martedì, agosto 10, 2021

FIRST COW


di Kelly Reichardt
con John Magaro, Orion Lee, Toby Jones, Ewan Bremmer
USA, 2020
genere, drammatico
durata, 121




Chiamato a legittimare la propria investitura, era chiaro prima di altri a Carlo Chatrian che la partita si sarebbe giocata soprattutto sulle scelte dei film selezionati per il concorso ufficiale, quello dal quale uscirà il vincitore della 70 edizione del Festival di Berlino.

In questo senso, la scelta di Kelly Reichardt e del suo First Cow è di quelle destinate a fare letteratura, tanta è la distanza da quelle fatte a suo tempo da Cannes e Venezia per quanto riguarda le produzioni americane. Rispetto a Del Toro e Todd Philipps, solo per fare i nomi di due degli esponenti più rappresentativi del nuovo corso imposto da Barbera, la Reichardt è autrice di segno opposto, a cominciare dalla determinazione con cui rinuncia alla spettacolarizzazione del proprio lavoro.

Abituata a lavorare con budget microscopici e in maniera indipendente, l’autrice di Meek’s Cutoff e Night Moves fa di necessità virtù, allestendo un cinema povero di mezzi ma ricco di contenuti.

Dunque, è sbagliato pensare al lavoro della Reichardt in termini riduttivi, perché quelli della regista americana a suo modo possono essere considerati dei veri e propri kolossal, se è vero che ad andare in scena è l’anima degli esseri umani riprodotta all’ennesima potenza dall’attenzione fenomenologica e dal minimalismo narrativo con cui la cineasta statunitense si rivolge alla vite dei suoi personaggi.

Pertanto, è il fatto di fare “pietra d’angolo” di ciò che di solito rimane fuori campo a fare la differenza: in First Cow, infatti, più che la storia, come sempre minimale e qui incentrata sulle avventure di due picari decisi a costruire la propria fortuna (e non solo quella) rubando il latte (dalla mucca del titolo) necessario a produrre gustosi dolcetti, a essere peculiare è la meticolosità dell’indagine volta a catturare i gesti e le espressioni, così come i corpi e i volti dei personaggi; soprattutto quelli del taciturno ma solidale pasticcere Cookie Figowitz, che attraversa il west in cerca di fortuna insieme a King Lu, immigrato cinese a cui si offre prima come benefattore e poi come amico.

Ed è proprio sul personaggio del vagabondo puro e sincero che First Cow costruisce la sua fortuna, consegnandoci il ritratto indimenticabile di un loser che la Reinhardt sembra ricalcare sull’immaginario del coevo  (visto che la storia del film si svolge nell’Oregon dei primi del ‘900) Charlie Chaplin, al quale Cookie (un grande John Magaro) “ruba” non solo il romitaggio e un’esistenza fatta di espedienti necessari a sopravvivere, ma anche una compassione capace di imporsi sulla crudeltà del mondo.

Una rimembranza, questa, sufficiente a ripagare il prezzo del biglietto, se non fosse che First Cow approfitta della sua collocazione temporale per realizzare un western anomalo, i cui stilemi e archetipi, propri del genere in questione, diventano lo specchio della società contemporanea, con indiani, afroamericani e cinesi pronti a replicare il melting pot culturale e le dinamiche del capitalismo in corso nella nostra società.

Se il paragone non è nuovo, a contare è il modo in cui la Reichardt riesce a formularlo, procedendo con entomologa precisione a isolare i personaggi all’interno del proprio ambiente per poi osservarli con una macchina da presa che funziona come una lente di ingrandimento, grazie anche alla scelta di girare in pellicola e con il formato 4:3, preferito a quello normale.

Riducendo i movimenti di macchina al minimo indispensabile e mettendosi in ascolto dei protagonisti senza perdere niente della loro vita minuta, l’autrice riempie il film di stasi e di silenzi altresì rivelatori del trascendentale rappresentato dal pensiero del film (e della regista), pronto a riflettere sul destino delle cose e degli uomini.

Con il suo film Kelly Richardt entra di diritto tra le candidate alla vittoria finale.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)


'Rehana Maryam Noor'

'Rehana Maryam Noor' 

Abdullah Mohammad Saad

con Kazi Sami Hassan, Afia Jahin Jaima, Azmeri Haque Badhon

genere, drammatico

Bangladesh, Singapore, Qatar 

durata, 107’



Presentato fuori concorso a Cannes 74 nella sezione Un Certain Regard. Capita sempre così, ovvero che nei grandi festival internazionali le sorprese non riguardano il concorso principale, di solito riservato ai nomi appartenenti al gotha internazionale (in quello di quest’anno i pronostici sono a favore di Nanni Moretti e di altre vecchie conoscenze), bensì le cosiddette sezioni collaterali, quelle che costituiscono il trampolino di lancio per giovani virgulti. E’  il caso di Abdullah Mohammad Saad, autore del Bangladesh, issatosi fin qui grazie a un primo film, "Live from Dhaka", carico di premi e di stima ottenuti in festival rigorosi come Rotterdam e Locarno. "Rehana" sembra essere figlio di quelle esperienze, non facendo nulla per apparire diverso da quello che è, ovvero un film in cerca di fortuna presso spettatori cinefili  aperti a storie provenienti da altre culture, di cui il film del regista si fa portavoce in maniera critica e conflittuale.


Prendendo il nome dalla determinata protagonista, "Rehana" racconta la vertigine emotiva di una giovane assistente universitaria, coinvolta in un vortice di avvenimenti che a un certo punto la mettono nella condizione di dover decidere del futuro delle persone che le sono più vicine, nel lavoro e nella propria famiglia. Convinta a non arrendersi alla posizione minoritaria occupata dalla donna nella società del suo paese, Rehana si ribella allo status quo trovandosi però davanti a questioni etiche che ne mettono in forse i principi della sua azione.



