domenica, settembre 18, 2022

VENEZIA 79: L'IMMENSITA'

L’immensità

di Emanuele Crialese

con Penelope Cruz, Luana Giuliani, Vincenzo Amato

Italia, 2022

genere: drammatico

durata: 97’

Sospesa sopra la testa di Adriana, nella scena iniziale, la macchina da presa prende quota permettendo allo sguardo di Emanuele Crialese di allargare la porzione di spazio dove la protagonista passa il tempo a giocare e a desiderare un’altra vita. Poco dopo la scena iniziale succede più o meno la stessa cosa. A cambiare è il punto di vista, questa volta ad altezza uomo, ma il movimento è sempre lo stesso, con l’obiettivo che allontanandosi dal centro del televisore in cui Raffaella Carrà si scatena in un contagioso balletto, espande il suo occhio sull’interno famigliare in cui madre e figli si stanno godendo lo spettacolo. Per Crialese “L’immensità” è innanzitutto un problema di spazi e di luoghi alternativi. A differenza della madre (Clara, interpretata da una Penélope Cruz che parla un italiano con forte accento spagnolo), costretta all’interno di un matrimonio già finito, incapace com’è di andare oltre le fantasie nelle quali ogni volta immagina di fare il verso alle star della canzone, Adriana le prova tutte pur di affrancarsi dal disagio della propria esistenza. Imprigionata in un corpo che non sente suo, la ragazzina si ribella per davvero vestendosi da uomo, facendosi chiamare con un nome maschile (Andrea) e quando possibile, allontanandosi da casa per varcare la frontiera del proibito oltre cui si estende il nugolo di baracche dove ad aspettarla ci sarà il primo amore.

Che si tratti di paesaggio fisico o psicologico, i personaggi del regista di “Nuovomondo” confermano la loro natura di viaggiatori, ribelli ai limiti imposti dalle regole degli uomini e per questo alla ricerca di universi alternativi. Non è un caso che la prima immagine del cinema di Crialese (“Once We Were Strangers", 1997) sia un a sorta di epifania - sospesa tra sogno e realtà, tra fisico e metafisico - in cui vediamo Vincenzo Amato, attore prediletto del regista romano per aver partecipato a quattro dei cinque film girati, approdare sulle rive del fiume Hudson dopo periglioso viaggio, in una scena rivelatrice della natura migrante del protagonista, condizione che per il cinema di Crialese rappresenta una sorta di “eterno ritorno” nietzschiano. 

Ne “L’immensità” questa dimensione è sviluppata in un confronto allo specchio tra madre e figlia, con la prima che lascia in eredità alla seconda il compito di affrancarsi da ciò che a lei non è stato permesso. La mascolinità di Adriana vuol dire anche questo: impedire che nella (sua) vita ci sia un altro uomo pronto a dirle che cosa deve fare, bloccandole la strada verso la sua realizzazione. A confermare il passaggio di consegne tra Clara e Adriana è l’ultima di una serie di sequenze surreali in cui nel corso del film le ritroviamo a ballare e cantare sul palco le hit musicali degli anni 70 al posto dei veri interpreti (Patty Bravo, Adriano Celentano, Raffaella Carrà). Nella sequenza conclusiva, infatti, Andrea in versione crooner intrattiene la platea essendo unico padrone della scena; pronta a “ballare da sola” dopo aver fatto da spalla alla madre.

Ma “L’immensità” va guardato anche in termini di corrispondenza tra realtà e finzione, nella vicinanza tra la biografia dei personaggi con l’esperienza umana del regista. Da questo punto di vista il nuovo lavoro di Crialese si presenta simile a quello che ha rappresentato “E’ stata la mano di Dio” per Paolo Sorrentino. A testimoniarlo è stata - per entrambi - la necessità di prendersi più tempo possibile prima di essere pronti a parlare al pubblico di un aspetto così intimo e delicato della loro vita. Nel caso di Crialese questo ha voluto dire smettere di girare per circa undici anni, tanti sono stati quelli che separano “L’immensità” da “Terraferma”. Come il film di Sorrentino, anche “L’immensità” permette all’appassionato di rileggere a posteriori la filmografia dell’autore romano, di entrare con maggior consapevolezza e più a fondo nella sua ispirazione creativa: si pensi per esempio alla corrispondenza tra Clara e la Grazia di “Respiro”, femmine folli, frutto di un processo artistico proveniente dalla stessa matrice esistenziale. Alla commistione tra sogno e realtà chiamata a segnalare la lotta tra l’essere o il non essere dei personaggi, e ancora, al concetto di viaggio che nella filmografia di Crialese non riduce il suo significato ad un’unica accezione ma che è sempre il risultato di una necessità materiale e insieme spirituale. 

Come già successo ad altri registi quando si tratta di mettere in scena il film della vita, anche Crialese arriva all’appuntamento più importante con un pudore eccessivo. Così, quella che era stata la forza degli altri film, ovvero la capacità delle immagini di far vivere il desiderio dei personaggi attraverso la trasfigurazione poetica del reale qui non si fa sentire, essendo le sequenze musicali incapaci di rendere l’agognato altrove. Senza quella profondità, e con le psicologie dei personaggi debitrici di un maggiore sviluppo, “L’immensità” di Crialese si risolve sulla superficie delle immagini, belle ma inerti dal punto di vista emotivo.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it) 

VENEZIA 79: UN COUPLE

Un couple

di Frederick Wiseman

con Nathalie Boutefeu

Francia, USA, 2022

genere: drammatico

durata: 64’

A discapito di quanto si può pensare vedendo questo titolo, l’ultima fatica del documentarista Frederick Wiseman, ultranovantenne, è quello che si può definire un vero e proprio monologo.

Nathalie Boutefeu è la sola e unica interprete del film, in concorso a Venezia 79, che ha collaborato anche alla stesura della sceneggiatura.

“Un couple” è un film su una lunga relazione tra un uomo e una donna. L’uomo è Leo Tolstoj. La donna è sua moglie, Sofia.

L’intero film si svolge come fosse un dialogo, ma è in realtà una comunicazione “a senso unico” perché Sofia parla praticamente da sola. Le parole che utilizza sono naturalmente rivolte all’altra parte della coppia, solo accennata dalla sceneggiatura, ma mai visibile in scena, ma è come se fossero indirizzate allo spettatore e a uno spettatore “universale”, colui che dovrebbe essere veicolo del messaggio in questione.

