sabato, marzo 08, 2008

Lezioni di felicita'


Un po' Amelie e un po' Mery Poppins, Odette Toulemonde riesce a scaldare il cuore con un frizzante buon umore ed un tocco di fiabesco romanticismo che non fa mai male. La fantasiosa commedia di Eric-Emmanuel Schmitt abbraccia lo spettatore con una storia di ordinaria quotidianità che diventa unica se guardata da una nuova prospettiva.
Odette non e' una maga, ne' una strega, e non ha poteri sovrannaturali come wonder woman o la donna invisibile. Eppure, nonostante sia una semplice umana, Odette piu' di tutte queste superdonne riesce a portare zucchero e scintille nella vita di tutti noi: balla, canta, vola, ci fa ridere e sognare.
Odette e' animata dai suoi sogni, dal potere della fantasia, dalla forza dei sentimenti. E' una donna che ha sofferto, che e'riuscita a superare il buio senza pero' dimenticarsene. Ed il suo tacito messaggio, nascosto tra le pieghe del suo caldo e contagioso sorriso, e' che la vita e' bella e unica, se solo lo sappiamo percepire, se solo lo vogliamo cogliere in noi.
Odette e' una quarantenne madre di famiglia, vedova, con due figli a carico, maschio e femmina, che vive in Belgio ai giorni nostri e che apparentemente non ha alcun motivo per essere felice. "Lavora come commessa nel reparto maquillage di un grande magazzino e, nel poco tempo libero che riesce a ritagliarsi, ama perdersi nelle pagine dei romanzi del suo scrittore preferito, l'uomo dei suoi sogni, l'artefice del suo smisurato ottimismo" Un bel giorno riesce ad incontrare il suo scrittore preferito, il bello e tronfio Balthazar Balzan, un uomo virile e orgoglioso, che dalla vita ha avuto tutto, successo, fama, amore, e che per questo dovrebbe essere lo specchio della felicita' ma che che invece si scopre avvolto in una crescente depressione...
Il film ci accompagna in un percorso di scoperta dei sentimenti e delle reazioni umane agli eventi. I fatti non sono affatto originali, cosi' come la trama, ma quello che conta e' lo spirito di ottimismo che pervade tutto il film. Lezioni di felicita' e' una favola moderna ben scritta e diretta. Le lezioni alle quali allude il titolo sono quelle che servirebbero a tutti noi per vivere meglio, per sentire davvero con intensita' e amore ogni giorno, ogni momento, sia nella difficolta' che nella gioia.
I toni sono leggeri e freschi, tipici da commedia francese, ma il tutto e' messo in scena con delicata poesia ed un pizzico di follia. Bravi gli attori, in particolare Catherine Frot. Una maggiore velocita' nelle battute avrebbe di certo giovato a tutto il film, ma ad una commedia francese si perdonano anche queste mancanze: i francesi non son mai stati tanto forti nei tempi comici.
Musiche di Josephine Baker, che caratterizza in modo perfetto film e protagonista.
Si esce dalla sala canticchiando. Aaaah, che buona boccata d'ossigeno. Grazie Odette!

Sonetàula

"Un ragazzino tanto magro che il suo corpo emette il rumore del legno: 'sonetaula'. Siamo nella Sardegna del 1938 e quello diventera' il soprannome di un ragazzino che cresce nei pascoli con il nonno e il gregge di pecore. Suo padre e' stato mandato al confino per un delitto mai commesso."
Questo l'inizio della storia-biografia Sonetàula messo in scena dal capace e sensibile Salvatore Mereu (la cui opera prima Ballo a tre passi suscito' ampio gradimento di critica e pubblico) e tratto dall'omonimo libro di Giuseppe Fiori (Einaudi editore), romanzo di formazione che abbraccia un'epoca di trasformazione storica e personale.
Ottima ed efficace trasposizione cinematografica di un romanzo non scontato (e nemmeno tanto giovane, il testo ha 40 anni), che racconta una storia amara di passioni e dolore, di vendetta e fughe, ambientata nelle montagne della sardegna durante la seconda guerra mondiale. Si tratta di un film in lingua (interamente recitato in dialetto sardo e sottotitolato) interpretato da attori non professionisti. Una storia dura e d'impatto, che Mereu dipana con coerenza e fluidita', forte della lezione di grandi registi quali De Seta e Rosi.
Sceneggiatura ben strutturata, dialoghi efficaci, aderenza al soggetto ed alla realta' storica.
Uno dei pochi ottimi lavori italiani in un panorama cinematografico nazionale sconfortante e asettico.
Distribuisce la sempre ottima Lucky Red di Occhipinti.

venerdì, marzo 07, 2008

Film in sala dal 7 marzo

Titolo: Grande Grosso e..Verdone
Regia: Carlo Verdone
Genere: Commedia
Produzione: Italia

Titolo: Lezioni di felicità. Odette Toulemonde
Regia: Eric-Emanuel Schmidtt
Genere: Commedia
Produzione: Francia/Belgio

Titolo: Sonetàula
Regia: Salvatore Mereu
Genere: Drammatico
Produzione: Italia

Titolo: Vogliamo anche le rose
Regia: Alina Marrazzi
Genere: Doc
Produzione: Italia

Titolo: Biùtiful Cauntri
Regia: Esmeralda Calabria, Andrea D'ambrosio,Peppe Ruggiero
Genere: Doc
Produzione: Italia

Titolo: Cenerentola e gli 007 nani
Regia: Paul Bolger, Yvette Kaplan
Genere: Animazione
Produzione: Usa/ Germania

Vogliamo anche le rose

Salutata con la solita sobrieta’ da un popolo festivaliero numeroso e trepidante Alina Marrazzi torna al Torino Film Festival dopo lo strepitoso successo ottenuto da "Un ora sola ti vorrei" il documentario che l’ha imposta come una delle realta’ piu’ interessanti del nostro panorama cinematografico, non solo tra gli addetti ai lavori, a volte propensi ad inventare il caso per sfruttarne l’inevitabile ritorno di visibilita’, ma anche dal pubblico piu’ giovane che aveva apprezzato l’originalita’ dell’opera e la delicatezza nella rappresentazione di un dramma personale. E non c’e’ dubbio che anche questa volta il tema dell’emancipazione femminile e piu’ in generale quello della condizione della donna a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘70 non sia semplicemente l’oggetto dell’indagine ma appartenga al vissuto dell’autrice non solo come categoria ma anche come esperienza vissuta.
Lo dimostra la volonta’ di privilegiare la dimensione privata ed emozionale delle sue protagoniste all’elemento sociale e politico: nel corso del documentario, costruito come un patchwork di immagini e parole tratte dalle fonti piu’ disparate (materiale di repertorio, super 8, filmato d’animazione e testimonianza diaristica), al di la’ della cronaca di una battaglia che non e’ ancora finita , emerge il tormento di una presa di coscienza lunga e dolorosa, popolata da fantasmi personali e sovrastrutture opprimenti ed in cui solitudine e sensi di colpa sono le uniche certezze. La fluidita’ dello stile insieme ai simpatici siparietti d’epoca concorrono ad abbassare i toni, ma i nervi sono scoperti ed il pericolo di farsi male e’ inevitabile. Nel corso della presentazione del film, rispondendo ad una domanda di Nanni Moretti su un suo eventuale passaggio al cinema di finzione, l’autrice dapprima titubante poi decisa, ha detto di considerare come tale il suo documentario per la capacita’ di far vivere le protagoniste al di sopra del vissuto che raccontano.

martedì, marzo 04, 2008

Rambo

Ho l’onore ed il piacere di pubblicare la recensione di Guido,un amico a cui mi lega una stima che supera la comune passione cinematografica.

Rambo è tornato! Appesantito in volto, segnato , un po’ gonfio Stallone non è sicuramente uno di quegli attori a cui daresti l’Oscar, am Rambo è un bel film. Un modo tutto suo di affrontare il sociale e l’attualità in maniera cruda, non da documentario o scoop giornalistico, Rambo è Rambo dopotutto, ma riesce comunque a far emergere il degrado in cui la Birmania sta vivendo ormai da anni. Le esagerazioni sono addirittura contenute, ci sono e soni in linea con lo standar gore di questi ultimi anni, ma sono sufficienti le immagini di vissuto reale e di cronaca che scorrono prima del film, nel film, come antefatto, per dare un’idea del fatto che certe atrocità non possono essere eguagliabili nemmeno nella finzione cinematografica. La morte reale nella sua semplice crudezza è più orribile di qualunque messa in scena, splatter, gore, horror che si possano immaginare. Stallone mi dà l’impressione di essere un uomo in cammino, con una fede o una voglia di fede molto forti; il suo personaggio è perso, abbandonato in un luogo sperduto, lontano da tutti e forse, spera anche da se stesso. Ritrova se stesso, solo quando comprende e accetta ciò che lui è, grazie ad una bella introspezione della co-protagonista che porta l’apatico Rambo a reagire ed in seguito ad acquisire la consapevolezza che quello che è non è bello, non è una cosa giusta, ma lui ha il potere di utilizzarlo a “fin di bene”. Interessante anche il risvolto dei mercenari coinvolti, in netto contrasto con quello che farà lui, e con quello che fanno i missionari ad inizio film. Il mercenario quando arriva il pericolo fugge; l’atteggiamento alla prima difficoltà è quello: fuggire i problemi per non correre rischi, incuranti del fatto di essere stati pagati. Essi non hanno un etica, una morale che li psinga a proseguire, mentre Rambo è diverso: non accetta soldi, perché sono i principi che lo mandano avanti; crede in quello che fa ed è quello che lo spinge oltre. Gli anni passano e mi stupisco a ripensare alla denuncia sociale che Stallone ha fatto nella serie di Rambo; una denucia a volte oscurata dalle belligeranze cinematografiche, però presente. Giochi di sguardi che ad un analisi non vizizta da pregiudizi trasmettono anche il dramma di un uomo. La trama è in sintonia con i film del genere: antefatto, missione per liberare delle persone e bagno di sangue per finire con un piccolo risvolto al termine del fil. Non mi dilungo oltre, concludo con un giudizio buono del film.

