giovedì, novembre 26, 2009

La prima linea

Abituato a circumnavigare il cuore del problema con espedienti rafforzatisi attraverso anni di frequentazioni virtuali e biecamente sospinti verso verità che confermino gli a priori di partenza, lo spettatore assiste alla visione di 'La prima Linea' di Renato De Maria, convinto di trovarsi di fronte ad un film disposto a fare i conti con un pezzo di Storia italiana, la cui ricostruzione è stata di volta in volta complicata, e direi, ostacolata da reticenze di ordine politico ed anche psicologico. Ed è probabile che negli intenti del regista la vicenda della famigerata coppia di assassini doveva assumere un valore paradigmatico rispetto al fallimento di una generazione, che a cavallo degli anni '70 credeva di cambiare il sistema attraverso la lotta armata e senza rendersene conto, si sostituì ai carnefici che cercava di combattere: d’altronde Sergio Segio e Susanna Ronconi furono come gli altri 'compagni di lotta' il prodotto di quell'illusione sessantottina che dopo anni di amore libero e sogni lisergici si trovò ad affrontare gli altiforni delle fabbriche e le regole del capitale.
Le occupazioni e le riunioni sindacali, i cortei per protestare contro condizioni di lavoro improponibili e poi, improvvisamente l’escalation che diede il via alla stagioni delle stragi di stato: Piazza Fontana, il treno Italicus ed altri eventi luttuosi sono i segni di un imbarbarimento al quale viene fatta risalire il primo cambiamento, quello che portò molti giovani a preferire l’eversione e successivamente il terrorismo, per rispondere ad una “strategia della tensione” organizzata dallo stato, con la connivenza dei servizi segreti.

Il film parte proprio da qui, ed attraverso immagini di repertorio ricostruisce il clima politico e sociale che fa da sfondo alla vicenda.
Segio, lo racconta e si racconta dall’interno della prigione dove è stato appena tradotto, attraverso un espediente che gli permette di guardare all’intera vicenda con la disillusione di chi sa di raccontare una sconfitta senza nessuna possibilità di redenzione.
Una scansione temporale dominata dall’avvincendarsi degli eventi - l’incontro con la compagna di una vita, l’omicidio del giudice Alessandrini e quello di un membro della banda, la decisione di fuoriuscire dall’organizzazione e la liberazione della Ronconi dal - e dal solco di una colpa che diventa così profonda da offuscare le ragioni che l’hanno generata.
Un vuoto esistenziale costruito sui volti dei protagonisti, pallidi e svuotati, sui movimenti della macchina da presa, come frenati dalla mestizia che avvolge la storia, su una geografia urbana che diventa sempre più anonima e trascolora nelle forme di un paesaggio naturale privo di punti di riferimento, perfetto contraltare di una gioventù che si è smarrita.
Eppure questa compattezza finisce per saturare i motivi di un operazione che finisce per ribadire le cose di sempre e non fa un passo in avanti verso la comprensione del problema: alla condanna iniziale, chiara ed inequivocabile (e d’altronde come potrebbe essere altrimenti) non riesce a seguire un analisi sui perché di una tale degenerazione: i germi di un malessere che ha contaminato la compagine sociale, i partiti e lo stato, il filo doppio che univa le frange più estremiste ai movimenti sindacali e le ingerenze di una classe politica che sapeva più di quanto voleva lasciava intendere rimangono domande senza risposta. 'Sergio' ed i suoi compagni sembrano fare tutto da soli, schegge impazzite sfuggite al controllo e condannate dal loro stesso comportamento ad una fine già scritta. Un po’troppo poco per chiunque voglia affrontare il terrorismo e gli Anni di Piombo con la voglia di rompere il muro di omertà che circonda quegli anni ed invece si ostina a riproporre un 'Esistenzialismo' fatto di vestiti sdruciti e capelli mai lavati, di parole abbozzate e silenzi siderali.

Dopo la fantapolitica di Martinelli e le soluzioni oniriche di Bellocchio, tra film ancora inediti e progetti rimasti in nuce il cinema italiano rispetto a questo argomento è rimasto ancora fermo a 'Colpire al cuore' di Gianni Amelio che è datato 1982. Quanto dobbiamo ancora aspettare?

Film in sala dal 27 novembre

500 giorni insieme
( (500) Days of Summer )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Mark Webb

Cado dalle nubi
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Gennaro Nunziante

Dorian Gray
( Dorian Gray )
GENERE: Drammatico, Horror
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Gran Bretagna
REGIA: Oliver Parker

Francesca
( Francesca )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Romania
REGIA: Bobby Paunescu

La dura verità
( The Ugly Truth )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Robert Luketic

Meno male che ci sei
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Luis Prieto

Senza amore
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2007
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Renato Giordano

Triage
( Triage )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Belgio, Irlanda
REGIA: Danis Tanovic

mercoledì, novembre 25, 2009

Tetro - Segreti di Famiglia

Tetro - Segreti di Famiglia
di F. F. Coppola


L'acerbo e ingenuo diciottenne Bennie (un implume ed espressivo Alden Ehrenreich, molto somigliante a leonardo di caprio dei tempi di mr. grape), si reca a Buenos Aires per cercare il fratello maggiore Angel (Vincent Gallo), scomparso come nel nulla da molti anni, in fuga dalla famiglia e che ha giurato di non vedere piu' nessuno dei suoi parenti, in particolare il padre Carlo (Klaus Maria Brandauer), dalla personalità impetuosa ed ingombrante.
La loro è una famiglia di emigranti italoargentini che, a causa del lavoro del padre, acclamato direttore d'orchestra, si è trasferita a New York da molto tempo. Quando Bennie ritrova il fratello ne scopre il talento poetico e drammaturgico. Angel è ora Tetro, poeta dannato, consumato sui propri ricordi, arroccato in una rabbia primordiale che da tempo gli strizza le viscere. Tetro, un Vincent Gallo strepitoso, si nasconde da un passato che non riesce a metabolizzare scontrandosi, per assurdo, con un presente in cui non riece ad espimere completamente se stesso.
Bennie scopre che il fratello è molto diverso da come si aspettava ma decide ugualmente di vivere con lui e con la sua fidanzata Miranda (Maribel Verdú), una paziente e amorevole presenza che saprà aiutare a sciogliere i molti nodi che bloccano i due fratelli. L'arrivo di Bennie scatenerà una serie di eventi che condurranno all'insolito epilogo.
Girato quasi completamente in un bianco e nero scintillante (del magistrale romeno Mihai Malamaire jr) che scolpisce le figure in scena come un michelangelo modellerebbe il marmo, e che rende omaggio a gran parte del cinema americano anni '40 e del neorealismo italiano, Tetro, infelicemente tradotto in Italia con uno sciapo Segreti di famiglia, mette in scena l'ennesimo dramma famigliare con toni grevi e soventi eccessi di stile, circondato da uno sguardo di autocompiacimento estatico che, purtroppo, conduce Coppola al piano dell'esagerazione vacua.
Coppola solca ancora una volta il tema del conflitto tra figli e padri, della famiglia culla di successi ed incomprensioni, rivisitando senza troppe idee la tragedia famiglaire nella sua più classica delle visioni.
Se all'inizio si strizza l'occhio a Rusty il selvaggio, ben presto il film si abbandona a derive malinconiche.
Lo script offre una narrazione fluida nel complesso ma mancante di quell'originalità che avrebbe potuto dare al prodotto finale: la passione e il coinvolgimento, di cui si avverte la mancanza, non trasudano dai personaggi, dal dramma posto in essere. Tutto si consuma coi ritmi sterili ed ossessivi del rancoroso Tetro e con l'ansia della ricerca della verità del giovane Bennie, sospesi su espedienti narrativi già visti.
Coppola raggiunge la perfezione stilistica e tecnica, perdendo però colpi nello sviluppo dei personaggi e del dramma, che sulle ultime note cade ingloriosamente nel melò. Gli intrecci tra passato e presente reggono, seppure in modo posticcio, una storia il cui pretesto pare essere quello di riproporre, in uno stile felliniano, l'esposizione del ricordo e del sogno.
L'ottimo contributo degli attori, tutti molto adatti per le parti assegnate e dalla partecipazione che va oltre il definibile nel trattamento, non sembra bastarci per credere completamente in questo prodotto targato American Zoetrope e che restituisce Coppola al cinema indipendente.
Gli eisodi legati ai ricordi e ai sogni sono incastonati nella trama con sequenze a colori, dai toni caldi ed avvolgenti. La parziale elaborazione del coflitto e de lutto lasciano l'amaro senso di incompiuto in bocca. Ed il finale arriva troppo presto, pur dopo due ore di film, a risolvere in modo affrettato le faccende di famiglia.
Il cameo di Carmen Maura sembra più un omaggio al cinema che altro, come fosse una Liz Taylor oppure una Stefania Sandrelli in terra Agrgentina. Purtroppo non si discosta da questo: Alone, la produttrice/critica teatrale che interpreta, non viene sviluppata, galleggia come una zattera abbandonata nel flusso della storia.

lunedì, novembre 23, 2009

Torino film festival 2009: i film premiati

Ecco la lista dei vincitori del Torino Film Festival 2009:

Miglior film
La bocca del lupo, regia di Pietro Marcello

Premio speciale della Giuria (ex aequo)
Crackie, regia di Sherry White
Guy and Madeline on a Park Bench, regia di Damien Chazelle

Miglior sceneggiatura - Premio Invito alla Scuola Holden
Calin Peter Netzer - Medalia de onoare - Medal of Honor

Miglior attore (ex aequo)
Robert Duvall - Get Low
Bill Murray - Get Low

Miglior attrice
Catalina Saavedra - La Nana - The Maid

Miglior documentario italiano
Valentina Postika in attesa di partire, regia di Caterina Carone

Italiana.DOC - Premio speciale della giuria (ex aequo)
Corde, regia di Marcello Sannino
The Cambodian Room - Situations with Antoine D'Agata, regia di Tommaso Lusena e Giuseppe Schillaci

Italiana.DOC - Menzione speciale
Je suis Simone (La condition ouvrière), regia di Fabrizio Ferraro

Premio Cult - Il cinema della realtà
Oil City Confidential, regia di Julien Temple

Premio Cipputi - Miglior film sul mondo del lavoro
Baseco Bakal Boys, regia di Ralston Jover

Premio Cult - Menzione speciale
45365, regia di Bill Ross e Turner Ross

Premio FIPRESCI
La bocca del lupo, regia di Pietro Marcello

Premio del pubblico Achille Valdata per il miglior film
Medalia de onoare - Medal of Honor, regia di Calin Peter Netzer

Premio UCCA - Venti Città
Magari le cose cambiano, regia di Andrea Segrè

Premio Maurizio Collino per il miglior film su temi giovanili
Welcome, regia di Philippe Lioret


Ringrazio molto 'cinema e viaggi'. per le preziose e tempestive info

venerdì, novembre 20, 2009

Coppola e il cinema Italiano

"Ho visto Gomorra ed è stata una brutta esperienza, è un film troppo duro, anche se molto ben recitato".

