martedì, settembre 20, 2011

CONTAGION

CONTAGION
regia di S. Soderbergh


recensione di Fabrizio Luperto

Un virus mortale si propaga negli Stati Uniti, come in tutto il mondo, portato da una donna (Gwyneth Paltrow) di ritorno da un viaggio ad Hong Kong.
Mentre il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie cerca un vaccino, un blogger (Jude Law) attacca le autorità accusandole di tener nascosta la gravità della situazione.
L'inizio della pellicola è confortante; una Gwyneth Paltrow mogliettina fedifraga, che se la spassa ad Hong Kong e che finisce scuoiata sul tavolo di un obitorio; la trovata di Sodebergh che ogni volta che sposta l'azione da una città all'altra ci segnala il numero di abitanti per far capire allo spettatore la rapidità con la quale il visrus si diffonde; strette di mano e labbra a contatto con un bicchiere diventano gesti inquietanti.
Poi il buio. Più che ad una sceneggiatura, il film somiglia al riassunto giornalistico di un evento di cronaca: la scoperta del virus, il suo divulgarsi rapidamente, i morti, la paura, la scoperta del vaccino, la salvezza. Fine.
A nulla valgono gli sforzi del regista che continua ad insistere nel suo voler fondere capacità autoriale (che ovviamente gli va riconosciuta) e cinema mainstream.
La seconda parte della pellicola pandemica di Sodebergh è talmente piatta e noiosa da rendere scomoda anche la più confortevole delle poltrone di una sala cinematografica.
Una confezione perfetta (anche se un po' televisiva) e un cast di altissimo livello non bastano a Contagion che resta un film sostanzialmente piatto, privo di aggressività e che, oltre ad una fragile riflessione sulla vulnerabilità della nostra società, non riesce a trasmettere quasi nulla.
Troppo poco per il celebrato Sodebergh.

Fabrizio Luperto









lunedì, settembre 19, 2011

Carnage

CARNAGE
regia di R. Polanski


Due coppie si incontrano per fare il punto sulla zuffa che ha coinvolto i loro figli: vorrebbero risolvere le cose in maniera civile, facendoli riconciliare, in realtà si impegnano a confermare i principi della loro promozione sociale: letizia familiare, buone maniere e sicurezza economica sono punti di arrivo destinati a scomparire sotto il peso di un ipocrisia rivelata. Al loro posto, qualunquismo, volgarità ed una massiccia dose d’egoismo. Per arrivarci un delirio di parole e la nevrosi di esseri umani incastrati nel proprio ruolo.

Tra campi e controcampi Polanski sembra ancora sotto assedio: si rifugia dentro le mura di un appartamento prigione, ed organizza la festa dello scampato pericolo. Il mondo in una stanza. Divisioni politiche e di pensiero, guerre lampo, ed alleanze come un bicchiere di wiskey. Un gioco delle parti che ricorda Pirandello. Uno nessuno, centomila, così è se vi pare. Tutto ed il suo contrario. Ma il decoro sta anche al di fuori dei personaggi e della loro storia: si cela nell’idea di un cinema che aspira al teatro, e nella confezione di lusso realizzata da un manciata di premi oscar. La forza del film è quella di dare allo spettatore l’illusione di essere diverso da ciò vede nello schermo. Nella lavagna, dalla parte dei cattivi, si scriva dei dialoghi slogan e del ritmo loro complice, fatto apposta per coprire la loro inconsistenza. Gli attori partecipano al banchetto. Più di uno rischia l’indigestione.

(Pubblicata su Roma giorno e notte)









venerdì, settembre 16, 2011

TERRAFERMA

TERRAFERMA
regia di E. Crialese

recensione di Fabrizio Luperto



In una imprecisata isola del mediterraneo, Filippo (Filippo Pucillo), un ventenne orfano di padre, vive con la madre Giulietta (Donatella Finocchiaro) e il Nonno Ernesto (Mimmo Cuticchio), un vecchio pescatore.
Durante una battuta di pesca, il giovane Filippo e il nonno Ernesto si imbattono in un barcone di immigrati clandestini e salvano dall'annegamento una donna incinta e il suo bambino.
L'inevitabile sequestro della barca e la denuncia ai proprietari per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, rischia di mandare sul lastrico l'intera famiglia, che sbarca il lunario, utilizzando il malandato peschereccio anche per le gite in mare dei turisti.

Emanuele Crialese, dopo Respiro (2002) e Nuovomondo (2006), continua a raccontare storie di donne e di mare riuscendo ancora ad emozionare.
Il regista romano ci racconta l'impatto dell'immigrazione clandestina sulle vite dei componenti di una povera famiglia isolana che vive affannosamente di pesca e del poco turismo estivo.

Crialese con il suo film non da risposte e non giudica, descrive non solo la triste realtà dei disperati in fuga dalla fame e dalla guerra, ma soprattutto, ed è la parte meglio riuscita, descrive le "piccole" tragedie di chi si prende la briga di salvare la vita a chi si trova in pericolo, tracciando con assoluto realismo le psicologie dei componenti la famiglia (chirurgicamente perfetta quella di Nino) al centro della vicenda.

Giulietta è la donna a cui il mare ha tolto il marito e che sogna una vita diversa, magari con un nuovo compagno lontano dalla realtà isolana; il suocero Ernesto è la tradizione e la dignità; il cognato Nino (Beppe Fiorello) il presunto nuovo che avanza e il figlio Filippo l'incertezza tra tradizione e futuro.
Film che cerca un difficile equilibrio tra cronaca, mito e cultura, forse troppo per un film solo, ma che Crialese riesce a sintetizzare in maniera adeguata aiutato da un cast solido e da una grande fotografia.

A tutte le ottime cose presenti nel film, fanno da contraltare alcuni errori piuttosto evidenti:

1) La donna salvata dalle onde dopo un viaggio via terra di due anni, violenze sessuali subite nelle prigioni libiche, una traversata in mare e soprattutto dopo aver partorito, è bella come una madonna nera e in salute smagliante tanto da mostrarcela con capelli decorati e ombretto agli occhi;
2) I carabinieri, anche in piena estate indossano l'uniforme invernale;
3) Il leggero trucco della Finocchiaro cambia rapidamente nel giro di poche ore per poi ritornare quello di prima.

Premio speciale della giuria a Venezia 2011.

giovedì, settembre 15, 2011

Film in sala dal 16 settembre 2011

Carnage
(Carnage)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Germania, Francia
REGIA: Roman Polanski

Crazy, Stupid, Love
(Crazy, Stupid, Love)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Glenn Ficarra, John Requa

Glee The 3D Concert Movie
(Glee: The 3D Concert Movie)
GENERE: Musicale
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA:

I Puffi
(The Smurfs)
GENERE: Animazione, Fantasy, Family
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Belgio, USA
REGIA: Raja Gosnell

Il debito
(The Debt)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: John Madden

The Eagle
(The Eagle)
GENERE: Drammatico, Storico, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Kevin Macdonald

mercoledì, settembre 14, 2011

COSE DELL'ALTRO MONDO

COSE DELL'ALTRO MONDO

Il poliziotto Ariele (Valerio Mastrandrea) cerca di riappacificarsi con la sua ex fidanzata, la maestra elementare Laura (Valentina Ludovini).
L' imprenditore Golfetto (Diego Abatantuono) dalla sua piccola emittente televisiva lancia i propri proclami contro gli extracomunitari.
I tre vivono in una cittadina veneta dalla quale, all'improvviso, scompaiono tutti gli stranieri.
L'idea di Patierno non è malvagia anche se riciclata dal film di Sergio Arau A day Without a Mexican, film ambientato in California dalla quale sparivano tutti gli immigrati messicani.
Se in una tranquilla cittadina del laborioso nord est, gli immigrati che lavorano, ben inseriti nella società, si stancassero di essere insultati, offesi e irrisi e decidessero sul serio di sparire per sempre, cosa accadrebbe?
Chi accudirebbe la madre malata (Laura Efrikian) del poliziotto che presta servizio a Roma? Chi manderebbe avanti la fabbrica dell'imprenditore borghesotto?
Patierno usa la commedia per raccontare in chiave surreale il razzismo, uno dei tanti deliri dei nostri tempi.
Lo fa con mano leggera, regalando sprazzi di buon cinema quando mantiene il suo film sul tono della commedia.
I mal di pancia cominciano quando il regista de Il mattino ha l'oro in bocca (2007) vira sul grottesco, perdendosi in diverse occasioni e addirittura sovrapponendo la storia d'amore tra Mastrandrea e la Ludovini al plot principale.
Rischioso ridurre la figura dello straniero a quella esclusiva di forza lavoro a buon mercato(siamo rimasti senza schiavi).
Il passaggio migliore del film vede protagonista Valerio Mastrandrea: "ti sei presa una vacanza multietnica" esclama rivolgendosi alla sua ex, maestra elementare, sostenitrice dell'integrazione razziale, buonista convinta e incinta di un ragazzo senegalese che non ha voluto sposare, evidenziando come la donna non abbia avuto problemi a tornare con lui ora che serve un padre per il bimbo che porta in grembo.
Da salvare il sempre inquietante Vitaliano Trevisan ed un malinconico Valerio Mastrandrea.
Ovviamente ingiustificate le proteste leghiste.

lunedì, settembre 12, 2011

L'ultimo terrestre

L'ULTIMO TERRESTRE

In un giorno imprecisato della nostra era viene annunciato lo sbarco degli Alieni: tra attese millenaristiche e slogan pubblicitari, la vigilia dell'evento si riflette su un umanità ormai in disarmo. Una condizione a cui Luca Bertacci appartiene di diritto. Segretamente innamorato della vicina di casa, sfoga la propria frustrazione frequentando un anziana prostituta, e confidandosi con l'amico transessuale.