Sogni e delitti

Forse influenzato dalle storie di Jack lo squartatore oppure perché avvicinandosi alla fine il pessimismo è più che mai insopprimibile, sta di fatto che il nostro omino realizza e cosi conclude la sua avventura londinese lasciandoci l’amaro in bocca (per la cupezza della vicenda e non per la qualità sempre alta del suo cinema) con questa storia che sancisce la definitiva dicotomia tra materia e spirito, tra sogno e realtà, tra darwinismo sociale ed etica religiosa attraverso una storia che manco a farlo apposta sembra riecheggiare l’amletico dubbio "Essere o non essere" presente nell’ essenza dei due protagonisti (il cui ineluttabile destino suona come i "passi di un uomo morto" del protagonista de "La fiamma del peccato"), quello dalla faccia pulita quanto letale, interpretato da Mac Gregor, deciso ad essere ed ad andare fino in fondo per possedere le cose che desidera (anche la presunta Dark lady, trattata alla stregua delle costosissime macchine con cui le si presenta, si rivelerà migliore, innamorandosi di lui), e l’altro, fragilmente ruvido in un modo che riporta alla memoria le vertigini esistenziali del mitico James Dean, che sceglie di non essere, e si tormenta con rimorsi di coscienza e consapevolezze fuori dal tempo, in un ruolo che Farrel sembra costruire sulle proprie vicissitudini private.
Allen, forse ricordandosi del suo capodopera Ombre e Nebbia,, sembra ribadire che la cosa più pericolosa, quella che ci manda letteralmente in tilt ed in definitiva produce il caos in cui siamo immersi non stà nel disconoscere la differenza tra bene e male, ma piuttosto nel continuare ad agire senza una posizione chiara rispetto a questi due parametri. In tal senso la fine è ormai nota ed è per questo che l’interesse del regista si concentra nella caretterizzazione dei personaggi e degli ambienti, ancora una volta eccellenti, grazie ad una direzione di impareggiabile carisma ed una sceneggiatura che come al solito non perde mai il filo del discorso ed è capace di definire, anche con poche battute (alla faccia del famoso discorso logorroico) tutti i personaggi che vi partecipano. W Zigmond (Black Dhalia) da spessore alle atmosfere colorando gli ambienti con toni chiaro scuri ed arricchendole sequenze con movimenti di macchina appena necessari (su tutti quello che ci impediscedi guardare nella sua interezza il conciliabolo in cui viene premeditato l’assassinio) ma capaci di sottolineare l’importanza del momento. Allen costruisce un noir anomalo (mancano gli intrecci della trama, l’interiorizzazione della vicenda da parte dei personaggi così come la pesenza di una donna traditrice) perché nella sua visione delle cose le costruzioni programmatiche non aiutano ed è solo il caso, qui rappresentato da un auto in panne ai margini della strada o dall’ennesima puntata sul tavolo da gioco, a stabilire il banco di prova per quella che chiamiamo la nostra coscienza.

Prospettive di un delitto

Siamo in Spagna e più precisamente a Salamanca, un luogo che nel cinema, per quanto mi concerne è paragonabile alle Isole vergini, in termini di sfruttamento visivo. Dicevo siamo a Salamanca per assistere al discorso del Presidente degli Stati uniti, intervenuto al Congresso Mondiale sulla guerra al terrorismo. La piazza ricavata all’interno del cortile di un maestoso quadrilatero murario adibito a spazio abitativo, è gremita di gente eccitata dall’evento ed i servizi segreti la sorvegliano come se fosse l’ultimo tesoro del mondo.
E’ in questi attimi, poco prima che il presidente prenda la parola che il film ci fa conoscere tutti i protagonisti della vicenda: una serie di facce tutte convincenti a partire da quella del redivivo Dennis Quaid nei panni di un agente appena tornato in servizio dopo una convalescenza causata dalle pallottole indirizzate al Presidente (William Hurt un ex grande attore che si guadagna da vivere prestando la sua faccia sempre uguale al miglior offerente) per continuare con il Matthew Fox di Lost, collega ed amico, Sigourney Weaver responsabile del network che filma l’avvenimento fino a Forrest Withaker, tornato a lavorare dopo la gloria dell’oscar nel ruolo di un turista in cerca di emozioni. Sono tutti lì quando in rapida successione 2 colpi di arma da fuoco colpiscono a morte il presidente ed una bomba esplode saturando l’aria e lo schermo con una nuvola di fumo che ricorda quelle seguite al crollo delle torri Newyorkesi. Il film in pratica si ferma qui perché quello che segue non è altro che un backward/forthward di quei minuti (tanti quanti sono i punti di vista dei personaggi) per ricostruire le dinamiche e catturare i responsabili. Sorvolando sui discorsi del cinema che riflette su se stesso (Il De Palma di Occhi di serpente, riferimento più o meno dichiarato dal regista, è un'altra cosa) e senza soffermarsi più di tanto sulla forma dello sguardo che è organico/meccanico, fatto di tessuti cellulari e meccanismi in fibra ottica (esaltato dal trionfo di schermi, telecamere e videofonini sempre in primo piano e che nel caso di Withaker sembrano un tutt’uno con il resto della sua fisiologia) possiamo dire che Prospettive di un delitto spreca l’eccellenza del cast nella riproposizione all’infinito di un meccanismo fin troppo prevedibile che non riesce ad integrarsi con i tempi dell’azione che risulta frenata dai continui andirivieni ed un intreccio che concepisce la suspence come sfinimento visivo e sonoro. A posteriori risulta più interessante constatare il paradosso di un film che si professa democratico, con il summit pacifista ed il Presidente deciso a non rispondere alle provocazioni dei terroristi per poi organizzare un carosello di violenza che, seppur esagerata e quindi in qualche modo anestetizzata, è aggravata dall’assoluta mancanza di ironia. Una presa di posizione che riproduce perfettamente lo stato d’animo di una Nazione che ha prodotto la propria nemesi.

lunedì, marzo 03, 2008

L'innocenza del peccato


Il prolifico regista, autore di una filmografia sconfinata e di livello si ripresenta ai nastri di partenza con un'altra storia di ordinaria follia in cui le conseguenze dell’ossessione amorosa e della lotta di classe sono i temi dominanti. Intenta a conquistarsi un posto al sole nel mondo giornalistico televisivo, Gabrielle, ragazza bella e disinvolta si imbatte dapprima con lo scrittore di successo Charles di cui diventa impudica ed insaziabile amante, e successivamente in Paul, fragile e viziato erede di una impero commerciale, abituato ad ottenere ciò che vuole e deciso a conquistarla. L’incrocio di caratteri tanto diversi ma in fondo accomunati da un comune senso di insoddisfazione, darà il via ad una serie di reazioni a catena, frutto di personalità sempre in bilico tra cedimento patologico e premeditatà meschinità, le cui drammatiche conseguenze ribalteranno le premesse psicologiche dei suoi protagonisti.
Il film conferma la predilezione del regista per l’analisi dei comportamenti e dei condizionamenti sociali rispetto all’intreccio della trama che alla maniera dell’amato Simenon nasconde sotto l’apparente semplicità degli eventi una tensione drammaturgia derivanti dall’ambivalenza della psiche umana. Un inferno di ipocrisie che Chabrol disvela con un processo rigoroso ed inesorabile, costruito su analogie e dissonanze (commenti musicali e dialoghi in apparente contraddizione con il corrispettivo filmico), e che si compone di una serie di dettagli visibili ma non invadenti, che assumono senso con il procedere della storia: si pensi al libro dello scrittore ripetutamente disprezzato all’inizio del film con un gesto che sembra quasi una presa di posizione nei confronti dei premi letterari oppure alla valenza degli ambienti, in questo caso le case dei 3 protagonisti, quella natale di lei, divisa con la madre, a rivelare un bisogno d’affetto mai sopito opposta a quello del suo amante, una villa asettica e piena di confort simbolo della doppiezza del suo amante che in pubblico si proclama uomo dai costumi monacali, per finire con quella vittoriana del miliardario, immobile e perfetto campanello di allarme di una famiglia che nasconde la sua spietata freddezza davanti al decoro delle maniere. Per non dimenticare il sapiente uso dei colori, con il rosso che doppia quello dei guanti del giudice inflessibile interpretata dalla Huppert ne “La commedia del potere” e che qui compare saturando le sequenze iniziali e negli abiti più spregiudicati della protagonista, feticcio che riceve e produce sangue, a quelli finti e definiti della televisione, surrogato della vita reale di cui riproduce gli stessi meccanismi di potere, a quelli in penombra dell’ambiguo club dove lo scrittore regala alla giovane un regalo di compleanno indimenticabile, a quelli neutri e prosaici della vita quotidiana. Un determinismo costruito sulle differenze economiche e di ceto che non può essere messo in discussione neanche dalla verità delle pulsioni che al di la del godimento momentaneo finiscono per condannare i trasgressori del sistema con una punizione pari alla grandezza del loro sogno. Il sorriso di Gabrielle, in abiti circensi ed appena resuscitata da una "morte per scherzo" (il trucco del prestigiatore che taglia in due la ragazza rimanda simbolicamente al titolo originale "Una ragazza tagliata in due") che fa il verso a quella vera,(accaduta poco prima sullo schermo), sembra il presagio, per quella risposta d'amore appena ricevuta dall'applauso generoso del pubblico pagante, di una fine ancora lungi dall'essere decisa.

Il mattino ha l'oro in bocca

La febbre del gioco secondo Marco Baldini è qualcosa che dipende dal destino: lo dimostra nel suo libro Il giocatore trasformato in un film da Franco Paternò ed interpretato da Elio Germano nel ruolo del DJ fiorentino, lavoro che gli permette di sfuggire alle pressioni familari ed allo stesso tempo lo inizia alle scommesse nell’agenzia dove il capo lo manda a riscuotere il suo primo stipendio. Trasferitosi a Milano perché assunto da Radio DJ, dove sfonda con una trasmissione mattutina (la parte migliore della sua giornata , da cui il titolo del film) si imbatte nuovamente in una casa da gioco che lo vedrà protagonista di un escalation di scommesse e debiti non pagati che lo porteranno ad un passo dalla morte per mano degli strozzini che non riesce a rimborsare.
Se il fattore della casualità risponde necessariamente all’esperienza autobiografica, tutt’altra questione è la sua messinscena che sembra dettata da esigenze di carinerie produttive più che da una coerente cifra stilistica. Accade infatti che la regia, decisa a rinunciare al talento visivo ed all’audacia di Paterfamilias, si appiattisce su una messinscena che si sforza di far convivere all’interno di una storia di per sé dolorosa ma di fatto impostata con toni tragicomici film virziniano, un cote da autore drammatico che dovrebbe far emergere la deriva della dipendenza. Anche l’impianto narrativo non gli è da meno in termini di dualismi irrisoltì, fallendo il sincretismo tra la vita radiofonica e quella delle scommesse, entrambe attraversate da un protagonista che sembra non rendersi conto delle inevitabili differenze e lasciando spazio ad una serie di personaggi minori che si affacciano nel film per dare a scene macchiettistiche che incidono negativamente sull’economia del film. Il risultato è un film senza lacrime ne riso che scorre via anonimo se non fosse per la bella interpretazione di Elio Germano che inizia a distinguersi anche per il talento con cui getta a mare la sua bravura

Jumper


Doug Liman ha smarrito la strada. È la cosa non è bella per chi si era entusiasmato con, Swingers, (1996), esordio da indipendente targato Sundance, proseguito con il puzzle modello Pulp Fiction di Go- Una notte da dimenticare fino al primo e miglior film della serie delle avventure di Jason Bourne. Da li una vertiginosa discesa con Mr and Mrs Smith, una specie di corso prematrimoniale per la coppia Pitt/ Jolie fino al tonfo di questo film. Lanciato come un mix tra Bourne e Matrix, per le analoghe mobilità spazio temporali e le fughe globe trotters del protagonista Jumpers in realtà è ben altra cosa. E' uno spettacolino per adolescenti che il film blandisce mescolando estetiche giovanilistico televisive con il testosterone superoistico modello Marvel ( l’alleanza formata dei due saltatori si rifà agli albi cosiddetti Team Up dove gli eroi di 2 differenti testate davano vita ad estemporanee collaborazioni) che sono inserite all’interno di un impianto narrativo discontinuo ( gli inserti esistenziali che dovrebbero spiegare le motivazioni del protagonista sono didascalici e rallentano l’azione) e privo di meraviglia ( i tuffi dentro e fuori dal tempo, unico motivo del film perdono presto la loro efficacia). Il mondo in cui si muovono i personaggi, uno degli elementi di forza in film di questo genere per la capacità di dare senso e verosimiglianza alle incredibili vita dei personaggi è del tutto assente. Quando invece il film prova a spiegarsi lo fa in maniera confusa e stereotipata (gli accenni alla politica da grande fratello messo in atto all’indomani dell’11 settembre così come quelli all’america teocom, omofobica e puritana sono uno sfruttatissima via di uscita per la totale mancanza di idee). La crociata dei Paladini sodalizio di origine medievale impegnati a tenere alto i valori di Dio eliminando tutte le manifestazioni che potrebbero metterne in discussione il primato (la presenza dei Jumpers, con i loro poteri sovraumani lo potrebbero fare) incrocia le strade di David Rice (il poco simpatico Hayden Christensen), mutante capace di teletrasportarsi con la sola forza del pensiero e costretto ad affrontare le persecuzioni di Samuel Lee jackson a capo della squadra incaricata di eliminarlo. Quando il cerchio si stringe ed arriva a minacciare la fidanzata appena ritrovata, il nostro troverà il coraggio di prendersi le proprie responsabilità, affrontando la sua nemesi in una sfida da ultima spiaggia. La banalità della trama basterebbe da sola ad annichilire qualsiasi curiosità ma l'insulsaggine con cui il film la traduce sullo schermo castra qualsiasi tipo di slancio immaginifico e questo un film del genere non se lo può permettere. Uomo avvisato è mezzo salvato.

