, nel caso in cui il film in questione sia somministrabile, nella propria interezza, ad un fruitore di ogni provenienza culturale; un'altra, invece, che nutrendosi del proprio impianto culturale non risulta accessibile alla totalità del pubblico che col suddetto impianto ha poco a che fare. Sotto questo punto di vista, e non solo, il primo  "Ted" aveva tentato di trovare un compromesso per rendersi vendibile su scala internazionale, rendendo il risultato finale non così entusiasmante come ci si attendeva.

Vedendo "Ted 2" - nella quale l'orsacchiotto, una volta sposatosi, dovrà lottare per vedere riconosciuti i propri diritti civili -  sembra che Seth MacFarlane abbia preso coscienza di queste considerazioni, regalando al secondo capitolo tutti gli elementi che mancavano al primo. Se molto è dovuto all'attingere continuamente dai modi - e dai toni - della fortunata serie tv animata "I Griffin" - ovvero la verve dei dialoghi, i flashback surreali e le sequenze no sense - il rendere "Ted 2" definitivamente convincente è la scelta di renderla una commedia prettamente americana, dall'estetica pop e pregna di critiche velenose alla stessa cultura dalla quale attinge - vivendo dunque della meravigliosa e sempiterna contraddizione dell'american dream -. Tutto questo amalgamato da una sceneggiatura che vive di  una ritmica tanto riuscita quanto esasperata - quest'ultima sì accorta alle esigenze di un pubblico internazionale - e da un cast in forma e ben diretto.


Preso atto di questi elementi, si possono tranquillamente affermare, dunque, due cose: la prima è che "Ted 2" è uno di quei rari casi nella storia del cinema in cui il sequel diventa un prodotto nettamente migliore rispetto al proprio predecessore; la seconda, non di certo per importanza, è che una commedia così ben fatta raramente si vede sugli schermi.
(Antonio Romagnoli)

mercoledì, giugno 24, 2015

BIG GAME

Big Game
di Jalmari Helander
con Samuel L. Jackson, Ray Stevenson,  Onni Tomilla, Jim Broadbent
Usa, 2014
genere, azione 
durata, 90'



Al cinema destinato ad andare in scena nel periodo più caldo dell’anno non si può chiedere più di tanto e anche lo spettatore più distratto conosce in anticipo ciò che lo aspetta al momento di entrare in sala. Pur con qualche eccezione, i titoli a disposizione del pubblico sono esuberi di magazzino, programmati nel circuito allo scopo di legittimare la successiva distribuzione home video. Strategie di mercato di cui la Eagle ha sicuramente tenuto conto quando ha deciso di distribuire un film d’azione come “Big Game – caccia al presidente”, che appare fin da subito un’ imitazione delle grandi pellicole blockbuster. Nel caso del lungometraggio diretto dal finlandese Jalmari Helander, il modello è quello derivato da “Air force One” di Wolfgang Petersen, action movie che vedeva il presidente americano trasformarsi in una sorta di Rambo per sbarazzarsi dei dirottatori che lo tenevano in ostaggio. In questo caso però la variante di "Big Game" è quella di presentarci un inquilino della Casa Bianca (Samuel Lee Jackson in versione Barak Obama) distante anni luce da quello intraprendente e pugnace interpretato da Harrison Ford e di affidarne le sorti - queste si altrettanto funeste - al piccolo Oskari, il tredicenne che lo aiuterà a salvarsi da chi lo vuole morto.


Detto che il film, nella linearità della storia e nel totale disimpegno dei contenuti, rispecchia in pieno le caratteristiche del cosiddetto “cinema balneare”, "Big Game" è un racconto di formazione a doppio binario, perchè le conseguenze delle vicende a cui assistiamo saranno motivo di crescita sia per il coraggioso bambino, sia per il simpatico presidente, la cui figura, affabile e carismatica, è del tutto allineata alla correttezza politica con cui il cinema mainstream si rivolge al più importante cittadino americano. Così, volendo, i motivi d’interesse non vanno ricercati nella vorticosa successione degli avvenimenti ne tantomeno nell’esibita consistenza del nemico, depauperata da una serie di motivazioni che la frettolosa sceneggiatura non riesce mai a spiegare. A farsi preferire sono piuttosto l’originalità dello “strano” sodalizio, reso credibile dall’alchimia tra i due interpreti e la scelta di un punto di vista che, nel privilegiare lo stupore fanciullesco di Oskari, giustifica, almeno in parte, l’ingenuità della messinscena allestita dal regista.