Come si capisce dalla trama "Rehana" ha tutto per figurare come un film di denuncia, di quelli che a queste latitudini sono destinati a conquistare la critica desiderosa - non a torto - di spendersi per una giusta causa come quella raccontata dal film. Sola contro tutti e in una condizione come quella femminile che ne mette in discussione per principio la giustezza del suo fare, Rehana appare fin da subito una figura eroica, disposta com’è a battersi contro una realtà più grande di lei. Personaggio fuori dal comune che il regista pedina all’interno nel suo ambiente, alimentando una tensione scatenata dalla contrapposizione tra le certezze della protagonista e la reticenza dei suoi interlocutori; quest'ultima presente anche tra le fila di coloro (la studentessa concupita dal professore, la figlioletta accusata di aver picchiato un compagno di scuola) di cui la donna prende le difese.


Ed è proprio il clima di incertezza in cui si muove la storia a fare la differenza, con i fatti non supportati da una visione oggettiva, ma presentati allo spettatore in maniera indiretta, attraverso il racconto dei presunti testimoni. Senza venire meno alla realtà dei fatti e ai motivi della sua istanza, "Rehana" con il passare dei minuti si scrolla di dosso l’etichetta del film politicamente corretto, arrivando a cambiare pelle in una maniera che dal punto di vista cinematografico ricorda il cinema di Asgard Farhadi (peraltro presente a Cannes nel concorso principale con "Un Heros"). Come quello, infatti, "Rehanna" ha la capacità di operare scarti psicologici impercettibili che nella loro totalità sono però in grado di diminuire la distanza tra le parti, avvicinandosi alla vita vera perché come in quella è difficile essere sempre al di sopra delle parti. Come capita a Rehana, di cui a un certo punto è difficile capire dove finisce il senso di giustizia e dove invece incomincia lo sfogo delle proprie ossessioni personali. In quest’ottica "Rehana" mette in secondo piano le sollecitazioni progressiste per diventare il lucido referto della condizione umana e delle sue contraddizioni. Così facendo il regista imprigiona i caratteri in una sorta di laboratorio comportamentale, simile a un limbo esistenziale in cui il confronto tra forze opposte e il pathos che ne deriva sono raggelati dalla geometrica linearità delle inquadrature, oggettivate dalla presenza di una fotografia monocromatica la cui patina sembra voler materializzare il velo di ipocrisia che impedisce a chi guarda di conoscere fino in fondo le persone e il loro animo. Ad Abdullah Mohammad Saad il plauso di essere riuscito a raccontare una figura femminile capace di dialogare con il cinema del dopo #METOO con una complessità che è il contrario della retorica insita in molta narrativa contemporanea. 

Carlo Cerofolini

(pubblicato su ondacinema.it)


Frammenti di visione: a proposito di 'Lamb'

 Lamb

di, Ross Partridge

con Ross Partridge, Oona Laurence, Tom Bower, Jess Weixler, Scott McNairy, Lindsay Pulsipher

- USA 2015 -

97’




Little Lamb who made thee?

Dost thou know who made thee

gave thee life, and bid thee feed

by the stream and o'er the mead

— W. Blake —


 



Quando due solitudini si dedicano al funambolismo sullo stesso filo blu, accade che l’equilibrio – già di per sé precario – diventi una faccenda quasi aleatoria, a meno che non ci si trovi di fronte al miracolo del bilanciamento reciproco.  Sembrerebbe questo il caso dei due protagonisti di “Lamb”: un uomo di mezz’età mandato in frantumi dal matrimonio fallito e dalla morte del padre, da una parte; una ragazzina – circa undici anni – fin troppo sveglia ma vittima della disattenzione di una normalissima famiglia disfunzionale, dall’altra.


In questo contesto l’incontro iper-casuale tra i due non è semplicemente il motore dell’azione dal punto di vista drammaturgico ma soprattutto una necessità naturale, ovvero l’ennesimo tentativo di non morire. Non è un caso che la conseguenza più o meno diretta di questa strana combinazione di esseri umani sia un viaggio con cui ci si lascia alle spalle le vite fagocitate dall’orrore urbano per dirigersi verso campi dorati e montagne rocciose. Anche se a onor del vero ci si poteva spremere di più per tirare fuori dal comparto visivo delle immagini se non più suggestive almeno più aderenti al profilo – ognuno a proprio modo – misterioso dei personaggi, dal punto di vista del rapporto schermo-voyeur l’opera mantiene un livello di ambiguità tale da creare in chi guarda l’idea di una possibile degenerazione del rapporto – mi si perdoni l’autoconcessione di utilizzare questo inciso per una battuta, ma qui è proprio il caso di dire che la pedofilia è negli occhi di chi guarda – mantenendo dunque uno stato d’angoscia sottile e duraturo lungo l’intera visione.


L’epilogo più normale possibile è dunque laconico e conferma, come se ce ne fosse ancora bisogno, che se non si può separare la tristezza dal cuore si può perlomeno lanciare il cuore nel vuoto.

Antonio Romagnoli 

lunedì, luglio 26, 2021

ESTATE '85

Estate ‘85

di François Ozon

con Félix Lefebvre, Benjamin Voisin, Valeria Bruni Tedeschi

Francia, Belgio, 2020

genere: drammatico, sentimentale

durata: 100’

Adattamento del romanzo “Danza sulla mia tomba”, “Estate ’85” è il film di François Ozon, presentato in concorso al Festival di Cannes.

