venerdì, luglio 29, 2022

ELVIS

Elvis

di Baz Luhrmann

con Austin Butler, Tom Hanks

USA, Australia, 2022

genere: biografico, drammatico, musicale

durata: 157’

Un nome che ha fatto la storia, non solo della musica, ma della cultura in generale. La figura di Elvis Presley ben si presta alla realizzazione di continui biopic che riescono ogni volta a mettere in evidenza tratti, caratteristiche e momenti diversi, ma sempre degni di attenzione.

E infatti è proprio quello che è accaduto con il nuovo film di Baz Luhrmann.

Un film incentrato sull’eclettica figura di Elvis che conosciamo fin da giovanissimo, ancora agli esordi e in preda ad attacchi di panico e preoccupazioni tipiche dell’età e dell’ansia di doversi rapportare con il mondo esterno e con un pubblico continuamente desideroso di novità. La paura di non essere all’altezza, di non essere mai abbastanza e di deludere le aspettative è ciò su cui si focalizza la prima parte del lungometraggio. Film che poi vira verso il grande successo dell’artista, impersonato da un ottimo e talentuoso Austin Butler che, oltre alla somiglianza fisica, si impone sullo schermo anche grazie all’atteggiamento e alle movenze tipiche del grande cantante.

Ma la caratteristica principale del film di Luhrmann è il raccontare la storia da un punto di vista quasi inedito, per certi versi. “Elvis” è infatti narrato dal colonnello Tom Parker, al quale presta il volto un convincente Tom Hanks, invecchiato da un trucco mai sopra le righe. Il colonnello Parker è il controverso e famigerato manager del re del rock and roll che conosciamo nell’incipit del lungometraggio mentre questi è sul letto di morte e ripercorre la sua vita completamente cambiata nel momento in cui ha avuto modo di conoscere Elvis Presley. Luhrmann sfrutta il particolare rapporto tra Elvis e il manager per mettere in luce la versione dei fatti di quest’ultimo.

Una via di mezzo tra “Bohemian Rhapsody” e “Rocketman”, “Elvis” è indubbiamente un modo per conoscere una delle personalità più importanti e un modo per continuare il filone dei biopic musicali che riescono a fondere insieme due filoni della cultura e dell’arte, il cinema e la musica, appunto.

Con continue interpretazioni canore, il film di Luhrmann non riesce, però, a dare il giusto spazio ai tanti e vari aspetti della vita della star. Probabilmente scegliere di ripercorrere l’intera esistenza (o quasi) del re del rock and roll ha inevitabilmente portato a dover fare delle scelte e, quindi, “sacrificare” qualcosa per dare più spazio ad altro. E non è mai un compito facile quello di selezionare certi aspetti.

Nonostante ciò, però, “Elvis” cerca, pur mostrandosi dal punto di vista di quello che, a cose normali, sarebbe il “nemico”, di dare ancora più vita ed energia a un artista che non aveva bisogno di niente e nessuno per colpire il pubblico e “bucare lo schermo”. Si riconoscono le scelte alla Luhrmann che, in alcuni momenti, sembrano quasi richiamare il suo precedente film, “Il grande Gatsby” e che comunque sono parte integrante della sua cifra stilistica. La predilezione per determinati generi di film, ambientati in determinati momenti storici hanno permesso e permettono al regista di portare sempre sullo schermo qualcosa di originale, qualcosa che si può facilmente associare al suo nome.


Veronica Ranocchi

THE GRAY MAN

The Gray Man

di Anthony Russo e Joe Russo

USA, 2022

genere: thriller, azione

durata: 122'

Reduci dagli esistenzialismi di Cherry – Innocenza perduta i fratelli Russo tornano sui propri passi confezionando un film, The Gray Man, che si rifà ai pregi e ai difetti dell’ultimo cinema blockbuster. Protagonista del film, Ryan Gosling vi figura anche in veste di brand dell’intera operazione. La recensione di The Gray Man.

Abituale nel cinema d’autore, è più difficile che il prologo di un film mainstream risulti in qualche modo indicativo del resto della storia. The Gray Man diretto Anthony e Joe Russo è l’eccezione che conferma la regola non tanto dal punto di vista dei contenuti, peraltro piuttosto scontati nel raccontare la caccia a un agente segreto Sierra Six, (interpretato da Ryan Gosling) che assomiglia a migliaia di altri già visti sullo schermo, quanto sul piano della forma. Votato a realizzare il massimo della spettacolarità contemporanea attraverso uno shock acustico visivo che non dà tregua allo spettatore della sala (dove il film è visibile prima dell’uscita su Netflix il 13 luglio), The Gray Man inizia in maniera emblematica, con il colloquio tra il protagonista e il suo reclutatore all’interno della prigione dove il primo sta scontando l’omicidio del genitore.

La scena è organizzata in maniera classica, con i due uomini seduti ai lati opposti del tavolo intenti a valutare i termini del patto che farà di Six un agente sotto copertura: l’immobilità espressiva dell’uno e dell’altro fatta apposta per sottolineare l’importanza di quel momento.

A far la differenza nel micro racconto appena illustrato è la scelta fotografica: in particolare la volontà di illuminare la scena quanto basta per lasciare i volti degli attori in una penombra che comunque non impedisce la restituzione della loro fisiognomica.

Se la soluzione formale di cui abbiamo detto è il modo scelto dai fratelli Russo per alludere al titolo del film, ovvero a quella zona grigia in cui si muove l’agente segreto protagonista della storia, ancora più significativo è il fatto che nella scena seguente, collocata 18 anni dopo, il volto di Gosling non sia per nulla invecchiato, apparendo altrettanto giovane come lo era stato nella sequenza precedente. Nel giro di qualche minuto The Gray Man svela così le proprie carte, e cioè quelle di rinunciare da lì in poi a qualsiasi tipo di verosimiglianza, venendo meno in certi frangenti persino alla coerenza interna del suo universo a favore di un’esplosione sensoriale il cui unico scopo è quello di non far pensare lo spettatore. Così facendo i presunti difetti diventano minuzie all’interno di un mondo in cui a contare è solo la cinetica dei corpi, con la frammentazione spazio temporale e la convulsione delle immagini volte ad aumentare la percezione del ritmo irrefrenabile imposto alla narrazione.

