martedì, agosto 10, 2021
FIRST COW
'Rehana Maryam Noor'
'Rehana Maryam Noor'
Abdullah Mohammad Saad
con Kazi Sami Hassan, Afia Jahin Jaima, Azmeri Haque Badhon
genere, drammatico
Bangladesh, Singapore, Qatar
durata, 107’
Presentato fuori concorso a Cannes 74 nella sezione Un Certain Regard. Capita sempre così, ovvero che nei grandi festival internazionali le sorprese non riguardano il concorso principale, di solito riservato ai nomi appartenenti al gotha internazionale (in quello di quest’anno i pronostici sono a favore di Nanni Moretti e di altre vecchie conoscenze), bensì le cosiddette sezioni collaterali, quelle che costituiscono il trampolino di lancio per giovani virgulti. E’ il caso di Abdullah Mohammad Saad, autore del Bangladesh, issatosi fin qui grazie a un primo film, "Live from Dhaka", carico di premi e di stima ottenuti in festival rigorosi come Rotterdam e Locarno. "Rehana" sembra essere figlio di quelle esperienze, non facendo nulla per apparire diverso da quello che è, ovvero un film in cerca di fortuna presso spettatori cinefili aperti a storie provenienti da altre culture, di cui il film del regista si fa portavoce in maniera critica e conflittuale.
Prendendo il nome dalla determinata protagonista, "Rehana" racconta la vertigine emotiva di una giovane assistente universitaria, coinvolta in un vortice di avvenimenti che a un certo punto la mettono nella condizione di dover decidere del futuro delle persone che le sono più vicine, nel lavoro e nella propria famiglia. Convinta a non arrendersi alla posizione minoritaria occupata dalla donna nella società del suo paese, Rehana si ribella allo status quo trovandosi però davanti a questioni etiche che ne mettono in forse i principi della sua azione.
Come si capisce dalla trama "Rehana" ha tutto per figurare come un film di denuncia, di quelli che a queste latitudini sono destinati a conquistare la critica desiderosa - non a torto - di spendersi per una giusta causa come quella raccontata dal film. Sola contro tutti e in una condizione come quella femminile che ne mette in discussione per principio la giustezza del suo fare, Rehana appare fin da subito una figura eroica, disposta com’è a battersi contro una realtà più grande di lei. Personaggio fuori dal comune che il regista pedina all’interno nel suo ambiente, alimentando una tensione scatenata dalla contrapposizione tra le certezze della protagonista e la reticenza dei suoi interlocutori; quest'ultima presente anche tra le fila di coloro (la studentessa concupita dal professore, la figlioletta accusata di aver picchiato un compagno di scuola) di cui la donna prende le difese.
Ed è proprio il clima di incertezza in cui si muove la storia a fare la differenza, con i fatti non supportati da una visione oggettiva, ma presentati allo spettatore in maniera indiretta, attraverso il racconto dei presunti testimoni. Senza venire meno alla realtà dei fatti e ai motivi della sua istanza, "Rehana" con il passare dei minuti si scrolla di dosso l’etichetta del film politicamente corretto, arrivando a cambiare pelle in una maniera che dal punto di vista cinematografico ricorda il cinema di Asgard Farhadi (peraltro presente a Cannes nel concorso principale con "Un Heros"). Come quello, infatti, "Rehanna" ha la capacità di operare scarti psicologici impercettibili che nella loro totalità sono però in grado di diminuire la distanza tra le parti, avvicinandosi alla vita vera perché come in quella è difficile essere sempre al di sopra delle parti. Come capita a Rehana, di cui a un certo punto è difficile capire dove finisce il senso di giustizia e dove invece incomincia lo sfogo delle proprie ossessioni personali. In quest’ottica "Rehana" mette in secondo piano le sollecitazioni progressiste per diventare il lucido referto della condizione umana e delle sue contraddizioni. Così facendo il regista imprigiona i caratteri in una sorta di laboratorio comportamentale, simile a un limbo esistenziale in cui il confronto tra forze opposte e il pathos che ne deriva sono raggelati dalla geometrica linearità delle inquadrature, oggettivate dalla presenza di una fotografia monocromatica la cui patina sembra voler materializzare il velo di ipocrisia che impedisce a chi guarda di conoscere fino in fondo le persone e il loro animo. Ad Abdullah Mohammad Saad il plauso di essere riuscito a raccontare una figura femminile capace di dialogare con il cinema del dopo #METOO con una complessità che è il contrario della retorica insita in molta narrativa contemporanea.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)
Frammenti di visione: a proposito di 'Lamb'
Lamb
di, Ross Partridge
con Ross Partridge, Oona Laurence, Tom Bower, Jess Weixler, Scott McNairy, Lindsay Pulsipher
- USA 2015 -
97’
Little Lamb who made thee?
Dost thou know who made thee
gave thee life, and bid thee feed
by the stream and o'er the mead
— W. Blake —
Quando due solitudini si dedicano al funambolismo sullo stesso filo blu, accade che l’equilibrio – già di per sé precario – diventi una faccenda quasi aleatoria, a meno che non ci si trovi di fronte al miracolo del bilanciamento reciproco. Sembrerebbe questo il caso dei due protagonisti di “Lamb”: un uomo di mezz’età mandato in frantumi dal matrimonio fallito e dalla morte del padre, da una parte; una ragazzina – circa undici anni – fin troppo sveglia ma vittima della disattenzione di una normalissima famiglia disfunzionale, dall’altra.
