mercoledì, marzo 16, 2016

RISORTO

Risorto
di Kevin Reynolds
con Joseph Finnes, Tom Felton, Cliff Curtis
Usa, 2016
genere, biblico, drammatico, avventura
durata, 107'


Della figura di Gesù di Nazareth e nella fattispecie degli episodi legati alla sua morte e resurrezione è già capitato che il cinema se ne sia occupato partendo da un punto vista laico e materialistico. Nel caso di “Risen” di cui qui vogliamo parlare la vicenda del tribuno romano chiamato a indagare sulla sparizione del corpo del risorto trova una corrispondenza ancora più forte con quanto già fatto in passato negli sviluppi di una trama per molti versi simile a quella de “L’inchiesta”, il lungometraggio del 1986 firmato dal nostro Damiano Damiani. Non deve sorprendere allora che in sede di presentazione la curiosità degli appassionati si concentri non tanto sull’evoluzione dell’intreccio quanto sul nome del suo regista e quindi di Kevin Reynolds, sodale di Kevin Costner nel mitico “Fandango” e nello sciagurato “Waterworld” –  diventato leggendario per le difficoltà produttive e meteorologiche che ne hanno complicato le riprese – e autore di quel “Belva di guerra” che era stato capace di narrare il conflitto tra russi e afghani sulla scia di un carro armato sovietico rimasto isolato in territorio nemico. Tornato attivo dopo lunga pausa Reynolds conferma le qualità di storyteller facendo di “Risen” una rilettura più  o meno fedele degli episodi del vangelo collegati agli eventi del film, ampliati dalla componente apocrifa rappresentata appunto dall’invenzione del personaggio di Clavio, il militare romano interpretato da Joseph Fiennes, che nell’economia del racconto giustifica la presenza della componente thriller legata appunto alle azioni scaturite dal tentativo dell’uomo di trovare le prove della presunta impostura.

Forte di un’iconografia oramai consolidata e però variata nella scelta di un Cristo lontano dall’immagine wasp tipicamente utilizzata e qui sostituita dalle peculiarità fisiognomiche dell’attore di origine maori Cliff Curtis, il compito di Reynolds era quello di conciliare gli eventi della storia ufficiale con il privato dei personaggi chiamati a compierla, e quindi di rendere verosimile il passaggio che trasforma la missione di Clavio in un viaggio esistenziale tormentato e complesso che ad un certo punto metterà il militare di fronte a una scelta senza ritorno. Al raggiungimento di un obiettivo non scontato Reynolds aggiunge la coerenza dello sguardo che, nella messa in scena sobria e parsimoniosa  degli aspetti miracolistici rispecchia non solo  il carattere pragmatico e lo scetticismo del protagonista ma consente al film di essere coinvolgente senza scadere nell’enfasi declamatoria.

THE DIVERGENT SERIES: ALLEGIANT

The Divergent Series: Allegiant
di Robert Schwentke
con Shailene Woodley, Theo James, Zoe Kravitz, Jeff Daniels
USA, 2016
genere, fantascienza, avventura, sentimentale, azione, drammatico
durata, 110'



Giovani dive crescono. Era successo a Jennifer Lawrence che per il protrarsi dei tempi di lavorazione di Hunger Games si era vista invecchiare sullo schermo, regalando al suo personaggio una maturità extracopione, dipendente in parte dai cambiamenti fisiognomici tipici dell'età post adolescenziale, in parte da un escalation professionale culminato con la vincita dell'Oscar. Capita la stessa cosa a Shailene Woodley, protagonista di lungo corso della saga dei divergenti che, arrivata al suo atto finale - suddiviso come al solito in due parti - si avvale, più o meno consciamente, di un surplus di credibilità a cui non deve essere estranea la raggiunta consapevolezza dell'attrice. La quale, in assoluta sintonia con l'evoluzione psicologica della sua eroina, appare meno acerba rispetto agli inizi - "Divergent", 2014 - occupando la storia con una sicurezza equivalente a quella necessaria alla sua Beatrice Prior detta Tris per affrontare la complessa missione a cui è stata chiamata. Dettaglio non da poco anche in considerazione di una distanza tra realtà e finzione che hollywood si sforza di colmare fino al punto di mettere in scena il privato dei suoi attori com'è successo con "Boyhood", girato con l'intenzione di far coincidere la cronologia narrativa relativa al personaggio a quella ordinaria e privata dell'interprete. E che in un film come "The Divergent Series: Allegiant" acquista maggior importanza non solo perché la visione del mondo distopico e post apocalittico per quanto fantasiosa e visionaria racconta un'umanità immersa in un crogiuolo di istinti e motivazioni profondamente radicati nella nostra contemporaneità e quindi bisognosa di essere rappresentata da personaggi concreti e riconoscibili.



La necessità di un centro motore inequivocabilmente individuato nella figura di Beatrice Prior nella fattispecie è tanto più forte quanto maggiore è il bisogno di stabilire una continuità tra gli episodi precedenti, segregati all'interno delle mura cittadine utilizzate dai cattivi per separare gli abitanti diChicago dal resto dell'ecumene, e quello attuale, a dir poco rivoluzionario nell'economia della saga per il modo con cui Allegiant mischia le carte in tavola mutando le forme del suo paesaggio. A cominciare dal cambio di coordinate geografiche, giustificato dalla volontà di Beatrice e da Tobias -controparte maschile di un'avventura prettamente femminile - di scoprire cosa si cela oltre la prigione urbana in cui li aveva relegati la perfida Jeanine, e, di conseguenza, dallo stacco estetico tra gli edifici diroccati e fatiscenti della metropoli statunitense e le sinuosità futuristiche e tecnologiche dell'organizzazione preposta a regolare l' ordine mondiale. Per finire con la messa in disparte dell'universo relazionale suddiviso in fazioni rivelatosi fittizio per essere il frutto di un esperimento genetico e sorpassato dagli orizzonti narrativi originati dall'entrata in scena di David, il capo del dipartimento di sanità genetica più che mai assetato di potere.



