God bless America
di: Bobcat Goldthwait
- USA 2011 -
105’
Esiste una sconfitta
pari al venire corroso
che non ho scelto io
ma è dell'epoca in cui vivo
— CCCP —
God bless America
di: Bobcat Goldthwait
Non odiare
di
Mauro Mancini
con
Alessandro Gassmann, Sara Serraiocco, Luka Zunic
Italia,
Polonia, 2020
genere:
drammatico
durata:
96’
Presentato
all’ultimo Festival del cinema di Venezia, “Non odiare” rappresenta l’opera
prima di Mauro Mancini che, appunto per la prima volta, si cimenta in un
lungometraggio.
La
storia, ispirata ad un fatto di cronaca realmente accaduto in Germania, inizia,
al di là della sequenza iniziale che mostra il passato del protagonista, con un
incidente stradale. Una macchina, probabilmente speronata da un’altra, si
schianta con al suo interno un uomo. Simone Segre, medico chirurgo, è
casualmente nei paraggi e accorre subito sul luogo per tentare i primi
soccorsi. Dopo aver chiamato l’ambulanza, cerca di fare il possibile per
salvare l’uomo e bloccare una brutta emorragia alla gamba, ma, quando scopre un
tatuaggio nazista sul corpo della vittima, indietreggia, in quanto ebreo, e
abbandona il “paziente” al suo destino, lasciandolo quindi morire.
Dilaniato
dai sensi di colpa, inizia a seguire i tre figli del defunto, Marica, la
maggiore, Marcello, adolescente e fervente neonazista, e il piccolo Paolo. In
particolare cerca di aiutare Marica, alla quale, senza rivelarsi, offre un
lavoro di domestica nella propria casa, nonostante il disappunto di Marcello.
Quando, però, quest’ultimo si troverà in una situazione disperata, Simone dovrà
fare una scelta molto importante.
Un
film “silenzioso”, in un certo senso, che, rifacendosi ad un fatto di cronaca
reale, mette in scena una situazione senza dare giudizi, senza dire chi ha
torto e chi ha ragione, ma semplicemente mostrando una storia.
Il
fulcro dell’intera narrazione è sicuramente Alessandro Gassmann, che dà vita ad
un personaggio che, per certi versi, potrebbe essere etichettato come ambiguo.
Un’ambiguità strettamente connessa con il suo continuo silenzio, incrementato
anche e soprattutto dal tipo di vita che conduce, in solitaria. Sono i suoi
gesti, le sue espressioni e le sue azioni a raccontare più delle sue parole stesse.
Il
tutto insieme ad inquadrature pulite che non sembrano nemmeno frutto di un
regista al suo esordio. Ogni scena è curata e ogni angolazione ha un
significato ben preciso. Indubbiamente quello che dà maggiormente nell’occhio è
la scelta di propendere spesso per inquadrature dall’alto che mostrano il
personaggio all’interno di uno spazio che sembra quasi risucchiarlo al suo
interno.
Si
può davvero non odiare? Si può davvero dimenticare qualcosa di così grande e
passarci sopra perdonando tutto e tutti? Se il titolo sembra dare una risposta
positiva, il film rimane all’esterno e non invita né in un senso né in un
altro.
Non
c’è pietismo, non c’è moralismo. C’è solo una storia, vista da due mondi e in
due modi completamente diversi, destinati a scontrarsi continuamente. Ma
indubbiamente da vedere, per riflettere e far riflettere.
Veronica Ranocchi
Guida romantica a posti perduti
di
Giorgia Farina
con
Jasmine Trinca, Clive Owen, Andrea Carpenzano
Italia,
USA, 2020
genere:
drammatico
durata:
106’
Terzo
lungometraggio per la regista romana Giorgia Farina, “Guida romantica a posti
perduti” è un road movie con protagonisti Jasmine Trinca e Clive Owen, nel
ruolo di due insoliti compagni di viaggio.
Lei
è Allegra (solo di nome) che, chiusa nelle sue paure, fobie e insicurezze, ha
una relazione con un ragazzino più giovane di lei e finge, mentendo anche a
lui, di avere un lavoro che la impegna in continui viaggi in giro per il mondo.
Nella stessa palazzina, ma al piano di sopra abita Benno, marito di un’infermiera
che sembra dedicare tutto il suo tempo a sé stessa e al suo lavoro, piuttosto
che al marito, del quale sembra non vedere (o non voler vedere) l’evidente problema
di alcolismo. Ne è a conoscenza, nonostante lui continui ad inventarsi mille
scuse e a nascondere le prove, e lo invita a recarsi in un centro apposito, ma
non va oltre. Quando i due si incontrano, durante una delle tante sbornie dell’uomo
e finiscono insieme in ospedale, hanno modo, in maniera rocambolesca, di
conoscersi forse per la prima volta, nonostante residenti nella stessa palazzina
e, abbandonati temporaneamente, in un modo o in un altro, dalle proprie metà,
decidono di intraprendere insieme un viaggio. Un viaggio alla ricerca di posti perduti.
