giovedì, dicembre 10, 2020

L'INCREDIBILE STORIA DELL'ISOLA DELLE ROSE

L’incredibile storia dell’isola delle rose

di Sydney Sibilia

con Elio Germano, Matilde De Angelis, Leonardo Lidi

Italia, 2020

genere: commedia, drammatico

durata: 117’

Da poco sbarcato su Netflix “L’incredibile storia dell’isola delle rose” è il nuovo film di Sydney Sibilia prodotto dalla Groenlandia, casa di produzione fondata nel 2014 dallo stesso regista insieme a Matteo Rovere. Con la stessa i due si sono aggiudicati numerosi riconoscimenti per tanti grandi titoli italiani, uno su tutti la trilogia di “Smetto quando voglio”.

“L’incredibile storia dell’isola delle rose”, come suggerisce il titolo, è davvero una storia incredibile che sembra assurda e completamente inventata, ma che, invece, è verissima.

La vicenda si basa, infatti, su qualcosa di realmente accaduto. Bisogna tornare indietro al 1968 per incontrare Giorgio Rosa, un ingegnere, ma soprattutto un sognatore, che, un giorno, decide di costruire un’isola, o meglio una piattaforma, al di fuori delle acque italiane. E intorno alla realizzazione e alla trasformazione di quest’ultima in uno stato indipendente con una propria lingua ufficiale, una moneta e dei francobolli ruota la vicenda che vede protagonisti Giorgio e Gabriella soprattutto, ma anche tanti altri personaggi.

Giorgio Rosa, interpretato da un Elio Germano in formissima, non è solo un ingegnere, ma, come detto, è un sognatore e un ragazzo come tanti altri che, per amore, sembra disposto a tutto, anche a costruire di sana pianta un’isola sulla quale abitare o comunque far confluire persone provenienti da molteplici luoghi.

Come affermato dallo stesso regista, quella che è stata mostrato sullo schermo è la verità, seppur, in taluni frangenti compressa o dilatata. Inventare alcuni frangenti avrebbe probabilmente limitato la sceneggiatura perché si sarebbe interrogata sulla veridicità di determinate situazioni. Invece la caratteristica principale della pellicola è proprio il fatto che racconta una storia autentica dove tutto è reale. La forza, poi, sta nel modo che Sibilia ha di raccontare questa assurda vicenda. Con una strizzata d’occhio al suo cinema in particolare, divertente, spiritoso, spigliato e diretto soprattutto ad un pubblico giovane.

Disseminato di velata (ma neanche troppo) ironia, “L’incredibile storia dell’isola delle rose” risulta una commedia piacevole che si fa apprezzare. Dopo un inizio completamente diverso dal resto della storia, freddo e straniero, siamo immersi in un’atmosfera più colorata e scanzonata. Un’atmosfera più estiva che riesce a rappresentare nel migliore dei modi quello che è stato il 1968.

Elemento non di poco conto è la veridicità degli attori e quella con la quale tutti si sono approcciati per rendere ancora più reale una storia vera a tutti gli effetti. A tal proposito l’accento bolognese di Germano è solo uno dei punti di forza. Ad arricchire il tutto anche gli altri personaggi, dagli amici ai politici dell’epoca rappresentati quasi come delle maschere.

La sorte, infelice, dell’isola sembra essere l’unico aspetto che distanzia il prodotto di Sibilia dalla storia. Se infatti l’isola è stata abbattuta poco dopo la sua creazione, nonostante gli sforzi e le proteste del suo creatore e di tutti i “seguaci”, la commedia distribuita da Netflix sembra avere tutte le carte in regola per imporsi sul pubblico, al pari di altri titoli dello stesso autore, e rimanere a galla nel grande e vasto catalogo della piattaforma. E non solo.

Veronica Ranocchi

lunedì, dicembre 07, 2020

NOELLE

Noelle

di Marc Lawrence

con Anna Kendrick, Bill Hader, Shirley MacLaine

USA, 2019

genere: commedia, fantastico

durata: 100’

Un po’ di Natale e di spirito natalizio è proposto dalla Disney con la nuova uscita “Noelle”. Una sorta di rivisitazione, in chiave moderna, della storia di Babbo Natale.

Il film è ambientato al Polo Nord dove vive la famiglia di Babbo Natale. Purtroppo quest’ultimo è scomparso prematuramente cinque mesi prima di Natale e adesso a prendere il suo posto c’è il figlio, Nick Kringle, incaricato di distribuire i regali a tutti, mentre la sorella minore Noelle ha il compito di mantenere vivo lo spirito natalizio e aiutare, per quanto possibile, il fratello.

Nick, però, non sembra convinto del proprio compito e Noelle gli suggerisce di prendersi una piccola vacanza per il fine settimana. Lui parte, ma non fa ritorno alla fine del weekend. A tornare è solamente una delle sue renne e Noelle si trova costretta ad ammettere di aver dato dei consigli un po’ fuorvianti. Per questo, e anche per il fatto che viene nominato, dagli anziani del posto, il cugino Gabe per prendere il posto di Babbo Natale, Noelle decide di mettersi alla ricerca del fratello e di partire per andare a tentare di convincerlo a tornare. Insieme a lei parte anche la tata Polly e le due atterrano in un centro commerciale. A questo seguono altre avventure, come l’incontro con Jake, investigatore privato assunto per cercare Nick. Grazie alla conoscenza con il figlio dell’uomo, Noelle capisce ben presto di riuscire a parlare in tante altre lingue, compresa quella dei sogni e di sapere cose che nessun altro è in grado di sapere. Una volta trovato Nick, diventato maestro di yoga, cerca di convincerlo a tornare sui suoi passi, raccontandogli tutto, ma non riuscendo a sortire l’effetto sperato. Ma non tutto è perduto perché l’atmosfera natalizia è sempre piacevole e positiva e solo l’idea del Natale, solitamente, riesce a sistemare qualsiasi problematica.

Una commedia per tutta la famiglia che non riesce ad emergere rispetto alle tante altre con le quali è costellato il panorama cinematografico natalizio.

Una nuova rivisitazione della storia di Babbo Natale che niente aggiunge, né in un modo né in un altro. La grande novità è sicuramente la presenza di una ragazza ad incarnare la figura di Babbo Natale che può essere una chiave di lettura moderna interessante, ma che, al di là dei soliti cliché non racconta niente.

A poco valgono i siparietti comici che contrappongono il mondo “magico” in cui vive Noelle e quello reale dove si ritrova catapultata alla ricerca del fratello. Oltre ai regali che un bambino desidera, e che, quindi, la ragazza e la sua famiglia sono costretti a conoscere, sono tanti altri gli strumenti, gli oggetti e i luoghi che Noelle ignora. Momenti divertenti che strappano una risata, ma che sono inevitabilmente e inesorabilmente destinati a cadere nel dimenticatoio.