 A rimanere uguale è invece il tema di fondo dell'intera saga, rintracciabile in quel dualismo dello spirito americano che si rifà da un lato a una certa rigidità protestante, tendenzialmente chiusa verso l'altro e diffidente nei confronti della diversità antropologica e culturale. Particolare questo da cui ha avuto origine per esempio il malcelato senso di superiorità della nazione bianca americana. Dall'altro, per antitesi, un indomito spirito di scoperta e volontà d'affermazione finalizzato tanto ad un ampliamento degli spazi vitali quanto dalla volontà d' affrancamento dalle spinte più retrive di quelle stesse origini. Caratteristiche che erano parte integrante di film come "The Village" di M.Night Shyamalan e pure dei vari Hunger Games eMaze Runner e che qui vediamo in azione sia nella decisione di Beatrice e di Tobias di rinunciare al proprio habitat per esplorare nuove possibilità di vita, sia in senso più velato ma non meno evidente, nella contrapposizione tra le suddette fazioni che in un senso molto generale sembrano mimare l'antagonismo che da sempre separa la strategia d'affermazione politica tra repubblicani e democratici. Diversamente, dal punto di vista prettamente cinematografico il film di Robert Schwentke si attesta sulla qualità media del genere di riferimento contemplando un tipo di fantascienza allo stesso tempo ludica e fanciullesca - sul modello di un blockbuster come Star Wars - e, seppure in tono minore, stratificata e riflessiva per le allusioni e i rimandi alla nostra contemporaneità. Ragionament che poco influiscono sul responso del botteghino attento soprattutto alla spettacolarità dell'offerta e al gradimento del pubblico più giovane ma almeno per noi sufficienti a giustificare la spesa del biglietto e perché no la visione del capitolo finale in uscita il prossimo anno.
pubblicato su ondacinema.it

martedì, marzo 15, 2016

SERIE TV - BETTER CALL SAUL

Better call Saul
Serie tv
2015
U.S.A.


È ormai certo, nonostante sia necessario attendere l’uscita delle successive stagioni per dare un giudizio definitivo, che cadremmo in errore qualora dovessimo catalogare “Better call Saul” - serie televisiva che narra delle vicende di Saul Goodman, istrionico avvocato di Walter White in “Breaking bad” - tra quei prodotti che vengono comunemente definiti spin off.

Ci si trova, dunque, di fronte a difficoltà interpretative di non poco conto dal momento in cui il nuovo progetto di Vince Gilligan, che non a caso è uno dei migliori autori in circolazione, assume connotati tanto ambigui quanto interessanti. E se la domanda, scontata ma legittima, che più ci si potrebbe porre riguarderebbe sicuramente la non/possibilità di fruizione trascendendo la visione della “serie madre”, la risposta a tale domanda potrebbe dire molto sulla riuscita degli intenti che gli autori s’erano posti. Infatti, nonostante i riferimenti a “Breaking bad” siano fondamentali per intrattenerne gli appassionati - basti pensare alla presenza di personaggi come Mike Ehrmantraut, che qui è quasi coprotagonista, oppure Tuco Salamanca, che invece appare più in secondo piano - si rivelano essere parimenti funzionanti anche per chi di “Breaking bad” non ha mai sentito parlare (solo alcuni brevissimi momenti sono inseriti per stuzzicare le menti dei fan più audaci: il riferimento alla vacanza in Belize, il racconto di Saul che porta a letto una donna spacciandosi per Kevin Costner, etc.). Se il tocco visivo resta un marchio di fabbrica riconoscibile e pressoché invariato - complici la medesima ambientazione (Albuquerque); i campi larghi nel deserto; l’uso sistematicamente pulito della m.d.p. - la vera sorpresa risiede nei multiformi modi fusi senza forzatura nella sceneggiatura che, nonostante l’apparente confezione a mo’ di dark comedy (non si può non citare la scena in cui un ancora poco esperto Saul dissuade un narcos sudamericano dall’uccidere due suoi clienti, convincendolo del fatto che spezzare una gamba cadauno sia una punizione proporzionata al danno arrecato), fornisce dimensioni psicologiche dettagliatamente ragionate spostando l’attenzione e l’intrattenimento in questa direzione e non soffrendo della mancanza dell’elemento ritmico/spettacolare su cui invece verteva maggiormente la serie originaria - contribuisce non poco a dare toni inquietanti all’atmosfera il personaggio di Chuck, fratello del protagonista, diventato completamente repellente all’ambiente esterno e ad ogni sorta d’oggetto elettronico, fonte luminosa, etc. -.

Le immagini di apertura della puntata pilota (“Uno”), colorate con un bianco e nero che sbiadisce gli avvenimenti futuri più di quanto si potrebbe fare con un passato da lasciare alle spalle, mostrano Saul in incognito ed alle prese con la sua nuova identità dopo gli eventi di “B.B.”, mentre l’ultimo episodio si chiude, accompagnato dalle note di “Smoke on the water”, temporalmente prima: il protagonista - interpretato da un Bob Odenkirk sottilissimo nel dettagliare tutti gli strati interiori che compongono la psicologia del personaggio -, che nel corso di queste dieci puntate ha cercato di lasciarsi alle spalle l’appellativo di slippin’ Jimmy (letteralmente Jimmy scivolone) per diventare James McGill (che è il suo vero nome), nel proprio processo di agnizione scopre che il suo vero Io è quello corrispondete al carattere che più tardi avrà il nome di Saul Goodman -; questa prima stagione, a quanto pare, almeno nelle intenzioni, è quindi soltanto il tappeto rosso steso per preparare l’arrivo di un altro prodotto che si prospetta essere sopra il livello dei propri cugini televisivi - per il seguito bisognerà attendere i primi mesi del 2016 -.

Vince Gilligan, così come Dio creò la donna dalla costola di Adamo, da una costola di “Breaking bad” ha creato qualcosa di simile ed anche lui, con ogni probabilità, si è migliorato.
Antonio Romagnoli

LUPIN III - IL FILM

"Lupin III"/Il film
di Kitamura Ryukei.
con Oguri Shun, Tamayama Tetsuji, Tadanobu Asano, Ayano Go, Kuroki Meisa, Jerry Yan, Nick Tate.
Giappone 2014
genere, azione
durata, 135'



Jigen:"Non ci si può fidare delle donne, Lupin".
Lupin: "Parliamo di Fujiko".
Jigen: "Allora ancora meno".


L'ovvia cautela che contraddistingue la frequentazione di oggetti pericolosi e/o di pregio, spesso ne sacrifica la diretta e appagante fruizione, ingenerando, a seconda degli esiti, prostrazione o disamore, per non dire entrambi. Se è sensato considerare, cioè, già gramo il destino di personaggi reali intestatari a vario titolo di una più o meno radicata leggenda nell'istante in cui si vedono misconosciuti da attribuzioni denigratorie o addirittura false riguardo la propria legittimazione a tale inusuale rango, figurarsi la sorte - a questo punto, quantomeno ambigua - a cui sono esposte quelle figure della fantasia e dell'ingegno le quali, per l'appunto in virtù della loro inesistenza, favoriscono possibilità pressoché infinite di proiezione intellettuale, emotiva, estetica, mitopoietica tali da creare, al tempo, universi autonomi e coerenti e criteri di calibratura e manipolazione degli stessi assai fiscali, a dire, perlopiù, allergici a riletture troppo drastiche quanto, talvolta, irrispettose di quei fragili equilibri sentimentali sedimentatisi in anni di appassionata fedeltà. Alla luce di ciò, diventa sul serio banale - sebbene non meno vera - la constatazione relativa all'insidiosità intrinseca ad un'operazione finalizzata ad un nuovo trasferimento dal mondo dell'animazione a quello delle persone-in-carne-ed-ossa di un eroe del calibro di Lupin III. E del resto - rovesciando i termini della questione - proprio la circospezione adoperata dal Cinema durante un così lungo intervallo nei confronti dell'irresistibile guascone (infranta solo da un tentativo azzardato oramai oltre quattro decenni or sono), autorizzava il sospetto - finendo, di fatto, per l'intanto, un differimento via l'altro, per ribadire la prassi di una sorta di attesa sine die - circa l'instaurarsi di un circolo vizioso che, va a sapere se e come, un giorno avrebbe trovato il modo di spezzarsi.