Lo scafandro e la farfalla (2)

Lo Scafandro e la Farfalla , il bel titolo del nuovo film di Julian Schnabel è di quelli destinati a rimanere nella testa non soltanto per l’accostamento audace dei sostantivi ma piuttosto per il mondo fiabesco evocato dalla sua lettura. Tratto dall’omonimo libro di JD Bauby, uomo di successo relegato su una sedia a rotelle dall’ ictus che lo ha reso catatonico ed incapace di parlare, il film ripercorre sotto forma di diario intimo e resoconto esperienziale quei terribili momenti, dalla scoperta della malattia alla difficile quanto insoddisfacente rieducazione, in cui anche il gesto più istintivo è il risultato di un lavoro lungo e faticoso fino alla decisione di iniziare la stesura del libro scritto per interposta persona attraverso i battiti dell’occhio sinistro rimasto miracolosamente illeso.
Ed in effetti se lasciamo perdere le pretese di realismo legate alle vicissitudini del genere presenti ma non preponderanti ed i pregiudizi morali per i film che fanno “vedere” la malattia non sarà difficile trovare analogie tra lo sfortunato protagonista ed il fanciullo viaggiatore creato da Euxepery nel “Il piccolo principe”; ad accomunare i due naufraghi esistenziali non è solamente la consapevolezza di un destino già segnato ma piuttosto il loro approccio alla vita, la forza interiore con cui affrontano quest’ultimo viaggio, il senso panteistico con il quale gli si offrono, lo sguardo stupito ed una curiosità insaziabile per il sublime del mondo, le cui infinite meraviglie sembrano un giardino d’infanzia per bambini mai cresciuti ed il posto ideale per reinventare la propria esistenza. Esente dai soliti clichè pietistici e ricattatori, valga per tutti l’atteggiamento del protagonista deciso ad affermare se stesso e le sue scelte di uomo libero anche di fronte all’evidente impotenza fisica (il sentimento amoroso per l’amante confermato in maniera impietosa di fronte alla moglie che lo sta accudendo e l’irrefrenabile desiderio verso l’angelica infermiera) il film è girato per la maggior parte in soggettiva, con lo schermo che riproduce il mondo visto ed immaginato da Bauby, e si avvale di una struttura che mischia continuamente elementi onirici (la natura psichedelica e surreale ricorda quella immortalata da Godfrey Reggio in Koyaanisqatsi così come le apparizioni della dama ottocentesca desunte dal busto femmineo presente nell’ospedale) e naturalistici (le lettere dell’alfabeto scandite dalla logopedista ed i dettagli fisioterapici) che deve molto alla fantasia del pittore Schnabel capace di svincolare l’idea di bellezza dalla fisicità in cui l’abbiamo relegata e maestro nell’amalgamare sequenze che riproducono su pellicola una sensibilità aperta alle commistioni degli stili cinematografici (dalle sequenze in super 8 al video al video clip anni 80 dal flusso spezzato e rapsodico della novelle vague a quello lineare e televisivo, non dimenticando il primo piano dell’occhio cucito che rimanda a quello tagliato dell’indimenticaile capolavoro di Bunuel) e pittorici (esp/imp-ressionismo, surrealismo e pop art si mischiano e si confondono in un gioco di rimandi e suggestioni che rompono gli schemi e gridano libertà) ma anche alla tecnica insuperabile del suo direttore della fotografia Janusz Kaminski, uno dei migliori in circolazione impareggiabile nel ricreare i colori della memoria e quelli del sogno (la Farfalla), nel riprodurre i limiti fisici e le costrizioni della tomba di carne (lo Scafandro) così come le posture di un corpo che si ribella alla natura (le riprese a tre quarti a replicare il capo reclinato). Qualità che sono di per sé straordinarie ma che in fin dei conti risultano troppo controllate, frutto di uno studio a tavolino che conferisce al film originalità ma toglie respiro alle emozioni che finiscono per vivere di natura propria , nascono dall’evidenza dei fatti e non dalla drammaturgia della vicenda. Pur non essendo un capolavoro siamo di fronte ad un film di regia che si mantiene abbondantemente sopra la media e segna un deciso passo in avanti nella carriera dell’intraprendente autore.

giovedì, febbraio 28, 2008

30 giorni di buio

Il revival dei morti viventi continua e, dopo gli umanoidi di I am Legend arrivano i nazi vampiri di "30 giorni di buio". Il riferimento alle condizioni meteo che fanno di Borrow, un villaggio dell'Alaska identico a quelli immaginati nei film di J.FORD ,il luogo ideale dove dimenticare tutto (ed infatti i personaggi vi dimorano in uno stato lisergico, immersi in un presente a tenuta stagna che in qualche modo li preserva dai pericoli dell'inconscio). L'apertura quasi simbolica, con quel tramondo tanto bello quanto effimero è l'ultima scintilla di poesia, simile alla porta oscura dell'Inferno dantesco prima dell'immersione in un mondo di tenebre e di sangue, in cui la lotta contro il male si trasforma ben presto in una resistenza ad oltranza fino alla prossima alba.
Forte della lezione dei maestri del genere (Carpenter ma anche Romero) presenti non solo nell'evocazione del titolo ed in alcune citazioni (la nave su cui viaggiano i manigoldi. la nebbia che preannuncia l'arrivo del diavolo,la cittadina isolata e sotto assedio) ma anche le caratteristiche produttive che esaltano l'abilità nel valorizzare risorse finanziarie da B-movie (Carpenter in "Fantasmi da Marte" ci ha insegnato che la notte è un ottimo antidoto che valorizza gli effetti speciali e nasconde le carenze scenografiche). Uno stile fluido ma solido, che si increspa quando il buio si avvicina (ve lo ricordate il capolavoro della Bigelow ?, se no andatevelo a riguardare poi mi dite) con primi piani raggelati e bradisistiche accelerazioni che stimolano il subconscio dello spettatore. Il film vive sui contrasti psicologici (gli spazi sconfinati del territorio e quelli angusti e claustrofobici delle vittime così come nell'antitesi degli sguardi, quello dei vampiri, che si rinvigorisce con l'oscurità anteposto a quello cieco delle loro prede)e visivi (il sangue che scorre sul biancore della neve e le improvvise fiammate che interrompono il colore della notte), il cui effetto straniante riesce a trascinarti all'interno di una situazione senza uscita. Il regista costruisce uno spettacolo appiccicoso che inchioda alla sedia con una fantasia che si ciba di quotidianità (ancora Carpenter)- si pensi alla doppia valenza del potente Caterpillar, macchina infernale nell'incidente che cambia il destino della bella protagonista e successivamente strumento salvifico in una sequenza da sfida all'OK CORRALL (ancora Western- ed un mestiere che gli consente di tenere sempre alta la tensione.la visione del male come entitàsconosciuta eppure reale così come la rappresentazione sacrificale della vita necessaria alla continuazione della specie, sono la naturale conseguenza degli avvenimenti e non il frutto di una riflessione premeditata che dovrebbe secondo i soloni della 7 arte , ma qui per fortuna non accade, (anche se la visione della famiglia come proprietà privata grida vendetta), creare il messaggio capace di nobilitare l'anima pulp di questo tipi di prodotti ed invece finisce quasi sempre per imbrigliarne l'istinto. La faccia di Harnett, ripresasi dalla paresi facciale di Black Dhalia,è quella giusta per rendere credibili le emozioni di un uomo alle prese con qualcosa che sfugge alla sua comprensione

mercoledì, febbraio 27, 2008

Film in sala da venerdi' 29 febbraio

Persepolis
Persepolis
regia: Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud
genere: animazione
prod.: Francia, USA

Rec

Rec
regia: Jaume Balaguero'
genere: horror
prod.: Spagna

Jumper
Jumper
regia: Doug Liman
genere: avventura
prod.: Usa

Rendition - Detenzione illegale
Rendition
regia: Gavin Hood
genere: thriller
prod.: Sudafrica

Il mattino ha l'oro in bocca

Il mattino ha l'oro in bocca
regia: Francesco Patierno.
genere: commedia
prod.: Italia

Tutta la mia vita in prigione

In Prison My Whole Life
regia: Marc Evans
genere: documentario
prod.: Gran Bretagna

Prospettive di un delitto
Vantage Point
regia: Pete Travis
genere: thriller
prod.: Usa

La rabbia
La rabbia
regia: Louis Nero
genere: drammatico
prod.: Italia

Fine pena mai
Fine pena mai
regia: Davide Barletti, Lorenzo Conte
genere: drammatico
prod.: Italia

Forse Dio e' malato
Forse Dio e' malato
regia: Franco Brogi Taviani
genere: drammatico
prod.: Italia

Il futuro non è scritto - Joe Strummer
Joe Strummer: The Future is Unwritten
regia: Julien Temple
genere: documentario
prod.: Gran Bretagna