Peccato perché se il guizzo iniziale della storia e le premesse sembrano orientare la storia in direzioni magiche e inaspettate, alla fine quello che risulta è un classico prodotto da vedere, ma solo una volta.


Veronica Ranocchi

domenica, dicembre 06, 2020

NORMAL PEOPLE

Normal people
di: Larry Abrahamson e Hattie Macdonald 
(da un romanzo di Sally Rooney) 

 con: Daisy Edgar-Jones, Paul Mescal, Sarah Greene, Aislin McGuckin, Frank Blake, Leah McNamara, Eanna Hardwicke 

 Stag. I ep. I-XII [durata media: 28’ ca./ep.] 
- Irl, 2020 - 



Inside me I feel alone and unreal 
and the way you kiss will always be 
a very special thing to me 
— Syd Barrett — 

 
Se è vero che, a stringere, ogni azione e relativo aire, ogni progetto e connessa risoluzione, è riconducibile a una qualche forma di passione intesa come insopprimibile moto interiore, allora è possibile farsi un’idea di cosa parliamo quando parliamo d’amore - per una volta alla larga tanto dalla miseria ideologica del cinismo contemporaneo che utilizza le relazioni come ennesimo addentellato autoritario allo scopo di avvolgere in un cellophane auto-assolutorio il disegno di mercificazione assoluta dell’esperienza umana (del resto oramai pressoché ultimato), quanto dalla tendenza ad appiattire le differenze e gli attriti in un ecumenismo melenso e subdolo che di quella mercificazione non è che il neurolettico alla portata di qualunque tasca - anche a partire da un frutto dell’ispirazione (nel nostro caso, una serie televisiva) conseguenza diretta di una genitura letteraria (un romanzo, dal medesimo titolo, dell’irlandese Sally Rooney, poi coinvolta nel ruolo di sceneggiatore), vale a dire questo “Normal people”, scabro dramma sentimentale distribuito, nella sua prima e attualmente unica stagione, su dodici episodi affidati dalla BBC Three e da Hulu alle mani di Lenny Abrahamson - quello di “Room” - e Hattie Macdonald. 



Connell Waldron/Mescal e Marianne Sheridan/Edgar-Jones frequentano, stessa classe, l’ultimo anno presso il liceo di Sligo, Irlanda (capoluogo dell’omonima contea situato a nord-ovest dell’isola verde e affacciato su una baia). Lui vive, poco fuori città, nel paese (immaginario) di Carricklea, in un appartamento assieme alla madre Lorraine/Greene, giovane donna che lavora a servizio presso le dimore borghesi del posto (tra cui proprio la villa di proprietà della famiglia di Marianne). Calmo, gentile e riservato - “Tu sai sempre bene quello che pensi. Per me non è così. La maggior parte delle volte non so cosa voglio”, confida a Marianne durante uno dei loro primi e non superficiali scambi di vedute - Connell divide il suo tempo tra l’apprendimento (è un avido lettore e uno studente brillante) e il calcio gaelico (in cui si distingue anche grazie a un fisico longilineo ma prestante) nel cui campionato di categoria milita difendendo i colori della scuola. Comprensivo e disponibile, Connell dissimula l’innata irresolutezza (forse anche figlia della mancanza della figura paterna) grazie a una sorta di equidistanza enigmatica ma possibilista che stimola la curiosità - in specie quella femminile - e alimenta la già spontanea fiducia nei suoi confronti da parte di chi gli sta intorno. D’altro canto, di famiglia agiata quanto affettivamente inerte - la madre, Denise/McGuckin, avvocato di clienti facoltosi, è algida e parca di parole; il fratello maggiore, Alan/Blake, non lesina nei suoi confronti uno stizzito disprezzo, combinazione perversa di presunzione impotente e malcelata invidia; il padre, scomparso, pare non fosse estraneo a episodi di violenza domestica - Marianne, sottile, occhi scuri, di incarnato madreperlaceo, è un carattere altrettanto schivo epperò travagliato da una più sfaccettata inquietudine. Per natura poco incline alle amicizie, riflessiva e di spiccata sensibilità, come sovente accade agli animi scopertisi prematuramente avvezzi a stare sulla difensiva tende ad assecondare una vena sarcastica con risvolti aggressivi che la relega, sia agli occhi dei coetanei che a quelli degli sbigottiti insegnanti entrambi ogni volta presi in contropiede dal suo intercalare allusivo/provocatorio quanto pure formalmente ineccepibile, al rango della stramba della situazione, circostanza, quest’ultima, cui di norma consegue l’accollo di punizioni inflittele dal corpo docente a mo’ di fiducioso strumento dissuasivo contro le reiterate intemperanze verbali. Non stupisce, pertanto, che le giornate si concludano talvolta in meste passeggiate solitarie, a braccia conserte, lungo le vie al tramonto parimenti desolate della cittadina o, allo stesso modo, non è raro che i pasti si consumino senza interlocutori all’interno degli ambienti fin troppo quieti di una grande e bella casa. Entrambi circospetti ma per quelle sintonie imperscrutabili che sembrano ogni volta organizzarsi allo scopo di avvicinare in un modo o nell’altro gli spiriti concordi, tra l’altro accomunati da particolari affinità elettive - ritrosia, composto ritegno in equilibrio sul crinale di una flemmatica sociopatia, scarsa autostima, il timore del giudizio altrui, il gorgo dei sensi di colpa, quelli e questi tenuti in frizione dalla perspicacia, dalla capacità di osservazione e immedesimazione al cui fondo riposa integro ma vulnerabile un indomabile bisogno di lealtà; più di tutto, animati dalla pretesa - quindi esposti all’ispessimento del margine di delusione a tale pretesa sottintendibile - di non accontentarsi, per quanto in apparenza allettante sia, di un’anima che non sia davvero gemella - Connell e Marianne prendono a frequentarsi - e a scoprirsi - a dispetto e all’insaputa di tutti, casuale e complice l’intercessione involontaria di Lorraine la quale, una volta terminate le mansioni nella dimora degli Sheridan, preparandosi al ritorno a casa, concede a Connell, nel frattempo e come da consuetudine sopraggiunto in auto a prelevarla, qualche minuto - dapprima imbarazzato, poi via via sempre più educatamente confidente - di conversazione privata con Marianne. Il resto lo fa la speranza in un sollievo alla frustrazione di sentirsi sempre fuori posto e il prepotente appetito dei corpi. E da qui all’amore il passo è breve, sebbene duplice e non necessariamente in linea retta: sensuale, schietto, scevro da qualunque reticenza (come da ogni ombra di volgarità nella sua rappresentazione tanto esplicita quanto dolcemente intima), quando gli viene concessa la possibilità di ritagliarsi quella magia fragile ma esaltante in grado di escludere il mondo degli uomini e la sua greve reiterazione; impacciato, esposto all’equivoco, zavorrato da dubbi e insicurezze, allorché si perde l’attimo in cui manifestare la disponibilità ad affidarsi completamente all’altro. 