La scelta di realizzare un film “statico” è legata al fatto che si riferisce a un colosso della letteratura che, così facendo, non viene snaturato, ma anzi evidenziato. La potenza delle parole deve essere ed è superiore alle immagini. Per questo Sofia si sposta, ma solo dopo aver parlato. E noi non vediamo mai il compiersi di questo spostamento. La ritroviamo immediatamente dopo in un altro luogo, sempre “bucolico”, sempre naturale, quasi come a cercare rifugio nel mondo esterno, l’unico in grado di accoglierla, senza accusarla. Un luogo dove lei si sente protetta, mentre, contemporaneamente, “inveisce” contro il compagno.

Un film decisamente particolare, forse quello più particolare in concorso a Venezia 79.

La mano di Wiseman si nota, forse anche troppo. Da sempre abituato a muoversi nei confini del documentario, qui prova a fare qualcosa di nuovo e di diverso, pensando e sperando di applicare la sua conoscenza e la sua esperienza anche al cinema “di finzione”. In realtà il risultato è un prodotto a metà strada tra i due che, a parte qualche appassionato del regista e dell’autore e i presenti al festival, non troverà terreno fertile. Sicuramente rimarrà uno dei film che caratterizzano e hanno caratterizzato la filmografia del regista ultranovantenne, ma nulla più.

La scelta drastica delle riprese e del montaggio non favorisce la fruizione di un’opera che avrebbe potuto rendere più “vicino” un grande, ma “pesante” autore della letteratura.

La fedeltà al proprio stile vince sull’apprezzamento generale dell’opera. Peccato.


Veronica Ranocchi

sabato, settembre 17, 2022

VENEZIA 79: L'ORIGINE DU MAL

L’origine du mal

di Sébastien Marnier

con Laure Calamy, Suzanne Clément, Doria Tillier

Francia, Canada, 2022

genere: drammatico, thriller

durata: 125’

Una delle piccole sorprese di questa Venezia 79 è sicuramente “L’origine du mal”. Il film è francese ed è stato presentato nella categoria Orizzonti Extra allo scorso festival del cinema. Laure Calamy è la protagonista indiscussa di un film a metà strada tra il drammatico e il thriller dove tutto rimane un mistero per gran parte del tempo.

Lo spettatore entra nella storia dal punto di vista della protagonista (Stéphane) e pensa di sapere tutto. O almeno che le cose stiano come la donna afferma. Tramite lei conosce una ricca famiglia con un’imponente villa sul mare. I membri della famiglia sono un padre che lei non ha mai conosciuto perché risposato con un’altra donna, la stessa con la quale vive al momento e condivide gli sfarzi della villa. Con loro anche due sorelle. Qui Stéphane si trova a vivere, convivere e avere a che fare con tutte le dinamiche che una famiglia, appena conosciuta, porta con sé. Con l’andare avanti della narrazione scopriamo, però, altre cose sulla sua vita come, per esempio, la sua relazione sentimentale. Ma è davvero tutto come sembra? O ci sono segreti più grandi che si nascondono tra le trame della vicenda?

Un thriller riuscito quello francese che, al posto della suspense e dell’adrenalina delle quali sono carichi i titoli appartenenti al genere, gioca sul disvelamento dei personaggi e delle loro dinamiche. Un gioco di segreti e sotterfugi che mostrano le macchinazioni dei personaggi (e di uno in particolare). E l’abilità del regista Sébastien Marnier sta proprio in questo, nel giocare con lo spettatore, “abituato” a vedere e conoscere, o almeno a pensare di conoscere, una storia che in realtà è completamente stravolta. Se vogliamo, seppur labile, si può trovare un collegamento con un film come “Il silenzio degli innocenti”, nel quale è vero che vediamo la storia dal punto di vista della giovane agente che deve investigare sul serial killer cannibale, ma al tempo stesso siamo portati a fare il tifo anche per il cattivo che ci viene dipinto non come il crudele e spietato assassino (che in realtà è), ma, grazie ad alcuni dialoghi e a un gioco di scrittura (il vero genio in questo caso è l’autore dell’omonima opera letteraria), riusciamo a scovare dell’umanità in lui.

Allo stesso modo anche “L’origine du mal” gioca su questo fattore. Stéphane è buona o cattiva? Sta allo spettatore deciderlo e decidere di “schierarsi”.

A fare da cornice al gioco di sotterfugi ci sono poi dei personaggi di contorno ben caratterizzati, forse in alcuni contesti un po’ stereotipati, ma comunque in grado di evolversi e suscitare il giusto interesse nel pubblico.

Un film e un titolo che fanno riflettere. Sia naturalmente sulla vera origine del male, sia sul male in generale. Se il susseguirsi delle vicende e la fine effettiva del film fanno pensare a una certa “origine del male”, la domanda che lo spettatore deve in realtà porsi è: cosa è male? E perché e in che modo nasce? Solo da qui si può partire per capire le dinamiche e le azioni di questo film e non solo.


Veronica Ranocchi

giovedì, settembre 15, 2022

VENEZIA 79: PADRE PIO

Padre Pio

di Abel Ferrara

con Shia Labouf, Asia Argento, Brando Pacitto

Italia, Germania, 2022

genere: drammatico, biografico

durata: 104’

Abel Ferrara presenta a Venezia un film per il quale l’aggettivo “particolare” sembra calzare a pennello. Questo perché il titolo “Padre Pio” farebbe pensare a un film sulla figura del santo di Pietralcina e invece la storia decide di virare verso qualcos’altro lasciando il protagonista relegato a semplice figura di contorno di un contesto sociale e politico in grado di demolire e distruggere qualsiasi cosa.

Il Padre Pio interpretato da Shia Lebouf (che pare essersi anche convertito dopo aver preso parte al progetto) è una figura marginale nell’Italia della prima parte del ‘900. I veri protagonisti sembrano essere i popolani e non che si scontrano per problemi legati, appunto, alla politica, all’economia e simili. Proteste, contrasti e ribellioni sono all’ordine del giorno, mentre prova a delinearsi la figura di un santo che sembra essere molto meno santo di quello che si può pensare. 

Una figura che risulta, per certi versi, “incerta” e che non riesce mai a diventare il fulcro della narrazione, a discapito di quel titolo fuorviante che farebbe pensare all’ennesima rappresentazione simile alle precedenti già realizzate.

