venerdì, gennaio 29, 2010

THE ROAD

THE ROAD
by WAYNE JOHNSON from CANADA


I must admit that I did enjoy this movie. I had recently finished the book and was extremely surprised that it moved me (the book) as much as it had. This was my first experience with Cormac McCarthy’s written word. I had viewed NO COUNTRY FOR OLD MEN some years back but had not made the connection.

I must begin with my impressions of the book THE ROAD. The experience was completely unexpected. My wife had purchased the book as a Christmas present for me. I would have never bought the book as I make a rule to avoid the movie / book combination as one of the two consistently disappoints in my case. I tend to watch most movies with Viggo Mortensen therefore I had consciously decided to take the movie version of THE ROAD as opposed to the book. So…there I was with the book and plenty of time. I said what the heck and plunged in. The event was certainly worth the time.

THE ROAD (book) is dark, gloomy, terrifying at times, sad always, and almost without hope. How does McCarthy accomplish this? He plays on our individual imagination concerning the unknown but absolutely possible - something that has been in the background of our existence for 70 years. The nuclear holocaust and life (or some version of it) thereafter.

Getting back to the movie. As is typically the case for most and always for me – the movie never lives up to the book. No change in this circumstance, however I must admit it was a satisfying attempt.

The movie THE ROAD was almost as dark, gloomy, terrifying, and sad but just did not quite match up to the book. The actors for the most part suited the characters and my vision. Mortensen was excellent while the child actor playing his son was OK. It would have been a tall bill for any great and accomplished actor to carry off the degree of fear, hunger, fatigue, and loneliness that boy must have felt. Charlize Theron was a welcome surprise. In the book, the mother plays a small but crucial role and I think the selection of such a great actor to play this minute but pivotal role was fantastic. We see a bit more of the mother in the movie than in the book but it works well.

What I enjoyed the most with this movie was the context. It is what it is! The director shows you what is happening and essentially you are left alone to make up your own mind. No innuendo or implied messages. All the survivors, cannibals or “good guys,” are doing what they have to do to endure. The director and McCarthy are not judging them. They are just showing us what is occurring. There is almost no attempt to pull at heartstrings or to illicit emotion for or against a character. The script and the screenplay are stark and very frugal.

Mortensen’s character is a study within the movie. At the outset, we see what appears to be the consummate dad. The father who would do anything to ensure his son has the best chance at survival. These attributes would logically lead someone to believe the father would always do the right thing and take the morale high road. Not the case. Mortensen’s character will do anything…anything….to ensure his son lives to see another day. This anything entails deserting those in need of help, sharing only under extreme duress, threatening a man’s life who had robbed them, and finally and ultimately killing two men who had threatened his son.

The movie is not absolutely true to the book as is usually the case. In the book McCarthy describes a scene where the father and son come across a mother who had roasted her newborn for meat. I guess that vision was too extreme for the big screen.

In conclusion a good movie and well worth the effort in my case. I do not know if this assessment would have been the same if I had not read the book previously. There are few words in the movie and when they are spoken they are usually quiet or whispered. To have a grip on the context via a read of THE ROAD prior to the movie experience would be my recommendation.

giovedì, gennaio 28, 2010

Film in sala dal 29 gennaio 2010

Alvin Superstar 2
( Alvin and the Chipmunks: The Squeakquel )
GENERE: Animazione, Commedia, Family
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Betty Thomas

Baciami ancora
GENERE: Commedia, Drammatico, Romantico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Gabriele Muccino

Bangkok Dangerous - Il codice dell'assassino
( Bangkok Dangerous )
GENERE: Azione, Thriller
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Danny Pang, Oxide Pang

mercoledì, gennaio 27, 2010

Intervista a nickoftime su film tv

Sul settimanale di cinema e televisione FILM TV di questa settimana (uscito ieri 27 gennaio 2010 e relativo alla settimana dal 30 gennaio al 6 febbraio) c'è una bella, bellissima intervista al nostro caro Nickoftime.

Leggi tutta l'intervista


Clicca sull'immagine sottostante per ingrandirla e leggere l'intervista:



L'uomo che fissa le capre

Poche parole di poco valore le mie, ma mi piaceva comunque menzionare, seppure con due righe, questa commedia targata USA che, forse, in pochi sono riusciti a vedere al cine.
Forse ispirato da un'incredibile storia vera e trasposizione del libro di Jon Ronson, ad opera di Grant Heslov, sceneggiatore di "Good Night, and Good Luck ", "L'uomo che fissa le capre" è una commedia demenziale, nera e dissacrante che fa il verso all'esercito americano e al senso di autorità e reverenza che questa suscita.
Gli autori mettono in luce i punti deboli del corpo militare d'eccellenza americano e smontano, su situazoni davvero buffe, il mito americano dei corpi speciali dei marines e delle missioni segrete in genere, e tutto quel "gesso" che si porta addosso.
Il film è scritto bene e scorre fluidamente. cast di tutto punto, dall'ottimo George Clooney al divertente Jeff Bridges (adoro Jeff Bridges) fino alla conferma moderata del protagonista Ewan McGregor.
Peccato per la solita voce fuori campo, tuttavia ben inserita, un po' in stile diario di bordo, un po' per sostenere la complessa narrazione.
Il prodotto pare una singolare produzione nel panorama attuale: una commedia impegnata che fa il verso a tante reali demenzialità, con buon gusto e arguzia.
C'è pure un Kevin Spacey in gran forma.

Il canto delle spose


IL CANTO DELLE SPOSE (Francia 2008)
Regia: Karin Albou


Nour e Myriam sono due ragazze legate da una forte amicizia nonostante siano una musulmana e l'altra ebrea e conducano una vita per molti versi differente.
La musulmana Nour, benché giovanissima, è già stata promessa in sposa per volere della famiglia a suo cugino Khaled, anche se vorrebbe tanto frequentare la scuola come la sua amica ebrea Myriam.
L'ingresso della Wehrmacht a Tunisi, nell'autunno del 1942, cambierà per sempre la vita di Myriam e di sua madre Tita, alla quale non sarà più permesso di lavorare in quanto ebrea.
A questo punto la situazione si ribalta, Myriam sarà costretta dalla madre a sposare un ricco medico, per continuare a sperare nella vita, mentre Nour rimanda il matrimonio con Khaled perché quest'ultimo non riesce a trovare lavoro.
IL CANTO DELLE SPOSE è un buon film che cambia continuamente, si passa dal dramma della guerra, al film di formazione, per approdare al documentario antropologico e accreditare la tesi per cui le divisioni tra arabi ed ebrei vedrebbero responsabili gli europei e tedeschi in particolare.
Regia attenta che si concentra sugli oggetti e fa largo uso di primi piani.
Ottime prova per le due giovani protagoniste.
Finalmente anche sugli schermi italiani con due anni di ritardo, anche se nel nostro Paese era stato presentato in anteprima nel novembre 2008 al 26° Torino Film festival.

martedì, gennaio 26, 2010

Up in the air - Tra le nuvole

"Senza peso" è l'aggettivo più appropriato per definire l’ultima fatica di Jason Reitman: l’accostamento, lungi dall’essere una simpatica sciarada da accostare ad un titolo che molto deve all’assenza di massa corporea, è invece il risultato opinabile di una serie di fattori che ne caratterizzano la sua consistenza.
Costruito sulla notorietà del suo attore principale, ancora una volta alle prese con un personaggio la cui empatia (per mestiere licenzia le persone) poco si addice al target hollywoodiano, e forte di un impianto drammaturgico imperniato sulla nuova pandemia rappresentata dalla precarietà lavorativa, “Up in the air” si muove all’interno di due tendenze opposte e per questo uguali: da una parte vi è il movimento continuo e la mancanza di legami affettivi di Ryan Bingham (il suo motto è "Moving is living"), un tipo abituato a scivolare tra le pieghe della vita grazie ad una filosofia affinata nel corso degli anni con una applicazione maniacale, e persino teorizzata nelle conferenze itineranti che lo stesso si ritaglia nel corso dei suoi viaggi di lavoro, dall’altra la voglia di stabilità ed i valori famigliari delle sue "vittime", quegli impiegati che egli stesso dovrà mandare a casa; avversari uniti dal tentativo di ricondurre la realtà all’interno di una dimensione privata e personale ed egualmente perdenti di fronte agli scarti della vita.
Tematiche con un peso specifico non indifferente soprattutto se le si vuole convogliare all’interno di un film che si mantiene in equilibrio tra il realismo dell’assunto (nella parte degli impiegati licenziati Reitman fa recitare non attori a cui il destino ha riservato lo stesso destino) e la costruzione di un personaggio che non riesce mai a far dimenticare il fascino del suo interprete.
E così, inconsapevolemente stregato dal magnetismo della star, o più probabilmente perché i cromosomi del suo cinema appartengono al cinema più leggero,Reitman sposta progressivamente la vicenda sul fronte privato, preferendo soffermarsi sui dolori borghesi dell’azzimato Werther piuttosto che sulle problematiche sociali della moltitudine silenziosa: tra sguardi malandrini e camicie inamidate, serate al chiaro di luna e notti galeotte "Up in the air" si scioglie come neve al sole, concedendo molto al pubblico femminile sia in termini di divismo (Clooney sembra quello della pubblicità del caffè) che di emotività.
Il richiamo al cinema degli anni 70, vagheggiato nella centralità di un indagine psicologica che non perde mai di vista i tempi dello spettacolo, così come nella scelta di brani proveniente da quel periodo (Crosby, Still e Nash) non diventa mai sostanza ma semplice rimpianto di un epoca che non esiste più.
E come spesso accade al cinema di Jason Reitman, la voglia di piacere a tutti i costi (ci riuscì persino con lo sgradevole protagonista di "Thank you for Smoking") sommata alle necessità di un genere a cui il pubblico delega la funzione di sublimare la realtà, diventano l’antidoto contro qualsiasi tentativo di andare oltre il semplice intrattenimento.
Vittorie e sconfitte si equivalgono in un qualunquismo generale che nulla toglie alla riuscita del prodotto (il pubblico ripaga questa politica decretando il successo del regista) ma lascia l’amaro in bocca per le promesse non mantenute.

giovedì, gennaio 21, 2010

UP

...SCOIATTOLO!!!