In questo contesto l’incontro iper-casuale tra i due non è semplicemente il motore dell’azione dal punto di vista drammaturgico ma soprattutto una necessità naturale, ovvero l’ennesimo tentativo di non morire. Non è un caso che la conseguenza più o meno diretta di questa strana combinazione di esseri umani sia un viaggio con cui ci si lascia alle spalle le vite fagocitate dall’orrore urbano per dirigersi verso campi dorati e montagne rocciose. Anche se a onor del vero ci si poteva spremere di più per tirare fuori dal comparto visivo delle immagini se non più suggestive almeno più aderenti al profilo – ognuno a proprio modo – misterioso dei personaggi, dal punto di vista del rapporto schermo-voyeur l’opera mantiene un livello di ambiguità tale da creare in chi guarda l’idea di una possibile degenerazione del rapporto – mi si perdoni l’autoconcessione di utilizzare questo inciso per una battuta, ma qui è proprio il caso di dire che la pedofilia è negli occhi di chi guarda – mantenendo dunque uno stato d’angoscia sottile e duraturo lungo l’intera visione.
L’epilogo più normale possibile è dunque laconico e conferma, come se ce ne fosse ancora bisogno, che se non si può separare la tristezza dal cuore si può perlomeno lanciare il cuore nel vuoto.
Antonio Romagnoli
lunedì, luglio 26, 2021
ESTATE '85
Estate ‘85
di François Ozon
con Félix Lefebvre,
Benjamin Voisin, Valeria Bruni Tedeschi
Francia, Belgio, 2020
genere: drammatico,
sentimentale
durata: 100’
Adattamento del romanzo
“Danza sulla mia tomba”, “Estate ’85” è il film di François Ozon, presentato in
concorso al Festival di Cannes.
La storia è quella del
giovanissimo Alexis, sedicenne che, a seguito di un incidente in barca, si
imbatte nel diciottenne David che lo salva e con il quale instaura inizialmente
una forte e profonda amicizia. Si comprende fin da subito che Alexis ha bisogno
di un amico, ma David si trasforma presto in qualcosa di più e tra i due nasce
un legame che va oltre la semplice amicizia. Il protagonista viene assunto nel
negozio della madre di David e inizia a trascorrere ogni giornata dell’estate
’85 insieme a lui. Questo finché non entra in scena Kate, giovane inglese
arrivata come ragazza alla pari. La sola sua presenza porterà scompiglio tra i
due e soprattutto a una drastica conseguenza, in realtà già anticipata fin dai
primi momenti del film. “Estate ‘85”, infatti, è raccontato alternando nel
giusto modo il presente al passato, con flashback che raccontano l’incontro tra
i due e la loro relazione che contrastano un presente cupo e triste.
A convincere in modo
particolare sono le interpretazioni dei due giovanissimi protagonisti. In
particolare Félix Lefebvre ben si adatta ad un personaggio non semplice, spesso
cupo e con tante sfumature, differentemente da quello che si potrebbe pensare.
Una storia interessante
con svariati temi al suo interno, raccontata in modo pulito dal regista che ci
ha abituato a narrazioni analoghe.
Una teen drama
all’apparenza, ma che nasconde molto di più, tra citazioni e ringraziamenti al
cinema stesso. Memorabile, a tal proposito, il momento in cui David mette
all’orecchio di Alexis una cuffia che, nel mezzo di una discoteca piena di
gente danzante a ritmo di musica dance, lo estranea completamente facendo fare
a lui (ma anche al pubblico) un tuffo non solo metaforico nell’estate ’85. E
accanto a questo merita di essere sottolineata anche la scelta delle canzoni,
dai Depeche Mode ai The Smiths passando per i The Cure.
Ozon cerca, andando oltre
la “semplice” storia, di raccontare allo spettatore il cinema, la magia della
settima arte e il modo in cui lui è probabilmente stato rapito da essa. Anche
se non al centro esatto della scena, torna più o meno prepotentemente in
diversi momenti. Non solo grazie alle citazioni, ma anche a sequenze che
mostrano i due recarsi in sala e gustarsi il piacere di vedere un film sul
grande schermo. Una strizzata d’occhio a un mezzo che continua imperterrito ad
appassionare sempre più persone. E un invito ad approfondire tutto ciò.
Un film dove troviamo
anche una presenza italiana, quella di Valeria Bruni Tedeschi, nel ruolo della
madre, un po’ strampalata e stralunata, di David. Una donna che, nella sua
stranezza e, per certi versi, eccentricità, nasconde molto di più. Come del
resto anche il figlio stesso, continuamente alla ricerca di qualcosa di nuovo,
senza mai riuscire a trovare (o a voler trovare) un equilibrio o una stabilità.
“Estate ‘85” è la giusta
freschezza mescolata al dramma a cui ci ha, da sempre, abituati François Ozon.