Invece Ferrara punta più sul contorno e sul modo in cui la figura è mostrata. A lui interessano i dissensi socio-economici e politici dell’epoca che aiutano lo spettatore a capire determinate scelte, anche della figura protagonista, o presunta tale.

Per esempio, la scelta di optare per forti chiaro scuri è sintomatica non solo delle vicende che fanno da sfondo, ma anche di quella che risulta quasi una figura ambigua. Inizialmente celato nell’ombra, lo spettatore inizia a vedere Padre Pio a piccoli passi. Prima deduce che ci sia, poi lo intravede e solo dopo riesce a vederlo davvero.

Sembra quasi che la storia di Padre Pio, ben interpretato da Shia Lebouf, con grida, lamenti e preoccupazioni, sia un inserto all’interno del film stesso. Sembra quasi che la sua storia sia inserita, come una parentesi, all’interno di quella dell’Italia dell’epoca e che riesca a emergere solamente nei piccoli momenti di pausa.

Non si può definire un film non riuscito, ma sicuramente si tratta di un’opera che sconvolge lo spettatore che si aspetta e aspetterebbe tutt’altro. La vita di Padre Pio non esiste, non viene né accennata né tratteggiata. Quel poco che si vede lo si comprende grazie a una conoscenza pregressa della figura perché Ferrara, da questo punto di vista, non mostra e non aggiunge altro.

Altro aspetto, poi, che colpisce e frastorna il pubblico è la scelta di utilizzare l’inglese come lingua del film. Una decisione che porta a uno straniamento e che può aiutare a concentrarsi di più sulla figura del santo, ma non arricchisce la storia che, anzi, non viene presa nemmeno troppo sul serio e ha come risultato quello che si potrebbe definire un “falso storico”.

Un film da vedere non nella “speranza” di conoscere la vita del santo e scoprire qualcosa che i film precedenti incentrati su di lui non avevano ancora raccontato, ma un film da vedere con una certa consapevolezza: quella che Padre Pio è soltanto la cornice di qualcosa di altro.


Veronica Ranocchi

martedì, settembre 13, 2022

VENEZIA 79: BARDO, FALSA CRONICA DE UNAS CUANTAS VERDADES

Bardo, falsa cronica de unas cuantas verdades

di Alejandro G. Inarritu

con Daniel Giménez Cacho, Griselda Siciliani, Ximena Lamadrid

Messico, 2022

genere: drammatico

durata: 174’

È tempo anche per Bardo: falsa cronica de unas cuantas verdades di Alejandro G Inarritu di sbarcare al Lido di Venezia per l’edizione 79 della mostra del cinema.

Con i suoi 174 minuti il film, dal 16 dicembre su Netflix, del regista messicano mette in scena tante tematiche, tante situazioni e tanti scenari. Forse troppi.

Silverio Gama è un documentarista messicano, ex conduttore televisivo, che vive la sua vita insieme alla moglie e ai tre figli. Invitato in uno show per presentare la sua ultima opera e anticipare il fatto che verrà insignito con il più prestigioso premio assegnato ai giornalisti, l’uomo ammutolisce e non risponde alle domande del conduttore.

Da quel momento (in realtà anche prima) cominciano a susseguirsi strane situazioni che mescolano continuamente finzione e realtà.

Aveva già, in qualche modo, provato a raccontarci la sua particolare visione del mondo Inarritu, ancora prima di Bardo: falsa cronica de unas cuantas verdades. E lo aveva fatto con Birdman. Allo stesso modo aveva provato a raccontare la vita messicana dal suo punto di vista, per esempio, con Amores Perros.

Qui prova a fare un mix tra i due (e non solo) e creare un universo ancora nuovo, ancora alternativo. Ma mettendo fin troppa carna al fuoco.

Il sogno e la realtà diventano un insieme unico, dove uno va a intersecarsi e a interferire con l’altro, sia visivamente che consequenzialmente. I personaggi, in particolare il protagonista, ma anche lo spettatore sono costretti ad aggrapparsi a dei punti di riferimento per non cadere nella trappola della finzione. Aiutato da un valido comparto tecnico, Inarritu con il suo Bardo spazia in continuazione tra un luogo e un altro, tra un tempo e un altro.

Dal contrasto tra vita e morte, al rapporto familiare e generazionale, passando per la visione del mondo e del cinema. Sono solo alcuni dei temi affrontati dal film in questione. Silverio non è solo un documentarista, ma è, in certi frangenti, alter ego del regista stesso. Quando parla delle sue opere e soprattutto del suo approccio a esse. Ma anche del modo in cui vengono recepite e comprese dal pubblico. In tutti questi momenti è Inarritu a parlare. Si mostra al suo pubblico attraverso un film nel film. Un film nel quale è molto facile smarrirsi.

Un cerchio che si chiude. Sembra dirci questo Inarritu con Bardo: falsa cronica de unas cuantas verdades. La vita di Silverio è la vita di ognuno di noi. Perché è tutto realtà e finzione. Tutto si mescola, in un modo o in un altro. Bisogna solo bilanciare i vari elementi.

Un po’ come in questo film: bisogna solo trovare il giusto equilibrio.


Veronica Ranocchi

(recensione pubblicata su taxidrivers.it)

lunedì, settembre 12, 2022

VENEZIA 79: TÀR

Tàr

di Todd Field

con Cate Blanchett, Nina Hoss, Noémie Merlant

USA, Germania, 2022

genere: biografico, drammatico

durata: 158’

La riuscita di un film dipende dall’insieme delle singole componenti. Spesso trascurata, una di queste è la capacità di saper cogliere e poi restituire l’ambiente in cui si muovono i personaggi. Se alcuni di questi risultano indimenticabili non è soltanto per la bravura di regista e attori, oppure per la verosimiglianza della ricostruzione scenica, ma anche per il potere d’attrazione di un mondo, quello in cui agiscono i protagonisti, capace di vincere la passività dello spettatore invogliandolo a scoprire l’universo del film. “Master & Commander - Sfida ai confini del mare” non sarebbe stato la stessa saga marinaresca se Peter Weir non avesse accettato la sfida di raccontare la vita di bordo permettendo alla macchina da presa di saturare ogni angolo delle sue favolose fregate. Un film come “The Company” avrebbe fatto fatica a figurare nella filmografia di un campione come Robert Altman senza la precisione con cui descrive il mondo della danza.

