giovedì, aprile 24, 2014
Film in sala da Giovedì 24 Aprile 2014
THE AMAZING SPIDERMAN 2: IL POTERE DI ELECTRO
di Marc Webb
con Andrew Garfield, Emma Stone, Paul Giamatti
2014 USA - Fantasy - 152 min
LA SEDIA DELLA FELICITA'
di Carlo Mazzacurati
con Valerio Mastandrea, Isabella Aragonese, Giuseppe Battiston
2014 ITA - Commedia - 94 min
NYMPHOMANIAC VOL.2
di Lars Von Trier
con Charlotte Gainsboug, Stellan Skarsgard, Stacy Martin
2014 DAN - 122 min - Drammatico/Erotico
IN NOMINE SATAN
di Emanuele cerman
con Stefano Calvagna, Emanuele Cerman, Federico Palmieri
2014 ITA - Drammatico/Thriller - 114 min
IL CENTENARIO CHE SALTO' DALLA FINESTRA E SCOMPARVE
di Felix Herngren
con Robert Gustafsson, Alan Ford, Mia Skaringer
2014 SVE - Commedia - 114 min
Post archiviato nelle categorie:
film in uscita 2014
venerdì, aprile 18, 2014
GIGOLO' PER CASO
Gigolò per caso (Fading Gigolo)
di John Turturro
con John Turturro, Woody Allen, Sofia Vergara
Usa, 2013
genere, commedia
durata, 98'
Fioravante (Turturro), Murray (Allen), sono due amici che si ritrovano, in seguito a delle considerazioni sulla figura maschile, a diventare una coppia in affari molto stravagante, dove il primo diventa un gigolò e il secondo fa da manager.
C’è da dire che l’opera convince su molti fronti; una sceneggiatura piena e che funziona in tutti i suoi meccanismi (a parte qualche sequenza che si rivela troppo languida e che toglie ritmo e fluidità alla pellicola), seguite da interpretazioni iconografiche, come quella della Stone; addirittura Woody Allen si rivela simpatico quando non è diretto da sé stesso (si vede il suo zampino “improvvisativo” a modellare la sua parte di sceneggiatura). Detto ciò la regia accompagna il tutto in maniera mai banale confezionando un buon prodotto, anche dal punto di vista fotografico. La colonna sonora inoltre si aggiunge come commento impeccabilmente romantico a tutta la vicenda.
Affiora anche molta italianità a rendere il tutto piacevole, almeno per il pubblico italiano e quello americano che, si sa, apprezza un certo tipo di stereotipi tutti nostrani (ricordiamo le origini di Turturro e il fatto che il film sarà presentato a conclusione del festival di Bari).
Commedia sicuramente (forse anche inaspettatamente) sopra la media, sorrisi e qualche grossa risate sono assicurate, fino al finale aperto, oppure incerto?
Antonio Romagnoli
di John Turturro
con John Turturro, Woody Allen, Sofia Vergara
Usa, 2013
genere, commedia
durata, 98'
Fioravante (Turturro), Murray (Allen), sono due amici che si ritrovano, in seguito a delle considerazioni sulla figura maschile, a diventare una coppia in affari molto stravagante, dove il primo diventa un gigolò e il secondo fa da manager.
C’è da dire che l’opera convince su molti fronti; una sceneggiatura piena e che funziona in tutti i suoi meccanismi (a parte qualche sequenza che si rivela troppo languida e che toglie ritmo e fluidità alla pellicola), seguite da interpretazioni iconografiche, come quella della Stone; addirittura Woody Allen si rivela simpatico quando non è diretto da sé stesso (si vede il suo zampino “improvvisativo” a modellare la sua parte di sceneggiatura). Detto ciò la regia accompagna il tutto in maniera mai banale confezionando un buon prodotto, anche dal punto di vista fotografico. La colonna sonora inoltre si aggiunge come commento impeccabilmente romantico a tutta la vicenda.
Affiora anche molta italianità a rendere il tutto piacevole, almeno per il pubblico italiano e quello americano che, si sa, apprezza un certo tipo di stereotipi tutti nostrani (ricordiamo le origini di Turturro e il fatto che il film sarà presentato a conclusione del festival di Bari).
Commedia sicuramente (forse anche inaspettatamente) sopra la media, sorrisi e qualche grossa risate sono assicurate, fino al finale aperto, oppure incerto?
Antonio Romagnoli
Post archiviato nelle categorie:
anteprime. recensioni
giovedì, aprile 17, 2014
Film in sala da Giovedì 17 Aprile 2014
GIGOLO PER CASO
Fading Gigolo
di John Turturro
con Woody Allen, John Turturro, Sharone Stone, Vanessa Paradis
2013 USA - Commedia- 98 min
ONIRICA
FIELDS OF DOGS di Lech Majewski
con Michal Tatarek, Elzbieta Okupska, Jacenty Jedrusik
2014 ITA/POL/SVE - Drammatico- 102 min
TRASCENDENCE
di Wally Pfister
con Johnny Depp, Paul Bettany, Rebecca Hall,
Morgan Freeman, Cillian Murphy
2014 USA - 119 min - Fantascienza
TI SPOSO MA NON TROPPO
di Gabriele Pignotta
con Vanessa Incontrada, Gabriele Pignotta
2014 ITA - Commedia- 95 min
SONG'E NAPULE
di Marco Manetti, Antonio Manetti
con Alessandro Roja, Giampaolo Morelli,
Serena Rossi, Paolo Sassanelli, Carlo Buccirosso
2013 ITA - Commedia/Poliziesco - 114 min
RIO 2 - MISSIONE AMAZZONIA
di Carlos Saldanha
2014 BRA - Animazione - 101 min
Post archiviato nelle categorie:
film in uscita 2014
mercoledì, aprile 16, 2014
ONIRICA
di: L.Majewski
con: M.Tatarek, E.Okupska, J.Wartak, S.Budzyk, J.Jedrusik
- Pol, Ita, Sve 2014 -
Drammatico - 102 min
Il moto perpetuo del Cinema prevede ancora la possibilità di rivolgersi all'immagine - allo studio delle sue declinazioni, al suo potenziale simbolico, alla sua capacita' di mettere in moto l'immaginazione - come strumento primo dell'espressività. Almeno a giudicare da un autore, per dire, come Greenaway, da tempo tra i sostenitori di una siffatta posizione, oppure da un cineasta come Lech Majewski tra gli "sperimentatori visivi" più assidui e poliedrici (dare del regista a Majewski e' alquanto riduttivo, essendo egli pittore, poeta, video-artista, curatore di allestimenti teatrali, compositore e librettista), e se e' vero che i suoi "I colori della passione"/"The mill and the cross" (2011) e "Il giardino delle delizie"/"The garden of earthly delights" (2004) nascono alla luce di un preciso intento finalizzato a riportare - a meta' fra riproposizione in linea con la tradizione e curiosità per l'utilizzo delle nuove tecnologie - l'immagine al centro del discorso cinematografico. Tale desiderio di ricerca si protrae - e trova il suo compimento - proprio in quest'ultima opera, "Onirica", parte conclusiva di un trittico inaugurato e sviluppato attraverso i lavori in precedenza citati.
Richiamandosi all'universo lirico e visionario della Divina Commedia di Dante - lunghi brani della quale, in una selezione che spazia tra vari canti dell'Inferno e del Paradiso, sono riproposti dalla mirabile prosodia fuori campo di Massimiliano Cutrera - la vicenda si dipana intorno al corpo magro e all'espressione dolente e attonita di Adam, giovane poeta e studioso, miracolosamente scampato ad un incidente automobilistico (in cui perdono la vita l'amata - Basia - e l'amico del cuore - Kamil -) che oltre ad imprimergli una lunga cicatrice verticale sul lato sinistro del volto - al di sopra e al di sotto dell'occhio - lo "segna" a tal punto nell'animo da portarlo ad abbandonare la vita universitaria, impiegarsi svogliatamente in un supermercato e cercare sempre più spesso nel sonno - e nel sogno - la chiave d'accesso al mondo degli affetti perduti, nonché la via giusta per sottrarsi ad una realtà angosciosa e insensata.
TFK
lunedì, aprile 14, 2014
UN MATRIMONIO DA FAVOLA
Un matrimonio da favola
di Carlo Vanzina
con Giorgio Pasotti, Ricky Memphis, Stefania Rocca
Italia, 2014
genere, commedia
durata, 91'
Una filmografia sterminata, e la capacità di gestire al meglio i mezzi di produzione. I fratelli Vanzina più che un nome sono il marchio di fabbrica di un cinema capace di attraversare un quarto di secolo rimanendo indenne all'usura del tempo e all'ostilità di chi puntualmente evidenzia l'opportunismo e la scaltrezza dei loro lavori. Da una parte il pregio di aver fidelizzato lo spettatore, proiettandolo sullo schermo con i vizi e le virtù che gli appartengono, dall'altra il contraltare di lungometraggi seriali e uguali a se stessi, nonostante l'eterogeneità delle forme utilizzate.
In questo caso "Matrimonio da favola"
non fa eccezione, confermando una delle regole della casa, e cioè quella
di assecondare gli umori del momento, sintonizzandosi con la voglia di
dimenticare, almeno in sala, qualsiasi riferimento alle cronache di un
quotidiano avaro di soddisfazioni. La bolla d'aria esistenziale è
offerta manco a farlo apposta dal concentrato di buonismo italico
(comprensivo quindi di simpatici difetti) rappresentato dal gruppo
d'amici che dopo lunga lontananza si ritrova per celebrare il matrimonio
di uno di loro. Il "grande freddo" più volte utilizzato lascia presto
spazio alle beghe del momento, che, per ognuno di loro, ha a che fare
con prospettive sentimentali agitate da malcelate insoddisfazioni.