A tale dilemma ha tentato ora di dare risposta - benché penalizzato, almeno dalle nostre parti, da una distribuzione eufemisticamente frettolosa - Kitamura Ryukei (autore già con qualche timbro occidentale sul proprio passaporto cinematografico, pensiamo alle incursioni di genere, tipo "The midnight meat train", 2008, e a "No one lives", 2012), predisponendo un film, nelle intenzioni visibili, in grado di replicare lo spirito originario di un'avventura - quella di Lupin e dei suoi compagni di viaggio - dotata di un suo preciso eppur variegato ubi consistam, innervandolo con quelle sfumature caratteriali che rimandano allo specifico concreto del contesto umano. Il risultato, apprezzabile per slancio, convince in parte, il grosso della quale è da ascrivere all'agile sovrapponibilità del cast alle fisiognomiche di riferimento: Oguri/Lupin, Tamayama/Jigen, Ayano/Goemon, Kuroki/Fujiko e Asano/Zenigata, in altre parole e per rimanere ai volti più noti, non sfigurano al momento dell'inevitabile confronto con i prototipi, pur limitandosi a ricalcarne, con maggiore o minore ossequiosità, le indoli. Astuto mistagogo della sempreverde arte della delinquenza, gradasso e un po' cialtrone ma nonostante tutto cuorcontento e inguaribile Romeo, Lupin; taciturno, cecchino provetto, cinico e mordace, Jigen; samurai imperturbabile, spadaccino letale a colpi di katana che-taglia-il-ferro, Goemon; maliarda, fintamente indifesa, vezzosa doppiogiochista, Fujiko; nevrotico, irascibile, confusionario e patetico,  Zenigata, Ispettore dell'Interpol... Stesso tenore riconoscibile, peraltro, nell'interazione discorsiva che caratterizza il motteggio tipico del protagonista con i suoi interlocutori d'elezione: disillusa/ribalda quella con Jigen; ridotta all'osso in una sorta d'incedere marzial-metaforico quella estorta al più che laconico Goemon; romantico/allusiva, sempre frustrata da qualche contrattempo o premeditato (da parte di lei) colpo basso, quella con Fujiko; per certi versi persino freudiana (nel senso di un legame latente non solo dialettico tra un padre tormentato e un figlio oltremodo scavezzacollo), quella col perennemente un-passo-indietro Zaza Zenigata (non a caso chiamato pure paparino). Spiccano dal quadro di riferimento, in questa che, per comodità, potremmo chiamare metamorfosi mimetica, introducendo vieppiù talune di quelle sfumature squisitamente umane a cui si faceva cenno, tanto la Fujiko di Kuroki, ambigua e frivola, come incontestabilmente sensuale e provocatoriamente indisponente, quanto proprio il Zenigata di Asano, spassoso e incontenibile nei frangenti di arresa malinconia, come e più nel furore sgangherato latore di costruzioni cervellotiche atte ad incastrare l'odiato/amato avversario, coronate, figurarsi, da inesorabile insuccesso e spossata disperazione. Ad ulteriore merito del lavoro di Kitamura, va inoltre menzionata, in primis, la conservazione protocollare di un qual gusto pop, di certo una delle carte vincenti della serie animata (colori accesi; ironiche sospensioni sui volti ammiccanti dei protagonisti: risatine, acrobazie in forma di danza, simpatici nonsense); la cura per i dettagli (dal guardaroba di Lupin - le celebri giacche: rossa, nera e verde - i di lui calzoni stretti un po' alti sulle scarpe, come il taglio di capelli e le basette ben marcate; al cappello moscio, il completo nero e la barba rada di Jigen; dalle mise mozzafiato di Fujiko, all'impermeabile stropicciato, a riparo da qualunque moda e cambio di stagione, di Zenigata: fino all'immancabile 500 gialla, qui in doppia versione, tradizionale scatola-di-sardine e stilosa vetturetta calibrata sul gusto di un nuovo millennio); l'evidente vocazione giramondo della vicenda, nonché il suo tono di fondo scanzonato e innocuo (ubbie e dolori a convergere docilmente nel vortice dell'azione; i cattivi che muoiono a manciate ma quasi senza-colpo-ferire e carta bianca per maramaldeggiare): tutto, ancora come da repertorio, introdotto, sostenuto e accompagnato da un morbido andirivieni jazzy.




D'altro canto, è pur vero che funziona meno sia l'oggetto del contendere (si passa da un manufatto detto La medaglia di Zeus, attraverso un collier egizio - con tanto di enorme rubino incastonato, appartenuto al tragico lignaggio di Cleopatra - alla mobilitazione per arrivare a dar scacco ad un super magnate del malaffare globale e al suo potentato), che la sua progressione narrativa, penalizzata sovente nel ritmo da parentesi riflessive o esplicative, a dar fiato ai contendenti fra un certame e l'altro. Relativamente macchinoso e un tanto arrangiato anche il comparto degli effetti speciali, con numerosi combattimenti risolti alla buona o in sede di montaggio, e un discreto numero di ralenti che, privati della loro imponderabilità-in-punta-di-matita, vanno in relativo anonimato ad ingrossare la pletora di espedienti simili a spasso per le scene d'azione di mezzo mondo di celluloide, ossia ad oggi, dopo l'ennesima riproposizione, ad aggiungersi al novero degli accorgimenti molesti.

Permane così - e in sintesi - l'impressione di un esperimento condotto a mo' di prova generale di un più impegnativo (si spera) progetto a venire. L'inerzia pare già propendere per un rilancio al tavolo grosso, a giudicare almeno dall'incoraggiante prima mano riscossa dal film di Kitamura. E nel 2017 il criminale più simpatico del mondo compie i suoi primi cinquant'anni...
TFK 

domenica, marzo 13, 2016

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Tideland di Terry Gilliam, (UK-Canada, 2005)

FERMO IMMAGINE - MUSEO DEL MANIFESTO CINEMATOGRAFICO MILANO. TATOOCINEART


TattooCineArt
“Lo spirito del tatuaggio dalla tradizione all’immaginario cinematografico”
12-25 marzo 2016 a Fermo Immagine-Museo del Manifesto Cinematografico Milano