Quella
che doveva essere una guida romantica, perché maturata da Allegra insieme al
fidanzato Michele, si trasforma in un viaggio all’insegna dell’avventura dove
la guida, in realtà, serve allo spettatore che si perde dentro un ciclo di
eventi che sembrano quasi ripetersi continuamente. I personaggi, fin troppo
caricaturati, non convincono né singolarmente né insieme. L’intento è
probabilmente quello di far sì che riescano a spalleggiarsi e supportarsi a
vicenda, ma l’esito va in tutt’altra direzione, caricato ancora di più da un
finale aperto che ha un sapore dolceamaro. La sorte dei due è già scritta fin
dall’inizio e il viaggio non è altro che un pretesto per raccontare due vite
sole e solitarie che nascondono segreti e insicurezze. Ma se uno di loro fa di
tutto per uscire dalla bolla che si è disegnata intorno, o almeno ci prova, l’altro
personaggio sembra non comprendere i suoi errori e continua incessantemente a ricaderci
in un meccanismo senza fine.
La
struttura dei personaggi, mai veramente solida, rimane piatta e preannunciata e
non è aiutata né avvalorata dalle interpretazioni degli attori, soprattutto da
quella della Trinca che sembra caricaturare fin troppo Allegra.
Non
eccelle nemmeno la sceneggiatura e la scelta dei dialoghi che non
approfondiscono né, appunto, i personaggi né tantomeno le situazioni, mostrate
al pubblico e poi portate immediatamente via per passare alla successiva. E
tutte al limite del reale.
Menzione,
invece, per i due personaggi secondari: il fidanzato di Allegra e la moglie di
Benno che, paradossalmente, risultano più sfaccettati, più veri e più approfonditi,
anche se con poche battute e poca presenza sullo schermo.
Veronica Ranocchi
Missing link
di
Chris Butler
USA,
2019
genere:
animazione, avventura, fantastico
durata:
95’
Candidato
al premio oscar come miglior film d’animazione, “Missing link” arriva
finalmente nelle sale per far intraprendere ad ogni spettatore (grande o
piccolo) un bel viaggio all’interno del vero significato dell’amicizia.
Il
film d’animazione diretto da Chris Butler è la storia dell’incontro tra la creatura
leggendaria Mister Link e l’esploratore Sir Lionel Frost. Il primo è alla
ricerca dei suoi simili, il secondo, in quanto avventuriero ed esploratore, vuole
dimostrare da sempre l’esistenza di esseri come Mister Link per essere
accettato dall’alta società inglese. Alla richiesta di aiuto pervenutagli da Mister
Link stesso, l’avventuriero, seppur inizialmente scettico, decide di inoltrarsi
in questo viaggio a fianco di quello che, piano piano, diventa un nuovo amico.
E così facendo sarà costretto a rivedere le proprie priorità e i propri modi di
fare, complice anche l’aiuto la temeraria Adelina, sempre al centro di qualche
peripezia, ma che non abbandona neanche un istante i suoi nuovi amici.
Un
viaggio come tanti e, come spesso succede nei film d’animazione, strutturato
nella stessa maniera, ma comunque non troppo scontato e banale, ricco di colpi
di scena e di momenti davvero esilaranti e divertenti. I dialoghi strampalati
tra i due protagonisti ne sono l’esempio lampante con continui giochi di parole
e modi di dire che Mister Link sembra non comprendere, nonostante capisca la
lingua degli umani.
Realizzato
in stop motion “Missing link” è un film attento a tutto, ad ogni dettaglio, sia
fisico che verbale. Con un umorismo tutto suo che varia da quello più british a
quello più semplice e immediato, permette di arrivare a grandi e piccoli ed
essere apprezzato allo stesso modo.
Nonostante
tratti argomenti già analizzati in tante altre pellicole (quello del viaggio e quello
del ritorno a casa) il film non si perde e non scende nel banale, ma cerca solo
di prendere spunto per trasformare elementi tipici di questo genere e farli propri.
