Il consesso letterario diventa quasi subito una terapia di gruppo nella quale i libri prendono vita attraverso il vissuto delle protagoniste, il cui cotè è perfettamente calato in quel mondo di frizzanti schermaglie e improvvise ritrosie, dove l’incapacità di lasciarsi andare fino in fondo è compensata da un crogiuolo di incontenibili contraddizioni che costituiscono quell’ onda di calda umanità negata ad oltranza da tanto cinema contemporaneo. In questo contesto non bisogna stupirsi se gioie e dolori vengono accomunati da una visione conciliante ed in fin dei conti consolatoria perché lo scopo dell’opera non è quella di fornire un prontuario sulla vita ma concedere allo spettatore uno sguardo svincolato da qualsiasi determinismo o presunta ideologia e riportarlo in quella sospensione emotiva dove il male non esiste e la felicità è una chimera a portata di mano. Interpretato da un gruppo di attrici tutte in parte tra le quali si distinguono l’emergente Emily Blunt, deliziosamente irriconoscibile rispetto al ruolo della nevrotica segretaria de il Diavolo veste Prada, Maria Bello, materna e sensuale nel ruolo di single impenitente, Kathy Baker, ironica e scansonata nell’interpretare una sorte di madre putativa per l’eccentrico gruppo, il Club di Jane Austen, nonostante la densità dei dialoghi che, specialmente nella seconda parte, quando il film tira le fila degli intrecci narrativi, rischiano di rallentarne il ritmo, è un film da consigliare a tutti coloro che amano le donne ma anche a chi, tra il genere maschile si lamenta di non conoscerne i segreti e continua a non capire che l’altra metà del cielo è più vicina di quanto si possa credere: basterebbe rimanere in silenzio per un momento e provare ad ascoltarla.
martedì, gennaio 22, 2008
Il club di Jane Austen
Il consesso letterario diventa quasi subito una terapia di gruppo nella quale i libri prendono vita attraverso il vissuto delle protagoniste, il cui cotè è perfettamente calato in quel mondo di frizzanti schermaglie e improvvise ritrosie, dove l’incapacità di lasciarsi andare fino in fondo è compensata da un crogiuolo di incontenibili contraddizioni che costituiscono quell’ onda di calda umanità negata ad oltranza da tanto cinema contemporaneo. In questo contesto non bisogna stupirsi se gioie e dolori vengono accomunati da una visione conciliante ed in fin dei conti consolatoria perché lo scopo dell’opera non è quella di fornire un prontuario sulla vita ma concedere allo spettatore uno sguardo svincolato da qualsiasi determinismo o presunta ideologia e riportarlo in quella sospensione emotiva dove il male non esiste e la felicità è una chimera a portata di mano. Interpretato da un gruppo di attrici tutte in parte tra le quali si distinguono l’emergente Emily Blunt, deliziosamente irriconoscibile rispetto al ruolo della nevrotica segretaria de il Diavolo veste Prada, Maria Bello, materna e sensuale nel ruolo di single impenitente, Kathy Baker, ironica e scansonata nell’interpretare una sorte di madre putativa per l’eccentrico gruppo, il Club di Jane Austen, nonostante la densità dei dialoghi che, specialmente nella seconda parte, quando il film tira le fila degli intrecci narrativi, rischiano di rallentarne il ritmo, è un film da consigliare a tutti coloro che amano le donne ma anche a chi, tra il genere maschile si lamenta di non conoscerne i segreti e continua a non capire che l’altra metà del cielo è più vicina di quanto si possa credere: basterebbe rimanere in silenzio per un momento e provare ad ascoltarla.
venerdì, gennaio 18, 2008
La signorina effe
"La mia generazione"(1996)di Wilma Labate ce l'aveva fatta conoscere con una storia che era insieme la fine di un'epoca (quella del terrorismo) ed il resoconto di un'utopia irrealizzabile. La Signorina Effe costituisce il seguito ideale di quel film, non solo dal punto di vista cronologico (il 1980 e la sconfitta del movimento operaio andarono di pari passo con la recrudescenza dell'eversione), ma anche per la voglia di raccontare con malinconica nostalgia un mondo in via di estinzione, nel quale aveva ancora senso parlare di partito comunista e sciopero ad oltranza.