Opera prima di un fumettista prestato al cinema, "L'ultimo terrestre" a poco a che fare con la fantascienza.

Immerso in un atmosfera surreale, quand'anche grottesca (ad un certo punto il padre di Luca, misogino incallito, si convertirà alla vita di coppia per amore di una dolce visitatrice), girato con ritmo musicale, sincopato o dinamico a seconda dei casi, il film attraverso gli occhi del suo protagonista, una specie di "idiota" alla maniera del personaggio dostojevskiano, compie un viaggio ideale ed antropologico all'interno di un fattore umano in via d'estinzione.

Ossessionata dal sesso, consumato di nascosto ed in maniera peccaminosa, chiusa in un egoismo incapace di distinguere tra buoni e cattivi (gli alieni invece dovrebbero essere in grado di farlo), sempre pronta a sfruttare la situazione per il proprio tornaconto - ad un certo punto assistiamo ad un convegno sugli ufo, dove due lestofanti si professano intermediari degli alieni- la razza terrestre è destinata a soccombere per assenza di anticorpi.

Pacinotti si tiene stretto alla realtà ma allo stesso tempo se ne allontana, costruendo un film libero, capace di reggersi sulle proprie gambe ed indipendente da eventuali analisi sociologiche e politiche. Alieno al panorama cinematografico italiano, "L'ultimo terrestre" si conclude con il sorriso di Luca, felice di osservare l’inizio di una nuova palingenesi. Per essere un film divertente c'è poco da scherzare.


pubblicata su Roma giorno e notte

sabato, settembre 10, 2011

I segreti della mente

I segreti della mente
regia di H. Nakata


Nel cinema di Hideo Nakata il mezzo tecnologico ha una posizione preminente. Abituato ad immergersi nelle profondità più rimosse dell'inconscio, quelle in cui l'anima si tinge di nero pece, il regista giapponese ha trovato nelle diverse declinazioni della tecnica, dal sistema home video utilizzato in "Ringu" alla comunicazione via internet di "I segreti della mente", il modo per portare alla luce i demoni della nostra coscienza. Una modernità per certi versi vicina alla filosofiacyberpunk, se non fosse che i personaggi delle sue storie invece di liberarsi dalla piaghe di un esistenza alienante ed alienata, ne rimangono schiacciati con conseguenze quasi sempre catastrofiche.

Non si sottrae a questa regola Chat room, titolo originale che si lascia preferire a quello italiano, nel descrivere il rapporto di interdipendenza tra un gruppo di adolescenti uniti dalla frequentazione dello spazio virtuale.

Tra insicurezze ed anaffettività gli incontri si trasformano ben presto in un gioco al massacro quando William (Aaron Johnson), dilaniato da un rapporto materno inesistente, convince il resto del gruppo ad utilizzare la violenza per raggiungere i propri scopi.

Scegliendo di riprendere la vicenda mettendo sullo stesso piano reale e virtuale, divisi solamente da accorgimenti fotografici e di colore (liquidi e psichedelici per la "stanza delle chiacchere", grigi e neri per tutto quello che ne è al di fuori) Nakata realizza un continuum narrativo che, se da una parte evita passaggi schematici e didascalici tra le varie dimensioni, dall'altra ingarbuglia la vicenda sovrapponendo continuamente personaggi e situazioni, facendo perdere ad entrambi le proprie peculiarità.

Il risultato è uno spettacolo senza meraviglia, in cui i consigli del cattivo maestro si alternano con le conseguenze degli stessi sulla vita dei singoli.

Un rapporto di causa/effetto esteso all'infinito e che solamente alla fine, con una conclusione tanto repentina quanto moralistica (la tecnica è una male incurabile che rende dipendenti) riesce a produrre uno scarto significativo.

Presentato nella sezioneUn certain regard del festival di Cannes 2010, "I segreti della mente" si avvale della presenza dell'astro nascente Aaron Johnson, il cui talento deve fare i conti con un personaggio continuamente sopra le righe.

pubblicata su ondacinema.it

venerdì, settembre 09, 2011

STUDENT SERVICES

STUDENT SERVICES
Regia: Emmanuelle Bercot



Laura, diciannovenne studentessa universitaria, è alle prese con gravi problemi economici.
Non riesce a pagare l'affitto, a pagare le bollette e spesso deve fare a meno anche del pranzo.
Per dare una svolta alla situazione fattasi disperata decide di prostituirsi.
Film girato per la Tv francese Canal + (che lo ha mandato in onda in prima serata, mentre nelle sale italiane è vietato ai minori di 18 anni) tratto dal romanzo autobiografico ''Mes cheres etudes'' di Laura D.

Il film transalpino affronta il fenomeno della prostituzione universitaria, che sta dilangando anche in Italia, come testimoniano numerosi casi di cronaca.
Dato per scontato che un film pensato (e girato) per la Tv con scopi di servizio (cari cittadini guardate cosa succede ai nostri figli) , non può avere una grande resa al cinema per motivi piuttosto ovvii, sarebbe interessante fare una riflessione piuttosto banale: sappiamo da anni che ragazzine si spogliano su internet o fanno sesso con ragazzi più grandicelli in cambio di una ricarica telefonica e ora cadiamo dalle nuvole se delle giovani universitarie si prostituiscono? Forse lo scandalo o presunto tale sta proprio nel loro essere universitarie (nella scala gerarchica sociale dovrebbero rappresentare una sorta di elite morale?), perché di ventenni che si prostituiscono per concedersi il capo firmato, un paio di scarpe in più o la vacanza cool ne esitono a bizzeffe, e non da oggi.
Ma torniamo alla pellicola. Se lo scopo era ammirevole, ovvero portare in casa dei francesi in maniera piuttosto dura una triste realtà, il punto di vista della regista, falsamente distaccato, affonda un film che se non gradevole, sarebbe potuto essere almeno interessante.
La regista francese imbottisce il film di sesso artefatto e si schiera apertamente dalla parte della protagonista.
Una santerellina che rassicura il suo coinquilino sul pagamento delle bollette quando in realtà non si è mai sognato di farlo; una sfortunata che non trova il coraggio di chiedere qualche euro per mangiare (quando sviene non mangia da tre giorni) ma che impiega meno di due minuti ad accettare di prostituirsi con uno sconosciuto cinquantenne per poi proseguire la "carriera" di puttana (ops, scusate escort) con una serie di uomini che sono tutti dei cattivoni e ovviamente hanno gusti sessuali particolari (ma và?) mentre l'unico che vuole avere un rapporto normale è rappresentato da un essere più simile ad un orso che ad un uomo.
La vetta più "alta", viene raggiunta con la descrizione del fidanzato di Laura, colpevole di non dimostrarsi d'accordo sul "lavoro" della santerellina, che per rabbonirlo si lancia in una furiosa fellatio che il giovane non gradisce e che per questo si becca una sequela di insulti.
In definitiva si può tranquillamente affermare che Emmanuelle Bercot parteggiando spudoratamente per la protagonista, sacrifica la dimensione di servizio del film ottenendo il risultato di trasformarlo in un prodotto scadente, utilizzabile per riempire salotti televisivi finto perbenisti dove starlette attempate e tuttologi buoni per ogni occasione potranno imbastire i loro stantii teatrini.

giovedì, settembre 08, 2011

Le amiche della sposa

Le amiche della sposa

Quando la sua migliore amica decide di sposarsi Annie, affiancata dal resto delle amiche decide di prendersi cura dei preparativi del matrimonio. Con una di esse, la sofisticata ed irrisolta Helen, inizierà una gara su chi saprà accaparrarsi l'attenzione della futura sposa.

Espressione di quella commistione tra cinema e televisione che almeno oltreoceano riesce a prendere il meglio da entrambi i contenitori, "Le amiche della sposa" ricicla uno dei momenti topici della commedia americana ed in generale dell'amicizia femminile, quello delle nozze come momento di trapasso tra giovinezza e maturità, ma lo fa mescolando lo stile scanzonato e goliardico del suo produttore, quel Judd Apatow inventore di un filone che, a partire da "40 anni vergine" porta sullo schermo un umanità incapace di crescere ed ancorata ad un eterna adolescenza, e quello da stand up comedian di Kristen Wiig, non solo attrice ma anche sceneggiatrice del film, forte di un apprendistato nell'imprescindibile Saturday Night Live.

La commistione tra le due componenti antitetiche ma complementari, la prima abituata a non prendersi troppo sul serio, la seconda capace di dare il meglio con un improvvisazione ragionata, dà vita ad una storia sviluppata sulla falsa riga di un manuale sulla sensibilità femminile, incentrato sull'assoluto protagonismo di un personaggio principale, Annie, capace di inglobare pregi e difetti del sesso debole, riassunti nell'incapacità di far combaciare il sogno e le aspirazioni con le scelte quotidiane. In fuga da una madre iperprotettiva, ed alla ricerca dell'amore della vita, Annie spende le sue giornate tra incontri occasionali con un adone senza cervello ed il lavoro di commessa nel negozio dove è dovuta riparare in seguito alla chiusura della pasticceria su cui aveva investito soldi e passione.

A darle conforto l'amicizia con l'amica di sempre, fino a quando quest'ultima le annuncia il lieto evento. Come in un gioco di specchi la felicità dell'una diventerà il limite dell'altra, trascinando Annie in uno stato di prostrazione che la obbligherà a rivedere la propria vita.