Gelosie, incomprensioni e la tendenza maschile al tradimento diventano
presto il motore di una commedia tradizionale, con gli opposti
schieramenti, formati da uomini e donne, a darsi battaglia senza
esclusione di colpi. A fare la parte del leone sono i primi,
rappresentati secondo una virilità declinata in tutte le sue
manifestazioni - a un personaggio come Luca, implacabile womanizer
i Vanzina antepongono Alessandro, omosessuale e convivente con un
compagno gelosissimo - ma comunque condizionata da una sessualità che fa
capolino nelle occasioni più svariate: da quella classica, con marito
fedifrago e amante gabbata da sublimi menzogne, subito doppiata
dall'addio al celibato consumato in una dimensione boccaccesca e un poco
equivoca, ad altre che strizzano l'occhio a un cinema sofisticato e
misterioso, con rendez-vous avvolti nella suspense, come quello che a metà della storia rischia di far "saltare" il banco, mettendo a rischio il matrimonio
Con la volontà di staccare la spina a ogni tipo preoccupazione, i Vanzina organizzano uno spettacolo a metà strada tra la favola e la farsa, con il sogno d'amore tra Andrea (Ricky Memphis) e Barbara, proposto in una versione a parti invertite di "Pretty Woman" (lui è il novello cenerentolo di cui si innamora l'affascinante figlia di un banchiere svizzero), continuamente interrotto dalle contraddizioni delle coppie che li circondano, sempre pronte a far cagnara pur di far tornare i conti. Per riuscirci regista e sceneggiatore immergono i personaggi in un paesaggio fuori dal tempo - la vicenda si svolge a Zurigo ma le locations sono prese in prestito dall'Austria, con breve escursione in una Venezia romantica e notturna - e con un avvicendamento di non-luoghi che vanno dall'hotel a 5 stelle dove i nostri sono alloggiati, a quelli della vacanza e del divertimento individuati negli spazi del castello in cui si svolgono i preparativi che precedono la festa.
Un quadro che farebbe pensare al format natalizio di cui i Vanzina sono stati i precursori ("Vacanze di Natale", 1983), e che, a dire il vero, la coralità della vicenda, con il ricorso a volti prelevati sull'onda della notorietà televisiva (Paola Minaccioni, Max Tortora), in parte ricorda. Ma questa volta a fare la differenza in positivo sono due aspetti: il primo è la messa a punto di una sceneggiatura che pur cavalcando il luogo comune si presenta meno frammentaria del solito, con sequenze realizzate in un'ottica che tiene conto dello sviluppo narrativo della storia, e per questo non finalizzate all'urgenza di sfoderare la battuta folgorante. E poi, da una messa in scena che, assecondando il talento degli interpreti, tra cui ricordiamo Emilio Solfrizzi e l'attivissimo Giorgio Pasotti, appare meno sciatta, e diremo quasi elegante, pur all'interno della cornice di sicurezza rappresentata da sequenze costruite nell'alveo di una riconoscibilità didascalica e televisiva, alla maniera di certi telefilm americani degli anni 80 ("Love Boat") in cui ogni cambio d'ambiente era preceduto da un establishing shot comprensivo di refrain musicale. Alla fine dei conti si riesce a ridere senza sentirsi in colpa e questo, per gli standard dei Vanzina, non è cosa da poco.
(pubblicata su ondacinema.it)
di Carlo Vanzina
con Giorgio Pasotti, Ricky Memphis, Stefania Rocca
Italia, 2014
genere, commedia
durata, 91'
Una filmografia sterminata, e la capacità di gestire al meglio i mezzi di produzione. I fratelli Vanzina più che un nome sono il marchio di fabbrica di un cinema capace di attraversare un quarto di secolo rimanendo indenne all'usura del tempo e all'ostilità di chi puntualmente evidenzia l'opportunismo e la scaltrezza dei loro lavori. Da una parte il pregio di aver fidelizzato lo spettatore, proiettandolo sullo schermo con i vizi e le virtù che gli appartengono, dall'altra il contraltare di lungometraggi seriali e uguali a se stessi, nonostante l'eterogeneità delle forme utilizzate.
Con la volontà di staccare la spina a ogni tipo preoccupazione, i Vanzina organizzano uno spettacolo a metà strada tra la favola e la farsa, con il sogno d'amore tra Andrea (Ricky Memphis) e Barbara, proposto in una versione a parti invertite di "Pretty Woman" (lui è il novello cenerentolo di cui si innamora l'affascinante figlia di un banchiere svizzero), continuamente interrotto dalle contraddizioni delle coppie che li circondano, sempre pronte a far cagnara pur di far tornare i conti. Per riuscirci regista e sceneggiatore immergono i personaggi in un paesaggio fuori dal tempo - la vicenda si svolge a Zurigo ma le locations sono prese in prestito dall'Austria, con breve escursione in una Venezia romantica e notturna - e con un avvicendamento di non-luoghi che vanno dall'hotel a 5 stelle dove i nostri sono alloggiati, a quelli della vacanza e del divertimento individuati negli spazi del castello in cui si svolgono i preparativi che precedono la festa.
Un quadro che farebbe pensare al format natalizio di cui i Vanzina sono stati i precursori ("Vacanze di Natale", 1983), e che, a dire il vero, la coralità della vicenda, con il ricorso a volti prelevati sull'onda della notorietà televisiva (Paola Minaccioni, Max Tortora), in parte ricorda. Ma questa volta a fare la differenza in positivo sono due aspetti: il primo è la messa a punto di una sceneggiatura che pur cavalcando il luogo comune si presenta meno frammentaria del solito, con sequenze realizzate in un'ottica che tiene conto dello sviluppo narrativo della storia, e per questo non finalizzate all'urgenza di sfoderare la battuta folgorante. E poi, da una messa in scena che, assecondando il talento degli interpreti, tra cui ricordiamo Emilio Solfrizzi e l'attivissimo Giorgio Pasotti, appare meno sciatta, e diremo quasi elegante, pur all'interno della cornice di sicurezza rappresentata da sequenze costruite nell'alveo di una riconoscibilità didascalica e televisiva, alla maniera di certi telefilm americani degli anni 80 ("Love Boat") in cui ogni cambio d'ambiente era preceduto da un establishing shot comprensivo di refrain musicale. Alla fine dei conti si riesce a ridere senza sentirsi in colpa e questo, per gli standard dei Vanzina, non è cosa da poco.
(pubblicata su ondacinema.it)
Post archiviato nelle categorie:
recensioni
domenica, aprile 13, 2014
Cult Movies: THE THING - La Cosa
”The Thing/La Cosa"
di: J.Carpenter
con: K.Russell, K.David, A.W.Brimley, T.K.Carter, D.Clennon, R.Dysart,
C.Hallahan, R.Masur, P.Maloney, D.Moffat, J.Polis, T.Waites
Horror - USA 1982 - 108 min
Se, come fu a suo tempo con perspicacia notato (e già riportato - per i 'moviemaniacs' più amanti dei ricorsi e delle ricerche d'archivio - negli articoli riguardanti, ad esempio, Winona Ryder), "gli anni '80" non "sono stati" solo il naturale compimento di un processo antropologico e sociale inauguratosi decenni prima, quanto, piuttosto, "l'inizio di qualcosa", "qualcosa" di sfuggente e pervicacemente mutevole le cui propaggini - molti dicono derive (intraviste, come che sia, tra gli altri, già al volgere degli anni Cinquanta con impressionante lungimiranza da Celine: "Questo mondo, il mondo occidentale, il nostro... ebbe' tutto 'sto mondo, e l'America, vive nella pubblicità, e' marcio di pubblicità, si', abbrutito, completamente abbrutito dalla pubblicità..." o: "Giornali, solo giornali... pubblicità e necrologi". E ancora: "La razza che cresce e' quella gialla, la bianca e' finita", come pure: "... tutta la cagheria filosofica, tutto l'orrore fotografico, tutto l'obitorio di natiche impalate, zinne operate, nasi accorciati, e chili di ciglia... si' ! chili ! pesanti !... unte !... rosse !... verdi !") - sono ancora ben salde in taluni risvolti del nostro vivere, mentre addirittura di altre connotazioni (stili, mode, genericamente "costumi": si pensi, per dire, ad un personaggio importante dell'immaginario recente come Kurt Cobain che quegli anni - quell'anno, il 1982 - li ha attraversati da adolescente - quindicenne -, ossia nel bel mezzo dell'"età inquieta", assorbendone tra entusiasmo e ripulsa l'impatto, per secernerne a breve gli echi nei lampi intensi e fugaci di una espressività sofferta, delicata, rabbiosa) si celebrano assidue riproposizioni e adeguamenti - tra parodia e nostalgia, calcolo e indifesa smemoratezza - il proporsi all'attenzione di massa di un film come "La Cosa" di John Carpenter agli inizi di quella decade spartiacque - opera a sua volta meticcia ed elusiva, a meta' fra recupero cinefilo in equilibrio su generi diversi (fantascienza, avventura, horror, western) e integrazione coerente all'interno dei canoni di una poetica - annuncia, e proprio in ragione del saldo ancoraggio ai generi suddetti, nonché della centralità di un'idea narrativa modernissima (un "organismo" senza volto che vive e prolifera imitando la realtà per assumerne tutti i tratti "biologici" fino a sostituirsi ad essa), lo svolgersi di un periodo storico una delle principali caratteristiche del quale sarà per l'appunto l'inesausta manipolazione/trasformazione delle superfici (i corpi, gli oggetti, i paesaggi, lasciando le ricadute sugli universi interiori alle parole di Bret Easton Ellis, uno che dentro a quei momenti ci ha rovistato spesso:
La tristezza implicita nell'affermare che ogni giorno qualcosa si allontana
Coestensiva ad una simile impronta metodologica, si dispiega una pratica cinematografica che, da un lato, con tenacia si sforza di produrre, opera dopo opera, un discorso riconoscibile, ragionato e passibile di evoluzione (il famigerato e un po' roboante "sguardo d'autore"); dall'altro, tiene sempre fermo il punto in merito alla necessita' di costruire un lavoro il più possibile interessante e coinvolgente (proposito, tra l'altro, più facile da ipotizzare che da mettere in atto, viste le non poche insidie sparse all'interno dei 'generi'). Dice Carpenter: "I film sono emozioni. Un pubblico dovrebbe piangere, ridere o spaventarsi. Penso che il pubblico dovrebbe proiettarsi nel film, in un personaggio, in una situazione e 'reagire'". Come pure: "Il cinema e' un mezzo per trasmettere sensazioni. Un film invita il pubblico a dare consistenza alle idee, in senso psicologico, ad investire sullo schermo le proprie emozioni". Forma mentis e dichiarazioni di principio, queste, che si offrono a noi sin dalle sequenze di apertura de "La Cosa", durante le quali un'astronave proveniente dallo spazio profondo penetra oscillando nell'atmosfera per sparire sotto i ghiacci del continente antartico dove stazionerà in latenza fin quando il caso impersonato dall'elemento "umano" darà modo e ragione al suo equipaggio di rianimarsi.
