venerdì, ottobre 07, 2011

Oltre il mare

OLTRE IL MARE
regia di Cesare Fragnelli


Nel panorama cinematografico italiano la condizione giovanile ha trovato due canali preferenziali: sintetizzando si potrebbe dire che il primo, prendendo in considerazione gli aspetti più leggeri e divertenti di quell'età, risponde al modello di commedia romantica sul tipo di "Santa Maradona", divertissement di amore e disoccupazione, appena macchiato dalle inquietudini del tempo presente; il secondo invece, soffermandosi sulla difficoltà di crescere e sul disagio provocato dalle prime delusioni della vita, ha trovato nel dramma esistenziale esemplarmente riassunto in un film seminale come "Che ne sarà di noi", la sua valvola di sfogo. Non necessariamente separate, le tue tendenze sempre più spesso provano a convivere nello stesso spazio filmico, in un'osmosi a cui non è indifferente la volontà di aumentare il bacino delle utenze.

Così succede a Cesare Fragnelli ed alla sua opera seconda, un resoconto filmato sull'amore tradito e poi riconquistato da parte di un gruppo di ragazzi pugliesi durante una vacanza estiva. Partendo da un registro che privilegia il cinema verità, con luci naturali e telecamera a mano, ad enfatizzare la spontaneità dei gesti e l'energia dell'ambiente, il film si sviluppa affidando all'eterogeneità dei caratteri il compito di mantenere l'assunto iniziale.
Una varietà che non lascia fuori niente, e che comprende la spavalderia e la sicurezza di Sergio, pronto a non lasciarsi scappare alcuna occasione, il tormento e l'inquietudine di Francesco, amante non corrisposto da una fidanzata che non vuole più vederlo, la falsità di Guglielmo, facile a promesse che non può mantenere, la simpatia di Giordano, coscienza del gruppo ed occhio privato sulle disfunzioni della società.

Così, nella convinzione che il tradimento sia il passaggio obbligatorio per qualsiasi riconciliazione, la sceneggiatura costruisce una partitura di dolore e di catarsi, finalizzata ad una serie di scene madri che, invece di posizionarsi a conclusione di un percorso emozionale e psicologico, si succedono sistematicamente durante tutto il corso del film, costringendo lo spettatore ad adattarsi a cambi di umore troppo meccanici per essere credibili.
Un saliscendi capace di presentare sullo stesso piano drammaturgico, ed a breve distanza di tempo, lo sgomento per una morte improvvisa e la gioia per la vittoria in un concorso culinario, oppure di risolvere la volontà suicida di uno dei protagonisti con poche battute, appena il tempo di sventarne il tentativo, per poi riconsegnarlo agli amici, come se nulla fosse successo.
A tutto questo si aggiunga il mancato approfondimento di un background sociale capace di spiegare le azioni dei personaggi -la famiglia condensata nei genitori di Francesco è così naif da non sembrare vera- e troppo scontato nell'assegnare le colpe allo sballo da discoteca.
Non tutto è da buttare, a cominciare dalla proposizione di una serie di nuovi volti, soprattutto quelli di Alberto Galetti ed Alessandro Intini, a riproporre un aggiornamento più ruspante del conterraneo Scamarcio, proseguendo con il decentramento geografico di un genere finalmente strappato allo strapotere produttivo ed anche iconografico delle città campione, e per finire ad uno stile grezzo e vitaminico, simile a quello che distinse un altro campione del cinema pugliese come l'Alessandro Piva de "Lacapagira".
Speriamo sia di buon auspicio.

(pubblicata su ondacinema.it)






giovedì, ottobre 06, 2011

film in sala dal 7 ottobre 2011

Abduction
(Abduction)
GENERE: Azione, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: John Singleton
CAST: Taylor Lautner, Lily Collins, Alfred Molina, Sigourney Weaver, Elisabeth Rohm, Jason Isaacs

EX - amici come prima
(EX - amici come prima)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Carlo Vanzina
CAST: Alessandro Gassman, Enrico Brignano, Anna Foglietta, Vincenzo Salemme

Final Destination 5
(Final Destination 5)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Steven Quale
CAST: Emma Bell, Miles Fisher, Nicholas D'Agosto, Tony Todd, David Koechner, Courtney B. Vance

Il villaggio di cartone
(Il villaggio di cartone)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Ermanno Olmi
CAST: Michael Londsdale, Rutger Hauer, Massimo De Francovich, Alessandro Haber

Jane Eyre
(Jane Eyre)
GENERE: Drammatico, Sentimentale
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Cary Fukunaga
CAST: Mia Wasikowska, Michael Fassbender, Jamie Bell, Imogen Poots, Judi Dench, Sally Hawkins

L'amore fa male
(L'amore fa male)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Mirca Viola
CAST: Stefania Rocca, Paolo Briguglia, Claudio Bigagli, Nicole Grimaudo, Stefano Dionisi, Diane Fleri

Tomboy
(Tomboy)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Céline Sciamma
CAST: Zoé Héran, Malonn Lévana, Jeanne Disson, Sophie Cattani, Mathieu Demy, Ryan Boubekri

Un poliziotto da Happy Hour
(The Guard)
GENERE: Commedia, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Irlanda
REGIA: John Michael McDonagh
CAST: Brendan Gleeson, Don Cheadle, Liam Cunningham, David Wilmot, Rory Keenan, Mark Strong

lunedì, ottobre 03, 2011

A dangerous method

A DANGEROUS METHOD
regia di David Cronemberg


Se il cinema fosse come il vino, e si potesse degustarlo come fanno i sommelier, cercando di riconoscerne la qualità senza alcun riferimento, eccezion fatta per la consistenza organolettica della bevanda, allora si farebbe fatica a riconoscere nella trasposizione cinematografica della piecè di Christopher Hampton, “The talking cure”, il tocco di David Cronemberg.

Eppure la liaison tra Sabina Spielrein e Carl Jung, ed in sottordine anche il confronto tra due menti complesse come quella dello psichiatra svizzero e del suo mentore, il famoso Sigmund Freud, aveva più di uno spunto capace di conquistare l’immaginario del regista canadese: primo fra tutti il contrasto tra le pulsioni della carne, ancestrali ed irrefrenabili, quella di Sabina, minate alla base da un educazione repressiva e dominante, così come quelle di Jung, inibito per convenienza (la ricchissima moglie ne sovvenzionò gli studi e le ricerche) e cultura, con la razionalità di un metodo, la psicanalisi, che vorrebbe controllarle. Una dicotomia che sotto diverse forme è da sempre uno dei fattori generativi del suo cinema ed insieme l’utopia destinata a schiacciare i personaggi delle sue storie.

E poi l’attrazione verso una sessualità fisicamente difficile (Crash, M Butterfly solo per citare alcuni esempi) qui rappresentata dal piacere masochista di Sabina, ed espressa in maniera anticonvenzionale.
er non parlare della costante presenza di un umanità al limite, sempre sull’orlo della follia per le conseguenze di una diversità che emargina perché non se ne può parlare, come accade a Jung allontanato da Freud per divergenze ideologiche e costretto ad un esilio dorato, ed a Sabina, quando nel pieno della nevrosi di cui si sente in colpa, invoca per sé la reclusione dal mondo.

Sul piano pratico queste tematiche si traducono in una trasposizione che non concede nulla sul piano dell’eversione visiva e concettuale: nella perfezione della ricostruzione d’epoca, nell’attenzione degli ambienti e dei costumi, il nodo psicanalitico si scioglie in conversazioni tra gentiluomini irrigiditi dentro abiti troppo stretti, e nei gesti scomposti di una donna che sembra posseduta dal demonio. Segni esteriori che rimangono tali.
Non riescono a penetrare il muro della convenzione, reale, quella vigente all’epoca dei fatti raccontati (siamo nell'Europa dei primi del 900) e cinematografica, quella del melò, genere a cui appartiene il film.

Sullo schermo rimane più che altro il ritratto di due uomini distanti dalle loro teorie, incapaci di dargli seguito sul piano pratico, con Freud interessato a salvaguardare l’istituzionalità della sua idea idea ed invidioso dell’agiatezza economica del suo delfino, e Jung, borghese per sua stessa ammissione, prima capace di sconfessare il suo credo cedendo alla passione, e poi spettatore passivo di scelte che non riesce a fare per mancanza di coerenza.
La sovrastruttura, presente persino nel paesaggio naturale, così composto da risultare astratto, non riesce ad entrare in alchimia con le contorsioni dell’animo; a creare il cortocircuito necessario. Se fosse un vino "A dangerous method" avrebbe il gusto di un film di James Ivory, essendo un film, è l’opera di transizione di un artista che sta cercando di capire da che parte andare.





