lunedì, maggio 16, 2016

PERICLE IL NERO

Pericle il nero
di Stefano Mordini
con Riccardo Scamarcio, Marina Fois, Gigio Morra
Italia, Belgio, 2016
genere, drammatico
durata, 105'


C'erano diversi modi per portare sullo schermo il romanzo di Giuseppe Ferrandino che da il titolo al film. Nel libro dello scrittore  campano la storia è ambientata tra Napoli e Pescara, le città scelte in cui si snoda la vicenda di Pericle, faccendiere di un boss camorrista che un bel giorno è costretto a darsi alla macchia per sfuggire alla vendetta del datore di lavoro che lo deve sacrificare per scongiurare il giro di vite innescato dalla morte di un membro di un clan rivale. E sempre alla fantasia dello scrittore campano va assegnata l’originalità della storia caratterizzata dal rituale del protagonista che si guadagna il companatico sodomizzando le sue vittime dopo averle tramortite con mezzi di fortuna. Un particolare che aiuta a capire l’interesse di Abel Ferrara, più volte sul punto di girarne una versione con Riccardo Scamarcio rimasto nel progetto sia in veste d’attore che, in coabitazione con Valeria Golino, di responsabile ultimo dell’intero ambaradan. Ed è proprio la presenza di Stefano Mordini in cabina di regia e dei Fratelli Dardenne coinvolti in chiave produttiva a farci pensare che quella appena vista sia solo una delle traduzioni possibili di “Pericle il nero” che rispetto alle atmosfere sulfuree evocate dal cinema di Ferrara opta per un adattamento di segno opposto tanto sul piano formale quanto su quello drammaturgico. In questo senso a fare la differenza sono in ordine di importanza la scelta di ambientare la storia prima in Belgio e poi in Francia, con l’anonimato urbano della città di Liegi e la desolazione esistenziale della marina invernale della cittadina di Calais a raffreddare il pathos scaturito dalla rapidità dell’escalation di violenza che si abbatte sul protagonista e dal senso di abbandono conseguente alla consapevolezza di Pericle (orfano di entrambi i genitori) di essere stato rinnegato dal suo padre putativo. E, in secondo luogo, uno stile di regia che potremmo definire sociale per le caratteristiche di pedinamento e di scoperta ambientale perseguite da uno sguardo che fa di tutto per non esaltare il potenziale emotivo e spettacolare di un plot che si colloca nei dintorni di quel mob movies inaugurato dal “Gomorra” di Matteo Garrone, e oggi più che mai in voga grazie al successo dell’omonima serie televisiva.

Così oltre agli inseguimenti e alle sparatorie lasciate debitamente fuori campo, “Pericle il nero” si distingue anche per la capacità di far convivere le atmosfere da tragedia shakesperiana insite nella tensione incestuosa e nel desiderio di sangue che si respira all’interno del consesso famigliare di cui Pericle in qualche modo è parte in causa con le caratteristiche da romanzo di formazione della struttura narrativa che sotto traccia ma in maniera evidente mette insieme un excursus esistenziale di scoperta e di prese di coscienza che cambieranno per sempre la vita del protagonista. Un equilibrio che a livello visivo si traduce nel ricorso a un’alternanza di primi piani e campi lunghi capaci di portarci dentro l’universo del protagonista, facendocene condividere il dramma e le vicissitudini, e subito dopo di farcene prendere le distanze, quasi a voler restituire il destino del personaggio al mondo che lo ha generato. Pur con qualche debolezza di scrittura quando si tratta di raccontare l’incontro di Pericle con quella che potrebbe essere la sua nuova famiglia, “Pericle il nero” è un film convincente che tra i suoi meriti ha quello di regalarci un ottimo Riccardo Scamarcio, perfettamente calato nel fisico e negli umori di un personaggio dal sapore dostoevskijano.  

domenica, maggio 15, 2016

LA SPOSA BAMBINA

La sposa bambina
di Khadija Al-Salami
con Adnan Alkader, Rana Mohammed, Reham Mohammed
EAU, FRA, YEM 
genere: drammatico
durata: 99'


Il destino di Nojoom, che in yemenita significa "le stelle", è segnato fin da quando, poco dopo la sua nascita, il padre cambia il suo nome in Nojoud, "nascosta", e, pur amandola, la consegna alle regole non scritte della convivenza nello Yemen, che comportano una totale sudditanza delle femmine rispetto ai maschi. Quando Njoud compie 10 anni il padre, in una negoziazione condotta solo fra uomini, la dà in sposa a un uomo che ha almeno trent'anni più di lei. Lo sposo promette al suocero di prendersi cura della bambina e di aspettarne la pubertà prima di consumare il matrimonio. In realtà, appena sottratta alla casa del padre, la violenta e la costringe a servire la suocera, picchiandola quando la bimba disobbedisce. Per fortuna Nojoom è uno spirito indomito e, trovata la via di fuga dal villaggio arcaico in cui l'ha segregata il marito, si reca al tribunale di Sana'a, dove chiederà il divorzio.

"La sposa bambina" è l'esordio al lungometraggio di finzione di Khadija Al Salami e si basa sul romanzo autobiografico di Nojoud Ali, scritto insieme alla giornalista Delphine Minoui. La storia che racconta rappresenta anche, in un certo modo, quella della regista stessa, andata in sposa a 11 anni ad un uomo di oltre vent'anni più grande, dal quale Khadija ha trovato il coraggio di affrancarsi. La conoscenza profonda dei luoghi e della mentalità che Al-Salami racconta rendono "La sposa bambina" un documento autentico nel rappresentare una pratica retrograda come il matrimonio combinato che coinvolge bambini. La regista non commette l'errore di semplificare la storia e rende giustizia sia alla complessità della società yemenita che alle oggettive difficoltà cui tentano di sopravvivere i suoi abitanti più poveri. A questo scopo Al-Salami costruisce una sceneggiatura stratificata che inizia nel presente, ripercorre il passato e poi ci fa rivedere quello stesso passato dal punto di vista del padre, senza giustificarne le scelte ma contestualizzandone le motivazioni. Tutta la famiglia di Nojoom/Nojoud è vittima della miseria, dell'ignoranza e di imposizioni sociali che portano i più deboli e poveri a vivere una situazione di iniquità. In quest'ottica anche il collaborazionismo femminile, che perpetua l'oppressione di madre in figlia, trova una sua cornice e una sua spiegazione.