Lo scafandro e la farfalla

"Ho appena scoperto che a parte il mio occhio ho altre due cose che non sono paralizzate: la mia immaginazione e la mia memoria". Questa battuta del protagonista a mio avviso riassume il senso del film, la sua impostazione scenica e l'emozione centrale che lo attraversa. Schnabel trova la chiave intepretativa vincente per racontarci la storia straordinaria di Jean Dominique Bauby, un uomo coraggioso, vitale e di sorprendente ironia, che ha affrontato un destino cinico e perverso con lucidita' e poesia, con la forza dell'amore per la vita e una dose irrinunciabile di humor.
Dopo il bell'esordio di "Prima che sia notte" (con uno Javier Bardem molto ispirato) e la delusione di un "Basquiat" venduto allo star system (le premesse erano ottime, il cast tirato a lucido e di grande spicco, la regia di molto visionario talento, ma il risultato fu un lungometraggio superficiale e un po' specchietto x le allodole....) Julian Schnabel ritorna in grande forma per parlarci di uomini, di vita e di poesia.
Colpito da ictus all'eta' di 43 anni, Jan Dominique Bauby, aiutato da un team di infermieri, fisioterapisti, ortofonisti e medici di eccellente livello professionale e soprattutto umanita', riesce a trascorrere l'ultimo anno di vita con grande coraggio e forza, combattendo contro un male feroce, nonostante la condizione di vita vegetativa quasi assoluta nella quale si ritrovò costretto a vivere e la quasi totale incomunicabilita'.
Per evadere da questa trappola si aggrappa ai suoi pensieri, alla memoria, alla fantasia (tutte meravigliose farfalle) e ricomincia a vivere intensamente e con verita' i giorni, le gocce di ore, le microparticelle emozionali dei minuti, nella sorpresa personale di assaporare sensazioni mai provate.
Bauby - e' innagabile - ha molto sofferto ma ha anche saputo utilizzare quello stato di blocco per rileggere la propria vita e scoprirne il lato nascosto, la linfa autentica che la ha attraversata.
"Ero cieco e sordo" dice a se stesso ad un certo punto.
Nonostante i successi nella vita professionale e le altalene emotive con donne bellissime e figli stupendi, Bauby si rese conto di come non era riuscito davvero a vivere con senso autentico e di quanto in realtà si fosse trascinato tra le cose.
L'uomo Bauby prende coscienza di se' e trova l'energia per compiere atti straordinari in una condizione fisica allucinante. E proprio durante questa prigionia sommersa scrive un diario bellissimo di se stesso (diario dal quale e' trato il film).
Schnabel riprende gran parte delle sequenze in soggettiva e utilizza il suono come principale mezzo esplicativo delle scene e delle emozioni. Il montaggio aiuta motlo bene a ricostruire il passato ed a dipanare il presente.
Un film molto visivo, di intense sensazioni, molto immaginario, fantasioso. Molto Schnabel, direi. E certamente molto Bauby.
Dopo il film ho letto il libro e ho potuto apprezzare a tutto tondo l'eccellente lavoro registico e di sceneggiatura.
E ho acquistato "Il conte di Montecristo": ma solo vedendo il film capirete il perche'!
Il film perfetto, che avrei tanto voluto saper scrivere.
Bella la colonna sonora, bella la fotografia.
Molti direbbero "certo, con un soggetto non originale così forte, bello e pronto da utilizzare, non si può sbagliare". Ed invece direi che sta proprio li' la difficolta', nel mettere in scena una storia cosi' intensa e di profondo insegnamento. Il rischio che si corrre è quello di sminuire tutto, di renderlo melenso, patetico, clichè.
Schanbel dirige sopra le righe, sopra le regole.

Sweeney Todd


Tornato a Londra per vendicarsi del giudice Turpin che lo ha separato dall'amatissima moglie e da una figlia appena nata, Sweeney Todd, (alter ego dell'uomo che prima dell'efferato evento fu Benjamin Barker, interpretato da un Depp tornato a livelli d'eccellenza dopo un periodo di odiose faccette), un barbiere che usa i rasoi come fossero un appendice naturale delle mani (Burton ha nostalgia di Edward?), si allea con una donna dal fascino perverso ed ambiguo, sinceramente innamorata dello scapigliato protagonista, il cui truce aspetto e la postura in perenne agitazione ricorda i ritratti dell'uomo di penna Vittorio- volli sempre volli fortissimamente volli- Alfieri , afflitto dalla stessa ansia esistenziale e sempre sul punto di esplodere in maniera definitiva (il paragone spiacerebbe alla sua nuova compagna che parlando di poeti, ma anche gli attori definiti già bolliti non sono da meno, afferma la loro tendenza ad essere morti prima del tempo), e decisa ad aiutarlo nella sua voglia di rivalsa.
Premendo l'acceleratore sul genere musical in costune (siamo in pieno ottocento)di assoli e duetti canterini (La fabbrica del cioccolato al confronto era solo un tentativo) che lo dotano di un apparato emotivo altrimenti latitante ma cosa più importante, decide di rompere con il passato per quanto riguarda i toni, che si colorano di un pessimismo mai visto in un film burtoniano, con esecuzioni sommarie surreali ma crudeli, enfatizzate dalla carne delle vittime, messa in bella mostra, analizzata da ogni parte, quasi concupita allo scopo di deturparla per poi darla in pasto ai golosi avventori nella topaia divenuta un ristorante alla moda (suprema ironia nei riguardi di un consumismo privo di gusto e senza spirito critico), che i due gestiscono sotto la Barberia (una vera e propria camera della morte ) in cui , con un organizzazione che almeno nella meccanica precisione sembra rifarsi a certe pratiche di sterminio nazista, il barbiere uccide i malcapitati clienti. Talmente alto è il tasso di negatività e di sangue che scorre davanti ai nostri occhi , con la telecamera che ci costringe a guardare il fluido che schizza (estetica tarantiniana desunta dal carton manga inserito in Kill Bill) dalle gole tagliate come l'acqua di una fontana impazzita, che sembra quasi di assistere ad un esagerazione figlia della provocazione di un artista arrivato al bivio, coscientedel manierismo di chi ripete se stesso ad oltranzae desideroso di esplorare nuovi terrtori. Solo così, accettando questo punto di vista si può promuovere un film come Sweeney Todd, che rimane comunque un prodotto del "vecchio Burton" per quanto riguarda il solito apparato delle meraviglie: dalle scenografie dell'oscarizzato Dante Ferretti(ma perchè anche io come altri continuo a citarlo da solo, senza aggiungere il nome di Francesca Lo Schiavo, anch'essa artefice di tanta beltà? Forse, mi rispondo, perchè la sua freakkittudine farebbe a pugnicon la bellezza assoluta delle loro creazioni), così bravo da far sembrare la città ed i suoi recessi come il prodotto di una patologia malata, alle soluzioni visive (dal sogno di una vita impossibile riassunto da quadretti gioiosamente surreali e così stranularti da desiderare un altro film che sviluppi solo quelli, con Deep, marionetta senza fili trascinato catatonico sull'altare dall'intrepida compagna, per finire con gli stratagemmi che ruotano intornoa ai malaffarri del protagonista), alla fotografia che riflette le pulsioni del personaggi, con i colori desaturati a far prevalere i grigi ed i neri e dove il sangue che sembra vernice sembra la classica ciliegia sulla torta, a quelli caldamente impastati e decisamente dorati di chi ancora ha da chiedere alla vita. I temi esistenziali (l'amore declinatro inm tutte le sue forme e la vendetta) insieme a quelli di schietta attualità (la giustizia , incarnata dall'odiato avversario è un leviatano superficiale e meschino che colpisce a casaccio ed assicura il mantenimento dello status quo ma nache la sopraffazione, vista come forma di cannibalismo sociale che non risparmia nessuno secondo il motto "Homo Homini Lupus") non sono supportati dall'impianto narrativo che gira per quasi tutto il film attorno ad un idea fissa (L'ossesione di Todd nei riguardi del Giudice), e poi di colpo la esplica i maniera frettolosoa, annullando tutta l'enfasi preparatoria con un finale che sembra quasi rubarci un altro pezzo di storia, quello in cui si dà il tempoi la feroce assassino di riprendersi dall'ebbrezza di sangue, oppure di conoscere qualcosa di più della figlia, a sua insaputa miracolosamente ritrovata, e del di lei salvatore, un giovane cavaliere con la faccia da cherubino, così innamorato da spezzare le redini del male e, perchè nò, cercare di comprendere un pò meglio il comportamento della stregosa dark lady interpretata dalla Carter (uguale alla Marla di Fight Club e finalmente tornata a far splendere il suo fascino perverso) che ci viene portata via, in una delle scene più belle del film, sull'entusiasmo di un valzer inaspettato e tristemente lugubre

NON E' UN PAESE PER VECCHI

Non è un paese per vecchi
di Joel, Ethan Coen
con Javier Bardem, Josh Brolin, Tommy Lee Jones
Usa, 2007
genere, thriller, noir, drammatico, western
durata, 122'


Per Llwelyn (Josh Brolin ancora convincente dopo il ruolo delloo sbirro corrotto di American gangster) veterano del Vietnam la guerra non è ancora finita:sposato ad una donna bambina che probabilmente ha smesso di amare, deve tornare a combattere quando un pericoloso serial killer si mette sulle sue tracce per recuperare quei soldi rubati sul luogo di un orribile carneficina provocata da un mancato scambio di droga nel deserto texano. L'occasione della vita si trasforma in un orgia di sangue che ha il suono dell'arma ad aria compressa (in realtà è una bombola piena d'aria usata per ammazzare i bambini prima della macellazione) adoperata dallo spietato assassino ed il colore del sangue dei cadaveri seminati lungo la strada. Bell (Tommy L.Jones,attore che sembra non recitare) uno sceriffo disilluso e prossimo alla pensione,si mette sulle loro tracce nella speranza di fermare il massacro.

Il ritratto della provincia americana diventa ancora una volta allegoria di un mondo insensato e caotico in cui la morte è l'unica certezza. Questa volta i Cohen radicalizzano il loro cinema sfrondandolo oltrechè dai manierismi dell'ultima ora, anche di quel sorriso beffardo e surreale (ove si eccettui l'impossibile taglio di capelli del carnefice) che da sempre caratterizza le loro storie. La prateria infinita e disabitata è il luogo di perdizione in cui la morte si consuma a sangue freddo, lontano dalle leggi degli uomini e dove il male incarnato dalla figura di Anton Shigur (Javier Bardem con la faccia da pugile suonato e lo sguardo che raggela) una macchina di morte che ricorderemo per un bel pezzo, agisce secondo esigenze oscure e metafisiche. Tutto il film è dominato dalla sua presenza che assume fin da subito connotati apocalittici (quello che sta arrivando non si può fermare dicono quelli che gli si oppongono) e metafisici (la sua apparizione all'inizio del film così come quella che lo vede scomparire dopo l'incidente d'auto prima dell'epilogo, come se non fosse mai esistito, porteranno con se le ragioni della sua esistenza). 

A fargli da specchio c'è un umanità che non sa più stare insieme, divisa dall'odio razziale (in questo caso sono i messicani a pagare lo scotto), dall'indifferenza (di questi tempi scavare delle fosse nel giardino di casa è diventato normale dice lo sceriffo riferendosi ad una serie di omicidi commmessi con la complicità indiretta di una comunità apatica e chiusa in se stessa) e la mancanza d'amore (è il contesto e non i gesti a rivelarci l'esistenza dei legami coniugali). Come animali, ed il film non manca di sottolineare quest'analogia, gli individui si riconoscono per il marchio di sangue inferto sui loro corpi dalle atrocità della guerra (l'americanità ha i dati anagrafici di quella combattuta in Vietnam) e dall'assurdo della vita. 