È secco il giudizio di Francis Ford Coppola, riportato dal quotidiano di informazione cinematografica on line Cinecittà News.
...
"Il Divo, che non ho visto, e Gomorra sono un po' poco per parlare di rinascita – prosegue Coppola - Specie se confrontati con i film di Rosi, Rossellini, Monicelli, Antonioni, Dino Risi e Nanni Loy. Il vostro problema sono i maschi italiani, padri che non mollano l'osso, che vogliono tutte le donne e tutta la fama per se stessi e ai figli lasciano le briciole. Per i giovani non ci sono abbastanza opportunità, anche nel cinema"

Francis Ford Coppola in questi giorni è a Torino, al 27° TFF, ospite di Gianni Amelio, per una due giorni cinematografica intensa, durante la quale ha presentato, in anteprima al pubblico italiano, la sua ultima fatica, Segreti di famiglia, già visto a Cannes 2009.


Cosa ne pensate dell'opinione di F. F. Coppola sul cinema attuale italiano?



Leggi tutto l'articolo de L'Unita' da cui ho tratto il post:
Coppola: "Gomorra è stata una brutta esperienza", di Gabriella Gallozzi, l'Unità, 19 novembre 2009.


giovedì, novembre 19, 2009

Film in sala dal 20 novembre

Twilight Saga : New Moon
( The Twilight Saga: New Moon )
GENERE: Horror, Thriller, Fantasy, Sentimentale
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Chris Weitz

Ce n'è per tutti
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Luciano Melchionna

Francesca
( Francesca )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Romania
REGIA: Bobby Paunescu

Planet 51
( Planet 51 )
GENERE: Animazione
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Spagna, Gran Bretagna
REGIA: Javier Abad, Jorge Blanco

Segreti di famiglia
( Tetro )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Argentina, USA
REGIA: Francis Ford Coppola

Valentino: The Last Emperor
( Valentino: The Last Emperor )
GENERE: Documentario
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Matt Tyrnauer

giovedì, novembre 12, 2009

Film in sala dal 13 novembre

2012
( 2012 )
GENERE: Fantascienza, Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Canada, USA
REGIA: Roland Emmerich

Gli abbracci spezzati
( Los Abrazos Rotos )
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Spagna
REGIA: Pedro Almodóvar

Good Morning, Aman
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Claudio Noce

Il viaggio di Jeanne
( Les grandes personnes )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Francia, Svezia
REGIA: Anna Novion

Un alibi perfetto
( Beyond a reasonable doubt )
GENERE: Drammatico, Giallo, Thriller, Noir
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Peter Hyams

27 TFF - Torino Film Festival
a Torino dal 13 al 22 novembre.
cinema: Ambrosio, Massimo, Greenwich, Nazionale

LO SPAZIO BIANCO

Dopo aver lavato i panni sporchi di un Italia corrotta ed in crisi di valori, Francesca Comencini torna a raccontare la vita quotidiana attraverso l’esperienza di Maria, single quarantenne costretta ad affrontare le conseguenze di un parto prematuro e le incognite legate alle precarie condizioni del nascituro. L’evento, accolto sulle prime con rassegnata accettazione si trasforma per fasi successive in una sorta di confronto tra le aspirazioni di una personalità ai limiti della nevrosi e le responsabilità di un maternità complicata dall’incerto futuro del bambino, tenuto in vita dalla speranza della madre e, paradossalmente, dalla mancanza di risposte dell’apparato medicale.

zL’attesa per lo scioglimento della prognosi diventa il tempo di una seconda gestazione, la palingenesi di una donna che ritrova se stessa attraverso il confronto con quella parte di sé che aveva sempre negato - esemplare in questo senso la scena in cui dopo aver fatto l’amore Maria, nuda e con la sigaretta in mano, osserva con sguardo distante il bambino del suo amante- e la possibilità di una condivisione senza merce di scambio, attuata sulla base di una condizione in cui il bisogno di solidarietà è più forte delle differenze sociali. La Comencini privilegia la dimensione personale della vicenda immergendo lo spettatore nell’universo emozionale della protagonista: la storia procede in un unicum in cui presente e passato, omissioni e disvelamenti si confondono sullo sfondo di un paesaggio che non riesce mai a diventare completamente reale ma è sempre il risultato di uno stato d’animo o la reazione ad una situazione contingente. Una rappresentazione che diventa onirica nelle scene più belle, quelle dedicate al primo contatto tra la madre ed il figlio, avvenuto in un ospedale che la fotografia di Bigazzi trasforma in un non luogo dai contorni sfumati di bianco e dove le figure diventano il riflesso della loro essenza. Un lavoro di sottrazione a cui poco si addicono le improvvise (e molto forzate) aperture verso la realtà del paese, di volta in volta rappresentate dalla figura del magistrato in lotta contro la mafia o dallo sguardo sulla condizione femminile, la cui solitudine viene enfatizzata dalla lunga carrellata (ripetuta all’inizio ed alla fine del film) sugli interni delle abitazioni che Maria vede dall’autobus che la porta a lavoro. Nuoce soprattutto la scelta di un attrice (Margherita Buy) che ci mette la faccia (con rughe programmaticamente enfatizzate) ed anche il corpo (accenno di nudo integrale salvato dalla scarsa illuminazione dell’ambiente) ma non riesce mai a lasciarsi andare: basterebbe considerare la scena iniziale, quella in cui la protagonista è intenta a ballare ed insieme, a liberarsi delle proprie inibizioni. Ecco proprio lì, in quei movimenti che non diventano mai fluidi c’è il succo di una scommessa non riuscita e del film che poteva essere ed invece non è.

lunedì, novembre 09, 2009

IL NASTRO BIANCO

Il maestro Michael Haneke, autore di capolavori come FUNNY GAMES (1997) LA PIANISTA (gran premio della giuria, miglior attore, miglior attrice a Cannes 2001) NIENTE DA NASCONDERE (miglior regia Cannes 2005), torna finalmente sugli schermi con IL NASTRO BIANCO (vincitore a Cannes 2009).
All'alba della prima guerra mondiale la vita monotona di un villaggio della Germania viene turbata da alcuni inquietanti avvenimenti: una corda tesa tra due alberi fa cadere da cavallo il medico del villaggio; una contadina è vittima di uno strano incidente sul lavoro che le costa la vita; alcuni bambini vengono seviziati.

Il disturbante regista austriaco ci racconta la vita di una comunità chiusa, economicamente dipendente dal signorotto locale e pesantemente influenzata da una religione (protestante) esclusivamente utilizzata come forma di repressione dal pastore del villaggio.
A turbare l'apparente tranquillità dell'intero villaggio ci sono i bambini, unico granello di sabbia in un ingranaggio sociale ben oliato, pericoloso elemento di disturbo che va ferocemente represso con punizioni corporali e l'umiliazione, quest'ultima rappresentata da un nastro bianco da indossare in pubblico.

Haneke è geniale nel fornire di nomi solo i bambini, mentre gli adulti sono rappresentati solo con i loro titoli o ruoli che gli forniscono autorità: il barone, il pastore, il medico, il signor padre.

Ma repressione, violenza, umiliazioni e soffocamento delle pulsioni possono solo far germogliare il seme dell'odio nei giovanissimi.
I nastri bianchi che il pastore vuole erigere a simbolo di purezza diventeranno le stelle di davide che i bambini oppressi di Haneke, una volta divenuti adulti, appunteranno sul petto degli ebrei.

Molto bello esteticamente, con camera fissa ad incorniciare tante cartoline d'epoca, spazio delimitato e soffocante che vuole rappresentare il mondo chiuso e opprimente in cui si svolgono i fatti narrati.

Stampato in un bianco e nero gelido e avvolgente e senza musiche, il NASTRO BIANCO è l'incubazione del male secondo Haneke.

Ennesimo capolavoro.

Imperdibile.

sabato, novembre 07, 2009

Nemico Pubblico - di M. Mann

Ancora una volta un uomo al di fuori della legge, e come al solito il ritratto di una personalità che si nasconde tra le pieghe di una violenza programmatica. La vita del bandito più celebre d'America diventa il pretesto per la riscoperta di un pezzo di storia americana che Michael Mann ricostruisce sulla base di un resoconto che evita la leggenda e preferisce la realtà dei fatti. La vita pubblica di John Dillinger, passato alle cronache per l'abilità malavitosa dopo una giovinezza trascorsa in riformatorio, diventa l'epitaffio di un'esistenza bruciata dalla voglia di vivere e dalla consapevolezza della caducità del tempo e delle cose.
Il 1933, quarto anno della grande depressione, diventa anche lo spartiacque per le imprese del bandito e della sua gang rispetto ad un mondo avviato ad una trasformazione necessaria alla sua sopravvivenza.