DRIVE

DRIVE
regia di N. Refn


Driver (Ryan Gosling) lavora come meccanico nell'officina di Shannon (Bryan Cranston) e fa lo stuntman come pilota di auto per scene pericolose che prevedono inseguimenti e scontri.
Per arrotondare, Driver, accompagna rapinatori sul luogo del delitto garantendo loro una fuga veloce e sicura.
Il taciturno meccanico si innamora di Irene (Carey Mulligan), sua vicina di casa, una giovane madre con marito in carcere.
Quando Standard (Oscar Isaac), il marito di Irene, esce dal carcere, la situazione si fa complicata.
Standard ha dei debiti con dei criminali i quali minacciano la sua famiglia. Driver decide allora di fargli da autista per la rapina che dovrebbe mettere a posto la situazione.
Le cose però non vanno come previsto, la rapina è in realtà una trappola.
Nonostante la perenne sensazione del "già visto", quando si ha a che fare con questo tipo di pellicole, Drive è un film intenso che riesce a coinvolgere lo spettatore, anche a dispetto (o per merito) di un Ryan Gosling quasi inespressivo che riesce a dare spessore al suo personaggio, che ricorda vagamente il Clint Eastwood monoespressivo dei tempi di Sergio Leone.
Nicolas Winding Refn (Bronson - 2009) rallenta il ritmo (anche durante le scene riguardanti le fughe in auto) e trascina lo spettatore in una spirale di violenza che esplode improvvisa e rumorosa nell'apparente calma con la quale il regista danese confeziona il suo film.
Refn realizza un film di genere asciutto, pulito e senza fronzoli, proprio quello che ci si aspetta (ma spesso le attese vanno deluse) da un produzione americana che commissiona una pellicola ad un regista europeo dalle chiare doti.
Drive è certamente un buon film; bella regia (premiata a cannes 2011) , ottima colonna sonora e un grande Albert Brooks boss elegante, imprevedibile, freddo e spietato.








giovedì, settembre 29, 2011

Il debito

IL DEBITO
regia di J. Madden


John Madden è un regista inglese di scuola teatrale divenuto famoso per interposta persona, avendo diretto Gwyneth Paltrow nel celeberrimo "Shakespeare In Love", film di insuperabile maniera, per il quale l'attrice americana ha ricevuto l'Oscar.
Da quel momento, passata la sbornia hollywodiana con le sue insostituibili esagerazioni, il nostro è ritornato progressivamente sulla terra con produzioni come "Il mandolino del capitano Corelli", opera a sfondo storico, commissionata su misura per replicare quel successo, oppure, nate da un estemporaneità alla quale poteva fare comodo la sua propensione alla direzione attoriale, pensiamo a "Killshot", noir cucito addosso alla rentrèe di Mickey Rourke, ed a "The Proof", cineteatro d'autore con Anthony Hopkins ed ancora Gwyneth Paltrow.

Un anonimato centellinato e ben pagato, fino a questo "Il debito", remake dell'omonimo film israeliano.

La storia, ambientata a Berlino nella metà degli anni 60, racconta di tre agenti del Mossad incaricati di catturare un criminale di guerra nazista. Durante la missione un imprevisto li obbliga a cambiare i loro piani.
Trent'anni anni dopo li ritroviamo in Israele, alle prese con la notizia della ricomparsa del famigerato avversario, e con le conseguenze di una segreto che potrebbe essere rivelato.

Girato in maniera classica, e suddiviso in due diversi piani temporali, il passato, legato all'organizzazione ed alla messa in opera del progetto, ed il presente, gratificante ma fortemente condizionato dalle conseguenze di quell'azione, "Il debito" è un thriller, in cui il contesto storico, invece di appesantire la vicenda con inutili dettagli, la legittima, conferendogli una forte drammaticità.
Basterebbe pensare a tutta la parte centrale, quella in cui i rapitori si ritrovano faccia a faccia con l'aguzzino, in un confronto di ricordi e testimonianze che tornano a galla come un cadavere nell'acqua. Un vaso di Pandora destinato a riversarsi sugli esiti della missione, e sulle vite di chi la deve portare a termine.
Oppure al rapporto tra la Shoah, il male indicibile, ed i non detti, di cui la vicenda si fa carico attraverso le omissioni degli agenti, a simboleggiare la difficoltà di disfarsi per sempre dei propri fantasmi.
Ed è proprio il tentativo di superare questa impasse, materiale, quando il commando è costretto a ripiegare in una clandestinità a termine, psicologica, conseguente alle decisioni che verranno prese alla vigilia del ritorno in patria, a spostare l'interesse del film dalle dinamiche puramente action della parte iniziale, enfatizzata nel suo realismo dall'assenza di effetti digitali, a quelle interiori ed emotive, legate ai rapporti tra i diversi contendenti.
La sceneggiatura aiuta questo passaggio costruendo un intreccio cupo e labirintico, che sfrutta al massimo il rapporto tra le figure umane e lo spazio circostante, spoglio e privo di orizzonte, per rendere il senso di una claustrofobia ed un isolamento intollerabile.

Un racconto a scatole cinesi, tenuto in piedi da una regia essenziale, quasi invisibile, che valorizza al massimo la possibilità di modulare le diverse fasi sui volti, ed anche sul corpo degli attori, con Helen Mirren a replicare in ogni dettaglio, anche gestuale, la versione invecchiata dello stesso personaggio impersonato da Jessica Chastain, una Rachael, la donna del gruppo, di nervosa bellezza ed intensità.
Ne deriva una tensione continua, dall'inizio alla fine del film, ed un coinvolgimento che porta lo spettatore ad immedesimarsi con quello che sta vedendo.

Paragonato ad un classico del genere, come "Munich", non solo nell'incipit ma anche per la riflessione sui limiti di una giustizia ottenuta con il sangue, "Il debito" sembra più vicino per atmosfere ad un film come "Il maratoneta", e, nella dicotomia tra verità e ragion di stato, ad "I tre giorni del Condor".

Un cinema di idee ed intrattenimento di cui si sentiva la mancanza.

pubblicata su ondacinema.it







film in sala dal 30 settembre 2011

A Dangerous Method
(A Dangerous Method)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Canada, USA
REGIA: David Cronenberg
CAST: Viggo Mortensen, Michael Fassbender, Keira Knightley, Vincent Cassel, Sarah Gadon, Katharina Palm

Baciato dalla fortuna
(Baciato dalla fortuna)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Paolo Costella
CAST: Vincenzo Salemme, Asia Argento, Alessandro Gassman, Nicole Grimaudo, Elena Santarelli, Dario Bandiera

Blood Story
(Let Me In)
GENERE: Drammatico, Horror
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Matt Reeves
CAST: Kodi Smit-McPhee, Chloe Moretz, Richard Jenkins, Jimmy 'Jax' Pinchak, Sasha Barrese, Chris Browning

Drive
(Drive)
GENERE: Azione, Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Nicolas Winding Refn
CAST: Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Albert Brooks, Oscar Isaac, Christina Hendricks

Oltre il Mare
(Oltre il Mare)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Cesare Fragnelli
CAST: Alessandro Intini, Alberto Galetti, Micol Olivieri, Giulia Steigerwalt, Nicola Nocella, Mario Claudio Recchia

Sex and Zen 3D
(3D rou pu tuan zhi ji le bao jian)
GENERE: Drammatico, Erotico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Hong Kong
REGIA: Christopher Sun
CAST: Saori Hara, Vonnie Lui, Hiro Hajama

lunedì, settembre 26, 2011

La pelle che abito

LA PELLE CHE ABITO
regia diP. Almodovar


In un percorso artistico, l’elemento autobiografico è parte imprescindibile dell’esito creativo. La sua presenza è una luce riflessa che si mostra soprattutto nel risultato finale, nell’evidenza dell’opera finita. Nel cinema la rilevazione è in continuo divenire, e va di pari passo con lo scorrere del tempo. E’ una linea che attraversa la storia del film, disseminandola di situazioni e di rimandi, variamente articolati, ma sempre riferiti all’essenza dell'autore.

Nella filmografia di Almodovar questa identificazione è così esplicita da rendere impossibile qualsiasi altra considerazione che esuli dal vissuto del suo artefice. Tutto appartiene e si riallaccia ad un esperienza personale durante la quale il regista ha attraversato, con sfolgorante esuberanza, le vicissitudine di un paese in cerca di cambiamenti.

La donna come misura del mondo, il colore come motivo estetico ed esistenziale ed ancora il panteismo sessuale, usato come segnale di crisi e del suo superamento, hanno caratterizzato tanto l’uomo quanto l'artista per buona parte della carriera. “La Pelle che abito” invece, pur nel proseguimento di un cinema personale, appare diverso.
In esso Almodovar sembra nascondersi dietro la perfezione di una cornice tanto levigata quanto trattenuta, nella perfezione dei corpi e della loro plasticità, in una storia che, proponendo una versione moderna del Frankenstein, con un ricercatore scientifico, Robert Ledgard, deciso a trasformare il carnefice della figlia in una donna, Vera, identica alla moglie denunta, esalta diverse facce del cinema di genere, dal noir, all’horror, passando per il melò.
E poi, non contento, dissemina quà e là, tracce di una presenza che ha perso leggerezza, ed a cui non basta qualche pillola di stravaganza, come l'apparizione di un personaggio travestito da leopardo, e disinvoltamente intento nel compimento delle sue malefatte. La voglia di ridere si è trasformata in uno sguardo da entomologo, non più compagno ma spettatore dei personaggi.