UP è il film ideale perché in un solo film c'è tutto quello che si può vedere al cinema ed ha il grande pregio di essere universalmente comprensibile.
Se Wall-E, l'ottimo pasticcino da gustarsi con il te, era l'eccellente commedia romantica, UP è la pagnotta appena sfornata e profumata da divorare in ogni momento della giornata, in cui commedia, sentimento, dramma, poesia, azione, fantascienza e avventura sono impastati in una commistione perfetta, leggera, nutriente ed altamente digeribile.
La sceneggiatura, i tempi, le battute, i personaggi, tutto è perfetto, ci si commuove, si ride di pancia, si ride di testa, si gode di uno stupendo panorama, ci si riconosce nelle dinamiche dei personaggi, nei sogni sacrificati alle incombenze quotidiane e si realizza quanto la vita sia purtroppo breve e quanto il nostro cuore sia il motore capace di renderla la più bella delle avventure.
Tra le tante cose geniali sono da citare la perfetta sintesi dell'esistenza e della vita di coppia nei primi minuti del film, i cani weirdo che racchiudono nella loro caricatura pregi e difetti della specie e l'esploratore-scienziato che per follia e bizzarria ricorda molto i personaggi un pò toccati interpretati da Vincent Price.

Voto 10


Film in sala dal 22 gennaio 2010

A Single Man
( A Single Man )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Tom Ford

Cuccioli e il Codice di Marco Polo
GENERE: Animazione
ANNO PROD: 2010
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Sergio Manfio, Francesco Manfio

Il quarto tipo
( The Fourth Kind )
GENERE: Fantascienza, Horror, Thriller, Mystery
ANNO PROD: 2009 DATA DI USCITA: 22/01/2010
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Olatunde Osunsanmi

L'uomo che verrà
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Giorgio Diritti

Nine
( Nine )
GENERE: Drammatico, Musical, Sentimentale
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Rob Marshall

Tra le nuvole
( Up in the Air )
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Jason Reitman

mercoledì, gennaio 20, 2010

SHERLOCK HOLMES

Avendo a disposizione un pomeriggio troppo lungo e azzurro il film può essere godibile, adattissimo ad un pubblico junior e ai più pigri grazie alla (o a causa della) linearità della narrazione, delle ampie e dettagliate spiegazioni dei misteri fornite dallo stesso Holmes in flash back e per la logica elementare, didascalica e un pò naive che rimette in ordine tutto senza alcuna fatica da parte dello spettatore.
Si tratta di un Holmes modernissimo dal look very cool, dall'atteggiamento da action-man esperto in tecniche di combattimento e autodifesa, amante del Bello, intellettuale ma romantico e acutissimo segugio di segni e tracce ai limiti del credibile.
Ottimo Jude Law sotto tutti i punti di vista (assolutamente credibile e bello da vedere), bravo il fiume in piena-Robert Downing anche se sfocia però nella gigioneria, bella la fotografia e la Londra metropoli zozza e cosmopolita.

Più che il legame di natura professionale è originale e divertente la relazione umana tra Holmes e Watson che tra schermaglie amorose e cameratismo maschile si atteggiano come una coppia di adolescenti amanti gelosi e apprensivi.

Nonostante il genere non ci sono picchi di adrenalina, tutto è piuttosto controllato, purtroppo prevedibile e non c'è grande spazio per le emozioni o per la suspense - in effetti Guy Ritchie ha preferito a queste l'umorismo. Un'altra cosa che non mi è piaciuta è lo stile CSI - che io trovo estremamente noioso - con cui Holmes ricostruisce mentalmente crimini e scene del crimine.

Voto 6/7

giovedì, gennaio 14, 2010

Film in sala dal 15 gennaio 2010

Avatar
( Avatar )
GENERE: Azione, Fantascienza, Thriller, Avventura
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: James Cameron

La prima cosa bella
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Paolo Virzì

giovedì, gennaio 07, 2010

Classifica di gradimento dei FILM USCITI IN ITALIA NEL 2009

Consuntivi di fine d'anno che sono anche un auspicio per quelli che ci attendono nella prossima stagione: nella lista dei mie preferiti tante buone opere ed un vincitore assoluto: UN PROPHETE di J Audiard.

Quale è la Vostra personale classifica dei 10 migliori film del 2009?


UN PROPHETE di J Audiard.
Senza rinunciare alle regole del cinema di genere, Audiard realizza un microcosmo che riproduce su scala ridotta le problematiche di un paese alle prese con i fantasmi di un integrazione realizzata solo a parole e costretta a confrontarsi con la rabbia di chi viene emarginato.

VINCERE di Marco Bellocchio.
Bellocchio realizza un film che è figlio del suo tempo producendo un Kolossal che ha i costi di un film d’essai senza per questo venire meno alla meraviglia ed all’epicità del genere. Un gioiello che magari non aggiunge niente sul piano della conoscenza dei fatti storici ma li reinterpreta in maniera originale ed alla luce di una personalità che non scende a compromessi.

THE READER di S. Daldry.
The Reader e' un film girato in continuita' con le precedenti opere di un regista che ricerca la verita attraverso la caratterizzazione dei personaggi verso i quali fa convergere il resto della sua arte.
Kate Winslet, perfetta nel combinare le contraddizioni di una carnalita' angelica ed insieme infernale, e' efficace nell'evitare inopportune (per il tono dimesso del film) pericolose monopolizzazioni e rende credibile la mancanza di senso vissuta dal suo personaggio

PUBBLIC ENEMIES di M Mann
La vita del bandito più celebre d’America diventa il pretesto per la riscoperta di un pezzo di storia americana che Michael Mann ricostruisce sulla base di un resoconto che evita la leggenda e preferisce la realtà dei fatti. La vita pubblica di John Dillinger, passato alle cronache per l’abilità malavitosa dopo una giovinezza trascorsa in riformatorio, diventa l’epitaffio di un esistenza bruciata dalla voglia di vivere e dalla consapevolezza della caducità del tempo e delle cose

ADVENTURELAND di G Mottola
Mottola realizza un “amarcord” in cui le caratteristiche della commedia giovanilistica ed a tratti anche demenziale, soprattutto per quanto riguarda i personaggi di contorno (il nevrotico datore di lavoro o l’amico che si diverte a molestarlo) vengono stemperate dalla storicizzazione della vicenda, ambientata nel 1987, e dal realismo con cui il regista descrive le incomprensioni e l’incomunicabilità che da sempre contraddistinguono le esistenze sospese tra un presente insoddisfacente ed un futuro ancora da costruire.

AMORI ED ALTRI CRIMINI di S Arsenijevic
Un intreccio tipicamente noir che Stefan Arsenijevic traveste con i toni della commedia e del melo’ per rappresentare un mondo alle prese con i postumi della guerra e con una crisi economica che rischia di farlo scomparire.

IL MIO AMICO ERIC di Ken Loach
Il segno dei tempi pare aver condizionato anche Ken Loach se è vero che persino un regista come lui, abituato ad affondare le mani nei miasmi della vita ed allergico agli artifici hollywoodiani, questa volta si affida ad un personaggio di fantasia (nel senso che Eric Cantona è una proiezione del protagonista appassionato di calcio e fan del giocatore) per dare vita ad una storia che ripropone gli stilemi del suo cinema ma li arricchisce con un immaginazione ed una leggerezza sconosciuta

UOMINI CHE ODIANO LE DONNE di Niels Arden Oplev
'Uomini che odiano le donne' è un noir che porta di nuovo alla ribalta l’indagine investigativa, non più funzionale alla sovraesposizione del personaggio principale ma collegamento coerente di elementi apparentemente inconciliabili.

TENDERNESS di John Polson
La cognizione del dolore attraverso i gesti di una quotidianità, sofferta ma indispensabile a reiterare la sensazione di esistenza, altrimenti percepita come vuoto asettico ed impalpabile. Roger Polson dopo una manciata di esperienze dedicate al cinema di genere esordisce in quello d’autore con un opera che deve molto al cinema di Clint Eastwood.

KINATAY di Brillante Mendoza
Ispirato da un neorealismo che riesce a far dimenticare la povertà dei mezzi, "Kinatay" (carneficina), potrebbe essere il fratello meno noto ma non per questo meno efficace di altrettanti noir, con un surplus di verità che soltanto cinematografie distanti da quelle occidentali riescono ad avere. Mendoza usa la notte come le note di una partitura in nero, e attraverso giochi di luce riesce a rendere indimenticabile il volto del male senza spiegarlo ma limitandosi a mostrarlo per quello che è, con immagini che non forzano la realtà, ma allo stesso tempo capaci di diventare l’espressione di quello che non vediamo, dell’abisso che diventa azione concreta, capace di annichilire la materia.