Icaro moderno, ma anche modello di una gioventù bruciatà sull'altare del progresso, Dillinger affronta il suo destino con la spavalderia di chi non ha nulla da perdere e con i modi eleganti delle star cinematografiche di cui si nutre il suo immaginario e che non mancano di ripresentarsi nei borsalini impeccabilmente calati sullo sguardo tenebroso, o nella conferenza stampa all'indomani della sua cattura, quando alla pari di un novello George Clooney gigioneggia con i giornalisti accorsi ad intervistarlo.
Espressione distorta dei valori fondanti della nazione americana (successo, denaro, individualismo), Dillinger è un uomo sorpassato da una società che ha trovato la modernità in un'economia in cui il denaro viene sostituito dalle speculazioni finanziarie e le sicurezze in un'organizzazione anticrimine i cui metodi, compresa la tortura, ricordano da vicino quelli usati per i prigionieri di Guantanamo.
La leggenda che accompagna le sue imprese (nelle stanze del potere come nelle pagine dei giornali non si parla d’altro) è scandita da una vertigine esistenziale che non si ferma neanche di fronte al grande amore (Billie Frechette) e che deve confrontarsi con un alter ego altrettanto determinato (il poliziotto Elvis Purvuis, ingaggiato da E. Hoover per catturare il fuorilegge), ma come lui espressione di un'America che reagisce allo smarrimento dei tempi, radicalizzando i valori di una vita.

Sulla base di una struttura ormai nota (il duello a distanza tra l'antieroe e la sua nemesi, la consapevolezza di un destino ineluttabile, la distanza tra il mondo ideale e quello immaginato) Mann continua un percorso di cineasta che riesce ad essere innovativo ed allo stesso tempo tempo funzionale all'apparato produttivo che lo sostiene.
Sovrapponendo le componenti divistiche del personaggio reale a quelle artistiche dell'attore che lo impersona (un Johnny Deep decisivo per la veicolazione dell'opera), Mann annulla le distanze con il passato, cristallizzandolo in un presente che sembra ieri, grazie ad un utilizzo del mezzo digitale, che se da una parte penalizza il film sotto il profilo dell'immaginario filmico, togliendogli quella patina di finzione che costituisce anche il suo lato più affascinante, dall'altra lo rinforza sia in termini percettivi, per la forza di immagini rubate agli ambienti più improbabili (l'interno di una macchina d'epoca o il locale simil 'Cotton Club' in cui Dillinger incontra la sua amata) e nelle condizioni più difficili (per la capacità di mantenere inalterata la profondità di campo anche in condizioni di scarsa visibilità), che di verosimiglianza, per la caratteristiche del mezzo di restituire i particolari di un ambiente (filologicamente riproposto da locations che a suo tempo furono testimoni di quegli avvenimenti) o la fisognomica dei protagonisti.

Sviluppato in maniera classica, con un perfetto equilibrio tra i momenti di azione (un classico dei film del regista) e quelli riservati alla progressione del racconto, Nemico Pubblico riesce anche ad essere altro, ritagliandosi momenti di cinema espressionista, con ombre che si allungano sulle pareti o che si sostituiscono alle stesse figure umane (spesso letteralmente risucchiate all'interno di uno sfondo indefinito), oppure crepuscolare, per la prevalenza dei toni notturni e delle penombre che sembrano evocare le incertezze di un epoca di piena transizione.

Ma Michael Mann è comunque abile a mischiare le carte, evitando pericolosi sbilanciamenti a favore di questa o quella componente, orchestrando un ritmo interno alle singole scene, in cui la staticità del movimento è continuamente interrotta dalla frammentazione di inquadrature che cambiano continuamente prospettiva o sono sistematicamente decentrate rispetto all'oggetto della loro osservazione.

Supportato dal miglior Johnny Deep degli ultimi tempi, finalmente in un ruolo che lo allontana da pericolose derive manieristiche, e corroborato da una serie di comprimari che possono vantare addirittura un Oscar (Marion Cotillard nel ruolo di Billie Frechette) oppure il carisma per ruoli di primo piano (Christian Bates), Nemico Pubblico conferma anche una venerazione attoriale che si traduce in una specie di chiamata alle armi da parte di attori già affermati, disposti anche a ruoli di contorno pur di partecipare all’ennesima impresa artistica.

giovedì, novembre 05, 2009

Film in sala dal 6 novembre

Alza la testa
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Alessandro Angelini

Anno uno
( Year One )
GENERE: Comico, Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Harold Ramis

Berlin Calling
( Berlin Calling )
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Germania


L'uomo che fissa le capre
( The Men Who Stare at Goats )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Grant Heslov

Marpiccolo
( Marpiccolo )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Alessandro Di Robilant

Nemico Pubblico
( Public Enemies )
GENERE: Azione, Drammatico, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Michael Mann

martedì, novembre 03, 2009

Zack e miri make a porno

Kevin Smiths è forse il rappresentante più iconoclasta fuoriuscito dalla fucina di quel Sundance che proprio in questi giorni torna a far sentire la sua impronta grazie all’ultimo Tarantino: a corto di memoria cinefila e per niente allettato dalle lusinghe delle grandi produzioni, a cui peraltro non potrebbe offrire progetti ad ampio respiro, ma soprattutto limitato dalla magnifica irriverenza con cui tratteggia da anni i luoghi comuni della cultura popolare (soprattutto cinema e cartoon), Smith continua a disegnare le sue striscie di celluloide attorno alla variopinta umanità che costituisce il tessuto culturale ed economico di un America ferocemente condizionata dal monopolio delle grandi catene commerciali.

Personaggi abituati a consumare in fretta interessi e passioni; feroci catalogatori di abitudini e tendenze, tracimate attraverso una visione del mondo a dimensione personale eppure capace di parlare un linguaggio universale perché nutrito dagli stessi bisogni consumistici dei loro spettatori. Una generazione da sempre abituata a sbarcare il lunario con stratagemmi tanto assurdi quanto divertenti, e che qui, dopo i riferimenti più o meno espliciti dei precedenti episodi
(ricordiamo l’esibizione erotica con l’Asino nell’ultimo “Clerks 2”) si cimenta nella mercificazione dell’atto amoroso concepito come mero strumento di guadagno ed allo stesso tempo cinico artificio per mascherare la vulnerabilità della sfera sentimentale.

Senza soldi e con l’affitto da pagare, Zack e Miri ( rispettivamente Seth Rogen ed Emily Banks) sono i protagonisti di un menage che si ferma davanti alle rispettive camere da letto (il sesso complica i rapporti) fino a quando i due, costretti dalle ristrettezze economiche, decidono di risolvere i loro problemi problemi girando un film porno, in cui, insieme ad improbabili compagni di lavoro, dovranno rompere il patto di astinenza, consumando la loro prima volta davanti all’occhio delle telecamere.

Girato con una scioltezza e una semplicità che da sole sono già un atto di irriverenza verso le regole di un movimento (indie) a cui piace esibire il proprio talento, “Zack e Miri” gioca con lo spettatore attraverso la solita costellazione di situazione irriverenti e battute al fulmicotone, in cui la presa in giro di quel film (l’ultimo Superman sbeffeggiato attraverso la proposizione di un Brandon Routh che interpreta un attore porno dichiaratamente gay) o di quella categoria (l’afroamericano ossessionato da possibili riferimenti razzistici) diventano il modo migliore per liberarsi dai propri pregiudizi. Ma questa volta il pretesto è troppo debole per sostenere il parolaio di caratteri e situazioni, mentre la regia, abituata all’esternazione incondizionata, non riesce a cortocircuitare i limiti di una visibilità legata alla commerciabilità del prodotto: Zack e Miri sono troppo buoni ed innamorati per creare scompiglio, mentre i loro compagni di viaggio assomigliano ad i motivi disegnati su una carta da parati. Così facendo il film si sposta sempre di più sulla coppia impegnata a risolvere i propri dilemmi amorosi e tralascia i motivi di interesse (e divertimento) legati alla sgangherata produzione del porno movie. Fatta eccezione per la scena in cui il tifoso ubriaco si ritrova nel mezzo di un amplesso organizzato all’interno del locale dove Zack lavora, riproposizione di un idea di un cinema “casalingo” che appartiene di diritto alla biografia del regista (“Clerks” fu realizzato nell’emporio dove Smith lavorava come commesso), e per le sorprese relative alla festa con i vecchi compagni di scuola, costruite su misura per ribaltare il mito di giovinezza troppo spesso idealizzata e qui demolita attraverso la figura del campione di football di cui Miri è innamorata, la storia procede senza particolare originalità verso uno scontato lieto fine. Occasione mancata o rischio calcolato, Zack e Miri rimane un'altra tappa, seppur deludente, di una commedia umana da dimenticare per i visitatori occasionali, ma comunque imprescindibile per gli aficionados del regista americano.