Con l’io, frantumato in tanti piccoli pezzetti, rintracciabili nelle pulsioni sessuali, irrefrenabili e grottesche dell’uomo leopardo, drammaticamente legato alle sorti della defunta moglie dello scienziato, oppure nella capacità di saper costruire bellezza laddove non c’era, proposta nel percorso di Vera, nata dalle ceneri di un orribile delitto, e dopo quello assunta a ruolo di Angelo sterminatore, ma anche nella capacità di plasmare gli attori, inventandoli, Bianca Suarez, o reinventandoli, Antonio Banderas, a proprio piacimento.

Ed ancora nella riflessione sui limiti di un cinema che non riesce ad andare oltre il fascino delle sue costruzioni estetiche: le scene in cui il dottore guarda la sua creatura immacolata e pura, con il vetro che li separa, simile allo schermo della sala, e poi, con lo scarto dovuto alla vita, il suo contraltare, quando la convivenza reale con l’oggetto desiderato, e finalmente distinto dalla sua idea, diventa fonte di inaspettata sventura.

Una rarefazione in contrasto con un impianto molto costruito, privo della proverbiale fluidità del regista catalano, e persino tortuoso, come dimostra la messa in scena del racconto dell'oscuro passato dei personaggi, inizialmente sottratto allo spettatore, e successivamente somministrato con una scansione dei fatti, inizialmente in mano al regista, per mezzo delle opportune didascalie, e poi assegnato al doppio sogno dei due protagonisti, ognuno dei quali rispondente ad una diversa versione dei fatti e dello stupro, e con un particolare, questo sì molto riuscito, che lascia un indizio sulla reale identità di Vera.

Imperfezioni d’autore che scontentano gli amanti della prima ora, ma che sono la logica conseguenza di chi è costretto a cambiare pelle mantenendo la memoria. Come abbiamo visto ne "La pelle che abito".

giovedì, settembre 22, 2011

Crazy, stupid love

CRAZY, STUPID LOVE

Ci sono film che sembrano fatti apposta per confondere lo spettatore. Si presentano in un modo e poi, quando sei in sala diventano qualcos’altro. "Crazy, Stupid Love" ne è un esempio.
Reclamizzato come una versione adulta di “Hitch”, con Ryan Gosling (Jacob) nei panni di Will Smith, e Steve Carell (Carl) in quelli di Kevin James, la pellicola in realtà si rivela come l’ennesima rappresentazione delle pene d’amor perduto raccontate attraverso una serie di storie destinate ad incrociarsi in un finale da Happy end.
Una contentezza poco condivisibile dallo spettatore, costretto a sorbirsi due ore di tira e molla, tra teen ager alle prese con le prime pruderie, baby sitter innamorate del datore di lavoro, ed adulti come bambini, intenti a giocare al teatrino dell’amore.
Situazioni costruite ad arte per dimostrare l’assioma del titolo, come quella del giovane seduttore che rifà la scena clou di "Dirty dancing" per conquistare la sua preda, oppure la dichiarazione d’amore di un marito alla propria moglie di fronte ad una platea di sconosciuti. Cose già viste oppure inserite senza un minimo di convinzione.
Peccato perché i minuti iniziali avevano fatto ben sperare, grazie ad un ambientazione, quella del piano bar che fa da sfondo all’incontro tra Carl e Jacob, simile per atmosfere e circostanze all’ Edward Hopper di Nighthawk, e per quel misto di disperazione e guasconeria che si incrocia negli sguardi di due uomini che non condividono la stessa felicità.
Ed invece dopo qualche sequenza ad effetto, comprensiva di rallentì che esaltano il magnetismo del secondo, ed enfatizzano le difficoltà del primo, apprendiamo che il segreto per riacquistare la propria virilità si nasconde dietro il cambio del guardaroba. Roba da restare di sasso ed invece è proprio così: da quel momento il marito nerd diventerà uno sciupafemmine di prima categoria, tanto da arrivare a mettere in discussione la supremazia del suo maestro.
Del resto, purtroppo, abbiamo già detto.

film in sala dal 23 settembre 2011

Pearl Jam Twenty
(Pearl Jam Twenty)
GENERE: Documentario, Musicale
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Cameron Crowe
CAST: Jeff Ament, Matt Cameron, Stone Gossard, Mike McCready, Eddie Vedder

La pelle che abito
(La piel que habito)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Spagna
REGIA: Pedro Almodovar
CAST: Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Eduard Fernández, Fernando Cayo, Bárbara Lennie

L'alba del pianeta delle scimmie
(Rise of the Planet of the Apes)
GENERE: Drammatico, Fantascienza
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Rupert Wyatt
CAST: James Franco, Freida Pinto, John Lithgow, Andy Serkis, Brian Cox, Tom Felton

Ma come fa a far tutto?
(I Don't Know How She Does It)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Douglas McGrath
CAST: Sarah Jessica Parker, Greg Kinnear, Pierce Brosnan, Olivia Munn, Seth Meyers, Kelsey Grammer

Mozzarella Stories
(Mozzarella Stories)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Edoardo De Angelis
CAST: Luisa Ranieri, Massimiliano Gallo, Andrea Renzi, Aida Turturro, Giovanni Esposito, Toni Laudadio

Niente da dichiarare
(Rien à déclarer)
GENERE: Commedia
NAZIONALITÀ: Belgio, Francia
REGIA: Dany Boon
CAST: Dany Boon, Benoît Poelvoorde, Chritel Pedrinelli, Joachim Ledeganck, Julie Bernard, Jean-Paul Dermont

martedì, settembre 20, 2011

CONTAGION

CONTAGION
regia di S. Soderbergh


recensione di Fabrizio Luperto

Un virus mortale si propaga negli Stati Uniti, come in tutto il mondo, portato da una donna (Gwyneth Paltrow) di ritorno da un viaggio ad Hong Kong.
Mentre il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie cerca un vaccino, un blogger (Jude Law) attacca le autorità accusandole di tener nascosta la gravità della situazione.
L'inizio della pellicola è confortante; una Gwyneth Paltrow mogliettina fedifraga, che se la spassa ad Hong Kong e che finisce scuoiata sul tavolo di un obitorio; la trovata di Sodebergh che ogni volta che sposta l'azione da una città all'altra ci segnala il numero di abitanti per far capire allo spettatore la rapidità con la quale il visrus si diffonde; strette di mano e labbra a contatto con un bicchiere diventano gesti inquietanti.
Poi il buio. Più che ad una sceneggiatura, il film somiglia al riassunto giornalistico di un evento di cronaca: la scoperta del virus, il suo divulgarsi rapidamente, i morti, la paura, la scoperta del vaccino, la salvezza. Fine.
A nulla valgono gli sforzi del regista che continua ad insistere nel suo voler fondere capacità autoriale (che ovviamente gli va riconosciuta) e cinema mainstream.
La seconda parte della pellicola pandemica di Sodebergh è talmente piatta e noiosa da rendere scomoda anche la più confortevole delle poltrone di una sala cinematografica.
Una confezione perfetta (anche se un po' televisiva) e un cast di altissimo livello non bastano a Contagion che resta un film sostanzialmente piatto, privo di aggressività e che, oltre ad una fragile riflessione sulla vulnerabilità della nostra società, non riesce a trasmettere quasi nulla.
Troppo poco per il celebrato Sodebergh.

Fabrizio Luperto









lunedì, settembre 19, 2011

Carnage

CARNAGE
regia di R. Polanski


Due coppie si incontrano per fare il punto sulla zuffa che ha coinvolto i loro figli: vorrebbero risolvere le cose in maniera civile, facendoli riconciliare, in realtà si impegnano a confermare i principi della loro promozione sociale: letizia familiare, buone maniere e sicurezza economica sono punti di arrivo destinati a scomparire sotto il peso di un ipocrisia rivelata. Al loro posto, qualunquismo, volgarità ed una massiccia dose d’egoismo. Per arrivarci un delirio di parole e la nevrosi di esseri umani incastrati nel proprio ruolo.

Tra campi e controcampi Polanski sembra ancora sotto assedio: si rifugia dentro le mura di un appartamento prigione, ed organizza la festa dello scampato pericolo. Il mondo in una stanza. Divisioni politiche e di pensiero, guerre lampo, ed alleanze come un bicchiere di wiskey. Un gioco delle parti che ricorda Pirandello. Uno nessuno, centomila, così è se vi pare. Tutto ed il suo contrario. Ma il decoro sta anche al di fuori dei personaggi e della loro storia: si cela nell’idea di un cinema che aspira al teatro, e nella confezione di lusso realizzata da un manciata di premi oscar. La forza del film è quella di dare allo spettatore l’illusione di essere diverso da ciò vede nello schermo. Nella lavagna, dalla parte dei cattivi, si scriva dei dialoghi slogan e del ritmo loro complice, fatto apposta per coprire la loro inconsistenza. Gli attori partecipano al banchetto. Più di uno rischia l’indigestione.