Le figure maschili e femminili sono disegnate in maniera articolata e rappresentano livelli diversi di consapevolezza e di emancipazione. Al centro c'è Nojoom che, come Malala, fa la storia, rifiutandosi di soccombere alle restrizioni che reprimono il suo genere e la sua giovane età. 

Purtroppo, però, la magia che Khadija Al-Salami ha saputo creare grazie alla sua combattente svanisce nel momento in cui si aprono le porte del tribunale e il giudice spiega alla famiglia della ragazzina e a uno sceicco perché i matrimoni infantili siano sbagliati. Diventando improvvisamente un film più adatto alla televisione che al cinema, "La sposa bambina" si fa didascalico, a tratti perfino semplicistico. Bisogna anche tener conto, però, che la nostra sensibilità è diversa da quella del pubblico yemenita, a cui è indirizzato il film. Fra tante affermazioni a un primo sguardo ovvie, emerge un concetto fondamentale: tra i principi della legge islamica vige anche l'obbligo di difendere i più deboli e i bambini fanno parte di questa categoria. La pellicola lascia questo spunto di riflessione.
Riccardo Supino

LA FOTO DELLA SETTIMANA

I, Daniel Blake, Ken Loach, GB, 2016

venerdì, maggio 13, 2016

MONEY MONSTER

Money Monster
di Jodie Foster
con Julia Roberts, George Clooney, Dominic West
USA, 
genere, thriller
durata, 98'


La crisi che dal 2008 ha messo in ginocchio la macro-economia occidentale è un argomento che, essendo ormai anche sulle bocche dei più, nel cinema degli ultimi anni è diventato caro a diversi autori e più in generale al cinema americano. Ad aderire a questa tendenza troviamo in ultimo Jodie Foster, che col suo “Money Monster” mette in scena gli effetti che le truffe dei grandi investitori di Wall Street hanno sulla gente comune.

Il programma televisivo condotto da Lee Gates – è il nome dello show a dare il titolo al film – che si occupa principalmente di suggerire come/quanto/quando investire agli spettatori, viene stravolto quando un ragazzo armato – uno tra la gente comune di cui sopra che, spinto al limite dallo sciacallaggio finanziario, incarna l’ultimo slancio per lui possibile – prenderà in ostaggio Gates per avere spiegazioni su un investimento dato per sicuro e che invece ha messo nei guai migliaia di azionisti.


Sembra essere al centro dell’indagine, quindi, non tanto lo svisceramento del problema economico – che recentemente altri film come “The big short” avevano invece provato ad analizzare con attenzione microscopica – ma la reazione umana ad un processo derivante dal monto perpetuo della macchina economica. In questo senso è apprezzabile da un lato la sindrome di Stoccolma che porta Gates a provare sentimenti positivi nei confronti del proprio carnefice – curioso come dopo “Hail Caesar” Clooney si trovi di nuovo ad interpretare un personaggio vittima di un rapimento –  e dall’altro la messinscena che per la quasi interezza del film è rinchiusa all’interno dello studio televisivo. Ad inibire la riuscita complessiva, invece, intervengono la scarsa inventiva di regia al di fuori dei momenti ambientati nella claustrofobia dello studio – riciclando modi più da piccolo schermo che prettamente cinematografici –  e l’eccessivo stereotipare i personaggi secondari sia nei dialoghi che nella caratterizzazione.
Antonio Romagnoli

giovedì, maggio 12, 2016

WILDE SALOME'

Wilde Salomè
di Al Pacino
con Al Pacino  Jessica Chastain,
USA, 
durata, 95'

“Il dolore, essendo la suprema emozione di cui l’uomo è capace, è al tempo stesso il prototipo e il banco di prova della grande arte”. Oscar Wilde/Epistola: in carcere et vinculis


È quasi scontato premettere che, tra le molteplici opere di Oscar Wilde, “Salomè” è forse quella più difficile da approcciare. Se prima a teatro e poi al cinema, le vicende della figlia di Erode erano già state portate in scena – chiaramente in modalità del tutto sperimentali e controverse – anche da Carmelo Bene, la tragedia di Wilde ha destato l’interesse di Al Pacino che ha deciso di fare un film sulla realizzazione dello spettacolo e la realizzazione del film stesso. In questo intreccio sorprendentemente fluido di meta-linguaggi i diversi livelli narrativi vengono tenuti insieme dall’istrionismo che Pacino mostra da un lato nella pura recitazione teatrale – incantevole la compagna di scena  Jessica Chastain, specie nel momento del ballo-dei-sette-veli  – dall’altro – ovvero nella fase documentaristica – nella reale e percepita difficoltà di riuscita di un prodotto di così difficile realizzazione – non a caso “Wilde Salomè” registra i proprio natali nel 2010 ma vedrà la luce nelle sale italiane solo quest’anno grazie all’intervento di Distribuzione Indipendente –.

A tradire in parte l’ottima riuscita della pellicola è l’eccessiva passione dell’attore americano nei confronti dell’autore inglese, enfasi che troppo spesso decentra l’attenzione circa “Salomé” e spostandola sulla figura di Wilde: il risultato è l’alternanza di sperimentazione meta-cinematografico/teatrale con momenti puramente didattici – anche se è ben chiaro già dal titolo che lo scopo didattico fosse tra le intenzioni dell’autore –.

Eppure “Wilde Salomè” a fine visione rilascia quella percezione di morte-e-sofferenza che permeava l’opera originaria e che ha permesso di essere ancora oggi riproposta all’attenzione del nostro sguardo indolente. 
Antonio Romagnoli

domenica, maggio 08, 2016

LA FOTO DELLA SETTIMANA





























Hiroshima Mon Amour di Alain Resnais - Francia , Giappone 1959

sabato, maggio 07, 2016

STONEWALL

Stonewall
di Roland Emmerich

con Jeremy Irvine, Johnny Beauchamp, Joey King
USA, 2015
genere: drammatico
durata: 129'



Nel 1969 Danny Winters è un liceale dell'Indiana all'ultimo anno. Sogna di andare alla Columbia University e coltiva un amore impossibile per il suo amico Joe. Quando la sua omosessualità viene scoperta, il padre lo ripudia e a Danny non resta che partire per New York, per cercare di cavarsela da solo. Qui troverà una nuova famiglia: ragazzini homeless, travestiti, e in particolare  Ray, che s'innamora di lui anche se non corrisposto. È una comunità che si dà appuntamento al Stonewall Inn, un gay bar gestito dalla mafia, parzialmente tollerato da un gruppo di poliziotti corrotti, che non si esime però dal menare a sangue durante le retate. La notte della morte di Judy Garland il clima è emotivamente caldo e i tempi sono maturi perché gli abitanti di Christopher Street comincino a rivendicare i propri diritti. È l'inizio di una serie di violenti scontri con la polizia e la nascita del moderno movimento di liberazione gay.