Un
film per tutta la famiglia con dei personaggi ben caratterizzati che emergono
nel flusso della narrazione con uno sviluppo e un’evoluzione importante: uno su
tutti lo stesso Lionel Frost che, grazie alla vicinanza con il suo nuovo amico
impara molte cose e inizia a vedere il mondo da un’altra prospettiva. A questo
va sommato, poi, anche l’aiuto di Adelina che, invece che essere relegata a figura
secondaria o di contorno, si rende protagonista delle scene nelle quali è
presente arrivando ad essere l’ennesimo anello di congiunzione tra i due
protagonisti.
Avventura
consigliata per tutta la famiglia, per riscoprire il piacere di tutto quello
che ci circonda, a partire proprio dalle persone.
Veronica Ranocchi
Dogtooth
di
Yorgos Lanthimos
con
Christos Stergioglou, Michele Valley, Angeliki Papoulia
Grecia,
2009
genere:
drammatico, grottesco, thriller
durata:
93’
Il
secondo lungometraggio del regista greco Yorgos Lanthimos ha finalmente trovato
lo spazio adeguato per essere portato nelle sale cinematografiche italiane, a
distanza di ben 11 anni. Grazie al successo della sua ultima fatica “La
favorita”, presentato lo scorso anno a Venezia e che ha fatto ricevere il
premio oscar ad Olivia Colman come miglior attrice protagonista, anche
“Dogtooth” arriva nelle sale per essere gustato e forse apprezzato da un
pubblico più vasto. Si vocifera anche che presto uscirà pure “Alps”,
lungometraggio successivo.
Trovare
le parole per descrivere “Dogtooth” e scrivere una recensione non è un compito
semplice.
Etichettato
come “capolavoro surrealista”, il film di Lanthimos ha il grande pregio di
lasciare a bocca aperta qualsiasi spettatore. E riesce in questo grazie alle
immagini, ai dialoghi, alle situazioni e alla tecnica completamente fuori dagli
schemi.
La
sinossi della vicenda può anche essere semplice. Una coppia con tre figli più
che adolescenti vive all’interno di una grande casa con giardino e piscina.
Apparentemente sembrano condurre una vita tranquilla e normale, ma in realtà
sono tutti segregati all’interno delle mura domestiche (fatta eccezione per il
giardino e la piscina, appunto). I genitori, e soprattutto il padre,
impartiscono loro lezioni di vita che i figli considerano la normalità, ma che
sono completamente assurde. Emblematica a tal proposito la scena iniziale, con
la quale veniamo immediatamente immersi nella storia. I tre figli (dei quali
non sappiamo il nome, così come per i genitori) ascoltano insieme un nastro
registrato dalla madre che tenta di insegnare loro nuovi vocaboli, dando però
delle definizioni fuori dall’ordinario. Da questa scena inizia a svilupparsi la
storia, accompagnando i vari personaggi e le loro azioni. Una storia che non
segue un vero e proprio filo logico, ma anzi sembra mostrare delle “sensazioni”
se così si possono definire.
Dalle
inquadrature “mozze” ai dialoghi sconclusionati in molti frangenti, dalle
dinamiche assurde allo sviluppo dei personaggi che rimangono delle creature,
per certi aspetti, estranei alla faccenda, soprattutto a causa dell’assenza del
nome e della mancanza di un background che permetta allo spettatore di
comprendere perché si trovano in quella situazione e perché il padre (e la
madre) abbia deciso di agire in questo preciso modo con i figli.
Sono
tanti gli spunti che un film come “Dogtooth” mostra e ogni sequenza e
inquadratura meriterebbe un approfondimento particolare perché ricca di
significati nascosti, così come il titolo stesso che richiama il canino che, in
base ai racconti del padre, rappresenta il passaggio alla cosiddetta “vita
adulta”, permettendo a chi lo perde di potersene andare di casa e condurre una
vita propria.
Scene
forse eccessive, spinte, esagerate e sicuramente non adatte ad un pubblico
qualsiasi che, anzi, come detto, rimane interdetto e sconcertato al termine.
Dopo un’ora e mezza di situazioni disturbanti e surreali, ci si trova di fronte
ad un finale aperto che solo da una parte dà uno spiraglio di positività e
speranza, ma dall’altro fa capire come tutto sia comunque vincolato a
prescindere da tutto.
Una
storia sicuramente non per tutti e che merita un’attenzione particolare perché
“Dogtooth” non è un film che si lascia guardare con facilità. Anzi, fa storcere
il naso ai più, ma nasconde dentro di sé un potere molto più forte. E pensare
che era solo l’inizio del genio di Lanthimos.