A essere travolto dalla iperbolica costruzione della messinscena non è solo lo spettatore, ma anche ciò che resta delle interpretazioni attoriali, qui completamente svuotate di qualsiasi significato che non appartenga alle possibilità del corpo di adattarsi (anche grazie al sapiente uso degli effetti digitali) alla frenesia del girato e a una durata, dilatata al massimo delle possibilità per prolungare l’agone dei singoli combattimenti. Parlare di corpi invece che di persone è in questo caso non un vezzo critico, ma la realtà dei fatti (fumi, velocità d’azione e tipologia d’illuminazione concorrono a una vera e propria rarefazione dell’elemento umano), perché di Ryan Gosling in questo caso interessa quasi esclusivamente l’immaginario iconico (forgiato in maniera decisiva da Blade Runner 2049) e molto meno il talento d’attore. Alla stessa stregua è l’impiego della costar Chris Evans su cui però si riversa la curiosità dei fan, desiderosi – almeno loro – di vedere come se la cava l’attore americano nell’inusuale ruolo di Villain.

Conosciuti per aver diretto alcuni dei più celebrati blockbuster della Marvel i fratelli Russo, reduci da Cherry – Innocenza perduta ritornano sui loro passi lasciando perdere romanzo di formazione e tormenti giovanili per lasciarsi andare nell’ennesima corsa cinematografica in cui azione e ipertrofia motoria sono privilegiate alla ragione delle idee. Di sicuro per lo spettatore c’è il fatto di tagliare il traguardo assieme a loro. Più incerto è invece il piacere della partecipazione.


Carlo Cerofolini

(Recensione pubblicata su Taxidrivers.it)

giovedì, luglio 28, 2022

TOP GUN: MAVERICK

Top Gun: Maverick

di Joseph Kosinski

USA, 2022

genere: azione, avventura

durata: 131'

I numeri non bastano: il successo di Top Gun: Maverick dipende soprattutto dalla maturità di un divo capace di dialogare con lo spirito del proprio tempo. È proprio il caso di dirlo: Top Cruise.

Se per un attimo accettassimo di pensare al cinema come fanno gli americani, considerandolo prima di tutto un business e solo dopo un’opera d’arte, non avremmo dubbi sul fatto che Tom Cruise è ritornato a essere una star imprescindibile per il sistema hollywoodiano e in generale per il mercato cinematografico internazionale, l’unico in grado di vincere la dipendenza dalle piattaforme spingendo la gente a ritornare al cinema senza il bisogno di scomodare i super eroi della Marvel.

Se andiamo a leggere le classifiche di Mojo Box Office ci accorgiamo infatti che gli incassi mondiali di Top Gun: Maverick dettano legge, superando di molto quelli dell’ultimo campione partorito dalla casa delle idee ($1,123,502,890 rispetto ai $953,198,933 del Doctor Strange in the Multiverse of Madness).

Parliamo di numeri impressionanti – anche non considerando quelli riscontrati nel periodo pandemico – testimoni di un consenso, quello nei confronti di Top Gun: Maverick capace di andare oltre le semplici logiche commerciali.

La grandiosità del risultato del lungometraggio diretto da Joseph Kosinski non deve far dimenticare le caratteristiche di un’operazione costruita a tavolino, non senza tenere conto del mutamento politico e culturale di cui Cruise ha saputo beneficiare. Il primo segnale di un riconoscimento che prima di lui era toccato a gente del calibro di Martin Scorsese e Quentin Tarantino lo si era avuto nell’ultima edizione del festival di Cannes quando salendo i gradini del Palais Tom Cruise si avviava a ricevere il plauso dovuto ai grandi, con la presentazione in anteprima del suo film seguita dalla consueta e prestigiosa lezione di cinema.

Dopo le intemperanze pubbliche e private che ne avevano messo in forse la leadership Tom Cruise è riuscito dunque a ritrovare la strada maestra, costruendo un film capace di mettere d’accordo anche i suoi detrattori, quelli che a suo tempo vedevano in Top Gun e nel suo regista (Tony Scott) esempi della vitupera retorica imperialista e che oggi invece sono disposti ad apprezzarne le gesta in virtù di uno schieramento ideologico e politico alquanto mutato, in cui le parti si sono di molto avvicinate diventando per certi versi indistinguibili.

La convergenza critica nei confronti di Top Gun: Maverick trova un’ipotesi di corrispondenza nell’analogo geopolitico, sempre più polarizzato sull’amico americano e sull’andamento del conflitto ucraino e che per questo, mai come oggi, risulta pronto a fare il tifo per Maverik e i suoi allievi impegnati a salvarci dalla minaccia dello stato canaglia. Senza dimenticare che il film risulta quanto mai necessario alle ragioni di coloro i quali, non arrendendosi allo strapotere di Netflix e soci, trovano materia concreta per argomentare a favore del cinema più tradizionale, quello visto nel buio della sala.

Così facendo a essere più clemente è anche l’occhio critico, altrove scettico di fronte a prodotti che ripetono se stessi – anche Top Gun: Maverick lo è rispetto al suo illustre predecessore – e in questo caso pronto a lodare la capacità di coinvolgimento e la spettacolarità in precedenza non sufficienti a giustificarne la riuscita.

In realtà tutto è più semplice di quanto non si dica perché Top Gun Maverick altro non è che un prodotto mainstream capace di svolgere al meglio la sua funzione, facendo dello spirito del tempo il costrutto delle proprie storie.

Tom Cruise lo ha sempre saputo fare meglio di altri e la maturità anziché nuocergli ha portato in dote un surplus di resilienza in grado di trasformare gli inconvenienti (quello di non fare uscire il film nelle piattaforme aspettando la riapertura delle sale) in nuove occasioni.

A differenza della Marvel, impegnata a rispettare la coerenza interna ai suoi universi e fin troppo attestata sulla propria zona di confort. Come accaduto a Tom Cruise, anche per lei, l’auspicio è quello di ritornare con i piedi per terra perché a forza di guardare il cielo c’è il rischio di non riconoscere la vita quotidiana.