Il titolo del film derivato dal documentario "Signorina Fiat", di Giovanna Boursier, da cui il film prende spunto, fa riferimento, giocando con la poesia del torinese Gozzano (Signorina felicita, agli scenari del capoluogo piemontese, da sempre punto di riferimento e snodo focale per le sorti del proletariato italiano, descrivendo, attraverso l'amore contrastato dei due protagonisti, il clima e le vicende dei 37 giorni di sciopero organizzato dai lavoratori della FIAT per annullare i provvedimenti di cassa integrazione a zero ore di 25000 lavoratori, decisa dalla dirigenza per mettere fine alla crisi economica che l'attanagliava.
Il film ripercorre quei momenti attraverso spezzoni di repertorio che ci mostrano l'ondata di attenzione ed insieme di accorata partecipazione che portarono la questione operaia al vertice dei problemi nazionali.
Wilma Labate confeziona un prodotto che ha i difetti di molta produzione italiana, con un linguaggio pressoche' televisivo e la mancanza di coraggio che gli impedisce di dire fino in fondo come stanno le cose (ma perche' non viene mai pronunciato il nome di Gianni Agnelli?), ma al contrario la capacita' di dirigere gli attori in una performance che alla alla fine costituisce il punto di forza del film.
mercoledì, gennaio 16, 2008
Film in sala da venerdi' 18 gennaio
AMERICAN GANGSTER
Regia: Ridley Scott
Genere: drammatico
IL CLUB DI JANE AUSTEN
THE JANE AUSTEN BOOK CLUB
Regia: Robin Swicord
Genere: drammatico
GLI ARCANGELI
GLI ARCANGELI
Regia: Simone Scafidi
Genere: drammatico
IL FALSARIO - OPERAZIONE BERNHARD
DIE FÄLSCHER
Regia: Stefan Ruzowitzky
Genere: drammatico
L’INCUBO DI JOANNA MILLS
THE RETURN
Regia: Asif Kapadia
Genere: thriller
RIPARO - ANIS TRA DI NOI
RIPARO - ANIS TRA DI NOI
Regia: Marco Simon Puccioni
Genere: drammatico
ALVIN SUPERSTAR
ALVIN AND THE CHIPMUNKS
Regia: Tim Hill
Genere: commedia
SIGNORINA EFFE
SIGNORINA EFFE
Regia: Wilma Labate
Genere: drammatico
grazie ad Anemicinema per gli elenchi :-)
Bianco e Nero
martedì, gennaio 15, 2008
Io sono leggenda - I am legend
giovedì, gennaio 10, 2008
Lussuria - Lust, Caution
La nuova Hollywood messicana: Guillermo del Toro
Cinema mediterraneo
Film in sala da venerdi' 11 gennaio
BIANCO E NERO
Regia: Cristina Comencini
Genere: drammatico
COUS COUS
LA GRAINE ET LE MULET
Regia: Abdel Kechiche
Genere: drammatico
IO SONO LEGGENDA
I AM LEGEND
Regia: Francis Lawrence
Genere: azione
L’ALLENATORE NEL PALLONE 2
L’ALLENATORE NEL PALLONE 2
Regia: Sergio Martino
Genere: commedia
martedì, gennaio 08, 2008
Lars and the real girl
il male di vivere con un empatia ed una comprensione che non diventa mai pietismo . E' geniale nell'oggettivare la malattia attraverso un espediente che unisce immaginario popolare e scienza psicanalitica in un tripudio di situazioni drammaticamente divertenti . Ryan Gosling e' perfetto nel restituire la goffaggine del protagonista, fatta di movimenti trattenuti e vestiti troppo stretti, nel farci sentire il suo senso di alienazione ma anche la spiazzante simpatia di una personalita' che agisce senza mediazioni e con angelica ingenuita' . Di diritto fra le cose migliori del 2007.