La storia è quella del giovanissimo Alexis, sedicenne che, a seguito di un incidente in barca, si imbatte nel diciottenne David che lo salva e con il quale instaura inizialmente una forte e profonda amicizia. Si comprende fin da subito che Alexis ha bisogno di un amico, ma David si trasforma presto in qualcosa di più e tra i due nasce un legame che va oltre la semplice amicizia. Il protagonista viene assunto nel negozio della madre di David e inizia a trascorrere ogni giornata dell’estate ’85 insieme a lui. Questo finché non entra in scena Kate, giovane inglese arrivata come ragazza alla pari. La sola sua presenza porterà scompiglio tra i due e soprattutto a una drastica conseguenza, in realtà già anticipata fin dai primi momenti del film. “Estate ‘85”, infatti, è raccontato alternando nel giusto modo il presente al passato, con flashback che raccontano l’incontro tra i due e la loro relazione che contrastano un presente cupo e triste.

A convincere in modo particolare sono le interpretazioni dei due giovanissimi protagonisti. In particolare Félix Lefebvre ben si adatta ad un personaggio non semplice, spesso cupo e con tante sfumature, differentemente da quello che si potrebbe pensare.

Una storia interessante con svariati temi al suo interno, raccontata in modo pulito dal regista che ci ha abituato a narrazioni analoghe.

Una teen drama all’apparenza, ma che nasconde molto di più, tra citazioni e ringraziamenti al cinema stesso. Memorabile, a tal proposito, il momento in cui David mette all’orecchio di Alexis una cuffia che, nel mezzo di una discoteca piena di gente danzante a ritmo di musica dance, lo estranea completamente facendo fare a lui (ma anche al pubblico) un tuffo non solo metaforico nell’estate ’85. E accanto a questo merita di essere sottolineata anche la scelta delle canzoni, dai Depeche Mode ai The Smiths passando per i The Cure.

Ozon cerca, andando oltre la “semplice” storia, di raccontare allo spettatore il cinema, la magia della settima arte e il modo in cui lui è probabilmente stato rapito da essa. Anche se non al centro esatto della scena, torna più o meno prepotentemente in diversi momenti. Non solo grazie alle citazioni, ma anche a sequenze che mostrano i due recarsi in sala e gustarsi il piacere di vedere un film sul grande schermo. Una strizzata d’occhio a un mezzo che continua imperterrito ad appassionare sempre più persone. E un invito ad approfondire tutto ciò.

Un film dove troviamo anche una presenza italiana, quella di Valeria Bruni Tedeschi, nel ruolo della madre, un po’ strampalata e stralunata, di David. Una donna che, nella sua stranezza e, per certi versi, eccentricità, nasconde molto di più. Come del resto anche il figlio stesso, continuamente alla ricerca di qualcosa di nuovo, senza mai riuscire a trovare (o a voler trovare) un equilibrio o una stabilità.

“Estate ‘85” è la giusta freschezza mescolata al dramma a cui ci ha, da sempre, abituati François Ozon.


Veronica Ranocchi

domenica, luglio 25, 2021

A CLASSIC HORROR STORY

A classic horror story

di Roberto De Feo e Paolo Strippoli

con Matilda Lutz, Francesco Russo, Yuliia Sobol

Italia, 2021

genere: horror

durata: 95’

Come ci anticipa il titolo, il nuovo film di Roberto De Feo e Paolo Strippoli è esattamente una classica storia horror. Abbiamo tutti gli elementi in grado di rendere horror un film. C’è il gruppo di persone inizialmente sconosciute che, per un caso fortuito, si ritrovano a vivere esperienze orrorifiche insieme (e all’interno del gruppo ci sono i più classici stereotipi, dalla ragazza solo, alla coppia di fidanzati, passando per il padre di famiglia e il ragazzo emarginato con un po’ di problemi). C’è l’improvvisa rottura dell’apparente equilibrio iniziale. E c’è lo smarrimento in un luogo indefinito dove i protagonisti vengono costantemente seguiti da presenza misteriose che, a poco a poco, mietono vittime.

Tutto sembra essere, quindi, classico. E di fatto lo è. “A classic horror story” altro non è che un insieme di alcuni film horror, più o meno classici e di citazioni. Dai più recenti ai grandi cult del passato il film tutto italiano e disponibile su Netflix riesce ad accompagnare lo spettatore in un viaggio dell’orrore, ma non solo. Anche in una riflessione attuale, neanche troppo velata. La “crudeltà” che il genere horror predilige non è altro che, seppure agli estremi, quello che “piace” nel quotidiano. Basti pensare, come ci suggerisce uno dei personaggi del film, a quello che ogni giorno si vede in tv o si legge tra le notizie.

E il messaggio che passa è proprio questo, aiutato da una scena metacinematografica sul finire.

Buone e convincenti le interpretazioni degli attori protagonisti che contribuiscono ad arricchire un film altrimenti fin troppo citazionistico. Un po’ per le interpretazioni (mai troppo sopra le righe), un po’ per la scelta delle musiche e dei colori “A classic horror story” è un buon prodotto che inizia a far emergere il genere anche in Italia.

Si potrebbero analizzare all’infinito tutti i riferimenti del film, dalle azioni alle scelte dei protagonisti, passando per le frasi pronunciate da alcuni di essi. Ma la verità è che, grazie a tutte queste citazioni, diventa, in parte, un prodotto nuovo, frutto di una “messa in scena” banale e, al tempo stesso, innovativa.

Che i due autori abbiano iniziato un filone fortunato con il genere horror, dopo il loro precedente “The Nest” che tanto successo aveva ottenuto nel pubblico? Riuscirà a decretare la svolta di un genere da sempre sottotono per il nostro paese?


Veronica Ranocchi

lunedì, luglio 05, 2021

IL CATTIVO POETA

Il cattivo poeta

di Gianluca Jodice

con Sergio Castellitto, Francesco Patanè, Tommaso Ragno

Italia, Francia, 2020

genere: biografico, storico, drammatico

durata: 106’

Gabriele D’Annunzio interpretato da Sergio Castellitto e diretto da Gianluca Jodice è il protagonista de “Il cattivo poeta”.