venerdì, ottobre 30, 2009

Oggi sposi

Quattro coppie a un passo dall'altare, tra preparativi e mille peripezie.
Un poliziotto di origini pugliesi (L. Argentero) vuole in sposa la figlia (M. Atias) dell'ambasciatore dell'India ma deve fare i conti con un padre contadino tradizionalista (M. Placido);
L'aiuto cuoco (D. bandiera) e la cameriera (I. Ragonese) poveri in canna, alle prese con decine di invitati; Un giudice (F. Nigro) che si invaghisce della giovanissima fidanzata (C. Crescentini) del padre settantenne (R. Pozzetto); Un Giovane finanziere rampante (F. Montanari) e una soubrettina (G. Pession) alle prese con la preparazione del loro matrimonio tra paparazzi, presunti vip e servizi in esclusiva.
OGGI SPOSI è una commedia sul matrimonio che copre il periodo che va dalla dichiarazione ufficiale fino al giorno del fatidico "si".
Il film è divertente e riesce a far ridere tenendosi lontano dalle volgarità che ormai imperversano nella (presunta) commedia all'italiana.
Dei quattro segmenti che compongono il film quello riguardante i due precari (Bandiera-Ragonese) è senza dubbio il più debole e peggio interpretato.
Ottime prove per F. Montanari (il "libanese" della serie tv Romanzo Criminale) e G. Pession, oltre ad un convincente L. Argentero.
Ma il vero mattatore del film è uno stratosferico Michele Placido in versione comica come non si era mai visto.
Placido interpreta Sabino, il padre di Argentero, un contadino pugliese rozzo, che vive nella sua masseria con moglie e fratello e che si trova di fronte l'ambasciatore indiano in Italia, suo futuro suocero, con il quale organizzare le nozze.
Un film nel film, quello di Placido, che fornisce prova tangibile di come un grande attore riesca ad adattarsi a qualsiasi ruolo rimanendo credibilissimo.
Il film di Lucini è ben confezionato, il regista non si limita a posizionare la macchina da presa in faccia a chi parla e la scenggiatura condita da intercettazioni, silicone e furbetti del quartierino è più che mai attuale.
OGGI SPOSI con le sue quattro storie distinte che finiscono per incrociarsi e con i personaggi ovviamente estremizzati, è una commedia ben fatta che fornisce un quadro abbastanza (in)credibile della realtà italiana.
Prodotto commerciale che riesce a ridare dignità alla commedia all'italiana

giovedì, ottobre 29, 2009

Film in sala dal 30 ottobre

Michael Jackson's This Is It
( Michael Jackson's This Is It )
GENERE: Documentario, Musicale
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Kenny Ortega

Amore 14
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Federico Moccia

Capitalism: a Love Story
( Capitalism: a Love Story )
GENERE: Documentario
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Michael Moore

Il nastro bianco
( Le Ruban blanc (Das Weisse Band) )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Austria, Germania, Francia
REGIA: Michael Haneke

Nel paese delle creature selvagge
( Where the Wild Things Are )
GENERE: Fantasy, Avventura
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Spike Jonze

lunedì, ottobre 26, 2009

LA DOPPIA ORA

La doppia Ora
di Fabrizio Luperto

Sonia (K. Rappoport) è slovena di Lubiana, ma di padre italiano; si guadagna da vivere lavorando come cameriera in un hotel di Torino.
Guido (F. Timi) è un ex poliziotto che ora fa il guardiano in una lussuosa villa.
Dopo un solo incontro avvenuto durante uno speed date, i due provano una profonda attrazione che potrebbe trasformarsi in storia d'amore.
I produttori de LA RAGAZZA DEL LAGO (2007), a mio avviso un film molto sopravvalutato, rigiocano la carta del film di genere e, come nella precedente occasione, stanno attenti a non discostarsi eccessivamente dai gusti dello spettatore televisivo.
Mi spiego meglio. Regista e produttori de LA DOPPIA ORA si preoccupano di aiutare lo spettatore e forniscono almeno due elementi affinché la lettura del film non risulti troppo complicata (parlo sempre di standard televisivi).
Il primo suggerimento lo troviamo già nel titolo, che preannuncia una doppia "verità" o comunque una doppia dimensione; il secondo consiste nel fatto che il protagonista maschile muore dopo mezz'ora di film, facendo drizzare le antenne allo spettatore che a questo punto sa benissimo che prima o poi riapparirà (in sogno? in un altra dimensione?).
Detto questo, bisogna sottolineare che LA DOPPIA ORA è film nettamente superiore a LA RAGAZZA DEL LAGO; è scritto in maniera sintetica e senza inutili divagazioni, la sceggiatura è ben calcolata con i suoi colpi di scena ogni mezz'ora e il regista bluffa (un classico in questo genere di pellicole) restando nei limiti della decenza.
Ottima Ksenia Rappoport, premiata come miglior attrice a venezia 2009, che ripete la bella prova offerta ne LA SCONOSCIUTA (2006).
L'attrice russa, a mio parere, dovrebbe valutare meglio le offerte che le giungono, per non rischiare di ritrovarsi protagonista di film che potrebbero offuscare la sua bravura, come successo con L'UOMO CHE AMA (2008) e ITALIANS (2009).
Bravo Filippo Timi nell'interpretare un personaggio che deve fare i conti con un oscuro passato e sempre in bilico tra estrema lucidità e crisi di nervi.
Il film di Capotondi è un film di genere abbastanza maturo, un noir che non delude e che merita la visione.

Fabrizio Luperto

venerdì, ottobre 23, 2009

THE INFORMERS

Probabilmente assuefatto al successo letterario, Brett Easton Ellis sembra deciso ad impegnarsi anche nel cinema, e nel giro di poco tempo è riuscito a trasportare su pellicola una manciata di libri che a suo tempo lo avevano riportato all'attenzione degli appassionati, dopo un periodo di relativo anonimato: il primo di questi è appunto "The Informer", affresco generazionale ed anche epitaffio di una stagione come quella degli anni 80, di cui Ellis fu un dei massimi cantori, e che anche qui, seguendo il modello della pagina scritta, viene fotografata attraverso una serie di storie incrociate, in cui l’insoddisfazione personale e la superficialità dei rapporti umani diventa il motivo di unione delle differenti esperienze.

Ambientato nella Los Angeles del 1983, anno cruciale per la scoperta del virus dell'Aids determinante per le influenze sui costumi sessuali di quel periodo, The Informers ci catapulta immediatamente nel clima di quegli anni a colpi di decibel (New Cold Dream dei Simple Minds) e corpi danzanti, in un deliquio generale di ambiguità e rimandi sessuali.
Il disimpegno come laboratorio di dinamiche sociali, in cui l'agone della gioventù benestante sfoga il bisogno un affettività familiare sacrificata alla sicurezza degli oggetti.
Un crescendo emotivo interrotto bruscamente da un incidente mortale che cambia il volto del film.
Siamo solo agli inizi, ma da quel momento il film sembra quasi fermarsi, mentre cerca di raccontare le conseguenze del tragico evento su un nucleo di persone diversamente legate allo scomparso.
Una compagnia di amici legata dalle convenienze sociali, due belli e dannati in cerca di nuove esperienze, il produttore cinematografico passivamente indeciso tra la giovane amante ed una moglie depressa, il portiere d’albergo coinvolto da un losco lestofante nel rapimento di un bambino e la star musicale distrutta dalla droga sono il milieu scelto dal regista per declinare il decennio.

Peccato che la desolazione ed il deserto sentimentale derivi più che altro dalla presenza di interpreti che vissero in quegli anni il massimo fulgore e che qui sovrappongono il loro declino personale e quello dei personaggi interpretati: Mickey Rourke, alle prese con l'ennesimo ruolo di bad guy, Kim Basinger impegnata a rinverdire la sua fama di irresistibile mangiauomini, Wynona Ryder a cui sono rimasti solo gli occhi di cerbiatto ed anche Brad Renfro, segnato da una vita vissuta al limite e qui alla sua ultima interpretazione (il film è dedicato alla sua memoria), sono gli scalpi rubati ad un epoca che è già diventata passato remoto.
Il film rievoca queste facce e questi corpi, limitandosi ad illustrare tutto il resto nella perfezione di immagini che spengono qualsiasi introspezione e lasciano lo spettatore nell’indifferenza del già visto.

Gregor Giordan, scelto per motivi di logiche produttive, non rischia niente e si limita ad esporre la merce a sua disposizione (su tutti Amber Heard, generosa protagonista di nudi alla Helmut Newton), sorvolando quando invece si tratterebbe di approfondire (la presenza degli episodi che coinvolgono Mickey Rourke e Brad Renfro da una parte e Taylor Pucci e Chris Isaak sembrano più una svista del montatore che una reale necessità).
L'interesse dell’operazione si riduce ad un catalogo di cose e situazioni che, tolte dal contesto storico in cui sono inserite, potrebbero appartenere all'inutile di ogni epoca ed una volta tanto bisogna rendere merito alla mancata (fin qui) distribuzione dello stesso nelle sale italiane.

La ragazza che giocava con il fuoco

di PARSEC

Scheletri nell’armadio e fantasmi del passato tornano a perseguitare la cazzutissima hacker Lisbeth Salander che con l’ostinazione della bestia ferita si barrica dentro il suo cuore-marmo-di-carrara senza mostrare il minimo segno di cedimento di fronte ai super cattivi i quali solo vagamente scalfiscono la sua scorza dura di vittima risentita e risoluta giustiziera.
Amorevolmente ma poco efficacemente sorvegliata a distanza dall’amico giornalista-custode, subisce senza battere ciglio la sua massiccia dose annuale di maltrattamenti tanto feroci da spezzare Rambo ma non la nostra eroina sempre più dark che, nonostante il destino avverso e un corpicino da teenager, mai presta il fianco alla scioglievolezza di lindor e dunque investiga, si nasconde, scappa, si traveste (ad un certo punto e senza una ragione mostra un trucco al viso che ricorda l’ultimo joker in batman) le prende e le dà, soffre e soprattutto fuma troppe sigarette, non ride mai e ha sempre gli stessi vestiti da fan dei Cure.

In questo secondo episodio della trilogia sono cambiati regista e sceneggiatori e si sente. Mancano quella bella atmosfera alla Chandler e la compattezza narrativa che avevano fatto del precedente un buon film di genere. Qui siamo alla fiction tv. Il film è zoppo: forse gli autori confidano che il pubblico si appoggi al ricordo del prequel non tanto ai fini della storia quanto per attingere ad emozioni che qui mancano. È brutto: non c’è coinvolgimento, non ci sono paura, suggestione, suspense, orrore, la storia che sulla carta dovrebbe essere intrigante diventa banale e meno emozionante dell’ ‘ora esatta’ che davano una volta sulle reti rai. Insomma, sembra che regista e sceneggiatori abbiano deciso che sarebbe stato il pubblico a fare tutto il lavoro al posto loro e il risultato è la noia: mentre Uomini che odiano le donne era autonomo, questa Ragazza che gioca col fuoco puzza di film di transizione (non c’è nemmeno il tempo fisiologico del finale dopo il momento topico del film), non aggiunge niente a quello che già sapevamo e non riesce nemmeno a creare un alone mitico, anche solo per accumulo e ridondanze, intorno al personaggio protagonista che al contrario cade più volte nel grottesco.