Travolto dagli eventi, incapace di scegliere (lo so che sto mettendomi nei guai ma ormai è così è la sola spiegazione che il protagonista riesce a trovare di fronte alla moglie spaventata dalle sue decisioni). Llwelyn ritrova se stesso ed il suo antico vitalismo nel momento in cui decide di guardare in faccia alla realtà e sceglie di affrontarla anche a rischio della propria incolumità. E' la paura della fine e le ferite del suo corpo e non la normalità dell'esistenza che lo fanno sentire vivo. I Cohen traducono queste pulsioni in un cinema lineare e pulito che procede per accumulazione e si carica di una tensione claustrofobica e disturbante quando la cinepresa abbandona gradualmente gli spazi circostanti e si concentra sui protagonisti che isola all'interno di ambienti limitati ed angusti che trovano un apoteosi di macabra ordinarietà nella scena in cui Shigur ripreso di fronte all'abitazione della sua ultima vittima mentre si pulisce le scarpe dal sangue del suo lavoro, con la telecamera che lo incornicia per sempre a quelle pareti, in un accostamento che fa della casa la tomba domestica delle nostre speranze, e dove la notte prevale sul giorno a sottolineare il progressivo svanire di qualsiasi punto di riferimento. 


Tutto diventa a loro misura e lo sguardo si sofferma sulla metodicità dei loro gesti, in un continuo parallelismo di metodi e movimenti (si pensi al confronto delle posture, quello di Shigur pesante e catatonica ma anche implacabile opposta a quella sinuosa e sfuggente figura del suo avversario) e sulla natura delgi oggetti in continua mutazione, sempre differenti da quello che sembrano (i paletti della tenda che diventano un arpione,la moneta usataper il testa o croce uguale ad un vaticinio, le manette come un nodo scorsoio, il congegno di rilevamento la materializzazione di un araldo di morte), per arrivare ad una resa dei conticosì spettacolare ed antiemotiva, con il corpo sul pavimento appena inquadrato e riconoscibile solo dagli indumenti, che ribalta completamente le prospettive di chi guarda, togliendo alla vicenda il suo ruolo di primo piano per ridurla a realtà infinitesima, cellula di un organismo universale destinato ad irreversibile entropia. Una presa di coscienza che ci fa abbandonare il ruolo di semplici spettatori , rendendoci compartecipi di una sorte che è metafora della nostra essenza. Premiato con 4 premi Oscar "Non è un paese per vecchi" sembra ricalcare la formula usata da Scorsese per The Departed ma in questo caso il risultato si mantiene più vicino alle corde dei suoi autori (predilezione per la caratterizzazione di personaggi ordinariamente eccentrici e mescolanza dei generi cinematografici) e porta alla ribalta uno dei massimi scrittori statunitensi contemporanei, quel C. Mac Carthy, autore dell'omonimo libro di cui hollywood sembra decisa (è in produzione un altro film tratto dal suo romanzo "La strada")a servirsi per rivitalizzare il suo cinema

sabato, febbraio 23, 2008

Riparo

Riparo si presenta come uno dei pochissimi prodotti italiani del 2007 che vale la pensa di essere visto al cinema e che, pur nei limiti produttivi e realizzativi, tenta di raccontare, con coerenza e decisione, realta' difficili come l'amore omosessuale femminile e l'integrazione razziale degli immigrati in Italia.
La storia e' ambientata nel profondo Nord italiano e riesce, nonostante il forte rischio, a non cadere negli stereotipi.
Riparo e' il nuovo interessante progetto del regista Marco Simon Puccioni - gia' autore di "Quello che cerchi" - realizzato in un momento in cui il cinema italiano sembra proprio moribondo, dove nemmeno gli autori sono in grado di tratteggiare storie che raccontino con franchezza la nostra Italia contemporanea ed i suoi tanti problemi sociali e di coscienza.
Il film non e' politico, ma porta a riflettere sulla difficile convivenza tra progresso ed integrazione razziale, tra realizzazione dei propori desideri e giudizio degli altri, tra progetti privati e convenzioni sociali.
L'amore tra le due protagoniste (ben interpretate da Antonia Liskova e Maria De Medeiros) e' rappresentato con pudore e delicatezza e si evolve verso un cambiamento sostanzale delle due donne e della loro visione delle cose: il loro gia' precario equilibrio viene definitivamente destabilizzato da Anis, un giovane immigrato magrebino, che piomba nel loro quotidiano come un'apparente non voluta ragione di svolta. Il film racconta un percorso di crescita e di cambiamento per tutti i personaggi coinvolti, che in alcuni casi lascia l'amaro in bocca.
Finalmente, come purtroppo non sempre accade, le due amanti sono femminili, due donne consapevoli della propria femminilita' e che non si confondono con icone androgine.
Alcune imperfezioni di fondo mi hanno fatto storcere il naso, ma non hanno indebolito la struttura.
"Io ho scritto la sceneggiatura, il soggetto invece è opera di Monica Lametta e Clara Ferri. Quando cercavo l’ispirazione per un secondo film ho letto questo soggetto ed ho trovato che contenesse i temi che frequento di più, che mi sono più cari: il discorso sulla famiglia, le famiglie alternative, il rapporto con l’altro, con lo straniero, con il diverso. Il rapporto che si crea tra i tre personaggi di questa storia è in genere poco indagato dal cinema. Anche nel mio film precedente ho lavorato con un ragazzo preso dalla strada perché mi piace anche la recitazione "non intellettuale". Naturalmente è piacevole lavorare con un’ attrice come Maria de Medeiros o con Antonia Liscova che hanno invece molta esperienza -Maria soprattutto ha fatto moltissimi film- e che ti possono regalare dei momenti interessanti, frutto della loro capacità di leggere il personaggio e di dare delle coloriture particolari. Con degli attori così mi trovo a dover dirigere molto poco." (Marco Simon Puccioni)

Leggi l'intervista al regista (da cinemaitaliano.info)

Caramel

Caramel, l'opera prima di Nadine Labaki, conquista il cuore e diverte con dolcezza.
In una Beirut contemporanea le storie di un gruppo di donne in cerca della propria felicita' e della realizzazione dei propri sogni. Ognuna delle protagoniste intraprende un percorso privato eppure comune che le condurra' verso la comprensione di loro stesse e dei limiti cosi' tremendi, eppure affascinanti, degli esseri umani.
Layale (Nadine Labaki, anche sceneggiatrice del film) e' innamorata di un uomo sposato, Nisrine (Yasmine Al Masri) sta per sposarsi ma non sa come dire al futuro sposo che ha gia' perduto la verginita', Rima (Joanna Moukarzel) non riesce ad accettare la propria omosessualita', Jamale (Gisèle Aouad), e' ossessionata dall'età e dall'invecchiamento, Rose (Siham Haddad) ha sacrificato i suoi anni migliori e rinunciato all'amore per prendersi cura della sorella Lili (Aziza Semaan). Il film, affresco delicato e corale di una ricerca incessante della felicita' personale, celebra l'amicizia, l'amore, il fascino e la forza tutte al femminile.
Le donne sono le protagniste assolutee; gli uomini, spesso relegati ai margini e piuttosto sgualciti, le guardano con stupore e ammirazione.
La messa in scena offre uno sguardo amorevole e critico su una realta' urbana difficile e povera, ma che non ha perduto la speranza. La Beirut che si muove sullo sfondo e' rumorosa, polverosa, scassata e piena di contraddizioni.
"Agli occidentali il Libano appare come esempio di un paese aperto, libero ed emancipato, ma non è sempre vero. Dietro la facciata, le donne sono ancora costrette a molti vincoli, al timore costante degli sguardi della gente e dei giudizi che impediscono loro di vivere la vita come vorrebbero. Per questo sono piene di sensi di colpa e di rimorsi, anche per cose che altrove possono apparire normali, come l’omosessualità femminile. I personaggi del film rappresentano queste contraddizioni e rubano costantemente attimi di felicità, sentendosi poi colpevoli." (Claudia Resta)

La scelta delle attrici e la caratterizzazione dei loro personaggi ricorda molto da vicino il Pedro Almodovar di Volver e le icone sexy-grunge del Tarantino di Grindhouse, nonche' una certa cinematografia arabo-francese ambientata nella Francia degli anni '50.
Ottime le musiche originali (di Khaled Mouzanar) e l'intreccio narrativo, gradevoli i dialoghi.
Mai volgare, ne' eccessivo, Caramel e' permeato da una pulsante sensualita' e da uno humor raffianto e legggero.
Un tocco di favola non guasta e si esce dalla sala commossi e soddisfatti.

martedì, febbraio 19, 2008

Il petroliere

L'America di Andersson è da sempre un Paradiso perduto non solo per le citazioni bibbliche(le colpe dei padri ricadono sui filgi dice la voce over di Magnolia) ed i riferimenti religiosi (la dissoluzione del nucleo famigliare è il peccato originale che nega la vita)continuamente richiamati ma anche per la condizione di esilio che afflige la sua umanità. Briciole di esistenza destinate all'oblio se non intervenisse la presa di coscienza di sè e degli altri che, in una condivisione esistenziale simile a quella descritta da Leopardi nella sua Ginestra, li emancipa da cotanto dolore.In questo senso le coordinate umane e psicologiche del "Cercatore di petrolio"impersonato in maniera sciamanica da D.D.Lewisnon si discostano da tali premesse; anche qui il passato familiare è all'origine di tutto ed è qualcosadi oscuro e doloroso.
Un nodo mai risolto a cui si risponde con un esistenza irrequieta e raminga fatta di pozzi di petrolio e paternità acquisite,di visioni profetiche e sguardi accecati dall'odio e la paura; un movimento sistematico ed ossessivo che è ricerca ed insieme fuga da quella risposta di amore che neanche Dio vuole soddisfare. L'incontro con il predicatore(Paul dano splendidamente ambiguo), è lo scontro tra due ossessioni (di Dio e dell'affermazione di sè)che si manifestano per antitesi visive (il petrolio è caratterizzato da un evidenza oggettiva a cui corrisponde un Dio antimaterico)e comportamentali (il predicatore è l'uomo dell'affabulazione, il petroliere del pensiero che diventa fatto)che finiscono per essere la faccia della stessa medaglia e di una sorte comune. Anderson si immerge nella Storia con precisi riferimenti temporali (siamo a cavallo tra 800 e 900)e filologici(la ricostruzione degli ambienti e delle atmosfere sembrano uscire da un album fotografico dell'epoca)che filtra attraverso uno sguardo lucidamente moderno (basti pensare all'uso ancora una volta vincente dell'apparato musicale creato da Gymmy Greenwood, chitarrista dei Radiohead, un crogiuolo di suoni e rumori che sembrano provenire dall'alba dei tempi e da una dimensione mai esistita)ed allo stesso tempo antico, per la presenza degli archetipi della modernità americana(la Ferrovia, la conquista del territorio e delle anime, la Frontiera e l'Etica protestante di matrice calvinista)di cui il film si serve per cristallizzare il momento della svolta, quello in cui il potere economico e quello religioso unirono le proprie forze in un patto di mutuo soccorso e di reciproca leggittimazione. La prosperità economica come segno evidente della Grazia di Dio, la fede come oggetto di scambio e chiave di accesso ai beni terreni sono i parametri di questa alleanza destinata a rinnovarsi nel tempo. La regia riesce a farci sentire la forza primordiale che muove il protagonista (un uomo che sembra condividere gli enigmatici silenzi dello spettacolo naturale che lo circonda)ed insieme il tormento che precede l'estasi dell'epifania petrolifera, sovrapponendoli al realismo del paesaggio che si carica di valenze simboliche ed evocative fatte di colori (magnifica fotografia di Bob Elswitt)che esplodono sullo schermo ed oggetti disposti nello spazio con una geometria di metafisica precisione. Forma e sostanza di un opera che si pone nella continuità di quel cinema della New Hollywood di cui si sentiva la mancanza. Un capolavoro.