"Stonewall", a suo modo, stupisce. Da Roland Emmerich, col soggetto della rivolta storica di una comunità di strada contro un potere oppressivo, ci si poteva aspettare una serie ripetuta di azioni, un'escalation un po' retorica, ma niente di tutto questo si avvera; inoltre, non era comunque semplice immaginare questo film pudico e sentimentale, che conduce il protagonista dal suo primo rifiuto di danzare al momento in cui diverrà prima ballerina.


Emmerich trasforma la Storia in una favola di formazione, in cui il bianco, rassicurante e ben educato Danny, lascia la propria casa e la propria famiglia perché costretto e finisce nel magico mondo dei ragazzi che si prostituiscono da quando erano bambini, occupano luride stanze di hotel e piangono la morte di Dorothy Gale come quella di una sorella. In loro, Danny trova degli amici, ma lui non è come loro e il regista lo sottolinea spesso. È da loro che parte la rivolta: non hanno nulla da perdere, e non credono nella costanza e nella pazienza delle organizzazioni ufficiali per i diritti degli omosessuali. "Stonewall" cita Milk e certa parte dell'immaginario fassbinderiano, ma sono riferimenti che si consumano a livello di superficie, di costumi e di trucco, perché non è sul fronte prettamente filmico e nemmeno su quello emotivo che il film di Emmerich si può dire interessante, ma su quello dell'episodio storico, romanzato e colorato dal cinema.
Riccardo Supino

giovedì, maggio 05, 2016

CAPTAIN AMERICA - CIVIL WAR

Captain America: Civil War
Anthony Russo, Joe Russo 
con Robert Downey Jr., Chris Evans, Chadwick Boseman, Emily VanCamp
Usa, 2016
genere, drammatico, fantasy, avventura
durata, 147'



Talvolta di alcuni grandi registi si usa dire che facciano sempre lo stesso film senza che questo suoni come mancanza di rispetto nei confronti del cineasta di turno. Rispetto al cinema che conta è infatti invalso tra una fetta della critica considerare la proposta di contenuti e circostanze  oltremodo conosciute non già come il segnale di una mancanza d’ispirazione o, ancora peggio, il meschino tentativo di non cambiare gli ingredienti di una formula vincente. Al contrario se avete curiosità di leggere o ascoltare qualche resoconto di questo tipo vi accorgerete che in molti casi tale ripetitività viene legittimata, attribuendo all’arte in questione imprescindibili caratteristiche di continuità  poetica, stilistica, narrativa. In altre parole stiamo parlando della cosiddetta variazione sul tema che in taluni è sintomo di una sublime ossessione creativa, in altri il capolinea della deriva postmoderna. Tutto questo per dire che il film su cui ci vogliamo soffermare, pur con innegabili differenze rispetto ai modelli autoriali di cui discutevamo -  rintracciabili soprattutto nella popolarità nel prodotto offerto e nella propensione mercantile della confezione - presenta le stesse peculiarità di quei film di cui parlavamo all’inizio del nostro discorso. Captain America: Civil War diretto dai fratelli Russo più di altri film targati Marvel è infatti pensato per fare da trait union tra passato, presente e futuro dell’universo creato Stan Lee.


Complice una trama che si sviluppa dalla decisione del governo americano di limitare la libertà d’azione dei super eroi, accusati di aver messo a repentaglio le vite di migliaia di cittadini e per questo costretti a firmare il documento che ne imbavaglia gli straordinari talenti, Civil War chiama a raccolta, mettendoli uno contro l’altro – il motivo della tenzone deriva dalla decisione o meno di seguire il programma restrittivo – alcuni degli esponenti di punta della straordinaria progenie, anticipando, con un occhio al marketing e uno al glamour, alcune delle novità prossimamente sugli schermi che nello specifico riguardano una versione nuova di zecca dell’uomo ragno e la new entry rappresentata dalla pantera nera, primo super eroe africano in procinto di debuttare nel film diretto da Ryan Cooglar. Ora, visto e considerato che il vero autore di questo come degli altri film della scuderia non sono i registi, per lo più anonimi e irriconoscibili uno dall’altro, quanto piuttosto la Marvel stessa, dietro le cui file si nasconde un patrimonio di cervelli e professionalità lungamente sperimentate nel mondo del fumetto ed ora a suo agio pure in quello cinematografico, possiamo affermare che anche Civil War abbia dalla sua il fatto d’essere parte integrante di un unicum rappresentato dall’insieme delle storie fin qui realizzate dalla Casa delle idee, nel quale quest’ultima si inserisce con perfetta sincronia. 


Certo, l’idea dello scontro fratricida – appena visto in Batman vs Superman - così come la messa in discussione della figura del super eroe – inaugurata con Watchmen e diventata di moda a partire dalla saga degli X-Men – sono trovate tutt’altro che originali ma alcune chicche, come quella di un Uomo ragno in versione adolescenziale e, più in generale, la coolness che contraddistingue il body language dei suoi personaggi concorrono, insieme alla serialità di cui dicevamo, alla costruzione di un appeal di cui si fa fatica a fare a meno. Anche laddove in alcuni momenti il moltiplicarsi dei duelli e l’intensificarsi dei corpo a corpo rischiano di declassare Civil War a mero videogioco.  

10 FESTIVAL DEL CINEMA DI ROMA - MICROBE ET GASOIL

Microbe et Gasoil
di Michel Gondry
con Arge Dargent, Teophile Baquet, Audrey Tautou
Francia, 2015
genere, commedia
durata, 103'


Quando si guarda all’arte di uno come Michelle Gondry, regista poliedrico che tende a non fornire mai punti di riferimento che lascino individuare una linea guida accomunante tutte le sue opere, è necessario spogliarsi di qualsiasi aspettativa: presupposto valido, questo, anche per l’ultima pellicola del regista francese, “Microbe et Gasoil”. I nomignoli che i coetanei danno ai due protagonisti – per l’appunto bassino e solo apparentemente più giovane il primo, patito di riparazioni meccaniche e quindi perennemente maleodorante di benzina il secondo – oltre che descriverne le peculiarità visibili ai più li relegano di fatto nella posizione di essere due alieni delicatamente separati dalla realtà circostante.