(Pubblicata su Roma giorno e notte)









venerdì, settembre 16, 2011

TERRAFERMA

TERRAFERMA
regia di E. Crialese

recensione di Fabrizio Luperto



In una imprecisata isola del mediterraneo, Filippo (Filippo Pucillo), un ventenne orfano di padre, vive con la madre Giulietta (Donatella Finocchiaro) e il Nonno Ernesto (Mimmo Cuticchio), un vecchio pescatore.
Durante una battuta di pesca, il giovane Filippo e il nonno Ernesto si imbattono in un barcone di immigrati clandestini e salvano dall'annegamento una donna incinta e il suo bambino.
L'inevitabile sequestro della barca e la denuncia ai proprietari per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, rischia di mandare sul lastrico l'intera famiglia, che sbarca il lunario, utilizzando il malandato peschereccio anche per le gite in mare dei turisti.

Emanuele Crialese, dopo Respiro (2002) e Nuovomondo (2006), continua a raccontare storie di donne e di mare riuscendo ancora ad emozionare.
Il regista romano ci racconta l'impatto dell'immigrazione clandestina sulle vite dei componenti di una povera famiglia isolana che vive affannosamente di pesca e del poco turismo estivo.

Crialese con il suo film non da risposte e non giudica, descrive non solo la triste realtà dei disperati in fuga dalla fame e dalla guerra, ma soprattutto, ed è la parte meglio riuscita, descrive le "piccole" tragedie di chi si prende la briga di salvare la vita a chi si trova in pericolo, tracciando con assoluto realismo le psicologie dei componenti la famiglia (chirurgicamente perfetta quella di Nino) al centro della vicenda.

Giulietta è la donna a cui il mare ha tolto il marito e che sogna una vita diversa, magari con un nuovo compagno lontano dalla realtà isolana; il suocero Ernesto è la tradizione e la dignità; il cognato Nino (Beppe Fiorello) il presunto nuovo che avanza e il figlio Filippo l'incertezza tra tradizione e futuro.
Film che cerca un difficile equilibrio tra cronaca, mito e cultura, forse troppo per un film solo, ma che Crialese riesce a sintetizzare in maniera adeguata aiutato da un cast solido e da una grande fotografia.

A tutte le ottime cose presenti nel film, fanno da contraltare alcuni errori piuttosto evidenti:

1) La donna salvata dalle onde dopo un viaggio via terra di due anni, violenze sessuali subite nelle prigioni libiche, una traversata in mare e soprattutto dopo aver partorito, è bella come una madonna nera e in salute smagliante tanto da mostrarcela con capelli decorati e ombretto agli occhi;
2) I carabinieri, anche in piena estate indossano l'uniforme invernale;
3) Il leggero trucco della Finocchiaro cambia rapidamente nel giro di poche ore per poi ritornare quello di prima.

Premio speciale della giuria a Venezia 2011.

giovedì, settembre 15, 2011

Film in sala dal 16 settembre 2011

Carnage
(Carnage)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Germania, Francia
REGIA: Roman Polanski

Crazy, Stupid, Love
(Crazy, Stupid, Love)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Glenn Ficarra, John Requa

Glee The 3D Concert Movie
(Glee: The 3D Concert Movie)
GENERE: Musicale
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA:

I Puffi
(The Smurfs)
GENERE: Animazione, Fantasy, Family
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Belgio, USA
REGIA: Raja Gosnell

Il debito
(The Debt)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: John Madden

The Eagle
(The Eagle)
GENERE: Drammatico, Storico, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Kevin Macdonald

mercoledì, settembre 14, 2011

COSE DELL'ALTRO MONDO

COSE DELL'ALTRO MONDO

Il poliziotto Ariele (Valerio Mastrandrea) cerca di riappacificarsi con la sua ex fidanzata, la maestra elementare Laura (Valentina Ludovini).
L' imprenditore Golfetto (Diego Abatantuono) dalla sua piccola emittente televisiva lancia i propri proclami contro gli extracomunitari.
I tre vivono in una cittadina veneta dalla quale, all'improvviso, scompaiono tutti gli stranieri.
L'idea di Patierno non è malvagia anche se riciclata dal film di Sergio Arau A day Without a Mexican, film ambientato in California dalla quale sparivano tutti gli immigrati messicani.
Se in una tranquilla cittadina del laborioso nord est, gli immigrati che lavorano, ben inseriti nella società, si stancassero di essere insultati, offesi e irrisi e decidessero sul serio di sparire per sempre, cosa accadrebbe?
Chi accudirebbe la madre malata (Laura Efrikian) del poliziotto che presta servizio a Roma? Chi manderebbe avanti la fabbrica dell'imprenditore borghesotto?
Patierno usa la commedia per raccontare in chiave surreale il razzismo, uno dei tanti deliri dei nostri tempi.
Lo fa con mano leggera, regalando sprazzi di buon cinema quando mantiene il suo film sul tono della commedia.
I mal di pancia cominciano quando il regista de Il mattino ha l'oro in bocca (2007) vira sul grottesco, perdendosi in diverse occasioni e addirittura sovrapponendo la storia d'amore tra Mastrandrea e la Ludovini al plot principale.
Rischioso ridurre la figura dello straniero a quella esclusiva di forza lavoro a buon mercato(siamo rimasti senza schiavi).
Il passaggio migliore del film vede protagonista Valerio Mastrandrea: "ti sei presa una vacanza multietnica" esclama rivolgendosi alla sua ex, maestra elementare, sostenitrice dell'integrazione razziale, buonista convinta e incinta di un ragazzo senegalese che non ha voluto sposare, evidenziando come la donna non abbia avuto problemi a tornare con lui ora che serve un padre per il bimbo che porta in grembo.
Da salvare il sempre inquietante Vitaliano Trevisan ed un malinconico Valerio Mastrandrea.
Ovviamente ingiustificate le proteste leghiste.

lunedì, settembre 12, 2011

L'ultimo terrestre

L'ULTIMO TERRESTRE

In un giorno imprecisato della nostra era viene annunciato lo sbarco degli Alieni: tra attese millenaristiche e slogan pubblicitari, la vigilia dell'evento si riflette su un umanità ormai in disarmo. Una condizione a cui Luca Bertacci appartiene di diritto. Segretamente innamorato della vicina di casa, sfoga la propria frustrazione frequentando un anziana prostituta, e confidandosi con l'amico transessuale.

Opera prima di un fumettista prestato al cinema, "L'ultimo terrestre" a poco a che fare con la fantascienza.

Immerso in un atmosfera surreale, quand'anche grottesca (ad un certo punto il padre di Luca, misogino incallito, si convertirà alla vita di coppia per amore di una dolce visitatrice), girato con ritmo musicale, sincopato o dinamico a seconda dei casi, il film attraverso gli occhi del suo protagonista, una specie di "idiota" alla maniera del personaggio dostojevskiano, compie un viaggio ideale ed antropologico all'interno di un fattore umano in via d'estinzione.

Ossessionata dal sesso, consumato di nascosto ed in maniera peccaminosa, chiusa in un egoismo incapace di distinguere tra buoni e cattivi (gli alieni invece dovrebbero essere in grado di farlo), sempre pronta a sfruttare la situazione per il proprio tornaconto - ad un certo punto assistiamo ad un convegno sugli ufo, dove due lestofanti si professano intermediari degli alieni- la razza terrestre è destinata a soccombere per assenza di anticorpi.

Pacinotti si tiene stretto alla realtà ma allo stesso tempo se ne allontana, costruendo un film libero, capace di reggersi sulle proprie gambe ed indipendente da eventuali analisi sociologiche e politiche. Alieno al panorama cinematografico italiano, "L'ultimo terrestre" si conclude con il sorriso di Luca, felice di osservare l’inizio di una nuova palingenesi. Per essere un film divertente c'è poco da scherzare.


pubblicata su Roma giorno e notte

sabato, settembre 10, 2011

I segreti della mente

I segreti della mente
regia di H. Nakata


Nel cinema di Hideo Nakata il mezzo tecnologico ha una posizione preminente. Abituato ad immergersi nelle profondità più rimosse dell'inconscio, quelle in cui l'anima si tinge di nero pece, il regista giapponese ha trovato nelle diverse declinazioni della tecnica, dal sistema home video utilizzato in "Ringu" alla comunicazione via internet di "I segreti della mente", il modo per portare alla luce i demoni della nostra coscienza. Una modernità per certi versi vicina alla filosofiacyberpunk, se non fosse che i personaggi delle sue storie invece di liberarsi dalla piaghe di un esistenza alienante ed alienata, ne rimangono schiacciati con conseguenze quasi sempre catastrofiche.

Non si sottrae a questa regola Chat room, titolo originale che si lascia preferire a quello italiano, nel descrivere il rapporto di interdipendenza tra un gruppo di adolescenti uniti dalla frequentazione dello spazio virtuale.

Tra insicurezze ed anaffettività gli incontri si trasformano ben presto in un gioco al massacro quando William (Aaron Johnson), dilaniato da un rapporto materno inesistente, convince il resto del gruppo ad utilizzare la violenza per raggiungere i propri scopi.

Scegliendo di riprendere la vicenda mettendo sullo stesso piano reale e virtuale, divisi solamente da accorgimenti fotografici e di colore (liquidi e psichedelici per la "stanza delle chiacchere", grigi e neri per tutto quello che ne è al di fuori) Nakata realizza un continuum narrativo che, se da una parte evita passaggi schematici e didascalici tra le varie dimensioni, dall'altra ingarbuglia la vicenda sovrapponendo continuamente personaggi e situazioni, facendo perdere ad entrambi le proprie peculiarità.