A stratificare in senso conflittuale i termini di un rapporto di certo sincero ma appesantito all’origine da un vago ma persistente alone di sfiducia (assimilabile alla stanchezza coestensiva all’affanno che permea un’intera Civiltà, quella Occidentale, giunta allo stadio terminale anche nella sua dimensione emotiva: approdo, il predetto, tra i possibili, del cosiddetto fallimento del futuro e, a rimorchio, del Capitalismo, assurto/retrocesso a vero e proprio disagio psichico), oltreché da un comprensibile sentimento di inadeguatezza - vista l’età e nonostante lo spessore umano dei contraenti (sovente impegnati a ribadire, anche in pubblico, la superiorità intellettuale dell’altro) - interviene il carnevale ambivalente delle consuetudini quotidiane - in specie l’incalzare dei doveri o, per meglio dire, delle aspettative che quei doveri implicano, a cui è onesto sommare, per fortuna ancora nella forma di un pegno la cui reale portata non può essere sul momento quantificata, l’attraversamento di una prima linea d’ombra, quella che sancisce l’uscita dal giardino incontaminato della prima giovinezza - dopo il liceo ulteriormente ampliate e quindi rese allo stesso tempo più stimolanti ma anche più contundenti dalla decisione - quasi inerziale per Connell, pur nell’evidenza dei suoi meriti; nella logica delle cose a cui è abituata e si ritiene consone a lei, per Marianne - di affrontare il Trinity College a Dublino, abbandonando la provincia e con essa i parenti e - almeno per Connell - gli amici. A margine di corsi di Letteratura per lui - che più o meno convintamente coltiva sogni da scrittore - e di Scienze Sociali per lei, la tensione e la chimica che malgrado tutto li avevano tenuti sulla stessa orbita prendono a diluirsi negli orari diversi, nelle nuove conoscenze e relative altalenanti infatuazioni (tutto sommato deludenti - Connell - a volte addirittura umilianti - Marianne. “Con te era diverso”, gli confessa un giorno al tavolo di un bar. “Non dovevo fare giochetti” dice, alludendo alla triste pantomima sadomasochista che si è autoinflitta. “Era già reale”), nella calcificazione di fastidiosi dissapori che macchiano la tenerezza e il fervore di un passato recentissimo con la diffidenza e l’insinuante rancore del presente [confuso e insicuro, Connell, tra le altre cose, non invita Marianne al ballo delle Debs (omologo del Prom americano) che suggella l’esperienza liceale, ammettendo, qualche tempo dopo, roso dal rimorso ma sincero fino all’autolesionismo, che non aveva proprio avuto intenzione di farlo, preferendo alla sua presenza quella di Rachel/McNamara, una delle bellezze della classe, verso cui non provava nessun serio trasporto. Marianne: “Mi avresti portato al ballo delle debuttanti, poi ?”. Connell: “A essere sincero… no”]. Si intacca e si smarrisce, così, l’incanto del primo incontro ma non quel sentirsi reciproco che li aveva irretiti nell’eterna illusione di rappresentare l’uno il completamento dell’altra e viceversa, in un equilibrio spontaneo e armonico le cui sembianze elusive altrove e nel quotidiano non riescono mai a rintracciare - confermando, semmai ce ne fosse bisogno, i limiti di quell’aporia dolorosa che ci assedia come Cultura quantomeno dalla speculazione greca - e che, sempre, ciclicamente, li costringe a cercarsi, a (ri-)vedersi, per provare a condividere ancora i rispettivi sentieri interrotti. Neanche l’avvicendarsi delle circostanze - il conseguimento per entrambi di una borsa di studio; il periodico ritrovarsi con o senza nuovi compagni a fianco (assistiamo anche - e poteva essere altrimenti ? - a uno struggente interludio vissuto sullo sfondo di incantevoli paesaggi nostrani durante il più tipico dei britannici viaggi in Italia culminato poi in un mesto ritorno in patria sulle note inermi di “Love will tear us apart” dei Joy Division); la solitudine amara che conduce Connell a patire istanti di angosciata depressione (resi ancor più tetri dalla notizia riguardante il suicidio di uno dei suoi più cari amici d’infanzia, Rob/Hardwicke) e Marianne a scendere ulteriori gradini verso il disgusto di sé e l’atonia, fino a constatare ciò che forse ognuno aveva sempre saputo in cuor proprio ma non aveva mai provato a dire. Marianne: “Non mi sento mai sola quando sono con te”. Connell: “Non credo di essere mai stato davvero felice prima di averti conosciuto” E: “Noi vediamo il mondo in modo simile” - annullerà, infatti e del tutto, questa scommessa di riconoscere nell’altro/-a qualcuno in grado di riscattare l’inesorabile destino mortale dei giorni, anche se, per contro, nemmeno tale speciale prossimità potrà evitare l’insorgere di nuove incognite e di nuove sofferenze. 