Daniel e Theo – questi i veri nomi dei protagonisti – vengono rappresentati come due quattordicenni che combattono il mondo a chiacchiere, con discorsi volutamente iper-costruiti e poco accostabili alla mente di un ragazzo di quell’età, aumentando così il senso di straniamento derivante dalla caratterizzazione sui generis dei due adolescenti. Accostando alle immagini, girate in maniera semplice ma quanto mai efficace, la splendida colonna sonora composta da Jean-Claude Vanner e costruendo il film su tre livelli – innanzitutto soffermandosi sulla commistione di generi: si passa senza involuzioni o forzature dalla commedia, al dramma, al road movie e a toni grotteschi; lavorando su un immaginario comune che fa riaffiorare le fissazioni prepuberali per alcuni riscontrabili nella meccanica e per altri nel sogno della casa sull’albero, in questo caso sintetizzate nell’auto a forma di casetta; ancora, aggiungendo il complesso approccio adolescenziale alla sessualità, che va in questo caso di pari passo con la maturazione dei protagonisti – Gondry porta sugli schermi una parabola poetica che si trasforma in un impeccabile romanzo di formazione.   
Antonio Romagnoli 

martedì, maggio 03, 2016

FLORIDE

Floride
di Philippe Le Guay
con Philippe Rochefort, Sandrine Kimberlain
Francia, 2015
genere, commedia
durata, 

La grandezza di certi interpreti è quella di riuscire a trasformare un film normale in qualcosa di più. Senza la presenza di Philippe Rochefort e di Sandrine Kimberlain, il nuvo film di Philippe Le Guay sarebbe comunque un prodotto ben fatto ma senza quelle caratteristiche che permettono al film di rimanere impresso nel cuore dello spettatore. Diversamente "Floride" sembra vivere tutta la sua storia in attesa della sequenza conclusiva, quella in cui, dopo aver svelato il non detto che separava il padre dalla figlia, ce li mostra finalmente abbracciati e  liberi dalle incomprensioni e dalle inadeguatezze che normalmente caratterizzano i rapporti tra genitori e figli. Prima di quel momento, commovente e vero come solo gli attori di classe sanno rendere, c'era stato una sorta di one man show di Jean Rochefort che, nella parte di un uomo giunto al termine della vita e affetto da demenza senile, ce la mette tutta per farne passare di tutti colori alla povera figlia e alle varie badanti che, una dopo l'altra, decidono di rinunciare all'annoso lavoro. La proverbiale leggerezza dell'attore francese unita alla verve surreale che da sempre ne contraddistinguono la recitazione, riempiono lo schermo con svolazzi e sghiribizzi che  mettono buon umore e che però non cambiano la sostanza della storia. Fino, appunto, agli attimi che precedono il congedo dagli spettatori e che da soli valgono davvero l'intero film. 

INVISIBILI - 13 HOURS - THE SECRET SOLDIERS OF BENGHAZI - MICHAEL BAY


13 hours/the secret soldiers of Benghazi
di Michael Bay.
conJohn Krasinski, Pablo Schreiber, David Denman
genere, guerra, drammatico
USA 2016
durata, 145'



Quando le cose sembrano essere
solo quel che sembrano, presto 
sembreranno essere ancora meno.
- N.G.Dàvila -


Vetusti rancori, nuovissime crudeltà, recrudescenze sparse di un'attualità che pare aver trovato nel conflitto perenne una delle forme di stabilità più duratura (oltreché, per i soliti pochi, remunerativa. Sebbene: per quanto ancora ?). E, in simil guisa, riverberi, echi, presentimenti - in questo nostro imminente sempre più prossimo - di un futuro oramai privo anche della romantica riserva dell'aleatorietà, promesso com'è ad impazienti catastrofi in risultanza d'inevitabili trasformazioni. Nell'umana difficoltà di discernere (ancora), all'interno di una velocità dei tempi che non concede tregua, il bandolo possibile che accomuna la materia già logora dei primi alla persistenza inquieta dei secondi - per non parlare dell'imponderabilità probabilmente tragica verso cui convergeranno reciproche affinità e simmetriche divergenze - ecco che il rapporto esistente fra spinte così grandi e solo in apparenza lontane, assume aspetti vieppiù interessanti, se non proprio sorprendenti, al momento di constatare una qual attinenza tra la ricorsività propria delle suddette contingenze/avvisaglie storiche e - ad esempio e per ciò che preme in questa sede - le reazioni interne che scaturiscono dall'organismo in espansione, sempre reattivo e ipercinetico (quindi propriamente e completamente moderno) del Cinema di Michael Bay, autore californiano artefice di conglomerati spettacolari totali, ossia, certo, scopici e sonori ma - e non è un paradosso - addirittura quasi tattili nella loro insopprimibile esuberanza ad esistere e sistematica tendenza al riempimento di ogni spazio e istante della fruizione. Corpi, al tempo, appena sbozzati (polarità elementari, caratterizzazioni di norma rigide, piglio reazionario a volte talmente esibito da rasentare il sublime) ed insidiosamente presaghi (i disastri al sapore di dannazione di "Armageddon"; le manipolazioni genetiche ad uso totalitario di "The Island": le molteplici e ancor sfuggenti frontiere della carne nella saga umano-metallica dei Transformers), quand'anche - ed è curioso, visto l'afflato prevalente - inclini alla postura grottesca (il melò anabolizzato, a dilatare in via ulteriore le fattezze di una singolarità già satura, di "Pearl Harbor"), se non al demenziale e al deforme (le perversioni muscolari del sogno capitalistico ben oltre le contorsioni di un orrore che strizza l'occhio tanto al macabro quanto all'idiozia e alla sventatezza, di "Pain and gain"). Secrezioni, stimoli e suggestioni che riaffiorano - in un quadro generale di rimarchevole compostezza e cupo disincanto - in questo "13 hours...", protesi impercettibile (almeno a paragone di altri gesti ed altre epifanie, ben più vistosi e tonitruanti), scivolata senza troppo clamore nel cupio dissolvi dell'immenso apparato digerente dell'intrattenimento globale, in modo non dissimile - a ben vedere - dal terribile fatto che narra - l'attacco terroristico patito dall'"avamposto diplomatico temporaneo" USA in territorio libico nella data simbolo dell'11 set. 2012 che costò la vita, tra gli altri, all'ambasciatore Christopher Stevens - anch'esso già sepolto o, per meglio dire, rimosso dall'incalzare di tanti episodi analoghi in una scansione sempre più frenetica e stordente, da un lato e, su scala prossima alla totalità, dalla certosina educazione/condanna all'oblio assurta, per gradi ma quasi senza ostacoli, a rango di spirito-del-tempo, dall'altro.