martedì, giugno 23, 2015

RUTH E ALEX

Ruth e Alex
di Richard Loncrane
con Diane Keaton, Morgan Freeman
Usa, 2014
genere, commedia
durata, 92'


Parlando della superficialità e del vuoto narrativo che affliggono gran parte dell’odierna cinematografia, non si potrà fare a meno di citare Ruth e Alex, ultima “fatica” di Richard Loncraine.
Presentato alla trentanovesima edizione del Toronto Film Festival, l’opera annovera quale sua – unica – ragion d’essere la prima collaborazione tra due grandissimi attori del panorama americano, Morgan Freeman e Diane Keaton, la cui presenza è sfruttata e abusata fin dal titolo – traduzione dell’originale Five Flights Up.

Reduce da un percorso registico estremamente ecclettico e a tratti schizofrenico – in cui al Riccardo III si alterna l’interpretazione di Harrison Ford in Firewall –, Loncraine è incapace di creare un’opera dal respiro unitario e olistico.
La sceneggiatura di Charlie Peters, basata sulla novella di Jill Ciment, Heroic Measurs, vede susseguirsi senza linea di continuità o filo logico un’accozzaglia di subplots e vicende totalmente aliene l’una dall’altra. Pur contribuendo a rendere la pellicola sconnessa e frammentaria, le varie storie-nella-storia fanno da sottofondo ai due veri centri propulsivi dell’azione, posti sotto forma di domande: riusciranno i nostri eroi a ottenere 950.000 $ dalla vendita del loro bell’appartamento a Brooklyn per potersi spostare in un altrettanto costoso nido d’amore a Manhattan? E ancora, riuscirà Dorothy, l’anziana cagnetta dei due, a camminare dopo un intervento chirurgico da 10.000 $?
Sebbene a questi due interrogativi si sarebbe potuto esaurientemente rispondere in un paio di scene, Loncraine ha scelto di far muovere ogni singolo attimo dei novanta minuti della sua pellicola attorno alle due inessenziali questioni.


Così l’anziana coppia, che per quarant’anni di matrimonio ha vissuto sempre nel medesimo enorme appartamento, dovrà far fronte con il perfido mercato dell’immobiliare e con le sue ansiogene dinamiche. Ad aiutarli sarà la nipote di Ruth, Lily (Cynthia Nixon), forse l’unico personaggio ben riuscito e adeguatamente caratterizzato.
Dei vari  plot secondari nessuno è immune da una certa gratuita superficialità. Dal contesto sociale e politico che circonda i due e influenza i moti del mercato immobiliare – un pericoloso terrorista si aggira per la città –, alle ragioni che li spingono a voler cambiare casa, ogni sfaccettatura della vicenda viene fugacemente mostrata, senza alcuna credibilità o coerenza narrativa. A temi grandi e importanti – uno su tutti: l’infertilità della donna – viene relegata una battuta o due, scelta che contribuisce a fomentare il senso di spaesamento e l’irritazione dello spettatore.


Sebbene l’uso di vari flashback tenti di dare tridimensionalità ai due e al loro trascorso, le interazioni della coppia appaiono fredde e distaccate, certo non consone a un rapporto coniugale lungo quasi mezzo secolo.
Oltre all’utilizzo di prevedibili e banali immagini della primavera delle loro vite, un'altra goffaggine narrativa che contribuisce a peggiorare un quadro di per sé già problematico, è l’utilizzo del voice-over di Morgan Freeman – clichè sulla cui banalità non c’è bisogno di spendersi oltre.
Ruth e Alex è nel complesso una pellicola lenta, noiosa, fruibile solo quale perfetto esempio della decadenza del cinema d’oggi.
Erica Belluzzi