Film in sala dal 8 gennaio

Il riccio
( L'Élégance du hérisson )
GENERE: Sentimentale
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: Mona Achache

Io, loro e Lara
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Carlo Verdone

Rec 2
( [Rec] 2 )
GENERE: Horror
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Spagna
REGIA: Jaume Balagueró, Paco Plaza

Hatchet
( Hatchet )
GENERE: Commedia, Horror
ANNO PROD: 2006
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Adam Green

Il mondo dei replicanti
( Surrogates )
GENERE: Fantascienza, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Jonathan Mostow

Soul Kitchen
( Soul Kitchen )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Germania
REGIA: Fatih Akin

giovedì, dicembre 31, 2009

Film in sala dal 1 gennaio 2010

Arthur e la vendetta di Maltazard
( Arthur et la vengeance de Maltazard )
GENERE: Animazione
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: Luc Besson
CAST: Freddie Highmore, Mia Farrow, Jimmy Fallon, Snoop Dogg, Asa Butterfield, Robert Stanton, Lou Reed, Logan Mille

Hachiko, una storia d'amore
( Hachiko: A Dog's Story )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Lasse Hallström
CAST: Richard Gere, Joan Allen, Jason Alexander, Cary-Hiroyuki Tagawa, Erick Avari, Davenia McFadden

mercoledì, dicembre 30, 2009

L'USSARO SUL TETTO

L'USSARO SUL TETTO
di JP RAPPENEAU


Un amore impossibile e gli ideali di libertà che attraversarono l'Italia pre risorgimentale sono i motivi dominanti de L'Ussaro sul tetto, film di JP Rappeneau che racconta le avventure di Angelo Pardi, diviso tra la passione civile per la patria violata ed il sentimento per la nobildonna che sta scortando alla volta del marito.
Siccome il protagonista è inseguito da emissari del governo austriaco intenzionati ad impedirne il rientro in Italia ed il morbo della peste imperversa nelle campagne provenzali, la missione del giovane ufficiale si carica fin da subito di tutte le caratteristiche (sprezzo del pericolo, slancio gratuito, ricerca del bel gesto) che hanno reso famose la figura dell’eroe romantico.
Come fosse un pittore impressionista Rappeneau non si limita a replicare il dinamismo e le divertite guasconierie dei film di cappa e spada, di cui soprattutto nella prima parte, quella in cui il personaggio si destreggia con abilità felina tra i tetti della cittadina guadagnandosi l’epiteto del titolo, il film è pieno, ma utilizza le suggestioni del Midì francese per costruire l’afflato amoroso tra i due viaggiatori.
Così facendo immerge la storia negli spazi aperti della Francia Meridionale (dimensione che segnò uno dei segni principali del movimento pittorico transalpino) e ne declina i vari passaggi accostando ai sentimenti dei personaggi l’equivalente ambientale: la foresta con i suoi recessi diventa il simbolo di una diffidenza dovuta più alla morale che all’istinto mentre via via che la vicenda procede e la forzata indifferenza lascia il posto ad un evidente attrazione, ecco che la natura cambia completamente registro, aprendosi agli orizzonti sconfinati delle grandi pianure che precedono le alpi.
In tale panorama Rappeneau alterna scene di massa, con la paura del contaggio che diventa più mortifera della stessa malattia, a momenti di intimità, in cui Angelo e Pauline, trasfigurati nella cornice che li accoglie, diventano il simbolo di un amore che nulla trattiene e che perciò è destinato a non sfiorire. Una dimensione fuori dal tempo che però non dimentica ma anzi integra in maniera naturale l’amor di patria, chiamato in causa da Angelo nel tentativo di sottrarsi ad un legame che disonorerebbe Pauline, e che la donna, anche lei al femminile, anche lei in pericolo, finisce per incarnare. Tratto dall’omonimo romanzo di Jean Giono, che traspone nella vicenda molti riferimenti autobiografici (Manosque non è solo la metà del periglioso viaggio ma anche il paese dove è nato lo scrittore, così come sono Piemontesi le sue origini), L’Ussaro sul Tetto è una coproduzione internazionale che si avvale di un cast tecnico di prima scelta, tra cui basterebbe ricordare Tierry Arbogast con la sua fotografia dai forti richiami pittorici (nelle scene di varia mondanità è evidente il richiamo a Pierre Auguste Renoir) e la costumista Franca Squarciapino gia' vincitrice di un Oscar per "Cyrano de Bergerac", ma il film non potrebbe essere lo stesso senza l’alchimia di due attori in stato di grazia: Juliette Binoche perfetta nel conferire al suo personaggio un erotismo trattenuto eppure evidente mentre Olivier Maritnez, qui al suo esordio nel grande cinema è un mix di sensibilità e destrezza fisica all’altezza dei modelli che ispirano il suo personaggio. A riprova che a volte i film influenzano la vita, la coppia in questione si sarebbe veramente innamorata e di lì a poco sarebbe divenuta una delle coppie più invidiate del cinema francese.

lunedì, dicembre 28, 2009

La Sentinelle

La Sentinelle (1992)
Directed by Arnaud Desplechin


Nel treno che lo sta riportando a Parigi, Mathias, studente di medicina legale, viene fermato dalla polizia e quindi interrogato da un misterioso individuo; L’episodio sembrerebbe un semplice malinteso fino a quando il giovane scopre nel proprio bagaglio un testa umana perfettamente conservata. Dopo lo stupore iniziale Mathias decide di venire a capo di una vicenda le cui ragioni saranno da ricercarsi nella misteriosa liberazione di alcuni connazionali tenuti prigionieri nell’ex Unione Sovietica.

Per il suo primo lungometraggio Desplechin sceglie di lavorare all'interno del genere utilizzando i codici del 'Crime Movie' a favore della propria libertà autoriale. Per far questo costruisce una storia che tiene conto del modello di riferimento, a partire da un incipit capace di giustificare l’ossessione del protagonista e l’indagine che ne consegue, e poi riuscendo ad allestire un 'nido di vipere' all’altezza della posta in gioco, con un protagonista la cui ordinarietà sembra fatta apposta per esaltare l’eccezionalità degli eventi i corso. In realtà il meccanismo di genere viene depotenziato da una serie di scelte che privilegiano, da una parte le divagazioni legate alle delusioni di una generazione che a partire dai 'Patti di Yalta' (oggetto del contendere nella scena che apre il film) ha dovuto fare i conti con il fallimento dell’utopia comunista e con i compromessi scaturiti da quelle decisioni, e dall'altra si sofferma sulla rappresentazione di un esistenzialismo che si divide tra un decoro borghese difeso a spada tratta (ed è per questo che Mathias deve essere fermato) e le ipocrisie dei rapporti umani (l’amore rimane ancora una volta una chimera).
Desplechin getta le basi del suo cinema attraverso un personaggio che vince la sfida con il sistema ma perde quella con se stesso: nell’intento di mantenere l’equilibrio tra cuore e cervello, alternativamente rappresentate dalla professione ufficiale (la medicina legale) e da quella ufficiosa (l’investigatore) finisce per perdere il controllo delle cose diventando di fatto alieno al suo stesso mondo; in questo senso egli diventa il peccato originale ed insieme il prototipo dell’uomo Desplechiano, marchiato per sempre da questa iniziale sconfitta. E come se il regista, approfittando delle sventure del suo eroe, prendesse fin da subito le distanze da una resistenza politica che soprattutto in Francia è ancora uno stile di vita (basterebbe ricordare le annose questioni legate all’estradizione di molti terroristi italiani) ed invece nella filmografia del nostro diventerà qualcosa di cui si può fare a meno.
Seminale è anche l’idea di famiglia come luogo di morte, Topos già presente nel precedente 'La vie des morts', mediometraggio del 1991 in cui il suicidio di una persona cara mette in discussione le vite di amici e parenti e che si conferma anche qui nella relazione tra la morte del padre di Mathias e l'inizio di una disgregazione familiare che, come sempre succede nel cinema di Despleschin, va oltre i legami di sangue e si allarga ad amici e conoscenti. Le famiglia diventa così una 'Comune' in cui si combatte la battaglia finale, quella in cui si decide la vita o la morte dei suoi componenti.

Una densità di temi e significati che il regista traduce con uno stile compatto e movimenti di macchina ridotti al minimo: il regista preferisce lavorare all’interno dell’inquadratura, che restituisce l’alienazione del protagonista facendo convivere gli squilibri della storia con la composizione di una scena in cui le figure occupano sistematicamente il centro dello spazio e dove la prevalenza del piano americano la dice lunga sulle sinergie tra ambienti e personaggi. Certo, complessivamente il film risente delle urgenze tipiche delle opere prime ed anche l’impianto di genere dimostra evidenti limiti di coerenza: troppe cose rimangono non spiegate e la sensazione di un evidente difficoltà nelle gestione di alcuni passaggi appare evidentemente. Mancanze che pesano sul giudizio dello spettatore occasionale ma che aumentano il senso di innafferabilità di un opera si imperfetta ma che non può lasciare indifferenti.

In concorso al Festival di Cannes del 1992 il film ha vinto il premio Caesar del 1993 per il miglior attore maschile (Emanuelle Salinger).

mercoledì, dicembre 23, 2009

Film in sala da venerdi' 25 dicembre

Amelia
( Amelia )
GENERE: Biografico, Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Mira Nair

Brothers
( Brothers )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Jim Sheridan

Piovono polpette
( Cloudy with a Chance of Meatballs )
GENERE: Animazione, Commedia, Family
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Phil Lord, Chris Miller (XIX)

Sherlock Holmes
( Sherlock Holmes )
GENERE: Giallo
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Gran Bretagna, USA
REGIA: Guy Ritchie



BUON NATALE A TUTTI!


lunedì, dicembre 21, 2009

BROTHERS

BROTHERS

La complessità dei legami familiari sullo sfondo della guerra Afghana e' il tema principale di un film che replica, semplificandola, la versione danese di un opera ('Non desiderare la donna d’altri' di Susan Blier) per molti versi legata a situazioni rintracciabili all’interno della scrittura religiosa.
A partire dalle sequenze iniziali, in cui la vicenda del 'figliol prodigo' è riproposta con i buoni propositi di Jack uscito di prigione ed intenzionato a ricominciare una nuova vita, il film procede portandosi dietro un senso di 'pietas' verso protagonisti coinvolti in una vicenda più grande di loro e poi ancora facendo procedere la storia come una parabola in cui le 'colpe' sono il viatico per il perdono finale.