Carlo Cerofolini

(Recensione pubblicata su Taxidrivers.it)

giovedì, luglio 14, 2022

LA CENA PERFETTA

La cena perfetta

di Davide Minnella

con Salvatore Esposito, Greta Scarano, Gianluca Fru

Italia, 2022

genere: commedia

durata: 106’

Una simpatica commedia, quella di Davide Minnella che, pur sfruttando qualcosa di già visto e affrontato nella settima arte, riesce a divertire con i giusti ingredienti.

Si può creare una commedia intorno alla figura di un camorrista? Si può utilizzare ciò per far divertire e sorridere? Minnella sembra rispondere sì a questi interrogativi.

Al centro della storia c’è Salvatore Esposito, volto ormai noto proprio perché quello di personaggi legati al mondo della malavita, come il celebre Genny in “Gomorra”.

Esposito è Carmine, un camorrista che si ritrova, a causa della sua indole troppo buona, a gestire un ristorante per riciclare soldi sporchi. Viene, infatti, inviato a Roma per tenerlo lontano dagli affari più importanti e controllare meglio la situazione. Tutto sembrerebbe procedere normalmente se non fosse che Carmine inizia a interessarsi particolarmente all’attività del ristorante. Entra in contatto con Consuelo, un’autentica chef alla ricerca della perfezione in cucina, quella perfezione che le potrebbe consentire il raggiungimento di una stella Michelin. Carmine, ammaliato dalla cucina di Consuelo e intenzionato a riscattarsi per dimostrare di essere un uomo migliore di quello che gli altri pensano inizia a pensare in grande e a dare vita a un vero e proprio ristorante coi fiocchi. Ma non tutto, naturalmente, andrà come previsto…

Una simpatica commedia che si avvale in primis della bravura degli attori e, in secondo luogo, sfrutta tematiche attuali. Da una parte c’è il già visto mondo della camorra e della malavita in generale, un tema ampiamente sfruttato nel cinema, sia nel genere drammatico sia in quello più divertente. Dall’altra parte l’astuta idea di sfruttare la ristorazione e il cibo come focus attorno al quale ruotare la vicenda (e l’evoluzione dei personaggi). Un argomento di sempre maggiore interesse (basti pensare ai numerosi programmi di cucina che affollano quotidianamente il palinsesto televisivo) che diventa protagonista assoluto, in tutti i sensi. Non solo la preparazione dei piatti, ma anche le immagini che si susseguono sullo schermo mostrando le pietanze risultano veritiere e mai esagerate. E anche questo contribuisce a rendere apprezzabile il film.

“La cena perfetta” è quella che vorrebbe preparare Carmine, ma è anche la metafora di qualcosa di più grande. Utilizza la cena come pretesto, ma la crescita del ristorante è in realtà la sua stessa crescita come essere umano, che dovrebbe e potrebbe culminare proprio con una cena perfetta.

Alla calma e alla bontà di Carmine, tanto grosso quanto accomodante, fa da contraltare la “rabbia” di Consuelo (una convincente Greta Scarano), perennemente insoddisfatta e insicura di sé stessa, del suo lavoro e della sua vita. Ma non si possono non menzionare gli altri personaggi protagonisti in cucina, alla pari della coppia centrale. E soprattutto il divertente, e spesso fuori luogo, Rosario, interpretato da Gianluca Fru.


Veronica Ranocchi

venerdì, luglio 08, 2022

STRANGER THINGS 4 VOLUME 2

Stranger Things 4 volume 2

di Matt e Ross Duffer

con Winona Ryder, David Harbour, Millie Bobby Brown

USA, 2016-

4 stagioni, 32 episodi

La decisione dei fratelli Duffer di dividere il quarto capitolo della loro grande serie di successo in due parti, ha sicuramente contribuito a creare suspense e suscitare ancora più interesse nei numerosi fan di ogni età. Una curiosità che è stata ben ricompensata con quella che tutti considerano, a ragione, la miglior stagione, dopo la prima.

Chi non ha ancora visto la prima parte della quarta stagione potrebbe incappare in qualche spoiler proseguendo la lettura.

Con il volume 1 abbiamo lasciato i nostri giovani e giovanissimi eroi divisi in gruppi, con ognuno di questi intenzionato a eliminare il nemico comune ed eventualmente ricongiungersi.

Da una parte il nutrito e divertente gruppo formato dai “grandi” Steve, Nancy, Robin, il fuggitivo e nuovo pupillo del pubblico, Eddie e i più giovani Dustin, Lucas, Max ed Erica e dall’altra Mike e Will alla disperata ricerca di Undici, insieme a Jonathan e al suo amico Argyle. Il tutto mentre Joyce e Murray vogliono scoprire la verità su Hopper che sembra essere ancora vivo.

Al centro degli ultimi due episodi c’è, quindi, non solo la speranza di riuscire a eliminare il “cattivo” di turno, ma anche e soprattutto il tentativo di ricongiungersi.

Il piano messo in moto da ogni singolo gruppo è, come nella migliore delle tradizioni, pensato e realizzato in modo che ognuno contribuisca ad aiutare l’altro.

Parallelamente alla linea centrale, continuano a evolversi anche le evoluzioni di alcuni dei personaggi e determinate storyline prendono pieghe ben precise.

Il temibilissimo Vecna è il nemico giurato dei protagonisti che, lottando con le unghie e con i denti, provano a fare il possibile per rallentare la sua avanzata. Ma la lotta è condita con vari ingredienti, tra cui amicizia e amore, ma anche fiducia e coraggio. Se da una parte si consolidano vecchie e nuove amicizie, dall’altra parte fa capolino anche l’amore. Tra storie (forse) mai finite e amori (quasi) impossibili, i fratelli Duffer realizzano un vero e proprio gioiellino con questa quarta, sudatissima stagione.

Come già avuto modo di vedere e capire nel volume 1, la vera protagonista indiscussa dell’intera stagione è la musica, una musica che è un personaggio aggiunto del gruppo, in grado di agire, manifestarsi e creare delle dinamiche. Salva e distrugge, racchiudendo in sé almeno un elemento di ognuno dei personaggi. E grazie al grande successo sono tornate alla ribalta hit degli anni ’80 che, nel giro di pochissimi giorni, hanno conquistato anche il pubblico dei giovanissimi.

