martedì, gennaio 20, 2015

UN RAGAZZO D'ORO

Un ragazzo d'oro
di Pupi Avati
con Riccardo Scamarcio, Sharon Stone, Cristiana Capotondi, Giovanna Ralli
Italia, 2014
genere, drammatico
durata, 102'
 
 
Nella vasta filmografia di colui che per modus operandi e prolificità lavorativa potrebbere essere la versione italiana di Woody Allen, e cioè Pupi Avati, quello dei cosidetti "ragazzi interrotti" costituisce uno dei temi fondamentali della poetica del regista bolognese. Emotivamente fragile e psicologicamente complicata, la gioventù raccontata da Avati risulta quasi sempre una linea temporale che impedisce ai personaggi di crescere e di emanciparsi, determinando così l'infelicità del tempo che rimane. Sul piano pratico le conseguenze di tale tendenza si leggono nella difficoltà  dei protagonisti dei suoi film di accettare il normale contesto relazionale, e nella ricerca di rapporti amicali caratterizzati dalla presenza di figure mature e avanti con gli anni. Come capita perlappunto a Davide Bias (Riccardo Scamarcio), il tormentato protagonista di "Un ragazzo d'ro", film che riporta Avati al presente di un'Italia ritratta attraverso il microcosmo di avvenimenti e personaggi che ruotano intorno al padre del protagonista, Achille, scrittore e sceneggiatore di b movie, improvvisamente scomparso a causa di un incidente automobilistico. Davide infatti, nel tentativo di metabolizzare il lutto che gli ha tolto la possibilità di con l'incapacità del genitore di essergli padre, incomincia un lungo processo di immedesimazione con la figura paterna che lo porterà  a lasciare lavoro e fidanzata (una spenta Cristina Capotondi), per tornare a vivere con la propria madre e intrecciare una relazione platonica con una vecchia fiamma del padre, Ludovica (Sharon Stone), affascinante cinquattenne, proprietaria della casa editrice interessata al manoscritto di un libro a cui il genitore stava lavorando.
 
 
Deciso a confrontarsi con la crisi della società contemporanea, Avati sceglie di farlo alla sua maniera, lasciando fuori i dibattti e inchieste da rotocalco a favore di un'indagine umana in cui il malessere esistenziale - che appartiene prima di tutto a Davide ma in parte anche a color che gli stanno accanto - e quello patologico, rappresentato dalla grave forma di depressione di cui soffrre il giovane, si intrecciano fino a fondersi in un unico e profondo dolore. Il salto nel vuoto di Davide, con le riflessioni sulla crisi dei valori e sulla paternità mancata che l'accompagnano, diventa quello di una società senza futuro, e in fuga da se stessa, come indicano le parole fuori campo del protagonista che chiudono le porte a qualsiasi possibilità di rinascita, attraverso l'accettazione della malattia e del conflitto permanente. 

Preceduto dal battage pubblicitario relativo alla presenza di Sharon Stone, "Un ragazzo d'oro" lascia in secondo piano le doti dell'attrice americana per esaltare quelle di Riccardo Scamarcio, bravo nel trasformare l'umoralità del suo personaggio in una vera e propria alterazione mentale. Non agevolato dalla scrittura di una sceneggiatura troppo leggera nella definizione dei personaggi secondari ed incerta quando si tratta di dare concretezza al decorso clinico della nevrosi, Avati è invece un maestro di sensibilità e delicatezza nel farci sentire il senso di smarrimento che guida la vita dei personaggi. Nero a metà.

domenica, gennaio 18, 2015

COME AMMAZZARE IL CAPO... E VIVERE FELICI 2

Come ammazzare il capo...e vivere felici 2
di Sean Anders
con Jennifer Aniston, Jason Bateman, Jason Sudeikis
Usa, 2014
genere, commedia
durata, 108'



“Il sogno americano è made in China”

Basterebbe questa battuta per fornire sintesi ed epilogo di “Come ammazzare il capo 2”. Nella storia del cinema, si sa, i sequel tendono ad essere pallidi ectoplasmi dei predecessori che ne rendono possibile la realizzazione. Caso vuole che “Come ammazzare il capo e vivere felici” - commedia dalle qualità dubbie che, eccezion fatta per il cast, si perde in una trama sfilacciata e gag raramente divertenti - nella proprio seguito diventi, invece, un film godibile che beneficia di ritmo, freschezza e canzonatura grottesca che, mancando, rendevano il prequel un prodotto più televisivo che altro - ad aggiungere prestigio alla cerchia di attori, qui, troviamo un geniale Christoph Waltz-.

Si va dunque, come facevamo cenno sopra, ad addentrarsi nelle sabbie mobili sociali/economiche coadiuvate, troppo superficialmente nel primo capitolo, dalle figure dei tre protagonisti - borghesi piccoli piccoli – in primis, per sprofondare poi, in un quadro di matrice probabilmente inconscia - o, perlomeno, indotto da agenti esterni che influenzano le più recenti commedie americane - nell’immaginario degli “squali” che, in branco, ruotano attorno alla preda per poi dilaniarla.

Anche senza dare troppo peso alle considerazioni, da prendere con le pinze, fatte in questa sede, “Come ammazzare il capo 2” risulta una commedia ben fatta che, a differenza del capitolo uno, raggiunge pienamente la sufficienza.
Antonio Romagnoli

sabato, gennaio 17, 2015

OUIJA

OUIJA
di Stiles White, 
con Olivia Cooke, Ana Coto
Usa, 2014
genere, horror
durata, 89'



In tempi in cui la realtà supera la fantasia, non bisogna stupirsi se il cinema horror continua a segnare il passo. A dire il vero gli ultimi lavori di Scott Derrikson e James Wang avevano fatto sperare in un ripresa che invece non c'è stata. A pesare in negativo è innanzitutto la mancanza di idee, e quindi il pupullare di storie realizzate al ciclostile. Oltre alla paura, ingrediente indispensabile per film di questo tipo, a mancare è dunque l'elemento sorpresa, letteralmente annichilito dalla prevedibilità dei plot utilizzati dai registi. "Oujia" conferma queste mancanze mettendo sul piatto della bilancia una storia di case infestate dal male e di sedute spiritiche che generano mostri. Nel film prodotto da Michael Bay e diretto da Stile White il problema nasce quando Lane e i suoi amici, nel tentativo di dialogare con l'anima dell'amica scomparsa, risvegliano le cattive intenzioni di uno spirito maligno che inizia ad accanirsi contro di loro.
Con un incipit del genere era impossibile aspettarsi qualcosa di nuovo ma "Oujia", titolo ricavato dal nome della tavoletta utilizzata per evocare i defunti, riesce addirittura ad andare sotto media, con una regia che neppure per un momento è capace di farci trepidare per la sorte dei poveri ragazzi. Se a questo aggungiamo incongruenze di contorno, come quella che in maniera inspiegabile priva i ragazzi del background familiare, praticamente assente nonostante la giovane età dei protagonisti, e la nebulosa quanto superficiale spiegazione che alla fine vorrebbe giustificare i motivi di tanto accanimento, si stenta a credere che "Oujia" abbia rastrellato al box office americano circa 50 milioni di dollari. Vivamente sconsigliato.