Veronica Ranocchi
domenica, luglio 25, 2021
A CLASSIC HORROR STORY
A classic horror story
di Roberto De Feo e Paolo
Strippoli
con Matilda Lutz,
Francesco Russo, Yuliia Sobol
Italia, 2021
genere: horror
durata: 95’
Come ci anticipa il
titolo, il nuovo film di Roberto De Feo e Paolo Strippoli è esattamente una
classica storia horror. Abbiamo tutti gli elementi in grado di rendere horror
un film. C’è il gruppo di persone inizialmente sconosciute che, per un caso
fortuito, si ritrovano a vivere esperienze orrorifiche insieme (e all’interno
del gruppo ci sono i più classici stereotipi, dalla ragazza solo, alla coppia
di fidanzati, passando per il padre di famiglia e il ragazzo emarginato con un
po’ di problemi). C’è l’improvvisa rottura dell’apparente equilibrio iniziale.
E c’è lo smarrimento in un luogo indefinito dove i protagonisti vengono
costantemente seguiti da presenza misteriose che, a poco a poco, mietono
vittime.
Tutto sembra essere,
quindi, classico. E di fatto lo è. “A classic horror story” altro non è che un
insieme di alcuni film horror, più o meno classici e di citazioni. Dai più
recenti ai grandi cult del passato il film tutto italiano e disponibile su
Netflix riesce ad accompagnare lo spettatore in un viaggio dell’orrore, ma non
solo. Anche in una riflessione attuale, neanche troppo velata. La “crudeltà”
che il genere horror predilige non è altro che, seppure agli estremi, quello
che “piace” nel quotidiano. Basti pensare, come ci suggerisce uno dei
personaggi del film, a quello che ogni giorno si vede in tv o si legge tra le
notizie.
E il messaggio che passa
è proprio questo, aiutato da una scena metacinematografica sul finire.
Buone e convincenti le
interpretazioni degli attori protagonisti che contribuiscono ad arricchire un film
altrimenti fin troppo citazionistico. Un po’ per le interpretazioni (mai troppo
sopra le righe), un po’ per la scelta delle musiche e dei colori “A classic
horror story” è un buon prodotto che inizia a far emergere il genere anche in
Italia.
Si potrebbero analizzare
all’infinito tutti i riferimenti del film, dalle azioni alle scelte dei
protagonisti, passando per le frasi pronunciate da alcuni di essi. Ma la verità
è che, grazie a tutte queste citazioni, diventa, in parte, un prodotto nuovo,
frutto di una “messa in scena” banale e, al tempo stesso, innovativa.
Che i due autori abbiano
iniziato un filone fortunato con il genere horror, dopo il loro precedente “The
Nest” che tanto successo aveva ottenuto nel pubblico? Riuscirà a decretare la
svolta di un genere da sempre sottotono per il nostro paese?
Veronica Ranocchi
lunedì, luglio 05, 2021
IL CATTIVO POETA
Il cattivo poeta
di Gianluca Jodice
con Sergio Castellitto,
Francesco Patanè, Tommaso Ragno
Italia, Francia, 2020
genere: biografico,
storico, drammatico
durata: 106’
Gabriele D’Annunzio
interpretato da Sergio Castellitto e diretto da Gianluca Jodice è il
protagonista de “Il cattivo poeta”.
Il film si concentra sugli
ultimi anni del poeta e sulla vita ormai sopra le righe di quello che non viene
quasi mai chiamato per nome, ma solo con l’appellativo di Maestro o Vate.
Giovanni Comini è un
bresciano sostenitore del fascismo che viene promosso federale. Subito dopo la
promozione, vista la sua propensione per la poesia, viene inviato a spiare
Gabriele D’Annunzio. Il suo compito diventa quello di entrare nelle grazie del
grande poeta e spiarlo per conto del regime. Questo perché D’Annunzio sembra
ormai da tempo insofferente al fascismo e tutt’altro che favorevole a un’alleanza
tra Hitler e Mussolini che porterebbe inevitabilmente allo sfociare in un nuovo
conflitto mondiale. Il regime teme che una personalità di tale rilevanza
pubblica e nazionale, esprimendosi contro le decisioni del fascismo, possa
mettere a repentaglio la fiducia popolare.
Comini inizia, quindi, a
frequentare il Vittoriale e, col passare del tempo, comincia a subire il
fascino di D’Annunzio che, fin da subito, comprende le reali intenzioni del
giovane. Cerca di prodigarsi per aiutarlo a incontrare il Duce in modo che lo
stesso poeta possa dissuadere Mussolini dal prendere contatti con Hitler e stringere
un’alleanza con quest’ultimo. E, in parallelo, il federale comincia anche ad
avere dei dubbi sul regime e sui valori portati avanti da esso.
Un film che si limita a
raccontare senza commentare o entrare nel merito della questione. Una regia pulita
per una storia che va oltre quella che tutti conosciamo sul poeta del
Vittoriale. Se da una parte è positivo il concentrarsi solamente su una parte
della vita del protagonista per analizzarla e non cadere nei cliché del
classico biopic, dall’altra fa storcere il naso la mancata “onnipresenza” del
Vate che avrebbe probabilmente meritato il ruolo da protagonista indistinto. Il
camuffare il film da thriller con la “sottotrama” di Comini che lo spia per
conto del regime è un intelligente escamotage che, però, nasconde in parte il
personaggio eccentrico e sopra le righe che è stato Gabriele D’Annunzio. Interessante
e particolare la scelta di far essere il generale Comini il vero protagonista
della storia, in modo tale da poter dare un proprio giudizio sulla situazione
storica attuale attraverso le scelte da lui compiute, ma, al tempo stesso,
questo sembra quasi far dimenticare l’oggettiva grandezza del poeta che, in un
modo o in un altro, ha segnato la storia del nostro paese.