Il film si concentra sugli ultimi anni del poeta e sulla vita ormai sopra le righe di quello che non viene quasi mai chiamato per nome, ma solo con l’appellativo di Maestro o Vate.

Giovanni Comini è un bresciano sostenitore del fascismo che viene promosso federale. Subito dopo la promozione, vista la sua propensione per la poesia, viene inviato a spiare Gabriele D’Annunzio. Il suo compito diventa quello di entrare nelle grazie del grande poeta e spiarlo per conto del regime. Questo perché D’Annunzio sembra ormai da tempo insofferente al fascismo e tutt’altro che favorevole a un’alleanza tra Hitler e Mussolini che porterebbe inevitabilmente allo sfociare in un nuovo conflitto mondiale. Il regime teme che una personalità di tale rilevanza pubblica e nazionale, esprimendosi contro le decisioni del fascismo, possa mettere a repentaglio la fiducia popolare.

Comini inizia, quindi, a frequentare il Vittoriale e, col passare del tempo, comincia a subire il fascino di D’Annunzio che, fin da subito, comprende le reali intenzioni del giovane. Cerca di prodigarsi per aiutarlo a incontrare il Duce in modo che lo stesso poeta possa dissuadere Mussolini dal prendere contatti con Hitler e stringere un’alleanza con quest’ultimo. E, in parallelo, il federale comincia anche ad avere dei dubbi sul regime e sui valori portati avanti da esso.

Un film che si limita a raccontare senza commentare o entrare nel merito della questione. Una regia pulita per una storia che va oltre quella che tutti conosciamo sul poeta del Vittoriale. Se da una parte è positivo il concentrarsi solamente su una parte della vita del protagonista per analizzarla e non cadere nei cliché del classico biopic, dall’altra fa storcere il naso la mancata “onnipresenza” del Vate che avrebbe probabilmente meritato il ruolo da protagonista indistinto. Il camuffare il film da thriller con la “sottotrama” di Comini che lo spia per conto del regime è un intelligente escamotage che, però, nasconde in parte il personaggio eccentrico e sopra le righe che è stato Gabriele D’Annunzio. Interessante e particolare la scelta di far essere il generale Comini il vero protagonista della storia, in modo tale da poter dare un proprio giudizio sulla situazione storica attuale attraverso le scelte da lui compiute, ma, al tempo stesso, questo sembra quasi far dimenticare l’oggettiva grandezza del poeta che, in un modo o in un altro, ha segnato la storia del nostro paese.

Da segnalare l’interpretazione, la gestualità e le battute, che riprendono quelle del Vate e che lo dipingono in maniera quasi impeccabile. Anche se, talvolta, tendono a travolgere il resto della narrazione.

Una descrizione degli eventi storici, quali l’incontro con Mussolini o il dissenso nei confronti dell’alleanza con la Germania da parte di D’Annunzio, molto fedele, anche se solo accennata e intuibile da commenti o frasi pronunciate dai personaggi. Questo a favore di un’attenzione al mostrare momenti e situazioni più eccentriche che potessero dipingere il protagonista (e gli altri personaggi) in modo particolare e, a volte, anche caricaturale.

Un film per conoscere un’altra parte della storia d’Italia e di un personaggio che, nel bene o nel male, ha fatto parlare di sé e ha donato tanto al paese.


Veronica Ranocchi

sabato, giugno 19, 2021

CRUELLA

Cruella

di Craig Gillespie

con Emma Stone, Emma Thompson, Joel Fry

USA, 2021

genere: commedia, drammatico

durata: 134’

Il primo grande blockbuster dalla seconda riapertura delle sale è Disney. La Cruella interpretata da Emma Stone ha, quindi, un doppio compito: non solo quello di divertire, ma anche quello di portare in sala una grande fetta di pubblico, grande e piccolo. E sembra proprio che entrambi i compiti siano (stati) portati a termine. Questo anche grazie al target al quale è rivolto: grandi e piccoli. Da una parte l’attrazione dei giovanissimi nel vedere una storia a metà strada tra realtà e finzione; dall’altra parte la curiosità del pubblico più adulto che ha vissuto in prima persona il successo del classico Disney dal quale è stato estrapolato l’iconico personaggio qui protagonista. Un successo di pubblico e non solo, ufficializzato dalla conferma di un sequel.

La storia è quella di Crudelia, dalla sua infanzia all’età adulta. Sviluppata nella Londra degli anni ’60, la vicenda ruota attorno alla piccola Estella, da sempre “anticonformista” e in grado di distinguersi dagli altri sotto tutti i punti di vista. Placata, in parte, dalla madre la giovanissima Estella cresce con la passione per la moda, l’eleganza e il buon gusto. Ma proprio questo, indirettamente, la porta a perdere la madre durante una serata di festa. La giovanissima protagonista, insieme al suo fidato cane, si imbatte in due piccoli ladruncoli, anch’essi orfani che ogni giorno devono procurarsi cibo e sostentamento compiendo qualche atto criminale. Estella decide di “allearsi” a loro per poter vivere in compagnia di qualcuno. Subito dopo si è catapultati in avanti nel tempo con una Estella cresciuta e sempre più sicura di sé che prosegue la sua vita al fianco dei due “ladruncoli” Jasper e Horace.

Ed è proprio grazie al primo che riesce ad ottenere un posto di lavoro nel campo della moda. Da questo momento per Estella iniziano a susseguirsi una serie di dinamiche che, nel giro di poco tempo, la portano a cambiare completamente diventando Cruella. A seguito, poi, di alcune scoperte sconvolgenti la giovane è costretta a compiere delle mosse che non avrebbe voluto.