Il rischio di ogni narrazione sentimentale, come sopra accennato e a maggior ragione durante questa nostra penosa fine che non finisce mai di finire che, da un lato, rimastica ogni afflato allo scopo di risputare qualcosa da convertire, illico et immediate, in moneta o in generica transazione remunerativa; dall’altro, in apparente contraddizione ma per medesima finalità, non fa che agitare senza costrutto e sempre con esiti speciosi e/o consolatori e/o semplicemente stupidi il gran lavorìo delle passioni umane davanti a un uditorio oramai assuefatto a qualunque presunta alzata d’ingegno, è più che altro quello di risultare insignificante al momento stesso in cui ci si azzarda a mettervi mano. Isterismi, patetismi, idiozie, colpi bassi, ammicchi, esagerazioni assortite, superficialità spacciata per concretezza e adesione allo spirito del tempo, pseudo-trasgressioni, indigesti pastiche e pistolotti moralistici affossano, difatti e nella stragrande maggioranza dei casi, quello che è il discorso che ci riguarda più da vicino e ci differenzia come specie, a dire la vertigine e l’abisso di fare dono di sé all’Altro. Ebbene: “Normal people” non è uno di questi casi. E in prima istanza proprio perché rivendica sin da subito la normalità dei suoi assunti, ovvero l’importanza di restituire alcuni campioni del genere sapiens al di là della tentazione di rivestirli dal punto di vista spirituale di una versione migliorata (e spettacolarmente appetibile) di sé stessi. Particolare meno banale di quello che può sembrare, l’intenzione perseguita dagli autori, concentrata nel far risaltare, grazie all’insistenza indagatrice dei primi piani (non di rado muti, assorti o come disorientati dalla propria stessa titubanza) e alla assertività disadorna dei dialoghi (appunto mai enfatici anche quando portano con sé, ad esempio, la durezza di stati d’animo conflittuali o scorati, al punto da apparire più indifesi che polemici, e per tacere del meraviglioso tono evocativo/erratico a essi impressi dalla pronuncia anglosassone, di preferenza chiusa sulle vocali e dura sulle consonanti, con buona pace dello sfinente miagolìo somministratoci da quasi tutto ciò che proviene da oltreoceano), il tratto comune e consuetudinario di una esperienza sovrapponibile a quella di ipotetici innumerevoli altri secondo il viatico di una subitanea e orizzontale immedesimazione, sgombra il campo della messinscena cinematografica, mano mano che si sviluppa l’iterazione del racconto e in ragione di una semplice ma precisa torsione espressiva, tanto dalla retorica ricattatoria e fondamentalmente fasulla delle passioni-sublimi-per-animi-sublimi quanto dalla componente melodrammatica che giustappone, sovente per mera inerzia accumulativa, scene madri e sconvolgenti agnizioni. Marianne e Connell, in altre parole, giungono a confessarsi di essersi scelti reciprocamente senza ricorrere all’armamentario dialettico/comportamentale a cui ci ha abituato una prassi che per lo più vede nell’apologo romantico il rifugio idilliaco (e innocuo) delle anime belle o la tavolata iper-calorica per i palati ingenui, mentre la vita autentica si consuma/consumerebbe altrove, ossia e manco a dirlo sui palcoscenici spietati dei do ut des mercantili e delle astuzie inconfessabili del Potere. Al contrario i due (e quindi la scrittura che ne sostiene la progressione drammaturgica delle scelte e delle azioni) non si dilungano in spiegazioni, non lasciano trasparire l’ambizione a un possesso esclusivo, non si usano vicendevolmente e opportunisticamente come sfogatoi a portata di mano, non piantano bandierine per ipotecare il domani. Le tensioni, il desiderio, lo sconforto, la soddisfazione corrono in via privilegiata sulla linea dei loro sguardi, sulle dita che si cercano o si evitano nel frastuono di una discoteca o di un pub, nei lunghi silenzi che possono o no preludere a un bacio sotto cieli il più delle volte grigi o durante i rari rifiati clementi nel regalare il conforto di una morbida luce obliqua, nella cura oblativa mostrata dai piccoli gesti, dalle attenzioni minute, oppure fanno mostra di sé, si rivelano, infine, ma allora ci si trova già in quello spazio a parte che prevede la presenza di due sole creature, l’istante in cui la richiesta di trascendere la propria finitezza trova tregua nello splendore passeggero della carne, nella sua intesa segreta, prefigurando ancora una volta il campo di applicazione di quella congettura così misteriosa e così umana che proprio uno dei personaggi carveriani richiamato in apertura, a modo suo, tenta di circoscrivere: “Non saprei”, dice. “Bisognerebbe conoscere i particolari. Ma forse quello che stai dicendo tu è che l’amore è qualcosa di assoluto”.
TFK

ELEGIA AMERICANA

Elegia americana

di Ron Howard

con Glenn Close, Amy Adams, Gabriel Basso

USA, 2020

genere: drammatico, biografico

durata: 117’

Disponibile sulla piattaforma Netflix, “Elegia americana” è il nuovo film di Ron Howard.

Una storia non troppo semplice e scontata quella messa sullo schermo dal regista statunitense. Partendo dall’omonimo libro di memorie di J. D. Vance, Howard cerca di delineare quello che per questa famiglia, ma in generale anche per molte altre, è il sogno americano. E lo fa in una chiave moderna, attraverso uno scontro generazionale che mette a confronto tre visioni della vita diverse, ma che si vanno inevitabilmente ad incontrare.

J. D., ormai adulto, è un ex marine, studente di giurisprudenza sul punto di ottenere il lavoro dei suoi sogni. Purtroppo un problema familiare lo costringe a tornare sui suoi passi e rimettersi in contatto con la famiglia che ha sempre voluto dimenticare. In particolare riceve una richiesta d’aiuto dalla sorella che lo informa delle condizioni sempre più precarie della madre che sta lottando con una dipendenza. J. D. decide, quindi, di tornare ad aiutare quello che resta della sua famiglia e attraverso il suo viaggio di ritorno a casa, ripercorre, nella propria memoria, quella che è stata la sua adolescenza, soprattutto insieme alla nonna, l’unica in grado di aiutarlo veramente facendolo crescere e portandolo, seppur in maniera talvolta aggressiva, a compiere delle scelte in previsione di un futuro più roseo.

Quello che era nato come un breve viaggio con il solo scopo di dare una mano alla sorella senza dover tornare nel turbine di emozioni nel quale ha sempre vissuto, si trasforma per il protagonista in una sorta di viaggio di formazione, alla scoperta di sé e di chi lo circonda. Non è più il lavoro in sé il suo più grande e importante obiettivo, ma capire chi è veramente e cosa desidera dalla propria vita. Il lavoro diventa, quindi, il mezzo necessario per poter aiutare qualcuno e porre fine a una situazione che, fin da troppo tempo, è in stallo. Spesso in contrasto, sia con la madre che con la nonna, J.D. cerca comunque di provare a capire e accettare la propria famiglia che, come ricorda all’inizio, è disposta a qualsiasi cosa pur di proteggere i propri membri. La situazione, però, instabile della madre Bev mette costantemente a dura prova il figlio, sia da giovanissimo che nel momento in cui ritorna. E pone l’accento, seppur in maniera talvolta esagerata e tragica, sulle differenze generazionali.

Nonostante queste premesse la storia sembra non riuscire mai a decollare veramente. La sensazione è quella di una vicenda a tratti troppo lenta che non suscita mai un reale interesse nello spettatore. Troppa regolarità e troppa normalità, seppur i personaggi siano portati all’estremo, soprattutto quelli della madre e della nonna, per una storia che avrebbe tutte le carte in regola per emergere e differenziarsi da altre. Invece, alla fine, quella di J. D. risulta una storia come un’altra, destinata a non essere ricordata.

Da segnalare, però, le interpretazioni più che convincenti di due attrici incredibili che sono riuscite a rappresentare tutte le difficoltà e tutte le sfaccettature di due personaggi complessi. Risultare credibili (e molto somiglianti fisicamente) rappresentando due persone che portano agli antipodi anche le loro stesse emozioni e i modi di fare era tutt’altro che semplice. Ma loro ci sono riuscite in maniera egregia. Arriverà una candidatura sia per Glenn Close che per Amy Adams? Sicuramente i momenti più interessanti della pellicola sono proprio quelli che le vedono protagoniste con monologhi o dialoghi, la maggior parte dei quali, in contrasto, che evidenziano la versatilità di due grandi nomi hollywoodiani che ancora non hanno ottenuto il giusto riconoscimento. Sarà la volta buona, almeno per una di loro?

Veronica Ranocchi

sabato, dicembre 05, 2020

LA FOTO DELLA SETTIMANA

 

Quarto Potere di Orson Welles (backstage)

38 TORINO FILM FESTIVAL. ANTIDISTURBOS

Inserito nella sezione Le stanze di Rol curata da Pier Maria Bocchi Antidisturbos racconta il lato oscuro della Spagna dei nostri giorni con uno stile a metà tra Sidney Lumet e Kathryn Bigelow. A dirigerlo un grande come Rodrigo Sorogoyen.