"Siamo ospiti indesiderati in questo paese... Non solo fa un caldo boia ma non si riesce a distinguere i buoni dai cattivi. Benvenuto a Bengasi". La notazione offerta da uno degli operatori speciali protagonista del film ad un commilitone appena unitosi al gruppo designato a compiti di "scorta e difesa", al di là della semplice evidenza del suo sarcasmo cameratesco, rivela da subito e in trasparenza - anzi, in controluce, dal momento che l'intero nuovo corpo di Bay si muove sempre su un crinale impreciso fatto di chiaroscuri improvvisi, volti sorpresi da un sole ostinatamente alto all'orizzonte e altrettanto fulminee oscurità, sguardi e parole inghiottiti da un buio ominoso - l'intento di privilegiare l'approccio cauto, diffidente e lo slancio stanco di singoli chiamati ad eseguire un incarico pericoloso in uno dei tanti rettilari della contemporaneità, rispetto ai retroscena geopolitico-spionistico-affaristici che pure, ed è ovvio, gravitano e s'intrecciano là, da qualche parte, sul solito sfondo indistinto, tanto alacre nell'ordire le proprie infinite e complicatissime trame, quanto a volte quasi inerte al momento di replicare ad un contesto che recalcitra alla logica delle simulazioni e degli scenari, al cospetto del quale, poi, infatti, precisamente i singoli finiscono per trovarsi con l'obbligo di agire, supportati solo dall'addestramento e da un disilluso stoicismo ("Tutti gli dei, tutti i paradisi, tutti gl'inferni, sono dentro di te"). In altre parole, Bay prova qui e sovente riesce a tenersi alla larga sia dalla retorica dei nostri ragazzi (retorica che egli non ha lesinato altrove, beninteso, quantunque, a farci caso, orientandola volentieri su un tono sardonico se non caricaturale, comunque di segno contrario a quella più ortodossa profusa, per dire, da uno come P.Berg), sia dall'esemplarità della missione impossibile, come dalla smaccata apologia propagandistica (non a caso i soldati del titolo sono segreti, ossia, più che altro, figure fantasmatiche, di fatto neglette perché sacrificabili alla ragion di stato, all'interno di un episodio della Storia per molti aspetti ancora avvolto da interrogativi), rendendo ancor più manifesta nel suo Cinema - per molti tutto adrenalina e spacconate - l'esemplarità di una componente scettica autolesionisticamente - verrebbe da dire, a rigore - antieroica, venata qua e là da sincero pessimismo e, nello specifico, messa in scena senza esitazioni ("Sei nel mio mondo, ora").

In un'opprimente atmosfera da stato d'assedio, attraversata da luci bluastre e opalescenti, dai bagliori fosforescenti dei visori notturni indossati come emblemi di un raziocinio residuo preso nonostante tutto nello sforzo di vederci chiaro, da spettrali vampe arboree e punteggiata da secchi dialoghi tecnici o da contrappunti tra l'ironico e l'incredulo ("Avete allertato il Pentagono e la CIA ? Eh ? Parlano tra loro ?"), secondo un ritmo sostenuto che ad ogni scarto e sospensione della mdp fa corrispondere il sospetto di una minaccia non più rimediabile, "13 hours..." corre deciso su una direttrice sì parallela ma non estranea alle atonie metaforiche degli uomini scissi tra senso del dovere e progressiva dipendenza da una dimensione di costante prossimità alla Morte che alimenta dal profondo - seppur per contrasto - una sensazione di pienezza di Vita da tempo inattingibile nella cosiddetta normalità, viste di recente ad esempio nelle opere militari della Bigelow e, in parte, desumibili dai rovelli interiori dello sniper eastwoodiano. Direttrice pure non aliena, per altri versi, alla frustrazione fisica per un impasse la cui esizialità corre sul filo dei secondi, riconducibile - nelle forme di un simil-western metropolitano - tanto al furore disperato degli scontri nel sempre attuale "Black Hawk down" di Scott, quanto alle attese cariche di tensione e alle angosce senza volto cadenzate nel "Distretto 13" di Carpenter. 

Affiora così, quindi, facendosi ora chiara evidenza, quello scarto elusivo in base al quale il Cinema di superficie di Bay ("La superficie, la superficie, la superficie", ammoniva Patrick Bateman in "American psyco" di Ellis circa un quarto di secolo fa, e mai profezia fu più lungimirante, "Ecco l'unica cosa in cui ciascuno trovava un qualche significato... questa era la civiltà dal mio punto di vista, colossale, frastagliata"), nel suo incessante protendersi verso ciò-che-potrebbe-essere, nella sua ribadita vocazione popolare e plateale, non esclude affatto ma al contrario palesa al suo interno l'esistenza di fratture, di pieghe scabre, appoggi (forse) imprevisti ma utili con cui integrare più ampi punti di vista, nel tentativo di anticipare, prima che tutto sommerga, ciò-che-non-c'è-ancora.
TFK

lunedì, maggio 02, 2016

THE DRESSMAKER - IL DIAVOLO E' TORNATO

The Dressmaker - il diavolo è tornato
di Jocelyn Moorhouse
con Kate Winslet, Liam Hemsworth, Hugo Weaving
Australia, 2015 
genere, drammatico
durata, 118'



Redimersi da un passato obliato, recluso nei meandri del proprio subconscio per paura di un suo possibile ritorno. Ripercorrere i sentieri abbandonati dopo l’infanzia per cercare di dare un senso alla propria vita, ricostruire il proprio puzzle esistenziale e costringersi a riallacciare i rapporti con un mondo ormai lasciato alle spalle. Tilly torna nel suo piccolo paesino dell’Australia con un’irruenza tale da destare più di un malumore nell’ambiente regredito e stantio, in quella comunità che l’aveva colpevolizzata ed allontanata dai propri affetti. La sua femminilità ne precede l’arrivo, il suo fascino travolgente spiazza chi l’ammira. La donna distrae e arricchisce in vitalità un gruppo sociale ormai spento, assimilato nella visione registica di Jocelyn Moorhouse ad un anfratto nordamericano non troppo avulso dalle bistrattate lande del vecchio west, popolato da esseri sfioranti il grottesco nel proprio goffo tentativo di continuare ad alimentare un vigore ormai estinto. L’abito non fa il monaco, ma l’adagio mal si applica alle curve della Winslet che, supportate da un comparto costumi quanto mai felicemente in essere, conducono alla perdizione momentanea un discreto numero di compaesani, inducendo le proprie consorti a rifornirsi di abiti proprio dall’umiliata figlia della pazza Molly. The Dressmaker è un film cucito sulle doti corporee ed attoriali della Winslet che stupisce in entrambi i casi, regalando una performance carica di pathos e sensualità che ben si abbina alla prestanza di Liam Hemsworth, sfortunato spasimante. Tilly fa ritorno in una notte del ’51, annunciandosi con fare guerresco e mostrando sin da subito gli artigli con i quali difenderà il proprio percorso di redenzione personale. 