Come avvenuto per il volume 1, anche in questa seconda parte ciò che non convince appieno è proprio la divisione in gruppi, quasi “fazioni” che, solo inconsapevolmente, agiscono per il bene comune, ma che non riuscendo mai a comunicare direttamente, creano situazioni che avrebbero potuto avere molto più potenziale se “impiegate” insieme.

Non solo musiche e suoni, ma anche immagini e colori di un’incredibile potenza descrivono l’atmosfera più che straordinaria degna di uno dei prodotti di maggiore successo della piattaforma Netflix.

Una seconda parte all’altezza della prima che non ha tradito le aspettative e che non fa che alimentare interrogativi in vista della prossima super attesa quinta stagione per la quale ci auguriamo di non dover aspettare anni e anni.


Veronica Ranocchi

martedì, giugno 28, 2022

IL NIDO (EL NIDO)

Il Nido

di Mattia Temponi

con Blu Yoshimi, Luciano Càceres

Italia, Argentina, 2021

genere: horror, drammatico

durata: 90’

Un titolo che dovrebbe accogliere e far pensare a qualcosa di caldo, familiare e piacevole.

Invece “Il Nido”, a discapito delle apparenze, è tutt’altro che un film accogliente. Anche se si svolge interamente all’interno di uno stesso luogo con gli stessi personaggi.

Di un’attualità disarmante, dal momento che il film è ambientato durante una pandemia, ne “Il Nido”, a differenza di quella da covid19, siamo di fronte a una pandemia che trasforma le persone privando chiunque della razionalità e parallelamente aumentando l’aggressività.

I due protagonisti sono Sara, una ragazza di buona famiglia, ma con alcuni problemi personali, e Ivan, un uomo solo apparentemente anonimo, ma che in realtà nasconde un passato oscuro.

La ragazza, a causa dell’infezione che la sta trasformando in un mostro, viene “rinchiusa” nel Nido, in quella che dovrebbe essere una sorta di isolamento forzato, per capire come si svilupperà la malattia. Qui, invece di essere uccisa, viene “aiutata” proprio da Ivan che, provando compassione per lei e conoscendola meglio, decide di risparmiarla e provare a curarla. Tra i due, quindi, si instaura un importante legame che va a scavare anche nel passato di entrambi.

In tutto questo non bisogna dimenticare che, mentre loro sembrano, almeno fino a un certo punto, “carcerata e carceriere” di questo assurdo nido, fuori incombe il delirio più totale. Non ci è dato sapere niente e non vengono mostrate immagini da fuori, ma sappiamo per certo che il nido rappresenta, nel bene o nel male, un luogo isolato in grado di proteggere dal mondo esterno.

Ed ecco, infatti, il primo punto a favore di questo thriller/horror che segna il debutto al lungometraggio per Mattia Temponi. Non è la paura del virus e le eventuali trasformazioni che esso può portare nella singola persona. A fare veramente paura è il rapporto tra le persone. Al centro del film di Mattia Temponi c’è, infatti, la tossicità dei rapporti, quei rapporti che si deteriorano con l’andare avanti del tempo proprio a causa del virus.

Altro elemento importante ne “Il Nido” è il dualismo. A Temponi sembra non interessare, a ragione, la dinamicità dell’azione e, proprio a questa, predilige un rapporto uno a uno. Un dualismo ricco anche di metafore che il regista lascia alla libera interpretazione dello spettatore. Dal “classico” dualismo uomo-donna a quello di infetto-non infetto, passando anche per vittima e carnefice o oppresso e oppressore. Giocando sul fatto di essere ancorato a un solo luogo buio, tetro, chiuso, a tratti claustrofobico, il regista conferisce comunque, in qualche modo, azione alla vicenda e preoccupazione, paura e terrore allo spettatore che non sa cosa aspettarsi e pensa che da un momento all’altro possa succedere qualcosa di irrimediabile.

Un’impeccabile fotografia immortala qualcosa che solo all’apparenza è fantascientifico e utopistico. In realtà dietro questo thriller a tinte horror si nasconde molta più verità di quanto possiamo immaginare. Una spaventosa realtà che fa riflettere su chi sia davvero la vittima e chi il carnefice anche nel mondo di oggi. È davvero il virus il nemico numero 1 da sconfiggere? O forse siamo noi esseri umani i nemici di noi stessi?

Ad aiutare a rispondere ci pensano i due protagonisti. Da una parte Sara e dall’altra Ivan. La prima è interpretata da Blu Yoshimi, la giovane e promettente protagonista del “Piuma” di Roan Johnson che recita qui interamente in spagnolo, facendolo suo, quasi come madrelingua. L’altro personaggio, invece, ha il volto di Luciano Càceres che conferisce quell’alone di mistero a un Ivan che nasconde molto più di quanto si possa immaginare e che, non a caso, fa Romero di cognome, richiamando immediatamente l’attenzione su uno dei grandi maestri del genere al quale, con molta probabilità, lo stesso Temponi si è ispirato.


Veronica Ranocchi

martedì, maggio 31, 2022

STRANGER THINGS 4 VOLUME 1

Stranger Things

di Matt e Ross Duffer

con Winona Ryder, David Harbour, Millie Bobby Brown

USA, 2016-

4 stagioni, 32 episodi

L’avevano anticipato: “la stagione 4 sarà la più dark”. E così è stato. Il volume 1, che corrisponde alla prima parte, della quarta stagione della serie di successo Netflix “Stranger Things” è effettivamente molto più dark, a tinte scure, tendenti all’horror.

Se tutto era iniziato con una prima stagione adatta a grandi e piccoli, riecheggiando gli anni ’80, con riferimenti, più o meno marcati, a grandi cult dell’epoca, i nuovissimi episodi, disponibili su Netflix sembrano continuare in quella direzione, ma con qualche cambiamento.

Ritroviamo naturalmente gli stessi protagonisti, (molto) cresciuti, che continuano comunque ad avere a che fare con creature strane, come dalla prima stagione.