Come ogni festival che si rispetti anche il Torino Film Festival  presenta in anteprima la sua serie televisiva. Nel farlo però conferma il solco di una tradizione, quella dell’ex Festival dei giovani che riesce a fare a meno del nome altisonante per puntare decisi  alla qualità dell’offerta.

Un’affermazione la nostra vera solo in parte perché in Spagna il nome di Rodrigo Sorogoyen è di quelli da tempo associati al meglio della sua categoria e per quanto ci riguarda uno dei pochi in grado di unire sensibilità artistica e gusto dell’intrattenimento.

Specialista dei generi (El reinoLa madre) Sorogoyen li frequenta con spirito militante approfittando della popolarità del mezzo per raccontare con attitudine non conciliante la Spagna del suo tempo e nel caso di Antidirburbos per continuare a farlo nella direzione intrapresa con El Reino, ovvero portando a galla meccanismi e dinamiche della corruzione all’interno dell’elemento statuale.

Una pandemia, questa, talmente diffusa e risaputa in ogni dove da consentire al regista di metterla in scena attraverso elementi narrativi essenziali (avidità e potere sono desideri sufficienti a rendere verosimile la decadenza del contesto) utili a evitare troppe spiegazioni e tali da consentirgli di dare il meglio di se nella messa a punto dei meccanismi di causa effetto atti a scatenare la tensione e nella fattispecie il climax emotivo derivato dalla verosimiglianza delle scene d’azione in cui la cosiddetta società degli uomini ( e il suo machismo) mette in scena la parte più oscura del suo retaggio. Prova ne sia quella che apre il primo episodio in cui dopo breve introduzione ci si ritrova insieme alla squadra di poliziotti antisommossa alle prese con l’esecuzione di uno sfratto complicato dall’opposizione di un gruppo di inquilini inferociti.

Le indagini causate dell’incidente mortale occorso a uno dei dimostranti  però è solo l’inizio – almeno questo è quello che si intuisce dalla visione dei primi due episodi – di una vicenda che dal manipolo di agenti protagonisti della vicenda si allarga a macchia d’olio sul resto della compagine istituzionale in uno scontro tra poteri forti destinata ancora una volta a far pagare lo scotto agli ultimi anelli della catena.

Dotato della capacità di sintesi necessaria a soppesare immagini e parole Sorogoyen si muove tra Sidney Lumet e Kathryn Bigelow, in un dialogo continuo tra pubblico e privato, tra pensiero e azione destinato a trovare coerenza nella sensazione generale  di cupio dissolvi che certifica l’atto di accusa nei confronti della società spagnola contemporanea.

Prodotto dalla spagnola Movistar, Antidisturbos conferma la bontà di una selezione come quella messa insieme da Pier Maria Bocchi ne Le Stanze di Rol contenitore di alcuni dei film più originali e interessanti visti in questo festival.

Carlo Cerofolini

(pubblicato su taxidrivers.it)

BOTOX VINCE il 38 TORINO FILM FESTIVAL. LA RECENSIONE DEL FILM DIRETTO DA KAVEH MAZAHERI

Vincitore del 38 Torino Film Festival Botox dell’iraniano Kaveh Mazaheri racconta con realismo allegorico e un fare beffardo le vicende di un paese che cerca di cambiare faccia alla propria storia. Con scarsi risultati.


Botox del regista iraniano Kaveh Mazaheri  e il racconto di una bugia che diventa verità. Abituato per ragioni di censura a raccontare sotto forma di metafora il cinema iraniano ha sviluppato una capacità  sconosciuta ad altre filmografie che è quella di trasformare le azioni del quotidiano in un caleidoscopio di allusioni e di rimandi alla verità nascosta delle cose.

Dunque anche la forza di un film come Botox non sta tanto nella superficie dell’intreccio incentrato sull’afabulazione con cui due sorelle tentano di non rivelare la morte del fratello quanto sulla capacità della storia di diventare altro senza mutare le forme della sua narrazione se non nella sfasatura temporale relativa al flash back dell’antefatto che precede l’inizio della storia. 

In questo senso a essere protagonista è il tempo storico, evocato in primis da quello cinematografico generato dai piani sequenza scelti dall’autore per far muove le immagini. Il presente del paese si oppone ai suoi trascorsi rievocando fantasmi veri o presunti attraverso la piega assunta dal corso degli eventi e dunque dall’assunzione di responsabilità da parte della compagine femminile (il nuovo che avanza) proiettata in una sfera di auctoritas di norma assegnata alla controparte maschile (depositaria delle antiche logiche), qui scalzata e sostituita nella conduzione dell’attività clandestina (una piantagione di funghi allucinogeni) che dovrebbe cambiare le fortune economiche delle parti in causa.

Anteponendo le logiche del profitto a quelle del cuore come dimostra la mancata elaborazione del lutto da parte delle due donne distratte dal perseguimento della “venal prece” Botox diventa quasi beffardo quando si tratta di tirare le somme ai tanti spunti messi in campo. Esemplare a tal proposito la sequenza ambientata nella sala d’spetto della clinica di bellezza in cui vediamo Akram, la maggiore delle due sorelle, seduta in mezzo a due clienti con in volto il bendaggio conseguente all’iniezione della tossina botulinica: al cortocircuito tra modernità e tradizione data dal gap tra le vestigia provinciali dell’una e la mondanità cosmopolita delle altre si somma l’allegoria di un paese che cerca letteralmente di rifarsi la faccia (da qui il titolo del film) senza però riuscire a coprire le vecchie magagne. In concorso al Torino Film festival Botox è risultato il film vincitore aggiudicandosi anche il premio per la miglior sceneggiatura scritta dallo stesso regista.   


Carlo Cerofolini

(pubblicato da Taxidrivers.it)

giovedì, novembre 26, 2020

LA VITA DAVANTI A SE'

La vita davanti a sé

di Edoardo Ponti

con Sophia Loren, Ibrahima Gueye, Renato Carpentieri

Italia, 2020

genere: drammatico

durata: 105’

Un ritorno sugli schermi (seppur non cinematografici, considerando l’attuale situazione) per una Sophia Loren che rappresenta, come sempre una certezza.

“La vita davanti a sé” di Edoardo Ponti è l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Romain Gary. Era già stato portato sullo schermo, ottenendo anche grandi riconoscimenti come l’Oscar la miglior film straniero, da Moshé Mizrahi nel 1977.

Quello di Ponti è un riadattamento che, nel complesso, dà vita ad un film godibile, ben fatto, con interpretazioni convincenti (quella della Loren su tutte), ma che non riesce ad andare oltre o a dare quel quid in più allo spettatore.