Da segnalare l’interpretazione,
la gestualità e le battute, che riprendono quelle del Vate e che lo dipingono
in maniera quasi impeccabile. Anche se, talvolta, tendono a travolgere il resto
della narrazione.
Una descrizione degli
eventi storici, quali l’incontro con Mussolini o il dissenso nei confronti dell’alleanza
con la Germania da parte di D’Annunzio, molto fedele, anche se solo accennata e
intuibile da commenti o frasi pronunciate dai personaggi. Questo a favore di un’attenzione
al mostrare momenti e situazioni più eccentriche che potessero dipingere il
protagonista (e gli altri personaggi) in modo particolare e, a volte, anche
caricaturale.
Un film per conoscere un’altra
parte della storia d’Italia e di un personaggio che, nel bene o nel male, ha
fatto parlare di sé e ha donato tanto al paese.
Veronica Ranocchi
sabato, giugno 19, 2021
CRUELLA
Cruella
di Craig Gillespie
con Emma Stone, Emma
Thompson, Joel Fry
USA, 2021
genere: commedia,
drammatico
durata: 134’
Il primo grande
blockbuster dalla seconda riapertura delle sale è Disney. La Cruella
interpretata da Emma Stone ha, quindi, un doppio compito: non solo quello di
divertire, ma anche quello di portare in sala una grande fetta di pubblico,
grande e piccolo. E sembra proprio che entrambi i compiti siano (stati) portati
a termine. Questo anche grazie al target al quale è rivolto: grandi e piccoli.
Da una parte l’attrazione dei giovanissimi nel vedere una storia a metà strada
tra realtà e finzione; dall’altra parte la curiosità del pubblico più adulto
che ha vissuto in prima persona il successo del classico Disney dal quale è
stato estrapolato l’iconico personaggio qui protagonista. Un successo di
pubblico e non solo, ufficializzato dalla conferma di un sequel.
La storia è quella di
Crudelia, dalla sua infanzia all’età adulta. Sviluppata nella Londra degli anni
’60, la vicenda ruota attorno alla piccola Estella, da sempre “anticonformista”
e in grado di distinguersi dagli altri sotto tutti i punti di vista. Placata, in
parte, dalla madre la giovanissima Estella cresce con la passione per la moda,
l’eleganza e il buon gusto. Ma proprio questo, indirettamente, la porta a perdere
la madre durante una serata di festa. La giovanissima protagonista, insieme al
suo fidato cane, si imbatte in due piccoli ladruncoli, anch’essi orfani che
ogni giorno devono procurarsi cibo e sostentamento compiendo qualche atto
criminale. Estella decide di “allearsi” a loro per poter vivere in compagnia di
qualcuno. Subito dopo si è catapultati in avanti nel tempo con una Estella
cresciuta e sempre più sicura di sé che prosegue la sua vita al fianco dei due “ladruncoli”
Jasper e Horace.
Ed è proprio grazie al primo
che riesce ad ottenere un posto di lavoro nel campo della moda. Da questo momento
per Estella iniziano a susseguirsi una serie di dinamiche che, nel giro di poco
tempo, la portano a cambiare completamente diventando Cruella. A seguito, poi,
di alcune scoperte sconvolgenti la giovane è costretta a compiere delle mosse
che non avrebbe voluto.
La ricostruzione ipotetica
della vita di una delle cattive Disney più amata di sempre riesce. Nel
complesso, tra personaggi, background e scelte narrative il film conquista.
Naturalmente ad emergere
particolarmente sono i costumi e la riuscita rappresentazione della Londra di
quegli anni, ma gran parte del merito del successo va alle sue protagoniste
femminili. Le due Emma, Stone nei panni di Cruella, e Thompson, nei panni della
Baronessa von Hellman, catturano il pubblico e lo attraggono.
Due interpretazioni letteralmente
ipnotiche che, aiutate da degli effetti speciali non sempre al top, ma comunque
efficaci conquistano tanto i più piccoli quanto i più grandi.
Una Emma Stone in grado di
sbalordire sempre più, sia nei panni di Estella, personaggio sopra le righe, ma
con una parvenza di realtà che, pur distinguendosi dagli altri, cerca di ancorarsi
alla normalità del mondo che la circonda, sia nei panni di Cruella, più “spietata”
nel senso di modo di porsi. Cruella è più intraprendente, più decisa nelle sue
scelte, non ha paura di osare e mostrarsi agli altri per quello che realmente
è. Ecco perché anche lo stesso personaggio afferma più volte di dover cercare
di reprimere l’una o l’altra. E la bravura di Emma Stone risiede proprio in questa
capacità di bilanciare perfettamente queste due parti uguali e contrapposte
allo stesso tempo, intrinseche nella stessa persona. A farle da spalla, al di
là dei due orfani, c’è indubbiamente una Emma Thompson che dimostra ancora una
volta di riuscire a calarsi perfettamente ed essere sempre a suo agio in qualsiasi
tipo di personaggio e interpretazione. Non semplice anche il suo ruolo, quello
di una donna incompresa e che cerca di emergere e primeggiare in ogni situazione;
una donna che non accetta fallimenti o imprevisti e che, invece, si ritroverà a
fronteggiare un pericolo enorme avendo a che fare con Cruella.