La risultante di quanto detto è tanto più affascinante quanto minore è la conoscenza nel pubblico dello spazio che si va a descrivere. Come accade per l’appunto durante la visione di “Tàr”, il nuovo film di Todd Field, con Cate Blanchett nel ruolo della protagonista, in cui la (finta) biografia della celebre direttrice d’orchestra che presta il titolo al film diventa occasione per esplorare dal di dentro le dinamiche interne di un mondo come quello della musica classica, di cui in realtà si conosce solo il “prodotto” finale. In effetti tutto in “Tàr” procede come il progressivo disvelamento di un mistero (del personaggio, dell’ambiente e del rapporto tra le due parti) che in quanto tale resiste a qualsiasi tentativo di conoscenza. Esemplare in tal senso l’apertura del film e ciò che segue, in cui il talento di Lydia Tàr viene vivisezionato senza che questo ci renda comprensibile la protagonista: dapprima ne apprezziamo la sensibilità musicale attraverso la voce sussurrante le note che accompagnano lo scorrere interminabile dei titoli di testa. Poi la figura sfuggente, visibile per un attimo attraverso il cellulare di chi ne sta spiando il sonno; infine la personalità istrionica, desunta dalla padronanza con cui la donna risponde al conduttore del talk show che ne celebra il primato artistico, in una delle sequenze più belle e inaspettate del film, quella in cui la Blanchett articola le parole con un ritmo e un timbro vocale capaci di trasformare il confronto in una lunga sessione musicale.

Se il montaggio secco e veloce elimina qualsiasi raccordo spazio-temporale tra le sequenze in argomento, confermando l’impossibilità (iniziale) di raccontare la protagonista oltre l’impressione che di lei ci danno le prime immagini, è tutta la prima parte di “Tàr” ad essere straniante per la dicotomia esistente fra la straripante esposizione della protagonista, la cui dominanza è riflessa nella razionalità architettonica degli interni così come nell’uso di una luce asettica e priva di contrasti, e la reticenza con cui il film si occupa del privato della donna. In effetti Field dapprima costruisce il monumento della sua protagonista poi, nella seconda parte, procede  a mostrarne il rovescio della medaglia (segnalato dalla comparsa di elementi fotografici e architettonici di segno opposto a quelli di partenza), arrivando a operare sul personaggio una vera e propria damnatio memoriae, allorché le doti di una predisposizione naturale fuori dalla norma non riescono più a difenderla dall’avanzare dello scandalo.

Tra questi due antipodi “Tàr” racconta il potere e le sue conseguenze ma anche i risvolti dell’ossessione artistica. Field lascia intravedere meglio di altri film il tortuoso percorso del genio creativo coinvolgendo lo spettatore in un dramma shakespeariano che non fa sconti a nessuno, capace com’è di affrontare il tema dell’omosessualità, e più in generale le questione di genere legate alla sessualità della protagonista, tenendosi lontano dalle sicurezze del politicamente corretto. Senza dimenticare che “Tàr” non è solo l’ennesima consacrazione di una Blanchett in versione Marlene Dietrich (la storia si svolge per lo più a Berlino), giacca da uomo, calzoni neri e sguardo assassino. “Tar” è infatti un film di attrici che non le sono da meno per la presenza in ruoli importanti di Nina Hoss (la compagna di Lydia) e di Noémie Merlant (“Ritratto della giovane in fiamme”, “Parigi, 13 Arr.”) in quello della sua assistente. Alla Mostra, “Tàr” potrebbe vincere il premio per la migliore attrice e per quello visto fin qui anche qualcosa in più.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su Ondacinema.it)

domenica, settembre 11, 2022

VENEZIA 79: LIVING

Living

di Oliver Hermanus

con Bill Nighy, Aimee Lou Wood

UK, 2022

genere: drammatico

durata: 102’

Vivere la vita o pensare di viverla? È questo che si domanda Living, il film fuori concorso a Venezia 79 diretto da Oliver Hermanus. Una riflessione su cosa fare per sfruttare al meglio ogni istante della propria esistenza.

Il signor Williams è un uomo qualunque, dedito al lavoro e alla monotonia della propria quotidianità. Questo finché una notizia non gli sconvolge l’esistenza e non lo mette di fronte a una visione della vita completamente diversa e inaspettata. Come inaspettato diventa il suo comportamento e atteggiamento anche nei confronti di chi lo circonda.

Ognuno di noi lascia inevitabilmente ogni giorno una traccia lungo il cammino della propria esistenza e di quella di chi gli sta intorno. E Living di Oliver Hermanus vuole proprio dimostrare questo. Il signor Williams è in realtà tutti noi. Vive la sua vita e la sua classica routine dando tutto (troppo) per scontato, senza preoccuparsi degli altri e nemmeno di sé. Tanto c’è tempo, si può aspettare non è solo il motto che utilizza quando vuole sbarazzarsi in maniera garbata di pratiche apparentemente irrealizzabili. Diventa anche il suo mantra, convinto di avere sempre tempo e di avere un lungo futuro davanti a sé.

Ma è davvero così?

Quello che conosciamo è un uomo intransigente che non si piega, né a lavoro né a casa. Vedovo e quindi abituato alla vita solitaria, nonostante la presenza del figlio e della nuora, il signor Williams si ripiega in un silenzio assordante. Un silenzio che agli occhi degli altri appare come uno scudo, oltre il quale non si può mai andare. Sono pochi i personaggi che nel corso della vicenda riescono a scalfire la rigida corazza del protagonista. Una è la giovane interpretata da Aimee Lou Wood (volto noto della serie Netflix Sex Education). La sua energia e voglia di vivere sono in netta contrapposizione con i modi di fare dell’anziano signor Williams. E, infatti, è proprio lui a sottolineare di essersi infatuato dell’atteggiamento della giovane.

Oliver Hermanus punta il dito su una delle dicotomie più trattate: quella di vita e morte. Non solo rappresentate visivamente dai due personaggi, ma lasciati trapelare anche dalle parole dei vari protagonisti. Protagonisti che, con l’andare avanti della storia, evolvono e cambiano opinioni e atteggiamenti, anche nei confronti della vita stessa.

Il tutto condito dalla giusta dose di british humour.