Ricondotta la madre sulla retta via e riappacificatasi con essa, la donna apre il proprio atelier nell’iniziale indifferenza della popolazione femminile locale, collezionando piccoli indizi che la possano condurre alla riabilitazione conoscitiva del proprio, oscuro, passato. La galleria di personaggi che la affiancano in questa indagine è paradossale, ricca di spunti comici tali da rendere il film una gradevolissima commedia nera, per lo meno nella prima parte. Il tono si mantiene spensierato, tra alti e bassi, sino a punte di humour nerissimo, per tutta la durata, virando verso il drammatico in pochi momenti e non necessariamente cambiando registro in modo drastico, ma scostandosi leggermente di binario e limitando i sussulti del vagone narrativo. Tilly riveste a nuovo, sia negli abiti che nella mentalità, un’intera generazione di bisbetiche pettegole, tutte a loro tempo più o meno coinvolte nell’allontanamento dell’allora bambina dal nido genitoriale per il presunto omicidio di un suo coetaneo, raccogliendo una vendetta personale lenta ma incisiva. Diviene parte integrante della collettività, si sostituisce alla sarta del paese nei lavori creativi e si lascia trasportare in una storia d’amore che la condurrà nuovamente in un baratro senza via di fuga. 

Le paure e le denigrazioni riaffiorano nuovamente nelle menti delle clienti, i pregiudizi di allora tornano attuali e la donna vede crollarsi addosso il mondo che con fatica aveva tentato di ricostruire. I mattoni si sgretolano e lasciano esposto lo scheletro di un edificio che, seppur ristrutturato di recente, ora versa in macerie similmente al suo passato. Tilly è giunta all’apice della propria espiazione e la fase successiva di ogni vertice è l’inesorabile declino, poiché il destino infausto riserva sempre qualche amara sorpresa, danneggiando irrimediabilmente i piani precedentemente organizzati.  La miglior cucitrice di abiti della provincia australiana vi saluta, bastardi.
Alessandro Sisti

domenica, maggio 01, 2016

LA FOTO DELLA SETTIMANA



























Butch Cassidy and the Sundance Kid, di George Roy Hill, USA - 1969

sabato, aprile 30, 2016

10 CLOVERFIELD LANE

10 Cloverfield Lane
di Dan Trachtenberg
con Mary Elizabeth Winstead, John Goodman, John Gallagher Jr.
USA, 2016
genere: azione
durata: 105'


Michelle lascia il proprio compagno e, mentre guida nella notte, ha un incidente. Si risveglia bloccata da manette in un bunker: ha un tutore a una gamba e una flebo nel braccio. Un certo Howard dice di averla raccolta in strada e di averla portata lì per il suo bene. Michelle non sa che all'esterno sono accaduti eventi catastrofici e che solo rimanendo lì con lui e con il più giovane Emmett potrà sopravvivere. La ragazza ha però più di un motivo per dubitare e cerca di trovare un modo per fuggire.

Correva l'anno 2008, quando J.J. Abrams architettava un'operazione destinata a mutare, almeno in parte, le coordinate dei "disaster movies". Torna ora, con un diverso regista, a richiamare, con un accenno nel titolo, quel piccolo ma importante film. Qui, però, ci si muove sul terreno del thriller psicologico, del quale Trachtenberg conosce bene tutti gli elementi strutturali.

Perché questo genere funzioni e non dia origine a un B-movie è necessario avere un cast all'altezza. In questa occasione la scelta è stata più che oculata perché a una Mary Elizabeth Winstead, femminile e determinata al punto giusto, fa da contraltare un John Goodman al suo meglio. Egli è un attore che, nel corso della sua lunga carriera, ha saputo mostrarsi perfettamente a proprio agio sia nei panni di burbero benefico, sia in quelli di una persona di cui temere le reazioni. Qui alterna i due volti con una duttilità che finisce con il costituire il fulcro della narrazione.

Il dubbio - non è dato sapere se Howard sia un pericoloso psicopatico che utilizza il suo bunker antiatomico per seviziare, psicologicamente e fisicamente, vittime innocenti oppure se la situazione esterna che descrive corrisponda al vero - viene conservato fino a pochi minuti da un finale che rischia però di indebolire la portata di un film ben costruito: le troppe spiegazioni inficiano molto sulla qualità di un prodotto cinematografico.
Riccardo Supino

venerdì, aprile 29, 2016

INVISIBILI - LOVE di Gaspar Noè

Love
di Gaspar Noè
con Karl Glusman, Klara Kristin, Aomi Muyock, Gaspar Noe, Benoît Debie
Usa 2015
genere, drammatico
durata, 130'


Se è vero che la noiosa reiterazione della quotidianità è a tutti gli effetti un crimine-contro-sé-stessi allora è anche vero che l’amore, almeno per come lo intendiamo noi occidentali, più che un sentimento rappresenta una trappola esistenziale.  
Non a caso Gaspar Noé ne traccia un profilo sincero – quindi per forza di cose brutale – e ne descrive gli inganni da cui ci lasciamo cullare grazie all’illusione iniziale che, con l’avanzare del percorso sentimentale, diventa una splendida prigione dorata. Ed è proprio per la sincerità – che a volte assume toni auto-biografici – del regista argentino che il sesso  in “Love” non solo è descritto come parte centrale di questa lenta morte interiore che ci ostiniamo a chiamare relazione amorosa, ma si distacca totalmente dalla propria componente pornografica proprio per l’empatia che il fruitore – sempre ammesso che quest’ultimo sia generosamente sincero con sé stesso – tende a provare.
Ecco che nello sviscerare l’argomento i continui salti temporali – tecnica di cui Noé aveva già abusato nella propria filmografia – non avvengono solo nel macro-montaggio e quindi nell’alternanza dei grandi blocchi narrativi ma anche all’interno della stessa scena, con i pochi secondi di nero che ne spezzano l’andamento – modalità, questa, già utilizzata in “Ritual”, capitolo del film collettivo “7 days in Havana” –. Da notare inoltre come nelle scene di sesso i corpi non solo sono utilizzati per la composizione geometrica (spesso dai caratteri pittorici) dell’inquadratura ma vengono continuamente messi a disposizione  dell’evoluzione psicologica dei personaggi.