Dopo un prologo introduttivo in cui la conoscenza delle dinamiche familiari ci permette di vedere i suoi membri riuniti attorno alla figura di un padre ingombrante e con i due fratelli uniti da un legame che va oltre la semplice parentela, il film sgretola quell’unione dividendosi tra l’asprezza del paesaggio afghano dove Sam (Tobey Maguire) guida la sua unità attraverso le insidie talebane, e le atmosfere sospese della cittadina americana in cui la presenza/assenza di chi è partito condiziona le scelte di chi è rimasto.
A differenza del suo predecessore Sheridan sceglie di seguire le due vicende in parallelo, eliminando i flash back e rafforzando con un montaggio alternato la vicinanza psicologica dei protagonisti.
E’questo il momento migliore del film, quello in cui il regista non si limita a sfruttare la bravura degli attori, ma lavorando sulle immagini riesce ad unire senza soluzione di continuità il deragliamento di Jack, catturato dai guerriglieri Talibani e costretto a commettere un azione indicibile, ed il lento ma progressivo ritorno alla vita del fratello (Tommy interpretato da Jake Gyllenhaal), diviso tra le responsabilità di chi deve meritarsi il privilegio di essere rimasto e l’attrazione verso la moglie del militare (Grace impersonata da una grande Natalie Portman).

Sheridan lavora di sottrazione privilegiando i non detti e lasciando che siano le atmosfere a conferire forza alle azioni dei protagonisti.
D’altro canto, forse perché 'il remake' ha la sua ragione di essere in un pubblico americano generalmente sessuofobo ed abituato ai lieto fine, Sheridan trasforma la relazione extraconiugale in un 'bacio rubato' e modifica un finale che pur nella sua drammaticità, lascia un pò di speranza dopo tanta sofferenza.

Ben recitato da un gruppo di attori in cerca di conferme, 'Brothers' dimostra ancora una volta l'inutilità del cinema clonato, se è vero che in presenza dell’originale anche un' opera come questa, sincera e ben realizzata, lascia una sensazione di superfluo difficilmente cancellabile.

giovedì, dicembre 17, 2009

Film in sala dal 18 dicembre

Astro Boy
( Astro Boy )
GENERE: Animazione, Azione, Fantascienza
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Hong Kong, Giappone, USA
REGIA: David Bowers

Il canto delle spose
( Le chant des mariées )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: Karin Albou

Io & Marilyn
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Leonardo Pieraccioni

La Principessa e il Ranocchio
( The Princess and the Frog )
GENERE: Animazione
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Ron Clements, John Musker

Natale a Beverly Hills
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Neri Parenti

mercoledì, dicembre 16, 2009

NEW MOON


New Moon

Ancora storditi dal clamore suscitato dalla prima apparizione, ed impegnati nel tentativo di rendere giustizia alle qualità cinematografiche del primo capitolo della saga ( opera seminale o fenomeno di costume), 'Twilight' gioca d’anticipo, e satura il mercato con un secondo capitolo, che, se non aggiunge nulla rispetto a quanto già visto in precedenza, almeno aiuta a capire qualcosa di più a proposito degli eroi che ne hanno decretato il successo. Se infatti New Moon non fa un passi in avanti rispetto all’evoluzione della storia, a meno che non si voglia prendere sul serio l'espediente che fa scomparire per gran parte del film il protagonista principale, permettendo a Bella di tormentarsi per quasi due ore sulle differenze tra l’amore ed amicizia, dal punto di vista fenomenologico il film lascia ampio spazio all'approfondimento dei caratteri, rivelando cosa si nascondeva dietro ai silenzi siderali ed ai comportamenti trattenuti del primo episodio: dopo la visione del film verrebbe voglia di riprendere l’antico adagio è decretare 'sotto il vestito niente', ma per motivi di principio, o forse perché, fino a prova contraria, crediamo sempre alla buona fede delle persone, proviamo ad argomentare, dicendo che il quadro psicologico ed emotivo dei protagonisti spazia tra un anaffettività appena giustificata dai rimorsi di coscienza (nel caso di Bella bisognerebbe parlare di vere e proprie allucinazioni) ed un atavica indecisione, che gli autori vorrebbero rivestire con i canoni di un dolente romanticismo, molto vicino a quello che affliggeva il Werther goethiano, ed invece finiscono per banalizzare con un narcisismo che, soprattutto sul versante maschile, sembra essersi definitivamente appropriato di un estetismo che non è più esclusivamente femminile, ma anzi, dovendo giudicare dallo stile di Bella, jeans e maglietta sempre indossati e mai un centimetro di pelle scoperta, a differenza dei suoi innamorati, sempre pronti ad esibire ogni centimetro del proprio fisico, è diventata la prerogativa principale di quello maschile. Lungi dall’essere motivo d’unione, la bellezza in tutte le sue sfaccettature (Androgino/Bella, Effeminato/Edward, Virile/Jacob) diventa nell’impossibilità di soddisfare il piacere, il volano di un dolore che isola e rende infelici. E se è vero che lo spettatore ama ricoscersi nei personaggi di finzione, dovremo credere che l’importanza di film come 'New Moon' consista soprattutto nella capacità di indicare 'a che punto è la notte' e qual è la direzione verso cui stiamo andando: il cinema come opera d’arte cede il passo alla sociologia, diventando la cartina di tornasole di una gioventù in bilico tra un inaspettato conformismo (il matrimonio sembra essere uno dei punti di arrivo dell’intera saga) ed un erotismo che sfiora l’indicibile -dal punto di vista anagrafico l’unione tra Edward e Bella sarebbe improponibile, mentre è altrettanto chiara la tendenza promiscua della protagonista attratta da entrambi i suoi pretendenti- e che per questo può essere solo pensato. Ma senza scomodare il relativismo dilagante e confortati dall’annuncio di altri due capitoli della saga vampiresca, il primo dei quali diretto da David Slade (30 giorni di buio), uno specialista del genere, ci sentiamo di affermare che i conti vanno fatti solo alla fine e che il film in questione potrebbe rappresentare nella sua inconsistenza, il cavallo di ritorno di un successo inaspettato e forse non ancora digerito.

venerdì, dicembre 11, 2009

ITALIA '70 - La città sconvolta: caccia spietata ai rapitori (1975) (puntata 14)

La città sconvolta: caccia spietata ai rapitori (1975)
Regia di Fernando Di Leo
Con Luc Merenda, Irina Maleeva, James Mason, Marino Mase', Daniele Dublino, Vittorio Caprioli, Valentina Cortese


TRAMA: Assieme al figlio del ricco costruttore Filippini viene rapito anche quello del meccanico Colella.

IL FILM: Alcuni banditi, rapiscono il piccolo Antonio Filippini, figlio di un ricco ingegnere e il suo amichetto Fabrizio Colella, orfano di madre, il cui padre e' un modesto meccanico.
Trattando con la segretaria dell'ingegnere i rapitori chiedono per il riscatto di Antonio, dieci miliardi.
L'ingegnere Filippini (J. Mason) tenta di abbassare le loro pretese tirando le trattative per le lunghe.
Per costringerlo a pagare, i malviventi uccidono il piccolo Fabrizio.
Vista l' impotenza della polizia, il meccanico Colella (L. Merenda) decide di agire in prima persona.
Il meccanico si scatena, annebbiato dalla sete di vendetta fino a giungere alla resa dei conti che avrà luogo in un luna park.

COMMENTO: Il poliziottesco secondo il maestro Fernando Di Leo.
Film dichiaratamente di sinistra con il disincantato commissario interpretato da Vittorio Caprioli alter ego del regista foggiano.
Il film affronta il tema dei sequestri di persona, a cui ovviamente DI LEO da un'impronta particolare, trasformandolo in un western metropolitano.
Il film è molto politico, con il regista che non esita a descrivere il facoltoso industriale come un uomo dal cuore di pietra che si rivolta con voluttà porcina nei suoi denari, esaltando al contempo la figura del proletario vendicatore.
Fernando Di Leo sembra essere particolarmente interessato alla prima parte del film, utilizzata per tracciare la psicologia dei personaggi, mentre la seconda parte è dedicata quasi esclusivamente all'azione.

CURIOSITA'-NOTIZIE: Indimenticabile la risposta pronunciata da Vittorio Caprioli all'assistente che invoca leggi più dure contro i sequestratori: " E se in questa nostra bella Italia non ci fosse più nessuno che se ne andasse in giro con una disponibilità di dieci miliardi, cosi, da un giorno all'altro, come se fossero noccioline, anche in questo caso i sequestri finirebbero".
Incasso che superò gli 800 milioni di lire.

giovedì, dicembre 10, 2009

Film in sala dal 11 dicembre

Dieci inverni
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Valerio Mieli

Jennifer's Body
( Jennifer's Body )
GENERE: Commedia, Fantascienza, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Karyn Kusama

Land of the Lost
( Land of the Lost )
GENERE: Azione, Fantasy, Avventura
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Brad Silberling

Senza amore
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2007
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Renato Giordano