Halloween: the Beginning
Del prototipo la nuova versione mantiene la location, una anonima cittadina della provincia americana, e la tecnica in soggettiva usata da Carpenter per farci entrare nella testa del Mostro. La principale differenza sta nel fatto che il film di Zombie traduce in immagini i fatti che erano rimasti fuori dallo spazio filmico, e che costituivano l’antefatto ed insieme lo spunto drammaturgico della saga. Conosciamo cosi’ il nucleo familiare dell’efferato protagonista, un concentrato di menefreghismo e sensi di colpa avvilito dall’assenza della figura paterna e monopolizzato dalla madre ballerina di lap dance, nel quale e’ possibile rintracciare il germe di quel malessere che di li’ a poco diventera’ irrefrenabile voglia di morte, i tentativi di recupero psicologico operati dal Dottor Loomis, una sorta di padre putativo ed insieme la coscienza interna del film, efficace nel tirare le fila dell’interminabile escalation cosi’ come nel definire le inspiegabili manifestazioni del maligno, fino agli anni del carcere, dove si completa quella metamorfosi che trasformera’ lo spaurito bambinetto in una perfetta macchina di morte. Zombie gira secondo le regole del genere, confezionando un opera che rispetto agli standard appare piu’ sobria, meno gore ma lascia intendere che la suspence non risieda nella preparazione della scena ma nei convulsi movimenti di macchina e nelle urla assordanti delle vittime.Il sangue continua a scorrere, ma rispetto ad altri prodotti, il livello si mantiene sopportabile. Certo il film replica a memoria un mondo popolato da ninfette ninfomani e giovani sistematicamente arrapati, ma d’altronde e’ questo lo scenario preferito dal genere, quello che, secondo gli adepti, esorcizza al meglio i lati oscuri della nostra coscienza. Zombie dimentica la grottesca ironia e la vena surreale
che l’aveva fin qui contraddistinto, ed ai suoi proseliti, che ci dicono numerosi ed agguerriti, regala almeno un sorriso quando nelle file dei buoni fa recitare attori solitamente impiegati in ruoli totalmente opposti come Brad Dourif, Udo Kier e lo stesso Mc Dowell qui nella parte dello psichiatra dell’assassino. Chi si aspettava qualcosa di piu’ sul personaggio Meyers restera’ deluso, per i neofiti puo’ essere l’inizio di una nuova passione.
Bee Movie
Sono loro infatti la cartina di tornasole per giudicare opere di questo tipo, quando come adulti ci si trova spiazzati da uno spettacolo di superlativa maestria tecnica ma francamente ripetitivo e troppo scontato per destare un minimo di interesse. In questo caso quindi quegli sguardi sono la conferma di un flop inatteso, specialmente in Italia (ma anche in America) dove le feste natalizie e la mancanza di un analoga concorrenza (nel 2006 ben tre cartoni animati si contendevano il botteghino) lasciavano prevedere ben altri risultati. Ispirato ad una altro prodotto Dreamworks, quel “Z la formica” di cui riprende l’incipit con il solito protagonista, ora come allora alle prese con una crisi di identita’ che mette a repentaglio la sua esistenza all’interno del mondo chiuso e perfettamente calibrato sugli interessi della comunita’, piuttosto che del singolo (qui la societa’ apesca e’ rappresenta come un falansterio che sacrifica la componente umana all’efficienza del risultato, ovvero la produzione del miele), Bee Moovie ne ricalca anche gli sviluppi, attraverso una storia che e’ insieme un viaggio avventuroso alla scoperta del mondo ed un percorso di crescita personale.
Se l’apparato scenico (la rappresentazione della societa’ delle Api e’ divertente e fantasiosa) e figurativo (la rotondita’ delle linee associata ad una luce diretta e colorata conferiscono alle immagini un sapore dolcemente infantile) confermano gli standar di settore cio’ non si puo’ dire della storia (scritta da Jerry Seinfield, comicocatodico di massima popolarita’ negli States e Deus ex machina dell’intera operazione) che si avvale di uno spunto brillante ma viene meno sul piu’ bello, quando, messo in moto il meccanismo narrativo lo sviluppo dell’azione non deriva dall’incontro delle specie, dal fatto che Barry, questo il nome del protagonista, possa interagire con gli uomini alla pari, come se le differenze biologiche non esistessero ma, dalle diverse prospettive con cui ognuno vive gli avvenimenti che si innescano nel corso della vicenda - e definiti i temi liberal-ecologici (un mix di salvaguardia dell’ambientale ed ecumenismo radical chic) perde tempo a descrivere gli “svolazzi”platonico amorosi del nostro campione ed affida lo snodo fondamentale ad una serie di sequenze ambientate in Tribunale, con Barry impegnato a fronteggiare le arringhe partigiane di un Orco travestito da Perry Mason. Insomma mancano la scivolate sulla buccia di banana, le battuttaccie fulminanti ed un po’ irriverenti (e la Dreamworks dovrebbe conoscerne l’efficacia), le invenzioni mirabolanti e surreali che da sempre fanno la felicita’ di quel pubblico giovane a cui spetta l’ultima parola sulla qualita’ dell’opera.