JA TUE' MA MERE


 Fondazione Cineteca Italiana presenta:
Xavier Dolan-"Mommy" e 4 anteprime

J'ai Tuè Ma Mere
di Xavier Dolan
con Xavier Dolan, Francois Arnaud, Anne Dorval
Canada, 2009
durata, 100'


In pochi avrebbero il coraggio di urlare al mondo intero “J'ai tué ma mère”, eppure questo è  il titolo che Xavier Dolan, a soli sedici anni ha scelto per la sua prima sceneggiatura, trasformatasi quattro anni dopo in una pellicola accolta da otto minuti di standing ovation alla 62ª edizione del Festival di Cannes. Hubert (interpretato dallo stesso Dolan) vive in un dozzinale appartamento della periferia di Montreal con la madre Chantale (Anne Dorval). Il rapporto tra i due è nutrito da una profonda e velenosa rabbia reciproca, scaricata in interminabili litigi quotidiani. Hubert non va bene a scuola, è volubile e ostile e, per aumentare il fastidio della madre, abbandonata alla sua sola fragilità nella gestione della casa e nell’educazione del figlio, utilizza le parole come proiettili con cui colpire e uccidere ogni possibilità di pacifica convivenza. Gran parte della tensione potrebbe avere a che fare con il senso di colpa che affligge il ragazzo a causa della relazione d’amore che lo lega ad Antonin (François Arnaud). Per evadere da questa situazione egli trascorre gran parte del tempo a casa del compagno, che vive assieme alla madre (Patricia Tulasne), una donna al passo coi tempi, felice che i ragazzi dormano assieme e facciano occasionale uso di droga, quindi diametralmente opposta alla cupa e stanca Chantale. Quest’ultima manca totalmente di quella sensibilità che il giovane Hubert agogna – divertente la scelta di onorare Antoine e la madre col cognome di Rimbaud-, e che gli fa dire “vorrei essere il figlio di chiunque, ma non quello di mia madre” .



Venti anni fa, l'identità sessuale di Hubert sarebbe stato il punto di un film come questo, ma ora, saggiamente, Dolan utilizza questo elemento solo come un ingranaggio della tensione complessiva della narrazione, piuttosto che come suo centro propulsivo. J'ai tué ma mère  è innanzitutto grande teatro del quotidiano, così lucidamente presentato che è difficile non sentirsi parte di quelle esistenze che si rincorrono sullo schermo. Dolan ritrae caratteristiche individuali di queste due persone e al tempo stesso anche qualcosa di universale sulla relazione tra adolescente e genitore. In quest’opera prima fa sfoggio narcisistico di molte delle note stilistiche che caratterizzeranno la sua successiva produzione, passando con agilità dal bianco nero a scritte sovraimpresse. Alcuni tic registici sono estremamente funzionali a conferire alla non-azione un senso di immane incomunicabilità: spesse volte i personaggi sono ripresi isolati, al margine dell’immagine fotografica, sebbene si trovino allo stesso tavolo o costretti vicini dallo spazio angusto dell’abitacolo di un’automobile. Non manca una buona dose di melanconico citazionismo – dallo slow-motion di Wong Kar-Wai ad una narrazione che cresce sulle orme dei 400 colpi, per non parlare poi di una scena in un locale che pare uscita da Vivre sa vie–, ma sarebbe sterile soffermarsi su questi elementi mentre Dolan, talento poliedrico, si è eccellentemente misurato contemporaneamente col ruolo di attore, regista, sceneggiatore e produttore.


Lungi dall’essere presagio di un risvolto horror, il titolo del film fa riferimento a quell’omicidio che il protagonista, alla stregua di qualunque figlio, vorrebbe e dovrebbe compiere, quell’assassinio che consente di eliminare la propria madre per crescere. Una sceneggiatura brillante e davvero coinvolgente rende digeribile una sintassi filmica fin troppo eterogenea, ma resa necessaria dalla stasi in cui requia l’azione. A ben guardare infatti, non ci sono reali drammi esistenziali che motivino l’insaziabile rabbia dei due protagonisti, oltre al fatto che è tanto difficile accettare di essere “uccisi”, quanto lo è vedersi recidere il cordone ombelicale.
Erica Belluzzi

venerdì, gennaio 16, 2015

LA TEORIA DEL TUTTO

La teoria del tutto
di James Marsh
con Eddy Redmayne, Felicity Jones, David Thewelis 
Uk, 2014
genere, biografico, drammatico
durata 123'
A Beautiful Mind. L'appellativo - derivato dall'omonimo film diretto da Ron Howard - che ieri descriveva così bene il talento e l'umanità  di John Nash, scienzato statunitense insignito del premio Nobel per aver contribuito a sviluppare la teoria dei giochi, potrebbe essere utilizzato oggi come riferimento alla genialità del collega inglese Stephen Hawking, passato alla storia per le sue ricerche sui buchi neri e sull'origine dell'universo. Un legame, quello tra i due uomini, che non si esaurisce nell'esemplarità dei rispettivi meriti lavorativi ma che si allarga anche al privato, e all'interno di una quotidianità condizionata dalle limitazioni della patologia di cui entrambi soffrirono. Così se Nash dovette fare i conti con una sorta di allucinazione schizofrenica che lo portò a convivere con il clone di se stesso, parimenti Hawking si trovò ad affrontare le conseguenze di una degenarione neurologica che in breve tempo gli fece perdere buona parte delle sue normali funzioni corporee.
Analogie che non sono sfuggite ai produttori hollywoodiani, ne a coloro che dopo aver visto il film interpretato da Russell Crowe hanno pensato di realizzare un remake sotto mentite spoglie , con lo scienziato inglese e la sua devota moglie (che ha scritto il libro da cui il film è tratto) a replicare le gesta anche sentimentali dei loro predecessori. In questo senso "The Theory of Everything" è, rispetto al suo predecessore, paradigmatico nel presentare una vicenda umana che nasce e si sviluppa sovrapponendo due linee narrative: da una parte quella riguardante la speculazione intellettuale e cognitiva, con l'anarchia del genio e delle sue rivoluzionarie scoperte, messe a confronto con la reazione di un mondo riottoso al cambiamento. Dall'altra invece, in una sorta di contrappasso emozionale, la dolcezza e l'amore di un legame sentimentale apparentemente impossibile (come all'inizio sembra quello tra John Nash e la moglie Alicia), e che invece fu, grazie alla forza e alla tenacia della donna che donò a Hawking amore e normalità.

Consapevole che la forza di questo genere di film risiede soprattutto nel ribaltare la normale percezione di ciò che distante ed eccezionale, permettendo allo spettatore di fraternizzare con personaggi e avvenimenti usalmente irraggiungibili, "The Theory of Everything" si concentra soprattutto sulle vicende privare di Hawking e della sua famiglia, registrando le gioie e i dolori derivati dalle conseguenze della malattia ma anche dalle molte gravidanze (ben tre) che ne allietarono il menage matrimoniale. Seppur convenzionale la regia di James Marsh evita i rischi di pietismo e accondiscendenza connessi con la menomazione del protagonista. Eddie Redmayne nella parte del fisico inglese si produce in una di quelle rappresentazioni dell'handicap fisico che, in vista della prossima edizione degli Oscar, potrebbe fargli guadagnare la simpatia dei membri dell'Academy

giovedì, gennaio 15, 2015

Film in uscita da Giovedì 15 Gennaio 2015

HUNGRY HEARTS
di Saverio Costanzo
con Adam Driver, Alba Rohrwacher, Roberta Maxwell, Jake Weber
2014 ITA - Drammatico - 109 min

EXODUS - DEI E RE
Exodus: Gods and Kings
di Ridley Scott
con Christian Bale, Joel Edgerton, Sigourney Weaver, Ben Kingsley, John Turturro
2014 GB/USA - Drammatico/Storico - 150 min

LA TEORIA DEL TUTTO
The Theory of Everything
di James Marsh
con Eddie Redmayne, Felicity Jones, Emily Watson, Charlie Cox
2014 GB - Biografico/Drammatico - 123 min

PROFESSORE...PER FORZA
The Rewrite
di Marc Lawrence (II)
con Hugh Grant, Marisa Tomei, Allison Janney, J.K. Simmons
2014 USA - Commedia sentimentale - 107 min

ITALO
di Alessia Scarso
con Marco Bocci, Elena Radonicich, Barbara Tabita, Vincenzo Lauretta, Martina Antoci
2014 ITA - Commedia - 105 min

mercoledì, gennaio 14, 2015

THE WATER DIVINER

The Water Diviner
di Russell Crowe
con Russell Crowe
Australia, Turchia, Usa, 2014
genere, drammatico
durata, 111'