A Bari Madame Rosa è un’anziana donna che, dopo essere sopravvissuta all’Olocausto, ha deciso di ospitare in casa propria i figli di prostitute. Su suggerimento del suo fidato medico, Rosa decide di ospitare anche Momo, un bambino di origini senegalesi con il quale, fin da subito, si instaura un rapporto conflittuale. Tra i due ci sono troppe differenze: l’età, la religione, l’etnia e il modo di vivere. Momo, infatti, non intende seguire le regole e vivere come un bambino qualunque, ma si ritrova ben presto a lavorare per uno spacciatore.

Col passare del tempo, però, tra Momo e Madame Rosa tutto comincia a cambiare e i due iniziano ad instaurare un rapporto di reciproco rispetto e affetto. Complice la malattia di Rosa che alterna momenti di lucidità a momenti di smarrimento, il legame con Momo si fa ancora più intenso, tanto da portarlo a prendere delle decisioni importanti perché consapevole che quello che gli ha insegnato la donna, seppur in poco tempo, non lo aveva imparato da nessuno.

A differenza del romanzo e del film del 1977 quella che viene delineata da Ponti non è più una storia di formazione che parte da Momo e si sviluppa intorno alla sua figura, guardando il mondo dal suo punto di vista. Quello che vediamo in “La vita davanti a sé” è la nascita di un rapporto indissolubile tra due persone che, seppur distanti sotto tutti i punti di vista, riescono ad incontrarsi e a fare affidamento l’una sull’altra. Un legame, però, che in parte risulta difficile per lo spettatore date le troppe divergenze tra i due. Il fatto, per esempio, che Momo inizi ad instaurare un legame affettivo così forte con Madame Rosa dopo un tempo relativamente breve fa, per certi versi, storcere il naso perché sicuramente avrebbe avuto bisogno di più tempo per essere più vicino al reale. E anche l’età troppo avanzata della donna non aiuta nell’immedesimazione della nascita di un rapporto del genere, che sarebbe stato sicuramente più comprensibile e più plausibile, come nell’originale, se la donna avesse avuto l’età di un’ipotetica madre.

Niente da dire sulle interpretazioni, sempre molto convincenti e vicine al reale. Il piccolo Momo cerca di mescolare i vari aspetti del suo carattere in maniera efficace e quindi si alternano momenti in cui appare come il duro e irremovibile ragazzino ribelle e momenti in cui viene fuori la sua tenerezza e il suo buon cuore. Il tutto condito da qualche battuta sarcastica e qualche parola di troppo. La figura di Madame Rosa, dal canto suo, nonostante l’età più avanzata rispetto all’originale, è il vero fulcro della vicenda, potendo contare su un’attrice del calibro di Sophia Loren, in grado di reggere l’intero film sulle proprie spalle.

Per certi versi, forse, un po’ troppo frettolosa come opera in generale. Sono tanti gli input che il film lancia e diverse le tematiche, ma si ha la sensazione che nessuna venga approfondita a dovere o comunque come meriterebbe. Ed è un peccato perché gli argomenti sono tutti incastrati in maniera corretta.

Nel complesso comunque si tratta di un film ben costruito e godibile, ma dal quale ci si sarebbe potuti aspettare di più.


Veronica Ranocchi

lunedì, novembre 09, 2020

CORPUS CHRISTI

Corpus Christi

di Jan Komasa

con Bartosz Bielenia, Aleksandra Konieczna, Eliza Rycembel

Polonia, Francia, 2019

genere: drammatico

durata: 116’

Candidato ai premi Oscar 2020 come miglior film internazionale, “Corpus Christi” è un film polacco del regista Jan Komasa.

Il protagonista è un ventenne, Daniel, che sta scontando la sua pena in un centro di detenzione. Vorrebbe farsi prete, ma questa possibilità gli è preclusa a causa della sua fedina penale. Ad un certo punto, però, grazie ad un permesso lavorativo, in qualità di falegname, viene inviato in un paese lontano dal riformatorio nel quale aveva vissuto. Qui, per una serie di equivoci e malintesi, invece di essere assunto come falegname, viene scambiato per un sacerdote. Lui non fa niente per smentire questa credenza e si ritrova a professare in questa piccola parrocchia, sostituendo temporaneamente l’anziano parroco del luogo.

Nonostante la trama, abbastanza semplice e lineare, non si può assolutamente affermare che si tratti di un film semplice, anzi. Fin dall’inizio e fin dalla costruzione del personaggio protagonista si comprende bene la dualità della storia e di ciò che essa vuole rappresentare.

Ispirato ad un fatto realmente accaduto in Polonia, dove una persona si è veramente spacciata per un sacerdote pur non essendolo, il film vuole andare oltre e non si limita a mostrare il fatto in sé. Attraverso il personaggio di Daniel, le sue scelte (non sempre ortodosse) e le sue “prediche”, per certi versi fuori dal comune, il giovane regista vuole far riflettere su più aspetti e sul dualismo tra giustizia ed ingiustizia.

Daniel sta cercando di dare una svolta alla propria vita, ma più di tanto non riesce e non può a causa della sua fedina penale. Quindi è giusto dargli una seconda possibilità, seppur con l’inganno oppure no? Fino al momento in cui decide di rimanere stabilmente in quella comunità, Daniel è sempre stato sfuggevole e ha sempre viaggiato molto, senza mai fermarsi in un luogo per più tempo e per riflettere. Quando, però, decide di stabilirsi nella nuova comunità che lo accetta, anche se in maniera scettica, inizia ad interessarsi a tutto quello che succede e cerca anche di rendersi utile in qualche modo, riportando a galla un evento che ha caratterizzato il luogo, turbato le persone portandole a propendere sempre verso un sentimento di odio e diffidenza. Si tratta di un incidente in cui hanno perso la vita sette ragazzi. E la domanda che tutta la comunità si pone è se sia giusto seppellire tutti i ragazzi nello stesso luogo, comprendendo sia le vittime che quello che viene etichettato come il responsabile. Daniel, attraverso questo fatto, cerca di prendere in mano la sua vita, compiendo delle decisioni che non sempre raggiungono il favore delle persone. Ricerca in qualche modo una giustizia a lui da sempre negata, nonostante l’ostilità di buona parte della popolazione.

A condire il tutto un’interpretazione più che autentica da parte di Bartosz Bielenia, interprete del protagonista, che, fin dai primi istanti, dà prova di saper gestire in maniera efficace il dualismo che percorre da sempre la vita di Daniel.

Un film forte, che non si nasconde dietro a un dito, ma che, in conclusione, sembra non arrivare a colpire direttamente lo spettatore (al di là della crudeltà di alcune scene e immagini).


Veronica Ranocchi

lunedì, novembre 02, 2020

SUBURRA - LA SERIE

Suburra – La serie

di Michele Placido, Andrea Molaioli, Giuseppe Capotondi, Piero Messina, Arnaldo Catinari

con Alessandro Borghi, Giacomo Ferrara, Eduardo Valdarnini

Italia, 2017-2020

stagioni: 1-3

episodi: 24

durata: 40-62

Dopo il grande successo del film che ha tentato di raccontare i segreti e le ombre di una Roma dove la criminalità la fa da padrona e dove bande e clan si scontrano per ottenere potere, soldi e supremazia, “Suburra” è approdata anche sul piccolo schermo con la prima serie italiana targata Netflix.