Il risultato è uno spettacolo senza meraviglia, in cui i consigli del cattivo maestro si alternano con le conseguenze degli stessi sulla vita dei singoli.

Un rapporto di causa/effetto esteso all'infinito e che solamente alla fine, con una conclusione tanto repentina quanto moralistica (la tecnica è una male incurabile che rende dipendenti) riesce a produrre uno scarto significativo.

Presentato nella sezioneUn certain regard del festival di Cannes 2010, "I segreti della mente" si avvale della presenza dell'astro nascente Aaron Johnson, il cui talento deve fare i conti con un personaggio continuamente sopra le righe.

pubblicata su ondacinema.it

venerdì, settembre 09, 2011

STUDENT SERVICES

STUDENT SERVICES
Regia: Emmanuelle Bercot



Laura, diciannovenne studentessa universitaria, è alle prese con gravi problemi economici.
Non riesce a pagare l'affitto, a pagare le bollette e spesso deve fare a meno anche del pranzo.
Per dare una svolta alla situazione fattasi disperata decide di prostituirsi.
Film girato per la Tv francese Canal + (che lo ha mandato in onda in prima serata, mentre nelle sale italiane è vietato ai minori di 18 anni) tratto dal romanzo autobiografico ''Mes cheres etudes'' di Laura D.

Il film transalpino affronta il fenomeno della prostituzione universitaria, che sta dilangando anche in Italia, come testimoniano numerosi casi di cronaca.
Dato per scontato che un film pensato (e girato) per la Tv con scopi di servizio (cari cittadini guardate cosa succede ai nostri figli) , non può avere una grande resa al cinema per motivi piuttosto ovvii, sarebbe interessante fare una riflessione piuttosto banale: sappiamo da anni che ragazzine si spogliano su internet o fanno sesso con ragazzi più grandicelli in cambio di una ricarica telefonica e ora cadiamo dalle nuvole se delle giovani universitarie si prostituiscono? Forse lo scandalo o presunto tale sta proprio nel loro essere universitarie (nella scala gerarchica sociale dovrebbero rappresentare una sorta di elite morale?), perché di ventenni che si prostituiscono per concedersi il capo firmato, un paio di scarpe in più o la vacanza cool ne esitono a bizzeffe, e non da oggi.
Ma torniamo alla pellicola. Se lo scopo era ammirevole, ovvero portare in casa dei francesi in maniera piuttosto dura una triste realtà, il punto di vista della regista, falsamente distaccato, affonda un film che se non gradevole, sarebbe potuto essere almeno interessante.
La regista francese imbottisce il film di sesso artefatto e si schiera apertamente dalla parte della protagonista.
Una santerellina che rassicura il suo coinquilino sul pagamento delle bollette quando in realtà non si è mai sognato di farlo; una sfortunata che non trova il coraggio di chiedere qualche euro per mangiare (quando sviene non mangia da tre giorni) ma che impiega meno di due minuti ad accettare di prostituirsi con uno sconosciuto cinquantenne per poi proseguire la "carriera" di puttana (ops, scusate escort) con una serie di uomini che sono tutti dei cattivoni e ovviamente hanno gusti sessuali particolari (ma và?) mentre l'unico che vuole avere un rapporto normale è rappresentato da un essere più simile ad un orso che ad un uomo.
La vetta più "alta", viene raggiunta con la descrizione del fidanzato di Laura, colpevole di non dimostrarsi d'accordo sul "lavoro" della santerellina, che per rabbonirlo si lancia in una furiosa fellatio che il giovane non gradisce e che per questo si becca una sequela di insulti.
In definitiva si può tranquillamente affermare che Emmanuelle Bercot parteggiando spudoratamente per la protagonista, sacrifica la dimensione di servizio del film ottenendo il risultato di trasformarlo in un prodotto scadente, utilizzabile per riempire salotti televisivi finto perbenisti dove starlette attempate e tuttologi buoni per ogni occasione potranno imbastire i loro stantii teatrini.

giovedì, settembre 08, 2011

Le amiche della sposa

Le amiche della sposa

Quando la sua migliore amica decide di sposarsi Annie, affiancata dal resto delle amiche decide di prendersi cura dei preparativi del matrimonio. Con una di esse, la sofisticata ed irrisolta Helen, inizierà una gara su chi saprà accaparrarsi l'attenzione della futura sposa.

Espressione di quella commistione tra cinema e televisione che almeno oltreoceano riesce a prendere il meglio da entrambi i contenitori, "Le amiche della sposa" ricicla uno dei momenti topici della commedia americana ed in generale dell'amicizia femminile, quello delle nozze come momento di trapasso tra giovinezza e maturità, ma lo fa mescolando lo stile scanzonato e goliardico del suo produttore, quel Judd Apatow inventore di un filone che, a partire da "40 anni vergine" porta sullo schermo un umanità incapace di crescere ed ancorata ad un eterna adolescenza, e quello da stand up comedian di Kristen Wiig, non solo attrice ma anche sceneggiatrice del film, forte di un apprendistato nell'imprescindibile Saturday Night Live.

La commistione tra le due componenti antitetiche ma complementari, la prima abituata a non prendersi troppo sul serio, la seconda capace di dare il meglio con un improvvisazione ragionata, dà vita ad una storia sviluppata sulla falsa riga di un manuale sulla sensibilità femminile, incentrato sull'assoluto protagonismo di un personaggio principale, Annie, capace di inglobare pregi e difetti del sesso debole, riassunti nell'incapacità di far combaciare il sogno e le aspirazioni con le scelte quotidiane. In fuga da una madre iperprotettiva, ed alla ricerca dell'amore della vita, Annie spende le sue giornate tra incontri occasionali con un adone senza cervello ed il lavoro di commessa nel negozio dove è dovuta riparare in seguito alla chiusura della pasticceria su cui aveva investito soldi e passione.

A darle conforto l'amicizia con l'amica di sempre, fino a quando quest'ultima le annuncia il lieto evento. Come in un gioco di specchi la felicità dell'una diventerà il limite dell'altra, trascinando Annie in uno stato di prostrazione che la obbligherà a rivedere la propria vita.

Una storia d'amore e d'amicizia, ma anche il manifesto di una femminilità che ha smesso di indossare il baby doll, "Le amiche della sposa" sembra quasi il contraltare di "Sex And The City" per l'assenza di quelle caratteristiche modaiole e di tendenza che aveva fatto la fortuna di quel programma (i templi del lusso e della mondanità sono fatti per essere distrutti, come nella scena della crisi di nervi di Annie, o messi alla berlina, come accade nel negozio di abiti da sposa).

Qui a partire dai caratteri, esteticamente lontani dall'ideale di bellezza contemporaneo, quand'anche esagerati nel fisico e nei modi, basti pensare al personaggio di Melissa interpretata dalla corpulenta quanto simpatica Melissa MaCarthy, sembra di essere più dalle parti di un film di Woody Allen, per la modo di far emergere la nevrosi dalla presenza di dialoghi concitati e sincopati, ed anche per una certa improvvisazione, della messa in scena così come dal modo disinvolto ed apparentemente casuale della recitazione. Non mancano i richiami ad una comicità più fracassona ed anche sguaiata, ma sono momenti isolati, inseriti più per motivi di commerciabilità che per una reale necessità.

Il film ha inoltre il pregio di farci conoscere un volto nuovo, che si affianca ad altri già usciti alla ribalta con le stesse modalità (Tina Fey), ma la cui fisicità, longilinea e nervosa, adatta anche a ruoli drammatici, lascia intravedere opportunità ancora più allargate.

Insieme ad "Horrible Bosses", il film è stato la sorpresa estiva del box office americano.

pubblicata su ondacinema.it

Film in sala dal 9 settembre 2011

Questa storia qua
(Questa storia qua)
GENERE: Biografico, Documentario, Musicale
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Alessandro Paris, Sibylle Righetti

Terraferma
(Terraferma)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Emanuele Crialese

Box office 3D: Il film dei film
(Box office 3D: Il film dei film)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Ezio Greggio

Contagion
(Contagion)
GENERE: Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Steven Soderbergh

L'ultimo terrestre
(L'ultimo terrestre)
GENERE: Fantascienza
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Gian Alfonso Pacinotti

Super 8
(Super 8)
GENERE: Fantascienza, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: J.J. Abrams

Tutta colpa della musica
(Tutta colpa della musica)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Ricky Tognazzi

venerdì, settembre 02, 2011

Le regole della truffa

Le regole della truffa

La commistione dei generi è diventato uno dei marchi di fabbrica del cinema contemporaneo.
Dapprima elemento estetico, creato per destabilizzare, ed in parte rinnovare territori ampiamente abusati e vicini al trapasso, con il passare del tempo, ed in maniera inevitabile, questo restyling è diventato una prassi così utilizzata, da risultare priva di quella carica eversiva che ne aveva caratterizzato le apparizioni iniziali.
Un classico esempio di questo fenomeno può essere rappresentato da Le regole della truffa, storia di un colpo in banca che si trasforma in qualcos’altro,

Rifacendosi ad un sottogenere come quello dell’ Heist movie, ed a forme di commedia che vanno da quella romantica, rappresentata dall’empatia tra i personaggi interpretati da Ashley Judd e Patrick Dempsey, a quella svitata e surreale, riconoscibile dalla quantità di situazioni al limite del grottesco: basterebbe la scelta di presentare due bande diverse di rapinatori all’interno della stessa banca, oppure il contrasto tra il professionismo dell’una, equipaggiata alla maniera dell’agente l'agente Hunt di Mission impossible, e l’improvvisazione dell’altra, una coppia di svitati che ricorda quella altamente tossica interpretata da Hurt e Reeves in Ti amerò fino ad ammazzarti, per far capire il livello di eterogeneità presente in un sol colpo.