È stata inaugurata sabato 12 marzo la mostra “TattooCineArt”, curata da Sara Perucchini e con la collaborazione alla comunicazione di Giulia Scuffietti, ospitata all’interno della sala principale del ricco e curato Museo del Manifesto Cinematografico-Fermo Immagine in via Gluck 45 a Milano.
La mostra si prefigge lo scopo di raccontare un’affinità elettiva tra arte del tatuaggio e sue influenze nel mondo cinematografico. L’occasione è anche quella di osservare l’opera di un gruppo di giovani e affermati tatuatori operanti tra Milano e Pavia: Pry, Gallo, Ivan Fungus, Geno, Theo, Stizzo, Claudia Ferrarini, Roberto Borsi (in arte Horibudo Primo, maestro tatuatore italiano secondo la tecnica tradizionale giapponese Tebori), Marco Spugna e Marco Marini (che non ha esposto tavole, ma si esibirà in body painting).
La mostra è composta da quattro isole, più un’esposizione di tre manifesti cinematografici, disposte per lasciare un ampio spazio tra l’una e l’altra, anche per dare modo al visitatore di ammirare la collezione permanente delle locandine e dei manifesti cinematografici che abbracciano tutta la storia del cinema mondiale.
Ogni isola di “TattooCineArt” è un totem corredato da spiegazioni sulla storia e l’arte del tatuaggio, da alcuni disegni dei tatuatori e da locandine di film significativi per l’utilizzo del tatuaggio.
Nella prima isola, dove s’inizia a raccontare la storia e la filosofia della mostra, i film a cui si fa riferimento sono: “L’uomo illustrato” (1969) di Jack Smight con Rod Stiger, tratto dai racconti dello scrittore americano Ray Bradbury, dove i tatuaggi che coprono il corpo del protagonista rappresentano il racconto di avvenimenti passati e futuri; “Tattoo” (2002) di Robert Schwentke, un thriller di produzione tedesca, il cui interesse è la descrizione della tecnica Tebori compiuta da un famoso maestro giapponese e che un collezionista è disposto a tutto pur di ottenere i lembi di pelle tatuati. Un lato del totem è dedicato a tre film giapponesi inediti, dove il tatuaggio è rappresentato nella sua forma originale per abbellire il corpo delle geishe (“Tattooed” di Hideo Sekikawa; “Hirezumi” di Yasuzo Masumura) e dall’altro invece una versione horror, dove prendono vita succhiando l’anima della donna (“Hirezumi, lo spirito del tatuaggio” di Yoichi Takabayashi). Nell’ultimo lato del totem vediamo “Red Dragon” (2002) di Brett Ratner con il serial killer psicopatico, tratto dal romanzo di Thomas Harris, che si identifica con il dragone rosso tatuato sulla schiena e vuole trasformarsi in esso. Ultimo film inserito per una curiosità, è il capolavoro di John Carpenter “1997 – Fuga da New York”: se nella pellicola il serpente è tatuato sul ventre di Plissken (Kurt Russell), al contrario nella locandina è sul suo braccio e così appare in tutte, non avendole cambiate neppure dopo l’uscita del film.

Nella seconda isola si possono ammirare molti disegni di Oni, che nel folklore giapponese rappresentano delle creature demoniache simili agli orchi della tradizione occidentale. Nella cultura giapponese però la loro figura è ambigua, visto che le loro effigi sono usate anche per tenere lontano il male. Sono raffigurate molte varianti di queste creature a opera di Roberto Borsi (alias Horibudo Primo) e di Gallo. Il collegamento con il cinema lo si ha con “Star Wars: episodio I – La minaccia fantasma” (1999) di George Lucas, dove Darth Maul, il cavaliere Sith del lato oscuro della Forza, ha il volto completamente tatuato e assomiglia a un Oni.

Nella terza isola, invece, abbiamo la descrizione di come si realizza un tatuaggio di grandi dimensioni che copre una parte importante del corpo (l’intera schiena) e che raffigura una fenice, dove sono resi visibili i vari passaggi: dalla scelta del soggetto, al disegno preparatore, al disegno sul corpo, alla sua colorazione, alla rifinitura dei dettagli, all’ultima aggiunta degli occhi che rappresentano l’anima del tatuato. Si possono osservare i disegni di vari tatuatori sullo stesso soggetto con differenti stili e la comparazione tra Old School e New School, dove nel primo prevalgono i colori rosso, nero e bianco, con poche linee essenziali e semplici, mentre nella seconda scuola c’è una maggiore ricchezza del disegno e delle linee e una saturazione dei colori. Il legame con il cinema lo abbiamo con il film “Uomini che odiano le donne”, il cui titolo originale “The Girl with the Dragon Tattoo” nel remake di David Fincher è riferito al tatuaggio che ha la protagonista Lisbeth Salander.

Nella quarta isola si continua con il soggetto femminile che nelle locandine classiche dei film dovevano attrarre il pubblico maschile al cinema. Ma qui abbiamo il poster di “Hunger Games” (2012), dove è raffigurata la forte figura dell’eroina Katniss Everdeen con un tatuaggio tribale che le copre l’intero avambraccio. Nel film, Jennifer Lawrence doveva sottoporsi al disegno del tatuaggio, mentre l’attore protagonista, al contrario, era costretto a coprire i suoi veri tatuaggi visto che il personaggio non li aveva. Di nuovo c’è un utilizzo del tatuaggio come strumento profilmico. Abbiamo anche la locandina di “Southpaw” (2015), con tatuaggi che rappresentano episodi della vita del protagonista. Sul totem poi ci sono i disegni di volti di donne creati dai tatuatori.

L’ultima parte della mostra è composta da tre manifesti di film: “Educazione Siberiana” (2013) di Gabriele Salvatores; “Wanted” (2008) di Timur Bekmambetov; “Alabama Monroe” (2014) di Felix Van Groeningen. Se il primo raffigura la storia di un tatuatore, descrivendo disegni e simboli slavi, tra l'altro, molto criticati dalla stampa russa come frutto di fantasie non vere; nel secondo la protagonista, interpretata da Angelina Jolie, sfoggia nei panni del personaggio molti tatuaggi autentici,   rappresentativi di momenti e ricordi della propria vita. Anche in “Alabama Monroe” la protagonista è una tatuatrice che utilizza il corpo come una tela per illustrare la sua vita e come la Jolie (nella realtà) ricopre i vecchi tatuaggi con i nuovi, assecondando i passaggi nodali della storia personale.
Mostra originale, in un gioiello di museo, che merita davvero una visita da parte dei milanesi e anche dai turisti che vengono a Milano, cui possono dedicare un’ora del loro tempo per gustarsi un’oasi di bellezza e arte.
TattooCineArt mostra dal 12 al 25 marzo 2016 dalle 15 alle 19 (chiuso il lunedì), Museo del Manifesto Cinematografico – Fermo Immagine, via Gluck 45 Milano. Biglietti: 5€ intero – 3€ ridotto www.museofermoimmagine.it info: museofermoimmagine@gmail.com

Antonio Pettierre

sabato, marzo 12, 2016

SOLO PER IL WEEK END

Solo per il Week End
di Gianfranco Gaioni
con Alessandro Roja, Stefano Fresi, Francesca Inaudi, Marina Rocco.
Italia, 2015
Genere, commedia
Durata, 

Del periodo buio vissuto dalla commedia italiana siamo tutti più o meno a conoscenza. Non molto tempo fa c’era stata, però, tra i vari Brignano, Bisio e Ruffini - solo per citarne alcuni – un’eccezione che portava il titolo di “Smetto quando voglio” (2014).