In verità, e' proprio la storia a dipanarsi su linee guida narrative che ben poco lasciano all'ottimismo: i dodici uomini che compongono l'avanguardia tecnico-scientifica in Antartide ("replicato" per gli esterni relativi alla base nella British Columbia e, per un certo numero di altre riprese, in Alaska) mostrano fin da subito di avere poco da spartire l'uno con l'altro che non sia la similarità delle mansioni o la più banale promiscuità coatta. Da minime rigidità o insofferenze dissimulate in qualche gesto, da rapide occhiate o da una certa laconicità dei dialoghi (ecco un interessante contraltare al film del 1951, caratterizzato, invece, come si sa e come era nelle corde di Hawks, da battute serrate spesso intrecciate fra loro, utili a tenere alto ritmo e tensione.
Non stupisce, allora, a paragone, che la scontrosa risolutezza di Carpenter,
intrisa di scetticismo (MacReady come lo Snake Plissken di "Fuga da New York"
o, per taluni aspetti, come il Napoleone Wilson di "Distretto 13", e' un leader
riluttante, di poche parole, risoluto per necessita' e autoconservazione e non
certo per aderenza ad una causa: "La fiducia e' una cosa molto rara
oggigiorno", dice MacReady, dettando un mesto messaggio/testamento ad un
registratore, "Nessuno si fida più di nessuno, ormai. Siamo tutti molto
provati. Io non posso fare altro che aspettare") e resa per certi versi ancora
più amara dallo scandito tappeto sonoro di Morricone che imperturbabile batte
le stazioni di una lugubre disfatta, si sia infranta contro il muro di un
"sentimento diffuso" che adagio ma senza incertezze si stava tramutando in
"sentimento dominante", abbracciando con presa sicura ampi ambiti
dell'esperianza umana, Cinema incluso. Difficile parimenti non leggere, in
quest'ottica, il successo planetario di una pellicola come "E.T." di Spielberg
(trionfo dell'immaginazione come innocenza e scommessa sulla composizione dei
dissidi, sulla tolleranza che alimenta la speranza e guarda al domani. Sugli
schermi in concomitanza con "La Cosa" - 1982 -, collettore, ed e' solo un
semplice raffronto quantitativo, di una montagna di dollari, il piccolo extra-
terrestre si protese rapido verso il mezzo miliardo solo sul mercato USA a
fronte di un investimento di circa dieci milioni, a cui il misterioso
"organismo" di Carpenter rispose - si fa per dire - nelle medesime categorie,
con una raccolta di una ventina di milioni per una spesa intorno ai quindici)
anche come l'evidente squilibrio dei piatti di una bilancia i cui contrappesi
inquieti, discordi, dubbiosi sono in larga minoranza rispetto a spinte capaci
di produrre e assecondare un impatto psicologico e comportamentale planetario.Eppure il film di Carpenter - e Carpenter stesso, tutto sommato - poteva contare su un certo numero di frecce per il proprio arco.
Come spesso accade, in ogni caso, il tempo si e' poi incaricato di comporre questa piccola vicenda di Cinema in un ordine più prossimo allo stato dei fatti, guadagnando al film un numero di estimatori sempre più vasto e a Carpenter persino la fama di uno tra i padri nobili del "fanta-horror". Medaglia, quest'ultima - come tutte le attestazioni "postume" dal sapore eccessivamente dolciastro, tipico degli zuccherini a titolo risarcitorio - che il regista di Cathage si e' ben guardato dall'appuntarsi, continuando a mettere insieme lavori baciati da varia fortuna e, come e' ovvio, da alterna ispirazione ma sempre riconoscibili per un inconfondibile tocco personale.
TFK
Post archiviato nelle categorie:
cult,
recensioni
sabato, aprile 12, 2014
NOAH: PRO E CONTRO
di Darren Aronofsky
con Russell Crowe, Jennifer Connelly, Emma Watson, Logan Lerman, Douglas Booth
Usa, 2014
genere, drammatico
durata, 138'
Ci sono luoghi che sarebbe meglio evitare e stati d’animo estranei ad ogni tipo di certezza. Territori oscuri e poco illuminati da cui il cinema di Darren Arofosky è inevitabilmente attratto, ed ai quali finisce per ritornare con la nevrosi delle ossessioni rimaste insoddisfatte.
Non è un caso che dopo un prologo piuttosto dilatato e solo in parte giustificato dalla necessità di introdurre la storia secondo i dettami del cinema mainstream, visibile soprattutto nella ricerca della grandeur scenica e paesaggistica (dolly e carrellate abbondano in questo caso) "Noah"cambi passò proprio quando decide di abbandonare lo spazio esterno rifugiandosi nella stiva dell'arca che sta portando in salvo il protagonista e i suo equipaggio. Coinvolto in un’operazione a grosso budget e preparato a cimentarsi con le forme di un cinema apparentemente lontano dalle sue corde, Darren Aronofsky imita il collega Steve McQueen lavorando sul format di genere con un'autorialita'' riconoscibile non tanto nella qualità delle immagini, convenzionali quel tanto che basta per assicurare la riconoscibilità del prodotto, quanto nella struttura drammaturgica imperniata come sempre accade nei film di Aronofsky su una coazione a ripetere che diventa follia. In questo caso l'esasperazione esistenziale scaturisce dal rigore di "Noah" intenzionato a servire il suo Dio anche a costo di sacrificare le persone che ama. Una dissoluzione famigliare a cui eravamo abituati (da The Fountain a The Wrestler) e qui assunta con toni da teatro shakespeariano quando il protagonista decide di disfarsi della sua progenie, contaminata a suo dire dalla stoltezza del mondo. Una frantumazione dell'io che Arnofosky costruisce in modo endogeno, meno evidente di precedenti come "P greco- Il teorema del delirio" e "Il cigno nero", ma assolutamente efficace nel ripercorrere il paradigma di un'agiografia dolorosa e cupa. Come Giona che visse nella balena così Noah nel ventre dell'Arca combatte i suoi demoni proiettandoli in un ambiente che diventa proiezione dell'anima, ed in cui ogni figura è il puzzle, positivo o negativo di questa battaglia interiore. Cosi a rimanere non sono tanto i rimandi alla contemporaneità, trasposta nell'istinto di morte dell'essere umano, e nel dettame ecologista presente nella versione salvifica di Aronofsky che spinge soprattutto verso la salvaguardia dell'eco sistema più che dei discendenti che hanno contiribuito a distruggerlo, ma piuttosto la rappresentazione di un'eresia moderna, che diventa tanto più grande quanto maestosa e potente è l'integrità di Noah, alla pari dei profeti nostrani, acceccato dall'assoluto delle verità che professa.
Pur concedendo qualcosa alla convezionalità del prodotto, come accade nella progressione che porterà al quadretto finale contrassegnato da un happy end incorniciato da una messainscena patinata e tronfia (su tutti la messa in piega di Russel Crowe, ritornato improvvisamente capelluto dopo lo scalpo da marine sfoggiato per buona parte della storia), "Noah" fa segnare un passo in avanti in termini di consapevolezza registica, testimoniata dalla sicurezza con cui il regista spinge ai limiti della sopportazione l'oltranzismo del protagonista, e confermata al termine della visione dalla capacità di trasferire sullo spettatore il senso di prostrazione che ne deriva. Dopo il sabotaggio di "The Fountain" e le incomprensioni produttive che ne derivarono, "Noah" nella ritrovata sintonia con i grandi apparati produttivi potrebbe dare nuova linfa ai progetti del regista americano.
nickoftime
Presupponendo che in tal caso far cenno alla trama sia superfluo, andremo di seguito ad analizzare il “Noah” di Aronofsky, regista dalla filmografia altalenante e controversa. Il tentativo di questo procedimento, forse anche nobile negli intenti, ha come difficoltà prima quella di sviluppare un film mainstream, lungo più di due ore, dagli striminziti cenni biblici e dalla formazione di scuola ebraica del regista e del suo sceneggiatore.