Una storia d'amore e d'amicizia, ma anche il manifesto di una femminilità che ha smesso di indossare il baby doll, "Le amiche della sposa" sembra quasi il contraltare di "Sex And The City" per l'assenza di quelle caratteristiche modaiole e di tendenza che aveva fatto la fortuna di quel programma (i templi del lusso e della mondanità sono fatti per essere distrutti, come nella scena della crisi di nervi di Annie, o messi alla berlina, come accade nel negozio di abiti da sposa).

Qui a partire dai caratteri, esteticamente lontani dall'ideale di bellezza contemporaneo, quand'anche esagerati nel fisico e nei modi, basti pensare al personaggio di Melissa interpretata dalla corpulenta quanto simpatica Melissa MaCarthy, sembra di essere più dalle parti di un film di Woody Allen, per la modo di far emergere la nevrosi dalla presenza di dialoghi concitati e sincopati, ed anche per una certa improvvisazione, della messa in scena così come dal modo disinvolto ed apparentemente casuale della recitazione. Non mancano i richiami ad una comicità più fracassona ed anche sguaiata, ma sono momenti isolati, inseriti più per motivi di commerciabilità che per una reale necessità.

Il film ha inoltre il pregio di farci conoscere un volto nuovo, che si affianca ad altri già usciti alla ribalta con le stesse modalità (Tina Fey), ma la cui fisicità, longilinea e nervosa, adatta anche a ruoli drammatici, lascia intravedere opportunità ancora più allargate.

Insieme ad "Horrible Bosses", il film è stato la sorpresa estiva del box office americano.

pubblicata su ondacinema.it

Film in sala dal 9 settembre 2011

Questa storia qua
(Questa storia qua)
GENERE: Biografico, Documentario, Musicale
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Alessandro Paris, Sibylle Righetti

Terraferma
(Terraferma)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Emanuele Crialese

Box office 3D: Il film dei film
(Box office 3D: Il film dei film)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Ezio Greggio

Contagion
(Contagion)
GENERE: Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Steven Soderbergh

L'ultimo terrestre
(L'ultimo terrestre)
GENERE: Fantascienza
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Gian Alfonso Pacinotti

Super 8
(Super 8)
GENERE: Fantascienza, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: J.J. Abrams

Tutta colpa della musica
(Tutta colpa della musica)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Ricky Tognazzi

venerdì, settembre 02, 2011

Le regole della truffa

Le regole della truffa

La commistione dei generi è diventato uno dei marchi di fabbrica del cinema contemporaneo.
Dapprima elemento estetico, creato per destabilizzare, ed in parte rinnovare territori ampiamente abusati e vicini al trapasso, con il passare del tempo, ed in maniera inevitabile, questo restyling è diventato una prassi così utilizzata, da risultare priva di quella carica eversiva che ne aveva caratterizzato le apparizioni iniziali.
Un classico esempio di questo fenomeno può essere rappresentato da Le regole della truffa, storia di un colpo in banca che si trasforma in qualcos’altro,

Rifacendosi ad un sottogenere come quello dell’ Heist movie, ed a forme di commedia che vanno da quella romantica, rappresentata dall’empatia tra i personaggi interpretati da Ashley Judd e Patrick Dempsey, a quella svitata e surreale, riconoscibile dalla quantità di situazioni al limite del grottesco: basterebbe la scelta di presentare due bande diverse di rapinatori all’interno della stessa banca, oppure il contrasto tra il professionismo dell’una, equipaggiata alla maniera dell’agente l'agente Hunt di Mission impossible, e l’improvvisazione dell’altra, una coppia di svitati che ricorda quella altamente tossica interpretata da Hurt e Reeves in Ti amerò fino ad ammazzarti, per far capire il livello di eterogeneità presente in un sol colpo.

A questo poi bisogna aggiungere una intreccio complicato ad arte per assomigliare ad una sorta di 10 piccoli indiani o ad Invito a cena con delitto.
Tanta carne al fuoco esigerebbe un abile manipolatore, ed invece Rob Minkoff risolve tutto con una recitazione concitata, perennemente sopra le righe a cominciare da quella di Dempsey nei panni di un detective per caso al limite della nevrosi, ed un montaggio che affastella situazioni e colpi di scena.

La sensazione è quella di un menù troppo ricco, costretto a dare molte cose per scontato e capace di sacrificare il flirt tra i due protagonisti, troppo meccanico e poco sviluppato per sembrare credibile.

Il titolo originale Flypaper fa riferimento a tre fax contenenti informazioni decisive per lo scioglimento dell’enigma.

(pubblicata su "Roma giorno e notte")

Come ammazzare il capo e...vivere felici

Come ammazzare il capo e...vivere felici

Dopo il successo planetario di "Una notte da leoni", la complicità maschile sembra aver trovato nella commedia il luogo adatto per esibire la goliardia ed il cameratismo che generalmente impronta i comportamenti collettivi dei maschi di mezz'età. Tre personaggi complementari, ma soprattutto l'età di mezzo, con quel misto di concretezza ed evasione, di malinconia e menefreghismo, di sfumature e mezzi toni, diventano lo scenario perfetto per variazioni sul tema che, nel tentativo di rianimare un genere perennemente in crisi, lo dirigono dalle parti di un intrattenimento virato al nero, in cui gli aspetti ludici si contaminano con quelli drammatici. Una cosa alla John Belushi tanto per intenderci pur senza possederne il talento e la cattiveria. In aggiunta la presenza di un incipit, l'astio del dipendente nei confronti del proprio datore di lavoro, che può contare su caratteristiche di universalità e condivisione.

Esplicitamente sintetizzata nei titoli la storia segue il tentativo di 3 amici impegnati ad organizzare l'assassinio dei rispettivi capi colpevoli di vessarli con pratiche da aguzzini. Ad eliminarli ci penserà ognuno di loro avendo cura di farlo nei confronti del datore di lavoro dell'altro (particolare che rimanda a "Delitto per delitto" di Alfred Hitchcock), per sviare il possibile movente. Tra appostamenti ed incontri ravvicinati la vicenda si complicherà quando un'uccisione imprevista rischierà di mandare all'aria il piano di Nick, Dave e Kurt coinvolgendoli in un'escalation degna di una vera crime story.

Tra cinema e televisione non solo per eterogeneità degli attori, ma anche per l'utilizzo dell'elemento caricaturale che fa il verso a certe parodie usate da programmi cult sul tipo di "Saturday night live" (Kurt/Jason Sudekis ne è stato uno dei protagonisti) il film punta sul contrasto tra l'elemento divistico, relegato in un angolo e chiamato a manifestarsi in panni che normalmente non gli appartengono, almeno in termini di minutaggio, stiamo parlando dei ruoli dei cattivi interpretati da Spacey, Farrell ed Aniston, e quello emergente e tutto da scoprire rappresentato dalle loro nemesi, attori sconosciuti a questi livelli, ove si eccettui Jason Bateman, che a loro danno vita.

Ed è proprio il contrasto tra l'anonimato degli tre impiegati e l'egotismo anche estetico dei loro superiori, con Farell e la Aniston a ricordare rispettivamente il Les Grossman di Tom Cruise e la Demi Moore di "Rivelazioni", a provocare lo spiazzamento necessario, a rendere il malessere e la patologia dell'intera situazione.

Immerso in un atmosfera notturna, quasi interamente girato in interni, "Horrible bosses", questo il titolo originale del film, funziona quando deve creare atmosfere in bilico tra il riso ed il pianto, mentre si perde nello sviluppo della storia che rimane presto orfana del contraltare negativo, per il mancato sviluppo dei personaggi di Farrell e della Aniston appena tratteggiati e ridotto al solo personaggio intepretato da Spacey, per riempirsi di aneddoti da commedia trash, con battute ed allusioni quasi sempre sessuali, capaci di smuovere il perbenismo di una società vittoriana come quella americana ma francamente datate per il resto del mondo occidentale. Nonostante questo, il film, uscito nell'estate americana, ha conquistato i favori del pubblico e soprattutto del botteghino.

pubblicata su ondacinema.it



giovedì, settembre 01, 2011

FIlm in sala dal 2 settembre 2011

Bad Teacher: una prof da sballo
(Bad Teacher)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Jake Kasdan

Lanterna verde
(Green Lantern)
GENERE: Azione, Fantascienza, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Martin Campbell

I segreti della mente
(Chatroom)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Hideo Nakata

Pink Subaru
(Pink Subaru)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia, Giappone
REGIA: Kazuya Ogawa

Ruggine
(Ruggine)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Daniele Gaglianone

Solo per vendetta
(The Hungry Rabbit Jumps)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Roger Donaldson

Cose dell'altro mondo
(Cose dell'altro mondo)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Francesco Patierno

martedì, agosto 30, 2011

Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato

Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato

Chick flick all'italiana.
Mentre oltreoceano impazza il fenomeno bad girls con Kristene Wiig e Cameron Diaz a capeggiare un ondata di ragazze che in quanto a sfacciataggine non avrebbero nulla da invidiare a quelle di Tarantino (quest'anno le danze erano iniziate con Bicht Slap e Sucker punch) dalle nostre parti il cinema al femminile in versione mainstream è ancora lasciato alla commedia romantica tout court, moderne versioni dei romanzi di Jane Austin declinate secondo le mode del momento.

In questo caso, la tendenza è quella di mischiare il cinema "Manuale" di Giovanni Veronesi, con la voce fuori campo a supportare i vari snodi della storia, con il romanticismo spiegato e paragrafato di Federico Moccia, quello suddiviso per capitoli evidenziati sullo schermo per meglio esplicitare le varie fasi del racconto.