1919, Turchia. La prima guerra mondiale è finita ma, ovviamente, le atrocità e le contraddizioni nate con essa si protraggono numerose e più che mai atroci. Quindi il dolore dei due genitori australiani, che hanno perso i loro tre figli durante il conflitto, difficilmente può essere attenuato.
Sceltosi un argomento assai spinoso per il proprio esordio alla regia, Russel Crowe ha un compito assai difficile da elaborare col giusto manierismo. Consapevole di ciò, l’attore/regista mette al suo fianco un direttore della fotografia come Andrew Lesnie - “Il signore degli anelli”; “Lo hobbit” -, che fa un lavoro pregevole in tutte le fasi, e si affida ad uno script che ha degli ottimi presupposti e, volendo, anche ottimi spunti - il padre, abile cercatore di pozze d’acqua, simbolo per eccellenza della vita, che si ritrova a cercare i tre figli morti; il rapporto, tramite flashback, dei tre fratelli fino al più tragico epilogo; il dolore, quello materno, troppo difficile da accettare -. Aiutato anche da un reparto scenografico degno di nota, il film, tuttavia, non riesce a decollare nel suo svolgersi diventando, al contrario, stucchevole e noioso.
A conti fatti, “The water diviner” è un film con alcuni pregi ma molte pecche - su tutte l’andare a conclusione -, diventando un’ opera prima che, a differenza di ciò che si potrebbe supporre dalla tazzina di caffè finale, lascia con l’amaro in bocca.
Antonio Romagnoli

AMERICAN SNIPER

American Sniper
di Clint Eastwood
con Bradley Cooper, Sienna Miller
Usa, 2014
genere, biografico, drammatico
durata, 134'



Nel mestiere di critico cinemagrafico come in quello di chiunque abbia a che fare con macrocategorie capita spesso di generalizzare nel tentativo di comprendere la complessità dei fenomeni osservati. Per fortuna, almeno nel cinema, esistono ancora i cavalli di razza, esponenti di un eclettismo naturalmente riottoso a questo tipo di semplificazione. Se non fosse così Clint Eastwood da par suo rischierebbe la schizofrenia, tante sono state nel corso degli anni le interpretazioni che di lui e della sua arte sono state fornite. Revanscista e misogeno al tempo della new hollywood, progressita e umanitario a partire dagli anni novanta (con "The Unforgiven" a rappresentare tale cesura), il cinema del regista americano, almeno in Italia, non ha mai avuto una lettura equilibrata, per motivi in parte riconducibili alle simpatie politiche del regista, in parte per la scelta di sceneggiature caratterizzate da un protagonismo maschile dominante e risoluto. Per fortuna l'arte cinematografica nelle sua migliori espressioni è frutto di ben altri estri, e soprattutto orgogliosa di una libertà - di pensiero e d'espressione - che Eastwood conferma ancora una volta con "American Sniper", autobiografia del cecchino più letale della storia americana - al secolo Chris Kyle, navy seals impiegato in Iraq - e nuovo capitolo su uno dei momenti più drammatici della recente storia americana, quello seguito alla tragedia dell'11 settembre - puntualmente ricordata nelle immagini d'archivio presenti nel film- con la crociata proclamata dalla nazione americana rappresentata dallo spirito guerriero e dagli ideali dell' irrequieto protagonista. 


 


Dopo il nostalgico revival di "Jersey Boys" Eastwood torna dunque al presente, "complicandosi" la vita con la storia di un uomo che, non solo decide di vendicare il suo paese schierandosi dalla parte del più forte, ma che nel farlo si dimostra scevro da qualsiasi accenno di dubbio o pentimento. Una visione del mondo unilaterale e manichea che appartiene alla biografia del personaggio, e che Eastwood trasporta sullo schermo in una forma (classica) certamente impeccabile, ma senza la consueta (e a dire il vero da un pò di tempo assente) capacità di riflessione.

 


Mancanza d'ispirazione, o, se diamo retta alle accuse scatenatesi dopo la presentazione del film, omissione volontaria, quello che qui importa non è constatare il fatto che "American Sniperabbia più di una similitudine con certo cinema di guerra votato all'azione, come attesta l'inserimento nella parte centrale del film di un'affannosa caccia all'uomo ("Il macellaio", sniper iracheno che fa strage di marines) non presente nel libro di memorie da cui è tratta la storia; ne di rilevare il cambio di prospettiva adottato nell'approccio ad un genere come quello biografico, che Eastwood aveva affrontato in passato con una lente sin troppo deformante (ci riferiamo soprattutto a J Edgard) e che oggi, almeno per quello che riguarda la vita di Chris Kyle, si attiene alla realtà dei fatti senza interpretarli. Interessa invece rilevare una continuità di temi e contenuti rispetto alla carriera dell'autore che "American Sniper" ribadisce soprattutto nella parabola esistenziale di un uomo che non riesce a salvare ne se stesso ne gli altri. Ennesima figura di paternità mancata, lo Sniper Eastwoodiano diventà così l'emblema di un cinema che attraverso la sconfitta del super uomo confessa al mondo la sua impotenza.

Film Telecomandati: "Serendipity"/"Quando l'amore e' magia"

di: P.Chelsom.
con: J.Cusack, K.Beckinsale, J.Piven, M.Shannon.

- USA 2001 - 90'

Commedia romantica ma non cretina. Ragguaglio semplice ma tutt'altro che secondario e che dovrebbe bastare per inquadrare un film lieve e piacevole come "Serendipity", ulteriormente ingentilito dalla presenza di una certa sottile malinconia che riduce di molto il melenso e lo stucchevole comunque in agguato in operazioni del genere. Se la storia ruota attorno al concetto di serendipita' - ovvero la sagacia d'interpretare nel giusto senso i segni casuali di un fenomeno, in questo caso amoroso, giungendo a consapevolezze diverse dalle premesse di partenza, del genere cercando-qualcosa-ne-trovi-un'altra - la progressione della vicenda se ne avvale più come pretesto per innescare equivoci, corse  contro il tempo, momenti di euforia e disillusioni, che per speculare o divagare sul versante filosofico.


Sara (Kate Beckinsale) e Jonathan (John Cusack) s'incontrano un giorno qualunque in una New York prenatalizia e, in capo a qualche ora, fraternizzano. Già impegnati dal lato sentimentale, pero', affidano gli eventuali sviluppi di quel loro incrocio ai capricci della sorte e alla volubilità del tempo, con la segreta speranza/certezza di ravvisarne nelle circostanze del quotidiano ipotetiche avvisaglie e insospettate rivelazioni. Riusciranno, alla fine, Sara e Jonathan a convogliare le giravolte delle proprie vite sulla stessa coordinata geografica ? Domanda oziosa: turbamenti, ironie, dubbi e aspettative in "Serendipity" scaturiscono - ecco il pregio e il tratto distintivo - più ancora che dalla ronde amorosa che ne rappresenta la ovvia ragion d'essere, dalla contagiosa e nient'affatto scontata chimica dei protagonisti, affiatati e complici, empatici e credibili, in specie nel loro meditabondo girovagare alla ricerca uno dell'altra (con spesso alle calcagna amici solleciti, tipo l'irrefrenabile Jeremy Piven, vero vecchio sodale di Cusack).



Kate Beckinsale, silhouette sottile di straordinaria fotogenia, quanto interprete di alterna e in fondo poco eclatante carriera, divisa, quest'ultima, tra incerti tentativi di cinema adulto e una più routinaria quanto remunerativa permanenza nei generi (si pensi solo all'ennesima inesauribile saga, "Underworld"), offre al carattere di Sara tratti impazienti e febbrili che contrastano felicemente col suo charme altolocato molto soave, molto british, donandole/donandoci l'illusione di uno splendore accessibile perché intimamente vulnerabile. John Cusack, uno degli eterni ragazzi americani, attore forse poco apprezzato ma in grado di giocare con un discreto bagaglio di sfaccettature, tratteggia Jonathan in parte tornando in linea con quel suo personaggio scanzonato e un tanto sopra le righe, in apparenza risolto ma in fondo inquieto, degli episodi meno banali della teen comedy americana della seconda meta' degli anni '80. Qui solo un po' appesantito, più scaltro ma con guizzi di quella logorroica ingenuità - degna della gloria antica di film come "Sacco a pelo a tre piazze/"The sure thing" (1985) di quel abile commediante che e' Rob Rainer, o "Non per soldi... ma per amore"/"Say anything..." (1989), esordio alla regia per Cameron Crowe - che non a caso aveva intrigato il Woody Allen pre-senile ("Pallottole su Broadway", 1994).