Una narrazione semplice e
lineare che tende ad umanizzare la protagonista per cercare di far comprendere
il perché del suo comportamento e delle sue scelte. E questo è forse, in parte,
un errore perché si tende, poi, a empatizzare fin troppo con lei e non definire
bene i confini. Dare una spiegazione in questi termini del comportamento di un “cattivo”
Disney non è sempre corretto. Dall’altra parte, però, c’è da dire che la
struttura parte da una base già di “cattiva”, nel senso che la parte di Cruella
è già presente nella piccola Estella, che fin da piccola ha connotazioni e
tratti da “alternativa”.
Un prequel che spiega la vita
di Cruella e che anticipa quello che sarà e che aspettiamo impazienti di vedere
nel sequel già annunciato del film.
Veronica Ranocchi
sabato, maggio 29, 2021
THE FATHER - NULLA E' COME SEMBRA
The Father – Nulla è come sembra
di Florian Zeller
con Anthony Hopkins,
Olivia Colman, Mark Gatiss
Francia, Regno Unito,
2020
genere: drammatico
durata: 97’
Strepitoso Anthony
Hopkins basterebbe come frase per riassumere “The Father – Nulla è come sembra”,
film di Florian Zeller vincitore di due premi Oscar, uno per la miglior sceneggiatura
non originale e uno, appunto, per miglior attore protagonista.
Una statuetta che va ad
aggiungersi a un’altra già in possesso dell’attore gallese che, con questa,
entra ancora di più nella storia, sia dell’Academy che della settima arte,
diventando, al momento il più anziano premiato.
Ma “The Father” non è
solo Anthony Hopkins. È anche una storia toccante, vera e autentica che
trasporta lo spettatore a metà strada tra la realtà e la “finzione”, non tanto
quella del cinema stesso, quanto quella della malattia che il protagonista
della vicenda ha.
Anthony (Hopkins) è un
uomo anziano e malato di alzheimer, per il quale la figlia sta cercando una
soluzione che possa mettere d’accordo le esigenze di tutti.
All’inizio siamo catapultati
davanti a personaggi e dinamiche che diamo per scontate, o meglio che crediamo
siano reali perché così ci vengono presentate. Presto. Però, con l’avanzare
della narrazione, scopriamo che, come il sottotitolo italiano ci aveva anticipato,
nulla è come sembra e che tutto quello che abbiamo visto fino a quel momento
non è la realtà, ma è solo “un punto di vista”. Così come lo è anche il
successivo, e quello ancora dopo. Alla fine ciò che emerge è che non esiste una
verità del tutto oggettiva. Si può solo ricomporla, prendendo elementi da una
visione e dall’altra. E ciò che ci permette di poter fare un’affermazione del
genere è un utilizzo incredibile del montaggio che mescola in maniera perfetta
momenti, stati d’animo e sensazioni dei vari personaggi che ruotano intorno alla
figura del protagonista.
I volti, i movimenti, le
parole si mescolano tra i vari interlocutori e, soprattutto inizialmente, mettono
in difficoltà anche lo spettatore stesso che si ritrova a interrogarsi
continuamente su chi sia veramente un determinato personaggio piuttosto che un
altro.
A fare da cornice ad un
film, quindi, scritto, girato e montato in maniera quasi completamente
impeccabile c’è un cast di tutto rispetto. Dal protagonista Anthony Hopkins,
citato inizialmente, impeccabile che, con questo personaggio, porta sullo schermo
probabilmente l’interpretazione della vita, alla sua coprotagonista Olivia Colman,
vincitrice dell’Oscar due anni fa per il suo ruolo ne “La Favorita”. Un Hopkins
che, mai davvero del tutto vincolato alla figura di Hannibal Lecter, che, però,
lo ha reso celebre al mondo intero, ha dato vita a una figura umana a 360°. Le
continue interruzioni delle frasi, l’incertezza di ogni parola e ogni singolo
gesto fanno percepire tutta la sua sofferenza. Una sofferenza che non si può
descrivere a parole. Una sofferenza personale e unica che il film prova a
spiegarci facendoci, in qualche modo, entrare nella mente dell’uomo. Straziante
e commovente, “The Father” è un’opera che fa della sua semplicità da più punti
di vista la sua forza. Pochi personaggi che si alternano ciclicamente e che,
seppur con pochi tratti, sono ben caratterizzati. Ma anche pochi spazi. Il
film, infatti, si sviluppa quasi esclusivamente all’interno di una casa, salvo
rare eccezioni. E, oltre ad essere utile ai fini della narrazione, è anche un elemento
apparentemente semplice, ma che conferisce complessità all’intero prodotto.
Chicca finale la musica di Ludovico Einaudi. Semplicemente perfetta.