La ricostruzione ipotetica della vita di una delle cattive Disney più amata di sempre riesce. Nel complesso, tra personaggi, background e scelte narrative il film conquista.

Naturalmente ad emergere particolarmente sono i costumi e la riuscita rappresentazione della Londra di quegli anni, ma gran parte del merito del successo va alle sue protagoniste femminili. Le due Emma, Stone nei panni di Cruella, e Thompson, nei panni della Baronessa von Hellman, catturano il pubblico e lo attraggono.

Due interpretazioni letteralmente ipnotiche che, aiutate da degli effetti speciali non sempre al top, ma comunque efficaci conquistano tanto i più piccoli quanto i più grandi.

Una Emma Stone in grado di sbalordire sempre più, sia nei panni di Estella, personaggio sopra le righe, ma con una parvenza di realtà che, pur distinguendosi dagli altri, cerca di ancorarsi alla normalità del mondo che la circonda, sia nei panni di Cruella, più “spietata” nel senso di modo di porsi. Cruella è più intraprendente, più decisa nelle sue scelte, non ha paura di osare e mostrarsi agli altri per quello che realmente è. Ecco perché anche lo stesso personaggio afferma più volte di dover cercare di reprimere l’una o l’altra. E la bravura di Emma Stone risiede proprio in questa capacità di bilanciare perfettamente queste due parti uguali e contrapposte allo stesso tempo, intrinseche nella stessa persona. A farle da spalla, al di là dei due orfani, c’è indubbiamente una Emma Thompson che dimostra ancora una volta di riuscire a calarsi perfettamente ed essere sempre a suo agio in qualsiasi tipo di personaggio e interpretazione. Non semplice anche il suo ruolo, quello di una donna incompresa e che cerca di emergere e primeggiare in ogni situazione; una donna che non accetta fallimenti o imprevisti e che, invece, si ritroverà a fronteggiare un pericolo enorme avendo a che fare con Cruella.

Una narrazione semplice e lineare che tende ad umanizzare la protagonista per cercare di far comprendere il perché del suo comportamento e delle sue scelte. E questo è forse, in parte, un errore perché si tende, poi, a empatizzare fin troppo con lei e non definire bene i confini. Dare una spiegazione in questi termini del comportamento di un “cattivo” Disney non è sempre corretto. Dall’altra parte, però, c’è da dire che la struttura parte da una base già di “cattiva”, nel senso che la parte di Cruella è già presente nella piccola Estella, che fin da piccola ha connotazioni e tratti da “alternativa”.

Un prequel che spiega la vita di Cruella e che anticipa quello che sarà e che aspettiamo impazienti di vedere nel sequel già annunciato del film.


Veronica Ranocchi

sabato, maggio 29, 2021

THE FATHER - NULLA E' COME SEMBRA

The Father – Nulla è come sembra

di Florian Zeller

con Anthony Hopkins, Olivia Colman, Mark Gatiss

Francia, Regno Unito, 2020

genere: drammatico

durata: 97’

Strepitoso Anthony Hopkins basterebbe come frase per riassumere “The Father – Nulla è come sembra”, film di Florian Zeller vincitore di due premi Oscar, uno per la miglior sceneggiatura non originale e uno, appunto, per miglior attore protagonista.

Una statuetta che va ad aggiungersi a un’altra già in possesso dell’attore gallese che, con questa, entra ancora di più nella storia, sia dell’Academy che della settima arte, diventando, al momento il più anziano premiato.

Ma “The Father” non è solo Anthony Hopkins. È anche una storia toccante, vera e autentica che trasporta lo spettatore a metà strada tra la realtà e la “finzione”, non tanto quella del cinema stesso, quanto quella della malattia che il protagonista della vicenda ha.

Anthony (Hopkins) è un uomo anziano e malato di alzheimer, per il quale la figlia sta cercando una soluzione che possa mettere d’accordo le esigenze di tutti.

All’inizio siamo catapultati davanti a personaggi e dinamiche che diamo per scontate, o meglio che crediamo siano reali perché così ci vengono presentate. Presto. Però, con l’avanzare della narrazione, scopriamo che, come il sottotitolo italiano ci aveva anticipato, nulla è come sembra e che tutto quello che abbiamo visto fino a quel momento non è la realtà, ma è solo “un punto di vista”. Così come lo è anche il successivo, e quello ancora dopo. Alla fine ciò che emerge è che non esiste una verità del tutto oggettiva. Si può solo ricomporla, prendendo elementi da una visione e dall’altra. E ciò che ci permette di poter fare un’affermazione del genere è un utilizzo incredibile del montaggio che mescola in maniera perfetta momenti, stati d’animo e sensazioni dei vari personaggi che ruotano intorno alla figura del protagonista.

I volti, i movimenti, le parole si mescolano tra i vari interlocutori e, soprattutto inizialmente, mettono in difficoltà anche lo spettatore stesso che si ritrova a interrogarsi continuamente su chi sia veramente un determinato personaggio piuttosto che un altro.

A fare da cornice ad un film, quindi, scritto, girato e montato in maniera quasi completamente impeccabile c’è un cast di tutto rispetto. Dal protagonista Anthony Hopkins, citato inizialmente, impeccabile che, con questo personaggio, porta sullo schermo probabilmente l’interpretazione della vita, alla sua coprotagonista Olivia Colman, vincitrice dell’Oscar due anni fa per il suo ruolo ne “La Favorita”. Un Hopkins che, mai davvero del tutto vincolato alla figura di Hannibal Lecter, che, però, lo ha reso celebre al mondo intero, ha dato vita a una figura umana a 360°. Le continue interruzioni delle frasi, l’incertezza di ogni parola e ogni singolo gesto fanno percepire tutta la sua sofferenza. Una sofferenza che non si può descrivere a parole. Una sofferenza personale e unica che il film prova a spiegarci facendoci, in qualche modo, entrare nella mente dell’uomo. Straziante e commovente, “The Father” è un’opera che fa della sua semplicità da più punti di vista la sua forza. Pochi personaggi che si alternano ciclicamente e che, seppur con pochi tratti, sono ben caratterizzati. Ma anche pochi spazi. Il film, infatti, si sviluppa quasi esclusivamente all’interno di una casa, salvo rare eccezioni. E, oltre ad essere utile ai fini della narrazione, è anche un elemento apparentemente semplice, ma che conferisce complessità all’intero prodotto.