Veronica Ranocchi
Mulan
di
Niki Caro
con
Liu Yifei, Donnie Yen, Jason Scott Lee
USA,
Cina, 2020
genere:
drammatico, azione, avventura
durata:
115’
Grande
attesa per il nuovo live action Disney, lanciato sulla piattaforma Disney Plus
al quale era possibile accedere solamente con accesso vip. L’eroina cinese che
ha conquistato non solo la stima dell’imperatore della sua nazione, ma anche i
cuori di tanti bambini torna sullo schermo in una rivisitazione che apporta
numerose e non sempre riuscite modifiche. Mulan, la cui storia tutti
conosciamo, ha una veste completamente nuova e più attuale. Al passo con i
tempi che corrono e in perfetto stile MeToo e simili, la protagonista cinese
diventa protagonista assoluta, differentemente dal film d’animazione che l’ha
consacrata.
Passi
il cambio di tono, passi l’adeguarsi ai tempi, ma il risultato finale di questo
lungometraggio non si può certo considerare soddisfacente per il pubblico,
soprattutto per quello abituato al grande classico Disney.
In
questo nuovo film Mulan è la primogenita della famiglia Fa e fin da subito
mostra una propensione particolare all’arte del combattimento che la isola da
tutte le sue coetanee e non, molto più aggraziate e femminili. Anche in questo
caso l’incontro con la famigerata e temibile Mezzana per cercare di essere
considerata una donna da marito in grado di onorare la propria famiglia non va
secondo i piani e a Mulan viene confermata l’etichetta di pecora nera della famiglia.
A seguito del pericolo che incombe sull’impero cinese e sulla figura
dell’imperatore viene fatto arruolare almeno un maschio di ogni famiglia e la
giovane protagonista prende il posto del padre mascherando, per quanto
possibile, il suo essere donna. E’ qui che avrebbero dovuto fare la loro
comparsa due dei personaggi centrali della storia: il comandante e il
simpaticissimo Mushu. Entrambi sono stati, però, cancellati dalla storia che,
quindi, non ha più la valenza di fiaba o favola per i giovanissimi, ma si
trasforma in un’avventura, ben fatta, con scenografia, fotografia ed effetti
speciali molto buoni, ma niente di più. Mushu, il simpatico draghetto che
accompagna Mulan nel suo viaggio, era un personaggio a dir poco fondamentale
che, oltre a dar vita ai momenti più comici e divertenti della storia, aveva
anche il compito di creare empatia e collegare i personaggi tra loro e con il
pubblico. Questo ruolo, del quale si sente in maniera incredibile la mancanza,
è stato “consegnato” a una voce fuoricampo che cerca di raccontare il
susseguirsi degli eventi come se fosse al fianco dell’eroina. E, in parte, è
dato anche ad una fenice, simbolo di rinascita e chiave di volta della vicenda,
che invita indirettamente Mulan a rivelarsi per chi è veramente, mostrando la
sua vera natura.
Altra
importante assenza è quella delle canzoni, forse tra quelle più apprezzate in
tutto il panorama Disney, che non vengono mai nemmeno accennate. Solo alcune
note nei momenti chiave quasi come invito allo spettatore che deve riflettere
per comprendere i riferimenti. Una scelta che non trova una ragione vera e
propria, dal momento che tutti gli altri live action precedenti (da “La bella e
la bestia” a “Aladdin”, ma anche il più recente “Il re leone”) avevano
mantenuto la struttura del film d’animazione e soprattutto le canzoni, ancora
oggi apprezzate quasi più dei film stessi, modificando solo pochissimi elementi
per attualizzare le vicende o per spiegare meglio e rendere più comprensibili
determinati eventi.
Ottimo
il cast con una Liu Yifei, nei panni della protagonista, in formissima e molto
credibile, sia nell’aspetto che nell’atteggiamento e nelle movenze. Molto bravi
anche tutti gli altri, ma la bravura non riesce ad essere abbastanza per
sopperire a tutte le evidenti lacune dell’intera storia.
La
Mulan del live action è, alla fine dei conti, un’eroina che non ha bisogno di
niente e soprattutto di nessuno (un uomo in primis) per ottenere e diventare
ciò che vuole. Un elogio al femminismo e alla forza della donna che, però, era
già comunque emerso nel migliore dei modi anche dal classico Disney che
fortunatamente ha accompagnato e continua ad accompagnare tantissimi bambini.
Veronica Ranocchi
Quattro vite
di
Arnaud des Pallières
con
Adèle Haenel, Adèle Exarchopoulos, Sergi López
Francia,
2020
genere:
drammatico
durata:
117’
Come
ci suggerisce il titolo, il film di Arnaud des Pallières “Quattro vite” regala
non uno, ma ben quattro spaccati della vita di una stessa persona.