Una struttura adottata per sintonizzarsi sui recenti successi del cinema italiano (anche l'uso di attori prettamente televisivi lo conferma) ma poco fluida per un film che invece necessiterebbe di maggior scioltezza per bilanciare la scarsa vena dei dialoghi. Incentrato sulle vicissitudini amorose di Sofia, eternamente delusa dagli uomini ma non per questo decisa ad abdicare, e delle sue amiche, Penelope, sempre in cerca della prossima conquista ed Alice, sposata ad un uomo distratto, il film è pure incerto nello stile che passa da carrellate circolari modello Ozpetek, ad un accenno di immagini sfocate a sottolineare forse lo stress di una situazione, ed ancora, riprese concentrate all'inizio del film e poi abbandonate, in cui l'uso del grand'angolo vorrebbe sottolineare il disagio del soggetto.

A parte la trovata del titolo, alambiccato quanto basta per attirare l'attenzione dello spettatore ma in fin dei conti irrilevante rispetto alla storia, ed ancora l'espediente utilizzato per creare analogie tra il comportamento animale e quello umano, ricavato dalla studi di Sofia, "Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato" non riesce a trovare una sua identità.

Peccato perchè la presenza di un attrice come Francesca Inaudi, a dire il vero molto simile a quella del tormentone catodico Tutti pazzi per amore, e di Enrico Silvestrin, redivivo ma efficace nel tratteggiare lo spaccone sciupafemmine meritavano qualcosa in più.

(pubblicata su Roma giorno e notte)

lunedì, agosto 29, 2011

Fright night

Fright night

Charley è un ragazzo alle prese con i problemi della sua età: ragazze di cui innamorarsi ed una reputazione da costruire evitando di frequentare amici poco cool. La misteriosa sparizione di quest’ultimi ed il contemporaneo arrivo di un inquietante vicino lo trasformeranno in un novello Van Helsing.

Girato con la sobrietà di mezzi che si conviene ad un prodotto le cui ambizioni sono legate al passaparola ed allo sfruttamento home video, Fright Night assomiglia ad un teen ager movie per la presenza di tutti quegli elementi, la sfrontatezza di un ambiente scolastico con le sue dinamiche di odio ed amore, di conformismo e diversità, la guerra dei sessi intesa come conquista della bella di turno ed anche un dose di malinconia fornita dall’immancabile presenza nerds, che da sempre lo caratterizzano, se non fosse per la componente horror rappresentata da Jerry, il vampiro interpretato, con poco fascino e molta cattiveria, da Colin Farell.

In realtà, pur nella costante di questo dualismo, la storia del giovane Charley obbligato a crescere in fretta per poter difendere le persone che ama, altro non è che il solito percorso di iniziazione alla vita di un personaggio che fino ad allora l’aveva soltanto sognata.
Così, se all’inizio lo stesso si dimostra piuttosto insicuro tanto con l’avvenente vicina di casa, che lo snobba a favore dell’inquietante vampiro, quanto con la propria ragazza, costretta a rimandare la fatidica prima volta, mano a mano che la vicenda si dipana, questa tendenza lascia il posto ad una scoperta di sé (la decisione di trasformarsi da preda a cacciatore) e del mondo (soprattutto della sua parte più malvagia) capace di trasformarlo in un uomo vero (indicativa l’ultima scena con il protagonista finalmente disinvolto ed intento ad amoreggiare con la sua amata). Il tutto condito con la giostra di spanventoveli espedienti legati alla cultura filmica del genere.

Tra Disturbia, altro prodotto Dreamworks di cui replica il rapporto di wojeurismo sul tipo de la finestra del cortile, e lo scetticismo che circonda la scorcentante scoperta di Charlie, Fright Night è in realtà il remake di un film degli anni 80, Ammazzavampiri di Tom Holland per l’appunto, di cui invero non si sentiva la mancanza. Nondimeno si confà a questo scampolo di calura estiva per la voglia di aria condizionata e di disimpegno che spesso quest’atmosfera porta con sé.

(pubblicata su Roma giorno e notte)

giovedì, agosto 25, 2011

The Mechanic

The Mechanic
di Simon West


Dopo The Transporter ed ora con the Mechanic gli appellativi proletari stanno diventando il cromosoma di riferimento per un corpo attoriale come quello di Jason Statham, duro tra i duri consacrato da un ciambellano d’eccezione come Silvester Stallone, che l’ha chiamato a far parte di quel gruppo di "Tamarri senza gloria" dal nome che assomiglia ad un avviso di scadenza.
Eppure sono proprio questi nomi, scolpiti nella faccia ed anche nei muscoli senza sorpresa dell’attore inglese, a delineare dinamiche di lotta fatte di carne e lavoro fisico, lontano dalle sofisticherie tecnologiche e visionarie di tanto cinema d’azione contemporanee.
Qui il pane bisogna guadagnarselo con il sudore della pelle e senza tener conto dell’acconciatura dei capelli.
Si bada al sodo, nonostante i mimetismi messi in atto per confondere le acque facendo finta di essere qualcos'altro, non solo un film costruito su un'unica ossessiva idea, quella della vendetta a tutti i costi, ma anche una storia di solitudine e di amicizia (virile), di figure putative ed addirittura di amori impossibili.

Insomma quasi una visione del mondo se non fosse che la regia è di Simon West, un tipo che non conosce sfumature.

La prima scena a questo proposito può essere indicativa: ci troviamo in una casa non meglio specificata ed assistiamo all’uccisione di un uomo che sta nuotando nella sua piscina. La dinamica ricorda quella di una scena de Lo squalo con il corpo della vittima trascinato verso il fondo nonostante il tentativo di liberarsi da quella morsa.
Ad ammazzarlo è un sub killer venuto da chissà dovè.
Segue fuga impossibile con tanto di nuotata del morto simulata dal suo assassino per evitare di essere scoperto dagli uomini che sorvegliano la casa.

Ecco, in questi primi concitati minuti c’è tutta l’essenza di un film che non riesce a regolarsi, schizofrenicamente diviso tra il tentativo di prendersi sul serio, come la faccia tenebrosa e corruciata del suo interprete, e la tendenza ad un weirdo che l'invenzione acquatica - ammesso che di questo si possa parlare per una pellicola che ruba a destra ed a manca - sintetizza in maniera emblematica.

Il resto come dicevamo è una lenta discesa nel solito bagno di sangue e giustizia privata ( il film potrebbe addirittura essere un remake di quello di Charles Bronson, ma poco cambia ), a cui partecipa anche un secondo incomodo, interpretato da Ben Foster, il quale per adeguarsi all'ambiente sfodera anche lui lo stesso sguardo per l'intera durata della pellicola.

(15 marzo 2011)

Film in sala dal 26 agosto 2011

Dancing Dreams – Sui passi di Pina Bausch
GENERE: Documentario
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Germania
REGIA: Anne Linsel, Rainer Hoffmann

Kung Fu Panda 2
(Kung Fu Panda: The Kaboom of Doom)
GENERE: Animazione, Azione, Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Jennifer Yuh

Professione Assassino
(The Mechanic)
GENERE: Azione, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Simon West

Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato
(Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Daniela Cursi Masella, Salvatore Allocca

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma
(Di Renjie)
GENERE: Storico, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Cina, Hong Kong
REGIA: Tsui Hark

Fright Night
(Fright Night)
GENERE: Commedia, Horror
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Craig Gillespie

Le regole della truffa
(Flypaper)
GENERE: Commedia, Poliziesco
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Rob Minkoff

Student services
(Mes chères études)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Emmanuelle Bercot

This is England
(This is England)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2006
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Shane Meadows

lunedì, agosto 22, 2011

L'art d'aimer

L'art d'aimer
regia di Emmanuel Mouret


Dal primo film apparso in Italia, Emmanuel Mouret ci ha abituato a frequentare i bradisismi dell’amore. Insondabile per elezione, e forse per questo oggetto di tanta attenzione, la chimica del cuore è diventata nel cinema del regista francese qualcosa di più di un semplice divertissment, arrivando addirittura a rappresentare la prospettiva privilegiata con cui rivolgersi all’esistenza.

Da Cambio di indirizzo i plots di questo regista, fuori dal set svaghito e distratto come i personaggi delle sue storie, sono diventati sempre più essenziali ed esclusivamente dedicati alle coordinate dell’innamoramento.

A cominciare dall’ambiente, presente nei primi film come istanza di un realismo altrimenti messo all’angolo dall’atmosfera volatile dell’intreccio, e successivamente relegato a semplice contenitore delle storie, il cinema di Mouret ha accentuato sempre di più le caratteristiche emotive dei personaggi a discapito di tutto il resto.

I caratteri, d’apprima attraenti ed attratti, anche per questioni fisiche (nel capo d’opera Cambio d'indirizzo la bellezza femminile delle due protagoniste è talmente evidente ed affasciante da giustificare qualisiasi conseguenza) diventano in questo l’Arte d’amare corpi che amano, ripresi nella loro funzione senziente ed amante, quasi dimentichi della loro concretezza corporea.

Suddiviso in diversi episodi che moltiplicano all’ennesima potenza le contraddizioni dei comportamenti, l’espediente del corteggiamento è destinato a ritornare su se stesso con scambi di persona ed appuntamenti per interposta persona, il film, in maniera delicata ma anche un po’ ripetitiva, ci rivela un mondo sempre in moto e continuamente in tensione, disposto a sacrificarsi per una promessa di paradiso che assomiglia ad un illusione.

Mouret continua ad amare troppo i suoi personaggi ed è forse per questo che a volte questi gli scappano di mano finendo per far scomparire gli altri, pensiamo per esempio a quelli appenna accennati di Ariane Ascaride e dello stesso regista, come se fosse l’ arrembante sentimento amoroso a scegliere su chi posarsi, a distribuire l'importanza e la voglia di raccontarsi.