A questo poi bisogna aggiungere una intreccio complicato ad arte per assomigliare ad una sorta di 10 piccoli indiani o ad Invito a cena con delitto.
Tanta carne al fuoco esigerebbe un abile manipolatore, ed invece Rob Minkoff risolve tutto con una recitazione concitata, perennemente sopra le righe a cominciare da quella di Dempsey nei panni di un detective per caso al limite della nevrosi, ed un montaggio che affastella situazioni e colpi di scena.

La sensazione è quella di un menù troppo ricco, costretto a dare molte cose per scontato e capace di sacrificare il flirt tra i due protagonisti, troppo meccanico e poco sviluppato per sembrare credibile.

Il titolo originale Flypaper fa riferimento a tre fax contenenti informazioni decisive per lo scioglimento dell’enigma.

(pubblicata su "Roma giorno e notte")

Come ammazzare il capo e...vivere felici

Come ammazzare il capo e...vivere felici

Dopo il successo planetario di "Una notte da leoni", la complicità maschile sembra aver trovato nella commedia il luogo adatto per esibire la goliardia ed il cameratismo che generalmente impronta i comportamenti collettivi dei maschi di mezz'età. Tre personaggi complementari, ma soprattutto l'età di mezzo, con quel misto di concretezza ed evasione, di malinconia e menefreghismo, di sfumature e mezzi toni, diventano lo scenario perfetto per variazioni sul tema che, nel tentativo di rianimare un genere perennemente in crisi, lo dirigono dalle parti di un intrattenimento virato al nero, in cui gli aspetti ludici si contaminano con quelli drammatici. Una cosa alla John Belushi tanto per intenderci pur senza possederne il talento e la cattiveria. In aggiunta la presenza di un incipit, l'astio del dipendente nei confronti del proprio datore di lavoro, che può contare su caratteristiche di universalità e condivisione.

Esplicitamente sintetizzata nei titoli la storia segue il tentativo di 3 amici impegnati ad organizzare l'assassinio dei rispettivi capi colpevoli di vessarli con pratiche da aguzzini. Ad eliminarli ci penserà ognuno di loro avendo cura di farlo nei confronti del datore di lavoro dell'altro (particolare che rimanda a "Delitto per delitto" di Alfred Hitchcock), per sviare il possibile movente. Tra appostamenti ed incontri ravvicinati la vicenda si complicherà quando un'uccisione imprevista rischierà di mandare all'aria il piano di Nick, Dave e Kurt coinvolgendoli in un'escalation degna di una vera crime story.

Tra cinema e televisione non solo per eterogeneità degli attori, ma anche per l'utilizzo dell'elemento caricaturale che fa il verso a certe parodie usate da programmi cult sul tipo di "Saturday night live" (Kurt/Jason Sudekis ne è stato uno dei protagonisti) il film punta sul contrasto tra l'elemento divistico, relegato in un angolo e chiamato a manifestarsi in panni che normalmente non gli appartengono, almeno in termini di minutaggio, stiamo parlando dei ruoli dei cattivi interpretati da Spacey, Farrell ed Aniston, e quello emergente e tutto da scoprire rappresentato dalle loro nemesi, attori sconosciuti a questi livelli, ove si eccettui Jason Bateman, che a loro danno vita.

Ed è proprio il contrasto tra l'anonimato degli tre impiegati e l'egotismo anche estetico dei loro superiori, con Farell e la Aniston a ricordare rispettivamente il Les Grossman di Tom Cruise e la Demi Moore di "Rivelazioni", a provocare lo spiazzamento necessario, a rendere il malessere e la patologia dell'intera situazione.

Immerso in un atmosfera notturna, quasi interamente girato in interni, "Horrible bosses", questo il titolo originale del film, funziona quando deve creare atmosfere in bilico tra il riso ed il pianto, mentre si perde nello sviluppo della storia che rimane presto orfana del contraltare negativo, per il mancato sviluppo dei personaggi di Farrell e della Aniston appena tratteggiati e ridotto al solo personaggio intepretato da Spacey, per riempirsi di aneddoti da commedia trash, con battute ed allusioni quasi sempre sessuali, capaci di smuovere il perbenismo di una società vittoriana come quella americana ma francamente datate per il resto del mondo occidentale. Nonostante questo, il film, uscito nell'estate americana, ha conquistato i favori del pubblico e soprattutto del botteghino.

pubblicata su ondacinema.it



giovedì, settembre 01, 2011

FIlm in sala dal 2 settembre 2011

Bad Teacher: una prof da sballo
(Bad Teacher)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Jake Kasdan

Lanterna verde
(Green Lantern)
GENERE: Azione, Fantascienza, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Martin Campbell

I segreti della mente
(Chatroom)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Hideo Nakata

Pink Subaru
(Pink Subaru)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia, Giappone
REGIA: Kazuya Ogawa

Ruggine
(Ruggine)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Daniele Gaglianone

Solo per vendetta
(The Hungry Rabbit Jumps)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Roger Donaldson

Cose dell'altro mondo
(Cose dell'altro mondo)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Francesco Patierno

martedì, agosto 30, 2011

Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato

Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato

Chick flick all'italiana.
Mentre oltreoceano impazza il fenomeno bad girls con Kristene Wiig e Cameron Diaz a capeggiare un ondata di ragazze che in quanto a sfacciataggine non avrebbero nulla da invidiare a quelle di Tarantino (quest'anno le danze erano iniziate con Bicht Slap e Sucker punch) dalle nostre parti il cinema al femminile in versione mainstream è ancora lasciato alla commedia romantica tout court, moderne versioni dei romanzi di Jane Austin declinate secondo le mode del momento.

In questo caso, la tendenza è quella di mischiare il cinema "Manuale" di Giovanni Veronesi, con la voce fuori campo a supportare i vari snodi della storia, con il romanticismo spiegato e paragrafato di Federico Moccia, quello suddiviso per capitoli evidenziati sullo schermo per meglio esplicitare le varie fasi del racconto.

Una struttura adottata per sintonizzarsi sui recenti successi del cinema italiano (anche l'uso di attori prettamente televisivi lo conferma) ma poco fluida per un film che invece necessiterebbe di maggior scioltezza per bilanciare la scarsa vena dei dialoghi. Incentrato sulle vicissitudini amorose di Sofia, eternamente delusa dagli uomini ma non per questo decisa ad abdicare, e delle sue amiche, Penelope, sempre in cerca della prossima conquista ed Alice, sposata ad un uomo distratto, il film è pure incerto nello stile che passa da carrellate circolari modello Ozpetek, ad un accenno di immagini sfocate a sottolineare forse lo stress di una situazione, ed ancora, riprese concentrate all'inizio del film e poi abbandonate, in cui l'uso del grand'angolo vorrebbe sottolineare il disagio del soggetto.

A parte la trovata del titolo, alambiccato quanto basta per attirare l'attenzione dello spettatore ma in fin dei conti irrilevante rispetto alla storia, ed ancora l'espediente utilizzato per creare analogie tra il comportamento animale e quello umano, ricavato dalla studi di Sofia, "Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato" non riesce a trovare una sua identità.

Peccato perchè la presenza di un attrice come Francesca Inaudi, a dire il vero molto simile a quella del tormentone catodico Tutti pazzi per amore, e di Enrico Silvestrin, redivivo ma efficace nel tratteggiare lo spaccone sciupafemmine meritavano qualcosa in più.

(pubblicata su Roma giorno e notte)

lunedì, agosto 29, 2011

Fright night

Fright night

Charley è un ragazzo alle prese con i problemi della sua età: ragazze di cui innamorarsi ed una reputazione da costruire evitando di frequentare amici poco cool. La misteriosa sparizione di quest’ultimi ed il contemporaneo arrivo di un inquietante vicino lo trasformeranno in un novello Van Helsing.

Girato con la sobrietà di mezzi che si conviene ad un prodotto le cui ambizioni sono legate al passaparola ed allo sfruttamento home video, Fright Night assomiglia ad un teen ager movie per la presenza di tutti quegli elementi, la sfrontatezza di un ambiente scolastico con le sue dinamiche di odio ed amore, di conformismo e diversità, la guerra dei sessi intesa come conquista della bella di turno ed anche un dose di malinconia fornita dall’immancabile presenza nerds, che da sempre lo caratterizzano, se non fosse per la componente horror rappresentata da Jerry, il vampiro interpretato, con poco fascino e molta cattiveria, da Colin Farell.