Film in sala da venerdi' 22 febbraio

John Rambo
Rambo
regia: Sylvester Stallone
genere: azione
prod.: USA, Germania

Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street
Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street
regia: Tim Burton
genere: musical
prod.: USA, Gran Bretagna

Non e' un paese per vecchi
No Country for Old Men
regia: Ethan e Joel Cohen
genere: drammatico
prod.: USA

Un uomo qualunque
He Was a Quiet Man
regia: Frank Cappello
genere: commedia
prod.: USA

mercoledì, febbraio 13, 2008

Caos calmo

(di Fabrizio Luperto) Pietro Paladini ha 43 anni, sua moglie Lara muore all'improvviso durante le vacanze estive.
Lui non c'è, in quel momento è in mare e, per un crudele scherzo del destino, sta salvando la vita ad una donna.
Sua figlia ha 10 anni e frequenta la quinta elementare.
Pietro la accompagna il primo giorno di scuola e decide di aspettarla fino alla fine delle lezioni.
Anche il giorno dopo rimane lì ad aspettarla, e il giorno dopo ancora.
Aspetta, come se fosse l'unica cosa da fare.
Pietro in realtà aspetta l'arrivo del dolore, che non arriverà mai.
E' questo a sconvolgerlo, il dolore che non prova per la morte della moglie.
Il CAOS CALMO è quello dei bambini: una confusione priva di drammi, che il protagonista osserva all'uscita della scuola.
Ed è proprio osservando il CAOS CALMO di sua figlia e dei suoi amichetti, che Pietro cerca di esiliarsi dal mondo, di distaccarsi dalle tensioni della sua attività lavorativa, sforzandosi di rimettere ordine nella propria esistenza.
Moretti, che per la terza volta recita in un film non diretto da lui, è praticamente perfetto nel ruolo di Pietro Paladini.
Inutile dire che Moretti dal punto di vista interpretativo, sa solo interpretare se stesso, se a questo aggiungiamo che è anche co-autore della sceneggiatura ne risulta che il film diventa molto "moretti-style".
2 le scene chiave per "leggere" il film: il confronto con la posta elettronica della moglie morta, che Pietro decide di non leggere e cancellare, per paura di essere dilaniato da quello che potrebbe scoprire e l'ormai famosa scena di sesso che tanto sta facendo discutere i vescovi (ma quando la smetteranno di "mettere le mani" nelle mutande degli italiani?) senza motivo apparente, visto che si tratta di una normalissima scena dove 2 persone adulte e consezienti fanno l'amore.
Scena di sesso dicevamo, che rappresenta la rinascita, il ritorno alla vita del protagonista.
Il regista Antonello Grimaldi (Il cielo è sempre più blu - serie tv Distretto di polizia) dirige abbastanza anonimamente.
Ottimo Alessandro Gassman.
Alla base della storia c'è il romanzo di Sandro Veronesi.

lunedì, febbraio 11, 2008

Cloverfield

(di Fabrizio Luperto) Ennesimo film del filone catastrofico, tornato in produzione dopo la "tregua" imposta dagli eventi dell'11 settembre.
L'idea alla base del film è quella di raccontare la terrificante vicenda grazie al RITROVAMENTO DEL MATERIALE GIRATO "nell'area un tempo nota come Central Park" da un gruppo di giovani.
Iniziamo subito col dire che questa idea spacciata dal produttore J.J. Abrams come originale e innovativa, non è, nè originale, nè innovativa.
Andiamo indietro di qualche anno: THE BLAIR WICTH PROJECT è del 1998 e il film della coppia Myrick-Sanchez racconta di 3 studenti che vanno tra i boschi inseguendo la leggenda di una strega ritenuta responsabile della sparizione di alcuni bambini.
Ovviamente faranno una brutta fine, ma tutto verrà alla luce grazie al RITROVAMENTO DEL MATERIALE GIRATO dai 3 ragazzi.
Andiamo ancora più indietro nel tempo: CANNIBAL HOLOCAUST l'italianissimo stracult supercensurato di Ruggero Deodato è addirittura datato 1979.
Nella pellicola di R. Deodato 4 giovani reporter scompaiono in amazzonia eil RITROVAMENTO DEL MATERIALE GIRATO ci mostra come sono stati uccisi e mangiati dagli indigeni.
Quanto sopra per ribadire ancora una volta che quando si parla di "film di genere", tutti, ma proprio tutti, attingono a piene mani dai lavori anni '60-'70 degli "artigiani del cinema" italiano (che facevano di necessità virtù) e il tanto celebrato produttore di LOST e di questo CLOVERFIELD non fa eccezione.
Il film è ben strutturato, a tratti anche piacevole, a patto che lo si "inquadri" per quello che è, vale a dire un film di serie B girato con un budget da categoria superiore.
"Sorprendente" come l'autore delle riprese, anche in pieno pericolo riesce a tenere la sua handycam quasi sempre all'altezza giusta e addirittura riesce a fare qualche primo piano.
Bellissima la trovata della testa della statua della libertà mozzata, ma ahimè anche questa si era già vista sul manifesto di 1997: FUGA DA NEW YORK di J. Carpenter del 1981.
(Fabrizio Luperto)

Film in sala da venerdi' 15 febbraio

Parlami d'amore
Parlami d'amore
genere: commedia
regia: Silvio Muccino
prod.: Italia

Il petroliere
There Will Be Blood
genere: drammatico
regia: Paul Thomas Anderson
prod.: USA

Lo scafandro e la farfalla
Le scaphandre et le papillon
genere: drammatico
regia: Julian Schnabel
prod.: Francia

Lontano da lei
Away From Her
genere: drammatico
regia: Sarah Polley
prod.: Canada

lunedì, febbraio 04, 2008

Film in sala da venerdi' 8 febbraio

30 giorni di buio
30 days of night
regia: David Slade
genere: horror
prod.: USA

La guerra di Charlie Wilson
Charlie Wilson's War
regia: Mike Nichols
genere: drammatico
prod: USA

Caos calmo
Caos Calmo
regia: Antonello Grimaldi
genere: drammatico
prod.: Italia

Asterix alle Olimpiadi
Astérix aux jeux olympiques
regia: Frédéric Forestier
genere: drammatico
prod.: Francia, Spagna, Germania

L'innocenza del peccato
La Fille Coupée En Deux
regia: Claude Chabrol
genere: drammatico
prod.: Francia

Non c'è più niente da fare
Non c'è più niente da fare
regia: Emanuele Barrresi
genere: commedia
prod.: Italia

martedì, gennaio 29, 2008

The buchet list

the bucket list La lista del Capolinea è l’elenco dei desideri da soddisfare prima di morire. Un modo come un altro per non pensare ad una morte che ha la faccia di un malattia ad orologeria ed il dolore subdolo del palliativo chemioterapico affrontato dai due protagonisti a seguito della terribile diagnosi.
La sciagura è un fulmine a ciel sereno per due uomini che fino a quel momento erano profondamente calati nel loro ruolo quotidiano (Freeman saggio patriarca col il pallino della cultura in pillole che dispensa rispondendo ai quiz televisivi, Nicholson, capitalista misogeno e caustico, che ha sostituito gli affetti famigliari con il culto di mammona) e che improvvisamente si ritrovano a condividere una stanza d’ospedale ed un destino che li costringe a confrontarsi, attraverso una serie di schermaglie che preannunciano l’inevitabile amicizia, concedendosi una pausa dai problemi contingenti (ancora una volta attraverso il viaggio simbolo di quel movimento reale e metaforico che da sempre è il marchio della cultura americana) e riconciliandosi con quella parte di sé che la vita aveva soffocato.
The Bucket list, realizzato da Rob Reiner (The Sure thing e When Harry meets Sally) con una professionalità che non lascia spazio alla fantasia, è una commedia agrodolce che esorcizza la morte e ci mostra la paura come conseguenza di una serie di azioni mancate, che il film concentra soprattutto nel personaggio di Nickolson, incapace di confessare prima di tutto a se stesso l’amore verso una figlia allontanata dalle incomprensioni famigliari, ma anche in quello di Freeman nel ritrovato rapporto coniugale affievolito dalla routine di una fedeltà mai messa in discussione e favorito da un invenzione del compagno di avventure tanto semplice quanto efficace nel dimostrare che nessuno è perfetto, ma tutto è migliorabile.
Il sodalizio divistico, oltre ad essere il punto di forza del film, deve la sua efficacia alla complementarità della recitazione: esibita e cialtrona quella del vecchio Nick, che nella seconda parte dai toni maliconici e decisamente commovente, rinuncia - se Dio vuole - al mefistofelico sorriso e torna a recitare; cool e leggiadra quella di Freeman, appena visto aitante e baldanzoso in Ten items or less, e qui in un ruolo completamente opposto, semplicemente perfetto per tempi e misura.
Il film perde colpi soprattutto nella parte centrale e al dunque con una serie di cartoline che scandiscono per tappe successive i momenti dello spensierato viaggio e risultano un espediente poco riuscito per allungare un'opera che non ha il respiro di un lungometraggio.

Into the wild


Una parabola umana ed esistenziale sulla necessità di liberarsi dai condizionamenti che ci allontanano dalla nostra essenza, Into the wild è un film importante per vari motivi: innanzitutto segna la definitiva maturazione di una personalità che rischiava di rimanere imbrigliatà in un maledettismo fine a se stesso ed invece è riuscita, grazie ad un percorso cinematografico fortemente individuale e ricco di spunti psicanalitici, a metabolizzare i propri fantasmi e farne il punto di partenza per una consapevolezza pronta a mettersi in gioco con i grandi temi della contemporaneità americana e non (la nota trilogia Dio , patria e famiglia ma anche ambiente e palingenesi sociale), senza perdere di vista le esigenze di un privato che non è più disgiunto dalla realtà ma riesce ad interrogarla con la necessaria lucidità.
L’uomo in rivolta lascia all’arte il compito di trovare il senso delle sue azioni attraverso la rappresentazione di un mondo che sembra ricalcarne le inquietudini e soprattutto le scelte: l’inadeguatezza da Mac Endless rispetto al proprio nucleo familiare ed in senso più vasto ad una società che rinnega il senso dell’umano, la voglia di fuga che si mischia ad uno spirito d’avventura tipicamente americano, il concetto di esperienza come strumento indispensabile di conoscenza e comprensione sono le tappe di un ascetismo senza sangue e di una liberazione che appartiene al ciclo naturale delle cose e si presenta, con l’immagine del protagonista riflesso nel cielo in perfetta sintonia con il respiro dell’anima mundi, sintesi magistrale di un opera che riesce ad unire il linguaggio delle immagini con quello della parola, come un eterno ritorno a cui non c’è mai fine. Il paesaggio geografico di una bellezza struggente ed insieme crudele rimanda continuamente alle tappe emotive di questa ri-nascita, scandita nel film dai capitoli di un libro immaginario ed insieme reale (il film ci ricorda la bellezza di autori dimenticati od oggetto di facili semplificazioni come Jack London, Walden, Tolstoj) le cui frasi trovano rispondenza nella forza delle immagini che Penn costruisce con l’ispirazione di un poeta e la concretezza della vità, riuscendo ad eliminare dal suo cinema certi tic autoriali (uso esasperato del rallentì, spleen screen e distorsioni temporali al limite del sopportabile) e di scrittura (con storie che avevano la tendenza ad avvolgersi su se stesse) che lo emenacipano dal clichè elitario a cui si era relegato. Al contrario Into the wild è un film che rompe il muro di silenzio di un regista che ha ha imparato la lezione della vita e la vuole condividere in maniera costruttiva, lasciando ad altri il culto della morte (anche se il finale potrebbe sconfessare quest’affermazione inducendo i giovanissimi ad una pericolosa rilettura) e preferendo la voglia di fare all’apatia dei discorsi che rimangono sulla carta. Allo Sturm und Drung del super uomo herzoghiano, capostipite di quell’umanesimo panteista che pervade il film, Penn affianca un tipo umano (a cui Emile Hirsh, in un interpretazione totale, regala la sua faccia da ragazzo della porta accanto) che sente con altrettanta intensità ma reagisce con una saggezza antica come il mondo che sta scoprendo. Penn ci invita a fare le cose in grande rifiutando i modelli di un autoemarginazione minimale e compiaciuta così come lo spontaneismo di chi vive alla giornata, proponendo una scelta radicale da non seguire in maniera letterale ma cogliendone attraverso il paradosso finale, l’urgenza dell’attuazione, prima che il velo dipinto distolga i nostri occhi dal vero senso della vita.