In questo caso poi si ha l'impressione di un respiro un pò corto, da sit com televisiva, con trovate e situazioni il cui divertimento è destinato a durare il tempo della prossima scena. Interpretato da una schiera d’attori vecchie e nuovi come Francois Cluzet a Julie Depardieu e Gaspard Ulliel e molti altri, L’arte d’amare vede anche la presenza dell’attrice feticcio Frederique Bel.

Presentato in anteprima come evento speciale all’ultimo festival di Locarno L’arte d’amare è un film oltre il quale non si può andare. Questo lo sa anche Mouret.

domenica, agosto 21, 2011

HANNA

HANNA
di Joe Wright


Hanna è un’adolescente forte ed intelligente che vive con il padre Erik isolata dal mondo, in una foresta perennemente innevata.
Sotto la guida del padre la ragazzina apprende tecniche di difesa e di attacco, impara ad usare diverse armi, e acquisisce la conoscenza di diverse lingue.
Tutto questo perché Erik è un ex agente della CIA che ha dovuto far perdere le proprie tracce e vuole che la figlia sappia come difendersi e sopravvivere in caso di situazioni critiche legate all'inevitabile rientro nella società.

Nel deserto della programmazione estiva, trova spazio questa spy-story più volte annunciata durante la stagione primaverile e sempre rimandata.
Come da copione consolidato, con l’arrivo dell'estate, si assiste al prosciugamento dell’offerta di titoli un minimo interessanti e quindi l’arrivo in sala nel mese di agosto dell’ultimo lavoro di Joe Wright spicca sulle per niente attraenti alternative.
Hanna è una pellicola che si lascia guardare a patto che non si cerchi linearità e coerenza in una sceneggiatura non priva di incongruenze non giustificabili a certi livelli.
Se poi aggiungiamo papà Erik che lascia il suo rifugio ai confini del polo nord durante una tormenta di neve in giacchetta e cravatta per poi raggiungere le coste tedesche a nuoto, l'inverosimile e il comico involontario rischiano di oscurare quanto di buono (che comunque c'è) la pellicola ci offre.
Punto di forza del film è l'ottimo cast con una brava Cate Blanchett e una promettente Saoirse Ronan oltre ad alcune buone trovate come l'accecante impatto visivo con il passaggio dalle gallerie della struttura della CIA (che però sembrano una discoteca) al deserto marocchino.
Per il resto un pò di Nikita, una spruzzata di Leon, una dose di psicologia da fiera di paese ( il parco a tema dei fratelli Grimm a Berlino dove Hanna si libera dei "grandi" per ritrovare la sua purezza adolescenziale) ed alcuni esperimenti più degni di Mengele che di un Paese democratico come gli Stati Uniti.
Hanna funziona più sui singoli momenti che nella sua interezza.
Consigliato armarsi di pop corn.

ADDIO JACOPETTI

ADDIO JACOPETTI
di Fabrizio Luperto


Mercoledì 17 agosto è morto a Roma all'età di 91 anni Gualtiero Jacopetti.

Censurato, messo al bando, ferocemente criticato, Gualtiero Jacopetti, provocatore estremo nella vita come nel suo modo di fare cinema, non sembrava curarsene, anzi pareva quasi compiacersi della sua situazione di ghettizzato del cinema.

Pioniere dell'inchiesta ad effetto, della verità manipolata, instancabile provocatore, conobbe il carcere per questioni di sesso con una minorenne e visse una turbolenta storia d'amore con la stupenda Belinda Lee.

Toscanaccio duro e puro, face il suo ingresso nel mondo della celluloide con Mondo Cane (1961) assemblando immagini choc, violenza, nudi e torture che ovviamente suscitarono critiche spietate e reazioni furibonde.

Jacopetti, quasi compiacendosi della ferocia delle critiche, continuò sulla stessa strada, quella della morbosità voyeuristica, portando sullo schermo Mondo cane 2 (1962); La donna nel mondo (1963); Africa Addio (1966); Addio Zio Tom (1971); Mondo Candido (1974).

Chissà se oggi, a pochi giorni dalla sua morte, qualche critico cinematografico ricorderà che Mondo Cane fu presentato al Festival di Cannes; che Riz Ortolani fu candidato all'Oscar per le musiche e che vinse un David di Donatello per la miglior produzione (Cineriz di Angelo Rizzoli).

Chissà se qualcuno ricorderà che se oggi esiste un genere cinematografico chiamato mondo-movie lo si deve a Gualtiero Jacopetti.

Chissà se i tanti giovani registi di cinema horror che amano classificare i loro lavori come "Shockumentary" rivolgeranno un pensiero pregno di gratitudine a Gualtiero Jacopetti, terrorista dello schermo che visse la sua avventura cinematografica tra ostracismo e sberleffi.

giovedì, agosto 18, 2011

Film in sala dal 19 agosto 2011

Come ammazzare il capo ...e vivere felici
(Horrible Bosses)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Seth Gordon

Horror Movie
(Horror Movie)
GENERE: Commedia, Horror
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Canada, USA
REGIA: Bo Zenga

Conan il Barbaro
(Conan The Barbarian)
GENERE: Azione, Fantasy, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Marcus Nispel

Le Amiche della Sposa
(Bridesmaids)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Paul Feig

domenica, agosto 14, 2011

Coming soon: Red State di Kevin Smith

Direttamente dal Festival di Locarno e prossimamente su queste pagine, il nuovo film di Kevin Smith, Red State.




sabato, agosto 13, 2011

I pinguini di Mr Popper

I pinguini di Mr Popper

Che Jim Carrey fosse a suo agio con gli animali non è una novità, basterebbe il dittico di Ace Ventura a ricordarcelo, ma il fatto che l’attore canadese abbia scelto di ritornare sul grande schermo con un film monopolizzato dalla presenza dei simpatici uccelli acquatici la dice lunga su una predilezione prima di tutto artistica e poi forse anche sentimentale.
Se è vero infatti che il successo di critica gli deriva da film impegnati e d’autore come quelli interpretati per conto di Peter Weir e Milos Forman, è altrettanto evidente che la verve surreale ed escatologica di questo attore trovi materia per i propri denti quando viene impegnata da soggetti e situazioni al di fuori della convenzione e possibilmente del normale linguaggio del corpo.
Un concentrato di sberleffo e di nevrosi pronta a deflagrare quando meno te lo aspetti e soprattutto nelle condizioni più impensate, come quelle che accadono al Signor Popper, manager di successo che ha sacrificato la famiglia alla carriera, quando riceve dal defunto genitore una squadra di Pinguini destinata a sparigliare con effetti esilaranti gli equilibri di una vita apparentemente felice.

Pur in presenza di una storia edificante, costruita su valori familiari mai messi in discussione anche quando la storia autorizzerebbe a farlo (il padre assente è la causa del disagio psicologico del protagonista) e nella mancanza di originalità di un plot costruito secondo un procedimento che mira a ribaltare le posizioni di partenza, il carattere anaffettivo di Popper e l’atteggiamento ostile dello stesso nei confronti dei coprotagonisti del film, i Pinguini di Mr Popper riserva il piacere di vedere all’opera un attore che non smette di divertirsi e di divertire. La pellicola in questo senso gli offre su un piatto d’argento l’occasione per applicare la sua comicità surreale quando l’elemento umano viene sostituito da quello animale ( la famiglia dei Pinguini costituirà una sorta di apprendistato per riconquistare quella anagrafica) e Carrey si trova ad organizzare la propria esistenza in funzione dei sorprendenti visitatori: dall’appartamento adattato per la circostanza alle temperatura polare alle riunioni lavorative sconvolte dall’irruzione degli uccelli, tutto sembra volgere ad una normalità che è invece eccezionale.
Ed in questa baraonda fantasmagorica ma rassicurante l’attore lascia anche intravedere un pizzico di velata malinconia, quasi di irriverenza contenuta, che se da un lato si addice ad uno spettacolo per famiglie ( basti pensare che gli escremeti dei Pinguini sono resi con un bianco virginale) dall’altra potrebbe essere l’indice di una maturità soffertamene raggiunta.

Uscito negli Stati Uniti con un successo al di sotto delle aspettative "I pinguini di Mr Popper" si affaccia nel nostro continente con le incognite di un film che deve ancora esprimere le proprie potenzialità. Staremo e vedere.