Veronica Ranocchi

(pubblicata su taxidrivers.it)

sabato, settembre 10, 2022

VENEZIA 79: PRINCESS

Princess

di Roberto De Paolis

con Gloria Kevin, Lino Musella, Sandra Osagie

Italia, 2022

genere: drammatico

durata: 110’

Film d’apertura della sezione Orizzonti, “Princess” è la storia di una ragazza di nome, appunto, Princess.

Il film, diretto da Roberto De Paolis, racconta di questa giovane che è una clandestina nigeriana, costretta a vendere il proprio corpo e a cercare di sopravvivere “conquistando” ogni giorno nuove (e vecchie) “prede” in un bosco che dalla strada si estende fino al mare. Bosco che diventa a tutti gli effetti il suo rifugio, nel quale si sente davvero sé stessa, libera da qualsiasi regola e vincolo. Qui anche il pubblico, insieme e grazie a lei, conosce alcuni dei suoi clienti, tra quelli abituali e quelli saltuari. Tra questi ce n’è uno che vuole provare ad aiutarla e farla uscire dal “giro” nel quale è inserita. Ma sarà tutt’altro che facile perché Princess ha la sua visione del mondo e le sue idee. Prima di tutto deve riflettere su sé stessa e cercare di capire se vuole davvero afferrare la mano tesa da questa figura o no. La domanda che il pubblico si pone è: Princess vuole davvero essere salvata?

Una sorta di favola moderna che vuole rompere i classici schemi e cliché mettendo al centro una figura diversa dal solito. Una figura che, a discapito del nome, è tutt’altro che una principessa e soprattutto non è una di quelle che vuole essere salvata.

Il rapporto che ha con quelli che si possono definire “clienti” è sempre lo stesso così come è la stessa la modalità di approccio. Al centro della vita e delle “relazioni” che coinvolgono Princess c’è sempre il denaro. Non è disposta nemmeno ad ascoltare se non ha la certezza che ci sia un ritorno economico e, a tal proposito, diventa emblematico un dialogo che ha proprio con il suo presunto salvatore al quale si rivolge dicendo che il suo tempo è sprecato se non ha come fine ultimo quello del guadagno.

Una favola dolce amara sul senso della vita e sulle relazioni umane che va guardata al di là dell’“occupazione” della giovane protagonista.

A dare ancora più forza alla potente storia il fatto che la protagonista abbia realmente vissuto questa situazione. La sua energia e la sua storia, seppur giovanissima, hanno dato un forte contributo al film oltre che aiutare lei stessa a entrare in un difficile ruolo che, invece, la ragazza padroneggia come un’attrice navigata.

L’elemento interessante di tutta la vicenda è poi il fatto che il regista “si limiti” a raccontare e mostrare la storia senza giudizio e senza essere dalla parte di qualcuno piuttosto che di qualcun altro. De Paolis mostra il modo in cui sono costrette a vivere alcune ragazze, ma non punta il dito contro o a favore. Ed è importante per mostrare una realtà vera e reale che, però, può essere vissuta in maniera diversa da qualcuno, magari portando a un lieto fine. Come nella migliore tradizione delle favole, moderne e non solo.


Veronica Ranocchi

venerdì, settembre 09, 2022

VENEZIA 79: WHITE NOISE

White Noise

di Noah Baumbach

con Adam Driver, Greta Gerwig, Don Cheadle

USA, UK 2022

genere: commedia

durata: 136'

Nella scena iniziale di "White Noise", ovvero nel prologo che introduce la narrazione vera e propria, un docente (in realtà professore di icone viventi, così scrive Don DeLillo nel libro da cui il film è tratto) spiega agli studenti che la natura del cinema americano è intrisa di progresso e civiltà anche laddove, per esempio nelle ricorrenti e spettacolari riprese di collisioni e incidenti stradali, sembrerebbe esprimere il contrario. Basta questo a Noah Baumbach per far capire allo spettatore più scaltro quale sia la chiave scelta per affrontare l’impresa di portare sullo schermo DeLillo, uno di quei romanzieri all’apparenza intraducibili al di fuori del suo territorio d’elezione.

Se David Cronenberg era riuscito a impossessarsi di “Cosmopolis”, approcciandolo in maniera frontale, sovrapponendo il suo occhio a quello dello scrittore, Baumbach affronta il testo scritto con un punto di vista decentrato e personale, mettendo in scena un’opera multistrato in cui sono le  forme del cinema e in particolare quello di genere a (re)interpretare temi e ossessioni del romanziere americano.

A legittimare l’ipotesi è la sequenza che fa svoltare il film, quella chiamata a innescare l’avventura: parliamo del sinistro ferroviario da cui scaturisce la minaccia della nube tossica che mette a rischio il (piccolo) mondo del protagonista e quello della sua eccentrica e quanto mai “allargata” famiglia. Se, come si vede, il contesto è quello tipico del disaster movie - mentre in altre parti il racconto assumerà di volta in volta la fisionomia della commedia, dell’action, dell’horror e persino del musical - a spiccare qui è la similitudine del soggetto in questione con gli esempi proposti dal cattedratico (interpretato dal redivivo Don Cheadle) nel segmento introduttivo. Nella versione di Baumbach, “White Noise" muove infatti dalla volontà di dimostrare l’assunto iniziale andando a ritrovare nelle disavventure di Jack Gladney (Adam Driver) e della sua numerosa progenie i prodromi di un cinema che non rinuncia a dare una versione della realtà se non ottimista, almeno meritoria di essere vissuta. Con quello che ne consegue in termini di capacità di risorgere dalle proprie ceneri come più volte capita ai protagonisti del film.