Nata, originariamente, come prequel del film di Stefano Sollima del 2015, “Suburra – La serie” finisce per distaccarsene e prendere un’altra strada.

Con la terza stagione conclusiva, da poco disponibile sulla piattaforma di streaming, si conclude anche il viaggio di Aureliano e Spadino.

Con le prime due stagioni avevamo imparato a conoscere i due personaggi, interpretati in maniera veramente convincente da Alessandro Borghi e Giacomo Ferrara, entrambi presenti anche nel film, insieme al personaggio di Lele, il giovanissimo figlio di un poliziotto che, a seguito di un episodio, si trova invischiato in una serie di circostanze particolari che lo fanno inevitabilmente alleare con Aureliano Adami, presunto padrone di Ostia, e Alberto “Spadino” Anacleti, di etnia sinti. I tre cominciano ad interessarsi sempre più al potere, mantenendo, in un modo o in un altro la loro alleanza, e scontrandosi con il temibile Samurai che sembra voler arrivare a possedere l’intero lungomare di Ostia. Tra alleanze, tradimenti, scontri e omicidi, la seconda stagione si era conclusa con la perdita di Lele, sopraffatto dalla situazione e costretto a suicidarsi per tentare di porre fine a tutto, e, quindi con il desiderio di vendetta da parte degli altri due protagonisti che, accompagnati dalle rispettive compagne, puntavano a sconfiggere Samurai, appropriarsi dei terreni e diventare i nuovi re di Roma. A tutto questo ovviamente va sommato anche una serie di situazioni e relazioni tra personaggi che possono cambiare le carte in tavola.

Con la terza stagione Aureliano e Spadino diventano a tutti gli effetti protagonisti assoluti di quella che è la conclusione (quasi) perfetta di un ciclo. I due passano dall’essere acerrimi nemici, a causa delle casate di appartenenza, da sempre in lotta, all’essere complici e amici fraterni. È chiaro ed evidente a tutti, Aureliano compreso, che il rapporto tra i due, per Spadino, potrebbe virare anche in qualcosa di più. Ma se inizialmente il duro padrone di Ostia reagisce in malo modo alla “dichiarazione” dell’altro, si fa perdonare con un comportamento che, seppur da duro, fa trapelare un grande rispetto e una grande stima per quello che considera, alla fine dei fatti, l’unico vero amico che ha. E, proprio per questo, più che una resa dei conti e la realizzazione di un thriller macabro, la terza stagione di “Suburra – La serie” è una ricerca di umanità, un approfondimento sui personaggi, sulle loro emozioni e sui loro rapporti. Ampio spazio, sempre per lo stesso motivo, anche alle due “regine” che affiancano i protagonisti in grado, in certi momenti, di rubare la scena ai compagni, dando prova di grande coraggio e carattere.

Pur rimanendo fedeli alla caratterizzazione dei personaggi, senza far compiere loro scelte assurde non in linea con quanto narrato fino a quel momento, la serie si distacca prepotentemente dal film dando vita a un buonissimo prodotto in grado di competere con tanti altri presenti sulla piattaforma.

Cast ben assortito che si sa muovere senza problemi in una Roma che non si limita solo a fare da sfondo, ma diventa la vera protagonista.

Una valida serie che nulla ha da invidiare ad altre, ma che, anzi, è in grado di dire la sua, facendo sicuramente leva sui due protagonisti che hanno dato vita a personaggi diventati subito iconici, a loro modo, ma sempre e comunque autentici.

Veronica Ranocchi

domenica, novembre 01, 2020

CON LA VERITA' DELL'ALLIGATORE DANIELE VICARI PORTA SULLO SCHERMO DI MASSIMO CARLOTTO

In anteprima ad Alice nella Città e dall 18 novembre su RaiPlay, La verità dell'Alligatore è il primo episodio di una miniserie coprodotta da Rai Fiction- Fandango.



La verità dell’Alligatore Daniele Vicari ovvero quando si dice che oramai le serie televisive non hanno nulla da invidiare ai prodotti cinematografici. Il pensiero va subito a quelle realizzate negli Stati Uniti in molti casi in grado di ben figurare anche sul grande schermo e non solo su quello delle varie piattaforme. Fa dunque piacere poter dire la stessa di un progetto nostrano e nella fattispecie del primo dei quattro episodi della serie dedicata alle avventure di Marco Buratti alias L’alligatore, il detective privato inventato dalla penna di Massimo Carlotto, dal 18 novembre in programma su RayPlay e in anteprima assoluta ad Alice nella Città che per presentarlo ha scelto una location speciale come La Nuvola di Fuksas, facendo dell’eccezionalità architettonica di tale spazio il riflesso di un lavoro altrettanto speciale poichè pensato con sguardo, durata e struttura narrativa simili al corrispettivo cinematografico. In aggiunta bisogna sottolineare come i fatti narrati ne La verità dell’Alligatore – questo il titolo del primo segmento – non sono solo il frutto di una storia autoconclusiva ma anche il risultato di un minutaggio uguale a quello di un film. Particolari non trascurabili soprattutto in termini drammaturgici dal momento in cui La verità dell’alligatore assume su di se la responsabilità di tenere alta la tensione e stimolare l’empatia senza avvalersi della possibilità di stimolare il coinvolgimento del pubblico attraverso l’apertura di filoni narrativi lasciati in sospeso in vista delle puntata successiva. Detto ciò il suddetto episodio ha dalla sua il vantaggio di raccontare un personaggio fuori dall’ordinario a partire dalla mancanza dei titoli utili all’esercizio della sua professione (normalizzazione che lo rende ancora più vicino allo spettatore) unita al fatto di far coincidere la peculiarità del paesaggio italiano (Padova e d’intorni suggellati da campi lunghi onnicomprensivi) con i topoi del noir americano di cui però La verità dell’Alligatore accentua la componente di disperazione fornita dalla laconica desolazione del territorio lagunare in cui si rifugia il protagonista oltreché dai “bovarismi” di una provincia in lotta con i propri fantasmi. 