Welcome
( Welcome )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: Philippe Lioret

mercoledì, dicembre 09, 2009

A SERIOUS MAN

A SERIOUS MAN
di J. & E. Cohen


Minnesota, 1967, Larry Gopnik (M. Stuhlbarg) è un ebreo laborioso, serio e onesto che insegna Fisica.
Larry non ha grandi pretese, desidera esclusivamente una vita tranquilla per sè e la sua famiglia, ma deve fare i conti con una serie infinita di problemi.
La moglie (S. Lennick) ha una relazione con un altro uomo (F. Melamed) e praticamente costringe Larry a trasferirsi in un Motel insieme al fratello disoccupato e malato; il figlio Danny (A. Wolff) è un adolescente che passa le sue giornate ad imbottirsi di canne ascoltando Somebody to Love dei Jefferson Airplane; la figlia maggiore pare non avere altri interessi che lavarsi continuamente i capelli.
Come se non bastasse, il povero Larry, dopo aver rifiutato di farsi corrompere da un alunno si ritrova ad essere ricattato.
A turbare ulteriormente l'esistenza del pacifico professore c'è anche la bellissima vicina di casa che ama farsi guardare mentre prende il sole completamente nuda.
Per cercare conforto e consigli, Larry si rivolge ai rabbini più importanti della comunità, non trovando nella saggezza rabbinica nè risposte, nè adeguate soluzioni.
I fratelli Coen dispensano crudeltà a piene mani in questo nuovo capitolo della loro variegata cinematografia, catapultando un uomo semplice e senza eccessive ambizioni nel più meschino dei mondi (il nostro) possibili.
A fare da sfondo alla storia di A SERIOUS MAN, c'è la comunità ebraica, che i Coen non esitano a criticare, ironizzando ferocemente sulla figura del Rabbino, che viene spesso dipinto come inadeguato al ruolo, indottrinato con frasi fatte, poco avvezzo a confrontarsi con la vita reale.
L'amara ironia dei Coen si abbatte anche sulla lobby degli avvocati ebrei che dietro la loro amabile disponibilità celano parcelle da capogiro, sintomo inequivocabile della loro avidità.
A SERIOUS MAN è una commedia amarissima tratteggiata con sapienza che non sfocia mai in una situazione esplicitamente comica o quantomeno divertente, ma che fa dell'ironia l'arma per scardinare le certezze di un uomo e di una intera comunità.
Il contesto Yiddish non deve indurre lo spettatore ad attendersi freddure o battute alla Woody Allen, da sempre molto aderente alle esigenze del pubblico europeo, che usa il cinismo e il disincanto come ariete per indurre alla risata facile, puntando sulla scarsa conoscenza e il qualunquismo che circonda le comunità ebraiche, in A SERIOUS MAN si punta molto più in alto.
I due registi colpiscono dall'interno, conoscendo perfettamente i punti sensibili.
I fratelli Coen confezionano il loro film miscelando humor nero e spiazzante cinismo, ottenendo grandi risultati e regolando qualche conto in sospeso con le proprie radici.
Ottimo il prologo di ambientazione polacca al pari del finale crudele e liberatorio.

Nel paese delle creature selvagge

Nel paese delle creature selvagge
di Spike Jonze


Dopo aver portato sullo schermo nevrosi e sceneggiature di un tipo come Charlie Kaufmann, che già il nome sembra definire dentro dimensioni di tipo kafkiano e che invece questa volta non c’entra niente con il nostro, Spike Jonze volge il suo sguardo al mondo dell’infanzia filmando il libro illustrato di Maurice Sendak, e per farlo, decide di rimanere il più attaccato alla realtà, realizzando le creature che danno il titolo al film ed il mondo che ruota attorno a loro, riducendo al massimo l'apparato tecnologico, a favore di uno spettacolo in cui la meraviglia deriva dalla percezione che il corto circuito tra il mondo reale, rappresentato dal bambino, e quello immaginario, popolato dalle creature selvagge, non sia il frutto di un assemblaggio virtuale ma esista veramente in qualche parte del pianeta.

Abbandonandosi alla bellezza delle immagini, illuminate da uno specialista delle luci naturali come Lance Acord, capace di trasformare l'isola in cui si svolge il film in una terra di mezzo, e dopo essersi abituati alla consistenza materica dei mostri, costruiti addosso ad attori in carne ossa che ne assicuravano il movimento, non si fa fatica ad entrare all'interno della storia dimenticandosi della finzione scenica.

Dopo uno splendido inizio, in cui le difficoltà del bambino nel rapportarsi con il mondo degli adulti sono rese con un montaggio emotivo, il film si appesantisce quando deve raccontare l’anarchia di una mente che esorcizza le proprie paure diventando il deus ex machina di un mondo, in cui le esperienze pregresse vengono rielaborate attraverso un modello familiare che ripete, enfatizzandole nella morfologia primordiale delle creature selvagge, le dinamiche relazionali del mondo reale.

I comportamenti sconclusionati e le espressioni a metà tra il serio ed il faceto riempiono lo schermo interromponendo momenti di pausa interminabili, in cui il piccolo fuggiasco metabolizza gli insegnamenti di un esperienza fuori dal normale.

Ed è proprio la delicatezza del giovane interprete, capace di sottolineare con la spontaneità tipica dell’età i vari passaggi della storia, a salvare, almeno in parte un opera che non riesce a bissare sul piano dell’interesse le indubbie qualità della forma.

LOOKING FOR ERIC - Il mio amico Eric


Il segno dei tempi pare aver condizionato anche Ken Loach se è vero che persino un regista come lui, abituato ad affondare le mani nei miasmi della vita ed allergico agli artifici hollywoodiani, questa volta si affida ad un personaggio di fantasia (nel senso che Eric Cantona è una proiezione del protagonista appassionato di calcio e fan del giocatore) per dare vita ad una storia che ripropone gli stilemi del suo cinema ma li arricchisce con un immaginazione ed una leggerezza sconosciuta: se la vicenda di Eric, un postino alle prese con i problemi di una famiglia allargata e le conseguenze di un matrimonio fallito ripropone la figura di un uomo che prova ad invertire la propria parabola esistenziale e che il senso di militanza è ancora presente nella vicinanza dei colleghi di lavoro, assidui nel sostenere l’amico eternamente depresso e decisivi (in una scena di rara ilarità) quando lo stesso deciderà di reagire per le rime nei confronti di una pericolosa gang che minaccia i suoi figliastri, è altrettanto vero che gli snodi principali del film (la presa di coscienza della propria condizione, la volontà di recuperare il rapporto con la moglie che aveva abbandonato, il recupero di una dignità perduta) passano attraverso i consigli di un “uomo che non c’è”, e che lo stile, pur rimanendo attaccato al referto documentaristico mostra la volontà di affidarsi a soluzioni di certo cinema americano (l’uso del flash back e la luce d’orata nei ricordi amorosi di Erick ma anche la celerità con cui i personaggi di contorno sono pronti a prodigarsi per alleviare le pene del nostro eroe). Ma anche la decisione di affidarsi alla genuinità di un non attore che rappresenta, seppur con le stimmate del bastian contrario (una specie di Che Quevara dei campi di calcio), la quintessenza di uno sport votato al capitale e di insistere con numerosi inserti di repertorio che illustrano insieme le doti del calciatore e la passione del protagonista è una risposta a chi crede che l’impegno civile passi solo attraverso l’indignazione e la seriosità a tutti i costi. Lunga vita a Ken Loach ed ai suoi sogni di un mondo migliore.

venerdì, dicembre 04, 2009

500 days of summer

500 days of summer
di Marc Webb

Costruire l'amore/Decostruire l'amore: sono questi i presupposti che muovono l’ultimo film di Marc Webb, 500 days of summer, commedia agrodolce imperniata sulle vicende sentimentali di Tom Hansen, inguaribile romantico con la passione per l’architettura e Summer Finn, dolcemente disincantata e decisa a conservare la propria indipendenza, diversamente coinvolti in una relazione fuori dagli schemi eppure segnata dalle idiosincrasie che sempre accompagnano i favoriti da Cupido.

Scandita da un calendario immaginario che la sceneggiatura costruisce per assecondare la voce over, a cui spetta il compito di far progredire la storia ed insieme di dimostrare con andirivieni temporali l'imprevedibilità di un sentimento amoroso, da sempre costretto a declinarsi secondo i parametri del cuore ed anche del destino, la storia di Tom e Summer (che nella versione italiana si chiamerà Sole) ha un gusto vagamente retrò, non solo per la presenza di due caratteri dalla fotogenia anomala, vicina ai gusti di un pubblico che alla bellezza delle forme preferisce quella delle idee, ma anche per le soluzioni di una regia che ammicca apertamente alla New Hollywood, con la musica che diventa manifesto dello stato d’animo dei personaggi e per certe "ingenuità" che hanno caratterizzato alcuni eroi di quel periodo (palese il richiamo al "Laureato" ma anche a "Come Eravamo"), ed al movimento della Novelle Vague, presente nell'inguaribile fiducia (o follia) che permette ai personaggi di sopravvivere con malinconica leggerezza agli ostacoli del cuore.

Ed anche la trovata di invertire le predisposizioni biologiche, attribuendo ai personaggi caratteristiche e vicissitudini che appartengono al sesso opposto contribuisce ad invertire il trend di una commedia americana prevedibilmente sessista.

Purtroppo Webb non riesce a rendere spontanea la propria cinefilià ed appesantisce il film con una serie di trovate, che a cominciare dai fotogrammi che sembrano venire fuori dagli schizzi con cui Tom sfoga la sua frustrazione di architetto mancato, alla complicità con il pubblico ricercata nell’espediente degli attori che si rivolgono allo spettatore, fino ai giochetti temporali volti a pareggiare i momenti felici con quelli deprimenti, tolgono spazio all'emotività di una vicenda che dovendo rispettare l'assunto di partenza frena (per eccessivo schematismo) la performance della coppia Leavitt/Deschanel.

giovedì, dicembre 03, 2009

Film in sala dal 4 dicembre

A Christmas Carol
( A Christmas Carol )
GENERE: Fantasy
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Robert Zemeckis

A Serious Man
( A Serious Man )
GENERE: Commedia, Noir
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Ethan Coen, Joel Coen

Ben X
( Ben X )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2007
NAZIONALITÀ Belgio, Olanda
REGIA: Nic Balthazar

Il mio amico Eric
( Looking for Eric )
GENERE: Commedia, Drammatico, Sportivo
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Belgio, Francia, Gran Bretagna, Italia
REGIA: Ken Loach

L'isola delle coppie
( Couples Retreat )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Peter Billingsley

L'uomo nero
GENERE: Commedia, Romantico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Sergio Rubini

Moon
( Moon )
GENERE: Fantascienza, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Gran Bretagna
REGIA: Duncan Jones

Ninja Assassin
( Ninja Assassin )
GENERE: Azione, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: James McTeigue

Non è ancora domani (La Pivellina)
( La Pivellina )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD:2009
NAZIONALITÀ Australia, Italia
REGIA: Tizza Covi, Rainer Frimmel

mercoledì, dicembre 02, 2009

La dura Verita'

La dura Verità
di Robert Luketic


Una commedia che guarda al passato per rinverdire una tradizione di grande cinema e due attori che cercano la definitiva consacrazione sono i motivi principali di “The Ugly Truth”, la commedia di Robert Luketic ambientata nel mondo della televisione ed incentrata sulla dialettica caratteriale che oppone una produttrice impegnata a risollevare gli indici d’ascolto del suo programma ed un conduttore sulla cresta dell’onda per il successo ottenuto dalle dissertazioni amorose dispensate nell’inserto televisivo che da il titolo al film.