Chicca finale la musica di Ludovico Einaudi. Semplicemente perfetta.


Veronica Ranocchi

giovedì, maggio 27, 2021

UN ALTRO GIRO

Un altro giro (Druk)

di Thomas Vinterberg

con Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Magnus Millang

Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, 2020

genere: drammatico

durata: 117’

Dopo una distribuzione più complessa del previsto, a causa della pandemia, “Un altro giro”, invece che essere presentato in anteprima al festival di Cannes 2020, ha dovuto attendere e spostarsi geograficamente al Toronto International Film Festival a livello internazionale e, in Italia, al Festival di Roma.

Vincitore del premio Oscar come miglior film internazionale, in rappresentanza della Danimarca, il film diretto da Thomas Vinterberg ha come protagonista Mads Mikkelsen, nel ruolo di un insegnante in un momento particolare della propria vita.

Martin, Tommy, Nikolaj e Peter sono quattro amici, tutti e quattro insegnanti in quattro materie diverse che sembrano non trarre soddisfazione dalla propria vita, né lavorativa né personale. Martin soprattutto, del quale lo spettatore ha una condivisione maggiore, è quello che ha più difficoltà perché non riesce a relazionarsi con i propri studenti, ai quali insegna storia, né con la propria moglie e i due figli.

Per divertimento, durante una cena, i quattro discutono a proposito della teoria di uno psichiatra che sostiene che l’uomo nasca con un deficit da alcol pari allo 0,05% e che questo lo renda meno attivo sotto tutti i punti di vista. Il giorno dopo Martin decide di provare a mettere in pratica la teoria e comincia a bere piccole quantità di alcol a lavoro, vedendo e raccogliendo subito i frutti sperati: maggiore autostima e migliori interazioni con gli studenti e i colleghi. Presi dall’entusiasmo e considerati i risultati positivi dell’amico, anche gli altri tre decidono tutti di alzare il tiro che porta inevitabilmente a conseguenze catastrofiche.

Così descritto potrebbe sembrare un film sull’alcol, sull’alcolismo e sugli effetti di questo. O comunque un film che pone al centro di tutto questo tema. In realtà non è così: l’alcol è solo uno “strumento” per scavare nella vita di Martin e dei suoi amici e nelle relazioni umane e interpersonali dei quattro. L’insoddisfazione dei quattro protagonisti è reale e comune. Non è una cosa che caratterizza solo loro. Quello che Vinterberg porta in superficie è un problema più comune di quanto possa sembrare. E sono tanti i temi che derivano dall’atteggiamento dei quattro uomini: dalla perdita di fiducia in sé stessi e negli altri, alla convinzione di non essere o di non fare mai abbastanza.

Con la vicinanza e la prossimità di una regia attenta a cogliere ogni sfumatura dei personaggi attraverso numerosi primi piani, Vinterberg pone l’accento sull’essere umano, in quanto essere imperfetto. I numerosi silenzi e il ricorso allo scritto in alcuni momenti sono indicativi della storia che il regista danese ha voluto portare sullo schermo. E a fare da cornice a una storia intensa come quella di “Un altro giro”, ci sono anche delle interpretazioni degne di nota. Dal protagonista Mikkelsen, sempre nella parte e mai sopra le righe, agli altri tre attori che non si limitano a essere un contorno, ma vengono ben descritti attraverso tratti essenziali che li contestualizzano. Da menzionare anche la scelta delle materie assegnate loro che si confà più che bene allo stile di vita: una scrittura attenta e precisa. E una scrittura che chiude tutto in un modo quasi catartico.


Veronica Ranocchi

lunedì, maggio 10, 2021

MINARI

Minari

di Lee Isaac Chung

con Steven Yeun, Han Ye-ri, Yoon Yeo-jeong

USA, 2020

genere: drammatico

durata: 115'

Una descrizione davvero accurata di quello che è il sogno americano. E di quello che è per la famiglia Yi, dove il padre Jacob cerca, in qualche modo, di realizzarsi e apparire diverso agli occhi della famiglia.

Tutto inizia, infatti, con la decisione dello stesso Jacob, marito di Monica e padre della piccola, ma già grande, Anne e di David, di portare l’intera famiglia sudcoreana in Arkansas. Già residente in America, la famiglia Yi si sposta da un luogo all’altro per fare fortuna e nella speranza che Jacob possa realizzarsi.

Ma non tutto sembra andare secondo i piani e né l’orto né la fattoria che il padre di famiglia sogna di avere riescono a realizzarsi a causa della mancanza di acqua. Per evitare l’ennesima lite con la moglie e una sempre più incombente separazione dell’intero nucleo familiare, l’uomo concede alla consorte di far andare a vivere con loro la madre Soon-ja. Questa, fin da subito, sembra diversa dalla classica figura della nonna che tutti immaginiamo e anche il piccolo David, che non l’aveva mai conosciuta, ne rimane colpito, inizialmente in negativo, additandola quasi come un’estranea, sottolineando anche, in un frangente, quanto questa “puzzi di Corea”. Dopo i primi battibecchi iniziali i due però iniziano in qualche modo a legare e creare un legame, che si evolverà in modo inaspettato.