(pubblicata su ondacinema.it)

giovedì, agosto 11, 2011

Film in sala dal 12 agosto 2011

Almeno Tu nell'Universo
(Almeno Tu nell'Universo)
GENERE: Commedia, Romantico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Luca Biglione

Hanna
(Hanna)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Joe Wright

I Pinguini di Mr. Popper
(Mr. Popper's Penguins)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Mark Waters

martedì, agosto 09, 2011

Capitan America: il primo vendicatore


Capitan America il fumetto ha dovuto sempre combattere la retorica insita nell’essenza stessa del suo essere eroe. Creato dal governo americano per combattere il nemico hitleriano il supersoldato della Marvel, anche da punto di vista estetico, si deve confrontare con i cascami di un concetto, “l’americanità”, che soprattutto in tempi di guerra, del secolo scorso e di quella attuale, rischia di richiamare i peggiori istinti patriottici e conseguentemente i soliti stereotipi propagandistici. In più c’è un personaggio che così com’è stato concepito poteva risultare monolitico nella suo continuo pendolare tra political correct e fiducia nelle umane sorti. Sempre presente a se stesso ed immune da scivoloni psicologici, il ragazzo costituiva il prototipo del buon comandante, quello capace di risolvere il problema e di sacrificarsi per i suoi ragazzi. Insomma esattamente il contrario dell’eroe del nuovo millennio, quello che dopo Watchmen ha scoperto i suoi lati più oscuri e schizofrenici. Sul piano filmico la paura era quella non solo di un film scontato, quasi un ovvietà per una casa di produzione decisa a confermare in maniera pedissequa le caratteristiche della matrice cartacea, ma anche noioso per il controllo temperamentale del suo personaggio. Ed invece questo nuovo capitolo supereroistico, pur non essendo nulla di trascendentale dal punto di vista della trama, che paga ovviamente il dovere di dover presentare il personaggio e le sue origini, ci regala una trasposizione capace di ricreare un epoca guardandola attraverso una lente di ingrandimento ludica ed avventurosa. Così dopo averci fatto conoscere Steve Rogers mingherlino ed averlo trasformato in una macchina da guerra, Joe Johnston ci porta in prima linea, trasformando il film in un puzzle che si richiama ai migliori film del genere e non, Dove osano le aquile tanto per fare un nome ma anche Mission Impossible per la similitudine tra le capacità acrobatiche del capitano e quelle di Ethan Hunt, dando vita ad uno scenario dove l’azione non eccede mai il fattore umano e dà modo ai personaggi di esprimere un minimo di psicologia che li renda tali. C’è anche il tempo per una tenzone amorosa in questo Capitan America e poi c’è persino un amicizia, quella con Bucky, che muore troppo presto. Insomma c’è anche un po’ di cuore. Di più non si può pretendere.

sabato, agosto 06, 2011

Annate d'attore: Ryan Gosling

Gli attori si sa sono come il vino, risentono di condizioni che non dipendono da loro, e come quello, soggetti ad annate discontinue. A volte sulla cresta dell’onda, altre in un oblio senza alcuna spiegazione, gli attori sono come i gatti, capaci di sopravvivere alle sventure ed a loro stessi. Così è accaduto anche a Ryan Gosling, trentunenne attore americano assurto a massima tendenza in quest’ultimo scorcio di stagione (3 film in uscita, di cui uno, Le idi di marzo di George Clooney in corcorso ed in apertura nell’imminente festival veneziano), dopo che, prima una lunga pausa, tre anni son passati tra Lars ed una ragazza tutta sua e Blue Valentine, poi due film variamente non distribuiti, Blue Valentine e All good things, ce ne avevano fatto dimenticare persino l’esistenza. Eppure fin dal suo primo film come protagonista, il bellissimo The Believer, dramma contemporaneo sulla condizione ebraica, il nostro aveva mostrato di fare sul serio, riuscendo a rendere in maniera misurata l’overdose emozionale di un ribelle tout court, in un film destinato a scomparire per eccesso di onestà. Ad aspettarlo, dopo quell’inizio, ci furono fuochi fatui, produzioni di variegato intrattenimento, fatte per incrementare il conto in banca e la presentabilità, fino ad un altro colpo basso, quell’ Half Nelson che gli fece guadagnare una nomination all’Oscar del 2006. In esso Gosling vi interpreta un insegnante equamente diviso tra la dipendenza dalla droga, e la passione per un lavoro in cui tenta di emancipare i suoi studenti da un destino di emarginazione e di violenza. Dimagrito e sincopato, l’attore da seguito a capacità recitative che fondono impercettibili variazioni dello sguardo, e soprattutto del corpo, mostrato e trasformato ad ogni apparizione. Ed è proprio l’accostamento tra questi due fattori, lo sguardo, da bravo ragazzo, ed il corpo, da wild boy, a fare di Gosling un oggetto deflagrante, destinato ad infuocare le fasi successive, quelle di una maturità consolidata da altri due ruoli metropolitani non meno drammatici, ed ancora serviti a registi scommessa (quella di recitare con semi esordienti è un'altra caratteristica della casa): il primo Blue Valentine, tranche de vie su un amore giunto al termine, e poi All good things, il capolavoro dell’ultima ora, il quarto per l’esattezza se si considera anche Lars, film spartiacque per l’inedita presenza di elementi che avvicinano l’attore ai meccanismi della commedia e del grottesco, per raccontare la vicenda di un uomo innamorato di una bambola gonfiabile. Al contrario nel film di Andrew Jareki, Gosling torna al dramma a forti tinte ed assume i panni realmente indossati da David Marks, un uomo che nel 1982 fu al centro di un caso mediatico legato alla scomparsa della moglie e al conseguente processo che cercò di legittimare un uxoricidio mai provato. Immerso in un atmosfera da tragedia shakespeariana, e costruito su cadenze simili a quelle di un romanzo letterario, All good things sancisce definitivamente la presenza attoriale di Ryan Gosling, capace di attraversare la storia modulando sentimenti e maniere che riflettono non solo i cambiamenti di stato di un uomo che ad un certo punto assunse persino identità femminile, ma anche la capacità dell’attore di aderire alle esigenze del personaggio. Il resto è storia recente, dal clamore cannense suscitato per Drive, noir visuale e visionario, e poi ancora, il film di Clooney, in cui Gosling torna alla versione bravo ragazzo in un cuore di tenebra di natura politica. Insomma una specie di prova del nove in termini di popolarità e spendibilità commerciale. Li attendiamo con fiducia ed intanto continuiamo a puntare su di lui, come sempre da queste parti.

Filmografia Principale

The believer di Henry Bean Usa 2001
Half Nelson di Ryan Fleck Usa 2006
Lars ed una ragazza tutta sua di Craig Gillespie Usa 2007
Blue Valentine di Derek Cianfrance Usa 2010
All good Things di Andrew Jareki Usa 2010
Drive di Nicolas Winding Refn Usa 2011
Le idi di marzo di George Clooney Usa 2011



mercoledì, agosto 03, 2011

Film in sala sal 5 agosto 2011

In the Market
(In the Market)
GENERE: Horror
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Lorenzo Lombardi

Tekken
(Tekken)
GENERE: Azione, Fantascienza, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Giappone, USA
REGIA: Dwight H. Little

lunedì, agosto 01, 2011

Biutiful

Navigare a vista.
Echi di vite gia vissute ma presenti nel cuore e nei gesti di chi è rimasto.
Un uomo si avvicina ad un corpo senza vita e si mette ad ascoltarlo.
Un padre vaga per la città con il dolore di chi sa di essere morto all’arrivo.
Incede con fatica ma in modo deciso. Passi laterali, fuori dalla mischia, striscianti per il peso di un dolore che non si può raccontare.
Il tempo scandito dalla città insonne parla diuna prossimità sul punto di arrivare.
Mettere le cose a posto, guardarle dall’esternoper comprenderle meglio, assicurandogli un futuro migliore.
I rimorsi di un presente che poteva essere migliore ed insieme l’impotenza di non poter essere più. Cielo e terra raccolte in un umanità imperfetta ma commossa, partecipata.
E poi infine il distacco, sussurrato. “Papà, papà”.
Una nave salpa lasciandosi indietro un orizzonte di anime salve. Davanti lo spazio definito dalla sua infinitezza.
Accettazione di un esistenza che ricomincia in un altrove sconosciuto.
Un attore in stato di grazia ed un regista pronto a girare pagina scommettendo su se stesso.
Biutiful è la bellezza della verità con cui bisogna fare i conti, è cinema per anime in cerca di se stesse.
Un bicchiere d’acqua nell’arsura della sera.

giovedì, luglio 28, 2011

Tournèe -- recensione di nickoftime

Ci sono film destinati a rimanere nella memoria ed altri nella pelle: Tournèe, film d’esordio di Mathieu Amalric, appartiene alla seconda categoria perché raccontando le vicissitudini di una compagnia di teatro burlesque e del suo impresario, Joachim Zand, riesce a parlaci della vita senza la scorza di illusioni di cui spesso si riveste.

Una scelta ambiziosa per la retorica che spesso ne caratterizza i tentativi e che invece il neo regista riesce ad evitare, con una messa in scena di sorprendente sobrietà: monopolizzato da un umanità fisiologicamente eccessiva, vuoi per le caratteristiche fisiche delle sue interpreti, generosamente al di sopra dello stereotipo striminzito delle passerelle modaiole, che per la natura caricaturale dello spettacolo offerto, il Burleque appunto, e senza contare l’egocentrismo di un ruolo, quello dell’impresario interpretato dallo stesso Amalric, elevato al di sopra degli altri per le necessità mercenarie della realizzazione artistica, Tournèe si muove sempre su territori che privilegiano gli aspetti privati ed intimi dei personaggi, evitando di mostrare gli antefatti dolorosi, quelli delle scelte esistenziali (il mondo della televisione e del successo rinnegato da Joachim) e degli abbandoni familiari (i mariti ed i figli sacrificati all’esigenze personali), isolando momenti di vita che riescono ad esprimerne però, le conseguenze e gli sviluppi. Con inquadrature rubate, ed isolando i personaggi in un contesto che li riporta alla loro essenza - le performance delle ballerine riprese da lontano e decontestualizzate dal loro pubblico è esemplare nel rendere la solitudine di cui si fanno portavoci nel corso della storia – Almaric riesce a far dimenticare la carne per coinvolgerci in un diario intimo delicato ed allo stesso tempo vitale.

Costruito alla maniera di un road movie, con la progressione della storia collegata alle varie tappe della tournee, il film si avvale di una fotografia impressionista che favorisce la spontaneità della direzione registica ( per la quale si è tirato in ballo addirittura Cassavetes) e con un cast di attori la cui mancanza di notorietà, e mi riferisco per esempio a Miranda Colclasure ed alla sua splendida Mimì, riesce ad aumentare la credibilità delle loro performance. Presentato al festival di Cannes del 2010, il film si è aggiudicato il premio per la miglior regia. Per chi scrive anche l’attore era degno di menzione.