L'assassinio di Jesse James
A dispetto della sua fluvialita’ questo film si puo’ riassumere in un istante: Jesse James scende da cavallo e si piega sull’acqua resa ghiacciata dalla stagione invernale, quasi a riprendere la situazione del famoso dipinto del Caravaggio: sembra che stia cercando le prove di un recente passaggio, in realta’ il bandito si sofferma su altro, forse sta guardando la vita che verra’ oppure cerca di capire qual e’ stato il senso della sua esistenza. Chi lo sa? Poi, improvvisamente, quasi risvegliandosi da un sogno ad occhi aperti e senza un apparente motivazione, infrange quella visione con un colpo di pistola e riprende a cavalcare verso un destino ormai segnato.
La telecamera indugia un momento per osservare il passaggio di un pesce sotto lo strato di ghiaccio, quasi una morte anticipata, una metempsicosi senza dolore che ricorda il “Big Fish”Burtoniano o forse una soluzione salvifica sul modello del Bodisawtha, una vittoria dell’armonia sul caos del creato, un desiderio di espiazione senza dolore che rimane sospesa nel flusso della vicenda che si va costruendo. E’ questo il bello del film e forse anche il suo limite, quello di rimanere sempre sospeso sulla prossima scena, spiazzando solo gli impreparati per la mancanza di quell’apparato immaginario e narrativo che caratterizza il western in celluloide. Rivestito dall’etichetta del genere, “Jesse James” e’ in realta’ un film sull’impossibilita’ di riproporre un filone cinematografico che ha perduto per sempre la sua epica, spazzata via da un etica contemporanea che non lo capirebbe e da una percezione del mondo in cui le potenza dell’immaginazione ha lasciato il posto alla certezza della tecnica. Un cammino verso la fine che ricorda quella del “Dead Man” Jarmusciano, se non fosse per la diversita’ dei toni, surreali e stravaganti, qui dolenti e postmoderni, e per il diverso stile di recitazione, con un Brad Pitt piu’ che mai serioso e meditabondo che prende il posto del “Dead Deep” imbambolato e bambinesco, oltre alle evidenti differenze cromatiche (quelle di “Jarmush/Muller” rigorosamente in bianco e nero, quelle di “Molik/Deakins” che alternano i colori freddi e lividi del paesaggio naturale con quelli degli interni illuminati alla maniera di Wermer, quasi una “roulette russa” tra vivere e morire). La leggenda del bandito E’ messa a nudo dallo sguardo impietoso del suo assassino (Casey Afflek tanto antipatico quanto meritevole del massimo premio veneziano) ma seppure filtrata da un sentimento di odio amore non riesce a diminuire il suo fascino nero, il magnetismo sciamano degli sguardi persi nel vuoto della sua anima e di quelli che gli stanno attorno. Nel Novello Narciso interpretato da un divo che deve fare i conti con un privato da uomo adulto e cerca di rinnovare la sua arte con un cinema di sostanza, c’e’ anche l’essenza di un film capace di andare oltre la storia, di entrare dentro al mito senza lasciarsi scoraggiare dall’impresa, di inoltrarsi in una dimensione senza tempo dove solo l’alternarsi delle stagioni e la natura leopardianamente matrigna ci ricordano che esistiamo, che non siamo gia’ morti. Riesce a disegnare traiettorie esistenziali che sfuggono il parolaio quotidiano e si allineano con quelle dei grandi visionari (Malik e Mann per parlare del cinema recente) da cui li separa soltanto il compiacimento di chi sa di aver centrato il bersaglio.
Una nuova giovinezza
Che sia invocata come un sogno riparatore ad un vita sacrificata alla conoscenza (A youth without a youth) o presa a modello come ritorno ad uno stato dell’eden dove non c’e’ spazio per l’ipocrisia dei valori famigliari (Into the wild) o di quelli istituzionali (leoni per agnelli) questo stato della vita viene sempre definito in analogia (The flag of our father) o in contrapposizione a quella dei Padri, stastica, chiusa su se stessa, incapace di capire, corrotta e corrutrice perche’ non riesce a salvare i propri figli ma anzi li spinge per troppo zelo sull’orlo del precipizio (Nella valle di Elah). E’ un processo di identificazione transgenerazionale che accomuna indipendentemente dall’eta’ (ancora una volta Coppola che torna a filmare con la voglia di un ragazzino) o dalla cultura (il bambino afghano dell’ultimo film di Foster), nella consapevolezza che solo questo stato dell’anima ci puo autorizzare a pensare ad un mondo migliore.