Pur perdendo di mordente nella seconda parte, "Serendipity" si riscatta nel finale sulla pista di pattinaggio di Central Park - mentre impalpabile comincia a fioccare la neve - con Jonathan/Cusack che si stende sul ghiaccio ad aspettare che il suo destino si compia e da qualche parte si fa strada la morbida mestizia di "Northern sky" di Nick Drake.


TFK

in onda mercoledì 14/01, alle 21,15 su RAI Movie.

martedì, gennaio 13, 2015

Film Telecomandati: "The outlaw Josey Wales"/"Il texano dagli occhi di ghiaccio"


di: C.Eastwood.
con: C.Eastwood, S.Locke, J.Vernon, "Chief" Dan George.

- USA 1976 - 135'

Stati Uniti, seconda meta' del secolo diciannovesimo. Josey Wales e' un uomo qualunque. Vive in un podere strappato ai boschi da qualche parte del Missouri, con moglie, un figlio di pochi anni e una semplice idea di vita solitaria e tranquilla. Una specie di equilibrio, insomma. Evidentemente al mondo non piace l'equilibrio - magari non la versione datagli da Wales, chissà - Sta di fatto che glielo strappa di mano, nelle vesti di un manipolo di soldati nordisti sbandati che fanno scempio della famiglia, distruggono i suoi scarsi averi e lo abbandonano credendolo morto. A Wales, che s'è era sempre tenuto alla larga dalla Guerra Civile, non resta che aggregarsi agli ultimi gruppi di sudisti in circolazione per cercare di ottenere vendetta, non avendo alcun interesse di parte da sostenere o una causa cui aderire. Quando - rifiutata la resa - risponderà con la strage alla strage perpetrata dai nordisti - per mezzo di un trabocchetto - ai danni di ciò che resta dei suoi commilitoni che avevano accettato di deporre le armi [scena malamente citata e resa enfatica da Costner nel suo "Balla coi lupi" (1990)], diventerà un reietto e un ricercato. S'aprirà così per lui una lunga peregrinazione attraverso le terre devastate dalla guerra, nella desolazione umana e morale di uomini e donne ridotti al più ferino stato di autoconservazione. Lungo il tragitto raccoglierà intorno a se' - al di la' delle sue stesse intenzioni, catalizzatore ideale, prima che figura autoritaria - un curioso e variegato assortimento di disperati: una squaw sottratta alle angherie di un bruto intrallazzatore; un vecchio capo indiano vagabondo; i superstiti di una carovana - due vecchi, una donna anziana e la sua giovane nipote, Laura Lee (Sondra Locke, da qui per Eastwood compagna di vita e di celluloide per oltre un decennio) -: addirittura un randagio macilento, di quelli che s'incontravano nei film di John Ford, per intendersi. Con loro, regolerà i conti con il passato, lotterà per difendere il presente, stringerà un patto di leale vicinanza con una tribù indiana e proverà a ricominciare a vivere.


A quarantasei anni Eastwood - qui alla quinta regia e ad una nuova co-produzione Malpaso - dopo le prove d'attore con Sergio Leone e soprattutto con Don Siegel, si sentiva pronto a dire la propria in filigrana su certi aspetti della società americana del periodo, tanto da non esitare, per aggiudicarsi la storia, ad estromettere lo sceneggiatore Philip Kaufman (quello che si sarebbe cimentato con "L'insostenibile  leggerezza...") chiamato a dirigerla e ad accollarsi gli oneri della multa comminatagli dall'Associazione dei Registi Americani in conseguenza del suo colpo di mano. Il chiaro intento di Eastwood, esemplificato nelle vicende del laconico Josey (evitiamo di dilungarci più di tanto sull'idiozia del titolo italiano che, tra l'altro, allude ad un texano inesistente, provenendo Wales dal Missouri), uomo ferito e rabbioso, che nella vendetta non cerca redenzione ma probabilmente persino la propria stessa morte, e' quello di capire se in un America stravolta e umiliata dalla guerra (al tempo delle riprese, gli echi ancora freschi e dolorosi del Vietnam, come ai giorni di Wales la Secessione), dalla sfiducia nelle istituzioni e nella legge (il disorientamento conseguente al non ancora esaurito caso Watergate e la riluttanza del mondo degli stati del Sud ad accettare una volta per tutte il nuovo ordine imposto dai vincitori del Nord), e' possibile ristabilire le condizioni per un altro contratto sociale, un rinnovato patto tra gli uomini, fondato sull'inclusione, sulla solidarietà, sull'impegno a non lasciare indietro nessuno, allo scopo, se non di edificare l'armonia in terra, almeno una convivenza pacifica.
Accusati spesso di mancanza di mezze misure, di rozzezza ideologica, di cinismo, Eastwood e lo stesso Siegel, a cui Eastwood guarda spesso, sembrano essere - e questo film ne e' ulteriore conferma - più i cantori di un idealismo deluso o tradito che i simpatizzanti di un pensiero reazionario ottuso e fintamente tutto d'un pezzo. Wales che uccide e si fa giustizia da se' e' un uomo schiacciato dagli eventi, vittima della Storia, a cui risponde con i mezzi che ha. Da un lato, per sopravvivere; dall'altro, per non arrendersi ad una china impietosa e avvilente che sembra trascinare tutto. Ciò non lo giustifica dal punto di vista morale: e' utile pero', cinematograficamente parlando, a definirne l'orizzonte psicologico e quindi i limiti del suo agire. Più o meno quello che si può riscontrare nel "Dirty Harry" di Siegel in un contesto metropolitano, in teoria più organizzato dal punto di vista della legge e dell'ordine di quanto non la sia una Nazione allo stato nascente, spesso e volentieri regolata solo dal sistema ricompensa/punizione della Frontiera.



Fotografato meravigliosamente da Bruce Surtees nei toni dell'ocra e della sabbia - i colori del sangue e della luce crepuscolare ma pure della mestizia e del rimpianto, così come della fermezza e della voglia di resistere - Eastwood compone - con in testa il suo riluttante fuorilegge - una sorta di lucida epopea degli ultimi, un'utopia di riconciliazione dal basso, in linea con la quale non e' follia pensare di poter, un giorno o l'altro, intonare insieme "The rose of Alabama" senza lacrime ma con un sorriso.

in onda martedì 13/01, alle 21 su IRIS


TFK

domenica, gennaio 11, 2015

THE MISSING PICTURE

L'immagine mancante
di Rithy Panh
Cambogia, 2013
genere, drammatico
durata, 96'



Adorno disse che scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie. Oltre al caso della secondaguerra mondiale, questo celebre aforisma descrive alla perfezione ogni atto umano in cui il Male prende ilposto della ragione, rendendo quasi efferato anche solo il tentativo di volerne parlare. Per questo motivo L’image manquante è un’opera sorprendente, raffinata e al contempo perturbante. Protagonisti della pellicola, rara combinazione di film-memoir e documentario sul genocidio cambogiano,sono decine di modellini di argilla rozzamente intagliati e dipinti a mano. Il loro ruolo è quello di riempire il vuoto dell’immagine mancante, di ciò che il governo di Pol Pot ha creato per sostituire gli orrori del suo governo con il ritratto artificiale di una popolazione in festa.