Il primo rischio era quindi proprio quello della fase di scrittura, che si perde in vaneggiamenti e si affida troppo sulle larghe spalle di Russel Crowe, destinate comunque a cedere il passo ad una sceneggiatura che (s)tenta di riprendere le fila del discorso in un finale vago. Ma fin qui, per un’operazione commerciale del genere, non c’è nulla di troppo scandaloso; la cosa che stupisce (negativamente) e che fa rabbia, è che in un film con una produzione ed un cast del genere, ci siano pecche tecniche che vanno a disintegrare ciò che di buono si poteva fare dal punto di vista visivo. In primis il 3D è tra i più inutili nella storia del cinema; la resa dei giganti di pietra è assolutamente mal riuscita, e l’orrore visivo qui va a coincidere con quello dello script, che poteva assolutamente fare a meno della loro presenza; più in generale tutti gli effetti visivi non vanno ad integrarsi per nulla con le riprese, il risultato è un’immagine fastidiosa che accompagna un film noioso (sempre sia lodato Peter Jackson, checché se ne dica rimane il sommo maestro nell’amalgamare gli effetti speciali alle dinamiche filmiche). Tutte le tematiche forti e di molteplici sfaccettature sono banalizzate negli atteggiamenti di un Noè che, oltre ad essere il prescelto per la salvaguardia della vita sulla terra, diventa anche un combattente investito della carica di giustiziere dall’”Altissimo” in persona, trasformando il discorso sul libero arbitrio (di cristiana e kantiana memoria) in una suspense dalla dubbia riuscita.
Il risultato di tutti questi errori di valutazione è un film che esula da ogni genere e non arriva nemmeno lontanamente agli obbiettivi che si prefissa; e nel tentativo di far riaffiorare la maestosità dell’elemento mitologico e simbolico, prerogativa pregnante dell’Antico testamento, si dirada in magie di bassezza “potteriana”, come nel caso dell’incontro tra Anthony Hopkins ed Emma Watson (le cui recitazioni sono le uniche note positive del film). Aronofski si conferma dunque un autore contraddittorio, andando a firmare con quest’ultima pellicola il più grande passo falso di una carriera che, ne siamo certi, è comunque in agguato per tornare a sorprenderci in futuro.
Antonio Romagnoli
Post archiviato nelle categorie:
recensione
giovedì, aprile 10, 2014
ALLO SPETTATORE
Allo spettatore
di Antonio Romagnoli
con Alberto Melone Bruno Loiacono, Giuseppe M. Scaglione
Italia, 2014
durata 9'19''
Una manciata di minuti sembrano bastare al giovane cineasta Antonio Romagnoli per rilanciare scampoli di una poetica acerba ma in movimento. Dialoghi caricati a molla, quindi, sguardi in tralice e antiche indolenze per una bella di cui proprio il Regista è al tempo stesso artefice e vittima. Sullo sfondo, tra Tarantino e Kitano sorridono dandosi di gomito, mentre Lynch occhieggia anelli di fumo scivolare in chissà quale buio.
Qui il link di youtube per vedere il corto
https://www.youtube.com/watch?v=_0RcHFtQKmQ
TFK
di Antonio Romagnoli
con Alberto Melone Bruno Loiacono, Giuseppe M. Scaglione
Italia, 2014
durata 9'19''
Una manciata di minuti sembrano bastare al giovane cineasta Antonio Romagnoli per rilanciare scampoli di una poetica acerba ma in movimento. Dialoghi caricati a molla, quindi, sguardi in tralice e antiche indolenze per una bella di cui proprio il Regista è al tempo stesso artefice e vittima. Sullo sfondo, tra Tarantino e Kitano sorridono dandosi di gomito, mentre Lynch occhieggia anelli di fumo scivolare in chissà quale buio.
Qui il link di youtube per vedere il corto
https://www.youtube.com/watch?v=_0RcHFtQKmQ
TFK
mercoledì, aprile 09, 2014
GRAND BUDAPEST HOTEL
Grand Budapest Hotel
di Wes Anderson
con Ralph Fiennes, Saoirse Ronan, William Defoe, Adrian Brody, Tilda Swinton
Usa, 2014
genere, commedia
durata, 100'
Raccontare
una storia presuppone qualcuno disposto ad ascoltarla. Per questo motivo il
narratore deve tenere in gran cura due cose: la prima centra con
l'affabulazione, e consegue dalla necessità di mantenere il pubblico in quello
stato di sospensione in cui si inserisce la seconda, che invece appartiene
all'immaginazione, e comprende tutto quegli espendienti, naturali ed
artificiali, al quale l'oratore si rifà per dare vita al mondo che sta
descrivendo. Se così è, non c'è dubbio sul fatto che Wes Anderson, regista e
sceneggiatore di film, sia un grande storyteller.
In
"Grand Budapest Hotel" queste caratteristiche, che rappresentano allo
stesso tempo il pregio ed il limite dell'opera, sono incise nel tessuto stesso
delle immagini, suddivise per capitoli che prendono forma dal libro immaginario
di cui il film si serve per raccontare la sua storia. Pagine di cinema che
vivono inseguendo una dimensione esistenziale votata ad una fanciullezza
avventurosa e immaginifica, che trasfigura il reale nelle forme di un dadaismo cinematografico di cui abbiamo
imparato a conoscere luoghi e situazioni. Come accade all'hotel del titolo,
protagonista alla pari della nave di "Zizou" e della villa de "I
Tennebaum", per il fatto di funzionare come elemento propulsore di un
immaginario fatto di uomini e di accessori, accostati gli uni agli altri dalla
corrispondenza dei colori e dalla stilizzazione delle figure.
E dove anche
questa volta a sbrogliare una matassa che assomiglia ad un giallo di Agatha
Christie sono due protagonisti - Gustave H addetto alla reception di un
hotel da mille e una notte, e Zero Moustafa, fattorino nella stessa struttura-
che simulando un rapporto tra padre e figlio ripropongono uno dei cardini della
poetica Andersoniana, geneticamente rivolta a compensare le disfunzioni
provocate da figure paterne, biologiche e putative poco importa, segnate da
inevitabile infantilismo.
Una letteratura che Anderson inserisce in un contesto favoloso, rappresentato da una terra di mezzo che fa verso a quella società mitteleuropea attraversata dalle ansie e dalle contraddizioni di un grande cambiamento epocale - siamo alla vigilia del secondo conflitto mondiale e su Zubroska si addensano i fantasmi di eserciti in armi - e messa a rischio da un egoismo umano che è lo specchio di quello dei nostri giorni. In questo modo a farla da padrone in termini di trama sono le schermaglie di un complotto che vede i nostri eroi impegnati a salvare pelle e bottino (un quadro di incalcolabile valore) dalle minacce di una fauna di improbabili lestofanti, da cui dipendono le sorti di un mondo in via di sparizione. I viaggi non si contano così come gli andirivieni di tipi umani, tanti quanti sono gli attori che servono ad Anderson per rendere al meglio la sensazione di famiglia allargata che non distingue tra buoni e cattivi ma si ciba di un divertimento comune e fuori dagli schemi. L’impatto è spettacolare, ma con il passare del tempo il film perde consistenza accontentandosi di un accumulo visivo che stupisce ma non scalda il cuore. Le caratterizzazioni sono strepitose ma senza respiro, destinate a lasciare il passo all’ebrezza del regista bambino, divertito dalle infinite varianti di un meccanismo narrativo che torna prepotente in gioco nell’ultima sequenza quando il dettaglio sul libro che si chiude interrompendo la visione, ci ricorda l’importanza del lettore/spettatore, utilizzatore finale ed anello indispensabile al senso stesso dell'operta d'arte.
Post archiviato nelle categorie:
anteprime. recensioni
martedì, aprile 08, 2014
DIVERGENT
Divergent
di Neil Burger
con Shailene Woodley, Theo James, Kate Winslet
Usa 2014
genere, avventuroso, azione, fantascienza, romantico
durata, 143
Un immagine più di altre ricorre nel nuovo film di Neil Burger, ed è quella in cui i protagonisti, soli oppure in coppia, guardano la città dall'alto di un edificio che sovrasta il panorama circostante. Senza addentrarsi in tediose dissertazioni basterà ricordare che tale situazione appartiene da sempre all'universo dei supereroi, immancabilmente ritratti, tanto nella versione cartacea quanto in quella filmica, in una posa che, al di là della situazione contingente, rimanda inevitabilmente ad altro. La possibilità di filtrare la realtà attraverso uno sguardo privilegiato dalla particolarità dell'ubicazione diventa per forza di cose la proiezione di una diversità che è matrice di esistenze laterali e raminghe, costrette a sacrificarsi per la salvaguardia del bene collettivo. Nel caso di "Divergent" si tratta di impedire che una delle fazioni in cui è suddivisa l'umanità prenda il sopravvento. La città in cui vivono Beatrice Prior e Tobias Eton è infatti il risultato di un equilibrio poggiato sulla cooperazione tra cinque gruppi umani definiti da una specifico carisma o attitudine. Che si tratti delle capacità intellettive (gli eruditi) e di un coraggio smisurato (gli intrepidi, a cui i nostri appartengono) ogni pedina è il fondamento di un quieto vivere che ad un certo punto viene messo in discussione dalla sete di potere di chi è disposto a tutto pur di assicurarsi il comando delle operazioni. Da qui la caccia ai non allineati che il film chiama "Divergenti", ed a cui ovviamente appartengono Beatrice e Tobias obbligati ad uscire allo scoperto per guidare la resistenza contro le forze del male.
Girato sulla falsariga di un film come "Hunger Games" di cui condivide la visione sociale ed il clima post apocalittico, "Divergent" utilizza le forme di genere (fantascienza, avventura, romanticismo e persino melò) per mettere in scena l'ennesimo racconto di formazione in cui il percorso di crescità dei due protagonisti si realizza attraverso un confronto con le paure tipiche dell'universo giovanile. In questo modo la ricerca del proprio posto nel mondo si compie attraverso il contraddittorio con figure di riferimento che inviduono i luoghi archetipi del cambiamento.