Voto 4

giovedì, ottobre 22, 2009

Film in sala dal 23 ottobre

Bruno
( Brüno )
GENERE: Commedia, Parodia, Farsesco
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Larry Charles

Io, Don Giovanni
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Germania, Italia
REGIA: Carlos Saura

Julie & Julia
( Julie & Julia )
GENERE: Biografico, Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Nora Ephron

La battaglia dei Tre Regni
( Red Cliff )
GENERE: Fantasy, Avventura
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Cina
REGIA: John Woo

Lebanon
( Levanon )
GENERE: Drammatico, Guerra
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Israele
REGIA: Samuel Maoz

Oggi sposi
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Luca Lucini

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il Diavolo
( The Imaginarium of Doctor Parnassus )
GENERE: Fantasy, Avventura
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Canada, Francia, Gran Bretagna, USA
REGIA: Terry Gilliam

giovedì, ottobre 15, 2009

Gamer

Recensione di Gamer pubblicata su ONDACINEMA.IT

La rappresentazione di una società asservita e manipolata da oscuri cospiratori è una delle tematiche più frequenti del cinema fantapolitico ed anche la presenza della componente ludica come elemento catalizzatore di questa dipendenza (dal capostipite "Rollerball" di cui esiste pure un inguardabile remake a "The running man" di PM Glaser con Schwarzenegger) è solo una variante, peraltro piuttosto sfruttata in questo tipo di operazioni.

In questo caso il grande fratello di turno risponde al nome di Ken Kastle, un genio del male che produce giochi, in cui l'elemento virtuale viene sostituito da esseri umani in carne ed ossa che lottano per la propria sopravvivenza, sullo sfondo di uno scenario apocalittico.

Il successo del prodotto e la legittimazione del controllo sociale vengono messi in discussione quando Kable, la star indiscussa del gioco si ribella al suo destino di schiavitù ed inizia un percorso in cui la vendetta personale diventa il viatico per il ritorno alla vita.

CONTINUA A LEGGERE LA RECENSIONE SU ONDACINEMA.IT !!!

Film in sala dal 16 ottobre

Up
( Up )
GENERE: Animazione
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Peter Docter, Bob Peterson

Di me cosa ne sai
GENERE: Documentario
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Valerio Jalongo, Francesco Apolloni, Giulio Manfredonia

Funny People
( Funny People )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Judd Apatow

Genova
( Genova )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Gran Bretagna
REGIA: Michael Winterbottom

Halloween II
( H2: Halloween II )
GENERE: Horror
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Rob Zombie

Lo spazio bianco
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Francesca Comencini

Orphan
( Orphan )
GENERE: Horror, Thriller, Mystery
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Jaume Collet-Serra

Viola di mare
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Donatella Maiorca

lunedì, ottobre 12, 2009

TENDERNESS

La cognizione del dolore attraverso i gesti di una quotidianità, sofferta ma indispensabile a reiterare la sensazione di esistenza, altrimenti percepità come vuoto asettico ed impalpabile. Il tentativo di afferare la vita riproducendola secondo lo schema preordinato di un misterioso demiurgo. Strade solitarie ed interminabili si presentano davanti ai tentativi di cambiare lo stato delle cose. Eric Poole è un diciottenne che ha ucciso i propri genitori per preservare un terribile segreto.

Uscito anzitempo di prigione trova ad aspettarlo il detective Cristofuoforo (Russel Crowe), convinto della sua natura psicopatica e deciso ad impedire nuovi misfatti, e Lori, una ragazza che in qualche modo sembra essere a conoscenza dell’oscuro passato del giovane. Un triangolo eterogeneo ma unito da una condizione di sofferenza che assume le forme di una dipendenza verso le vite degli altri, scandagliate con metodicità ed umana dedizione (il detective), distorte dalla fantasia di un adolescenza turbata dalle precoci attenzioni degli adulti (Lori), ed infine distrutte (Eric) nel tentativo di afferrare quella felicità negata dalla natura della propria condizione.

Roger Polson dopo una manciata di esperienze dedicate al cinema di genere esordisce in quello d’autore con un opera che deve molto al cinema di Clint Eastwood, a cominciare dall’aspetto visuale, calorosamente raggelato dalla telecamera di Tom Stern, operatore di fiducia nel magnifico settantenne, e anche qui capace di fondere la tensione morale dei personaggi, sempre sul punto di esplodere in un azione definitiva, con l’immota presenza di un paesaggio, geografico ed umano, che sembra confermare nella sua distaccata partecipazione, le insondabili ragione delle meccaniche celesti. Polson filma con discrezione, lasciando fuori campo sensazionalismi e facili pruderie, per concentrarsi sul privato di una vicenda che inizia come un road movie, con i due giovani che si avviano verso un fatidico appuntamento, attraverso un America da quadro Hopperiano, frantumata in una costellazione interminabile di spazi limitati e prospettive siderali, ed assume le caratteristiche di una detection, quando Cristuoforo, a sua volta prostrato da un privato altrettanto straziante (deve accudire la moglie in coma vegetativo), insegue la coppia con un attitudine che trova le proprie motivazioni nel tentativo di arginare, anche per interposta persona, la scia di afflizione che lo pervade. La macchina da presa si cala lentamente nell’inferno quotidiano rispettando gli spazi del pudore e così facendo sembra offrire i margini di un possibile cambiamento; movimenti che traducono in immagini i pensieri dei personaggi, senza alterare la registrazione del presente.

Abiti stazzonati e fisico appesantito Russel Crowe nella parte del malinconico poliziotto è perfetto nel tratteggiare l’impotenza di un uomo che non riesce a cambiare il corso delle cose, mentre i due giovani attori, John Foster, nei panni di un uomo dominato dai propri fantasmi e Sophie Traub, in quelli della innamorata non corrisposta hanno la giusta dose di freschezza, per rappresentare lo smarrimento di una gioventù precocemente interrotta. Il film, ancora non distribuito sul mercato americano, forse per l’eccessivo pessimismo o più probabilmente per l’understatement interpretativo della sua star, è tratto da un romanzo del defunto Robert Cormier, autore di un certo interesse per il modo crudo e diretto con cui affronta il disagio del mondo giovanile. Una bella sorpresa che gli esercenti non dovrebbero far mancare al pubblico nostrano.

giovedì, ottobre 08, 2009

Film in sala dal 9 ottobre

Barbarossa
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Renzo Martinelli

Fame – Saranno Famosi
( Fame )
GENERE: Commedia, Musicale
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Kevin Tancharoen

La doppia ora
GENERE: Drammatico, Giallo, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Giuseppe Capotondi

Le mie grosse grasse vacanze greche
( My Life in Ruins )
GENERE: Commedia, Romantico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Spagna, USA
REGIA: Donald Petrie

Motel Woodstock
( Taking Woodstock )
GENERE: Commedia, Musicale
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Ang Lee

Ricky
( Ricky )
GENERE: Commedia, Drammatico, Fantasy
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: François Ozon

mercoledì, ottobre 07, 2009

TRIS DI DONNE E ABITI NUZIALI

Franco Campanella (Castellitto) è un cinquantenne pensionato delle poste schiavo del gioco d'azzardo.
Uomo dalle poche qualità, anche davanti al tavolo verde, rovina la propria esistenza e quella della propria famiglia a causa dei debiti contratti per soddisfare l'ossessione del gioco.
Il regista e sceneggiatore Terracciano traccia bene la personalità di un perdente, attorniandolo con figure femminili forti: una moglie grintosa (Gedeck) e una figlia colta e sensibile (Rea).
Terracciano ambisce a rinverdire la tradizione della gloriosa commedia all'italiana di spessore, e per tutta la prima parte del film ci riesce, grazie ad alcuni passaggi azzeccati.
Nella seconda parte del film, quando è palese che il regista ambisce alla risata e alla lacrima di stampo Eduardiano, il film si inceppa.
Terracciano è indeciso sulla strada da seguire e cerca di mantenere un equilibrio che non porta a nulla.
Ne consegue che le sequenze dove si sarebbe dovuto virare decisamente sul grottesco (tutta la famiglia che inizia a giocare d'azzardo) e quelle decisamente più drammatiche (le minacce di morte ricevute dal protagonista) risultino piatte e inspiegabilmente sobrie.
Da segnalare alcuni buoni passaggi come la scena di sesso orale (che non si vede) con in primo piano un vassoio di babà e la scena finale con Castellitto di fronte al mare che riproduce il quadro che aveva notato sul diario della figlia.
Sempre brava Iaia Forte nel concentrare in poche battute una certa femminilità tutta partonopea e immancabile grande prova di Sergio Castellitto.
Un film tutto sommato consigliabile che ha però l'aria di essere una occasione persa.