Veronica Ranocchi
giovedì, maggio 27, 2021
UN ALTRO GIRO
Un altro giro (Druk)
di Thomas Vinterberg
con Mads Mikkelsen, Thomas
Bo Larsen, Magnus Millang
Danimarca, Svezia, Paesi
Bassi, 2020
genere: drammatico
durata: 117’
Dopo una distribuzione
più complessa del previsto, a causa della pandemia, “Un altro giro”, invece che
essere presentato in anteprima al festival di Cannes 2020, ha dovuto attendere
e spostarsi geograficamente al Toronto International Film Festival a livello
internazionale e, in Italia, al Festival di Roma.
Vincitore del premio
Oscar come miglior film internazionale, in rappresentanza della Danimarca, il
film diretto da Thomas Vinterberg ha come protagonista Mads Mikkelsen, nel ruolo
di un insegnante in un momento particolare della propria vita.
Martin, Tommy, Nikolaj e
Peter sono quattro amici, tutti e quattro insegnanti in quattro materie diverse
che sembrano non trarre soddisfazione dalla propria vita, né lavorativa né personale.
Martin soprattutto, del quale lo spettatore ha una condivisione maggiore, è
quello che ha più difficoltà perché non riesce a relazionarsi con i propri
studenti, ai quali insegna storia, né con la propria moglie e i due figli.
Così descritto potrebbe
sembrare un film sull’alcol, sull’alcolismo e sugli effetti di questo. O
comunque un film che pone al centro di tutto questo tema. In realtà non è così:
l’alcol è solo uno “strumento” per scavare nella vita di Martin e dei suoi
amici e nelle relazioni umane e interpersonali dei quattro. L’insoddisfazione
dei quattro protagonisti è reale e comune. Non è una cosa che caratterizza solo
loro. Quello che Vinterberg porta in superficie è un problema più comune di
quanto possa sembrare. E sono tanti i temi che derivano dall’atteggiamento dei
quattro uomini: dalla perdita di fiducia in sé stessi e negli altri, alla convinzione
di non essere o di non fare mai abbastanza.
Con la vicinanza e la
prossimità di una regia attenta a cogliere ogni sfumatura dei personaggi
attraverso numerosi primi piani, Vinterberg pone l’accento sull’essere umano,
in quanto essere imperfetto. I numerosi silenzi e il ricorso allo scritto in
alcuni momenti sono indicativi della storia che il regista danese ha voluto
portare sullo schermo. E a fare da cornice a una storia intensa come quella di “Un
altro giro”, ci sono anche delle interpretazioni degne di nota. Dal
protagonista Mikkelsen, sempre nella parte e mai sopra le righe, agli altri tre
attori che non si limitano a essere un contorno, ma vengono ben descritti
attraverso tratti essenziali che li contestualizzano. Da menzionare anche la
scelta delle materie assegnate loro che si confà più che bene allo stile di
vita: una scrittura attenta e precisa. E una scrittura che chiude tutto in un
modo quasi catartico.
Veronica Ranocchi
lunedì, maggio 10, 2021
MINARI
Minari
di Lee Isaac Chung
con Steven Yeun, Han Ye-ri, Yoon Yeo-jeong
USA, 2020
genere: drammatico
durata: 115'
Una descrizione davvero accurata di quello che è il sogno americano. E di quello che è per la famiglia Yi, dove il padre Jacob cerca, in qualche modo, di realizzarsi e apparire diverso agli occhi della famiglia.
Tutto inizia, infatti, con la decisione dello stesso Jacob, marito di
Monica e padre della piccola, ma già grande, Anne e di David, di portare
l’intera famiglia sudcoreana in Arkansas. Già residente in America, la famiglia
Yi si sposta da un luogo all’altro per fare fortuna e nella speranza che Jacob
possa realizzarsi.
Ma non tutto sembra andare secondo i piani e né l’orto né la fattoria che
il padre di famiglia sogna di avere riescono a realizzarsi a causa della
mancanza di acqua. Per evitare l’ennesima lite con la moglie e una sempre più
incombente separazione dell’intero nucleo familiare, l’uomo concede alla
consorte di far andare a vivere con loro la madre Soon-ja. Questa, fin da
subito, sembra diversa dalla classica figura della nonna che tutti immaginiamo
e anche il piccolo David, che non l’aveva mai conosciuta, ne rimane colpito,
inizialmente in negativo, additandola quasi come un’estranea, sottolineando
anche, in un frangente, quanto questa “puzzi di Corea”. Dopo i primi
battibecchi iniziali i due però iniziano in qualche modo a legare e creare un
legame, che si evolverà in modo inaspettato.
A conquistare è sicuramente il piccolo e tenero David che, per tutta una
serie di motivi, diventa immediatamente il fulcro della storia. Il suo modo di
vedere il mondo, oltre ad essere quello di un bambino e quindi caratterizzato
in primo luogo dall’innocenza e l’ingenuità, è anche legato alla sua malattia
(una sorta di malformazione cardiaca) che lo porta a prestare maggiore
attenzione a qualsiasi cosa. A fare da contraltare a David c’è la nonna. Una
figura anomala e fuori dal comune che inizialmente anche il pubblico trova
difficile comprendere e giustificare. Anzi il porsi in contrapposizione
rispetto alla genuinità del piccolo di casa “oscura” quasi il suo personaggio.
Col tempo, però, lei comincia a cambiare, o almeno ci prova, e anche lo
spettatore inizia ad entrare in sintonia con lei.