Da una parte c’è DeLillo a ragionare sulla paura della morte e sul modo in cui l’economia di consumo ci viene incontro per farcela ignorare/dimenticare: in termini di significato il balletto finale all’interno del supermercato fa suo il messaggio della scena conclusiva di "Eyes Wide Shut", non a caso ambientato all’interno dello stesso contesto in cui comprare cose è la medicina necessaria per evitare di guardare in faccia agli abissi personali.  Dall’altra parte c'è il regista di “Storia di un matrimonio”, consapevole che l’unica possibilità di rievocare i fantasmi della pandemia senza perdere il supporto e i capitali di un colosso come Netflix (e quindi la possibilità di ben figurare tra i possibili candidati ai prossimi premi Oscar, cui di certo punta la “casa madre”) è quella di stemperare il dramma con una vena comica e grottesca, trovando il positivo anche nelle situazioni peggiori. Baumbach ci riesce grazie a un rapporto con la disfunzionalità dei suoi personaggi, da sempre empatico e partecipato: implacabile nel coglierne difetti e contraddizioni ma anche pronto a prenderne le parti nelle vicende più complesse. Come succede con Adam Driver, nel ruolo del professore di studi hitleriani chiamato a interpretare una versione moderna dell’Idiota dostoevskijano, il cui successo lavorativo è esemplare di quanto si diceva a proposito del rimedio pratico per  esorcizzare la paura del diavolo, essendo per Jack il corso di studi sul gerarca nazista non solo una fonte di prestigio e di potere anche economico derivante dall’esclusività del suo copyright, ma anche il modo per rievocare il Führer avendone in qualche modo il controllo.

Baumbach è bravo a prendere il singolo concetto (per esempio quello della felicità indotta dal possesso di beni di consumo) e a tradurlo in immagini. Basti pensare al contrasto tra le scene dedicate alla vita prosaica, quelle ambientate all’interno del supermercato e nella cucina di casa, in cui montaggio serrato, luce espansa e movimenti della macchina da presa concorrono al vitalismo di cui si diceva, con il buio e la stasi delle inquadrature impiegati là dove la riflessione predomina sull’azione. Egli è meno bravo quando si tratta di rendere omogenea una struttura che non riesce mai ad essere organica, dominata com’è da un postmoderno - il continuo accavallarsi dei generi - che trasmette alla narrazione un'andatura episodica e uno schematismo tipico dei film a tesi. Siamo di fronte a una sintesi del pensiero di DeLillo che fa simpatia ma non riesce a entusiasmare.


Carlo Cerofolini

(Recensione pubblicata su Ondacinema.it)

sabato, agosto 27, 2022

CRIMES OF THE FUTURE


Più che la nuova carne, il verbo che cerca di conoscerne il mistero. Con Crime of the Future David Cronenberg continua a raccontare Interzone ma questa volta la visione rimane in parte frenata dalla complessità della sua stratificazione. Cronenberg non smette di ricordarci dove ci sta portando la nostra ansia di immortalità. Nel farlo non inventa ma pesca a piene mani dal repertorio del proprio cinema. Una summa cinematografica più affascinate che bella. Viggo Mortensen Lea Seydoux e Kristen Stewart prestano le ombre dei loro corpi all’immaginario del regista canadese in un tripudio di emozioni intellettuali.


Carlo Cerofolini

NOPE

Nope

di Jordan Peele

con Daniel Kaluuya, Keke Palmer, Steven Yeun

USA, 2022

genere: horror, fantascienza, thriller

durata: 130’

Forse sarebbe un errore definire “Nope” un horror a tutto tondo. Il lungometraggio realizzato da Jordan Peele è tante cose, non solo un horror. Regista legato al genere, ma comunque autore che cerca di raccontare anche altro oltre alla semplice storia. E non è scontato, anzi.

“Nope” inizia mostrando un avvenimento passato, precisamente del 1998. Siamo sul set di una sitcom (“Gordy’s Home”) e la scimmia protagonista, a seguito dell’esplosione improvvisa di un palloncino, ha una reazione violenta nei confronti degli attori presenti che attacca, ferendoli mortalmente. Il più piccolo, il giovanissimo Jupe, si nasconde sotto un tavolo e sta per riappacificarsi con l’animale quando le autorità fanno fuori la scimmia senza esitazioni.

Nel presente OJ e Em sono i due figli del proprietario di un ranch che addestra cavalli per produzioni cinematografiche, ma che rimane ferito mortalmente da una moneta caduta dal cielo che lo colpisce alla testa e all’occhio. I due cercano di fare il possibile per mantenere viva l’attività del padre, ma, a seguito di un incidente con un cavallo, vengono licenziati. Em sembra intenzionata ad andarsene per cercare fama e fortuna altrove, ma la notte prima il ranch viene colpito da un blackout e i cavalli iniziano a comportarsi in maniera anomala in reazione a una presenza sconosciuta.

Da quel momento tutto sembra cambiare per i due protagonisti che si intestardiscono nel voler, in tutti i modi, immortalare la “creatura aliena” a dimostrazione della sua esistenza.

Una sorta di fanta-horror è quello che Peele mette in piedi. Con maestria.

In due ore di film riesce a condensare generi, tematiche e riferimenti degni di uno dei più grandi cineasti.

Perché guardando il film da una prospettiva semplice e semplicistica si può apprezzare la scelta di aver fuso insieme, in modo convincente, horror, fantascienza e western, con tutti i pezzi del puzzle che combaciano tra loro. Ma con un’analisi più approfondita si scopre, in realtà, che c’è molto di più. Un universo di metacinema dove niente è lasciato al caso e tutto contribuisce a raccontare e diffondere la favola che è la settima arte. Da Em, imbonitrice quasi per caso, che racconta la presunta parentela di lei e del fratello con il fantino senza nome immortalato nella serie di fotografie “Sallie Gardner at a Gallop” di Eadweard Muybridge al direttore della fotografia che accetta di seguirli e di documentare la presenza con una macchina da presa manuale di sua invenzione. E sempre rimanendo sul suo personaggio, esso rappresenta, in qualche modo, anche un’umanità e una contemporaneità mai appagata, ma anzi che continua a cercare la perfezione o comunque la svolta in qualsiasi cosa. Il suo tentativo di immortalare la creatura aliena diventa metafora della realtà odierna, nella quale la ricerca nei confronti della versione più nuova, più bella e migliore è l’obiettivo principale.

Dal canto loro, anche OJ ed Em cercano di fare il possibile per dare un volto alla creatura e, per farlo, hanno bisogno di immortalarla, di fermare il suo aspetto e i suoi movimenti su qualcosa anche e soprattutto per far sì che sia qualcosa di credibile nei confronti degli altri. Il dover dimostrare sempre qualcosa e il dover far ricorso continuamente a prove concrete e tangibili è un aspetto caratteristico della realtà di oggi e che viene illustrato sapientemente da Peele nel suo lungometraggio.

Oltre a tutto questo non si può non citare la creazione del campo elettromagnetico da parte dei due fratelli che sembrano ricreare, indirettamente, la realizzazione di un vero e proprio film.