Dal rifiuto dei genitori al confronto con i coetanei, dall'accettazione della propria diversità alla scoperta dell'amore nulla è lasciato al caso in un alternanza di vita e di morte che consegnerà i nostri alla consapevolezza del compito per il quale sono stati predestinati. Rispetto alla saga prodotta dalla Warner Bros quella diretta da Neil Burger è certamentepiù semplice sia in termini di spettacolarità che di contenuti, ed anche l'eroina femminile appare più rigida e meno dinamica del modello rappresentato dalla Katniss Everdeen di Jennifer Lawrence. Ma in "Divergent" a non tornare sono gli effetti di una drammaturgia che scompare quando invece ce ne sarebbe più bisogno. Stiamo parlando di quegli snodi che dovrebbero legittimare la progressione psicologica dei personaggi, ed incentivare la catarsi derivata dal superamento dei pericoli al quale Beatrice e Tobias vengono sottoposti. In entrambi i casi invece tutto accade in maniera meccanica: il riferimento va nello specifico all'innamoramento tra i due protagonisti, preceduto da una tenzone improvvisamente trasformata in tenero idillio, e poi alla qualità dei "poteri" dei due divergenti, resi manifesti in una maniera troppo banale per provocare la necessaria empatia. Accolto con un buon successo dal botteghino americano il film è la prima parte di una trilogia che aspira a diventare un classico del mondo giovanile. Per il momento il risultato si mantiene al di sotto delle aspettative.
di Neil Burger
con Shailene Woodley, Theo James, Kate Winslet
Usa 2014
genere, avventuroso, azione, fantascienza, romantico
durata, 143
Un immagine più di altre ricorre nel nuovo film di Neil Burger, ed è quella in cui i protagonisti, soli oppure in coppia, guardano la città dall'alto di un edificio che sovrasta il panorama circostante. Senza addentrarsi in tediose dissertazioni basterà ricordare che tale situazione appartiene da sempre all'universo dei supereroi, immancabilmente ritratti, tanto nella versione cartacea quanto in quella filmica, in una posa che, al di là della situazione contingente, rimanda inevitabilmente ad altro. La possibilità di filtrare la realtà attraverso uno sguardo privilegiato dalla particolarità dell'ubicazione diventa per forza di cose la proiezione di una diversità che è matrice di esistenze laterali e raminghe, costrette a sacrificarsi per la salvaguardia del bene collettivo. Nel caso di "Divergent" si tratta di impedire che una delle fazioni in cui è suddivisa l'umanità prenda il sopravvento. La città in cui vivono Beatrice Prior e Tobias Eton è infatti il risultato di un equilibrio poggiato sulla cooperazione tra cinque gruppi umani definiti da una specifico carisma o attitudine. Che si tratti delle capacità intellettive (gli eruditi) e di un coraggio smisurato (gli intrepidi, a cui i nostri appartengono) ogni pedina è il fondamento di un quieto vivere che ad un certo punto viene messo in discussione dalla sete di potere di chi è disposto a tutto pur di assicurarsi il comando delle operazioni. Da qui la caccia ai non allineati che il film chiama "Divergenti", ed a cui ovviamente appartengono Beatrice e Tobias obbligati ad uscire allo scoperto per guidare la resistenza contro le forze del male.
Girato sulla falsariga di un film come "Hunger Games" di cui condivide la visione sociale ed il clima post apocalittico, "Divergent" utilizza le forme di genere (fantascienza, avventura, romanticismo e persino melò) per mettere in scena l'ennesimo racconto di formazione in cui il percorso di crescità dei due protagonisti si realizza attraverso un confronto con le paure tipiche dell'universo giovanile. In questo modo la ricerca del proprio posto nel mondo si compie attraverso il contraddittorio con figure di riferimento che inviduono i luoghi archetipi del cambiamento.
Dal rifiuto dei genitori al confronto con i coetanei, dall'accettazione della propria diversità alla scoperta dell'amore nulla è lasciato al caso in un alternanza di vita e di morte che consegnerà i nostri alla consapevolezza del compito per il quale sono stati predestinati. Rispetto alla saga prodotta dalla Warner Bros quella diretta da Neil Burger è certamentepiù semplice sia in termini di spettacolarità che di contenuti, ed anche l'eroina femminile appare più rigida e meno dinamica del modello rappresentato dalla Katniss Everdeen di Jennifer Lawrence. Ma in "Divergent" a non tornare sono gli effetti di una drammaturgia che scompare quando invece ce ne sarebbe più bisogno. Stiamo parlando di quegli snodi che dovrebbero legittimare la progressione psicologica dei personaggi, ed incentivare la catarsi derivata dal superamento dei pericoli al quale Beatrice e Tobias vengono sottoposti. In entrambi i casi invece tutto accade in maniera meccanica: il riferimento va nello specifico all'innamoramento tra i due protagonisti, preceduto da una tenzone improvvisamente trasformata in tenero idillio, e poi alla qualità dei "poteri" dei due divergenti, resi manifesti in una maniera troppo banale per provocare la necessaria empatia. Accolto con un buon successo dal botteghino americano il film è la prima parte di una trilogia che aspira a diventare un classico del mondo giovanile. Per il momento il risultato si mantiene al di sotto delle aspettative.
PICCOLA PATRIA
Piccola Patria
di Alessandro Rossetto
con Maria Roverar, Roberta De Soller
Italia 2014
genere, drammatico
durata, 11
Sesso, soldi, sognare di andare lontano; sembrerebbe un film sull’american dream, invece è tutto ambientato nel nord-est italiano. Lucia e Renata sono le protagoniste attorno alle quali ruota tutta la giostra.
Il film, di fatto, si apre su un piano sequenza eseguito dall’elicottero, con la camera quasi perpendicolare al suolo di luoghi alla soglia del degrado, metafora di una storia che poteva consumarsi ovunque. Lo stile documentaristico (il regista proviene da quel mondo) è assolutamente efficace, andando a rafforzare una moda (che ben venga) tutta italiana che sembra dilagare dopo Venezia 2013, moda che su queste pagine avevamo già sottolineato in varie occasioni. Pecca evidente è che in occasioni isolate le inquadrature richiamano ad uno stile da fiction anche se, escludendo queste occasioni, la pellicola è esteticamente molto curata. Interessante notare anche un certo parallelismo con l’ultimo Virzì, che pure aveva recentemente portato sugli schermi esseri umani disastrati nel nord Italia, forse con minor efficacia. In tutto questo contesto, di per sé già abbastanza articolato, Rossetto non rinuncia a tirar fuori i problemi (che nemmeno sfuggono alla realtà dei fatti) di integrazione, o sarebbe meglio dire di razzismo, tra gli immigrati e gli abitanti locali.

Traendo dunque conclusione alcuna, ma mostrando come solo il mezzo cinematografico può fare, la chiusura che richiama l’apertura iniziale va ancor di più ad ornare un’altra piccola perla che si aggiunge al ri-rinascimento del cinema italiano degli ultimi anni.
Antonio Romagnoli
(pubblicato su dreamingcinema.it)
di Alessandro Rossetto
con Maria Roverar, Roberta De Soller
Italia 2014
genere, drammatico
durata, 11
Il film, di fatto, si apre su un piano sequenza eseguito dall’elicottero, con la camera quasi perpendicolare al suolo di luoghi alla soglia del degrado, metafora di una storia che poteva consumarsi ovunque. Lo stile documentaristico (il regista proviene da quel mondo) è assolutamente efficace, andando a rafforzare una moda (che ben venga) tutta italiana che sembra dilagare dopo Venezia 2013, moda che su queste pagine avevamo già sottolineato in varie occasioni. Pecca evidente è che in occasioni isolate le inquadrature richiamano ad uno stile da fiction anche se, escludendo queste occasioni, la pellicola è esteticamente molto curata. Interessante notare anche un certo parallelismo con l’ultimo Virzì, che pure aveva recentemente portato sugli schermi esseri umani disastrati nel nord Italia, forse con minor efficacia. In tutto questo contesto, di per sé già abbastanza articolato, Rossetto non rinuncia a tirar fuori i problemi (che nemmeno sfuggono alla realtà dei fatti) di integrazione, o sarebbe meglio dire di razzismo, tra gli immigrati e gli abitanti locali.
Traendo dunque conclusione alcuna, ma mostrando come solo il mezzo cinematografico può fare, la chiusura che richiama l’apertura iniziale va ancor di più ad ornare un’altra piccola perla che si aggiunge al ri-rinascimento del cinema italiano degli ultimi anni.
Antonio Romagnoli
(pubblicato su dreamingcinema.it)
Post archiviato nelle categorie:
anteprime. recensioni
lunedì, aprile 07, 2014
FATHER AND SON
Father and Son
di Hirokazu Koreeda
con Lily Franky, Yoko Maki, Machiko Ono, Masaharu Fukuyama
Giappone, 2013
genere, drammatico
durata, 120'
Nell'era della comunicazione globale accade sempre più di rado che si
assista a un film senza un bagaglio di conoscenze più o meno
approfondito sull'autore di turno. La purezza dello sguardo è merce
rara, e per questo la presenza di un'opera che permette allo spettatore
contemporaneo di recuperare parte di una genuinità compromessa dal
surplus informativo meriterebbe di essere salutata con il massimo dei
favori. A questa casistica appartiene suo malgrado "Like Father, Like
Son" di Hirokazu Koreeda, regista giapponese e uomo di cinema a tutto
campo, se è vero che in una carriera più che ventennale, divisa tra
lungometraggi, serie tv e documentari di vario genere e argomento,
niente o quasi è giunto dalle nostre parti.
A interrompere il digiuno e a convincere gli esercenti a una distribuzione anche italiana, ci voleva la visibilità offerta dalla vetrina cannense, e il premio alla miglior regia assegnato a Koreeda dal collega Steven Spielberg nell'edizione del festival appena conclusa. D'altronde non poteva essere altrimenti, considerato che "Like Father, Like Son" attraverso la struttura di un racconto incentrato su uno scambio di bambini, sottratti ai rispettivi genitori al momento della nascita, e sulle conseguenze che la scoperta del misfatto comporterà nella vita di due famiglie, mette in scena uno dei temi più cari al regista americano, quello dell'infanzia, qui trasposta nel rapporto tra un padre, Ryota, artefice di una vita dedicata al lavoro e al prestigio sociale, e Keita, figlio gentile e sensibile. Dopo aver appreso la notizia dello scambio ed aver conosciuto il figlio biologico e la famiglia che lo ha cresciuto, Ryota dovrà scegliere se ripristinare le condizioni di partenza, privilegiando la tradizione e i legami di sangue con il ritorno a casa del figlio naturale, oppure dare corso ai sentimenti ed all'affetto per Keita, lasciando tutto come prima.