Il rapporto tra i due è la vera base di Minari. Un film che oltre alla
realizzazione e alla ricerca di uno scopo nella vita fa riflettere anche sui
rapporti interpersonali.
Ed ecco che il sogno americano e la ricerca del successo diventano
secondari. Ce lo fa capire Monica che lo ricorda più volte al marito, il quale
preferisce scegliere, almeno in apparenza, la prospettiva di una vita agiata e
dignitosa piuttosto che il benessere della famiglia. Ma non è totalmente da
colpevolizzare la sua decisione. All’interno del suo obiettivo c’è anche e
soprattutto la salvaguardia della famiglia e del suo rapporto con i vari
membri.
Allo stesso modo lo sfaccettato personaggio della nonna, interpretato più
che magistralmente da Yoon Yeo-jeong, vincitrice dell’Oscar come miglior
attrice non protagonista, rappresenta la vera svolta.
La donna è colei che in qualche modo rompe gli equilibri della casa, cerca
di imporre una sua visione del mondo, ma comprende anche che talvolta deve
essere lei stessa a “cambiare” per il bene di chi le sta intorno.
Da brividi la scena in cui si addormenta abbracciata al piccolo David come
a proteggerlo da tutto e da tutti, dal male del mondo e dalla cattiveria. E,
senza spoiler, la corsa di David è il vero raggiungimento del sogno americano.
O meglio del sogno di chiunque.
Menzione, oltre che alle interpretazioni, sempre credibili e mai esagerate,
alla colonna sonora e alla fotografia aiutata dalle immense distese di verde
nelle quali la famiglia è immersa.
Veronica Ranocchi
martedì, maggio 04, 2021
Le notti bianche del cinema
ALICE NELLA CITTÀ INSIEME AD ANEC, ANICA, U.N.I.T.A.
PREMI DAVID DI DONATELLO E 100 AUTORI
ANNUNCIANO
LE NOTTI BIANCHE DEL CINEMA
48 ORE DI PROIEZIONI NON-STOP, ANTEPRIME, INCONTRI ED EVENTI SPECIALI PER UN
GRANDE EVENTO DI MEZZA ESTATE
DA MILANO A PALERMO, DA TORINO A ROMA, DA BOLOGNA A BARI
CON LA PARTECIPAZIONE DI
ESERCENTI, DISTRIBUTORI, REGISTI, ARTISTI E SCENEGGIATORI, GIORNALISTI, CRITICI E
CURATORI DI FESTIVAL TUTTI UNITI PER LA RIPARTENZA
#soloalcinema
Alice nella città si fa promotrice, insieme alle associazioni di categoria Anica e Anec, agli artisti di U.N.I.T.A., ai 100autori e alla Fondazione Accademia del Cinema Italiano - Premi David di Donatello, di un evento che rappresenterà un momento fondamentale nel nuovo piano nazionale di riapertura delle sale cinematografiche #soloalcinema: le Notti Bianche del Cinema. Un grande appuntamento culturale, pensato per essere replicato durante l’anno e per trasferire al pubblico la magia e l’atmosfera unica della sala.
Si tratta di una vera e propria “festa” di mezza estate che da Milano a Palermo, da Torino a Roma, da Bologna a Napoli da Livorno a Bari , animerà le sale italiane con una 48 ore di proiezioni non-stop per recuperare il tempo perso con una programmazione composta da anteprime, incontri, omaggi ed eventi speciali, con un unico biglietto agevolato e che coinvolgerà tutte le professionalità del settore: esercenti, distributori, registi, artisti, sceneggiatori, giornalisti, critici e curatori di festival uniti per la ripartenza.
I cinema di tutte le città coinvolte saranno parte integrante di un programma condiviso e connesso. Il concept delle notti bianche prevederà: 48 ore di cinema no-stop; un biglietto d’ingresso unico agevolato; un pass/accredito da acquistare per accedere a tutte le sale delle Notti Bianche e costruirsi un percorso dedicato; un’unica campagna di comunicazione nazionale che raccoglierà il programma con di tutti gli eventi.
Esercenti, associazioni, scuole di cinema, cineteche e festival contribuiranno a far vivere, diffondere e amplificare non solo le nuove uscite, ma con forme inedite, anche eventi e proiezioni speciali organizzati e promossi direttamente sul territorio e in linea con l'identità di ciascuna realtà locale.
Tra questi una serie di incontri e presentazioni ideate e organizzate in collaborazione con i 100 autori nelle diverse città e che ha tra i primi confermati Giorgio Diritti, Susanna Nicchiarelli, Edoardo De Angelis, Francesco Bruni, Davide Ferrario, Gianfranco Cabiddu, Stefano Rulli e Sandro Petraglia.
Il programma completo di Notti Bianche del Cinema e la campagna #soloalcinema verranno presentati nel corso di una conferenza stampa prevista il prossimo 25 maggio.