Film in sala dal 29 luglio 2011

Diario di una schiappa
(Diary of a Wimpy Kid)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Thor Freudenthal

Vanishing on 7th street
(Vanishing on 7th street)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Brad Anderson

giovedì, luglio 21, 2011

Film in sala dal 22 luglio

At the end of the day
(At the end of the day)
GENERE: Thriller, Noir
ANNO: 2011 DATA: 22/07/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Cosimo Alemà

Bitch Slap - Le superdotate
(Bitch Slap)
GENERE: Azione, Commedia
ANNO: 2011 DATA: 22/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Rick Jacobson

Captain America: Il primo vendicatore
(Captain America: The First Avenger)
GENERE: Azione, Fantascienza, Avventura
ANNO: 2011 DATA: 22/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Joe Johnston

Hanna
(Hanna)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2011 DATA: 22/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Joe Wright

Monte Carlo
(Monte Carlo)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011 DATA: 22/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Thomas Bezucha

lunedì, luglio 18, 2011

The conspirator

Quando Frederick Aiken (James McAvoy), giovane avvocato di belle speranze deve decidere sull’opportunità di difendere Mary Surat (Robin Wright), la donna accusata di aver organizzato l’assassinio del presidente Abramo Lincoln, si trova di fronte ad un bivio: accettare l’incarico, e così facendo affermare ancora una volta il diritto di qualunque cittadino ad avere un processo equo, nonostante l’emotività del momento, oppure rinunciare, e cedere il passo alla volontà di coloro che ritenevano il verdetto già scontato ed il procedimento una pura formalità.
The Cospirator ci parla appunto di quella scelta e delle conseguenze che essa comportò nella vita del protagonista, costretto a lottare contro il pregiudizio di chi lo considerò un traditore della patria per aver accettato quella difesa, ma anche del pericolo insito in una democrazia che perde di vista i suoi principi fondanti: “quando c’è la guerra la legge tace” afferma uno dei personaggi del film al fine di giustificare le “leggi speciali” messe in atto dal governo per forzare la giuria a cambiare un verdetto non gradito, e successivamente di annullare la decisione di ripetere un processo evidentemente iniquo. Ed ancora delle responsabilità, che furono quelle della gente comune, qui rappresentata dal drappello di amici che ruotano attorno all’avvocato, e che il film utilizza per restituire gli umori di un opinione pubblica più attenta alle convenienze personali che all’evidenza dei fatti, e della classe dirigente, spaventata dalle conseguenze di quel vuoto di potere e per questo desiderosa di esibire una vendetta inesorabile. Il mondo dell’epoca alle prese con un evento epocale, che però ricorda quello di oggi, così vicino per gli scenari altrettanto apocalittici aperti dall’attentato dell’11 settembre e per le reazioni unilaterali messe in atto da chi il mondo lo deve governare.

Dopo “Leoni per Agnelli” Redford riprende un'altra pagina di storia americana costruendo un film che assomiglia ad un analoga lezione, e nel farlo, cerca di mantenersi in equilibrio tra ragione e sentimento: da una parte l’obiettività di chi rileggendo la storia non vuole commettere l’errore di manipolarla, dall’altra la passione dell’uomo da sempre impegnato nelle cause civili. Ed è proprio la presenza di queste due anime il difetto più evidente del film perché, se dà una parte assistiamo alla costruzione di una serie di caratteri che sembrano più preoccupati di corrispondere alla fedeltà storica che alla vita, con il conseguente irrigidimento verso formule stereotipate, dall’altra è evidente una certa enfatizzazione soprattutto nelle figure del giovane avvocato, idealista a tutti i costi e quasi sempre colto in una tensione emotiva da cilicio francescano, ma soprattutto nella figura di Mary Surat, sguardo emaciato e colorito pallido, perennemente ritratta come una specie di Santa Maria Goretti, inginocchiata nella cella con un fascio di luce esterna ad illuminarne il volto. Concorrono in questa colpa anche una musica magniloquente ed una fotografia eccessivamente leziosa. In questo scenario la ricostruzione dei fatti, sciorinata secondo le regole del film processuale risulta poco importante e secondaria rispetto al messaggio che il regista vuole far passare. Ne risulta un opera dignitosa ma poco appassionante, che in qualche modo rischia di essere controproducente al tentativo di veicolare le idee in essa contenuta.


Interpretato da un cast all star anche nei ruoli secondari, tra cui ci piace ricordare un redivivo Kevin Kline nella parte del segretario della guerra Stanton e di Tom Wilkinson in quelli del suo avversario politico,The cospirator è l’opera di un uomo di cinema che non ha più nulla da dimostrare e che può permettersi di dire quello che pensa. Nel farlo dovrebbe rispolverare un talento registico attualmente un po’ annacquato

venerdì, luglio 15, 2011

Manuale d'amore 3

Spiegare l’amore, declinarlo attraverso una serie di situazioni paradigmatiche.
Renderlo fruibile anche a chi generalmente refrattario alle contraddizioni di un sentimento tanto bello quanto complicato. Storie in cui riconoscersi ma soprattutto attori riconoscibili a cui consegnare il compito di divulgarle. Pensato secondo un modello di cinema più attento alla confezione che alla sostanza, la terza puntata della serie diretta da un regista specializzatosi nei film ad episodi ripropone in una cornice come al solito svincolata dalla cronaca quotidiana – il frammento di Carlo Verdone costretto a recitare il mea culpa occidentale sotto la minaccia di un sedicente terrorista è un tentativo poco convinto di invertire la tendenza- e con i toni da elegia contemporanea, le vicende di un gruppo di personaggi coinvolti per differenti motivi nella tenzone amorosa.
E’ ancora una volta il caso, costruito ad arte da un (improbabile) cupido che di mestiere fa il tassista oltre che l’arciere, a rompere le uova nel paniere di vite già indirizzate e poi sconvolte dall’entrata in scena di una variabile, che nel film di Veronesi ha il volto e soprattutto il corpo della femme fatale.
Monica Bellucci in fuga da Parigi, Laura Chiatti sposa irrequieta di un padre marito e Donatella Finocchiaro, crazy woman con tendenza allo stalking, sono le erinni di un sodalizio femminile pensato per esaltare le debolezze del maschio italico e non solo - l’entrata in scena di Robert De Niro nei panni di un maturo professore americano sembrerebbe dirci che il vizietto non è una caratteristica nostrana- e per ribadire, se mai c’è ne fosse bisogno, la forza di un sentimento che fa girare il mondo.
In realtà “Manuale D’amore” è un prodotto studiato a tavolino per esaltare le strategie di marketing della casa di produzione che può esaltarsi mettendo in cartellone attori di diversa provenienza artistica ma di indubbio appeal estetico e poi mediatico, e per rincorrere quel successo al botteghino che ormai sembra essere una faccenda esclusiva delle commedie merchandising, quelle capaci di riunire sotto le stesso tetto attori ed attrici capaci di soddisfare le golosità di un pubblico eterogeneo per età e preferenze. Una specie di cinepanettone ripulito che sostituisce gli eccessi di quello con un relativismo emozionale capace di mettere sullo stesso piano fortune e disgrazie, talmente leggera è l’incidenza delle une e delle altre sull’umore dello spettatore. Insomma un intrattenimento annacquato sul quale pesa come un macigno la presenza di un copione latitante nell’intreccio così come in quello delle idee, e persino imbarazzante nell’ultimo episodio, quello più atteso per la presenza del divo scorsesiano, e risolto dallo stesso con una serie di tic e di faccette così insistite da diventare irritanti.
Lo stesso si potrebbe dire di Carlo Verdone ancora una volta nei panni del marito fedigrafo, un ruolo che evidentemente gli si addice, e che l’attore romano interpreta facendo il verso ai personaggi dei suoi film precedenti, in un trionfo di ignavia e qualunquismo, seppur condita con la solita aria da cane bastonato.
A salvarsi sono forse Scamarcio e la Chiatti che nell’episodio che apre il film, quello in cui un giovane avvocato in trasferta di lavoro ed in procinto di sposarsi rimane ammaliato dal fascino esuberante di un intraprendente ragazza, riescono a supplire con la loro freschezza all’insipienza di una trama che dal triangolo amoroso non riesce a ricavare altro che banalità verbali e sfondi da cartolina. Troppo poco anche per il pubblico nostrano che infatti non ha gradito.

giovedì, luglio 14, 2011

The hunter

Un uomo torna a casa dal lavoro e scopre che moglie e la figlia sono morte. La versione ufficiale parla di una manifestazione in cui le due malcapitate sono state vittima del fuoco incrociato tra polizia e manifestanti. La disperazione lascerà presto spazio al desiderio di vendetta.

Nonostante i natali del suo regista, The hunter fissa fin dall’immagine della locandina (il protagonista vi appare ritratto come un cow boy urbano, appoggiato ad una macchina con lo sguardo che fissa l’orizzonte/frontiera) ambizioni e punti di vista che scavalcano i confini nazionali e trovano corrispondenze nella cultura cosmopolita del suo artefice, emigrato in Francia dove ha lavorato come aiuto regista con nomi illustri ed in cui ha potuto accedere ad un tipo di cultura aperta ad ogni tipo di influenza. Ne risulta quindi un film che pur mantenendo le caratteristiche del paese di provenienza, soprattutto per la sobrietà della messa in scena e per il pudore estetico (le “morti” del film sono sempre nascoste alla vista dello spettatore quand’anche fuori campo) si arricchisce di uno sguardo che deve molto alle arti pittoriche, soprattutto nella composizione delle singole inquadrature (le simmetrie delle vedute urbane e certi interni che sembrano catturare gli attori in spazi ristretti) e nel variegato uso dei colori.