Il regista Rithy Panh, cambogiano di nascita e francese di educazione, ha compiuto qualcosa di più che una semplice narrazione storica. Attraverso la sua vicenda personale –fu l’unico di tutta la famiglia a sopravvivere–, egli innalza la sofferenza individuale a valore universale, operando un passaggio dal bambino che visse quelle atrocità all’Uomo come genere. Lepiccole sculture in argilla rappresentano i suoi genitori morti, gli otto fratelli, la comunità completamente scomparsa e, più in generale, la sua giovinezza. Non sono quindi solo burattini, ma veri e propri veicoli di memoria capaci di testimoniare la vita di un terzo di cambogiani morti di fame o costretti in campi di lavoro istituiti dal dittatore. Inoltre, la scelta di servirsi di terra per raffigurare uomini piuttosto che veri attori è una potente metafora della nefandezza e della turpitudine di cui il regime di Pol Pot coprì i cambogiani. Uomini creati ex nihilo, proprio in accordo con la volontà teogoniche del grande dittatore, che fu quella di forgiare una nuova umanità di contadini rivoluzionari. Degli orrori dei Khmer Rossi si è più volte detto nei libri ma al grande schermo la vicenda era pressochè sconosciuta prima che Rithy Panh riuscisse, con sorprendente semplicità e fluidità, a concentrare in poco più di novanta minuti una  storia così buia. Incredibile è la calma stilistica del regista e la perizia con cui riesce a far percepire allo spettatore la dinamicità degli eventi, senza animare le figurine (diversamente da quanto avviene tradizionalmente nello stop-motion), ma semplicemente cambiando loro luogo e posizione. Fondamentale in questo senso è anche il ruolo giocato dal voice-over diPahn stesso, guida elegante che ci accompagna lungo tutta la durata del film, aumentando la consapevolezza e la comprensione visiva di certe scene.


Nella carrellata di sequenze si alternano descrizioni di vita quotidiana con altre che testimoniano il supplizio realmente vissuto dai cambogiani, e documentato dalle immagini di Ang Sarn, un cameramen che riprese scene di vita vere: venne torturato e ucciso. Il suo corpo e la sua storia sono scomparse, ma non le sue immagini. La verità è negli slogan gloriosi o nelle immagini mancanti? Rithy Panh vorrebbe dimenticare, ma l’orrore è legato al periodo della giovinezza. E’ stata la voglia di assolvere alla mancanza di grande parte delle immagini a spingere il regista a realizzare il film (nominato nel 2013 agli oscar come migliorlungometraggio in lingua straniera), o meglio, a ri-creare le sue memorie.  La qualità del film pare talvolta onirica, sebbene il soggetto sia da incubo. Come egli stesso conclude: “ci sono molte cose che un uomo nondovrebbe vedere né conoscere, e se le vedesse, dovrebbe morire. Ma se uno di noi ha visto queste cose, alloradeve vivere per raccontarle. Un film politico deve curare ciò che ha creato. Questa immagine mancante io vi affido”

sabato, gennaio 10, 2015

THE CAPTIVE



The Captive
di Atom Egoyan
con Ryan Reynolds, Rosario Dawson, Scott Speedman
Usa, 2014
genere, Thriller
 
Non è la prima volta che Atom Egoyan si cimenta in storie di giovinezze rubate. Inizialmente , con "The Sweet Thereafter", il tema era servito come collettore emotivo di un sentimento personale segnato dalla tragica sorte del popolo armeno, a cui il regista è legato per origini e cultura. Poi. sciolto il nodo della questione con un film "Ararat", tanto esemplare quanto catartico nel considerare i tragici eventi di quella Storia, trasformando la propensione introspettiva in atteggiamento meno speculativo e maggiormente votato al fare, con meccanismi narrativi più serrati e personaggi definiti sulla base di una psicologia maggiormente tipizzata.
Una tendenza da cui nascono film come "Il viaggio di Felicia" e "False verità", che rappresentano forse la sintesi migliore di questa nuova fase, e ancora "The Devil's Knot", penultimo lavoro del regista canadese, curiosamente simile al nuovo "The Captive" - e diremo pure a "Prisoners" del connazionale Dennis Villeneuve - e dal punto di vista produttivo, per la presenza di attori provenienti dal cinema mainstream (li Reese Witherspoone e Colin Firth, qui Rosario Dawson e Ryan Reynolds) e per la trama del soggetto, in entrambi i film basato sulle conseguenze di un rapimento di minori. Ma se in "The Devil's Knot" si trattava di processare il presunto colpevole dell'efferato crimine,  nel caso di "The Captive" ad andare in scena in una sorta di percorso parallelo, sono da una parte la disperazione e poi la speranza dei genitori della vittima, convinti che la figlia possa essere ancora viva, dall'altra l'ostinazione e il senso del dovere della squadra di investigatori incaricati di seguire il caso. 

A differenza di quello sperimentato dai personaggi nella finzione dello schermo, il sentimento che si produce nell'animo dello spettatore è filtrato dalla conoscenza di una verità - sulle motivazioni del rapimento e sulla possibilità della ragazza di essere ancora in vita - che per buona parte del film rimane sconosciuta ai protagonisti della storia. Lo straniamento che ne consegue è pertanto il frutto non tanto della progressione di una vicenda criminale tanto raccapricciante quanto risaputa ma piuttosto di uno sguardo - del regista e dello spettatore - chiamato a osservare le mosse dei singoli giocatori in una sorta di laboratorio comportamentale, in cui il regista inerisce d'infilata alcuni topoi del suo cinema, come per esempio la costante presenza di telecamere a circuito chiuso a sottolineare l'alienazione degli uomini rispetto all'insensatezza del reale; oppure la scelta di far corrispondere l'origine del male da fatti e personaggi legati al mondo dei media e dello spettacolo. 


Rimembranze di un cinema che Egoyan sembra aver perso per strada, insieme ad un'ispirazione che confonde il mistero dei primi film con la mancanza di logica degli andirivieni temporali che scandiscono la narrazione, e con i buchi di sceneggiatura che lasciano a metà psicologie e motivazioni. La sensazione di irrisolutezza regna sovrana.

venerdì, gennaio 09, 2015

XAVIER DOLAN-MOMMY E 4 ANTEPRIME

L'occasione è di quelle ghiotte perchè mette insieme la filmografia di un regista, Xavier Dolan, ancora giovanissimo eppure in grado di far gridare al miracolo per la talentuosa bellezza del suo cinema, con il fatto di vedere per la prima volta sullo schermo di un cinema italiano i film che prima di "Mommy"  ne avevano decretato il successo internazionale. Quattro anteprime che insieme al film vincitore del premio della giuria all'ultimo festival di Cannes costituiscono il programma della rassegna organizzata dal 10 gennaio all'11 febbbraio 2015 presso lo Spazio Oberdan dalla Fondazione Cineteca Italiana. Un evento imperdibile che noi seguiremo e di cui vi daremo puntuale resoconto. 


Per informazioni sul calendario delle proiezioni http://oberdan.cinetecamilano.it/eventi/xavier-dolan-4-anteprime/





giovedì, gennaio 08, 2015

JOE

Joe
di D.G.Green.
con, N.Cage, T.Sheridan, R.G.Blevins, G.Poulter, A.Mishler.
USA 2013 
genere, drammatico
durata, 115'



"Eccolo, il ragazzino. E' pallido e magro, indossa una camicia di lino lisa e sbrindellata". L'attacco di "Meridiano di sangue" di C.McCarthy ha quasi trent'anni sulle spalle, ormai, ma ancora levita con una certa agilità, tale, anzi, da non faticare troppo al momento di adattarsi al profilo di quelle non meno esili di Gary/Sheridan (uno dei volti più interessanti emerso di recente) in "Joe", lavoro datato 2013 a cura di D.G.Green, scritto a partire da un romanzo di Larry Brown e fuggevolmente transitato dalle nostre parti.

Per quegli strani cortocircuiti che a volte il Cinema innesca allo scopo di rinnovare - con misteriosa malizia, perché no ? - la suggestione per cui magari esiste sul serio una sola grande narrazione della quale - di volta in volta - s'affaccia alla curiosità un particolare punto di vista, avevamo appena finito di annotare con gli occhi e con un animo solo in parte sollevato la traccia di un sorriso sul volto di Ellis/di nuovo Sheridan, per l'appunto, in "Mud" di J.Nichols (opera anch'essa solo intravista sugli schermi), che e' già tempo di ratificarne l'avvenuta dissoluzione e repentina metamorfosi in un'espressione a meta' fra sdegno, livore e muta disperazione.