A conquistare è sicuramente il piccolo e tenero David che, per tutta una serie di motivi, diventa immediatamente il fulcro della storia. Il suo modo di vedere il mondo, oltre ad essere quello di un bambino e quindi caratterizzato in primo luogo dall’innocenza e l’ingenuità, è anche legato alla sua malattia (una sorta di malformazione cardiaca) che lo porta a prestare maggiore attenzione a qualsiasi cosa. A fare da contraltare a David c’è la nonna. Una figura anomala e fuori dal comune che inizialmente anche il pubblico trova difficile comprendere e giustificare. Anzi il porsi in contrapposizione rispetto alla genuinità del piccolo di casa “oscura” quasi il suo personaggio. Col tempo, però, lei comincia a cambiare, o almeno ci prova, e anche lo spettatore inizia ad entrare in sintonia con lei. 

Il rapporto tra i due è la vera base di Minari. Un film che oltre alla realizzazione e alla ricerca di uno scopo nella vita fa riflettere anche sui rapporti interpersonali. 

Ed ecco che il sogno americano e la ricerca del successo diventano secondari. Ce lo fa capire Monica che lo ricorda più volte al marito, il quale preferisce scegliere, almeno in apparenza, la prospettiva di una vita agiata e dignitosa piuttosto che il benessere della famiglia. Ma non è totalmente da colpevolizzare la sua decisione. All’interno del suo obiettivo c’è anche e soprattutto la salvaguardia della famiglia e del suo rapporto con i vari membri.

Allo stesso modo lo sfaccettato personaggio della nonna, interpretato più che magistralmente da Yoon Yeo-jeong, vincitrice dell’Oscar come miglior attrice non protagonista, rappresenta la vera svolta. 

La donna è colei che in qualche modo rompe gli equilibri della casa, cerca di imporre una sua visione del mondo, ma comprende anche che talvolta deve essere lei stessa a “cambiare” per il bene di chi le sta intorno.

Da brividi la scena in cui si addormenta abbracciata al piccolo David come a proteggerlo da tutto e da tutti, dal male del mondo e dalla cattiveria. E, senza spoiler, la corsa di David è il vero raggiungimento del sogno americano. O meglio del sogno di chiunque. 

Menzione, oltre che alle interpretazioni, sempre credibili e mai esagerate, alla colonna sonora e alla fotografia aiutata dalle immense distese di verde nelle quali la famiglia è immersa.


Veronica Ranocchi

martedì, maggio 04, 2021

Le notti bianche del cinema

 

ALICE NELLA CITTÀ INSIEME AD ANEC, ANICA, U.N.I.T.A.
PREMI DAVID DI DONATELLO E 100 AUTORI
ANNUNCIANO
LE NOTTI BIANCHE DEL CINEMA
48 ORE DI PROIEZIONI NON-STOP, ANTEPRIME, INCONTRI ED EVENTI SPECIALI PER UN
GRANDE EVENTO DI MEZZA ESTATE
DA MILANO A PALERMO, DA TORINO A ROMA, DA BOLOGNA A  BARI
CON LA PARTECIPAZIONE DI
ESERCENTI, DISTRIBUTORI, REGISTI, ARTISTI E SCENEGGIATORI, GIORNALISTI, CRITICI E
CURATORI DI FESTIVAL TUTTI UNITI PER LA RIPARTENZA

 #soloalcinema



Alice nella città
si fa promotrice, insieme alle associazioni di categoria Anica e Anec, agli artisti di U.N.I.T.A., ai 100autori e alla Fondazione Accademia del Cinema Italiano - Premi David di Donatello, di un evento che rappresenterà un momento fondamentale nel nuovo piano nazionale di riapertura delle sale cinematografiche #soloalcinema: le Notti Bianche del Cinema. Un grande appuntamento culturale, pensato per essere replicato durante l’anno e per trasferire al pubblico la magia e l’atmosfera unica della sala.

Si tratta di una vera e propria “festa” di mezza estate che da Milano a Palermo, da Torino a Roma, da Bologna a Napoli da Livorno a Bari , animerà le sale italiane con una 48 ore di proiezioni non-stop per recuperare il tempo perso con una programmazione composta da  anteprime, incontri, omaggi  ed eventi speciali, con un unico biglietto agevolato e che coinvolgerà tutte le professionalità del settore: esercenti, distributori, registi, artisti, sceneggiatori, giornalisti, critici e curatori di festival uniti per la ripartenza.


I cinema di tutte le città coinvolte saranno parte integrante di un programma condiviso e connesso. Il concept delle notti bianche prevederà: 48 ore di cinema no-stop; un biglietto d’ingresso unico agevolato; un pass/accredito da acquistare per accedere a tutte le sale delle Notti Bianche e costruirsi un percorso dedicato; un’unica campagna di comunicazione nazionale che raccoglierà il programma con di tutti gli eventi.

Esercenti, associazioni, scuole di cinema, cineteche e festival contribuiranno a far vivere, diffondere e amplificare non solo le nuove uscite, ma con forme inedite, anche eventi e proiezioni speciali organizzati e promossi direttamente sul territorio e in linea con l'identità di ciascuna realtà locale.

Tra questi una serie di incontri e presentazioni ideate e organizzate in collaborazione con i 100 autori nelle diverse città e che ha tra i primi confermati Giorgio Diritti, Susanna Nicchiarelli, Edoardo De Angelis, Francesco Bruni, Davide Ferrario, Gianfranco Cabiddu, Stefano Rulli e Sandro Petraglia.


Il programma completo di Notti Bianche del Cinema e la campagna #soloalcinema verranno presentati nel corso di una conferenza stampa prevista il prossimo 25 maggio.