Per trasformare la letteratura in cinema Vicari (showrunner dell progetto diretto insieme a Emanuele Scaringi) si avvale della squadra di sempre – dal produttore Domenico Procacci al direttore della fotografia Gherardo Gossi – e della sceneggiatura di Andrea Cedrola e Laura Paolucci optando per un approccio diretto e meno espressionista di altre occasioni a partire dall’uso di luci trasparenti e dunque poco contrastate, volte a suscitare un punto di vista sul male della condizione umana più “refertuale” che introspettivo. Pur affondando senza reticenza nel cuore del problema mostrandone le bassezze e i contorcimenti La verità dell’alligatore stempera la tragedia con l’oggettività della messinscena e il romantico disincanto del protagonista e di quello molto più risoluto e per certi versi tarantiniano offerto da Beniamino Rossini (Thomas Trabacchi), riuscendo a filmare il racconto assecondando le malinconie delle note jazz and blues che accompagnano le serate alcoliche del protagonista al quale l’ottimo Matteo Martari oltre alla risaputa fisicità regala una gamma di sfumature congrue alla complessità di un personaggio destinato a conquistare il cuore dello spettatore. Abituato ad associare l’impegno tematico alla tensione narrativa Vicari continua a raccontare gli eroismi delle persone comuni. In televisione lo aveva già fatto con Prima che la notte: La versione per immagini dei romanzi di Carlotto proseguono nella stessa direzione. 
Carlo Cerofolini 
(pubblicata su taxidrivers.it)

IlL MIO CORPO. CONVERSAZIONE CON MICHELE PENNETTA

Nel raccontare l’incontro di due solitudini, Il Mio Corpo di Michele Pennetta narra il senso di rifiuto vissuto da Oscar e Stanley, protagonisti di una storia di quotidiana emarginazione. Vincitore del premio Rosetta ad Alice nella Città


Volevo partire iniziando a parlare con te del tema dell’integrazione. Al di là della scena finale, le immagini de Il mio corpo riescono a unire persone di cultura diversa più di quanto riesca a farlo la società. Oscar e Stanley sono entrambi esuli dalla propria famiglia e più in generale dalla società che li ha lasciati ai margini. 

 In realtà, come dici tu, sono due persone che per quanto lontane, anche dal punto di vista geografico, si ritrovano a vivere nello stesso territorio La cosa che fin da subito mi ha affascinato, e per la quale ho deciso di mettere in risonanza i loro destini, è che entrambi hanno lo stesso sentimento di rifiuto – inteso nel senso più ampio del temine – impresso nei loro volti. Un sentimento derivato dalla consapevolezza di vivere una vita già decisa da altri. Nel caso di Oscar, dai genitori; in quello di Stanley dallo Stato, nella veste dei funzionari che lo rappresentano. Come dice la nonna al bambino, è un destino che si replica da sempre, comune a quello dei migranti, anche loro destinati a reiterate il viaggio che li vede lasciare i loro paesi per venire in Italia, luogo da cui verranno rigettati e  costretti a errare senza una meta. Parliamo di una condizione e di un concetto che si ripete all’infinito.

Parli di significati e dunque ne approfitto per agganciarmi a quello espresso dal titolo. In senso marxista, Oscar e Stanley sono spogliati da tutto tranne che del loro corpo, attraverso il quale passa la ragione della  stessa esistenze. La loro condizione lavorativa non gli permette di emanciparsi dal punto di vista economico e dunque sono l’esempio dell’uomo concepito da Karl Marx. Il mio corpo torna  a questa parte del suo pensiero per mostrarne l’attualità.

Certo, sono completamente d’accordo con te. Quello è stato il concetto del marxismo nella visione del corpo come strumento ed è la cosa che mi ha veramente colpito rispetto alle esistenze di Oscar e Stanley, nel senso che ho ritrovato dei concetti letti solo nei libri di storia. Il titolo in parte deriva da lì e cioè dal corpo inteso come strumento di sopravvivenza. C’è poi un lato più religioso e sacro per cui il corpo è inteso come sacrificio della persona.

Rispetto alle immagini, privilegi quelle in cui i protagonisti sono in continuo movimento. Questo da una parte rimanda alla precarietà della loro condizione e all’irrequietezza che ne deriva, dall’altra alla spinta nel ricercare l’altro.

 Esatto. I personaggi sono in continuo movimento e questo ribadisce anche il concetto sulla ciclicità del destino umano. Attraverso il fatto che le vite di Oscar e Stanley sono entrambe in perenne movimento, cerco di annullare il concetto dell’altro, nel senso che l’altro sono loro e gli altri siamo noi. Mettendo in relazione i mondi dei due personaggi, ho la speranza di far capire per primo a me e poi gli altri che viviamo nello stesso suolo e camminiamo sulla stessa terra.

Il mio corpo narra l’incontro di due solitudini. I campi lunghi a cui  spesso ricorri le restituiscono, attraverso un paesaggio isolato, deserto e spoglio.

A livello formale, il film è frutto di dieci anni di ricerca e di riflessione, rispetto a cos’è per me un documentario; su quale sia il limite tra realtà e finzione e su come utilizzare gli strumenti del cinema per arrivare al documentario, cercando di  trasmettere il mio punto di vista attraverso la forma. Nei film precedenti ho capito di cosa avevo bisogno per poter tradurre quello che vedevo e  per capire come volevo che fosse. Con Il mio corpo ho cercato di fare un documentario in cinemascope, un formato che di solito non gli appartiene.

Non a caso, dal punto di visto del paesaggio, sembra di guardare un western.

Proprio così, l’intenzione era quella di trasmette allo spettatore di trovarsi di fronte a un western contemporaneo.

La prima parte del film è più narrativa, la seconda privilegia un andamento più’ contemplativo. Partendo da qui, volevo chiederti: come regista, in che misura intervieni sulla realtà e quanto invece lasci che si manifesti davanti alla mdp.

 Prima di girare, come sempre succede, ho fatto un grande lavoro con i personaggi, nel senso che ho passato del tempo con loro per farli abituare alla mia presenza e per capire io quali situazioni da loro vissute mi piacerebbe seguire e quale drammaturgia  potrebbero avere.

La stessa cosa si ripete all’arrivo della troupe, in questo caso formata da sei persone. Con loro abbiamo trascorso un mese senza girare, in cui passavamo solo del tempo con Oscar e Stanley.  Tale vicinanza ha fatto sì che certi momenti, che sembrano messi in scena, in realtà non lo erano. Come nella scena del risveglio. Noi siamo entrati alle cinque di mattina e il fatto che Oscar fosse abituato a noi ha fatto sì che quando apre gli occhi guardi dietro e non verso la mdp.

Poi, certo, ci sono stati dei momenti in cui ci prendevamo del tempo per osservare bene le cose, stando pronti a captare quello che ci serviva senza imporre agli attori di comportarsi in un determinato modo. Questo ci ha permesso di non girare molto ma solo quando era necessario. Il lavoro è stato lungo, ma molto del tempo è stato speso nella preparazione e nell’attesa. Il materiale filmato non era molto: la selezione come ti dicevo è stata fatta a priori, prima di girare. Alcuni aspetti della loro vita, come l’assenza della madre, li ho scoperti mentre filmavo. Riguardo a quest’ultimo aspetto, ho voluto enfatizzarlo attraverso la scena del ritrovamento della statua della Madonna, che ho creato apposta e non è stata frutto del caso. Dunque, se vuoi, ne Il mio corpo ci sono degli elementi reali ed altri simbolici, che ho cercato di inserire utilizzando gli elementi della messinscena.

    Carlo Cerofolini (Pubblicata su taxidrivers.it)