Accanto a un Daniel Kaluuya, ormai attore fondamentale per Peele, utilizzato quasi come una musa, che riesce sempre a rendere il mistero e la preoccupazione dei suoi personaggi coinvolti in situazioni al limite del reale, c’è sicuramente una Keke Palmer degna di nota che, non solo porta “burrasca” nella storia e nell’apparente quiete di OJ, ma dà anche un importante contributo nel portare avanti la ricerca.

Ai due protagonisti neri (elemento fondamentale nella filmografia del regista), Peele sceglie di accostare personaggi minori che, nonostante la minore apparizione e rilevanza ai fini della storia, riescono a dire la loro, come Brandon Perea e Steven Yeun. È davvero arrivata una sorta di svolta per l’horror con questo regista?


Veronica Ranocchi

venerdì, agosto 19, 2022

MINIONS 2 - COME GRU DIVENTA CATTIVISSIMO

Minions 2 – Come Gru diventa cattivissimo

di Kyle Balda, Brad Ableson, Jonathan del Val

USA, 2022

genere: animazione

durata: 87’

Uscito in anteprima per tre giorni, da adesso è nelle sale “Minions 2 – Come Gru diventa cattivissimo”, sequel del fortunato spin-off di “Cattivissimo me” che vede protagonisti i piccoli e simpatici aiutanti del “temibile” protagonista.

In questo film torniamo indietro nel tempo, più precisamente a quando Gru è ancora un bambino che va a scuola e sogna di diventare cattivo e unirsi ai Malefici 6 che, come suggerisce il nome, sono sei “spietati” personaggi. Quando i Malefici 6 si ritrovano in cinque e decidono di fare una sorta di colloquio per trovare un nuovo adepto, Gru naturalmente si presenta con grande entusiasmo e speranza. Purtroppo quest’ultima viene spenta dal responso dei cinque cattivi che cacciano malamente il povero Gru ritenuto troppo piccolo e non abbastanza cattivo. Questi, per dimostrare loro di essere, invece, all’altezza, li deruba di una preziosa pietra legata all’oroscopo cinese. Così facendo, però, diventa il principale bersaglio non solo dei cinque cattivi, ma anche del sesto, cacciato dalla banda per “vecchiaia”. Dovranno, quindi, intervenire i numerosi aiutanti gialli per dare una mano a Gru e tra viaggi, avventure, insegnamenti di kung fu, cercare di ristabilire l’ordine.

Un divertente film non solo per i più piccoli, ai quali è indirizzato, ma anche per tutti coloro che hanno apprezzato il protagonista di “Cattivissimo me” e si sono lasciati conquistare e travolgere dall’entusiasmo di questi esserini gialli.

Pur non parlando, ma pronunciando dei suoni che si intervallano a qualche parola di senso compiuto per permettere di capire l’argomento principale della discussione, i Minions riescono a tenere sulle proprie spalle l’intera vicenda. Anzi, i momenti in cui sono loro al centro della scena sono quelli più riusciti e più apprezzati.

Niente di particolarmente nuovo o eclatante dalla storia se non il fatto che è narrata “al contrario”, cioè dal punto di vista dei “cattivi”. Nonostante questo, l’intero film d’animazione riesce a intrattenere e a divertire con gag non troppo scontate e che, avendo al centro i Minions, funzionano più che bene.

Spazio anche per riflessioni che, seppur semplici, sono ormai parte integrante di film come questo e che aiutano a vedere alcune scelte in un certo modo.

Irriverenza e divertimento sono alla base del sequel dei Minions. Impossibile non citare la scena del “sabotaggio” aereo dove tre esserini gialli monopolizzano il mezzo mettendosi alla guida e pilotando nel peggior modo possibile.

Anche se il protagonista del film dal quale “nascono” è Gru, qui, come anche nel precedente film, sembra quasi fare da cornice a una storia che si sviluppa unicamente grazie e intorno ai Minions. Se Otto è il combinaguai per eccellenza, complice di aver creato quello che Gru definisce come un grandissimo problema, sono, poi, Bob, Kevin e Stuart a prendere le redini della situazione e a partire alla volta del proprio “piccolo capo”. Perché Gru e i Minions non possono stare divisi.


Veronica Ranocchi

lunedì, agosto 08, 2022

Aspettando Venezia79: IN BRUGES - LA COSCIENZA DELL'ASSASSINO

In Bruges – La coscienza dell’assassino

di Martin McDonagh

con Colin Farrell, Brendan Gleeson, Ralph Fiennes

UK, USA, Belgio, 2008

genere: commedia, drammatico, gangster

durata: 107’

Primo lungometraggio di Martin McDonagh dopo il successo ottenuto con il cortometraggio che gli è valso anche la vittoria ai premi Oscar, “In Bruges” introduce il cineasta e la sua visione del mondo. Una visione “ibrida” che non è mai né completamente bianca né completamente nera. Risulta, infatti, difficile etichettare i film del regista britannico. Drammi? Commedie? Sono molteplici i generi che vanno a comporre le sue opere, “In Bruges” compreso.

Il film ha al centro due sicari, interpretati da Colin Farrell e Brendan Gleeson. I due, a seguito di un colpo andato male, vengono spediti dal proprio capo Harry (Ralph Fiennes) nella cittadina di Bruges. Il temibile Harry, che conosciamo davvero soltanto a metà film, dal momento che all’inizio si conosce tramite “indizi” e sotterfugi (come la telefonata, per esempio), è innamorato della città belga nella quale, a detta sua, ci si può riposare e rilassare in tutta tranquillità. La pace del luogo risulta, quindi, in contrasto con la “coscienza” dei due sicari e di Harry stesso.

Ma il modo di narrare la storia permette al pubblico di entrare in sintonia con i personaggi a tal punto da vedere la realtà come la vedono loro e, quindi, in maniera quasi distorta.

L’errore compiuto da uno dei due sicari nel precedente compito è irrimediabile e tremendo. Nell’omicidio commissionato loro ha perso la vita, per sbaglio, anche un bambino. Per questo il personaggio interpretato da Colin Farrell deve inevitabilmente riflettere e cercare di trovare una sorta di catarsi a Bruges, in attesa di nuove disposizioni dal temibile capo. Qui, però, a colpire il giovane è uno stato di indifferenza nei confronti del mondo, della vita e delle altre persone. A nulla valgono i discorsi pseudo motivazionali del “collega” che cerca di fare il possibile per rimetterlo in carreggiata.