Leoni per agnelli
mercoledì, gennaio 02, 2008
Film in sala da venerdi' 4 gennaio
BASTARDI
regia: Federico Del Zoppo, Andrés Arce Maldonado
genere: commedia
HALLOWEEN - THE BEGINNING
HALLOWEEN
regia: Rob Zombie
genere: horror
LARS E UNA RAGAZZA TUTTA SUA
LARS AND THE REAL GIRL
regia: Craig Gillespie
genere: commedia
LUSSURIA - SEDUZIONE E TRADIMENTO
SE JIE - LUST, CAUTION
regia: Ang Lee
genere: drammatico
UIBU’ - FANTASMINO FIFONE
HUI BUH
regia: Sebastian Niemann
genere: animazione
mercoledì, dicembre 19, 2007
Voglia di normalita'
Il film del canadese e' solo un esempio di una tendenza sempre piu' generalizzata, da parte di chi fa opinione, di esaltare quei film di registi, fino a poco tempo prima messi all'indice per il contenuto delle loro opere, ritenute pericolosamente malate e sobillatrici dell'ordine costituito ed ora esaltate per la riproposizione degli stessi temi, opportuamente ripuliti degli aspetti meno digeribili.
Accanto al regista canadese figurano una schiera di ex-negletti che appena ritrovano la cosiddetta "linearita' di struttura". "..si sente la mano del cosceneggiatore Lawrence Block, formato al rigore dei gialli.." afferma Mereghetti quando dichiara di apprezzare la coerenza narrativa di Blueberry Nights di Wang Kar Wai, di per se' un pregio quando fa riferimento ad un cinema di tipo classico, sul modello riassunto in maniera splendida da tutta la filmografia di Clint Eastwood, un altro regista di cui bisognerebbe parlare a proposito di subitanei ripensamenti - dove la cronologia delle azioni e' la chiave necessaria per la loro interpretazione, ma banalizzante all'ennesima potenza quando ingabbia un cinema che vorrebbe esprimere l'ineffabile. Oppure dall'esaltazione tout cort dello sperimentalismo alla moda e molto voyeristico di Paranoid Park, l'ultima acclamatissima opera di Gus Van Sant (intere redazioni di giornali specilizzati lo indicano come miglior film del 2007!) - icona (i Cahiers du Cinema lo schiaffano nella loro empirea copertina in segno di riconosciuta venerabilita'!) prescelta per rimpiazzare il Von Trier, beniamino caduto in disgrazia - al salvataggio in calcio d'angolo di uno dei grandi della "Nuova Hollywood", il Francis Coppola di A youth without a youth, il cui polpettone filosofico-religioso-esistenziale viene graziato dai corrispondenti della Festa romana e, quand'anche criticato, si tratta pur sempre di buffetti affettuosi.
Di questo passo non si devono preoccupare "David Inland Empire Lynch" o "Emanuele
Nuovomondo Crialese" (unico tra i giovani registi italiani capace di ragionare con la propria testa), apertamente sbuccellati alla penultima mostra veneziana, per alcune sequenze ritenute pretenziose o volutamente criptiche (il mare di latte da dove emergono e poi nuotano gli emigranti siciliani e praticamente tutto il film del regista.