Il malessere della crescita e', ne' più ne' meno, uno dei cardini psicologici dell'esistenza, su cui ogni Cultura, nel tempo, si esercita apportando modifiche, modulando sfumature, inibendo asperità, allo scopo d'incidere in maniera significativa sul carattere. In che misura ciò avvenga, e' difficile da stabilire con certezza. Si potrebbe prendere in considerazione - per esempio e per contrasto - la frequenza, ossia la relativa puntualità, con cui questo malessere fa capolino nella Storia, la ritrosia o la docilità con cui reagisce alle sollecitazioni culturali in cui si trova immerso, e constatarne l'effettivo ruolo e peso nella costruzione del cosiddetto spirito-del-tempo (pensiamo, a mo' di termine di paragone, all'atteggiamento tenuto dalle giovani generazioni nell'imminenza dello scoppio del primo conflitto mondiale). Come che sia, tale attrito (o assimilazione) si presta al racconto, produce cioè letteratura, di cui, ad esempio, il romanzo di formazione e' forse il canone espressivo più conosciuto, sebbene non il solo.

 
Applicare il predetto assunto al Grande Paese, poi, significa embricarlo ad un elemento che a quelle latitudini segna uno scarto decisivo: il Mondo Naturale. Esso, nello specifico, oltre a rappresentare spesso il banco di prova della pregnanza e dell'autenticità di quel malessere, ancor più di frequente ne circoscrive i limiti interiori e morali, oltreché materiali [si veda, per dire, la collocazione tra le montagne del Missouri in "Winter's bone" della Granik (2010) o la Pennsylvania brutale e appartata in "Out of the furnace" di Cooper (2013), e il modo in cui questi luoghi lavorano sui personaggi della Lawrence (Ree) e di Affleck C. (Rodney)]; ne scandisce le tappe completando il quadro di un itinerario in direzione di una forma più o meno stabile di maturità o verso i territori senza ritorno della lenta o drastica dissipazione di se'. Più di ogni altra cosa, pero', partecipa da pari a pari nelle vesti di presenza impassibile ma dialogante - in grado cioè d'interrogare - in rapporto alla quale, alla fin fine, quel malessere si sforza di trovare almeno una collocazione, se non arriva, a volte, grazie a questo vincolo, persino a lambire un senso. Ecco, allora, che ciò che in "Mud" e' il Mississippi per Ellis - palcoscenico d'acqua su cui tutto può accadere; scrigno fluente di gesta passate e promessa di avventure future; insidia e possibilità - per Gary in "Joe" e' il paesaggio scabro e arcigno del Texas, con la sua vegetazione stenta e aspra - Joe, interpretato da un Nicolas Cage che inaspettatamente conferisce stanchezza palpabile e trattenuto disincanto alla sua nota mono-espressione perplessa/assente, si guadagna da vivere sopprimendo alberi malati in una pineta malmessa a favore di esemplari più resistenti - ; i suoi cieli sconfinati e diffidenti (il sole inesorabile su mese che lo subiscono da sempre e da altrettanto non gli si arrendono mai del tutto; le piogge improvvise e battenti); le sue leggi non scritte, tanto arcaiche e spietate, quanto semplici e immutabili: "Un uomo cerca il proprio destino e nessun altro... Qualunque uomo avesse la possibilità di scoprire il proprio fato, e pertanto scegliere un percorso opposto, alla fine arriverebbe soltanto alla medesima resa dei conti in quello stesso momento stabilito, perché il destino di ogni uomo e' grande come il mondo che abita, e contiene in se' anche tutti gli opposti. Questo deserto sul quale tanti sono stati distrutti e' vasto ed esige un grande cuore, ma in fondo e' anche vuoto. E' aspro e arido. La sua vera natura e' la pietra" - C.McCarthy, op. cit. -

"Joe" e' anche, d'altro canto, senza incertezze, l'esasperante evanescenza dei padri, che in mancanza o per l'inadeguatezza delle risposte addotte all'instancabile periplo dei giorni, s'intride di crudeltà (il film si apre su uno sprezzante destro assestato al quindicenne Gary, che, letteralmente, lo abbatte sulla massicciata di un binario che ha tutta l'aria di essere morto da un pezzo), d'indifferenza, di una specie di rancore sordo, primordiale, in cui fermentano gli echi discordi di esistenze adulte distrutte dall'alcool, da occupazioni di autistica ripetitività, dall'abbrutimento sempre dietro l'angolo ogniqualvolta ci s'illude che la semplice prossimità con la Natura Selvaggia non implichi prezzi da pagare (non ultimi, condizioni materiali al limite dell'abiezione; riemergere di pulsioni violente svincolate da ogni mediazione: torsione degli affetti nella perversione di una ferina idea di possesso o nella patologia autoconservativa delle logiche del clan). E' la ballata triste intorno ad un rapporto mai nato (la lontananza dei padri essendo, al tempo, uno dei topoi ricorrenti nell'inconscio profondo a stelle e strisce, e un doloroso paradosso: America nazione ingombra di padri fondatori - non di rado ingombranti anch'essi - e pressoché orfana di padri naturali) a cui, ogni volta, l'esuberanza e la fragilità giovanile oppone la ricerca di un succedaneo, di una figura vicaria disponibile a condividere la scoperta del mondo, di ciò che ne resta o che ancora vi somiglia. Gary mutua, in tal senso, da Joe - uomo di fondo introverso e solitario - la grammatica di base che il padre biologico devasta un giorno via l'altro a suon di cazzotti e prepotenze, dentro e fuori il recinto di lamiera ondulata e ciarpame che solo il bislacco mastice impastato ad amarezza e atonia spinge a definire ancora casa. Apprende i rudimenti e la ferocia dei rapporti regolati dal denaro sotto le mentite spoglie del lavoro retribuito. Assimila la teoria in forza della quale le ragazze possono essere scrollate un po' dalla loro scenografica apatia se riesci a fare-il-muso come si deve, cioè a disorientarle quel tanto da convincerle a concederti qualcosa. Ritrova, in altre parole, quei due o tre appigli che tengono, se ben maneggiati, ad un metro dalla desolazione e dalla poltiglia di legami ridotti a pseudo-consanguineità (una madre inebetita dalle sbronze e dallo squallore e una sorellina terrorizzata e incredula fino al mutismo), insieme alla constatazione che anche quel poco può costare il sacrificio più alto.

Se davvero, allora, "un uomo cerca il proprio destino e nessun altro", Gary, col concorso determinante di Joe, s'instrada verso il suo al termine di una personale via crucis che prosciuga il malessere tipico dell'età di ogni autoidulgenza - sebbene la mdp di Green assecondi, a tratti, una certa prevedibile inesorabilità che relega i caratteri entro il campo ampiamente arato dell'abulia e dell'ignominia, tendenza in parte lenita dal fremere di spasmi di tensione sempre sul punto di esplodere in qualcosa d'irreparabile e sostenuti e dilatati dai pastosi cromatismi di Tim Orr - e lo riconsegna al verde nuovo di un'esistenza tutta da scoprire (si ricomincia da dove Joe non e' riuscito ad arrivare: l'interramento di decine di alberi su un'area appena dissodata), un attimo prima che lo sguardo baratti senza remissione la fiducia con l'odio. Ehi, Joe...


TFK

Film in uscita da Giovedì 8 Gennaio 2015

COME AMMAZZARE IL CAPO 2
Horrible Bosses 2
di Sean Anders
con: Jennifer Aniston, Jason Sudeikis, Jason Bateman, Charlie Day, Kevin Spacey,
Christoph Waltz, Chris Pine, Jamie Foxx
2014 USA - Commedia - 108 min

THE WATER DIVINER
di Russell Crowe
con Russell Crowe, Jai Courtney, Olga Kurylenko, Isabel Lucas, Deniz Akdeniz, Jacqueline McKenzie
2014 AUS/TUR/USA - Drammatico - 110 min

OUIJA
di Stiles White
con Douglas Smith, Daren Kagasoff, Ana Coto, Bianca A. Santos
2014 USA - Horror - 89 min

I CAVALIERI DELLO ZODIACO - La Leggenda del Grande Tempio
Seinto Seiya: Legend of Sanctuary
di Kei'ichi Sato
2014 GIA - Animazione - 93 min

martedì, gennaio 06, 2015

THE IMITATION GAME

The Imitation Game
di Morten Tyldum
com Benedicht Cumberbatch, Kiera Knightley
UK, Usa, 2015
durata, 113'



"Le persone che nessuno immagina possano far qualcosa, sono le sole che possono far cose che nessuno immagina".