Renée
è un’insegnante di una scuola elementare che vorrebbe costruire una famiglia
insieme al fidanzato. Un giorno, però, fa la sua improvvisa comparsa Tara che,
appena uscita di prigione, esige dei soldi dalla protagonista perché complice
in una rapina avvenuta sette anni prima. Da questo evento cominceranno a susseguirsi
alcuni avvenimenti a catena che faranno “viaggiare nel tempo” la donna
mostrando allo spettatore varie fasi della sua vita.
In
realtà quelle che vediamo sullo schermo sono quattro donne diverse, per
aspetto, nome ed età, ma, alla fine dei conti, rappresentano la stessa persona.
E cercano di mostrare il modo in cui la stessa persona può decidere di
affrontare una determinata situazione.
Si
tratta di un interessante esperimento attraverso il quale cercare di sviscerare
più che la persona stessa, le specifiche azioni e scelte compiute da questa.
Quante volte ci siamo domandati se una determinata decisione avrebbe potuto
influenzare un’azione futura e in che modo? Ecco, il film di Des Pallières cerca
di mostrare concretamente questo aspetto, cioè come il passato può influenzare
in modo diverso il futuro di una persona dando vita a diverse sfaccettature.
Ciò
che si evince, però, dai comportamenti della protagonista è che lei sembra
costantemente opporsi alla realtà che la circonda, quasi come se fosse
costringente e la vincolasse a comportarsi sempre in un determinato modo
piuttosto che in un altro. Concentrato sulla visione della specifica donna in
quel determinato momento, lo spettatore si perde momentaneamente nel vortice di
avvenimenti e di emozioni, sempre forti ed all’ennesima potenza, nei quali è
spesso costretta a tuffarsi la donna.
Un
viaggio temporale e contemporaneamente anche una sorta di gioco col tempo,
quasi paradossale che, solo in alcuni momenti, ricorda al pubblico quello che
sta veramente guardando. Un film che non guida lo spettatore, ma che si limita
a mostrare gli eventi quasi come in un flusso di coscienza, sbalzando da un
momento all’altro e da un personaggio all’altro per cercare, però, paradossalmente,
di empatizzare ancora di più con lui (lei).
Le
quattro vite del titolo sono in realtà le quattro fasi della vita della
protagonista (e di ognuno di noi), ma sono anche quattro possibili alternative
alla routine quotidiana che attanaglia la giovane.
Una
storia, quindi, doppiamente universale che non mette in risalto solo la figura
della donna, ma anche quella della donna in tutte le fasi della propria vita.
Un film comunque semplice nella sua complessità, in grado di plasmare qualsiasi
cosa.
Veronica Ranocchi
Una
trama semplice e lineare, ma sviscerata sotto ogni aspetto. Quello su cui si
sofferma il regista non è tanto il susseguirsi degli eventi, ma la presa di
coscienza del personaggio. E’ l’introspezione di Ema il fulcro dell’intera
vicenda. Ema che è un fuoco (e da qui nasce il parallelismo con il figlio e la
piromania), come ci suggerisce l’immagine di apertura del film: una lunga e
statica inquadratura su di un semaforo che prende fuoco.
Dopo
tutta una serie di disavventure dovute all’emergenza sanitaria, è finalmente
uscito al cinema “Onward – Oltre la magia”, il nuovo e atteso film d’animazione
della Pixar.
Momenti
molto divertenti (memorabile l’inseguimento stradale con Ian alla guida di
“Ginevra”) che si alternano saggiamente ai momenti più seri e, talvolta, anche
cupi che riescono a sciogliere anche i cuori più duri. Con un’animazione sempre
al top e attenta ad ogni minimo particolare in ogni sequenza per fornire sempre
maggiore realismo, la Pixar rimane anche al passo coi tempi grazie
all’introduzione del primo personaggio dichiaratamente omosessuale.
Un
thriller dalle tinte cupe, come suggeriscono i colori utilizzati in post
produzione che rabbuiano ogni scena e anche ogni personaggio. Sia Roy che Rocky
hanno paura e sono restii a confrontarsi con la realtà che li circonda. Ognuno
tenta in qualche modo di nascondersi agli altri e a se stesso per paura che una
propria esposizione possa nuocere. E così si vengono a creare una serie di
maschere che non permettono né ai personaggi stessi né allo spettatore di comprendere
veramente chi si ha di fronte. Tutto rimane in un misterioso limbo. Solo in
pochi frangenti si riesce a capire la vera natura dei protagonisti. E questi
momenti coincidono con quelli in cui si mostrano vulnerabili e tolgono, almeno
temporaneamente, la maschera.