Costruito alla maniera di una crime story americana, in cui la redenzione del personaggio principale deve fare i conti con un destino inesorabile, The hunter depotenzia le dinamiche drammaturgiche del genere per lasciare spazio agli elementi spaziali e temporali del racconto. Assistiamo allora ad un ripetersi di gesti, di espressioni (quella atona del protagonista) ma anche di singole scene che si dilatano e si ripetono per dare il senso di un destino inesorabile oppure per svuotare di senso un esistenza insondabile. Tanto la città quanto la foresta, coprotagoniste del film, risultano luoghi in cui l’individuo smarrisce la propria identità - in questo caso la scena finale con la sua macabra sorpresa sembra la traduzione di questa crisi- ed in cui l’assurdo, come in un romanzo di Camus, finisce per essere l’unico dato certo. A Pitts va dato atto di aver voluto tentare nuove strade, ma la contaminazione con le istanze del cinema occidentale non riescono a coniugarsi con la matrice originale. Molte cose rimangono nel vago,(ad esempio il nesso tra la polizia e gli omicidi della donna e della bambina), si risolvono senza un perché – l’uccisione dei due poliziotti ha un movente che si può intuire ma che non viene mai definito-oppure rimangono del tutto oscure (il protagonista è stato in carcere ma non ne sappiamo le ragioni). La sensazione finale è quella di una scommessa rimandata al prossimo tentativo.

Film in sala dal 15 luglio 2011

Harry Potter e i doni della morte - parte 2
(Harry Potter and the Deathly Hallows: part II)
GENERE: Azione, Fantasy, Avventura, Mystery
ANNO: 2011 DATA: 13/07/2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: David Yates

Per sfortuna che ci sei
(La Chance de ma vie)
GENERE: Commedia
ANNO: 2009 DATA: 13/07/2011
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Nicolas Cuche

martedì, luglio 12, 2011

London boulevard

La voglia di redenzione deve sempre fare i conti con il passato di chi la cerca.


Mitchel è appena uscito di prigione. Ad aspettarlo gli amici di sempre, quelli con cui ha condiviso il malaffare e forse protetto con il suo silenzio. Pacche sulle spalle, proposte di “lavoro” ed il rispetto che si conviene a chi non ha parlato. Ma il tempo ha lasciato le sue tracce, e con quelle, anche una vita fatta di pensieri ed isolamento. La voglia di cambiare ha la faccia e soprattutto le nevrosi di una stella del cinema segregata nella propria abitazione. A lui il compito di proteggerla da un accolita di paparazzi che ne assediano la casa in cerca dello scoop. Un uscita di scena col silenziatore se non fosse che in queste storie i conti da pagare non finiscono mai.


Opera prima di William Monhan, già sceneggiatore di “The Departed”, “London Boulevard” ha le carte in regola per essere un film noir. Innanzitutto lo scenario, urbano, intricato, multietnico, pericoloso e poi, i personaggi, tutti, senza eccezione, segnati da un peccato originale che li spinge verso il male. E infine la scrittura, secca, senza compiacimenti, funzionale allo sviluppo dei caratteri e delle loro relazioni. Ed in effetti se non fosse per una certa, forse fin troppa somiglianza con una vicenda come quella raccontata in “Carlito's way” e per dei passaggi psicologici un po’ troppo affrettati, il film in questione avrebbe le credenziali per farsi ricordare. Merito di un esordiente che non fa nulla per ingraziarsi i favori del pubblico, riducendo all’essenziale i motivi di una storia d’amore (quella tra Charlotte e Mitchel) costruita sui non detti, e volta a definire le personalità più che il legame delle parti in causa, ma soprattutto capace di dare nuova linfa ad un gruppo di attori che per diversi motivi sembrava aver già dato il meglio di sé: da Colin Farell, strepitoso come non lo si vedeva più dai tempi di "In Bruges - La coscienza dell'assassino", e perfetto nell’incarnare la tenera ruvidezza di un tipo disposto a vendere l’anima al diavolo per difendere la parvenza di un umanità in parte compromessa, a Ray Winstone, un boss che fa a gara per crudeltà con quello interpretato da Nicholson nel film di Scorsese, per non dire di Ben Chaplin, finalmente trasandato ed intraducibile nel suo accento simil cockney e di David Thewlis, alle prese con un personaggio a cui la storia assegna, con un risvolto a sorpresa, il compito di fare il consuntivo di un destino che non prevede vincitori.

Uscito in Inghilterra con esiti commerciali non felici, London Boulevard è stato costretto a ridimensionare le sue pretese.
Distribuito in homevideo nel mercato americano il film giunge in Italia un po’ in sordina e sulla scia di una di popolarità che per Colin Farrel sembra in fase discendente. Nel suo caso questo film sembra fatto apposta per invertire la tendenza.

(pubblicato su ondacinema.it)


sabato, luglio 09, 2011

Drive angry

In un film del genere un attore come Nic Cage calza a pennello: non solo per l’immagine weirdo che ormai ne sovrasta la capacità artistica ed a cui si addice l’ennesima improbabile zazzera color giallo paglierino imposta dal ruolo, ma anche per la fisiognomica di un volto inesorabilmente declinato all’ingiù, per via di un età che, nel caso dell’attore americano, deve fare i conti con le conseguenze dei ritocchi chirurgici a cui lo stesso si è più volte sottoposto. Insomma le “doti naturali” dell’uomo coincidono perfettamente con quelle “inventate” per suo altergo, John Milton, un tipo a cui è negata la possibilità di essere normale. Un po’ come Nic Cage, nei film, ed anche nella vita.
Per una volta quindi anche i suoi più accaniti detrattori possono deporre gli strali e constatare che il nipote di Coppola appartiene di diritto allo scenario di un film concepito per deliziare le platee che in precedenza avevano amato il ritorno del B-movie, ed in particolare di quello "Grindhouse" targato Rodriguez e Tarantino. Nomi illustri e fin troppo altisonanti per un quasi sconosciuto come Patrick Lussier, già autore di un film targato 3D- l’horror movie “My bloody valentine”- e qui chiamato ad ampliare il gradimento di quel pubblico che ama i piaceri forti.



Ed è proprio la volontà di esagerare unita ad una sana passione cinefila che caratterizza la storia di John Milton, nome che da solo serve ad evocare Angeli caduti e paradisi perduti, fuggito dall’inferno per impedire ad una setta di assassini di sacrificare la nascitura che sua figlia aveva dato alla luce prima di essere uccisa dagli stessi. Ad accompagnarlo nella cavalcata motorizzata una wild girl decisa a riscattare i propri fallimenti ed un misterioso inseguitore dal nome, “Il contabile”, tanto improbabile quanto evocativo trattandosi di un essere “infernale”.
Lussiter non ci pensa due volte e fin dal primo fotogramma spedisce i suoi protagonisti nel mezzo di un paesaggio popolato da freak erotomani e violenti, dotati di un ego smisurato e capaci di uccidere per un nonnulla. Un mondo caotico ed egocentrico a cui importa soprattutto non passare inosservato. E così tra mani mozzate e automobili go kart , si susseguono scene stracult come quella davvero imperdibile di Milton che uccide i masnadieri continuando a copulare, oppure quella non meno trascurabile, per il contrasto tra la spensieratezza dell’esecuzione e la gravità del suo effetto in cui, Il contabile, perso nei ritmi di una musica da discoteca, si lancia da un posto di blocco con un camion pieno di liquido infiammabile.

La cinepresa segue le vicende enfatizzandole con rallentì esasperati, oppure lasciando spazio allavelocità di un montaggio che taglia i tempi morti a favore di un cocktail di decibel e morte. Cinema exploitation se c’è ne uno dove la necessità di approfondire è un esercizio di retorica - ed a farne le spese sono soprattutto personaggi di contorno appena abbozzati, e privi di quella caratterizzazione che, in film del genere, costituiscono il valore aggiunto della storia - ed in cui le citazioni, da "Terminator" a "Ghost Rider", sono la ciliegina sulla torta di un cinema che ricicla se stesso e fa di necessità virtù.

Punito al botteghino con un record al negativo (è il secondo peggior incasso nella storia dei film in 3D) Drive Angry avrebbe invece le qualità per appassionare gli amanti del genere, non fosse altro per l’ennesima prova di coraggio di Nicolas Cage, intenzionato a sfidare la propria credibilità con un personaggio ai limiti del trash. Il sorriso ebete che chiude il film dopo due ore di espressioni catatoniche può essere la sintesi di un attore diventato la caricatura di se stesso.

(pubblicato su ondacinema.it)

giovedì, luglio 07, 2011

Film in sala dall'8 luglio 2011

Ancora tu!
(You Again)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Andy Fickman

Balkan Bazaar
(Balkan Bazaar)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: Italia, Albania
REGIA: Edmond Budina

Big Mama: Tale padre tale figlio
(Big Mommas: Like Father, Like Son)
GENERE: Azione, Commedia
ANNO: 2011 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: John Whitesell

Dreamland - La terra dei sogni
(Dreamland - La terra dei sogni)
GENERE: Azione, Fantasy
ANNO: 2011 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Sebastiano Sandro Ravagnani

Il ventaglio segreto
(Snow Flower and the Secret Fan )
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO: 2011 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: Cina, USA
REGIA: Wayne Wang

In viaggio con una rock star
(Get Him to the Greek)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Nicholas Stoller

L'Albero
(The Tree)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: Australia, Francia
REGIA: Julie Bertucelli

L'Erede
(L'Erede)
GENERE: Drammatico, Noir
ANNO: 2011 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Michael Zampino