Come nei precedenti titoli del regista argentino, dove i protagonisti finiscono per forza di cose a vivere il Purgatorio terreno come dannazione eterna, Murphy ed Electra rappresentano a più riprese il fallimento di un’intera cultura che confluisce in una visione distorta del sentimento, dove la possessività è figlia illegittima del maschilismo che solo a parole ci siamo lasciati alle spalle urlando al finto progresso morale prima che tecnico; senza renderci conto, ancora una volta, di essere alle prese con l’ennesimo slancio verso il niente.
Antonio Romagnoli

NEWS - SU MARTE NON C'E' IL MARE


Perchè uno sconosciuto dovrebbe darvi 500 euro a notte per dormire in un trilocale anonimo, anziché andare nella suite di un albergo a 5 stelle? E’ questa la domanda al centro del misterioso affare immobiliare intorno a cui si snoda “Su Marte non c’è il mare” l’ultima fatica del videomaker alessandrino Lucio Laugelli. Una storia in quattro episodi di cui è disponibile il trailer sul portale Mymovies.it. 

http://www.mymovies.it/film/2016/sumartenonceilmare/trailer/ 

Questo bel lavoro ha richiesto 10 giorni di riprese, dal 28 ottobre al 6 novembre 2015, 12 settimane di pre-produzione e ben 4 mesi di post produzione!
Nel trailer si vedono molti scorci del capoluogo piemontese in cui è stato girato per la maggior parte; alessandrini sono anche gli attori protagonisti: Michele Puleio, Maurizio Pellegrino, Christian Bellomo.
La prima puntata è disponibile online sul sito del quotidiano La stampa. Presto arriverà un altro episodio: stay tuned!

Riccardo Supino

giovedì, aprile 28, 2016

LA FORESTA DEI SOGNI

La foresta dei sogni
di Gus Van Sant
con Matthew McConaughey , Naomi Watts, Ken Watanabe
USA, Giappone 2016
genere, drammatico
durata, 110'



Esistono due versioni di Gus Van Sant. La prima, celebrata e di culto è quella di un regista che ha il coraggio di ampliare i confini del proprio lavoro concependo il cinema come laboratorio in cui sperimentare nuovi tipi di linguaggio in cui trovano compimento opere del calibro di “Drugstore Cowboy”, “Gerry” e “Paranoid Park”. La seconda, più addomesticata e attenta ai bisogni dello spettatore si concede il lusso di  cimentarsi in progetti altrui, cercando di conciliare la forme del cinema classico con la profondità di sguardo delle macchina da presa. Come abbiamo visto negli acclamati “Good Will Hunting”, “Cercando Forrester”.  A quest’ultima categoria appartiene a pieno titolo “La foresta dei sogni”, il film che Van Sant ha presentato nel concorso ufficiale dello scorso festival di Cannes riscuotendo un coro  pressochè unanime di critiche. La storia del film é presto detta perché il fulcro della vicenda si concentra per la maggior parte nell’unità di luogo rappresentata dalla foresta del titolo situata alle pendici del monte Fuji in Giappone dove il professore di matematica Arthur Brennam ha deciso di lasciarsi morire per sfuggire al dolore che lo tormenta. In tale contesto si verifica l’incontro con il misterioso viandante che nel tentativo di dissuaderlo dal folle gesto spingerà l’uomo a riconsiderare quella parte dell’esistenza che è fonte della sua afflizione.

Concepito alla maniera di una Divina Commedia contemporanea, con la foresta del titolo animata da elementi che trascendono la dimensione del reale per collocare i protagonisti in una sorta di moderno purgatorio, “La foresta dei sogni” si immerge nelle cose terrene con una sacralità che si manifesta non solo nelle allusione alla spiritualità orientale di cui il personaggio interpretato da Ken Watanabe si fa promotore. Perché il  valore attribuito alla presenza dell’altro diventa nel corso della storia  la chiave di volta  per trovare una risposta  al senso ultimo  dell’esistenza umana che Van Sant cerca e forse trova all'interno delle dinamiche della coppia borghese - ed è forse questa la cosa che è piaciuta di meno  agli estimatori del regista  -qui rappresentate dalle vicissitudini matrimoniali dei coniugi Brennam, ricostruite mediante una serie di drammatici flashback. Utilizzando alcuni degli stilemi più frequenti del suo cinema, ravvisabili nella struttura itinerante del racconto e nell'utilizzo empatico del paesaggio, La foresta dei sogni” pur nella convenzionalità della messinscena risulta tanto più coinvolgente quanto più da modo a un grande Matthew McConaughey di trasportarci nel cuore della storia. Le emozioni che procura la sua interpretazione valgono da sole il costo di un biglietto.

MEMORIE DI UN VIAGGIATORE

Memorie di un viaggiatore
di  Antonio Romagnoli
con Saverio La Ruina, Valentina Picello, Alessandro Haber.
Italia, 2015
genere, drammatico
cortometraggio, 14'09"



Tra le innumerevoli illusioni-metastasi proliferate all'interno del corpaccione della prassi occidentale, un suo posto di particolare - e ovviamente delusa - suggestione lo ricopre di sicuro l'idea del viaggio come itinerario (anche) intimo, utile, per diffusa opinione, a scoprire/riscoprire aspetti inediti o sepolti di se'. Tale suggestione avrebbe un certo numero di ragioni dalla sua (e il riferimento e' da considerarsi inversamente proporzionale allo scorrere delle epoche) se avesse trovato personalità in cui incarnarsi: ovvero se il viaggio inteso come autentico sradicamento dalle proprie certezze avesse su larga scala innescato l'imporsi di quella che da più parti e' stata definita (con una punta di esausta disperazione, a farci caso, visto il suo persistere più o meno imperturbabile a rango di lettera morta) etica del viandante (a dire, l'apertura interiore verso il famigerato Altro-da-se' - nello specifico, verso il suo modo di vedere le cose, le sue insicurezze, le sue presunzioni, et. - spesso e volentieri, nei fatti, incapsulato nella più comoda etichetta di "incivile" o "nemico" tout court) e non invece quella in apparenza più tranquillizzante - barattata, tra l'altro, illico et immediate - dell'uomo di mondo, ovverosia, oggi come oggi, del buongustaio, la quale, oltre ad accelerare la tumulazione definitiva dell'avventura, ha sancito l'emergere e il consolidarsi della demenziale dittatura del turismo di massa, causa tra le non secondarie, alla lunga, della tanto temuta (a parole) usura del pianeta, con conseguente ennesima materializzazione dell'universale desiderio inconscio della Fine.