Curiosamente anticipato da altri due film analogamente imperniati sullo stesso argomento ("Il figlio dell'altra" ed "I figli di Mezzanotte") "Like Father, Like Son" se ne distacca sia dal punto di vista dei significati che di quello della messinscena. Koreeda infatti non sente la necessità di contestualizzare la vicenda all'interno di un processo storico e politico ben preciso, come era accaduto nei due film precedenti, né eventualmente di utilizzare la dialettica interna per vagheggiare il ritorno a un'esistenza più a misura d'uomo, attraverso il contrasto tra le due famiglie: quella agiata e benestante di Ryota, integrata nella modernità produttiva del paese ma compressa dalle conseguenze di quei ritmi, contrapposta all'altra, quella dei Saiki, felicemente umile e spudoratamente naif. Certamente è impossibile non vedere negli sviluppi della narrazione, e nel confronto tra il carattere chiuso e rigoroso di Ryota, con quello sgangherato ma pieno di slanci del suo "contraltare", una propensione nei confronti di uno stile di vita meno formale e più rispettoso delle regole del cuore. Ma ciò che importa veramente a Koreeda, per una società abituata a far convivere il vecchio ed il nuovo, non è quello di rimarcare una linea di separazione tra gli uomini e il mondo, comune a tante storie del nostro cinema, rafforzando le differenze e l'incomprensione reciproca, bensì esattamente il contrario. A dircelo è il modo in cui ci restituisce le sequenze dedicate agli spostamenti che permetteranno alle due famiglie di conoscersi, con il tragitto coperto dalla macchina di Ryota per raggiungere il sobborgo dove vivono i Saiki, realizzata in campo lungo e con un tempo espanso ad enfatizzare l'importanza del momento, e la consapevolezza di un isolamento, quello di Ryota e della sua famiglia, chiusa nella torre d'avorio di un appartamento bello ma freddo ("sembra un hotel" afferma ad un certo punto Ryota riferendosi al lusso del proprio appartamento) che sta per giungere al termine. E anche l'amena semplicità da acquarello che riprende la scampagnata al fiume, in cui il ritrovato contatto con l'ambiente naturale va di pari passo con l'apertura verso "l'altro", sancita dai volti dei protagonisti sorpresi ma felici di ritrovarsi a quel punto, immortalati nella foto di gruppo, che, non a caso, fa bella mostra di sé nella locandina del film.
Ma "Like Father, Like Son" è anche la bravura di un regista capace di far convivere la vicenda collettiva, quella che coinvolge ogni membro della famiglia, con un'altra, più intima e personale che appartiene a Ryota, chiamato a fare i conti con i traumi di un'infanzia solitaria e sofferta, rivissuta nelle vicissitudini dei due bambini, smarriti in una vicenda che rischia, come successe a lui, di allontanarli per sempre da coloro che amano. Koreeda filma in punta di piedi, riuscendo a mantenersi in bilico tra lirismo emotivo e gusto della rappresentazione. Del suo film stupisce la presenza di uno sguardo intimo sulle vite dei personaggi e allo stesso tempo il pudore con cui il regista le ha restituite sullo schermo. Tenero e commovente "Like Father, Like Son" è una pellicola di intensa umanità. E' un gesto di pace e di poesia. Averlo premiato in un'edizione così importante del Festival di Cannes è stata la testimonianza di una corrispondenza a cui anche noi ci sentiamo di partecipare.
(pubblicata su ondcinema.it)
di Hirokazu Koreeda
con Lily Franky, Yoko Maki, Machiko Ono, Masaharu Fukuyama
Giappone, 2013
genere, drammatico
durata, 120'
Nell'era della comunicazione globale accade sempre più di rado che si
assista a un film senza un bagaglio di conoscenze più o meno
approfondito sull'autore di turno. La purezza dello sguardo è merce
rara, e per questo la presenza di un'opera che permette allo spettatore
contemporaneo di recuperare parte di una genuinità compromessa dal
surplus informativo meriterebbe di essere salutata con il massimo dei
favori. A questa casistica appartiene suo malgrado "Like Father, Like
Son" di Hirokazu Koreeda, regista giapponese e uomo di cinema a tutto
campo, se è vero che in una carriera più che ventennale, divisa tra
lungometraggi, serie tv e documentari di vario genere e argomento,
niente o quasi è giunto dalle nostre parti.A interrompere il digiuno e a convincere gli esercenti a una distribuzione anche italiana, ci voleva la visibilità offerta dalla vetrina cannense, e il premio alla miglior regia assegnato a Koreeda dal collega Steven Spielberg nell'edizione del festival appena conclusa. D'altronde non poteva essere altrimenti, considerato che "Like Father, Like Son" attraverso la struttura di un racconto incentrato su uno scambio di bambini, sottratti ai rispettivi genitori al momento della nascita, e sulle conseguenze che la scoperta del misfatto comporterà nella vita di due famiglie, mette in scena uno dei temi più cari al regista americano, quello dell'infanzia, qui trasposta nel rapporto tra un padre, Ryota, artefice di una vita dedicata al lavoro e al prestigio sociale, e Keita, figlio gentile e sensibile. Dopo aver appreso la notizia dello scambio ed aver conosciuto il figlio biologico e la famiglia che lo ha cresciuto, Ryota dovrà scegliere se ripristinare le condizioni di partenza, privilegiando la tradizione e i legami di sangue con il ritorno a casa del figlio naturale, oppure dare corso ai sentimenti ed all'affetto per Keita, lasciando tutto come prima.
Curiosamente anticipato da altri due film analogamente imperniati sullo stesso argomento ("Il figlio dell'altra" ed "I figli di Mezzanotte") "Like Father, Like Son" se ne distacca sia dal punto di vista dei significati che di quello della messinscena. Koreeda infatti non sente la necessità di contestualizzare la vicenda all'interno di un processo storico e politico ben preciso, come era accaduto nei due film precedenti, né eventualmente di utilizzare la dialettica interna per vagheggiare il ritorno a un'esistenza più a misura d'uomo, attraverso il contrasto tra le due famiglie: quella agiata e benestante di Ryota, integrata nella modernità produttiva del paese ma compressa dalle conseguenze di quei ritmi, contrapposta all'altra, quella dei Saiki, felicemente umile e spudoratamente naif. Certamente è impossibile non vedere negli sviluppi della narrazione, e nel confronto tra il carattere chiuso e rigoroso di Ryota, con quello sgangherato ma pieno di slanci del suo "contraltare", una propensione nei confronti di uno stile di vita meno formale e più rispettoso delle regole del cuore. Ma ciò che importa veramente a Koreeda, per una società abituata a far convivere il vecchio ed il nuovo, non è quello di rimarcare una linea di separazione tra gli uomini e il mondo, comune a tante storie del nostro cinema, rafforzando le differenze e l'incomprensione reciproca, bensì esattamente il contrario. A dircelo è il modo in cui ci restituisce le sequenze dedicate agli spostamenti che permetteranno alle due famiglie di conoscersi, con il tragitto coperto dalla macchina di Ryota per raggiungere il sobborgo dove vivono i Saiki, realizzata in campo lungo e con un tempo espanso ad enfatizzare l'importanza del momento, e la consapevolezza di un isolamento, quello di Ryota e della sua famiglia, chiusa nella torre d'avorio di un appartamento bello ma freddo ("sembra un hotel" afferma ad un certo punto Ryota riferendosi al lusso del proprio appartamento) che sta per giungere al termine. E anche l'amena semplicità da acquarello che riprende la scampagnata al fiume, in cui il ritrovato contatto con l'ambiente naturale va di pari passo con l'apertura verso "l'altro", sancita dai volti dei protagonisti sorpresi ma felici di ritrovarsi a quel punto, immortalati nella foto di gruppo, che, non a caso, fa bella mostra di sé nella locandina del film.
Ma "Like Father, Like Son" è anche la bravura di un regista capace di far convivere la vicenda collettiva, quella che coinvolge ogni membro della famiglia, con un'altra, più intima e personale che appartiene a Ryota, chiamato a fare i conti con i traumi di un'infanzia solitaria e sofferta, rivissuta nelle vicissitudini dei due bambini, smarriti in una vicenda che rischia, come successe a lui, di allontanarli per sempre da coloro che amano. Koreeda filma in punta di piedi, riuscendo a mantenersi in bilico tra lirismo emotivo e gusto della rappresentazione. Del suo film stupisce la presenza di uno sguardo intimo sulle vite dei personaggi e allo stesso tempo il pudore con cui il regista le ha restituite sullo schermo. Tenero e commovente "Like Father, Like Son" è una pellicola di intensa umanità. E' un gesto di pace e di poesia. Averlo premiato in un'edizione così importante del Festival di Cannes è stata la testimonianza di una corrispondenza a cui anche noi ci sentiamo di partecipare.
(pubblicata su ondcinema.it)
Post archiviato nelle categorie:
anteprime. recensioni
domenica, aprile 06, 2014
SNOWTOWN
”Snowtown"
di: J.Kurzel
con: D.Henshall, L.Pittaway, L.Harris, A.Viergever, D.Walker
Drammatico - AUS 2011 - 120 min
Nel duttile specchio della natura,
le stelle fan da rete, noi da pesci,
i numi sono spettri in grembo al buio".