L'apparenza delle cose

L'apparenza delle cose

di  Shari Springer Bergman e Robert Pulcini

con Amanda Seyfried, James Norton

USA 2021

genere, thriller, orrore

durata, 121


Ad attirarci de L’apparenza delle cose era stata innanzitutto la presenza in cabina di regia della coppia formata da Shari Springer Bergman e Robert Pulcini, già autori di quell’ American Splendor che, prendendo in parola anticonformismo del suo protagonista, il fumettista Harvey Pekar, erano riusciti a realizzare  un biopic fuori dagli schemi

Diventati registi di genere e di consumo, Bergman e Pulcini tentano di fare la cosa più difficile, e cioè di conferire uno sguardo personale a una storia di fantasmi che punta a conquistare il grande pubblico attraverso la capillare distribuzione del mecenate Netflix.Forti di un’interprete brava e popolare come Amanda Seyfried, appena riscoperta e nominata con Mank, i registi si avvicinano al genere assecondandone canoni e dinamiche, lavorando a un sottotesto che ripropone schemi e situazioni di prevaricazione maschile (#METOO docet) in cui violenze e vessazioni hanno poco di metafisico e riguardano più che altro la realtà dei fatti.


Pulcini e Bergman sono bravi a lavorare sulle suggestioni e sulle psicologie dei personaggi, dipanandone con coerenza i rispettivi rimossi; lo sono meno quando si tratta di tirare le fila del discorso e quindi nel momento in cui sono narrazione e drammaturgia e non i personaggi a costruire la catarsi finale che ne L’apparenza delle cose non è all’altezza delle premesse.

Carlo Cerofolini

sabato, maggio 01, 2021

TENEBRE E OSSA

Tenebre e ossa

di Lee Toland Krieger

con Ben Barnes, Jessie Mei Li, Archie Renaux

USA, 2021

genere: fantasy

stagione: 1; episodi 8

durata: 45-58 minuti

Enorme successo per la serie Netflix “Tenebre e ossa” (Shadow and bone, nel titolo originale) nata dalle pagine della scrittrice fantasy statunitense Leigh Bardugo. Questa ha creato un universo, denominato Grishaverse, dove si incontrano e si mescolano vari personaggi. Il tutto è ambientato in una terra che sembra richiamare un’ipotetica Russia.

La serie, in otto episodi da 50 minuti ciascuno, ha fin da subito monopolizzato le classifiche della piattaforma, data anche la lunga attesa e il grande interesse nutrito per una storia che ha appassionato e incollato alle pagine dei libri tantissimi fan.

Tutto inizia con Alina Starkow, una giovane orfana, che fa la cartografa: disegna cioè delle mappe del paese e dei territori circostanti, molti dei quali visitabili solo grazie a queste specifiche mappe.

La giovane, fin dall’infanzia cresciuta con l’amico Mal, adesso un tracciatore, non intende separarsi da lui, soprattutto quando questi è scelto per essere uno di coloro che dovranno attraversare la temibile “Faglia”, una specie di grande barricata di magia nera che separa i territori. Grazie alla sua astuzia riesce a partire insieme a Mal, ma durante il viaggio sono attaccati e Alina, per salvare l’amico, sprigiona un potere leggendario che nemmeno lei sapeva di possedere. Per questo viene etichettata come “Grisha”, cioè colei che ha poteri magici e viene allontanata da Mal. Questa separazione porterà i due a cercare di ricongiungersi, nonostante vari personaggi e varie insidie che si frapporranno tra loro. Accanto ad Alina comparirà il Generale Kirigan, un’oscura e ammaliatrice personalità con il solo scopo di arricchire il proprio potere.

Parallelamente alle vicende di Alina e Mal ci sono anche quelle dei cosiddetti Corvi: il leader Kaz, la spia Inej e l’abilissimo pistolero Jesper. I tre, intenzionati ad arricchirsi, si mettono sulle tracce di Alina, ma saranno continuamente frenati e ostacolati.

La terza “storia” a fare da contorno alle altre è quella della grisha Nina al servizio del generale, ma improvvisamente rapita, e del cacciatore di streghe Matthias che partecipa al rapimento della donna.

Una storia dove la magia è la vera protagonista. Avventure e personaggi complessi, da sviscerare nel corso degli episodi (e perché no, anche delle stagioni), che ammaliano e tengono lo spettatore incollato allo schermo. Situazioni non troppo ovvie e scontate, seppur con tutti gli stereotipi e i cliché del genere con ampio potenziale anche nell’ottica di un’ipotetica seconda stagione. Chiaramente chi ha letto i libri sa già come si svilupperà la storia. Molti sono rimasti entusiasti della trasposizione fedele dei romanzi, seppur con alcuni elementi magari rimasti troppo in superficie e non approfonditi come necessario. Ma per chi non li ha letti “Tenebre e ossa” risulta una serie dal grande potenziale, in grado di intrattenere e non solo.

Di norma nelle serie tv ci sono sempre dei personaggi preferiti, sia per la scrittura che per l’interpretazione dell’attore o dell’attrice in questione, così come storyline predilette rispetto ad altre. Ecco, non è questo il caso della prima stagione di “Tenebre e ossa” che mescola un cast di attori molto giovani e ancora non conosciuti dal grande pubblico che regalano delle ottime interpretazioni e fanno trasparire una grande armonia. L’attore più noto dell’intero cast è il sempre giovane Ben Barnes, nel ruolo tutt’altro che semplice del generale Kirigan. Conferire le sfumature caratteriali di un personaggio così intrinsecamente complesso è un lavoro che necessita molta attenzione. Per questo aveva bisogno di un volto già più affermato. E lo charme di Barnes dà vita ad un risultato praticamente perfetto.

Non resta, quindi, che aspettare e sperare che la serie venga rinnovata per una seconda stagione e che essa sia appassionante almeno quanto la prima.


Veronica Ranocchi