"La cruda verità" diventa così lo slogan di un personaggio (Mike Chadway) che fa di tutto per apparire politicamente scorretto, a cominciare dai modi diretti ed un po’ invadenti con cui si propone allo spettatore, e che affrontano senza reticenze i problemi della coppia, oppure divertendosi a provocarne gli istinti con goliardici siparietti che possono prevedere anche evoluzioni acquatiche con la complicità di ragazze compiacenti.

continua a leggere la recensione dl film sul sito di ONDACINEMA

giovedì, novembre 26, 2009

La prima linea

Abituato a circumnavigare il cuore del problema con espedienti rafforzatisi attraverso anni di frequentazioni virtuali e biecamente sospinti verso verità che confermino gli a priori di partenza, lo spettatore assiste alla visione di 'La prima Linea' di Renato De Maria, convinto di trovarsi di fronte ad un film disposto a fare i conti con un pezzo di Storia italiana, la cui ricostruzione è stata di volta in volta complicata, e direi, ostacolata da reticenze di ordine politico ed anche psicologico. Ed è probabile che negli intenti del regista la vicenda della famigerata coppia di assassini doveva assumere un valore paradigmatico rispetto al fallimento di una generazione, che a cavallo degli anni '70 credeva di cambiare il sistema attraverso la lotta armata e senza rendersene conto, si sostituì ai carnefici che cercava di combattere: d’altronde Sergio Segio e Susanna Ronconi furono come gli altri 'compagni di lotta' il prodotto di quell'illusione sessantottina che dopo anni di amore libero e sogni lisergici si trovò ad affrontare gli altiforni delle fabbriche e le regole del capitale.
Le occupazioni e le riunioni sindacali, i cortei per protestare contro condizioni di lavoro improponibili e poi, improvvisamente l’escalation che diede il via alla stagioni delle stragi di stato: Piazza Fontana, il treno Italicus ed altri eventi luttuosi sono i segni di un imbarbarimento al quale viene fatta risalire il primo cambiamento, quello che portò molti giovani a preferire l’eversione e successivamente il terrorismo, per rispondere ad una “strategia della tensione” organizzata dallo stato, con la connivenza dei servizi segreti.

Il film parte proprio da qui, ed attraverso immagini di repertorio ricostruisce il clima politico e sociale che fa da sfondo alla vicenda.
Segio, lo racconta e si racconta dall’interno della prigione dove è stato appena tradotto, attraverso un espediente che gli permette di guardare all’intera vicenda con la disillusione di chi sa di raccontare una sconfitta senza nessuna possibilità di redenzione.
Una scansione temporale dominata dall’avvincendarsi degli eventi - l’incontro con la compagna di una vita, l’omicidio del giudice Alessandrini e quello di un membro della banda, la decisione di fuoriuscire dall’organizzazione e la liberazione della Ronconi dal - e dal solco di una colpa che diventa così profonda da offuscare le ragioni che l’hanno generata.
Un vuoto esistenziale costruito sui volti dei protagonisti, pallidi e svuotati, sui movimenti della macchina da presa, come frenati dalla mestizia che avvolge la storia, su una geografia urbana che diventa sempre più anonima e trascolora nelle forme di un paesaggio naturale privo di punti di riferimento, perfetto contraltare di una gioventù che si è smarrita.
Eppure questa compattezza finisce per saturare i motivi di un operazione che finisce per ribadire le cose di sempre e non fa un passo in avanti verso la comprensione del problema: alla condanna iniziale, chiara ed inequivocabile (e d’altronde come potrebbe essere altrimenti) non riesce a seguire un analisi sui perché di una tale degenerazione: i germi di un malessere che ha contaminato la compagine sociale, i partiti e lo stato, il filo doppio che univa le frange più estremiste ai movimenti sindacali e le ingerenze di una classe politica che sapeva più di quanto voleva lasciava intendere rimangono domande senza risposta. 'Sergio' ed i suoi compagni sembrano fare tutto da soli, schegge impazzite sfuggite al controllo e condannate dal loro stesso comportamento ad una fine già scritta. Un po’troppo poco per chiunque voglia affrontare il terrorismo e gli Anni di Piombo con la voglia di rompere il muro di omertà che circonda quegli anni ed invece si ostina a riproporre un 'Esistenzialismo' fatto di vestiti sdruciti e capelli mai lavati, di parole abbozzate e silenzi siderali.

Dopo la fantapolitica di Martinelli e le soluzioni oniriche di Bellocchio, tra film ancora inediti e progetti rimasti in nuce il cinema italiano rispetto a questo argomento è rimasto ancora fermo a 'Colpire al cuore' di Gianni Amelio che è datato 1982. Quanto dobbiamo ancora aspettare?

Film in sala dal 27 novembre

500 giorni insieme
( (500) Days of Summer )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Mark Webb

Cado dalle nubi
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Gennaro Nunziante

Dorian Gray
( Dorian Gray )
GENERE: Drammatico, Horror
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Gran Bretagna
REGIA: Oliver Parker

Francesca
( Francesca )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Romania
REGIA: Bobby Paunescu

La dura verità
( The Ugly Truth )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Robert Luketic

Meno male che ci sei
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Luis Prieto

Senza amore
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2007
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Renato Giordano

Triage
( Triage )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Belgio, Irlanda
REGIA: Danis Tanovic

mercoledì, novembre 25, 2009

Tetro - Segreti di Famiglia

Tetro - Segreti di Famiglia
di F. F. Coppola


L'acerbo e ingenuo diciottenne Bennie (un implume ed espressivo Alden Ehrenreich, molto somigliante a leonardo di caprio dei tempi di mr. grape), si reca a Buenos Aires per cercare il fratello maggiore Angel (Vincent Gallo), scomparso come nel nulla da molti anni, in fuga dalla famiglia e che ha giurato di non vedere piu' nessuno dei suoi parenti, in particolare il padre Carlo (Klaus Maria Brandauer), dalla personalità impetuosa ed ingombrante.
La loro è una famiglia di emigranti italoargentini che, a causa del lavoro del padre, acclamato direttore d'orchestra, si è trasferita a New York da molto tempo. Quando Bennie ritrova il fratello ne scopre il talento poetico e drammaturgico. Angel è ora Tetro, poeta dannato, consumato sui propri ricordi, arroccato in una rabbia primordiale che da tempo gli strizza le viscere. Tetro, un Vincent Gallo strepitoso, si nasconde da un passato che non riesce a metabolizzare scontrandosi, per assurdo, con un presente in cui non riece ad espimere completamente se stesso.
Bennie scopre che il fratello è molto diverso da come si aspettava ma decide ugualmente di vivere con lui e con la sua fidanzata Miranda (Maribel Verdú), una paziente e amorevole presenza che saprà aiutare a sciogliere i molti nodi che bloccano i due fratelli. L'arrivo di Bennie scatenerà una serie di eventi che condurranno all'insolito epilogo.
Girato quasi completamente in un bianco e nero scintillante (del magistrale romeno Mihai Malamaire jr) che scolpisce le figure in scena come un michelangelo modellerebbe il marmo, e che rende omaggio a gran parte del cinema americano anni '40 e del neorealismo italiano, Tetro, infelicemente tradotto in Italia con uno sciapo Segreti di famiglia, mette in scena l'ennesimo dramma famigliare con toni grevi e soventi eccessi di stile, circondato da uno sguardo di autocompiacimento estatico che, purtroppo, conduce Coppola al piano dell'esagerazione vacua.
Coppola solca ancora una volta il tema del conflitto tra figli e padri, della famiglia culla di successi ed incomprensioni, rivisitando senza troppe idee la tragedia famiglaire nella sua più classica delle visioni.
Se all'inizio si strizza l'occhio a Rusty il selvaggio, ben presto il film si abbandona a derive malinconiche.
Lo script offre una narrazione fluida nel complesso ma mancante di quell'originalità che avrebbe potuto dare al prodotto finale: la passione e il coinvolgimento, di cui si avverte la mancanza, non trasudano dai personaggi, dal dramma posto in essere. Tutto si consuma coi ritmi sterili ed ossessivi del rancoroso Tetro e con l'ansia della ricerca della verità del giovane Bennie, sospesi su espedienti narrativi già visti.
Coppola raggiunge la perfezione stilistica e tecnica, perdendo però colpi nello sviluppo dei personaggi e del dramma, che sulle ultime note cade ingloriosamente nel melò. Gli intrecci tra passato e presente reggono, seppure in modo posticcio, una storia il cui pretesto pare essere quello di riproporre, in uno stile felliniano, l'esposizione del ricordo e del sogno.
L'ottimo contributo degli attori, tutti molto adatti per le parti assegnate e dalla partecipazione che va oltre il definibile nel trattamento, non sembra bastarci per credere completamente in questo prodotto targato American Zoetrope e che restituisce Coppola al cinema indipendente.
Gli eisodi legati ai ricordi e ai sogni sono incastonati nella trama con sequenze a colori, dai toni caldi ed avvolgenti. La parziale elaborazione del coflitto e de lutto lasciano l'amaro senso di incompiuto in bocca. Ed il finale arriva troppo presto, pur dopo due ore di film, a risolvere in modo affrettato le faccende di famiglia.
Il cameo di Carmen Maura sembra più un omaggio al cinema che altro, come fosse una Liz Taylor oppure una Stefania Sandrelli in terra Agrgentina. Purtroppo non si discosta da questo: Alone, la produttrice/critica teatrale che interpreta, non viene sviluppata, galleggia come una zattera abbandonata nel flusso della storia.