Sulla stessa lunghezza d’onda del film di Sibilia sembra essersi posto “Solo per il week end”, commedia che gioca sulla sudditanza psicologica che i mercati internazionali soffrono - nello specifico quello italiano - nei confronti di quello americano. Accade dunque che una valigetta proveniente da Las Vegas arrivi a Milano rendendo il fine settimana del protagonista - scrittore mediocre, imbottito di psicofarmaci e che non soddisfa la consorte né in intimità né in altre sfere - due giorni in cui si susseguono vicende da gangester-movie. Se da un lato risulta vincente la scelta di esorcizzare il genere tramite i modi della commedia, mancano invece alcuni picchi drammaturgici - in specie troppo lento l’avvio - e appare evidente il poco riguardo nei confronti della direzione degli attori.

Nonostante questi difetti, in ogni caso, va detto che il film di Director Kobayashi  - scanzonato pseudonimo di Gianfranco Gaioni – appare fondamentale per segnalare un cambio di direzione necessario nella produzione di commedie nostrane, che sarebbe il caso proseguisse sulla scia di film come “Smetto quando voglio” e “Solo per il week-end” piuttosto che su quella dei cinepanettoni e dei sottoprodotti ad essi legati.
Antonio Romagnoli

FOREVER YOUNG

Forever Young
di Fausto Brizzi
con Fabrizio Bentivoglio. Sabrina Ferilli, Teo Teocoli, Stefano Fresi
Italia, 2016
genere: commedia 
durata: 95'


Giorgio è un uomo di quasi cinquant'anni, con una fidanzata che potrebbe essere sua figlia. Diego è un dj ultracinquantenne, dipendente di Giorgio, che deve fare largo ad un millennial forte dei suoi milioni di "mi piace". Angela è una 48enne divorziata che, un po' a sorpresa, si ritrova coinvolta in una relazione con un 19enne. Franco infine è un ultrasessantenne che pratica tutti gli sport in maniera ossessiva, in perenne corsa contro il tempo che passa. 
Il tratto comune è evidentemente quello anagrafico e la caratteristica dominante di questi baby boomer intorno al mezzo secolo è il loro rifiuto di venire a patti con l'avanzare dell'età. Ci sono anche cinquantenni in pace con se stessi, come Stefania, la fisioterapista di cui Giorgio si innamora, ma a prevalere è la smania di eterna giovinezza preannunciata dal titolo. 
Fausto Brizzi torna alla regia affrontando, anche da sceneggiatore, uno dei temi più caldi della contemporaneità, in un'Italia che non fa lascia spazio ai giovani,  ma al contempo non esita a considerare troppo vecchio chi abbia da poco superato la mezza età. In parte Brizzi riesce nel suo obiettivo, ma troppo spesso tende a edulcorare gli aspetti più dolorosi, evitando abilmente l'amarezza e la paura che, invece, sono intrinseche all'argomento. Contrariamente a "Perfetti sconosciuti", che  rivoltava più e più volte il coltello nella piaga con un'ironia tragica, "Forever Young" tratta il tema in maniera molto prudente e, potremmo dire, politically correct. C'è differenza fra una lettura critica, o una satira sociale, e una rappresentazione che si accontenta di far sorridere, anziché suscitare una risata amara. 


L'unico che ha il coraggio di rendersi consapevolmente ridicolo è Bentivoglio: per questo, forse, l'unica trama che ha un epilogo veramente interessante è quella che vede protagonista Giorgio. La storia più divertente, invece, perché veramente grottesca, è la parabola di Diego, che può contare sulla vis comica di Lillo e sul sostegno di un cammeo straordinario: quello di Nino Frassica nei panni di un prelato adibito a misurare la compatibilità di Diego con un'emittente radiofonica religiosa. Le battute migliori del film sono quelle che giocano sul contrasto fra vintage e postmoderno: "Dove lo trovi il tempo di fare la pasta a mano?" "Non ho Facebook". E da tempo non si sentiva un'allusione sessuale tanto delicata come: "Da quant'è che non metti la puntina sul vinile?". Ma se il contrasto da illustrare era quello fra il nuovo che avanza contro il vecchio che non molla, il linguaggio del racconto avrebbe dovuto essere meno classico e lo spazio per il nuovo, in termini di soluzioni creative e di coraggio nell'essere scomodi e sgradevoli, più ampio.
Riccardo Supino

10 FESTIVAL DEL CINEMA DI ROMA - SOLO PER IL WEEK END: INCONTRO CON IL REGISTA, LO SCENEGGIATORE E IL DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA

Abbiamo incontrato Director Kobayashi, Giacomo Berdini e Scott Toler Collins, rispettivamente regista, sceneggiatore e direttore della fotografia di “Solo per il week end”.


Si è discusso, per prima cosa, sulle scelte tecniche/fotografiche che hanno permesso di caratterizzare visivamente il film. Girato con la red dragon, l’immagine edulcorata ha permesso a Collins di sviluppare la fotografia parallelamente al crescendo della sceneggiatura. Non è mancata occasione per discutere – e concordare – con lui circa la superiorità tecnica, ad oggi, della pellicola rispetto al mezzo digitale.
Berdini ha invece precisato il lavoro fatto sullo sviluppo dello script, lavoro caratterizzato da due questioni fondamentali: la prima riguarda la drammaturgia, che evita sempre uno sviluppo classico/scolastico diventando sempre imprevedibile, con tutti i pregi ed i rischi che ne conseguono; la seconda questione riguarda l’umorismo modellato su toni specificatamente americani – difatti si attinge molto alla comicità tipica, ad esempio, de “I Simpson” o de “I Griffin” -.
Con Kobayashi – pseudonimo di Gianfranco Gaioni – il discorso parte dal processo produttivo che, essendo lui stesso coinvolto in prima persona, si è rivelato essere, paradossalmente, l’aspetto più semplice di tutti. Costato meno di un milione di euro – cifra modesta se si considerano la quantità di location, attori e comparse – e girato in sei settimane, si pone l’accento su quanto sia stata divertente la vita sul set, con gli attori resi parte attiva del processo creativo – anche qui con tutti i rischi che ciò comporta -. Kobayashi, formatosi nel mondo degli spot pubblicitari, non nasconde la sua passione nella musica – complici le cuffie beats-solo che porta sempre appese al collo – e ci confessa di aver ascoltato molto spesso, prima delle riprese, i brani composti dal bravissimo Stefano Milella; la componente audio è difatti uno dei punti di forza del film, e Kobayashi specifica che nel mondo degli spot pubblicitari, non a caso, l’immagine viene montata sulla musica e non viceversa.  Più pessimista, ma risolvibile in funzione di ciò che si diceva prima, l’approccio riguardo il circuito distributivo nostrano, problematica che impedisce ai tanti autori emergenti di avere visibilità – lo stesso film di Gaioni soffre problemi di natura distributiva -.
Alla domanda “Cosa fa, in sostanza, un regista?”, Kobayashi risponde che un regista è semplicemente uno che si diverte a raccontare storie: vista l’eccezionalità che “Solo per il week-end” rappresenta sul panorama nazionale, speriamo che il nostro si diverta, e ci faccia divertire, raccontando molte altre storie.
Antonio Romagnoli

venerdì, marzo 11, 2016

L'ODORE DELLA NOTTE

L'Odore della Notte
di Claudio Caligari
con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Giorgio Tirabassi
Italia, 1998
genere, drammatico
durata, 92'