lunedì, ottobre 05, 2009

BAARÌA

BAARÌA può essere considerato l'ultimo capitolo, di una ideale tetralogia composta da NUOVO CINEMA PARADISO, L'UOMO DELLE STELLE e MALENA.
Baarìa è uno dei film più ambiziosi della storia del cinema italiano, un film grande come una montagna che avrebbe potuto schiacciare qualsiasi regista, ma non Tornatore, da sempre sicuro di poter maneggiare la materia, grazie al suo grande senso del cinema.
Da sempre alla ricerca del kolossal, Tornatore utilizza immagini, suoni, facce, sangue, sofferenze e sogni della sua terra per dare vita ad una smisurata epopea della miseria.
Lo dico subito, Baarìa è film che merita di essere visto ma che rischia di essere l'autocelebrazione di un regista da sempre desideroso di sfoggiare la sua arte.
A fare di Baarìa un buon film sono quasi, beffardamente, i soliti difetti di Tornatore, che in questo contesto trovano facile e buona collocazione, ovvero l'eccessiva enfasi visiva (e musicale) e l'incessante susseguirsi di scene madri, insomma tutto è sopra le righe come del resto deve essere in un kolossal di tale portata.
25 milioni di euro, a cui vanno aggiunti quelli da spendere per il lancio pubblicitario dopo la scontata canditatura italiana all'Oscar, non si recuperano facilmente se non con la vendita del film sui mercati esteri.
Anche per questo motivo Baarìa è un prodotto studiato nei minimi particolari per non urtare la suscettibilità dello spettatore e sopratutto per consegnare al pubblico d'oltreoceano una Sicilia quanto più possibile vicina a quella che le attuali generazioni di italo-americani hanno ereditato dai racconti dei loro nonni.
A questo scopo Tornatore si preoccupa di sfumare i ricordi di mafia, fascismo e guerra.
Quasi tutte le scene che riportano eventi particolarmente gravi, come gli arresti di oppositori del regime, morti, connivenze tra politici e mafia si chiudono con una battuta comica o vengono interamente rappresentate in maniera farsesca.
Peppuccio Tornatore costruisce un film con una sceneggiatura ad orologeria dove ogni scena potrebbe avere vita propria, dove le figure di secondo piano, tutti volti notissimi al grande pubblico, si prendono la scena e si sovrappongono a quelle dei protagonisti allo scopo di evitare di inflazionare la figura dei personaggi principali rischiando di fare del film una saga familiare.
E' però indubbio che in Baarìa ci sono momenti di ottimo cinema, come ad esempio la descrizione della vita di partito all'interno della sezione del PCI, con uno straordinario Michele Placido che con la sua interpretazione ricorda in maniera impressionante (almeno per me) lo storico dirigente comunista Emanuele Macaluso.
Particolare attenzione va data anche all'uso che fa Tornatore delle sequenze riservate alle corse dei bambini, meccanismo che ha il compito di innescare nello spettatore sensazioni di stupore, fantasia e meraviglia e che simboleggiano contemporaneamente l'inseguimento di un (qualsiasi) sogno e la fuga da una situazione di miseria (economica, culturale) da parte delle giovani generazioni.
Discorso a parte merita il finale del film, che in realtà non c'è.
Tornatore non chiude il film, probabilmente perché non ha raccontato una storia, ma ha scavato nella propria memoria alla ricerca di ricordi, situazioni e stati d'animo da imprimere su pellicola.
Da sottolineare la bella prova di Lina Sastri, intensa Mater Lacrimorum.

giovedì, ottobre 01, 2009

Film in sala dal 2 ottobre

Bastardi senza gloria
( Inglourious Basterds )
GENERE: Azione, Guerra, Avventura
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Quentin Tarantino

Biancaneve e gli 007 nani
( Happily N'Ever After 2 )
GENERE: Animazione, Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Steven E. Gordon, Boyd Kirkland

Incubo bianco
( Whiteout )
GENERE: Azione, Drammatico, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Canada, USA
REGIA: Dominic Sena

L'artista
( El Artista )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Italia, Argentina
REGIA: Mariano Cohn, Gaston Duprat

Trilli e il tesoro perduto
( Tinker Bell and the Lost Treasure )
GENERE: Animazione, Fantasy, Family
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Klay Hall

Un amore all'improvviso
( The Time Traveler's Wife )
GENERE: Drammatico, Fantascienza, Sentimentale
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Robert Schwentke

lunedì, settembre 28, 2009

L'ERA GLACIALE 3 - L'ALBA DEI DINOSAURI

L'ERA GLACIALE 3 è una sorta di JURASSIK PARK infarcito di buoni sentimenti e ovviamente di citazioni di altri film fantasy.
I progressi della casa di animazione Blue Sky, che produce il film, sono quasi impercettibili e riguardano esclusivamente l'espressione dei personaggi.
La terza avventura dei nostri eroi è come sempre divertente, anche se questa volta siamo leggermente al di sotto dello standard a cui eravamo abituati.
Il film è come al solito ben confezionato, i dialoghi sono brillanti, ma i personaggi iniziano ad inaridirsi e avrebbero bisogno di qualche nuova trovata che li renda meno prevedibili.
Sempre attenti ad accontentare tutti, gli autori mancano di coraggio nello sviluppare la storia, ma il messaggio di tolleranza e di rispetto delle diversità arriva sicuramente a bersaglio.
Discorso a parte merita il mitico scoiattolo Scrat che in questa occasione deve far fronte alle tentazioni di una affascinante scoiattolina che tenterà di distrarlo dalla sua interminabile caccia al "tesoro".

BASTA CHE FUNZIONI

Dopo la trasferta europea che ha portato risultati altalenanti, Woody Allen ritorna su buoni livelli grazie alla miracolosa aria di casa.
Boris Yellnikoff (Larry David) è un ex professore di fisica nevrotico, ipocondriaco e con un matrimonio fallito alle spalle, che si innamora di Melodie (Evan Rachel Wood) una ragazza molto più giovane di lui e finisce per sposarla.
Ovviamente Boris altri non è che l'alter ego di Woody Allen, che per un'ora e mezza arringa lo spettatore con il suo pessimismo cosmico, ferreo ateismo, e nevrosi varie, proprio come ai bei tempi.
Non manca un altro elemento classico dei film di Woody Allen, ovvero l'arrivo in città dei non newyorkesi, visti a seconda delle situazioni, come dei sempliciotti o come dei barbari.
BASTA CHE FUNZIONI è un ritorno al passato, non c'è niente di nuovo che Woody Allen non ci abbia già detto, ma nonostante questo, il film è molto gradevole e sopratutto ben interpretato.

giovedì, settembre 24, 2009

Film in sala dal 25 settembre

G-Force : Superspie in missione
( G-Force )
GENERE: Azione
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Hoyt Yeatman

Baarìa - La porta del vento
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Giuseppe Tornatore

High School Band
( Bandslam )
GENERE: Commedia, Musicale
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Todd Graff

Il maledetto United
( The Damned United )
GENERE: Biografico, Drammatico, Sportivo
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Gran Bretagna
REGIA: Tom Hooper

La ragazza che giocava con il fuoco
( Flickan som lekte med elden )
GENERE: Poliziesco, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Svezia
REGIA: Daniel Alfredson

martedì, settembre 22, 2009

Pelham 1-2-3: ostaggi in metropolitana

Premessa: non svelo il finale, ma racconto abbastanza della trama, pertanto siete avvertiti! In ultimo, perdonate l'indecenza della mia scrittura.

Prafrasando nickoftime, Tony Scott è il regista testosteronico per eccellenza, tutto muscoli, esplosioni, inseguimenti d'auto acrobatici e bim bum bam!: montaggio dinamico delle scene, uso compulsivo di sequenze accelerate e poi rallentate, patinatura delle immagini in puro stile videoclip, colori saturi.
"Pelham 1-2-3: ostaggi in metropolitana" si può ascrivere senza dubbio tra i migliori contributi tecnci del regista alla spettacolarità hollywoodiana, ma per il resto resta purtroppo una tentativo incompiuto di raccontare le paure dell'America.

Walter Garber (Washington), uomo di mezza età imbolsito e senza più molte aspetattive è un dirigente corrotto della azienda metropolitana newyorkese che è stato retrocesso a controllore dei treni. Una sera come tante si ritrova in ufficio a coordinare la consueta routine lavorativa: Garber conosce tutti, nella sua carriera ha rivestito tutti i ruoli aziendali confrontndosi con i più diversi compiti. Prima di venir declassato si occupava di acquisti, ma una tangella di troppo lo fregò. Quella notte è assorbito dalle solite faccende: comunciazioni coi macchinisti, gestione di varie emergenze sulle molte linee della metro. Il movimento anomalo di un convoglio, il Pelham 123, in senso contraio alla sua prevista direzione di marcia, cattura la sua attenzione. Dopo un fallito tentativo di mettersi in comuncazione con il macchinista, dalla centrale di controllo scattano tutti i controlli possibili. Cosa succede? perchè il macchinista non risponde? Perchè il convoglio va al contrario?
Ed il bubbone presto scoppia.

Un manipolo di delinquenti senza scrupoli, armati fino ai denti, capitanati da un tal Ryder - un John Travolta davvero truce e spietato - tiene sotto sequestro una carrozza dei treni. La richiesta di riscatto è un sacco di milioni di dollari da consegnarsi entro un'ora, pena la uccisione degli ostaggi.
Ryder non ammette ridardi: promette un morto per ogni minuto di ritardo nella consegna.
La polizia invia subito sul posto un negoziatore professionsta (Turturro) che, dopo il primo morto, è subito rimpiazzato dallo stesso Garber, su volere esplicito di Ryder. Tra i due nasce un dialogo serrato che diverte il malvivente ed allo stesso tempo rafforza Garber.
Con sorpresa di tutti, Garber si rivela un'abile negoziatore e ben presto verrà cataupultato in un'impresa di salvataggio impossibile che mieterà i propri morti senza esclusione di colpi e che animerà lo schermo con distruzioni spettacolari.
In tutto questo pandemonio viene coinvolto anche il sindaco di New York (Gandolfini) ad un passo dalla rielezione.

Dopo la tragedia delle due torri ritornano i grandi temi della paura: terrorismo, crisi economica, attacchi al cuore del sistema. New York rivive il suo inferno in un action movie che strizza l'occhio al trhiller fantapolitico.
Pelham 1-2-3 è il rifacimento di un film del 1974, una sua rivisitazione ipertecnologica e attualizzata dopo l'avvento dei più grossi terrori dell'America. E dagli ostaggi emergono le storie dell'America moderna, di quella gente comune che deve fare i conti tutti i giorni con le ombre e le ferite di un Paese diviso da potentati, classismi e ingiustizie.