- V.Chlebnikov -
E' tutto nel cuore, quindi imponderabile. Almeno fino a quando non decide di emergere, e allora può essere qualunque cosa. Non necessariamente un inno alla vita.
L' agglomerato suburbano di North Salisbury, dalle parti di Adelaide (AUS) - ma davvero, oramai, potrebbe trattarsi di qualsiasi "luogo" - dispersione di villette dozzinali circondate da verde scorticato, cortili posteriori ingombri di attrezzi e rifiuti, ospita, ed e' come un'intemperanza del caso, una fauna che una volta, forse, aveva connotati umani. Al suo interno il giovane James, detto Jamie, si aggira silenzioso e inerte, testimone, vittima (assieme ad altri due fratelli ma poi carnefice egli stesso) di una violenza che pulsa nelle pieghe della semplice prossimità fisica, fonde in unico blocco perverso promiscuità e ferinità e trova in John - uscito dal nulla, si potrebbe dire per comodità e bisogno di esorcizzare, se non fosse che quel nulla, sempre più vasto, sempre più esigente, al punto in cui siamo, produce, fagocita ed evacua quasi tutto - l'impassibile, suadente, crudele angelo nero che gli si conficcherà dentro, gli armerà la mano e lo trascinerà nel buio.
Il motivo d'interesse di un'opera stranita e abrasiva come "Snowtown" risiede in uno sguardo impietoso eppure mai complice che avvalendosi spesso di piani medi e lunghi "intrappolati" in una inquietante fissità (i toni cromatici sono quelli del bruno sporco, dei grigi e delle tinte opache a ripetere il ritornello atono di un ottusità così generalizzata da scivolare "naturalmente" nell'abiezione), intersecati ad inquadrature ravvicinate (in particolare quelle di Jamie) intrise di semi ebetudine, resa impotente, lacrime cristallizzate nelle orbite, rende palpabile - e sconcertante - in un non semplice equilibrio tra distanza e accorta immedesimazione, la muta prepotenza di un orrore giunto ad una pressoché totale sovrapposizione con la realtà (o forse sarebbe meglio dire con ciò che resta di essa), la cui pulsione di base, tortura + dolore + sangue, e' in gran parte de-sensibilizzata in una sorta di atroce estasi minerale non estranea, da un lato, alla marginalità autistica dei "tipi umani" ricorrenti in Korine e, dall'altro, a suggestioni prossime alle vivisezioni spietate di Seidl come ai microcosmi familiari a (illusoria) tenuta stagna di Lanthimos.

Così la Morte a Snowtown prende quello che le spetta e se ne va senza voltarsi, mentre Jamie serra una porta su cui Kurzel fa calare il nero. Troppo bene infatti Lei sa che il Male e' banale perché e' ovunque, in specie proprio dietro quella porta, la', nell'angolo più desolato di ogni cuore. Porta che di questi tempi e sempre più spesso non deve fare nemmeno più la fatica di aprire: lo fa Jamie, lo facciamo noi per Lei.
[Gli eventi descritti nel film di Kurzel rimandano ai cosiddetti "Snowtown murders" consumatisi tra il 1992 e il 1999 nel territorio dell'Australia del Sud ad opera - e secondo vari gradi di colpa - di John Bunting, James Vlassakis e Robert Joe Wagner].
L' agglomerato suburbano di North Salisbury, dalle parti di Adelaide (AUS) - ma davvero, oramai, potrebbe trattarsi di qualsiasi "luogo" - dispersione di villette dozzinali circondate da verde scorticato, cortili posteriori ingombri di attrezzi e rifiuti, ospita, ed e' come un'intemperanza del caso, una fauna che una volta, forse, aveva connotati umani. Al suo interno il giovane James, detto Jamie, si aggira silenzioso e inerte, testimone, vittima (assieme ad altri due fratelli ma poi carnefice egli stesso) di una violenza che pulsa nelle pieghe della semplice prossimità fisica, fonde in unico blocco perverso promiscuità e ferinità e trova in John - uscito dal nulla, si potrebbe dire per comodità e bisogno di esorcizzare, se non fosse che quel nulla, sempre più vasto, sempre più esigente, al punto in cui siamo, produce, fagocita ed evacua quasi tutto - l'impassibile, suadente, crudele angelo nero che gli si conficcherà dentro, gli armerà la mano e lo trascinerà nel buio.
Il motivo d'interesse di un'opera stranita e abrasiva come "Snowtown" risiede in uno sguardo impietoso eppure mai complice che avvalendosi spesso di piani medi e lunghi "intrappolati" in una inquietante fissità (i toni cromatici sono quelli del bruno sporco, dei grigi e delle tinte opache a ripetere il ritornello atono di un ottusità così generalizzata da scivolare "naturalmente" nell'abiezione), intersecati ad inquadrature ravvicinate (in particolare quelle di Jamie) intrise di semi ebetudine, resa impotente, lacrime cristallizzate nelle orbite, rende palpabile - e sconcertante - in un non semplice equilibrio tra distanza e accorta immedesimazione, la muta prepotenza di un orrore giunto ad una pressoché totale sovrapposizione con la realtà (o forse sarebbe meglio dire con ciò che resta di essa), la cui pulsione di base, tortura + dolore + sangue, e' in gran parte de-sensibilizzata in una sorta di atroce estasi minerale non estranea, da un lato, alla marginalità autistica dei "tipi umani" ricorrenti in Korine e, dall'altro, a suggestioni prossime alle vivisezioni spietate di Seidl come ai microcosmi familiari a (illusoria) tenuta stagna di Lanthimos.
Così la Morte a Snowtown prende quello che le spetta e se ne va senza voltarsi, mentre Jamie serra una porta su cui Kurzel fa calare il nero. Troppo bene infatti Lei sa che il Male e' banale perché e' ovunque, in specie proprio dietro quella porta, la', nell'angolo più desolato di ogni cuore. Porta che di questi tempi e sempre più spesso non deve fare nemmeno più la fatica di aprire: lo fa Jamie, lo facciamo noi per Lei.
[Gli eventi descritti nel film di Kurzel rimandano ai cosiddetti "Snowtown murders" consumatisi tra il 1992 e il 1999 nel territorio dell'Australia del Sud ad opera - e secondo vari gradi di colpa - di John Bunting, James Vlassakis e Robert Joe Wagner].
TFK
sabato, aprile 05, 2014
NYMPHOMANIAC VOL I
Nymphomaniac vol I
di Lars Von Trier
con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgard, Stacy Martin
Danimarca, Spagna, 2013
genere, drammatico
durata, 110'
Esiste un modo più giusto di altri per giudicare un'opera
di Lars Von Trier. Il dubbio già rilevato per altri autori si ripropone
all'ennesima potenza quando ci si trova di fronte ad lungometraggio del
regista danese, abituato a costruzioni metacinematografiche che non
riguardano solo lo schermo ma coinvolgono lo spettatore ancor prima
dell'entrare in sala. Nel caso di "Nymphomaniac Vol I" queste
caratteristiche risultano evidenti nella scelta dell'argomento, e poi
nella gestione del marketing relativo alla promozione dell'opera.
Della
sessualità Von Trier ha fatto quasi un marchio di fabbrica, proponendola
come amplificatore di un empatia sofferta e
nevrotica, quasi sempre votata all'autolesionismo. In questo senso la
storia di Joe non fa eccezione, sia in termini di approccio, con il
corpo
femminile annichilito da una pratica che non è mai esaltazione di
erotismo e sensualità ma terminale di ogni tipo di insoddisfazione, sia
per quanto riguarda la gestione del desiderio, prima stimolato dal
preludio di una nudità esposta senza alcuna remora, e poi negato da un
contesto che tende a raffreddare qualsiasi tipo di passionalità.
Diversamente la gestione del film come "prodotto", con l'escamotage generalmente
usato dalle major hollywoodiane di presentare il film diviso in due
sezioni,
rappresenta un balzo in avanti nella concezione stessa dell'opera, non
più monade indivisibile ma parte di un tutto che puo essere
manipolato dal miglior offerente. Come attesta lo stesso Von Trier
affermando che la versione edulcorata arrivata in Italia risponde a
criteri di valutazione autorizzati ma esteticamente estranei
al suo punto di vista. A questo punto la prima domanda è: stiamo
davvero valutando un film di Lars Von Trier? e poi: quale è il senso di
un giudizio espresso su un lungometraggio incompleto?. Interrogativi che
forse sono più importanti dell'oggetto che li genera, perchè aprono le
porte ad una riflessione sui modi del fruire che in "Nymphomaniac" si
avvicinano a quelli giù in uso in altre
piattaforme, dove la visione filmica è sottoposta ad influenze e
frazionamenti di ogni tipo.
In questo senso "Nymphomaniac Vol I" è un
film più importante dei suoi contenuti che si mantengono per il momento
lontano dallo scandalo e ragionano sui massimi sistemi, associando la
libido
della protagonista ad altre manifestazioni della natura umana ed
animale. Entrano così in gioco la pesca presa ad esempio per dimostrare
l'analogia tra gli stratagemmi messi a punto dal pescatore e quelli
utilizzati da Joe per soddisfare i propri appetiti sessuali. Nello
Zibaldone del regista danese entra un po di tutto: dall matematica alla
musica, dal melodrama alla sessuologia, messa in campo con una
dissertazione sulla forma e le dimensioni del pene maschile. Sviluppato
come una lunga seduta psicanalitica, riprodotta nella postura di Joe
(Charlotte Gainsbourg) distesa sul letto, e di quella di Seligman
(Stellan Skarsgard), seduto su una sedia collocata a poca distanza da
lei, "Nymphomaniac" si concede all'imprevisto quando concentrandosi sul
racconto dei "fatti" evita di esporsi sulla qualità del rapporto tra
medico e paziente. Un' omissione tanto più evidente in un film che tutto spiega e molto dice.