La differenza sostanziale è nella “divisione” che viene operata: i registi hanno deciso, infatti, di optare per una separazione dei personaggi. Ognuno è coinvolto in un luogo e in un momento diverso. Ed ecco che si creano diversi gruppi e diverse dinamiche. Da una parte abbiamo la protagonista indiscussa, Undici, interpretata dalla talentuosissima Millie Bobby Brown, che deve cercare di riacquistare, oltre ai suoi poteri, anche la fiducia in sé stessa, vittima di bullismo a scuola, “dimenticata” da molti e rimasta orfana dopo la presunta morte di Hopper, che, invece, nei minuti finali della stagione precedente viene mostrato vivo. È, infatti, sopravvissuto e si trova in una sorta di carcere in Alaska, alle dipendenze del presunto governo russo. Qui tenta, con alcuni aiuti non del tutto riusciti, a fuggire. Tra gli aiuti in questione ci sono quelli di Joyce, la madre per eccellenza della serie tv, e il divertente Murray, mai da prendere veramente sul serio. Riusciranno i tre a sopravvivere alle gelide temperature e a superare gli ostacoli che si pareranno loro di fronte?

Ma i gruppi non sono finiti. Ce n’è uno formato da colui dal quale tutto è iniziato, Will, il famigerato bambino scomparso a Hawkins e costretto a vivere per un certo periodo nel Sottosopra. In questa prima parte della stagione Will è in California insieme all’amico del cuore Mike, al fratello Jonathan e a un amico, new entry della stagione. Lontano da loro, a Hawkins, c’è il resto della “comitiva”. Il fulcro principale di questa quarta stagione e probabilmente il gruppo meglio assortito e più riuscito. Dustin, Lucas, Max, Steve, Robin, Nancy, la piccola Erica e la super apprezzata new entry Eddie cercheranno in tutti i modi di conoscere qualcosa di più sul nuovo mostro della stagione, il temibile Vecna che si nutre dei turbamenti delle persone per ucciderli in maniera macabra e disgustosa.

I Duffer Brothers continuano a non deludere e portare sulla piattaforma un prodotto di notevole qualità, forse di durata superiore alle aspettative, ma che comunque ha la capacità di incollare allo schermo lo spettatore. Non c’è mai un attimo di tregua, non si può mai stare tranquilli perché il nemico è sempre dietro l’angolo e pronto ad attaccare. Chiunque. Anche i propri beniamini, perché nessuno è immune al potere del male. Un episodio più “contorto” dell’altro dove le linee da seguire sono molteplici, ma tutte portano allo stesso risultato e alle stesse domande.

Da rivedere probabilmente la scelta, non del tutto efficace e condivisibile, di dividere i protagonisti, dando uno spazio maggiore ad alcuni a discapito di altri che avrebbero potuto sicuramente dire di più. Ma c’è sempre una seconda parte pronta a sorprendere il pubblico e a smentire quanto appena affermato.

A funzionare molto bene sono le scelte stilistiche e di sceneggiatura con l’inserimento di dialoghi pungenti e divertenti, sempre al momento giusto. E con una caratterizzazione interessante di ogni personaggio, anche di quelli che apparentemente sembrano essere più marginali. Ognuno ha un passato e ognuno ha qualcosa da raccontare. Solo il tempo dirà quando e come. Dalle vecchie conoscenze alle nuove, alcune già nel cuore dei fan, ogni personaggio risulta credibile e con spessore. Anche (e soprattutto) i cattivi. E ogni tassello riesce sempre a congiungersi con un altro, in maniera perfetta. Un cliffhanger finale degno dei migliori maestri sta facendo sudare freddo chiunque, in attesa del 2 luglio quando (forse) arriveranno alcune risposte con gli ultimi due episodi di questa stagione.


Veronica Ranocchi

domenica, aprile 17, 2022

Un Eroe

Un Eroe

di Asghar Farhadi

con Amir Jadidi, Sarina Farhadi

Francia, 2022

genere, drammatico

durata, 127'


Costruito sul gioco di punti di vista, ogni volta in grado di rimettere in discussione il divenire dei fatti, quello di Asghar Farhadi è per antonomasia un cinema spiazzante, il cui pregio non sta solo nel documentare la realtà del proprio paese ma di interpretarla chiamando in causa quella dello spettatore. Scarnificando il paesaggio dagli alibi della sovrastruttura, non solo i personaggi ma anche chi guarda è costretto a compiere una scelta (ideale), decidendo da che parte stare in base al proprio sistema di valori. Se il film d’autore contemporaneo - per esempio Sundown, l’ultimo film di Michel Franco - ne racconta la mancanza e il caos che ne consegue, Farhadi è uno dei pochi che opera in senso opposto, mettendo in scena un mondo capace di reagire al cupio dissolvi attraverso il codice etico e morale a cui si appellano le coscienze per sopravvivere a torti e ingiustizie. Guardare Un eroe vuol dire riprendere in mano i fondamentali della propria esistenza e capire chi siamo diventati. Forse anche per questo non ha avuto la stima che meritava.

Carlo Cerofolini

giovedì, aprile 14, 2022

Spencer

Spencer

di Pablo Larrain

con Kristen Stewart

Germania, Cile, Regno Unito, 2022

genere, drammatico 

durata 117


 “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate". I versi danteschi ben si addicono alle prime immagini di Spencer in cui Lady Diana si accinge a varcare la soglia di quella che di li a poco diventerà la sua prigione. Abbandonata dai vivi e costretta ai fantasmi delle proprie paure, la Principessa si muove in un limbo di anime esangui e paesaggi desolati messi in scena da Pablo Larrain come elementi di una moderna Divina Commedia. A suggellare la dimensione ultraterrena della storia le immagini finali, di tenore opposto rispetto a quelle della cronaca, con l’ultima corsa (in macchina) di Lady Diana destinata a lasciarsi indietro le ombre per diventare il viatico di un percorso di luce e dunque di un ritorno alla vita. Come Daniel Day Lewis in Lincoln, Kristen Stewart costruisce la magistrale interpretazione a partire dall’uso dello strumento vocale, qui scandito dalla matrice regale della dizione inglese.