lunedì, gennaio 28, 2008

Film in sala da venerdi' 1 febbraio

SOGNI E DELITTI
Cassandra's Dream
regia: Woody Allen
genere: dramamtico
prod: USA/Gran Bretagna

CLOVERFIELD
Cloverfield
regia: Matt Reeves
genere: azione
prod: USA

P. S. I LOVE YOU - NON E' MAI TROPPO TARDI PER DIRLO
P. S. I love you
regia: Richard LaGravenese
genere: commedia
prod: USA

IL FALSARIO - Operazione Bernhard

Die Fälscher
regia: Stefan Ruzowitzky
genere: drammatico
prod: Austria, Germania

PAROLE SANTE
Parole sante
regia: Ascanio Celestini
genere: documentario
prod: Italia

Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie
Mr. Magorium's Wonder Emporium
regia: Zach Helm
genere: commedia
prod.: USA

venerdì, gennaio 25, 2008

Cous Cous


Vincitore morale dell’ultimo festival di Venezia, Cous Cous, di Abdel Kechiche, ha conquistato il cuore degli spettatori per la carica emotiva dei personaggi, così ben scritti e così abilmente diretti sul set, ed una storia di sicura presa, apparentemente semplice e scontata. Fa ripensare al cinema italiano degli anni ’40, quel neo realismo targato De Sica e Rossellini che ha saputo mettere in luce il lato amaro della vita senza perdere la speranza nell’uomo e nelle sue possiblità.

Il titolo originale e’ La graine et le mulet scelto con cura dal regista e purtroppo così mal tradotto in italiano: in Cous Cous infatti si perde il senso profondo del soggetto.
Girato a Se'te, tra il Mediterraneo e lo stagno di Thau, La graine et le mulet ha nel titolo originale gli ingredienti del cous-cous: i grani e il muggine, cibo d'elezione delle famiglie arabe, quelle stesse che ruotano intorno al protagonista Slimane (Habib Boufares) e che si ritrovano intorno alla tavola da pranzo per condividere cibo, sentimenti e problemi. I personaggi vivono un senso di appartenenza e di protezione che si rinnovano nel gesto amorevole della madre del preparare il cous cous domenicale. La famiglia nutre e accoglie, è un riferimento imperituro, di sangue e cultura, ma è anche il primo e più doloroso luogo di perdita e sofferenza. E come nel cous cous unisce soggetti così tanto diversi tra loro, per creare una composizione unica nel proprio genere.
Abdel Kechiche, autore de La schivata, in questo suo terzo film torna a parlare degli arabo-francesi di Marsiglia, da decenni integrati nell’area marsigliese ma comunque, in qualche modo, visti sempre come 'diversi'.
Ma non e’ il problema dell’integrazione razziale a condurre il film, o almeno non solo, bensì le problematiche famigliari, il tentativo di dare un senso, uno scopo, alla propria esistenza, senza sentirsi arrivati, e l’incessante lotta tra ciò ch si crede di essere e ciò che si è davvero, quel mistero tremendo che sottende al destino di tutti.
Ho conferito - prosegue il regista - a questa famiglia il diritto a una dimensione romanzesca e contemplativa, mostrando quello che piu' mi tocca: la vita al di sopra dell'artificio cinematografico: al di la' del piacere di filmare, credo sia questa la mia cifra cinematografica. Il cous cous e' come la pizza o la pasta per voi italiani: qualcosa che i personaggi possono condividere, una dimensione identitaria di solidarieta' e unione". Per quanto riguarda la realizzazione del film, Kechiche dice: "Ho avuto bisogno di provare a lungo - la mia formazione e' teatrale - affinche' gli attori si sentissero davvero una famiglia. Per creare la giusta atmosfera fondamentale e' stata la musica: la vita era li', e ho cercato di coglierla. Ma mi imbarazza parlare di improvvisazione, preferisco piuttosto definirla liberta', quella che permette agli attori di appropriarsi del testo e del personaggio, sentendosi parte di una grande famiglia e perdendo le inibizioni". (Rai News)

La narrazione cresce gradualmente, come un germoglio verde, e prende forza durante le due ore e mezza del film. Lo script era stato scritto da Kechiche sulla figura del padre e doveva essere interpretato dal padre stesso, ma la sua prematura scomparsa blocco’ la produzione, ripresa in mano dal regista solo dopo qualche anno e solo dopo aver trovato, in un amico non attore, il volto ed i tratti espressivi del protagonista.
In Cous Cous ritroviamo segni di Rossellini e De Sica, per quel dolce-amaro che sottende agli eventi e per la malinconia profonda ed il senso di smarrimento che pervadono il protagonista; riroviamo tratti di John Cassavetes, per la forza degli attori, la naturalezza dei loro movimenti e soprattutto per i tanti primi piani che si appoggiano sui volti come finestre, come puntano come frecce, proprio come in Faces, come se volessero fare di quei volti piccoli arieti che bucano lo schermo e scendono in mezzo alla platea, per raccontare dal vivo le loro emozioni e svelarci che siamo noi stessi parte della loro storia; ritroviamo tratti di Kieslowski, per l’ineluttabilità degli eventi e per come ognuno di noi sia così inconsapevolmente responsabile delle proprie scelte da risultare goffo e compassionevole; ritroviamo un cinema intimo e di introspezione, sorretto da ottimi dialoghi e da una messa in scena perfetta.
Ma questo è soprattutto, a mio modesto parere, un tributo alle donne , perche' sono proprio le donne, con la loro passione, la fantasia, l’enegia straripante, la voglia di vivere e l’inimitabile sensualità, ad animare la quotidianità e, in questo contesto, a risolvere i problemi che paiono inestricabili.
Questa pellicola è bellezza, è sorpresa, è incanto, per come riesce a coinvolgere lo spettatore, risucchiandone sguardi e attenzione, lungo le curve del suo racconto.
Distribuiscde Lucky Red, di Andrea Occhipinti, ancora un a volta attenta promotrice di buon cinema.

giovedì, gennaio 24, 2008

American Gangster

Harlem 1968. Frank Lucas: nero, affascinante, è la guardia del corpo di un anziano boss che gestisce il quartiere con metodi vecchio stampo, ascolta le preghiere della gente di Harlem e regala tacchini il giorno del ringraziamento.
Richie Roberts: bianco, ebreo, laureato, sbirro, vita coniugale incasinata e da la caccia ai malavitosi.
Alla morte (naturale) del vecchio padrino, Frank Lucas rompe gli indugi, elimina i vecchi modi di fare e in pochi anni diventa l'indiscusso Re dell'eroina, andandosi a rifornire, a prezzi stracciati, direttamente in Vietnam con la complicità di soldati usa impegnati nel conflitto.

Anche questa volta Ridley Scott ci racconta la storia di 2 antagonisti come ha già fatto ne I DUELLANTI e ne IL GLADIATORE.
Oltre ai capi ci sono anche gli eserciti; lo spacciatore Lucas a capo della sua banda e supportato da un buon numero di poliziotti corrotti (sublime Josh Brolin), Roberts a capo dei giusti, duri e puri.
Tentativo di cinema d'intrattenimento colto, sullo sfondo la guerra del Vietnam con tutti gli interessi che ruotano intorno al conflitto, interessi politici e criminali che muovono fiumi di dollari.
Peccato che la vita del ghetto, la vita squallida dei tossici "duri", la povertà, al pari della guerra del Vietnam, rimangano sullo sfondo e vengano solo sfiorati da R. Scott.
Ad eccezione dei protagonisti, tutto è abbozzato e il film si riduce a semplice cronaca che non emoziona, seppur meravigliosamente rappresentata.
Bella fotografia con cambio di colore a seconda del periodo storico, tempi scanditi da una efficace colonna sonora.
Ridley Scott da il meglio di se nel finale evidenziando quanto ci viene raccontato parallelamente al plot principale. Il rincorrersi e superarsi delle generazioni, il nuovo e il vecchio, Frank Lucas che sostituisce il suo vecchio boss aspettandone la morte naturale, mentre dopo "soli" 15 anni di galera (siamo all'inizio dei '90) una volta fuori è un uomo "criminalmente vecchio" che viene subito "aggredito" dalla nuova generazione criminale che si presenta allo spettatore nelle vesti della colonna sonora hip hop.
Frank Lucas è di nuovo nell'arena, come Maximus ne IL GLADIATORE, ma tutto ci fa pensare che questa volta sarà sbranato.
Fotogramma finale di eccezionale bellezza.
(Fabrizio Luperto)

martedì, gennaio 22, 2008

Caludia Gerini nel futuro

Claudia ha le idee chiare sul futuro: "Quando mia figlia Rosa avrà 25 anni andrò in Africa a insegnare a leggere e scrivere ai bambini". (Fonte TgCom)

FIlm nelle sale da venerdi' 25 gennaio

SCUSA MA TI CHIAMO AMORE
SCUSA MA TI CHIAMO AMORE
Regia: Federico Moccia
Genere: drammatico

UN UOMO QUALUNQUE
HE WAS A QUIET MAN
Regia: Frank Cappello
Genere: commedia

ALIEN VS. PREDATOR 2
ALIEN VS. PREDATOR: REQUIEM
Regia: Colin Strause, Greg Strause
Genere: azione