In realtà, pur nella costante di questo dualismo, la storia del giovane Charley obbligato a crescere in fretta per poter difendere le persone che ama, altro non è che il solito percorso di iniziazione alla vita di un personaggio che fino ad allora l’aveva soltanto sognata.
Così, se all’inizio lo stesso si dimostra piuttosto insicuro tanto con l’avvenente vicina di casa, che lo snobba a favore dell’inquietante vampiro, quanto con la propria ragazza, costretta a rimandare la fatidica prima volta, mano a mano che la vicenda si dipana, questa tendenza lascia il posto ad una scoperta di sé (la decisione di trasformarsi da preda a cacciatore) e del mondo (soprattutto della sua parte più malvagia) capace di trasformarlo in un uomo vero (indicativa l’ultima scena con il protagonista finalmente disinvolto ed intento ad amoreggiare con la sua amata). Il tutto condito con la giostra di spanventoveli espedienti legati alla cultura filmica del genere.

Tra Disturbia, altro prodotto Dreamworks di cui replica il rapporto di wojeurismo sul tipo de la finestra del cortile, e lo scetticismo che circonda la scorcentante scoperta di Charlie, Fright Night è in realtà il remake di un film degli anni 80, Ammazzavampiri di Tom Holland per l’appunto, di cui invero non si sentiva la mancanza. Nondimeno si confà a questo scampolo di calura estiva per la voglia di aria condizionata e di disimpegno che spesso quest’atmosfera porta con sé.

(pubblicata su Roma giorno e notte)

giovedì, agosto 25, 2011

The Mechanic

The Mechanic
di Simon West


Dopo The Transporter ed ora con the Mechanic gli appellativi proletari stanno diventando il cromosoma di riferimento per un corpo attoriale come quello di Jason Statham, duro tra i duri consacrato da un ciambellano d’eccezione come Silvester Stallone, che l’ha chiamato a far parte di quel gruppo di "Tamarri senza gloria" dal nome che assomiglia ad un avviso di scadenza.
Eppure sono proprio questi nomi, scolpiti nella faccia ed anche nei muscoli senza sorpresa dell’attore inglese, a delineare dinamiche di lotta fatte di carne e lavoro fisico, lontano dalle sofisticherie tecnologiche e visionarie di tanto cinema d’azione contemporanee.
Qui il pane bisogna guadagnarselo con il sudore della pelle e senza tener conto dell’acconciatura dei capelli.
Si bada al sodo, nonostante i mimetismi messi in atto per confondere le acque facendo finta di essere qualcos'altro, non solo un film costruito su un'unica ossessiva idea, quella della vendetta a tutti i costi, ma anche una storia di solitudine e di amicizia (virile), di figure putative ed addirittura di amori impossibili.

Insomma quasi una visione del mondo se non fosse che la regia è di Simon West, un tipo che non conosce sfumature.

La prima scena a questo proposito può essere indicativa: ci troviamo in una casa non meglio specificata ed assistiamo all’uccisione di un uomo che sta nuotando nella sua piscina. La dinamica ricorda quella di una scena de Lo squalo con il corpo della vittima trascinato verso il fondo nonostante il tentativo di liberarsi da quella morsa.
Ad ammazzarlo è un sub killer venuto da chissà dovè.
Segue fuga impossibile con tanto di nuotata del morto simulata dal suo assassino per evitare di essere scoperto dagli uomini che sorvegliano la casa.

Ecco, in questi primi concitati minuti c’è tutta l’essenza di un film che non riesce a regolarsi, schizofrenicamente diviso tra il tentativo di prendersi sul serio, come la faccia tenebrosa e corruciata del suo interprete, e la tendenza ad un weirdo che l'invenzione acquatica - ammesso che di questo si possa parlare per una pellicola che ruba a destra ed a manca - sintetizza in maniera emblematica.

Il resto come dicevamo è una lenta discesa nel solito bagno di sangue e giustizia privata ( il film potrebbe addirittura essere un remake di quello di Charles Bronson, ma poco cambia ), a cui partecipa anche un secondo incomodo, interpretato da Ben Foster, il quale per adeguarsi all'ambiente sfodera anche lui lo stesso sguardo per l'intera durata della pellicola.

(15 marzo 2011)

Film in sala dal 26 agosto 2011

Dancing Dreams – Sui passi di Pina Bausch
GENERE: Documentario
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Germania
REGIA: Anne Linsel, Rainer Hoffmann

Kung Fu Panda 2
(Kung Fu Panda: The Kaboom of Doom)
GENERE: Animazione, Azione, Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Jennifer Yuh

Professione Assassino
(The Mechanic)
GENERE: Azione, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Simon West

Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato
(Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Daniela Cursi Masella, Salvatore Allocca

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma
(Di Renjie)
GENERE: Storico, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Cina, Hong Kong
REGIA: Tsui Hark

Fright Night
(Fright Night)
GENERE: Commedia, Horror
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Craig Gillespie

Le regole della truffa
(Flypaper)
GENERE: Commedia, Poliziesco
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Rob Minkoff

Student services
(Mes chères études)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Emmanuelle Bercot

This is England
(This is England)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2006
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Shane Meadows

lunedì, agosto 22, 2011

L'art d'aimer

L'art d'aimer
regia di Emmanuel Mouret


Dal primo film apparso in Italia, Emmanuel Mouret ci ha abituato a frequentare i bradisismi dell’amore. Insondabile per elezione, e forse per questo oggetto di tanta attenzione, la chimica del cuore è diventata nel cinema del regista francese qualcosa di più di un semplice divertissment, arrivando addirittura a rappresentare la prospettiva privilegiata con cui rivolgersi all’esistenza.

Da Cambio di indirizzo i plots di questo regista, fuori dal set svaghito e distratto come i personaggi delle sue storie, sono diventati sempre più essenziali ed esclusivamente dedicati alle coordinate dell’innamoramento.

A cominciare dall’ambiente, presente nei primi film come istanza di un realismo altrimenti messo all’angolo dall’atmosfera volatile dell’intreccio, e successivamente relegato a semplice contenitore delle storie, il cinema di Mouret ha accentuato sempre di più le caratteristiche emotive dei personaggi a discapito di tutto il resto.

I caratteri, d’apprima attraenti ed attratti, anche per questioni fisiche (nel capo d’opera Cambio d'indirizzo la bellezza femminile delle due protagoniste è talmente evidente ed affasciante da giustificare qualisiasi conseguenza) diventano in questo l’Arte d’amare corpi che amano, ripresi nella loro funzione senziente ed amante, quasi dimentichi della loro concretezza corporea.

Suddiviso in diversi episodi che moltiplicano all’ennesima potenza le contraddizioni dei comportamenti, l’espediente del corteggiamento è destinato a ritornare su se stesso con scambi di persona ed appuntamenti per interposta persona, il film, in maniera delicata ma anche un po’ ripetitiva, ci rivela un mondo sempre in moto e continuamente in tensione, disposto a sacrificarsi per una promessa di paradiso che assomiglia ad un illusione.

Mouret continua ad amare troppo i suoi personaggi ed è forse per questo che a volte questi gli scappano di mano finendo per far scomparire gli altri, pensiamo per esempio a quelli appenna accennati di Ariane Ascaride e dello stesso regista, come se fosse l’ arrembante sentimento amoroso a scegliere su chi posarsi, a distribuire l'importanza e la voglia di raccontarsi.

In questo caso poi si ha l'impressione di un respiro un pò corto, da sit com televisiva, con trovate e situazioni il cui divertimento è destinato a durare il tempo della prossima scena. Interpretato da una schiera d’attori vecchie e nuovi come Francois Cluzet a Julie Depardieu e Gaspard Ulliel e molti altri, L’arte d’amare vede anche la presenza dell’attrice feticcio Frederique Bel.

Presentato in anteprima come evento speciale all’ultimo festival di Locarno L’arte d’amare è un film oltre il quale non si può andare. Questo lo sa anche Mouret.

domenica, agosto 21, 2011

HANNA

HANNA
di Joe Wright


Hanna è un’adolescente forte ed intelligente che vive con il padre Erik isolata dal mondo, in una foresta perennemente innevata.
Sotto la guida del padre la ragazzina apprende tecniche di difesa e di attacco, impara ad usare diverse armi, e acquisisce la conoscenza di diverse lingue.
Tutto questo perché Erik è un ex agente della CIA che ha dovuto far perdere le proprie tracce e vuole che la figlia sappia come difendersi e sopravvivere in caso di situazioni critiche legate all'inevitabile rientro nella società.