lunedì, novembre 23, 2009

Torino film festival 2009: i film premiati

Ecco la lista dei vincitori del Torino Film Festival 2009:

Miglior film
La bocca del lupo, regia di Pietro Marcello

Premio speciale della Giuria (ex aequo)
Crackie, regia di Sherry White
Guy and Madeline on a Park Bench, regia di Damien Chazelle

Miglior sceneggiatura - Premio Invito alla Scuola Holden
Calin Peter Netzer - Medalia de onoare - Medal of Honor

Miglior attore (ex aequo)
Robert Duvall - Get Low
Bill Murray - Get Low

Miglior attrice
Catalina Saavedra - La Nana - The Maid

Miglior documentario italiano
Valentina Postika in attesa di partire, regia di Caterina Carone

Italiana.DOC - Premio speciale della giuria (ex aequo)
Corde, regia di Marcello Sannino
The Cambodian Room - Situations with Antoine D'Agata, regia di Tommaso Lusena e Giuseppe Schillaci

Italiana.DOC - Menzione speciale
Je suis Simone (La condition ouvrière), regia di Fabrizio Ferraro

Premio Cult - Il cinema della realtà
Oil City Confidential, regia di Julien Temple

Premio Cipputi - Miglior film sul mondo del lavoro
Baseco Bakal Boys, regia di Ralston Jover

Premio Cult - Menzione speciale
45365, regia di Bill Ross e Turner Ross

Premio FIPRESCI
La bocca del lupo, regia di Pietro Marcello

Premio del pubblico Achille Valdata per il miglior film
Medalia de onoare - Medal of Honor, regia di Calin Peter Netzer

Premio UCCA - Venti Città
Magari le cose cambiano, regia di Andrea Segrè

Premio Maurizio Collino per il miglior film su temi giovanili
Welcome, regia di Philippe Lioret


Ringrazio molto 'cinema e viaggi'. per le preziose e tempestive info

venerdì, novembre 20, 2009

Coppola e il cinema Italiano

"Ho visto Gomorra ed è stata una brutta esperienza, è un film troppo duro, anche se molto ben recitato".

È secco il giudizio di Francis Ford Coppola, riportato dal quotidiano di informazione cinematografica on line Cinecittà News.
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"Il Divo, che non ho visto, e Gomorra sono un po' poco per parlare di rinascita – prosegue Coppola - Specie se confrontati con i film di Rosi, Rossellini, Monicelli, Antonioni, Dino Risi e Nanni Loy. Il vostro problema sono i maschi italiani, padri che non mollano l'osso, che vogliono tutte le donne e tutta la fama per se stessi e ai figli lasciano le briciole. Per i giovani non ci sono abbastanza opportunità, anche nel cinema"

Francis Ford Coppola in questi giorni è a Torino, al 27° TFF, ospite di Gianni Amelio, per una due giorni cinematografica intensa, durante la quale ha presentato, in anteprima al pubblico italiano, la sua ultima fatica, Segreti di famiglia, già visto a Cannes 2009.


Cosa ne pensate dell'opinione di F. F. Coppola sul cinema attuale italiano?



Leggi tutto l'articolo de L'Unita' da cui ho tratto il post:
Coppola: "Gomorra è stata una brutta esperienza", di Gabriella Gallozzi, l'Unità, 19 novembre 2009.


giovedì, novembre 19, 2009

Film in sala dal 20 novembre

Twilight Saga : New Moon
( The Twilight Saga: New Moon )
GENERE: Horror, Thriller, Fantasy, Sentimentale
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Chris Weitz

Ce n'è per tutti
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Luciano Melchionna

Francesca
( Francesca )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Romania
REGIA: Bobby Paunescu

Planet 51
( Planet 51 )
GENERE: Animazione
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Spagna, Gran Bretagna
REGIA: Javier Abad, Jorge Blanco

Segreti di famiglia
( Tetro )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Argentina, USA
REGIA: Francis Ford Coppola

Valentino: The Last Emperor
( Valentino: The Last Emperor )
GENERE: Documentario
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Matt Tyrnauer

giovedì, novembre 12, 2009

Film in sala dal 13 novembre

2012
( 2012 )
GENERE: Fantascienza, Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Canada, USA
REGIA: Roland Emmerich

Gli abbracci spezzati
( Los Abrazos Rotos )
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Spagna
REGIA: Pedro Almodóvar

Good Morning, Aman
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Claudio Noce

Il viaggio di Jeanne
( Les grandes personnes )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Francia, Svezia
REGIA: Anna Novion

Un alibi perfetto
( Beyond a reasonable doubt )
GENERE: Drammatico, Giallo, Thriller, Noir
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Peter Hyams

27 TFF - Torino Film Festival
a Torino dal 13 al 22 novembre.
cinema: Ambrosio, Massimo, Greenwich, Nazionale

LO SPAZIO BIANCO

Dopo aver lavato i panni sporchi di un Italia corrotta ed in crisi di valori, Francesca Comencini torna a raccontare la vita quotidiana attraverso l’esperienza di Maria, single quarantenne costretta ad affrontare le conseguenze di un parto prematuro e le incognite legate alle precarie condizioni del nascituro. L’evento, accolto sulle prime con rassegnata accettazione si trasforma per fasi successive in una sorta di confronto tra le aspirazioni di una personalità ai limiti della nevrosi e le responsabilità di un maternità complicata dall’incerto futuro del bambino, tenuto in vita dalla speranza della madre e, paradossalmente, dalla mancanza di risposte dell’apparato medicale.

zL’attesa per lo scioglimento della prognosi diventa il tempo di una seconda gestazione, la palingenesi di una donna che ritrova se stessa attraverso il confronto con quella parte di sé che aveva sempre negato - esemplare in questo senso la scena in cui dopo aver fatto l’amore Maria, nuda e con la sigaretta in mano, osserva con sguardo distante il bambino del suo amante- e la possibilità di una condivisione senza merce di scambio, attuata sulla base di una condizione in cui il bisogno di solidarietà è più forte delle differenze sociali. La Comencini privilegia la dimensione personale della vicenda immergendo lo spettatore nell’universo emozionale della protagonista: la storia procede in un unicum in cui presente e passato, omissioni e disvelamenti si confondono sullo sfondo di un paesaggio che non riesce mai a diventare completamente reale ma è sempre il risultato di uno stato d’animo o la reazione ad una situazione contingente. Una rappresentazione che diventa onirica nelle scene più belle, quelle dedicate al primo contatto tra la madre ed il figlio, avvenuto in un ospedale che la fotografia di Bigazzi trasforma in un non luogo dai contorni sfumati di bianco e dove le figure diventano il riflesso della loro essenza. Un lavoro di sottrazione a cui poco si addicono le improvvise (e molto forzate) aperture verso la realtà del paese, di volta in volta rappresentate dalla figura del magistrato in lotta contro la mafia o dallo sguardo sulla condizione femminile, la cui solitudine viene enfatizzata dalla lunga carrellata (ripetuta all’inizio ed alla fine del film) sugli interni delle abitazioni che Maria vede dall’autobus che la porta a lavoro. Nuoce soprattutto la scelta di un attrice (Margherita Buy) che ci mette la faccia (con rughe programmaticamente enfatizzate) ed anche il corpo (accenno di nudo integrale salvato dalla scarsa illuminazione dell’ambiente) ma non riesce mai a lasciarsi andare: basterebbe considerare la scena iniziale, quella in cui la protagonista è intenta a ballare ed insieme, a liberarsi delle proprie inibizioni. Ecco proprio lì, in quei movimenti che non diventano mai fluidi c’è il succo di una scommessa non riuscita e del film che poteva essere ed invece non è.

lunedì, novembre 09, 2009

IL NASTRO BIANCO

Il maestro Michael Haneke, autore di capolavori come FUNNY GAMES (1997) LA PIANISTA (gran premio della giuria, miglior attore, miglior attrice a Cannes 2001) NIENTE DA NASCONDERE (miglior regia Cannes 2005), torna finalmente sugli schermi con IL NASTRO BIANCO (vincitore a Cannes 2009).
All'alba della prima guerra mondiale la vita monotona di un villaggio della Germania viene turbata da alcuni inquietanti avvenimenti: una corda tesa tra due alberi fa cadere da cavallo il medico del villaggio; una contadina è vittima di uno strano incidente sul lavoro che le costa la vita; alcuni bambini vengono seviziati.

Il disturbante regista austriaco ci racconta la vita di una comunità chiusa, economicamente dipendente dal signorotto locale e pesantemente influenzata da una religione (protestante) esclusivamente utilizzata come forma di repressione dal pastore del villaggio.
A turbare l'apparente tranquillità dell'intero villaggio ci sono i bambini, unico granello di sabbia in un ingranaggio sociale ben oliato, pericoloso elemento di disturbo che va ferocemente represso con punizioni corporali e l'umiliazione, quest'ultima rappresentata da un nastro bianco da indossare in pubblico.

Haneke è geniale nel fornire di nomi solo i bambini, mentre gli adulti sono rappresentati solo con i loro titoli o ruoli che gli forniscono autorità: il barone, il pastore, il medico, il signor padre.

Ma repressione, violenza, umiliazioni e soffocamento delle pulsioni possono solo far germogliare il seme dell'odio nei giovanissimi.
I nastri bianchi che il pastore vuole erigere a simbolo di purezza diventeranno le stelle di davide che i bambini oppressi di Haneke, una volta divenuti adulti, appunteranno sul petto degli ebrei.

Molto bello esteticamente, con camera fissa ad incorniciare tante cartoline d'epoca, spazio delimitato e soffocante che vuole rappresentare il mondo chiuso e opprimente in cui si svolgono i fatti narrati.