Carlo Cerofolini




mercoledì, aprile 13, 2022

Una vita in fuga

Una vita in fuga

di Sean Penn

con Sean Penn, Dylan Penn

USA, 2022

genere, drammatico

durata, 107'


Il cinema di Sean Penn dichiara da sempre la sua appartenenza all’anima più vera e profonda del paesaggio americano, quella dei grandi spazi e della wilderness nella quale sono destinate a perdersi la coscienze dei suoi protagonisti. Una vita in fuga (Flag Day) non fa eccezione spingendo il piede sull’elemento autobiografico, anche questa volta ripreso senza vie di mezzo, attraverso una messinscena epica e febbricitante come la personalità dell’autore, il quale, dirigendo se stesso si produce in uno stream of consciousness privo di freni inibitori. Eccessivo e perdente come i losers bukowskiani, Penn non risparmia nulla prima di tutto a se stesso e poi agli altri. Con il passare del tempo è sempre più chiaro come i suoi film siano prima di tutto una sorta di confessionale in cui il regista si adopera per mettere a punto la propria penitenza. Anche se oggi appare fuori moda la sua voce merita ancora di essere ascoltata.

Carlo Cerofolini

mercoledì, marzo 02, 2022

BELFAST

Belfast

di Kenneth Branagh

con Jude Hill, Judi Dench, Jamie Dornan

UK, 2021

genere: drammatico, biografico, storico

durata: 97’

Incetta di candidature in vista dei prossimi premi Oscar per il nuovo film di Kenneth Branagh "Belfast".

Il titolo deriva dalla città natale dell'autore che, con questo lungometraggio, ha voluto portare sullo schermo la propria infanzia, raccontandosi (e raccontando anche un determinato momento storico) agli spettatori.

Protagonista è una famiglia protestante appartenente alla classe operaia e tutto è raccontato (e mostrato) dal punto di vista di Buddy, il piccolo di casa, di 9 anni. Lui vive con il fratello più grande Will e la madre, ma si reca quotidianamente dai nonni che vivono a pochi passi da casa sua e con i quali ha un rapporto molto stretto, soprattutto col nonno con il quale adora confidarsi. Tutti loro vivono, appunto, a Belfast. Il padre, invece, è lontano dalla famiglia dal momento che lavora in Inghilterra e torna a casa solo saltuariamente.

Durante le rivolte dell'agosto 1969, un gruppo di lealisti protestanti attacca improvvisamente le case e le attività dei cattolici nella strada dove vive Buddy. Viene, quindi, deciso di allestire una sorta di barricata per prevenire ulteriori conflitti e il padre del protagonista torna a casa per stare vicino alla famiglia. Da qui iniziano tutta una serie di dinamiche che coinvolgeranno Buddy in prima persona e, di conseguenza, anche la sua famiglia.

Senza entrare nello specifico e nel merito delle vicende storiche e dei conflitti il film di Kenneth Branagh tenta di inserirsi nel filone dei biopic, trattandosi della propria vita. Ma tenta solamente. Oltre al fatto che non si può considerare un biopic a tutti gli effetti, "Belfast", pur partendo dall'interessante spunto del bianco e nero, non va oltre una buona tecnica e una buona regia. Sembra (ed è) facile empatizzare con Buddy e con la sua visione, naturalmente infantile, del mondo. Ma bisogna fare attenzione alle relazioni umane che instaura e al suo modo di comportarsi. Niente è lasciato al caso nel film di Branagh: dal rapporto che ha con la sua compagna di classe della quale è innamorato e che, a differenza sua, è cattolica, agli insegnamenti del nonno. Tutto senza mai dimenticare le figure genitoriali. Nonostante la frequente assenza del padre, anche lui è una figura chiave nell'educazione e soprattutto nella crescita di Buddy. E, infatti, non a caso la sua assenza lo condiziona continuamente, così come condiziona la moglie che deve assumersi varie responsabilità. Crescere due figli da sola nella Belfast di quegli anni appare tutt'altro che semplice.

Le scelte apparentemente “sbagliate” di Buddy, come, per esempio, quella di voler seguire l'amica Moira, in realtà sono dettate da una mancanza. Anche se fin troppo piccolo e, ancora, non in grado di comprendere completamente, il protagonista pensa di doversi caricare sulle spalle la propria famiglia. Le sue responsabilità sono al pari di quelle degli altri membri della famiglia.

Una strizzata d'occhio, neanche troppo velata, al Neorealismo, soprattutto con la scelta di omettere l'uso del colore. Ma una strizzata d'occhio che rimane tale e non va mai oltre.

Quello di Branagh è un film che vorrebbe dire, osare, mostrare e raccontare, ma che, alla fine, resta più che altro in superficie. Non fosse per il giovanissimo protagonista e per Ciaran Hinds e Judi Dench, nei ruoli dei nonni che sembrano quasi rubare la scena agli altri interpreti e personaggi, aiutati anche da un'attenzione registica maggiore con inquadrature sempre ben calibrate e strutturate. Niente è lasciato al caso quando ci sono loro due davanti alla macchina da presa. Nei dialoghi che hanno con il nipote sono sempre presenti entrambi, ma uno sullo sfondo come a "origliare" le conversazioni.

Oltre ai personaggi non sufficientemente delineati in modo tale da comprenderne le scelte, a far storcere il naso è anche l'eccessiva ricerca di una "morale" così come il dover rendere obbligatoriamente tutto già "impostato" in un certo modo.

Chissà, però, se anche l’Academy la penserà così vista la pioggia di candidature…


Veronica Ranocchi

martedì, marzo 01, 2022

ASSASSINIO SUL NILO

Assassinio sul Nilo

di Kenneth Branagh

con Kenneth Branagh, Gal Gadot, Armie Hammer

USA, 2022

genere: giallo, drammatico, thriller

durata: 127’

Erroneamente definito da molti come il sequel di "Assassinio sull’Orient Express" il nuovo film con, al centro della vicenda, Hercule Poirot mette nuovamente alla prova lo spettatore, ma in maniera chiaramente diversa dalla precedente.