Nel deserto della programmazione estiva, trova spazio questa spy-story più volte annunciata durante la stagione primaverile e sempre rimandata.
Come da copione consolidato, con l’arrivo dell'estate, si assiste al prosciugamento dell’offerta di titoli un minimo interessanti e quindi l’arrivo in sala nel mese di agosto dell’ultimo lavoro di Joe Wright spicca sulle per niente attraenti alternative.
Hanna è una pellicola che si lascia guardare a patto che non si cerchi linearità e coerenza in una sceneggiatura non priva di incongruenze non giustificabili a certi livelli.
Se poi aggiungiamo papà Erik che lascia il suo rifugio ai confini del polo nord durante una tormenta di neve in giacchetta e cravatta per poi raggiungere le coste tedesche a nuoto, l'inverosimile e il comico involontario rischiano di oscurare quanto di buono (che comunque c'è) la pellicola ci offre.
Punto di forza del film è l'ottimo cast con una brava Cate Blanchett e una promettente Saoirse Ronan oltre ad alcune buone trovate come l'accecante impatto visivo con il passaggio dalle gallerie della struttura della CIA (che però sembrano una discoteca) al deserto marocchino.
Per il resto un pò di Nikita, una spruzzata di Leon, una dose di psicologia da fiera di paese ( il parco a tema dei fratelli Grimm a Berlino dove Hanna si libera dei "grandi" per ritrovare la sua purezza adolescenziale) ed alcuni esperimenti più degni di Mengele che di un Paese democratico come gli Stati Uniti.
Hanna funziona più sui singoli momenti che nella sua interezza.
Consigliato armarsi di pop corn.

ADDIO JACOPETTI

ADDIO JACOPETTI
di Fabrizio Luperto


Mercoledì 17 agosto è morto a Roma all'età di 91 anni Gualtiero Jacopetti.

Censurato, messo al bando, ferocemente criticato, Gualtiero Jacopetti, provocatore estremo nella vita come nel suo modo di fare cinema, non sembrava curarsene, anzi pareva quasi compiacersi della sua situazione di ghettizzato del cinema.

Pioniere dell'inchiesta ad effetto, della verità manipolata, instancabile provocatore, conobbe il carcere per questioni di sesso con una minorenne e visse una turbolenta storia d'amore con la stupenda Belinda Lee.

Toscanaccio duro e puro, face il suo ingresso nel mondo della celluloide con Mondo Cane (1961) assemblando immagini choc, violenza, nudi e torture che ovviamente suscitarono critiche spietate e reazioni furibonde.

Jacopetti, quasi compiacendosi della ferocia delle critiche, continuò sulla stessa strada, quella della morbosità voyeuristica, portando sullo schermo Mondo cane 2 (1962); La donna nel mondo (1963); Africa Addio (1966); Addio Zio Tom (1971); Mondo Candido (1974).

Chissà se oggi, a pochi giorni dalla sua morte, qualche critico cinematografico ricorderà che Mondo Cane fu presentato al Festival di Cannes; che Riz Ortolani fu candidato all'Oscar per le musiche e che vinse un David di Donatello per la miglior produzione (Cineriz di Angelo Rizzoli).

Chissà se qualcuno ricorderà che se oggi esiste un genere cinematografico chiamato mondo-movie lo si deve a Gualtiero Jacopetti.

Chissà se i tanti giovani registi di cinema horror che amano classificare i loro lavori come "Shockumentary" rivolgeranno un pensiero pregno di gratitudine a Gualtiero Jacopetti, terrorista dello schermo che visse la sua avventura cinematografica tra ostracismo e sberleffi.

giovedì, agosto 18, 2011

Film in sala dal 19 agosto 2011

Come ammazzare il capo ...e vivere felici
(Horrible Bosses)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Seth Gordon

Horror Movie
(Horror Movie)
GENERE: Commedia, Horror
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Canada, USA
REGIA: Bo Zenga

Conan il Barbaro
(Conan The Barbarian)
GENERE: Azione, Fantasy, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Marcus Nispel

Le Amiche della Sposa
(Bridesmaids)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Paul Feig

domenica, agosto 14, 2011

Coming soon: Red State di Kevin Smith

Direttamente dal Festival di Locarno e prossimamente su queste pagine, il nuovo film di Kevin Smith, Red State.




sabato, agosto 13, 2011

I pinguini di Mr Popper

I pinguini di Mr Popper

Che Jim Carrey fosse a suo agio con gli animali non è una novità, basterebbe il dittico di Ace Ventura a ricordarcelo, ma il fatto che l’attore canadese abbia scelto di ritornare sul grande schermo con un film monopolizzato dalla presenza dei simpatici uccelli acquatici la dice lunga su una predilezione prima di tutto artistica e poi forse anche sentimentale.
Se è vero infatti che il successo di critica gli deriva da film impegnati e d’autore come quelli interpretati per conto di Peter Weir e Milos Forman, è altrettanto evidente che la verve surreale ed escatologica di questo attore trovi materia per i propri denti quando viene impegnata da soggetti e situazioni al di fuori della convenzione e possibilmente del normale linguaggio del corpo.
Un concentrato di sberleffo e di nevrosi pronta a deflagrare quando meno te lo aspetti e soprattutto nelle condizioni più impensate, come quelle che accadono al Signor Popper, manager di successo che ha sacrificato la famiglia alla carriera, quando riceve dal defunto genitore una squadra di Pinguini destinata a sparigliare con effetti esilaranti gli equilibri di una vita apparentemente felice.

Pur in presenza di una storia edificante, costruita su valori familiari mai messi in discussione anche quando la storia autorizzerebbe a farlo (il padre assente è la causa del disagio psicologico del protagonista) e nella mancanza di originalità di un plot costruito secondo un procedimento che mira a ribaltare le posizioni di partenza, il carattere anaffettivo di Popper e l’atteggiamento ostile dello stesso nei confronti dei coprotagonisti del film, i Pinguini di Mr Popper riserva il piacere di vedere all’opera un attore che non smette di divertirsi e di divertire. La pellicola in questo senso gli offre su un piatto d’argento l’occasione per applicare la sua comicità surreale quando l’elemento umano viene sostituito da quello animale ( la famiglia dei Pinguini costituirà una sorta di apprendistato per riconquistare quella anagrafica) e Carrey si trova ad organizzare la propria esistenza in funzione dei sorprendenti visitatori: dall’appartamento adattato per la circostanza alle temperatura polare alle riunioni lavorative sconvolte dall’irruzione degli uccelli, tutto sembra volgere ad una normalità che è invece eccezionale.
Ed in questa baraonda fantasmagorica ma rassicurante l’attore lascia anche intravedere un pizzico di velata malinconia, quasi di irriverenza contenuta, che se da un lato si addice ad uno spettacolo per famiglie ( basti pensare che gli escremeti dei Pinguini sono resi con un bianco virginale) dall’altra potrebbe essere l’indice di una maturità soffertamene raggiunta.

Uscito negli Stati Uniti con un successo al di sotto delle aspettative "I pinguini di Mr Popper" si affaccia nel nostro continente con le incognite di un film che deve ancora esprimere le proprie potenzialità. Staremo e vedere.

(pubblicata su ondacinema.it)

giovedì, agosto 11, 2011

Film in sala dal 12 agosto 2011

Almeno Tu nell'Universo
(Almeno Tu nell'Universo)
GENERE: Commedia, Romantico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Luca Biglione

Hanna
(Hanna)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Joe Wright

I Pinguini di Mr. Popper
(Mr. Popper's Penguins)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Mark Waters

martedì, agosto 09, 2011

Capitan America: il primo vendicatore


Capitan America il fumetto ha dovuto sempre combattere la retorica insita nell’essenza stessa del suo essere eroe. Creato dal governo americano per combattere il nemico hitleriano il supersoldato della Marvel, anche da punto di vista estetico, si deve confrontare con i cascami di un concetto, “l’americanità”, che soprattutto in tempi di guerra, del secolo scorso e di quella attuale, rischia di richiamare i peggiori istinti patriottici e conseguentemente i soliti stereotipi propagandistici. In più c’è un personaggio che così com’è stato concepito poteva risultare monolitico nella suo continuo pendolare tra political correct e fiducia nelle umane sorti. Sempre presente a se stesso ed immune da scivoloni psicologici, il ragazzo costituiva il prototipo del buon comandante, quello capace di risolvere il problema e di sacrificarsi per i suoi ragazzi. Insomma esattamente il contrario dell’eroe del nuovo millennio, quello che dopo Watchmen ha scoperto i suoi lati più oscuri e schizofrenici. Sul piano filmico la paura era quella non solo di un film scontato, quasi un ovvietà per una casa di produzione decisa a confermare in maniera pedissequa le caratteristiche della matrice cartacea, ma anche noioso per il controllo temperamentale del suo personaggio. Ed invece questo nuovo capitolo supereroistico, pur non essendo nulla di trascendentale dal punto di vista della trama, che paga ovviamente il dovere di dover presentare il personaggio e le sue origini, ci regala una trasposizione capace di ricreare un epoca guardandola attraverso una lente di ingrandimento ludica ed avventurosa. Così dopo averci fatto conoscere Steve Rogers mingherlino ed averlo trasformato in una macchina da guerra, Joe Johnston ci porta in prima linea, trasformando il film in un puzzle che si richiama ai migliori film del genere e non, Dove osano le aquile tanto per fare un nome ma anche Mission Impossible per la similitudine tra le capacità acrobatiche del capitano e quelle di Ethan Hunt, dando vita ad uno scenario dove l’azione non eccede mai il fattore umano e dà modo ai personaggi di esprimere un minimo di psicologia che li renda tali. C’è anche il tempo per una tenzone amorosa in questo Capitan America e poi c’è persino un amicizia, quella con Bucky, che muore troppo presto. Insomma c’è anche un po’ di cuore. Di più non si può pretendere.