La svolta, però, avviene quando il capo telefona con il compito successivo. Da quel momento la vita dei due sicari cambia completamente e le dinamiche tra i due si evolvono in maniera tragicomica. Talmente tragicomica da far entrare in azione anche lo stesso Harry.

“In Bruges” è denso di situazioni e dialoghi che inevitabilmente suscitano risate nello spettatore che, nonostante questo, resta col fiato sospeso per tutta la durata del film, in attesa di un epilogo per nulla scontato.

Facendosi aiutare dalla svolta più strettamente legata al black humour (che non va mai sopra le righe, naturalmente considerando la situazione), McDonagh suscita nel pubblico riflessioni non troppo banali e scontate. Una su tutte l’importante della vita e della morte e la concezione delle stesse.

Oltre a questo c’è da considerare anche l’abile strategia con la quale il regista contrappone due modi di vedere e di pensare. Erroneamente si potrebbe pensare che l’autore metta in contrapposizione la visione del mondo di Harry con quella dei due killer, oppure addirittura quella dei due sicari stessi che, per ovvie ragioni, hanno idee e concezioni diverse. Erroneamente, appunto. Perché il modo di far riflettere è ancora più nascosto e camuffato. McDonagh si fa aiutare dal paesaggio, da ciò che lo circonda e anche dalle persone/comparse che sembrano essere solo e soltanto di passaggio, ma che in realtà sono lì per uno scopo. La famiglia “grassa e cicciona”, come lo stesso Farrell sottolinea rappresenta una visione ben precisa: quella dell’America vista dal resto del mondo, turista, menefreghista e che punta solo sull’apparenza, così come il nano e il canadese. A fare da contraltare a questa visione non c’è solo Bruges, in quanto luogo ameno, calmo e tranquillo, ma c’è tutto quello che, indirettamente e silenziosamente, la città mostra, come chiese, musei, strade. Due visioni contrapposte che, però, in qualche modo, tentato di coesistere tra loro. E lo fanno attraverso le figure dei due protagonisti.

Non solo Colin Farrell (vincitore anche di un Golden Globe come miglior attore) e Brendan Gleeson, entrambi pronti a tornare nel prossimo film in concorso nel 2022, ma anche un Ralph Fiennes in splendida forma, contribuiscono a “dare il via” a un regista che, con alcune mescolanze, ha ormai creato un genere tutto “suo”.


Veronica Ranocchi

venerdì, agosto 05, 2022

Aspettando Venezia79: AMORES PERROS

Amores Perros

di Alejandro G. Inarritu

con Gael Garcia Bernal, Alvaro Guerrero, Goya Toledo

Messico, 2000

genere: drammatico

durata: 153’

Primo lungometraggio di Alejandro G. Inarritu (e primo film della trilogia della morte), “Amores Perros” anticipa già l’impronta che la filmografia del regista messicano avrà poi successivamente.

Un tono e un carattere della narrazione facilmente riscontrabile in tutti i suoi film.

Tre capitoli che si intrecciano perfettamente e inconsapevolmente tra loro. Tre storie che, in apparenza, sembrano distanti, ma che in realtà hanno molti punti in comune.

Da una parte ci sono Octavio e Susana. Octavio vive in casa con la madre, il fratello Ramiro e la compagna di quest’ultimo. Con lei nasce una sorta di legame incentivato dai modi bruschi con i quali Ramiro tratta la compagna dalla quale ha un figlio. Octavio vorrebbe scappare con la donna, ma non ha denaro a sufficienza. Per questo decide di far combattere il proprio cane, fisicamente molto forte, in degli scontri clandestini che gli valgono, però, molto denaro.

Nel secondo capitolo i protagonisti sono Daniel e Valeria. Lei, una modella molto legata al proprio cagnolino. Lui, il suo compagno appena separatosi dalla moglie. I due vanno a vivere insieme, ma a seguito di un incidente stradale, la vita di Valeria cambierà radicalmente e, con essa, anche il rapporto tra lei e Daniel.

Nel terzo e ultimo capitolo al centro della scena c’è un sicario, El Chivo, un ex guerrigliero che vive insieme a dei cani in un quartiere malfamato della città. Gli viene chiesto di uccidere un uomo su ordine del fratellastro, ma come porterà a termine la missione?

I tre capitoli, così descritti, sono apparentemente scollegati tra loro. Ma in realtà si intersecano a causa di un incidente automobilistico mostrato nella sequenza iniziale e poi ripreso e mostrato sotto prospettive sempre diverse.

Ma l’incidente non è l’unico tratto comune alle tre storie. Quello che le collega è anche un altro elemento. Sicuramente quello della morte, che rimanda quindi alla trilogia di cui “Amores Perros” è, in qualche modo, la genesi. Ma a farla da padrona è anche e soprattutto la perdita. Ognuno dei protagonisti dei capitoli subisce una perdita, più o meno evidente, più o meno importante, più o meno radicale. Ma comunque una perdita che li cambierà profondamente. E non si tratta necessariamente di una perdita fisica. Inarritu vuole far riflettere lo spettatore sulla sensazione che ognuno di noi prova nel momento in cui si ritrova senza qualcosa o qualcuno. Un’analisi che si insinua nella mente dei personaggi e, con loro, nella mente dello spettatore. Attraverso tre storie così lontane, diverse ed estranee tra loro, si entra in relazione con il modo di pensare e di agire.

Altro elemento sul quale il regista messicano cerca di attirare l’attenzione è la doppia natura dell’uomo. Anche in questo caso ognuno dei personaggi coinvolti negli avvenimenti dei vari capitoli è come se si trasformasse nel momento in cui succede qualcosa nella vita che dà una svolta alla “classica” routine. Una doppia natura ben espressa dal titolo che il regista sceglie per il suo lungometraggio dove l’amore, in qualsiasi sua forma e accezione, è quel qualcosa che muove l’individuo, mentre “perros”, che in spagnolo significa cani, rimanda all’idea che la natura umana sia, in qualche modo, legata a quella dei cani. E, infatti, non è un caso che il cane sia una figura ricorrente e ben presente nei vari capitoli.

Un inizio importante per un regista che ha continuato e continua a raccontare la sua realtà dal suo punto di vista unico.


Veronica Ranocchi