Con "Assassinio sul Nilo" ritroviamo Kenneth Branagh dietro e davanti la macchina da presa. 

Gli imponenti baffi, che ormai caratterizzano il personaggio nato dalla penna di Agatha Christie e riportato sul piccolo e grande schermo in più versioni, sono l'elemento che contraddistingue il detective francese nella trasposizione di Branagh rispetto a quello finora più noto della serie televisiva. E in questo "secondo capitolo" arriviamo anche a capire il motivo che ha spinto Poirot a lasciarseli crescere. Un inizio più che attuale, purtroppo, con una sequenza in bianco e nero che fa da prologo non tanto alla storia in sé, quanto alla storia del protagonista. Un momento che permette allo spettatore di conoscerlo di più e di capire, almeno in parte, alcuni suoi atteggiamenti. Soprattutto considerando che lui riesce a indagare e scoprire sempre i lati più nascosti delle persone con le quali ha a che fare, senza mai "scoprirsi". Un'interessante occasione, quindi, e un diverso punto di vista. La guerra, affrontata dal protagonista in prima persona, con l’astuzia che lo contraddistingue rappresenta il vero punto di inizio, non della storia, ma della vita dello stesso Poirot.

Peccato, però, che successivamente la storia prenda un'altra direzione. Veniamo catapultati in un club nel quale Hercule Poirot ha modo di conoscere i primi  personaggi che saranno poi, inevitabilmente, protagonisti degli eventi successivi. Inizia a farsi un'idea di chi ha di fronte ed è testimone di un intenso ballo tra una coppia di giovani fidanzati: Simon Doyle e Jacqueline de Bellefort. Quest'ultima presenta il fidanzato all'amica d'infanzia Linnet Ridgeway che, però, nel giro di poco tempo "ruba" l'uomo alla giovane per sposarlo. Sei mesi dopo, infatti, mentre Poirot è in vacanza in Egitto e ha modo di incontrare il suo vecchio amico Bouc, rientra, in qualche modo, tra gli ospiti della luna di miele successiva al matrimonio tra Simon e Linnet. Insieme a lui e Bouc ci sono anche altri ospiti, dall'ex fidanzato di lei, alla sua cameriera di camera, passando per le madrine, l'infermiera e il cugino e chi più ne ha più ne metta. Insomma tanti sospettati come vuole il giallo per eccellenza.

Ma non bastano per rendere la storia davvero riuscita. A mancare, infatti, sono la suspense e il vero e proprio colpo di scena perché tutto, o almeno in gran parte, purtroppo, risulta abbastanza intuibile fin dai primi minuti. A emergere sono indubbiamente le interpretazioni di un cast sempre preciso e ben assortito. Tutti a proprio agio, dagli interpreti più rodati a quelli con meno impegni alle spalle. Una regia efficace che, però, fa, in determinati frangenti, fin troppo affidamento su una CGI palesemente esagerata che vuole mostrare più di quanto sia effettivamente in grado di fare. Tutti i tasselli, come in ogni giallo che si rispetti, vengono messi al loro posto, ma in maniera fin troppo semplice.

Se dopo la prima sequenza lo spettatore è portato a pensare che la storia si evolverà in un certo modo, la prima parte della storia lo spinge inevitabilmente in un’altra direzione, ancora una volta diversa da quella della seconda e ultima parte del lungometraggio. Una fin troppo prolissa introduzione ai personaggi, nel tentativo di comprenderli ed empatizzare, cercando di sviare i sospetti sia dalla vittima che dal colpevole, che si conclude con una risoluzione forse “telefonata”. E da Hercule Poirot, ma soprattutto da Kenneth Branagh ci si aspetta ben altro. 


Veronica Ranocchi

lunedì, febbraio 28, 2022

DRIVE MY CAR

Drive my car

di Ryūsuke Hamaguchi

con Hidetoshi Nishijima, Tôko Miura, Masaki Okada

Giappone, 2021

genere: drammatico

durata: 179’

Una vera e propria perla cinematografica quella di “Drive my car”, film diretto dal giapponese Ryūsuke Hamaguchi e da molti definito, a ragione, come il film dell’anno.

Tre ore di completa e totale immersione in un altro mondo. “Drive my car” riesce nell’impresa che la settima arte si è da sempre prefissata e continua a prefissarsi: far evadere lo spettatore dalla realtà che lo circonda per la durata della proiezione. Caratterizzato da un silenzio quasi assordante che percorre l’intera storia, sia nel “prologo” che nel presente, il film di Hamaguchi ha tutte le carte in regola per rimanere impresso nella mente degli appassionati (e non solo) per molto tempo. Al centro della storia c’è Yusuke, regista teatrale che, a seguito di importanti perdite che segnano inevitabilmente la sua vita, decide di recarsi a Hiroshima per mettere in scena lo “Zio Vanja”. Qui entrerà in contatto con una giovane e silenziosa autista che avrà il compito, tutt’altro che semplice di accompagnarlo sia fisicamente che metaforicamente tra le strade di Hiroshima e tra i ricordi, compresi quelli più “bui”. Analizzare un film del genere è tutt’altro che semplice.

A colpire, oltre al continuo silenzio delle scene, dei personaggi e del protagonista, spesso “solitario”, è anche l’ambientazione che si collega proprio a questo e a una sensazione di solitudine che deve portare e porta a una profonda riflessione.

I paesaggi sembrano spenti, privi di “accessori in più”, quasi anonimi, come se volessero, in qualche modo, omologarsi al protagonista stesso del quale, invece, l’unico elemento a emergere è la macchina rossa, coprotagonista a tutti gli effetti della narrazione e dell’evoluzione stessa di Yusuke. La macchina è l’unico luogo in cui lui si apre veramente mostrandosi per quello che è senza veli o maschere. È grazie alla macchina che riesce ad accettare e superare paure per lui insormontabili. Ed è in macchina che entra in relazione con la giovane e riservata autista. Attraverso il mezzo i due si conoscono e instaurano una sorta di “relazione” che permetterà loro di conoscersi a vicenda e di conoscere se stessi.