martedì, dicembre 18, 2007
Paranoid Park
martedì, dicembre 11, 2007
Across the universe
Piano, solo
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lunedì, dicembre 10, 2007
Neandertal
rinascimento cinematografico dopo i fasti dei mitici '70 non assicura sempre la qualita' del prodotto. Prendi Neandertal, per esempio e ti accorgi della verita' di questo assioma. Presentato in concorsoal Torino Film Festival 2007 come un film su un ragazzo affetto da una dermatite acuta che gli deturpa la faccia e gli impedisce di vivere una vita normale, il film a poco a poco si trasforma in un percorso di ribellione di stampo sessantottina che e' anche un riassunto frettoloso di tutte le istanze del ribellismo dantan e della contestazione giovanile (rifiuto dei modelli familiari, fuga da casa e vita nel falansterio maledettismo, anarchia, sesso, droga e rock and roll, e l'elenco delle voci potrebbe dare vita ad altre sottocategorie che renderebbero l'elenco insostenibile) che si conclude, dopo un accumulo fraccassone e sgangherato, con un improvviso quanto repentino ritorno alla normalita', sancito da un commento fuori campo che annuncia il prossimo ritorno dell'Uomo di Neandertal. Indeciso sulla strada da seguire, il regista ha pensato all'ipotesi minestrone nella speranza che la quantita' della carne al fuoco ed una musica a tutto volume potessero da una parte acchiappare un pubblico trasversale, dall'altra far sentire in maniera chiara la rabbiosa urgenza che l'avrebbe convinto a girare il film. Peccato che oltre alla coerenza drammaturgica (dopo un po' della malattia non resta traccia ed il film prende tutt'altra direzione) al risultato faccia difetto uno stile ibrido e irrisolto, che assume il modello fassbinderiano come semplice cliche', ed una recitazione davvero approssimativa, con attori poco incisivi (il protagonista) o sopra le righe. Nel frattempo il film e' finito da un bel pezzo ed ancora non abbiamo capito il senso del titolo; prima o poi qualcuno lo spieghera' anche a noi,nel frattempo prendete carta e penna e segnatevi il titolo del film e il nome... del regista: se lo incontrate evitatelo con cura.
Nella valle di Elah
Diario di una tata
Scarlett Johansson sempre più a disagio davanti alla macchina da presa grazie anche ad un copione che ne mortifica la fisicita' e la relega ad un ruolo monofaccia, vi interpreta il ruolo di una Tata "Pretty Woman" con aspirazioni cristologiche, costretta per spirito di corpo (nei confronti del copione, non della storia di cui si vede non le interessa un granche') a subire le vessazioni di una "matrigna" dalla faccia d'angelo, interpretata con la solita professionalita' da Laura Linney, e le sporche attenzioni del di lei marito, cattivo e fedigrafo, impersonato da quel marpione della recitazione di Paul Giammatti. Non contenta di cotanta afflizione la poverina rincara la dose e si sacrifica nel tentativo di salvare il figlio di questi sciagurati, una simpatica faccetta simile al piccolo Nicholas Bradford della mitica serie televisiva (stesso taglio di capelli, stessa faccia paffutella). Non temete però, con un finale da fantascienza - ma non doveva essere una commedia di costume, che poi era diventata una commedia sentimentale? - tutto si conclude senza spargimento di sangue e con un happy end che non si fa piu' neanche in televisione. Che dire di piu', speriamo solo di aver sognato oppure facciamo finta che nulla sia accaduto e rimettiamoci in attesa del nuovo film di Robert Pulcini e Shari Springer Berman: quello appena visto non e' mai pervenuto.
giovedì, dicembre 06, 2007
Charlie Bartlet
The art of negative thinking
Nel caso specifico a venire demolito e' il sistema di pensiero e le azioni che riguardano il recupero psicologico delle cosiddette "persone diversamente abili": terapia di gruppo, assistenza medica domiciliare, pensiero positivo vengono tirati in ballo quando la moglie del protagonista, nel disperato bisogno di recuperare il matrimonio messo a rischio da un incidente stradale che lo ha reso tetraplegico, si affida ai moderni mezzi del sistema sanitario, ottenendone in cambio un unita' di supporto modello Ghostbuster, capitanata da una venditrice di fumo intenta a confermare le teorie contenute del libro che vuole pubblicare e formata da un accolita di derelitti, che dovrebbero essere la prova della giustezza del metodo ed invece ne sono la sconfitta piu' evidente. Dall'incontro/scontro tra il mondo del dolore reale e quello immaginato, ognuno dei protagonisti trovera' la sua dimensione e forse una vita piu' felice. Caratterizzato da momenti di comicita' involontaria che non e' mai gratuita ma
scaturisce dall'assurdita' delle situazioni, il film e' allo stesso tempo duro e delicato ed ha il pregio di non dare nulla per scontato. Corredato da spunti cinefili che diventano il simbolo di una condizione (il protagonista, giacca verde e capelli spinaciosi, sembra un reduce del Vietnam e fa la roulette russa come Christopher Walken ne "Il Cacciatore" ) e con un crescendo emotivo che sfocia in una catarsi finale inaspettata e liberatoria, il film e' un autentica rivelazione e si candida di diritto tra i possibili vincitori del Torino Film Festival 2007.