Questa la frase che a più riprese viene ripetuta in "The Imitation Game", biopic sulla vita e le gesta di un eroe di guerra purtroppo mai coronato dell'onore che gli spetta: Alan Turing. Si stima infatti che grazie alle sue scoperte il crittografo e matematico inglese, che durante la seconda guerra mondiale riuscì a decodificare i codici usati nelle comunicazioni tedesche, abbia salvato la vita a circa 14 milioni di persone e accorciato il conflitto di due anni.

Peccato che la scelta del tema (alla regia Morten Tyldum) non spicchi proprio per originalità, ma si collochi piuttosto sull'onda della "moda Turing": un fenomeno sociale che negli ultimi anni  ha alimentato la produzione di film e libri su questo grande personaggio — fino a due decadi fa nel dimenticatoio collettivo—, tanto da rendere necessario il mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa pubblicamente reso nel 2009 dal primo ministro inglese Gordon Brown e solo successivamente dalla regina Elisabetta. 
Infatti, nonostante l'inclassificabile genialità, Turing è stato un milite dimenticato, e la sua omosessualità ebbe la meglio sui tanti meriti di cui sarebbe dovuto essere stato insignito, tanto che nel 1951 il governo lo sottopose ad una pesante terapia ormonale che lo avrebbe condotto all'evirazione. Il suicidio di Turing è forse l'unica cosa che tutti conoscono, dopo che Steve Jobs prese la mela con cui il matematico si procurò la morte, quale simbolo del suo celebre marchio.

Utilizzare le estreme difficoltà relazionali di Turing —nel film brillantemente interpretato da Benedict Cumberbatch— sarebbe stato un ottimo espediente narrativo per mostrare la grande umanità di una persona che, sebbene trovasse difficile mostrarsi e aprirsi, era comunque capace di una profondità fuori dal comune e di una bontà d'animo che lo portarono a rispettare ogni sorta di orientamento e preferenza.



Ciononostante, una sceneggiatura straripante di trivialità e soliloqui degni di una soap opera non è stata in grado di reggere la complessità del genio, finendo per fornire un ritratto fuorviante di Turing, nel film isolato e malvoluto a causa di un (presunto) Asparger. La storia segue tre piani temporali differenti ma tuttavia ben legati —la giovinezza al college, il lavoro per il governo inglese a Bletchley Park e gli anni finali a Wimslow e Manchaster —, che donano una certa coesione a una vita formidabile e caleidoscopica.
Questa scelta stilistica-temporale conduce però a esiti infausti, da far accapponare la pelle a chiunque abbia un minimo di conoscenze di logica, matematica o filosofia. Spesse volte infatti, idee, concetti e scoperte vengono confuse senza alcun rispetto per la realtà degli avvenimenti storici. Fra questi, la scelta più opinabile è stata quella di far credere all'ignaro spettatore che la celebre macchina universale (ormai nota e studiata come "macchina di Turing") e la Bomba —nel film chiamata "Enigma"— il dispositivo di decrittamento inglese, siano la stessa cosa.

 



Riconosciuti questi errori, resta comunque lodevole il tentativo di mostrare al grande pubblico la nascita dell'intelligenza artificiale, figlia della mente umana ma a essa enormemente superiore. Il tutto viene narrato con ironia e sarcasmo grazie a un cast eccezionale (Keira Knightley, Matthew Goode, Charles Dance, Mark Strong), capace di stemperare la brutalità della franchezza del protagonista. 

Come velatamente mostrato nel film, la laicità intellettuale di Turing cozza con due fra i problemi socialmente più rilevanti degli anni Cinquanta nel Regno Unito: l'omosessualità e il segreto di stato, che impedì al mondo intero di conoscere i meriti del matematico per cinquant'anni. In questo senso appropriata è la scenografia, le cui tinte fredde si fanno portavoce del disagio del protagonista e della chiusura mentale dell'Inghilterra del tempo. Un qual senso di speranza e fiducia viene reso, oltre che dai briosi movimenti della macchina, anche dalla colonna sonora di Alexandre Desplate, basata prevalentemente su archi e piano, che ammorbidisce e addolcisce l'atmosfera.

Erica Belluzzi

venerdì, gennaio 02, 2015

IL RAGAZZO INVISIBILE



Il ragazzo invisibile
di Gabriele Salvatores
con Ludovico Girardello, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio
Italia, Francia 2014
genere, fantastico
durata, 100,
 
Molto ci sarebbe da dire sul cinema di Gabriele Salvatores, e questo in tempi di assoluto relativismo e' già un bene di per sè. Nella fattispecie quello che qui maggiormente interessa è l'intelligenza con cui il regista milanese continua a esplorare il cinema di genere e ancora, lo spirito imprenditoriale di una serie di produzioni pensate per un mercato sempre più internazionale. Tendenze che Salvatores ha saputo mettere a frutto nel corso del tempo, dapprima sabotando la struttura narrativa con soluzioni visive quanto mai ardite e ricercate ("Nirvana" ma soprattutto "Denti"), e poi ricomponendola in un equilibrio di spinte diverse, quasi sempre slegte dalla realtà contingente, e connesse con una voglia di fuga (il tema principale dei film che lo hanno reso famoso) che il regista milanese ha in parte lasciato all'interno delle storie trattate (pensiamo per esempio all'ultimo "Educazione Siberiana", ambientato nell'ex Unione Sovietica), in parte trasferito in logiche produttive sempre più avulse dal sistema autoctono.
"Il ragazzo invisibile" risponde in pieno al pedigree appena descritto, non solo nella scelta della materia  trattatata - il fantastico, declinato secondo il genere più in voga del momento e cioè quello degli hero movies -, ma piucchealttro nella pulsione centrifuga insita nel tema dell'invisibilità. Potere che è allo stesso tempo metafora esistenziale connessa con la condizione del giovane protagonista e con il suo sentirsi sconosciuto al mondo che lo circonda - alla madre come pure ai compagni di scuola che non lo considerano e lo prendono in giro -, e, contemporaneamente, modalità che egli usa per farsi spettatore esterno a esso; presente ma al tempo stesso estraneo. In più e qui entra in scena la parte più autoriale del regista, la riproposizione di un universo adolescenziale (vero e proprio must della seconda parte di carriera) caratterizzato dalla assenza reale (è questo è il nostro caso), o metaforica, della figura paterna e di conseguenza di quel senso di profonda solitudine che pervade questo come altri film che Salvatores ha dedicato all'età dell'innocenza.  

Così se "Il ragazzo invisibile" è, nel rispetto delle convenzioni di genere, un film d'azione e d'avventura, cn l'intreccio che prende un pò dagli X-Men (la diversità concepita come alterità genetica), un pò dal serial tv "Dark Angel" (nella parte che porta la storia oltre i confini nazionali), a fare la differenza è certamente il resto. In primis lo sguardo a misura di bambino che Salvatores realizza costruendo un paesaggio umano e geografico popolato da figure e situazioni archetipe (tipiche dell'età scolastica) che giustificano ceti passaggi fintamente ingenui, e invece rivelatori di una riflessione sul chiaroscuri connessi con la crescita e con la ricerca della propria identità. 


Da qui la scelta di collegare la nudità del protagonista con lo scandalo provocato dalla sua presenza nelle docce femminili, come pure la sfida contro le forze del male, messa in scena con immaginazione ludica e fanciullesca, per non parlare della rappresentazione del mondo degli adulti, deforme e inadeguato, come lo sono certe figure di cattivo che Salvatores rende volontariamente caricaturali e sopra le righe. Certo non tutto funziona perchè in alcune parti la storia sembra quasi programmatica nel mostrare il suo lato più umano e nel voler coinvolgere nella stessa visione grandi e piccini. Ma si tratta di peccati veniali rispetto alla bonta complessiva di un'operazione che nella batute finali ha l'ardire di aprirsi ad un'eventuale seguito. A conferma di quelle caratteristiche di cosmopolitismo che appartengono di diritto al cinema di Gabriele Salvatores.