Il noir italiano può fregiarsi di un numero cospicuo di autori e titoli di consistenza davvero importante, avendo esemplarmente dato vita ad uno dei generi minori più frequentati nel cinema di genere. Il decennio che anticipa lo scoccare del ventunesimo secolo sembra essersi appropriato, per meriti storici di non poca importanza, di un modo di fare cinema che si sviluppa con sempre maggior aderenza alla realtà, pur continuando nel solco dell’aderenza al modus operandi cinematografico classico, permettendo sperimentazioni ulteriori del mezzo filmico soprattutto in epoche recenti (si vedano i casi delle opere a regia Stefano Sollima o Francesco Munzi). La frenesia che accompagna l’azione, tipica di tale genere, si ravvede nella prima metà della seconda opera di Claudio Caligari, il regista da poco scomparso che oltre a L’Odore della notte ha posto la propria firma anche su Amore Tossico ed il postumo Non essere cattivo): il ritmo è piuttosto concitato e permette una comprensione adeguata dello script proposto, lasciandoci immergere immediatamente nel vivo della storia.

L’incipit presenta in medias res uno degli elementi fondamento di questo film, ovvero gli inserti di rottura della “quarta parete”, quella particolarissima metodica adoperata solamente in poche occasioni (in tempi recenti sia nella serialità televisiva cult – House of Cards, dove ad usufruirne era il perfetto Underwood/Spacey – sia nella cinematografia, indipendentemente dal genere – Deadpool ed i siparietti ironici del protagonista) ma che dona immediatamente un’impronta di originalità all’opera che ne approfitta. La banda viene presentata come un ideale prototipo, sgangherato e molto meno organizzato, dei malviventi protagonisti di Romanzo Criminale, all’interno della quale tutti sembrano agognare ad un nuovo colpo per meri intenti personali, uscendovene alla prima possibilità. Remo, al quale da volto il carismatico Mastandrea, si fa trait d’union in voice over del gruppo e ne presenta i singoli componenti al pubblico, in una curiosa miscela di titoli in sovraimpressione, voice over dello stesso e rottura della quarta parete – a mo’ di interrogatori su asettici fondali – degli interessati: Maurizio e Roberto completano la primordiale terna borgatara, lasciando ben presto il posto a quei reietti di matrice pazzoide che Remo avrebbe voluto tenere il più lontano possibile dall’azione criminale congiunta. 

Il reclutamento del Rozzo comporta una deriva violenta delle rapine utile, tuttavia, a sventare il riutilizzo di personaggi di dubbia provenienza (probabilmente fratelli di quei Cesare, Enzo e Roberto motori primi immobili di quel brodo criminale primordiale che risponde al nome di Amore Tossico) e permettendo all’ex agente di polizia di liberarsi dei propri demoni acquisiti in servizio e dare libero sfogo alla sua carica psicologica. Il tratteggiamento caratteriale prosegue di pari passo con il metaforico, in un continuo rimando di giochi metalinguistici davvero meritevoli: se da un lato la Roma inquadrata da Caligari sembra assomigliare moltissimo ad un mashup visivo con inserti dall’atmosfera intrinsecamente macchiata di rosso Argento (il grigiore, le inquadrature ed il Tevere de La terza madre) e di pioggia nera come la pece (gli acquazzoni onnipresenti in Suburra), dall’altro il regista mostra interessanti frammenti di problematiche della vita quotidiana riflessi nella vita romana. La vita dei componenti di questo sgangherato trio-quartetto si macchia progressivamente di reati in crescente ordine di ferocia, incrostando le loro anime al pari del fornello davanti al quale Remo si blocca ed inizia a riflettere su ciò che quei ragazzi sono diventati; il furto si mischia col terrorismo, la necessaria ma vana ricerca di una nuova identità con la sempre maggior frequenza di indispensabili rituali purificatori (il lavarsi le mani tinte di sangue provando, in qualche modo, a ripulire le proprie coscienze) oltre alla dose di metalinguismo che piomba sulla scena con i manifesti dei giornali, con la rottura volontaria del televisore e l’inserto musicale ad opera di un Little Tony curiosamente utile alla narrazione. 

Le note di Cuore Matto e Cicale si differenziano in uno score musicale particolare che si unisce alla bella fotografia notturna del Calvesi responsabile in futuro delle luci di Mine Vaganti e Non essere Cattivo. Caligari abusa, senza stancare, in carrellate e si avvicina ai personaggi voyeuristicamente, scorgendone i passi tra fessure che si aprono in muri e cancelli, all’interno del film più cinematografico della sua trilogia, non lesinando in rimandi ed omaggi (il simil-trunk shot tarantiniano e la scena del vomito già apparsa nel suo primo film). Se la pioggia e l’acqua di fonte laveranno i peccati dalle anime dei protagonisti non ci è dato saperlo, ma Caligari espia questi ragazzi di borgata senza moraleggiare, li fa confessare senza rimorso e ce li avvicina più di quanto ci saremmo aspettati.
Alessandro Sisti

mercoledì, marzo 09, 2016

WEEKEND

Weekend
di Andrew Haigh
con Tom Cullen, Chris New
UK, 2011
genere, drammatico
durata, 96'


In parte per ragioni spiegabili con il successo internazionale di “45 anni”, premiato a Berlino con un doppio riconoscimento ad entrambi gli interpreti, in parte per il dibattito sui contenuti della legge che anche nel nostro paese dovrebbe assicurare parità di diritti alle cosiddette coppie di fatto, capita che l’uscita nelle sale di quello che è stato il primo film di Andrew Haigh, girato nel 2011 e meritoriamente distribuito dalla Teodora a partire dal prossimo giovedì, sembra fatta apposta per restituire il giusto significato all’argomento in questione, ingiustamente svilito dagli opportunismi della lotta politica. Raccontando il breve incontro tra Russell e Glen, conosciutisi per caso in una serata come tante, e pronti a condividere l’intimità delle rispettive esistenze in uno scambio di corpi e di parole, “Weekend” infatti non si limita a mettere in scena il delicato romanticismo d’un amore appassionato e struggente come quello che coinvolge i due ragazzi. Perchè, oltre alla miscela di fatalismo e carnalità che ci si aspetta di vedere in un’attrazione certamente fatale ma anche monca, a causa dell’imminente trasferimento di Glen negli States, “Weekend” non manca di riflettere sulla condizione di solitudine derivata dall’identità sessuale dei protagonisti.