Emblematico è poi il ricorso continuo al bianco. Da una parte simbolo che tutto quello che circonda i personaggi è “anonimo” e che si annulla praticamente con il colore più neutro per eccellenza; dall’altra simbolo di candore, a sottolineare lo stile di vita che conduce il protagonista a seguito delle importanti perdite della sua vita. In netta contrapposizione soprattutto con la lunga sequenza iniziale che sembra orientare lo spettatore in una direzione, ma che invece rompe, in qualche modo gli schemi, portandolo da tutt’altra parte. Ed è una sequenza nera, scura, cupa che nasconde i personaggi, perennemente in ombra.

Tornando al discorso relativo al silenzio, è necessario sottolineare quanto, però, in realtà questo specifico silenzio sia un modo che ha lo stesso Ryūsuke Hamaguchi per parlare e per far parlare. E poi si avvale, in maniera astuta, del testo teatrale. In realtà fa parlare i personaggi dell’opera e le battute dello “Zio Vanja” vengono utilizzate per comunicare più di quanto sembri.

Un film dentro il film, dove la recitazione e la preparazione di un’opera teatrale rappresentano, invece, una buona parte della sceneggiatura e vengono utilizzate per “affermarsi”. La recitazione non è solo quella degli attori interpreti dei personaggi del film, ma c’è un’ulteriore recitazione, quella dei personaggi che ne interpretano altri a loro volta.

E il verbo recitare va di pari passo con altri tre: parlare, ascoltare e guidare. Che sono i verbi che lo spettatore deve seguire per guardare e gustarsi al meglio questo film.


Veronica Ranocchi

martedì, febbraio 15, 2022

GLI OCCHI DI TAMMY FAYE

Gli occhi di Tammy Faye

di Michael Showalter

con Jessica Chastain, Andrew Garfield, Cherry Jones

USA, Canada, 2021

genere: biografico, drammatico

durata: 126’

La vera storia della telepredicatrice Tammy Faye e del suo ruolo nell’America degli anni 70/80 a fianco del marito Jim Bakker è al centro del film di Michael Showalter “Gli occhi di Tammy Faye”.

La donna in questione viene presentata fin dall’infanzia non troppo semplice in una numerosa famiglia allargata a seguito del secondo matrimonio della madre. Tammy è l’unica figlia nata dal primo matrimonio e deve continuamente “combattere” con questa situazione. Addirittura non può nemmeno entrare in chiesa, a detta della madre, perché ricorderebbe ai fedeli e ai presenti in generale, il “cattivo passato” della donna. Ma questo non ferma Tammy che, da sempre determinata, decide di sfidare tutto e tutti e di entrare in un luogo sacro nel quale riceve una sorta di vocazione (resa come un attacco di panico). Da quel momento la vita della giovane sembra essere segnata. Durante gli studi universitari la giovane conosce Jim che decide di sposare immediatamente, abbandonando gli studi e tornando a vivere a casa con i genitori.

I due, nonostante la non convinzione della madre di lei, iniziano a muoversi attraverso gli States per predicare e ispirare le comunità cristiane. Nello specifico, mentre Jim si occupa della predicazione, Tammy intrattiene il pubblico, soprattutto quello più giovane con dei giochi e dei simpatici siparietti usando dei pupazzi. Non passa molto tempo che i due sono notati dal Christian Broadcasting Network (CBN) di Pat Robertson. Nel giro di pochissimo la coppia diventa presentatrice di un popolare spettacolo per bambini: Jim e Tammy. Ma da quel momento qualcosa si incrina, sia nel loro rapporto che nel loro pensiero e nel loro modo di fare e di porsi nei confronti degli altri e del proprio pubblico.

“Gli occhi di Tammy Faye”, come suggerisce il titolo, è un film che va visto percorrendo due binari: quello narrativo e quello visivo. Gli occhi di Tammy Faye sono sia quelli che guardano la propria storia e, quindi, la relazione con Jim, la nascita dei figli, l’evolversi del proprio credo e la diffusione delle proprie idee attraverso il mezzo televisivo, ma sono anche gli occhi “critici” dello spettatore che è come se entrasse in quelli della protagonista. Appropriandosi del senso principale della donna, che basa gran parte della propria esistenza sull’apparenza, il pubblico ha la reale percezione di quello che sta accadendo e sa come reagire e come comportarsi. Ecco che il personaggio della madre, seppur talvolta in maniera esagerata, contrastando la figlia in tutto e per tutto, è quello più facilmente comprensibile e quello con il quale empatizzare fin dall’inizio.

Occhi che non sono solo protagonisti come mezzo attraverso il quale osservare la “scena”, ma sono anche elemento portante della vicenda. Essi sono, infatti, sia costante che evoluzione della storia.  Sono la costante perché rimangono impressi come caratteristica propria del personaggio, ma sono, al tempo stesso, anche l’evoluzione perché continuamente trasformati e mutevoli, arricchiti da un trucco spesso eccessivo che li mette in mostra. Come a sottolinearne l’autenticità. Nonostante tutte le vicissitudini, realmente e cinematograficamente accadute, Tammy Faye risulta, a conti fatti, il personaggio deciso e autentico mostrato fin dalla prima scena. Forse l’unico che non nasconde segreti, se non quello di non essere mai abbastanza apprezzata e valorizzata.

Al di là, però, di questa considerazione, il film di Showalter non scava a fondo. Si ferma in superficie, puntando tutto sull’interpretazione davvero ottima di Jessica Chastain che veste i panni della protagonista e che, soprattutto grazie a un trucco incredibile, sembra talvolta irriconoscibile. Molto nella parte, anche se non in maniera impeccabile. Accompagnata da un Andrew Garfield nel complesso convincente. Una coppia, quella di Faye e Bakker, che ha e avrebbe molto da dire, ma il cui potenziale non è stato sfruttato a sufficienza. Manca l’approfondimento vero e reale dei personaggi. Lo spettatore deve intuire, deve dedurre e non viene spinto troppo oltre. Deve immaginare un po’ tutto, anche i personaggi stessi che arrivano quasi a scomparire, come i figli.

Sicuramente un make up degno di nota e di riconoscimenti, vero elemento degno di rimanere in mente al termine della visione.


Veronica Ranocchi