Non ci sono più divisioni nette tra i buoni ed i cattivi, tutti hanno qualcosa da nascondere, di cui non andare fieri, tutti sono stati toccati dal peccato originale che ha fatto perdere all'America la propria innocenza.
E proprio in questo coacervo di storie "assassine" di vario livello si consuma l'ennesimo scontro tra bene e male, nella dura legge della sopravvivenza.

Sul piano narrativo il film fa la sua parte, la sceneggiatura risulta ben scritta ed i dialoghi hanno notevole rilevanza. Chi ha amato "il negoziatore" troverà qui qualche scampolo di soddisfazione.

Turturro è piuttosto lasciato all'angolo e dispiace vederlo ristretto ad una sorta di cameo.
Denzel Washington ben impersona il protagonista, anche con una trasformazione fisica che lo eleva sempre di più ad attore compiuto.

Travolta è cattivo e caustico, ma perde di stile: è il personaggio, tratteggiato attorno a lui, che non convince, restando poco più di una macchietta, un clichè ripassato come l'aringa sul pane.

La resa finale dell'operazione risulta un po' sgonfia e le aspetative dello spettatore (le mie di sicuro) vengono tradite: il film lascia una lieve sensazione di noia ed un disturbo uditivo.
Per il resto si dimentica in fretta ed accorgemi di questo fa un po' male.

La custode di mia sorella

Il nuovo film di Nick Cassavetes, La custode di mia sorella, racconta la storia di una famiglia americana unita nel dolore profondo di una malattia terminale che la porterà, inevitabilmente, ad una svolta cruciale.
Sara Fitzgerald (Diaz) è un avvocato di successo e madre di famiglia che decide di lasciare la carriera per dedicarsi completamente alla figlia maggiore Kate, affetta da una rara forma di leucemia dall'età prescolare. Sostenuta dalla sorella, dalla presenza paziente di Brian, il marito che la asseconda nella sua caparbietà, e dai due figli minori, Anna e Jesse, Sara vive nell'ossessione di salvare Kate dalla terribilie malattia che di giorno in giorno la consuma.

L'ossessione è tale che accetta la ardita proposta dell'oncologo di concepire un figlio in provetta programmato per essere compatibile con la figlia malata, in modo da disporre in famiglia di un donatore sicuro. E questo figlio è Anna (Breslin).
Jesse è un ragazzo introverso che, suo malgrado, è messo un po' in disparte dai genitori: le attenzioni sono giocoforza tutte per Kate che assorbe così l'energia di tutta la famiglia. Anna vive la sua condizione di salvatrice con l'incosceinza dei bambini ed allo stesso tempo con l'amore incondizionato che solo i fratelli possono provare.
Negli anni Sara costruisce uno stile di vita famigliare basato sulla lotta alla sopravvivenza di Kate. Le scelte di tutti devono, a suo dire, convergere nell'unico scopo di salvarle la vita, a costo di calpestare i diritti di ognuno.
Lo scopo da raggiungere è più grande degli egoismi singoli e tutti devono votarsi parte di questa lotta.
Ma le cose non possono durare così per sempre, proprio perchè il sistema imposto da Sara non è naturale e non fa che alimentarsi della sua incapacità di accettare le prove, seppur violente e terribili, che la vita le infligge.
Un giorno, infatti, Anna, stanca di sentirsi cavia, fa causa ai genitori rivolgendosi ad un affermato avvocato (Baldwin) per riottenere la emancipazione medica.

Nick Cassavetes propone una storia di famiglia intrisa di dramma e afflizione, stretta in un dolore che sembra essere il cuore pulsante di tutto e che mette all'oscuro le personalità dei singoli.
Nonostante il garbo, Cassavetes spesso cade in luoghi comuni durante la descrizione della malattia e delle sue conseguenze, in scene ridondanti di pietà e dolore. L'ambientazione, tipicamente borghese e raccolta in ambienti luminosi e ben arredati, completa il clichè.
La volontà del regista è certamente quella di scandagliare in ogni profondità il dramma, facendo emergere dai protagonisti un'umanità profonda e ferita, e di darne una lettura meno inesorabile e devastante, ma spesso questi tentativi risultano di poco mordente, arenati in scene già visitate dal cinema internazionale e che non propongono molta originalità.
Il risultato è un film corale che commuove la platea e rende coscienti sulle dinamiche di una malattia terminale, ma che in un certo qual modo resta circoscritto ad una predeterminata modalità di racconto, di vedute.
Siamo lontani dallo stile del padre, John Cassavetes, dalla sua malinconia, dalla rabbia, dalla profondità con cui riusciva a mettere in scena le emozioni e a condurre gli attori.
Raccontare un dolore così devastante non è semplice ed il rischio che si corre è sempre lo stesso, cadere nel clichè e nel melenso. Nick Cassavetes orchestra un buon film ma non trova la chiave di volta. E il dramma diventa ben presto un dolore per lo spettatore: il film non lesina lacrime.

Cameron Diaz, per la prima volta in un ruolo dramamtico, regge bene la parte, dando vita ad una donna spaventata e chiusa nella propria ostinazione e che non accetta ciò che le sta accadendo.
Baldwin da voce e corpo ad un avvocato determinato e partecipe al dramma della propria piccola cliente.
La piccola Abigail dimostra naturalezza e autenticità.
Un cast di sicuro valore e stile che da solo non può tenere in alto tutto il film.

lunedì, settembre 21, 2009

Funny people

RECENSIONE PUBBLICATA SU ONDACINEMA

Nell'ormai abituale alternanza tra commedia leggera e cinema d'autore Funny People di Judd Apatow rappresenta una curiosa sintesi tra le due diverse anime dell'attore che ne è protagonista, quell'Adam Sandler che avevamo lasciato negli improbabili panni di un agente segreto israeliano nel trash movie Zohan-tutti i nodi vengono al pettine e che qui ritroviamo impegnato in una storia che cerca di conciliare la diverse tendenze, raccontando l'amicizia tra un divo condannato da una malattia incurabile (Sandler) ed un aspirante attore destinato all'insuccesso per mancanza di carattere (Rogen).

CONTINUA a leggere la recensione su Ondacinema.it

Fighting

RECENSIONE PUBBLICATA SU ONDACINEMA


Liberatosi dall'urgenza di una biografia magnificamente trasposta ne 'Guida per riconoscere i tuoi Santi', Dito Montiel, continua a frequentre le strade della grande mela con una storia che ancora una volta, attraverso il rapporto tra il pugile ed il suo mentore, ripropone, in termini sicuramente meno drammatici, ma ancora evidenti, un legame padre/figlio vissuto ai limiti, e continuamente minacciato da una serie di non detti che ne determinano la sua precarietà.

Continua a leggere la recensione su ondacinema

giovedì, settembre 17, 2009

Film in sala dal 18 settembre

Basta che funzioni
( Whatever Works )
GENERE: Commedia, Romantico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Woody Allen

Di me cosa ne sai
GENERE: Documentario
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Valerio Jalongo, Francesco Apolloni, Giulio Manfredonia

Il mio vicino Totoro
( Tonari No Totoro )
GENERE: Animazione
ANNO PROD: 1988
NAZIONALITÀ Giappone, USA
REGIA: Hayao Miyazaki

PELHAM 1 2 3 Ostaggi in metropolitana
( The Taking of Pelham 123 )
GENERE: Azione, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Tony Scott

Racconti dell'età dell'oro
( Tales from the Golden Age )
GENERE: Commedia, Storico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Romania
REGIA: aa.vv.

The Informant
( The Informant )
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Steven Soderbergh

Tris di donne e abiti nuziali
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Vincenzo Terracciano

mercoledì, settembre 16, 2009

IL GRANDE SOGNO

Roma 1967: La rivolta giovanile sta per esplodere. Libero (Argentero) è uno dei capi del movimento studentesco; Laura (Trinca) è una ragazza borghese e cattolica attiva nel movimento; Nicola (Scamarcio) è un poliziotto meridionale in servizio a Roma che insegue il suo grande sogno: fare l'attore.
Michele Placido parte dalla sua personale esperienza di poliziotto simpatizzante del movimento studentesco per raccontare uno dei momenti fondamentali della storia del nostro Paese.
Chiariamo subito che IL GRANDE SOGNO non è un film che esalta la rivolta sessantottina come qualcuno ha cercato di far credere, anzi Placido si sforza di mantenersi in equilibrio e cerca di salvare la faccia a quella che era polizia dell'epoca.
Affrontare un argomento delicato come quello del 68 è cosa difficile, farlo in un'ora e mezza è molto difficile.
Il rischio di banalizzare, ridurre a macchietta, di effettuare passaggi superficiali è altissimo, ma Placido ne esce bene, schivando gran parte di questi rischi che avrebbero potuto affossare il film.
Ed è proprio questo che fa più rabbia ne IL GRANDE SOGNO.
Il regista pugliese supera gli ostacoli più ostici ma si inceppa in quello che in teoria sarebbe dovuto essere più semplice.
Il film in qualche occasione si perde in passaggi inutili, al personaggio di Libero pare che spesso manchi la lingua e sappia solo sfoggiare ammiccanti sorrisi, inoltre i riflessi devastanti sulla famiglia, che le scelte di Laura comportano, sono eccessivamente sottolineati e anche un pò semplificati (pare ovvio che una famiglia cattolica, borghese e perbenista, subisca il contraccolpo delle scelte "rivoluzionarie" della figlia).
Discorso a parte merita il personaggio dell'insegnante di teatro interpretata da Laura Morante. Un personaggio, che oltre ad incidere poco sull'economia della pellicola risulta essere quasi insopportabile quando mentre fuma una canna di notevoli dimensioni dinanzi all'ospite poliziotto sente la necessità di specificare a quest'ultimo (e quindi allo spettatore) che sta fumando dell' hascish.
Detto questo, bisogna riconscere a Michele Placido, che gira bene e si serve di una bella fotografia, che dalla visione de IL GRANDE SOGNO si deduce facilmente che il film è girato con amore e tanta tenerezza verso il Nicola-Placido dei tempi della gioventù, quando il suo grande sogno incontrò il grande sogno di milioni di giovani italiani.