Che, attraverso le rispettive differenze caratteriali – Russell timido e introverso, tende a soffocare i propri sentimenti a differenza di Glen che non perde occasione per esternali in maniera provocante – consentono a Haigh di inquadrare il discorso all’interno di un umanesimo che tiene conto degli aspetti pubblici e privati della questione omosessuale, e che per questo riesce a riprodurre uno spaccato esistenziale se non esaustivo quantomeno realistico del narrato. In linea con quanto distribuito nelle nostre sale, e, per esempio, infinitamente più casto di un film come “Lo sconosciuto del lago”, quello di Haigh seppur schematico nella progressione narrativa ha il pregio di anteporre le emozioni alla militanza, avendo dalla sua una regia che, nella contrapposizione tra l’anonima desolazione del paesaggio urbano e l’accogliente peculiarità degli ambienti famigliari, trova il modo di misurare la distanza dei protagonisti da quel mondo che continua a respingerli.

icinemaniaci.blogspot.com

10 FESTIVAL DEL CINEMA DI ROMA - ROOM

Room
di Lenny Abrahamson
Brie Larson, Jacob Tremblay, Sean Bridgers
UK, Canada, 2015
genere, drammatico
durata, 


Se del cinema di Lenny Abrahamson si volesse trovare il motivo conduttore, bisognerebbe cercarlo nelle risonanze emotive che le sue storie mettono in circolo. A partire da "Garage", il lungometraggio che lo rivelò al pubblico italiano,  tutti i suoi film sono infatti la somma dei sentimenti che i personaggi mettono in campo. Succede così anche con "Room", appena passato all'edizione numero dieci festival di Roma, come testimoniano al termine della proiezione i molti occhi ludici che accompagnano il deflusso degli spettatori. D'altronde non potrebbe essere altrimenti quando a pungolare l turbamento ci si mettono la sensibilità di un regista che nel recente passato è stato capace di esaltare  il divo Fassbender facendolo recitate con il volto coperto da una maschera di cartone (succedeva in "Frank", girato nel 2014) e soprattutto l'empatia di una sodalizio attoriale, in grado di ricreare senza alcuna forzatura e in due momenti successivi, dapprima le condizioni d'isolamento e di costante privazione conseguenti al sequestro patito da una madre e dal suo figlioletto, costretti a vivere per più di cinque anni nello spazio angusto  della stanza in cui il loro rapitore li ha segregati. E, dopo la rocambolesca fuga che gli ha permesso di sottrarsi alle grinfie del proprio aguzzino, di rappresentare le difficoltà del processo psicologico che un po' alla volta permetterà a  Jack e sua madre una parvenza di felicità.  A dispetto di una simile vicenda, a suscitare il pathos dello spettatore infatti non sono tanto le caratteristiche di una storia che dal punto di vista visivo si allinea alla tendenza di certo cinema contemporaneo di ricreare quell'onnipotenza dello sguardo ereditata dai reality , che anche qui mette lo spettatore nella posizione di dominare le vite dei personaggi, sottomessi per forza di cose all'imperscrutabile curiosità di un osservatore esterno.
Perché in "Room" a fare la differenza è la determinazione con cui la mdp si mantiene in equilibrio tra la necessità di raccontare una storia  e la volontà di diventare un  tutt'uno con gli stessi personaggi, aiutandoli nel tentativo di portare in superficie il  rimosso di un'esperienza difficile da dimenticare.


Così facendo a riempire lo schermo più che il succedersi degli avvenimenti - di fatto condensati nel prima e dopo che separa la prigionia dalla ritrovata libertà - sono le liturgie dei gesti minuti che accompagnano l'immutabilita' di quelle giornate, il linguaggio del corpo che registra gli improvvisi cambi d'umore o un lembo di luce che si infrange sulle parenti della casa prigione. Alludendo alla reclusione fisica e soprattutto mentale delle due protagoniste, emotivamente bloccate all'interno di quel mondo fittizio che in assenza di quello reale è servito a farle sopravvivere, "Room" trova concretezza nella presenza forte ed equilibrata  di due interpreti che  rispondono ai nomi  di Jacob Tremblant, davvero commovente nella parte del piccolo Jack  e della madre Brie Larson, finalmente impegnata in un ruolo da protagonista  che le mancava  dall'edizione 2013 del festival di Locarno, dove l'avevamo ammirata nella parte di un'assistente per ragazzi problematici nell'ottimo "Short Term 12". 



Due performance che definire da Oscar parrebbe esagerato anche in virtù di uno sforzo  produttivo che punta più sugli effetti indotti dai passaparola che a quelli suscitati  da investimenti promozionali segnati dalle limitazioni tipiche di un film indipendente e low budget; se non fosse che "Room" per il crescendo dell'evoluzione drammaturgica, destinata a trovare compimento in un epilogo  conciliante e consolatorio e l'universalità del sentire, che  tutto sommato ribadisce i valori tipici dell'istituzione famigliare sembrerebbe perfetto per incontrare la volontà dell'Academy di premiare un cinema si coraggioso ma comunque condivisibile a qualsiasi latitudine. Chissà che il miracolo non possa accadere, magari preceduto dal premio del pubblico assegnatogli dal Festival di Roma. Insieme al film di Gabriele Mainetti (Lo chiamavano Jeeg Robot) quello di Abrahamson è in pool position per la vittoria finale.
(pubblicata su ondacinema.it)          

martedì, marzo 08, 2016

ZOOTROPOLIS

Zootropolis
di Byron Howard
con Ginnifer Gudwin, Jason Bateman, Paolo Ruffini, Frank Matano
USA 2016
genere: animazione
durata, 108'