Magari e' proprio tenendo conto anche di coordinate emotive simili che e' possibile inquadrare l'incedere astenico-meditativo dell'ultima opera breve del nostro Antonio Romagnoli, dal titolo "Memorie di un viaggiatore". Su strade assolate (una parte delle riprese si e' avvalsa del contatto diretto con lo scabro paesaggio calabro) che nel progressivo sfaldarsi delle loro prospettive non escludono la più estenuante delle circolarità o l'ipotesi del viaggio-da-fermo, si sposta calmo, zaino in spalla, Saverio/S. La Ruina - sguardo attento, leggerezza cauta a sottendere trascorsi fin troppo istruttivi, il corpo nervoso che pare avere trovato requie a tensioni ripetute solo negli spazi aperti di un vagabondare solitario e silenzioso - tipo laconico ma cordiale, in apparente fuga da un se stesso stanco forse di portare ancora del suo all'ammasso della frenesia e del rumore di un mondo che oramai non riconosce più come tale. Ai bordi della strada, ecco che incrocia dapprima Luca/A.Haber, pronto, dopo l'iniziale, prevedibile diffidenza, ad offrirgli la sua verità nella forma di una paradossale teoria circa il destino di Jim Morrison; quindi Maria Chiara/V.Picello, ragazza sfuggente e languida, con la quale varrà la pena scambiarsi - secondo un rituale involontario di un potlatch delle piccole cose - scampoli di esistenza marginale (una sigaretta, brevi sguardi curiosi eppure schivi, mezzi sorrisi...).

Sostenuto da un montaggio accorto nel suggerire le intenzioni mutevoli dei protagonisti e scaltro nell'anticipare possibili compiacimenti, il lavoro di Romagnoli stenta, nel suo passo in ogni caso aderente ad un procedere lineare, per l'eccessiva esilità dello scheletro narrativo, la cui relativa mancanza di peso, per un verso, autorizza via via la compresenza di troppi sottintesi, in potenza perfino contraddittori; per l'altro - e di conseguenza - contribuisce a penalizzare i caratteri, in particolare la figura di Maria Chiara (evocativa e come pericolosamente arresa ma dal punto di vista drammaturgico poco consistente), risparmiando, per contro e in parte, quelle di Saverio e Luca: capace di circoscrivere meglio e quindi supplire alla gracilità in virtù di uno scarto impresso dalla propria qual costante pensosa distanza, il primo; animato da un chiaro fervore di fondo (pensiamo alla gestualità e alla consueta loquela inquieta/borbottante haberiana), il secondo, antidoto mimico e dialettico alimentato da una spontanea, sorniona irruenza.

Resta l'impressione di un itinerario lustrale più agognato che con lucidità perseguito, a testimonianza ulteriore che lo iato scavato tra una maieutica del viaggio e la sua imperante retorica e' vasto e destinato ad allargarsi. Ma questo probabilmente Saverio/(Romagnoli) lo sa e -  qui e ora - e' già abbastanza.



[Ad integrazione.
Uno dei rari frangenti che fa uscire dalla grazia di Dio (?) il Tempo, è ricordargli che anche lui invecchia. Per tale motivo, da bravo ragazzino millenario capriccioso, è uso trascinare con sé qualunque cosa osi manifestarsi al suo interno. Un articolo, poi, transeunte già, diciamo così, per tare proprie, non ha davvero scampo e viene spazzato via prima di tanto altro. Tutto ciò per dire che nell'intervallo all'interno del quale sono state redatte le brevi note riguardanti "Memorie di un viaggiatore", esso ha trovato modo (e tempo, appunto) di aggiudicarsi il Festival di Villafranca Tirrena (Me). Complimenti all'autore, dunque e, come sempre, ad maiora. Ma questo al Tempo non ditelo].
TFK







mercoledì, aprile 27, 2016

CAVALLO DENARO

Cavallo Denaro
di Pedro Costa 
con Tito Furtado, Antonio Santos, Vitalina Varela
Portogallo, 2014
genere, drammatico
durata, 104'



Esponente di una forma di cinema "politico" sempre più rara nella costellazione cinematografica, il portoghese Pedro Costa è, nel bene e nel male, un regista fedele a se stesso, al punto da presentarsi a Locarno con un film, "Cavalo Dinheiro", che sembra, la versione lunga dell'episodio firmato dallo stesso autore nell'ambito del film collettivo "Centro Historico" (2012). Come quello, il nuovo lungometraggio racconta per immagini la storia di Ventura, immigrato dalle isole di Capo Verde per lavorare a Lisbona, proprio alla vigilia del colpo di stato militare che, a metà degli anni 70, si propose di dare una svolta democratica e anticolonialista alla politica governativa del paese. Il regista torna a quel periodo con una struttura narrativa che abolisce le logiche della normale progressione narrativa, disintegrando l'unità spazio temporale in un insieme di quadri che hanno il compito di restituirci i sentimenti ma anche le condizioni di vita di chi continua ancora adesso paga le conseguenze di quegli avvenimenti. Il personaggio di Ventura infatti più che se stesso, rappresenta l'incarnazione di una molteplicità di personaggi che individuano la moltitudine di umiliati e offesi dall'ingiustizia di un mondo assurdo.
Certo, il cinema del regista portoghese nel suo assoluto rigore non concede spiegazioni. Tutto deve essere dedotto dagli spunti di un dialogo fatto di frasi lapidarie e spesso criptiche, e da una specifica conoscenza della storia portoghese, a cui fanno riferimento i dettagli di oggetti e delle fotografie su cui la macchina da presa sporadicamente si sofferma. Ad essere evidente è la tipologia delle immagini, composte all'interno di un quadro più piccolo del normale, e caratterizzate da uno stile di ripresa che enfatizza punti di fuga e prospettive anomale, con prevalenza di ombre e recessi poco illuminati a rappresentare una metafisica da oltretomba al quale sembra, così crediamo, appartenere Ventura, Dead Man Walking resuscitato per il tempo necessario a ricordare gli orrori di un sistema che ha tolto anche il niente a chi era già povero. Teatrale e assurdo al tempo stesso, "Cavalo Dinheiro" è cinema destinato a pochi eletti. Il rispetto nei confronti del tema portato avanti da Costa non impedisce però di avanzare dei dubbi su un operazione che di fatto non aggiunge nulla a quanto visto nel medio metraggio del 2012.