L'apparenza delle cose
L'apparenza delle cose
di Shari Springer Bergman e Robert Pulcini
con Amanda Seyfried, James Norton
USA 2021
genere, thriller, orrore
durata, 121
Ad attirarci de L’apparenza delle cose era stata innanzitutto la presenza in cabina di regia della coppia formata da Shari Springer Bergman e Robert Pulcini, già autori di quell’ American Splendor che, prendendo in parola anticonformismo del suo protagonista, il fumettista Harvey Pekar, erano riusciti a realizzare un biopic fuori dagli schemi
Diventati registi di genere e di consumo, Bergman e Pulcini tentano di fare la cosa più difficile, e cioè di conferire uno sguardo personale a una storia di fantasmi che punta a conquistare il grande pubblico attraverso la capillare distribuzione del mecenate Netflix.Forti di un’interprete brava e popolare come Amanda Seyfried, appena riscoperta e nominata con Mank, i registi si avvicinano al genere assecondandone canoni e dinamiche, lavorando a un sottotesto che ripropone schemi e situazioni di prevaricazione maschile (#METOO docet) in cui violenze e vessazioni hanno poco di metafisico e riguardano più che altro la realtà dei fatti.
sabato, maggio 01, 2021
TENEBRE E OSSA
Tenebre e ossa
di Lee Toland Krieger
con Ben Barnes, Jessie
Mei Li, Archie Renaux
USA, 2021
genere: fantasy
stagione: 1; episodi 8
durata: 45-58 minuti
Enorme successo per la serie
Netflix “Tenebre e ossa” (Shadow and bone, nel titolo originale) nata dalle
pagine della scrittrice fantasy statunitense Leigh Bardugo. Questa ha creato un
universo, denominato Grishaverse, dove si incontrano e si mescolano vari
personaggi. Il tutto è ambientato in una terra che sembra richiamare un’ipotetica
Russia.
La serie, in otto episodi
da 50 minuti ciascuno, ha fin da subito monopolizzato le classifiche della
piattaforma, data anche la lunga attesa e il grande interesse nutrito per una
storia che ha appassionato e incollato alle pagine dei libri tantissimi fan.
Tutto inizia con Alina
Starkow, una giovane orfana, che fa la cartografa: disegna cioè delle mappe del
paese e dei territori circostanti, molti dei quali visitabili solo grazie a
queste specifiche mappe.
La giovane, fin dall’infanzia
cresciuta con l’amico Mal, adesso un tracciatore, non intende separarsi da lui,
soprattutto quando questi è scelto per essere uno di coloro che dovranno
attraversare la temibile “Faglia”, una specie di grande barricata di magia nera
che separa i territori. Grazie alla sua astuzia riesce a partire insieme a Mal,
ma durante il viaggio sono attaccati e Alina, per salvare l’amico, sprigiona un
potere leggendario che nemmeno lei sapeva di possedere. Per questo viene
etichettata come “Grisha”, cioè colei che ha poteri magici e viene allontanata
da Mal. Questa separazione porterà i due a cercare di ricongiungersi,
nonostante vari personaggi e varie insidie che si frapporranno tra loro. Accanto
ad Alina comparirà il Generale Kirigan, un’oscura e ammaliatrice personalità con
il solo scopo di arricchire il proprio potere.
Parallelamente alle
vicende di Alina e Mal ci sono anche quelle dei cosiddetti Corvi: il leader Kaz,
la spia Inej e l’abilissimo pistolero Jesper. I tre, intenzionati ad
arricchirsi, si mettono sulle tracce di Alina, ma saranno continuamente frenati
e ostacolati.
La terza “storia” a fare
da contorno alle altre è quella della grisha Nina al servizio del generale, ma improvvisamente
rapita, e del cacciatore di streghe Matthias che partecipa al rapimento della
donna.
Una storia dove la magia
è la vera protagonista. Avventure e personaggi complessi, da sviscerare nel
corso degli episodi (e perché no, anche delle stagioni), che ammaliano e
tengono lo spettatore incollato allo schermo. Situazioni non troppo ovvie e
scontate, seppur con tutti gli stereotipi e i cliché del genere con ampio
potenziale anche nell’ottica di un’ipotetica seconda stagione. Chiaramente chi
ha letto i libri sa già come si svilupperà la storia. Molti sono rimasti
entusiasti della trasposizione fedele dei romanzi, seppur con alcuni elementi
magari rimasti troppo in superficie e non approfonditi come necessario. Ma per
chi non li ha letti “Tenebre e ossa” risulta una serie dal grande potenziale,
in grado di intrattenere e non solo.
Di norma nelle serie tv
ci sono sempre dei personaggi preferiti, sia per la scrittura che per l’interpretazione
dell’attore o dell’attrice in questione, così come storyline predilette
rispetto ad altre. Ecco, non è questo il caso della prima stagione di “Tenebre
e ossa” che mescola un cast di attori molto giovani e ancora non conosciuti dal
grande pubblico che regalano delle ottime interpretazioni e fanno trasparire
una grande armonia. L’attore più noto dell’intero cast è il sempre giovane Ben
Barnes, nel ruolo tutt’altro che semplice del generale Kirigan. Conferire le
sfumature caratteriali di un personaggio così intrinsecamente complesso è un
lavoro che necessita molta attenzione. Per questo aveva bisogno di un volto già
più affermato. E lo charme di Barnes dà vita ad un risultato praticamente
perfetto.
Non resta, quindi, che aspettare
e sperare che la serie venga rinnovata per una seconda stagione e che essa sia
appassionante almeno quanto la prima.
Veronica Ranocchi