domenica, settembre 13, 2009

Inglorious Basterds - BASTARDI SENZA GLORIA

Dopo una manciata di film in cui aveva riscattato la femminilità dagli stereotipi di una società maschilista e vagamente misogina, Tarantino torna al primo amore affidando le sorti del suo nuovo film alle imprese di un debordante mucchio selvaggio capitanato dal tenente Aldo Raine e riproponendo in chiave vintage, un modello di confraternità maschile ampiamente esibita nel corso della sua carriera cinematografica.
Questa volta però lo stravagante melting pot caratteriale entra nella storia e ne diventa protagonista attraverso le vicende di un gruppo di soldati americani di origine ebraica, chiamati a vendicare l’orribile sterminio attraverso l’uccisione di Adolf Hitler, un Golem alle prese con una guerra ormai perduta (siamo nel 1944, pochi giorni dopo il D day) ma ancora capace di divertirsi con la morte, e di organizzare una premiere a Parigi, in occasione della presentazione del film che celebra le gesta di un esercito sull’orlo del collasso.
Dopo un prologo dal sapore vagamente western, in cui il regista ci presenta l’antefatto della storia ed insieme la famigerata umanità che la compone, il film si avvicina per fasi successive all’evento finale, attraverso una serie di quadri che permettono allo spettatore di entrare nella dimensione dei protagonisti, esplicata dalla fisiognomica dei loro volti e nell’ossessiva ripetizione di talune espressioni (il volto mascellato del tenente, il sorriso mellifluo del Colonnello nazista, e quelle perse nel vuoto di buona parte della ciurma), costruendo nel contempo il tessuto di una trama in cui l’intreccio è solo un modo per collegare un divertissment che Tarantino potrebbe declinare all’infinito, grazie all’overdose comportamentale che ancora una volta caratterizza i suoi protagonisti.
Immerso in un atmosfera lugubre e sporcato da una fotografia che accentua l’irridemibilità delle azioni poste in essere, “Bastardi senza gloria”si riserva lo sberleffo, tradendo continuamente le sue premesse (la storicizzazione degli eventi ed una certa dose di realismo), presentandoci personaggi decentrati per eccesso, come accade all’intera gerarchia nazista sempre sull’orlo di una crisi di nervi, ma anche allo stranulato Colonnello inglese, interpretato in un ruolo cameo da Mike Myers, improbabile portavoce dell’operazione militare, o per difetto, a cominciare dal tenente Aldo Raine, la cui mascella cresce in maniera proporzionale all’understatment con cui affronta le situazioni più efferate (una su tutte il dito conficcato dentro la ferita dell’attrice sospettata di fare il doppio gioco), per non dire della compagnia che lo segue nell’impresa, perennemente in bilico tra l’avanspettacolo più spinto ed una serietà ai limiti del maniacale.
Uno straniamento a cui concorre una forma cinematografica che pesca a destra ed a manca: dal cinema exploitation, citato negli eccessi musicali e nei fermo immagine che focalizzano l’attenzione sui vari personaggi, alla Novelle vogue, ripresa nell’enfasi degli stacchi tra le varie sequenze, con lo schermo che rimane nero più del dovuto, agli inserti con cui il regista inserisce delle frecce per farci cogliere un particolare all’interno di una scena, per non dire del cinema tedesco omaggiato a pieno schermo con il film nel film girato da Eli Roth.
Nell’intento di lasciare spazio ai suoi protagonisti, Tarantino sorvola i dettagli, elimina certe spiegazioni ( la protagonista femminile sopravvissuta al massacro ricompare con un altro nome e nelle vesti di proprietaria del cinema dove si svolgerà l’anteprima del film), riduce all’essenziale la scenografia, ma soprattutto ferma la sua arte pirotecnica, costringendola all’interno di luoghi angusti (la taverna dove si svolge la parte centrale del film), privando le location dei suoi orizzonti naturali (la foresta in cui i Bastardi operano e si nascondono è soffocata da una vegetazione da natura morta), relegando uomini e donne nello spazio di una tavola ( un classico del suo cinema), oppure dentro i limiti di un teatro che appare incapace di ospitare il suo pubblico.
Nulla si muove all’infuori delle parole, cui spetta il compito di far vivere un opera eccessivamente raffreddata e priva della consueta verve a cui il regista ci aveva abituato. Pur diviso in due trame convergenti (la vendetta personale di Shosanna, miracolosamente sopravvissuta allo sterminio della sua famiglia finirà per coincidere con il piano militare) questa dicotomia non si trasforma mai in uno scarto emozionale (il melodramma della vendetta personale portata avanti dalla donna e le esigenze della ragion di stato, attuate con asettica precisione dall’unità militare) ed il film procede con lo stesso passo, limitando in parte l’efficacia dei caratteri e riducendo al minimo la componente action dei film a sfondo bellico. Ciò nonostante “Bastardi senza gloria” offre soprattutto nel personaggio del colonnello Hans Landa (Christoph Waltz) , una specie di “Sir Bis” di kiplinghiana memoria ma anche in quella di Aldo Raine (Brad Pitt), un Clark Gable senza fascino ma certamente più simpatico, due ruoli dalle potenzialità sfruttate solo in parte ma interpretati con qualità da entrambi gli attori.
Dovendo fare i conti con una popolarità universale e con un autorialità ampiamente dimostrata, Tarantino prova a crescere ricorrendo sempre meno alla sorpresa e puntando ad un cinema più maturo: questione di equilibri interni o risorse ridotte al lumicino, gli avvisi ai naviganti parlano di lavori in corso d’opera.
Gli incassi del botteghino americano per il momento danno ragione all’inversione di tendenza.
All’Europa l’ultima parola sulla riuscita di questo cambiamento.

mercoledì, settembre 09, 2009

KNOWING - SEGNALI DAL FUTURO

1959: i bambini di una scuola elementare del Massachusset immaginano come sarà il futuro 50 anni dopo e i loro disegni vengono sotterrati in una “capsula del tempo” per i posteri.

2009:alla festa di apertura della capsula a Caleb, tra i tanti distribuiti a tutti i compagni di scuola, capita un disegno fitto di cifre che finisce per attirare l’attenzione del suo papà astrofisico (Cage) il quale decifrando i codici numerici scoprirà che si tratta di premonizioni di eventi già accaduti e di eventi che devono ancora accadere.

Inizia così una corsa contro il tempo e contro la sua mente scientifica per porre rimedio alla drammatica rivelazione.

Ottima fantascienza con sapienti innesti horror, buona sceneggiatura, coerente fino alla fine, effetti speciali credibili e suggestivi. Proyas (il Corvo, Dark City, I Robot) ha la capacità di realizzare un’atmosfera perfetta - il suo unico difetto è Nicolas Cage che è inguardabile.

martedì, settembre 08, 2009

Film in sala dal 9 settembre

Una soluzione razionale
( Det enda rationella )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Germania, Italia, Svezia, Finlandia
REGIA: Jorgen Bergmark

Cosmonauta
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Susanna Nicchiarelli

Drag Me to Hell
( Drag Me to Hell )
GENERE: Horror, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Sam Raimi

G.I. Joe - la nascita dei Cobra
( G.I. Joe )
GENERE: Azione, Avventura
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Stephen Sommers

Il grande sogno
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Michele Placido

venerdì, settembre 04, 2009

ROMA A MANO ARMATA - Italia '70 - IL CINEMA A MANO ARMATA (13)

Tredicesima puntata

ROMA A MANO ARMATA (1976)
Regia: Umberto Lenzi
Cast: Maurizio Merli - Tomas Milian - Giampiero Albertini - Maria Rosaria Omaggio - Biagio Pelligra - Ivan Rassimov
Trama: Il Commissario Leonardo Tanzi per assicurare i malviventi alla giustizia usa metodi poco ortodossi ed entra in conflitto con il vice questore Ruini.

Il Film: Il commissario Tanzi (Merli) vuole ripulire Roma dai criminali che la infestano con i suoi metodi bruschi.
Sulla sua strada il feroce Moretto (Milian) meglio conosciuto come "il gobbo", il rapinatore Savelli (Pelligra) e lo spacciatore Tony (Rassimov), tutti legati al marsigliese Ferrender.
Il collega Caputo (Albertini) e in particolare la sua donna (Omaggio) cercano di riportare alla ragione Tanzi, che al contrario è sempre più scatenato.
Durante la sua personale caccia a Moretto, Tanzi troverà il tempo di acciuffare lo spacciatore Tony, sterminare la banda di rapinatori capeggiata da Savelli e ammazzare il capo di una banda di stupratori composta da figli di papà.


Commento: Uno dei classici del poliziottesco con un cast di alto livello.
Lo sceneggiatore Dardano Sacchetti mette insieme una galleria di episodi che bene inquadrano l'escalation criminale delle grandi città italiane..
Droga, sequestri, rapine, stupri, tutto "il meglio" del genere cinematografico italiano più truce e violento di sempre.
Questo film è un concentrato di cronanca nera è può essere considerato una sorta di manifesto del filone poliziottesco.

Curiosità-Notizie: ROMA A MANO ARMATA è la prima avventura del commissario Tanzi ed è uno dei tre film in cui compare il celebre inseguimento della Bmw bianca utilizzato anche in MILANO TREMA: LA POLIZIA VUOLE GIUSTIZIA e MILANO ODIA: LA POLIZIA NON PUO' SPARARE
Il film incassò 1 miliardo e 600 milioni di lire e fu distribuito in Francia con il titolo di Brigade Speciale e in Inghilterra con il titolo di Brutal Justice.
Musiche incalzanti di Franco Micalizzi.