Post archiviato nelle categorie:
anteprime. recensioni
giovedì, aprile 03, 2014
I CORPI ESTRANEI
Jcorpi estranei
di Mirko Locatelli
con Filippo Timi, Jaouher Brahim
Italia, 2013
genere, drammatico
durata, 94'
L'ultima volta che il cinema d'autore italiano si era avventurato in
maniera così ardita all'interno di una struttura ospedaliera lo aveva
fatto con il bel film di Gianni Amelio "Le chiavi di casa"
storia di una guarigione al contrario, con un padre in crisi
esistenziale salvato dall'amore per il figlio paraplegico abbandonato in
tenera età. Un percorso umano in parte simile a quello di Antonio,
giunto a Milano insieme al figlioletto Pietro in procinto di essere
operato per una grave patologia. Durante la degenza in ospedale Antonio
ha modo di incrociare parenti e amici degli altri pazienti, entrando in
contatto con una piccola comunità di emigrati nordafricani, e in
particolare con il giovane Jaber artefice di una solidarietà che i
pregiudizi di Antonio rendono difficile da accettare. Una diffidenza che
rischia di far precipitare le cose quando Antonio scopre addosso al
figlio un unguento taumaturgico che Jaber gli ha spalmato di nascosto.
Alle prese con il suo secondo film di finzione Mirko Locatelli dimostra
la sua ambizione raccontando una storia che prende di petto due temi
universali come quelli della malattia vista attraverso gli effetti che
produce nei rapporti tra le persone che ne sono in qualche modo colpite,
e poi, non meno importante, dell'integrazione analizzata attraverso
l'incontro/scontro tra Antonio e Jaber.
Un menù fitto di implicazioni e
di spunti a cui Locatelli applica lo stesso metodo usato da molti
colleghi che alla pari di lui si sono fatti le ossa nel documentario:
pensiamo ad esordi recenti come quello di Bruno Oliviero con "La variabile umana" oppure Leonardo di Costanzo, regista de "L'intervallo"
(2012). Un approccio evidente fin dalle prime sequenze quando
Locatelli, piuttosto che raccontarci le premesse che hanno portato
Antonio davanti ai nostri occhi, preferisce farcele scoprire attraverso
un vero e proprio pedinamento (camera a mano a riprendere di spalle la
sagoma del protagonista) che nel rispetto del cinema verità, abituato a
subordinare la volontà del regista a quella dell'oggetto filmato, si
produce in un referto naturalistico in cui abbondano ripetizioni e tempi
morti. In questo modo osserviamo Antonio alle prese con la routine di
un'attesa logorante e impotente, fatta di telefonate alla moglie
rimasta a casa con l'altro figlio, e poi constatiamo la sua voglia di
risollevarsi dallo stress di notti insonni, quando con la scusa di
guadagnare dei soldi inizia a lavorare ai mercati generali caricando e
scaricando cassette di frutta. Un lavoro di sottrazione che riguarda
anche i contenuti e in primis la costruzione del personaggio principale
su cui Locatelli fa confluire segni di tipo opposto quando sceglie un
attore come Filippo Timi che fa dell'esuberanza fisica uno dei suoi
marchi di fabbrica e poi lo impiega in una recitazione che nella
dilatazione del gesto sembra condannarlo a una reiterata implosione, ben
sintetizzata dall'abitudine di Antonio di ascoltare il notiziario
stradale, trasmissione radiofonica neutrale ed asettica che fa da
specchio al suo modo di rivolgersi al mondo.
E sono proprio le
movenze di Timi, ripreso tra le corsie d'ospedale come un leone in
gabbia, il dialetto (toscano) strascicato e certe volte impossibile da
decifrare e poi il suo imbarazzo di fronte al figlio che non riesce ad
aiutare, a costituire le cose migliori dell'opera. Quando invece il film
si sposta sul piano dell'analisi sociale, registrando l'inversione di
tendenza che sta livellando la disparità esistente tra italiani ed
extracomunitari (un fenomeno già messo in evidenza da Ivano De Matteo
nel suo "Gli equilibristi"
(2012) e poi confluisce in un finale che rilancia la consapevolezza di
un'uguaglianza resa tale dalla condivisione della stessa sofferenza, "I
corpi estranei" non riesce a cambiare passo, rimanendo insolvente
rispetto ad una indagine che si colloca sulla superficie dei fatti.
Chiamata ad essere la cartina di tornasole di una condizione universale,
l'esperienza di Antonio rimane appesa alle incertezze di una
drammaturgia che a colpi di reticenza giunge spompata alla resa dei
conti, quello che deve rendere il senso di scoperta e di accettazione
dell'excursus umano compiuto dal protagonista. Primo film italiano in
concorso "I corpi estranei" rimane schiacciato dalla sue pretese e non
riesce ad incidere
(pubblicata su ondacinema.it/speciale festival di Roma)
di Mirko Locatelli
con Filippo Timi, Jaouher Brahim
Italia, 2013
genere, drammatico
durata, 94'
E sono proprio le
movenze di Timi, ripreso tra le corsie d'ospedale come un leone in
gabbia, il dialetto (toscano) strascicato e certe volte impossibile da
decifrare e poi il suo imbarazzo di fronte al figlio che non riesce ad
aiutare, a costituire le cose migliori dell'opera. Quando invece il film
si sposta sul piano dell'analisi sociale, registrando l'inversione di
tendenza che sta livellando la disparità esistente tra italiani ed
extracomunitari (un fenomeno già messo in evidenza da Ivano De Matteo
nel suo "Gli equilibristi"
(2012) e poi confluisce in un finale che rilancia la consapevolezza di
un'uguaglianza resa tale dalla condivisione della stessa sofferenza, "I
corpi estranei" non riesce a cambiare passo, rimanendo insolvente
rispetto ad una indagine che si colloca sulla superficie dei fatti.
Chiamata ad essere la cartina di tornasole di una condizione universale,
l'esperienza di Antonio rimane appesa alle incertezze di una
drammaturgia che a colpi di reticenza giunge spompata alla resa dei
conti, quello che deve rendere il senso di scoperta e di accettazione
dell'excursus umano compiuto dal protagonista. Primo film italiano in
concorso "I corpi estranei" rimane schiacciato dalla sue pretese e non
riesce ad incidere (pubblicata su ondacinema.it/speciale festival di Roma)
Post archiviato nelle categorie:
anteprime. recensioni
martedì, aprile 01, 2014
TI RICORDI DI ME?
Ti ricordi di me
di Rolando Ravello
con Edoardo Leo, Ambra Angioini
genere, commedia
Italia, 2014
durata, 91'
Robi, scrittore di favole alternative con l’hobby della cleptomania; Bea, narcolettica cronica con l’aggravante dell’ amnesia. Due “alieni sociali” che si incontrano in terapia, il resto della storia potete immaginarvela.
Il fatto che la storia sia scontata, è il minor difetto del nuovo film di Ravello. La sceneggiatura fa acqua da tutte le parti e tenta di salvarsi in calcio d’angolo con un improbabile finale aperto; le immagini sono colorate di quell’apatia che tanto strizza l’occhio alle peggiori (come se ce ne fossero di belle) fiction nazionali. Ad aggravare la situazione i due attori protagonisti che, con l’Edoardo Leo che va tanto di moda ultimamente nelle sale e un’Ambra Angiolini fuori ruolo dimostrano una tecnica recitativa sopraffina, talmente sopraffina che non si vede. In tutto ciò i siparietti comici fanno ridere poco e niente, e tentativi tecnici imbarazzanti (vedasi la zoommata “vertigo” alla Hitchcook). Unica eccezione è Paolo Calabresi, che si dimostra un’ottima spalla.
Eppure ultimamente della commedia italiana si sono viste belle cose (si pensi a Pif, o a Smetto quando voglio, con lo stesso Leo nei panni del protagonista). Il passo definitivo del genere evidentemente non è ancora completo, dimostrazione lo è proprio ”Ti ricordi di me”, che sia da un primo sguardo che dopo un’attenta analisi, possiamo definire film osceno.
Antonio Romagnoli
di Rolando Ravello
con Edoardo Leo, Ambra Angioini
genere, commedia
Italia, 2014
durata, 91'
Robi, scrittore di favole alternative con l’hobby della cleptomania; Bea, narcolettica cronica con l’aggravante dell’ amnesia. Due “alieni sociali” che si incontrano in terapia, il resto della storia potete immaginarvela.
Il fatto che la storia sia scontata, è il minor difetto del nuovo film di Ravello. La sceneggiatura fa acqua da tutte le parti e tenta di salvarsi in calcio d’angolo con un improbabile finale aperto; le immagini sono colorate di quell’apatia che tanto strizza l’occhio alle peggiori (come se ce ne fossero di belle) fiction nazionali. Ad aggravare la situazione i due attori protagonisti che, con l’Edoardo Leo che va tanto di moda ultimamente nelle sale e un’Ambra Angiolini fuori ruolo dimostrano una tecnica recitativa sopraffina, talmente sopraffina che non si vede. In tutto ciò i siparietti comici fanno ridere poco e niente, e tentativi tecnici imbarazzanti (vedasi la zoommata “vertigo” alla Hitchcook). Unica eccezione è Paolo Calabresi, che si dimostra un’ottima spalla.
Eppure ultimamente della commedia italiana si sono viste belle cose (si pensi a Pif, o a Smetto quando voglio, con lo stesso Leo nei panni del protagonista). Il passo definitivo del genere evidentemente non è ancora completo, dimostrazione lo è proprio ”Ti ricordi di me”, che sia da un primo sguardo che dopo un’attenta analisi, possiamo definire film osceno.
Antonio Romagnoli
Post archiviato nelle categorie:
anteprime. recensioni
Iscriviti a:
Post (Atom)