Actrices
lunedì, dicembre 03, 2007
Vogliamo anche le rose
La promessa dell'assassino
The Savages
martedì, novembre 27, 2007
My Blueberry nights
Un'altra giovinezza
Insomma una vera e propria abbuffata cui si fa fatica a tener dietro, non solo per mancanza di istruzioni d'uso ma, soprattutto, per una costruzione lambiccata e pretenziosa che salta di palo in frasca, lasciando lo spettatore sbigottito di fronte a tanta confusione. In sede di presentazione Coppola non si e' scomposto di fronte alle perplessita' dei suoi interlocutori dichiarando che il film appartiene alla categoria dei tesori da riscoprire per la complessita' della posta in gioco. Senza nulla togliere al valore assoluto dell'artista, non si commette lesa maesta' affermando che, eccezion fatta per l'attrice romena, deliziosa quanto basta per farti dimenticare tutto il resto, l'ambizione coppoliana ha prodotto questa volta un'opera spuria, in cui semplicita' produttiva, voglia di rimettersi in gioco e sfida alle regole precostituite devono essere accostate al film nelle loro accezioni negative.
giovedì, novembre 15, 2007
Ai confini del paradiso
cammino di liberta' da loro intrapreso.
Akin dimostra che la Sposa Turca non era un episodio occasionale, grazie ad un linguaggio cinematografico che e' secondo solo al vitalismo ed alla passione che trasuda nell'opera e che qui viene tenuta a bada da una tecnica che riesce a diventare sangue e corpo della storia. Di fronte ai sentimenti di gioia e di dolore la telecamera sembra quasi fare un passo indietro, condividendo gli stati d'animo senza far l ricorso al voyeurismo imperante. Ne consegue un pudore che non cancella la capacita' di raccontare la vita fino al termine della notte ma restituisce dignita' ad una condizione continuamente offesa dall'invadenza Orwelliana. La scelta degli attori, bravi e sconosciuti, la fotografia che diventa il barometro della situazione, la capacita' di restituire un momento storico senza intaccare la fluidita' della narrazione sono la conferma definitiva di una maturita' precocemente raggiunta.
lunedì, novembre 12, 2007
La giusta distanza
domenica, novembre 11, 2007
Giorni e nuvole
venerdì, ottobre 19, 2007
Popcorn
martedì, settembre 25, 2007
L'ora di punta
Premonition
domenica, settembre 23, 2007
Il dolce e l'amaro
La ragazza del lago
I'm not There
mercoledì, settembre 12, 2007
Reign Over Me
Se ce ne fosse ancora bisogno Reign over me conferma come i fatti dell'11 settembre siano ancora una ferita aperta non solo per il pubblico americano ma in generale per l'intero emisfero cinematografico. Solo cosi' si puo spiegare la scarsa considerazione nei confronti di un film che ha le qualita' estetiche e morali per affiancare e talvolta superare illustri predecessori. Sarebbe pero' riduttivo relegare l'opera nell'angusto recinto dei film a tema, frutto di una ecessita' contingente e modaiola. Qui la tragedia assume un respiro piu' ampio, diventando quasi laterale alla struttura del racconto che costruisce le atmosfere attraverso un sottile equilibrio di parole e silenzi ed affonda le sue radici in un esistenzialismo laico e vitale che ai voli pindalici preferisce una fenomenologia dell'anima capace di accostarsi al dolore senza cadere in ammiccamenti voyeristici o nelle soluzioni ad effetto. Diretto con mano sicura da Mike Binder (The upside unger) che firma anche la sceneggiatura e si ritaglia un piccolo ruolo (e' l'avvocato occhialuto e pragmatico che amministra le ricchezze del protagonista), corredato da una fotografia (Russ Alsobrook) crepuscolare ma calda, capace di regalarci una New York inedita e altrettanto affascinante, il film si avvale di un cast superbo su cui spiccano un attore di classe come Don Cheadle e soprattutto un Adam Sandler in versione Bob Dylan capace di valorizzare il suo ruolo con efficace sobrieta. Quando poi un film si puo permettere un cameo come quello di Donald Sutherland, giudice risoluto e vagamente luciferino non ci sono piu dubbi sul valore assoluto della visione