Stampato in un bianco e nero gelido e avvolgente e senza musiche, il NASTRO BIANCO è l'incubazione del male secondo Haneke.

Ennesimo capolavoro.

Imperdibile.

sabato, novembre 07, 2009

Nemico Pubblico - di M. Mann

Ancora una volta un uomo al di fuori della legge, e come al solito il ritratto di una personalità che si nasconde tra le pieghe di una violenza programmatica. La vita del bandito più celebre d'America diventa il pretesto per la riscoperta di un pezzo di storia americana che Michael Mann ricostruisce sulla base di un resoconto che evita la leggenda e preferisce la realtà dei fatti. La vita pubblica di John Dillinger, passato alle cronache per l'abilità malavitosa dopo una giovinezza trascorsa in riformatorio, diventa l'epitaffio di un'esistenza bruciata dalla voglia di vivere e dalla consapevolezza della caducità del tempo e delle cose.
Il 1933, quarto anno della grande depressione, diventa anche lo spartiacque per le imprese del bandito e della sua gang rispetto ad un mondo avviato ad una trasformazione necessaria alla sua sopravvivenza.

Icaro moderno, ma anche modello di una gioventù bruciatà sull'altare del progresso, Dillinger affronta il suo destino con la spavalderia di chi non ha nulla da perdere e con i modi eleganti delle star cinematografiche di cui si nutre il suo immaginario e che non mancano di ripresentarsi nei borsalini impeccabilmente calati sullo sguardo tenebroso, o nella conferenza stampa all'indomani della sua cattura, quando alla pari di un novello George Clooney gigioneggia con i giornalisti accorsi ad intervistarlo.
Espressione distorta dei valori fondanti della nazione americana (successo, denaro, individualismo), Dillinger è un uomo sorpassato da una società che ha trovato la modernità in un'economia in cui il denaro viene sostituito dalle speculazioni finanziarie e le sicurezze in un'organizzazione anticrimine i cui metodi, compresa la tortura, ricordano da vicino quelli usati per i prigionieri di Guantanamo.
La leggenda che accompagna le sue imprese (nelle stanze del potere come nelle pagine dei giornali non si parla d’altro) è scandita da una vertigine esistenziale che non si ferma neanche di fronte al grande amore (Billie Frechette) e che deve confrontarsi con un alter ego altrettanto determinato (il poliziotto Elvis Purvuis, ingaggiato da E. Hoover per catturare il fuorilegge), ma come lui espressione di un'America che reagisce allo smarrimento dei tempi, radicalizzando i valori di una vita.

Sulla base di una struttura ormai nota (il duello a distanza tra l'antieroe e la sua nemesi, la consapevolezza di un destino ineluttabile, la distanza tra il mondo ideale e quello immaginato) Mann continua un percorso di cineasta che riesce ad essere innovativo ed allo stesso tempo tempo funzionale all'apparato produttivo che lo sostiene.
Sovrapponendo le componenti divistiche del personaggio reale a quelle artistiche dell'attore che lo impersona (un Johnny Deep decisivo per la veicolazione dell'opera), Mann annulla le distanze con il passato, cristallizzandolo in un presente che sembra ieri, grazie ad un utilizzo del mezzo digitale, che se da una parte penalizza il film sotto il profilo dell'immaginario filmico, togliendogli quella patina di finzione che costituisce anche il suo lato più affascinante, dall'altra lo rinforza sia in termini percettivi, per la forza di immagini rubate agli ambienti più improbabili (l'interno di una macchina d'epoca o il locale simil 'Cotton Club' in cui Dillinger incontra la sua amata) e nelle condizioni più difficili (per la capacità di mantenere inalterata la profondità di campo anche in condizioni di scarsa visibilità), che di verosimiglianza, per la caratteristiche del mezzo di restituire i particolari di un ambiente (filologicamente riproposto da locations che a suo tempo furono testimoni di quegli avvenimenti) o la fisognomica dei protagonisti.

Sviluppato in maniera classica, con un perfetto equilibrio tra i momenti di azione (un classico dei film del regista) e quelli riservati alla progressione del racconto, Nemico Pubblico riesce anche ad essere altro, ritagliandosi momenti di cinema espressionista, con ombre che si allungano sulle pareti o che si sostituiscono alle stesse figure umane (spesso letteralmente risucchiate all'interno di uno sfondo indefinito), oppure crepuscolare, per la prevalenza dei toni notturni e delle penombre che sembrano evocare le incertezze di un epoca di piena transizione.

Ma Michael Mann è comunque abile a mischiare le carte, evitando pericolosi sbilanciamenti a favore di questa o quella componente, orchestrando un ritmo interno alle singole scene, in cui la staticità del movimento è continuamente interrotta dalla frammentazione di inquadrature che cambiano continuamente prospettiva o sono sistematicamente decentrate rispetto all'oggetto della loro osservazione.

Supportato dal miglior Johnny Deep degli ultimi tempi, finalmente in un ruolo che lo allontana da pericolose derive manieristiche, e corroborato da una serie di comprimari che possono vantare addirittura un Oscar (Marion Cotillard nel ruolo di Billie Frechette) oppure il carisma per ruoli di primo piano (Christian Bates), Nemico Pubblico conferma anche una venerazione attoriale che si traduce in una specie di chiamata alle armi da parte di attori già affermati, disposti anche a ruoli di contorno pur di partecipare all’ennesima impresa artistica.

giovedì, novembre 05, 2009

Film in sala dal 6 novembre

Alza la testa
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Alessandro Angelini

Anno uno
( Year One )
GENERE: Comico, Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Harold Ramis

Berlin Calling
( Berlin Calling )
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Germania


L'uomo che fissa le capre
( The Men Who Stare at Goats )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Grant Heslov

Marpiccolo
( Marpiccolo )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Alessandro Di Robilant

Nemico Pubblico
( Public Enemies )
GENERE: Azione, Drammatico, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Michael Mann

martedì, novembre 03, 2009

Zack e miri make a porno

Kevin Smiths è forse il rappresentante più iconoclasta fuoriuscito dalla fucina di quel Sundance che proprio in questi giorni torna a far sentire la sua impronta grazie all’ultimo Tarantino: a corto di memoria cinefila e per niente allettato dalle lusinghe delle grandi produzioni, a cui peraltro non potrebbe offrire progetti ad ampio respiro, ma soprattutto limitato dalla magnifica irriverenza con cui tratteggia da anni i luoghi comuni della cultura popolare (soprattutto cinema e cartoon), Smith continua a disegnare le sue striscie di celluloide attorno alla variopinta umanità che costituisce il tessuto culturale ed economico di un America ferocemente condizionata dal monopolio delle grandi catene commerciali.

Personaggi abituati a consumare in fretta interessi e passioni; feroci catalogatori di abitudini e tendenze, tracimate attraverso una visione del mondo a dimensione personale eppure capace di parlare un linguaggio universale perché nutrito dagli stessi bisogni consumistici dei loro spettatori. Una generazione da sempre abituata a sbarcare il lunario con stratagemmi tanto assurdi quanto divertenti, e che qui, dopo i riferimenti più o meno espliciti dei precedenti episodi
(ricordiamo l’esibizione erotica con l’Asino nell’ultimo “Clerks 2”) si cimenta nella mercificazione dell’atto amoroso concepito come mero strumento di guadagno ed allo stesso tempo cinico artificio per mascherare la vulnerabilità della sfera sentimentale.

Senza soldi e con l’affitto da pagare, Zack e Miri ( rispettivamente Seth Rogen ed Emily Banks) sono i protagonisti di un menage che si ferma davanti alle rispettive camere da letto (il sesso complica i rapporti) fino a quando i due, costretti dalle ristrettezze economiche, decidono di risolvere i loro problemi problemi girando un film porno, in cui, insieme ad improbabili compagni di lavoro, dovranno rompere il patto di astinenza, consumando la loro prima volta davanti all’occhio delle telecamere.

Girato con una scioltezza e una semplicità che da sole sono già un atto di irriverenza verso le regole di un movimento (indie) a cui piace esibire il proprio talento, “Zack e Miri” gioca con lo spettatore attraverso la solita costellazione di situazione irriverenti e battute al fulmicotone, in cui la presa in giro di quel film (l’ultimo Superman sbeffeggiato attraverso la proposizione di un Brandon Routh che interpreta un attore porno dichiaratamente gay) o di quella categoria (l’afroamericano ossessionato da possibili riferimenti razzistici) diventano il modo migliore per liberarsi dai propri pregiudizi. Ma questa volta il pretesto è troppo debole per sostenere il parolaio di caratteri e situazioni, mentre la regia, abituata all’esternazione incondizionata, non riesce a cortocircuitare i limiti di una visibilità legata alla commerciabilità del prodotto: Zack e Miri sono troppo buoni ed innamorati per creare scompiglio, mentre i loro compagni di viaggio assomigliano ad i motivi disegnati su una carta da parati. Così facendo il film si sposta sempre di più sulla coppia impegnata a risolvere i propri dilemmi amorosi e tralascia i motivi di interesse (e divertimento) legati alla sgangherata produzione del porno movie. Fatta eccezione per la scena in cui il tifoso ubriaco si ritrova nel mezzo di un amplesso organizzato all’interno del locale dove Zack lavora, riproposizione di un idea di un cinema “casalingo” che appartiene di diritto alla biografia del regista (“Clerks” fu realizzato nell’emporio dove Smith lavorava come commesso), e per le sorprese relative alla festa con i vecchi compagni di scuola, costruite su misura per ribaltare il mito di giovinezza troppo spesso idealizzata e qui demolita attraverso la figura del campione di football di cui Miri è innamorata, la storia procede senza particolare originalità verso uno scontato lieto fine. Occasione mancata o rischio calcolato, Zack e Miri rimane un'altra tappa, seppur deludente, di una commedia umana da dimenticare per i visitatori occasionali, ma comunque imprescindibile per gli aficionados del regista americano.