HOTEL MEINA
HOTEL MEINA
Regia: Carlo Lizzani
Genere: drammatico

INTO THE WILD
INTO THE WILD
Regia: Sean Penn
Genere: drammatico

LA FAMIGLIA SAVAGE
THE SAVAGES
Regia: Tamara Jenkins
Genere: commedia

NON E’ MAI TROPPO TARDI

THE BUCKET LIST
Regia: Rob Reiner
Genere: commedia

Il club di Jane Austen

Il Club di Jane Austen ripropone un cinema al femminile che negli anni 80 aveva trovato nuovo vigore attraverso produzioni più che altro indipendenti, nelle quali la struttura narrativa mutuata dal seminale The Big Chill (Il grande freddo di Lawrence Kasdan,1983) incontrava il flusso di coscienza e l’impressionismo Cassavetiano. Ricchi di quell’esuberanza artistica tipicamente Sundance ed esenti dalle esigenze di botteghino, questi film riportavano l’attore al centro della scena e rappresentavano un punto di incontro e di confronto, privato ed insieme artistico per diverse generazioni di attrici; una sfida umana e professionale per ritrovare l’entusiasmo degli inizi ed affinare il proprio repertorio. A suo agio con il testo scritto e l’universo femminile (sua la sceneggiatura di Memorie di una geisha) Swicord contestualizza le tematiche della Austen riproducendone il microcosmo affettivo e sentimentale all’interno del Club a lei dedicato, nel quale le protagoniste con cadenza mensile si ritrovano a discutere dei suoi libri, da cui traggono lo spunto per cercare di risolvere una vita amorosa sempre in bilico.
Il consesso letterario diventa quasi subito una terapia di gruppo nella quale i libri prendono vita attraverso il vissuto delle protagoniste, il cui cotè è perfettamente calato in quel mondo di frizzanti schermaglie e improvvise ritrosie, dove l’incapacità di lasciarsi andare fino in fondo è compensata da un crogiuolo di incontenibili contraddizioni che costituiscono quell’ onda di calda umanità negata ad oltranza da tanto cinema contemporaneo. In questo contesto non bisogna stupirsi se gioie e dolori vengono accomunati da una visione conciliante ed in fin dei conti consolatoria perché lo scopo dell’opera non è quella di fornire un prontuario sulla vita ma concedere allo spettatore uno sguardo svincolato da qualsiasi determinismo o presunta ideologia e riportarlo in quella sospensione emotiva dove il male non esiste e la felicità è una chimera a portata di mano. Interpretato da un gruppo di attrici tutte in parte tra le quali si distinguono l’emergente Emily Blunt, deliziosamente irriconoscibile rispetto al ruolo della nevrotica segretaria de il Diavolo veste Prada, Maria Bello, materna e sensuale nel ruolo di single impenitente, Kathy Baker, ironica e scansonata nell’interpretare una sorte di madre putativa per l’eccentrico gruppo, il Club di Jane Austen, nonostante la densità dei dialoghi che, specialmente nella seconda parte, quando il film tira le fila degli intrecci narrativi, rischiano di rallentarne il ritmo, è un film da consigliare a tutti coloro che amano le donne ma anche a chi, tra il genere maschile si lamenta di non conoscerne i segreti e continua a non capire che l’altra metà del cielo è più vicina di quanto si possa credere: basterebbe rimanere in silenzio per un momento e provare ad ascoltarla.

venerdì, gennaio 18, 2008

La signorina effe

Valeria Solarino
"La mia generazione"(1996)di Wilma Labate ce l'aveva fatta conoscere con una storia che era insieme la fine di un'epoca (quella del terrorismo) ed il resoconto di un'utopia irrealizzabile. La Signorina Effe costituisce il seguito ideale di quel film, non solo dal punto di vista cronologico (il 1980 e la sconfitta del movimento operaio andarono di pari passo con la recrudescenza dell'eversione), ma anche per la voglia di raccontare con malinconica nostalgia un mondo in via di estinzione, nel quale aveva ancora senso parlare di partito comunista e sciopero ad oltranza.
Il titolo del film derivato dal documentario "Signorina Fiat", di Giovanna Boursier, da cui il film prende spunto, fa riferimento, giocando con la poesia del torinese Gozzano (Signorina felicita, agli scenari del capoluogo piemontese, da sempre punto di riferimento e snodo focale per le sorti del proletariato italiano, descrivendo, attraverso l'amore contrastato dei due protagonisti, il clima e le vicende dei 37 giorni di sciopero organizzato dai lavoratori della FIAT per annullare i provvedimenti di cassa integrazione a zero ore di 25000 lavoratori, decisa dalla dirigenza per mettere fine alla crisi economica che l'attanagliava.
Il film ripercorre quei momenti attraverso spezzoni di repertorio che ci mostrano l'ondata di attenzione ed insieme di accorata partecipazione che portarono la questione operaia al vertice dei problemi nazionali. Dopo la solidarieta' iniziale, (in uno dei comizi torinesi Berlinguer dichiara il totale supporto del suo partito alle iniziative poste in essere) in cui la speranza prevale sulle difficolta' del reale, subentrano le differenze di vedute ed il movimento si divide: da una parte le vecchie generazioni schierate a favore di quel padrone che li ha salvati dall'indigenza delle origini, disposti a seguirlo nelle sue decisioni, dall'altra quelle nuove che rifiutano questa rassegnazione senza futuro e sono disposti a rischiare lo stipendio per invertire la tendenza. Sergio ed Emma scandiscono quei momenti attraverso le diverse fasi del loro amore e rappresentano insieme le due anime di quel movimento, quella nuda e pura (lui) che ci crede fino in fondo, l'altra decisa a tirarsi fuori (lei), ad abbandonare le utopie ed i sacrifici a favore di scelte pragmatiche e di carriera (laurearsi e sposare l'ingegnere che favorirebbe la sua ascesa). Le loro divergenze reali e immaginarie finiranno spazzate via dalla storia che portera' i protagonisti di quegli eventi e del nostro film ad un eguale risultato di sconfitta. La Signorina Effe ha il pregio di ricordarci un pezzo della nostra storia, attraverso un plot che deludera' chi ha vissuto quei momenti, per le semplificazioni che non rendono giustizia alla complessità del momento ma potra' interessare, per l'appeal dei protagonisti - un mix di corpi e facce che respingongono ed insieme attraggono (Valeria Solarino che recita con gli occhi e con lo sguardo e Filippo Timi, un corpo da Fronte del Porto ed una faccia da Serpico all'italiana) - il pubblico piu' giovane, che entra per la prima volta nella storia che fu dei propri genitori.
Wilma Labate confeziona un prodotto che ha i difetti di molta produzione italiana, con un linguaggio pressoche' televisivo e la mancanza di coraggio che gli impedisce di dire fino in fondo come stanno le cose (ma perche' non viene mai pronunciato il nome di Gianni Agnelli?), ma al contrario la capacita' di dirigere gli attori in una performance che alla alla fine costituisce il punto di forza del film.

mercoledì, gennaio 16, 2008

Film in sala da venerdi' 18 gennaio

AMERICAN GANGSTER
AMERICAN GANGSTER
Regia: Ridley Scott
Genere: drammatico

IL CLUB DI JANE AUSTEN
THE JANE AUSTEN BOOK CLUB
Regia: Robin Swicord
Genere: drammatico

GLI ARCANGELI
GLI ARCANGELI
Regia: Simone Scafidi
Genere: drammatico

IL FALSARIO - OPERAZIONE BERNHARD
DIE FÄLSCHER
Regia: Stefan Ruzowitzky
Genere: drammatico

L’INCUBO DI JOANNA MILLS
THE RETURN
Regia: Asif Kapadia
Genere: thriller

RIPARO - ANIS TRA DI NOI
RIPARO - ANIS TRA DI NOI
Regia: Marco Simon Puccioni
Genere: drammatico

ALVIN SUPERSTAR
ALVIN AND THE CHIPMUNKS
Regia: Tim Hill
Genere: commedia

SIGNORINA EFFE

SIGNORINA EFFE
Regia: Wilma Labate
Genere: drammatico


grazie ad Anemicinema per gli elenchi :-)

Bianco e Nero

Essere figlio d’arte non deve essere cosa facile: il lasciapassare ereditato dal famoso genitore diventa alla lunga un condizionamento che sul piano artistico si traduce in una produzione senza spessore, eternamente indecisa sugli obiettivi (alti o bassi) da raggiungere e indecifrabile negli esiti finali: insomma un'opera spuria che nel caso della Comencini e del suo “Bianco e Nero” delude tutti: in primo luogo lo spettatore di cassetta, che si diverte a riconoscere se stesso sullo schermo, e poi quello, sparuto ma di tendenza, sopravvissuto all’ondata del cinepanettone. Una carriera freudiana (al contrario della sorella che ha trovato nel contesto contemporaneo l’ambiente ideale per un cinema dapprima intimista ed ora dichiaratamente civile) fatta di drammi a forti tinte(“Bestia nel cuore”) e Commedia leggera (“Liberate i pesci”) che la Comencini tenta di ricomporre all’insegna di quella Commedia all’italiana che a partire dai 50 voleva uscire dal ricordo della guerra senza tradire la realtà con uno sguardo accondiscendente e melenso. Modelli di un cinema diverso e da dimenticare se si vuole pensare a qualcosa di nuovo e imparare a camminare da soli, incominciando a lasciarsi coinvolgere, nella maniera disordinata e scomposta di chi il disagio lo vive veramente; puntando ad un prodotto che arriva al cuore del problema infischiandosene del gusto dominante e dei modelli precotti e di successo; provando a tirare fuori senza mediazioni ne ideologie (cosa che Bianco e Nero non fà) il mostro che c’è in noi, così da capire quello che c’è negli altri (d’altronde i grandi della commedia non interpretavano ma erano); in grado di leggere quella realtà che la Comencini vuole disvelare ed invece continua a disconoscere girandogli intorno con storielle infiocchettate di buoni propositi (in questo caso dimostrare che la differenza tra le persone la fa il cuore e non la pelle), ma risolte con le solite scorciatoie che evitano accuratamente il fosforo del pubblico e lo relegano nella solita apatia televisiva; senza “Parenti Serpenti” (quello si era un film che faceva male) che sembrano dei mostri ma in realtà non lo sono, e dialoghi che strizzano l’occhio ad un immaginario indeciso tra il boccaccesco (si fa per dire) Pieraccioniano (tutte le scene ambientate nella casa/lavoro della sorella della splendida protagonista) ed il decor borghese Ozpetekiano su cui il film sembra sparare e da cui non si emancipa neanche un momento. Bianco e nero è un film scaturito dai sensi di colpa di chi non sa rinunciare ai propri privilegi ma d’altro canto non ha neanche il coraggio di viverli liberamente; si contornia di volti (Fabio volo, un non attore che davanti alla telecamera fa la sua figura perché almeno per il momento ci si pone ancora come un principiante) e corpi rassicuranti (quello neutro e pieno di responsabilità dell’Angioini si contappone alla materna carnalità dell’attrice Africana) che non riescono mai a trasfigurare nella maschera delle nostre ipocrisie (nel film un integrazione razziale espressa a parole ma evitata nel privato) ed a incarnare i vizi privati e le pubbliche virtù enunciate dall’assunto del titolo (fuori belli dentro marci). Costretto a districarsi tra l’amor fou dei due protagonisti, impegnati a realizzare l’incontro delle razze dando vita all’ennesimo Love Story (con la differenza che lì era la malattia qui le diversità culturali a contrastare il lieto fine), e le ripercussioni dei rispettivi ambienti familiari, costruite con siparietti insufficienti a soddisfare le esigenze di genere, il film perde ritmo, e scialacqua la dose di simpatia guadagnata nei minuti iniziali con uno schema piatto e telefonato che sfocia in un happy end a cui si finisce per non credere.