La coniglietta Judy Hopps, con disappunto dei genitori che la vorrebbero coltivatrice di carote, frequenta l'accademia di polizia e parte per la grande città, Zootropolis, dove tutti possono essere ciò che vogliono. Indagherà di testa sua su un caso di sparizioni, tirandosi dietro con un ricatto il truffatore Nick Wilde, volpe poco di buono, ma meno ingenuo di lei. L'utopia politicamente corretta di "Zootropolis" traballerà, e così faranno i preconcetti di entrambi.
E, con i loro, forse anche i nostri; ci aspetteremmo da Zootropolis solo divertimenti personaggi antropomorfi in stile "Robin Hood", ma il film di Byron Howard non è solo questo:  contiene una  ricca quantità di gaG, che costituisce, forse, l'aspetto maggiormente positivo di tutto il film.. Per tranquillizzare le aspettative più classiche, possiamo confermare quello che si deduce dai trailer: un ridicolmente lento bradipo allo sportello della motorizzazione è geniale, un club di animali nudisti è gustoso e paradossale, il tripudio di idee scenografiche in Cinemascope è avvolgente, la cura di design e animazione dei personaggi è all'altezza della casa. Tutto quello che si cerca per i bambini c'è, però allo spettatore non rimane solo questo.
"Zootropolis" non rinnega il sogno, la forza dell'etica e della positività, la fede nei propri ideali di giustizia e la ricerca della felicità, ma li colloca in alto, in cima a una montagna di difficoltà concrete tutta da scalare, senza più fate, principi azzurri o certezze incontrovertibili. Lo urla anche il bufalo-capitano a Judy: "Questa non è una favola, questa è la realtà, cosa credevi?". La forza del copione non sta nel condurre lo spettatore in un percorso di semplicistica accettazione del diverso, che non sarebbe poi una novità nell'animazione cinematografica. La storia procede in senso inverso, partendo da una convivenza apparentemente idilliaca tra animali prede e predatori, demolendola via via e infine recuperandola come conquista né facile né definitiva, bensì quotidiana.


E' impossibile, guardando "Zootropolis", non pensare a tolleranza, convivenza multietnica, strategie della paura, femminismo, evoluzione dell'individuo e della società. Bisogna fare, tuttavia, attenzione a non fraintendere: con tempi di lavorazione di tre anni, non potrebbe mai ammiccare a tristi recenti traumi collettivi, men che meno a polemiche più scottanti sul rapporto tra legge e natura. Se però un adulto non riesce a controllarsi e riempie le metafore aperte di "Zootropolis" con le proprie paure, i propri sogni e le proprie ideologie, questo avviene perché Judy e Nick non sono solo una coniglietta e una volpe caricaturali, ma incarnano tipi umani, come molto realistiche sono le scene che li vedono raccontare esperienze d'infanzia o cercare, teneri con le loro umanissime e contagiose lacrime, di venire a capo delle dinamiche di una società. "La vita è complicata", concluderà Judy: "Zootropolis" non vuol dire a noi o ai nostri figli cosa o come pensare, vuole soltanto ricordarci l'importanza di farlo, in uno stile che ricorda molto quello di Esopo.
Riccardo Supino

lunedì, marzo 07, 2016

LEGEND

Legend
di Brian Helgeland
Tom Hardy, Emily Browing,Christopher Ecclestone
UK, 2015
genere, biografico, thriller
durata, 131'


Per capire l'importanza che i gemelli Ronald e Reginald Kray rivestirono nell'immaginario del mondo anglosassone basterebbe rammentare che nella prima versione filmata dell'incredibile ascesa  che, a partire dagli sessanta, e per circa un ventennio, li porto' a dominare la scena malavitosa della capitale britannica  ("The Krays - I corvi", 1990), a impersonare i gangsters dell' east end londinese erano stati Martin e Gary Kemp, rispettivamente bassista e chitarrista degli Spandau Ballet, il gruppo inglese che negli anni ottanta fece battere il cuore di milioni di teen agers. Una scelta  non certo dettata dalle qualità attoriali degli interpreti, frequentatori poco memorabili dei set cinematografici, ma che fu piuttosto la conseguenza della volontà del regista Peter Medak, intenzionato a sfruttare il glamour e la fascinazione legate all'iconografia dei due musicisti, per ricreare quell'alone di ricercatezza e di riconoscibilità che accompagnò la scalata al potere dei temibili fratelli. I quali,  bisogna dirlo, non si fecero mancare nulla ne in termini di strategia criminale, basata sulla sistematica eliminazione del resto della  concorrenza e sulla forzata complicità' di importanti figure del panorama politico istituzionale, ne in termini di vita sociale, portata avanti ai massimi livelli attraverso la frequentazione del bel mondo londinese che soleva ritrovarsi nel locale notturno gestito dai fratelli.   

Un mix di violenza e spettacolarità che, dal punto di vista drammaturgico, fa si che "Legend" possa contare da una parte sul contrasto caratteriale dei protagonisti, uniti da un legame indissolubile ma distanti sia sul piano della personalità (omosessuale dichiarato, Ron era affetto da disturbi mentali) che su quello della predisposizione mentale, con Reggie  differente dal gemello  per la visione pragmatica e imprenditoriale della sue "attività"; dall'altra sul pathos prodotto dal tormentato  e romantico legame che  contraddistinse l'unione tra  Reggie e la bella e fragile  Frances, la donna che sarebbe diventata sua moglie e che nel corso della loro relazione avrebbe cercato  - senza successo - di convincere il marito a non lasciarsi coinvolgere dalle tendenze autodistruttive dell' imprevedibile fratello.


Diretto da Brian Helgeland che prima di "Legend" era stato coinvolto in qualità di sceneggiatore -  di "L.A. Confidential" e "Mystic River" - e poi di regista - di "Payback" con il Mel Gibson dei tempi migliori - in progetti impegnati a declinare le diverse modalità  della crime story, il film si inserisce a pieno titolo nel revival di quel modello di biopic  che da un po' di tempo e a vario titolo imperversa sugli schermi delle nostre sale. Però a differenza di una  tendenza generale che si  è appiattita su estetiche tipicamente televisive e, che in certi casi procede - senza averne la credibilità - con un taglio da resoconto documentaristico, "Legend" si muove  in direzione opposta, smarcandosi dal proposito di perseguire  istanze di un realismo a qualunque coso,i come pure da qualsivoglia tentazione di matrice  divulgativa, per abbracciare un dispositivo che privilegia la spettacolarità della messa in scena e il culto dellaperformance attoriale. Nel primo caso, sfoltendo i momenti di riflessione e di approfondimento  sulla materia filmica, sostituiti da una sovraesposizione degli elementi attinenti  alla violenza - sempre in primo piano quando si tratta di rendere "giustizia" alla determinazione  dei fratelli Kray - e al bizzarro, rappresentato dagli inserti che ci ragguagliano sul comportamento maniacale di Ron, e sulle conseguenze prodotte dai suoi loop mentali. Nel secondo, realizzando una plusvalenza di carisma e di divismo nello sdoppiamento dell'ottimo Tom Hardy che, nel duplice ruolo di Ron e Reggie, rende merito alle proprie credenziali, diventando strumento di quella capacità di meravigliare ( vedere per credere la perfezione con cui l'attore, all'interno della medesima scena riesca ad essere altro da se, rapportandosi  con un doppio che per lui non sembra essere tale ) che appartiene al cinema fin dai tempi dei fratelli Lumiere. Passato un po' in sordina nell'ultima giornata della festa del cinema di Roma  appena conclusasi, "Legend" si guarda tutto d'un fiato e  senza pentirsi di averlo fatto.
pubblicato su ondacinema.it