JIMMY'S HALL

Jimmy's Hall
di Ken Loach
con Barry Ward, Simone Kirby
UK, Irlanda, Francia
genere, drammatico
durata, 109' 
 
 
 
James 'Jimmy' Gralton/Ward torna, agli albori degli anni Trenta, nella natia Irlanda - Contea di Leitrim - dopo un decennio trascorso in America, dove ha avuto modo di saggiare di quel paese tanto la consistenza delle promesse, quanto la durezza dei tradimenti. Riguadagnata casa, riprende ad occuparsi della terra di famiglia e dell'anziana madre Alice/Henry; ritrova Oonagh/Kirby, indimenticato amore, oramai sposata e madre ma, in particolare, riaccende le speranze di cambiamento e di apertura al mondo di un'intera comunità, nel momento in cui si lascia persuadere a riaprire la "Pearse-Connolly Hall" - sorta di enclave libertaria in cui ci si può riunire per suonare, ascoltare musica (anche il jazz d'importazione), cantare, danzare, leggere, scrivere, boxare, dipingere, ricamare, et. - tra i motivi - visti i contrasti creati dalla presenza del sodalizio, giunti col tempo a farsi aspre divergenze di natura politica (su Gralton aleggiava l'accusa di comunismo, circostanza che aveva coalizzato all'istante le forze conservatrici fedeli alla Corona Britannica, da un lato, e l'establishment cattolico, dall'altro) con le autorità, che in esso vedono un potenziale elemento di disgregazione sociale, un'insidia al proprio primato nonché, in prospettiva, un pericoloso precedente - che lo indussero all'esilio forzato oltreoceano.

Jimmy, nonostante tutto, col sostegno degli amici di sempre e, soprattutto, di quello delle nuove generazioni, gioca le sue carte dando ancora vita all'antico sogno, sollecitando, di fatto, i nervi scoperti di questioni mai risolte, anzi, ancor più esacerbate a seguito della Guerra Anglo-Irlandese (la povertà estrema di contadini e artigiani; l'appoggio delle istituzioni, leali al governo di Londra, ai grandi latifondisti; l'atteggiamento ambiguo della Chiesa Cattolica, più preoccupata di mantenere un ruolo di mediazione - a dire, una salda voce in capitolo in materie non solo spirituali - che del benessere materiale e morale del suo gregge), che evolveranno inesorabilmente fino al pretesto che segnerà l'ultima, sebbene non rassegnata, separazione.

Loach, assieme al vecchio sodale Laverty, recupera da una pièce teatrale la figura storica di James Gralton e la consegna alla propria galleria di personaggi (non di rado irlandesi) tanto illuminati e, nel caso, gentili, quanto indomiti e allergici ai soprusi. Se l'intento e' lodevole - o anche solo interessante - l'insieme che ne scaturisce e' invece molto meno convincente della somma di alcune sue parti. E ciò in ragione di una qual stanchezza di fondo che percorre l'opera e la irretisce in un didascalico dipanarsi di situazioni potenzialmente calde (la riapertura della sala contro tutto e contro tutti; l'attrito a contatto con le prepotenze del Potere e una fin troppo insistita ottusità delle gerarchie ecclesiastiche; l'impossibilità di un amore che ha perduto la magia del suo momento, et.), giustapposte come mere istantanee esplicative e aneddotiche, le quali, ed e' fatale, smarriscono via via nerbo e fascino nella loro diligente eppero' anodina riproposizione. In altre parole, ciò che si svolge davanti agli occhi e', più o meno, un glossario resistenziale che si limita a catalogare, da lontano, in vitro quasi, buona parte dei nuclei contenutistici ed estetici cari al Cinema del vecchio Ken: la classe lavoratrice con i suoi slanci e le sue contraddizioni; la necessita' di prendere coscienza della propria condizione; il diritto ad esprimere liberamente se stessi, i propri desideri, i propri talenti; guardare in faccia il Potere, opporsi ai suoi abusi e diffidare delle sue lusinghe e via così..., ora, pero', con qualche zavorra in più (tirata anti-capitalistica in pillole inclusa) e qualche freccia all'arco in meno (l'ironia, lo sberleffo e la furia anche autolesionista di tanti eroi proletari in altrettanti film).

Resta lo splendore fiabesco della campagna irlandese dalle cui dolcezze riecheggia Yeats, qui con la sua "The song of the wandering Aengus". Resta la leggerezza senza tempo di ragazze e ragazzi impegnati nelle danze tradizionali. Restano i capelli tenuti corti sulla nuca meravigliosamente scarmigliati dal vento del Nord. Così come i visi chiari e veri di uomini e donne di un recente passato che allo sguardo distratto di oggi appaiono simboli criptici di un mondo immaginario. Ma tutto questo, come si dice, e' un altro discorso.

TFK

giovedì, gennaio 01, 2015

I MIGLIORI FILM DEL 2014: LE CLASSIFICHE DE ICINEMANIACI


  1. Her di Spike Jonze
  2. American Hustle di David O. Russell
  3. Adieu au Langage di JL Godard
  4. Gone Girl di David Fincher
  5. Maps to the Stars di David Cronenberg
  6. Dodici anni schiavo di Steve McQueen
  7. Nymphomaniac di Lars Von Trier
  8. Out of Furnace di Scoot Cooper
  9. A proposito di Davis di Joel Coen, Ethan Coen
  10. Boyhood di Richard Linklater
Le classifiche dei redattori:

Belluzzi
1. Il regno d'inverno
2. Happiness
3. Alabama Monroe
4. Mommy
5. Le meraviglie
6. Il sale della terra
7. Party girl
8. Her
9. Due giorni una notte
10. Nymphomaniac (Vol 1-2)

Miglior regia: Richard Linklater
Miglior attore: Antoine Pilon
Miglior attrice: Melisa Sözen

Thefisherking



1. La storia della Principessa Splendente
2. Adieu au langage
3. Maps to the stars
4.Nymphomaniac (Vol 1-2)
5. Out of the furnace
6. Nowpiercer
7. American Hustle
8. For no good reason
9. In grazia di dio

Miglior attrice: Amy Adams
Miglior attore: Jake Gyllenhaal
Miglior regista: David Cronenberg

Romagnoli

1 Her
2 Adieu au langage
3 Gone Girl
4 Anime Nere
5 Out of the furnace
6 Maps to the stars
7 Nymphomaniac (Vol 1-2)
8 Inside Llewin Davis
9 In grazia di Dio
10 The Hobbit – the battle of five armies

Miglior regista: Peter Jackson
Miglior attore: Christian Bale
Miglior attrice: Charlotte Gainsbourg

Parsec
1.    Her
2.    American Hustle
3.    Frances Ha
4.    Nebraska
5.    Edge of Tomorrow
6.    12 anno schiavo
7.    Interstellar
8.   Saving Mr.Banks

Miglior regista Ex aequo: Spike Jonze- David O.Russell 
Miglior attrice Ex aequo: Greta Gerwig-Jennifer Lawrence –Amy Adams
Miglior attore: Joaquin Phoenix 
nickoftime
La pubblicazione della classifica avverrà in concomitanza con quella redatta per ondacinema.it 





Film in sala da Giovedì 1 gennaio 2015

THE IMITATION GAME
di Morten Tyldum
con Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Charles Dance, Matthew Goode, Mark Strong
2014 USA - Biografico/Dramamtico - 113 min

BIG EYES
di Tim Burton
con Christoph Waltz, Amy Adams, Krysten Ritter, Jason Schwartzman, Danny Huston, Terence Stamp
2014 USA - Biografico/Drammatico - 105 min

SI ACCETTANO MIRACOLI
di Alessandro Siani
con Alessandro Siani, Fabio De Luigi, Serena Autieri, Ana Caterina Morariu
2014 ITA - Commedia - 110 min

AMERICAN SNIPER
di Clint Eastwood
con Bradley Cooper, Sienna Miller, Cory Hardrict, Jake McDorman, Navid Negahban
2014 USA - Drammatico/Biografico - 134 min