domenica, novembre 09, 2014

HAPPINESS

Happiness
di  Thomas Balmès
Francia, Finlandia, 2014
genere, documentario
durata, 80'


L'opera d'arte è di una solitudine infinita,
e nulla può raggiungerla meno della critica.
(Rainer Maria Rilke)


 

Chi scrive è in grave difficoltà a ricreare, seppur impressionisticamente, nero su bianco Happiness, ultimo docu–film di Thomas Balmès, con una "classica" recensione.
Quando sono uscita dal cinema ero felice, piena e appagata, avevo voglia di festeggiare, sebbene neanche ora sappia dire con esattezza cosa mi sentissi in dovere di celebrare.
Avevo assistito un prodotto di rara bellezza, per me realmente un problema (pro-ballein, venire addosso, essere investiti), se ancora oggi a quasi un mese di distanza faccio fatica a dar forma ai miei pensieri.

Temo che il mio possa essere solo un goffo e claudicante tentativo in confronto alla purezza e alla pace, al silenzio e poi alla melodia dell'opera.
Come ogni prodotto Happiness parla un linguaggio suo proprio e mai come ora mi rendo conto di quanto, per dirla con un celebre aforisma, tradurre sia tradire.
Usare le mie parole caduche e imperfette, per quanto centellinate e pianificate con cavillosa acribia, mi spaventa, ho paura che molto venga perso nella traduzione dal visivo alle parole, soprattutto considerando l'importanza che Balmès attribuisce alle immagini piuttosto che al dialogo, cui ricorre il meno possibile.

In Lettera a un giovane poeta Rainer Maria Rilke scrisse "nulla può toccare tanto poco un'opera d'arte quanto la critica: se ne ottengono sempre più o meno infelici malintesi. Le cose non si possono afferrare e dire come l'abitudine ci vorrebbe far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, e più indicibile di tutto sono le opere d'arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all'effimera nostra, perdura".


Prima che parole, Happiness è per me il rosso avvolgente della tunica del protagonista e il suono delicato della campana tibetana.
Peyangki è un bambino di otto anni costretto dalla madre indigente a intraprendere gli studi spirituali in monastero. Contemporaneamente al ritiro del piccolo dal mondo, il suo paese è scosso dalla decisione di Jigme Singye Wangchuck di consentire l'uso di internet e tv, assicurando che un rapidissimo sviluppo sarebbe stato sinonimo di "Felicità interna lorda", termine da lui stesso coniato. Laya, il piccolo villaggio in cui vive la madre di Peyangki, due giorni a piedi dalla strada più vicina, aspettò per un decennio l'arrivo del l'elettricità.

Non è certo un caso se il docu—film, in competizione al Sundance Film Festival 2014 ha vinto il "documentary world cinema cinematography award". Peccato che in Italia, sia giunto in sordina.
Come il regista stesso disse durante il festival, l'idea era a quella di fare un film a proposito della televisione —tema non certamente nuovo, diremmo noi—. Ma qui sta il genio di Balmès: quale metodo migliore per parlare della TV, che andare dove ancora non esiste? Ecco che il documentario ci racconta la storia proprio attraverso gli occhi di Peyangki, praticamente l'unica persona a non aver ancora fatto esperienza in un contesto urbano maggiore del suo piccolo villaggio. I suoi grandi occhi si posano sulla realtà, scivolano stupefatti sulla scatola nera e ci guardano, spogliano lentamente, mettono a nudo, indagando il potere trasformativo — più o meno positivo— del medium più pervasivo dei nostri tempo. 
Erica Belluzzi

sabato, novembre 08, 2014

LE NEVI DI SILS MARIA

Le nevi di Sils Maria
di Oliver Assayas
con Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloe Grace Moretz
Francia, 2014
genere, drammatico
durata, 124'

Tra i registi francesi tutt'ora in circolazione Oliver Assayas è certamente uno dei più eclettici. Passato dal cinema alla televisione, con puntate nel giornalismo in cui si è applicato sia nel cinema (scrivendo nei famosi Cahiers du cinema") che nella musica, Assayas ha trasportato questo eclettismo dietro la mdp dove ha dato prova di sapersi destreggiare tra film di genere e d'autore. Anche nel caso di "Cloud Sils Maria", presentato all'ultima edizione del festival di Cannes, il regista francese dimostra di continuare a mettersi in gioco, accettando di scrivere e dirigere il "viale del tramonto" di una diva del teatro, Maria Sanders (Juliette Binoche), costretta a lasciare il passo a una più giovane collega. L'occasione della crisi gli è data dall'offerta di lavorare insieme alla presunta "rivale", Jo Ann Ellis (Chloe Grace Moretz) in una rivisitazione della piece teatrale in cui la giovane e turbolenta star deve interpretare la parte che vent'anni prima aveva decretato la definitiva affermazione di Maria. Per arrivare al termine della storia con una soluzione di sorprendente pragmaticità, "Cloud Sils maria" chiude Maria e la sua assistente (Kristen Stewart) in una sorta di ritiro spirituale tra le montagne della Svizzera, dove lo studio del copione finisce per replicare il confronto generazionale e le dinamiche di odio e amore contenute nel testo teatrale.

Utilizzando l'antiteatro roccioso delle montagne Eugandine come moltiplicatore di una claustrofobia che appartiene al clima da "Eva contro Eva" che caratterizza le dinamiche tra le due protagoniste, "Cloud Sils Maria" è un film di scrittura e di interpretazioni attoriali, in cui più della riflessione sul rapporto arte e vita e sul passare del tempo, conta la capacità degli attori di immedesimarsi con dei personaggi che paradossalmente potrebbero corrispondergli anche nella vita. In questo senso "Cloud Sils Maria" sembra più la messinscena filmata di una vera e propria terapia di gruppo , con gli attori intenti a portare sullo schermo ansie e sentimenti del proprio privato (il soggetto è stato suggerito al regista dalla stessa Binoche), che una storia di finzione. Un interesse di "parte" che a lungo andare spinge lo spettatore lontano dalla vicenda, appesantita anche dalla lunghezza del minutaggio.

venerdì, novembre 07, 2014

Film in sala da Giovedì 6 Novembre 2014

INTERSTELLAR
di Christopher Nolan
con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Wes Bentley
Casey Affleck, Michael Caine, Matt Damon
2014 USA - Fantascienza - 168 min

TORNERANNO I PRATI
di Ermanno Olmi
con Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria
2014 ITA - Drammatico - 80 min

ANDIAMO A QUEL PAESE
di Salvatore Ficarra, Valentino Picone
con: Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Fatima Trotta, Tiziana Lodato
Emanuele Crialese, Franco Battiato, Nino Frassica
2014 ITA - Commedia - 90 min

GET ON UP
La storia di James Brown
di Tate Taylor
con Chadwick Boseman, Viola Davis, Octavia Spencer
2014 USA - Biografico - 139 min

TRE CUORI
Trois Coeurs
di Benoît Jacquot
con Charlotte Gainsbourg, Catherine Deneuve, Chiara Mastroianni, Benoît Poelvoorde
2014 FRA - Drammatico - 100 min

SILS MARIA
Clouds Of Sils Maria
di Olivier Assayas
con Chloë Grace Moretz, Kristen Stewart, Juliette Binoche
2014 SUI/GER/FRA - Drammatico - 124 min

NON ESCLUDO IL RITORNO
di Stefano Calvagna
con Gianfranco Butinar, Enzo Salvi, Michael Madsen, Nadia Rinaldi, Franco Oppini
2014 ITA - Drammatico - 94 min

LA STORIA DELLA PRINCIPESSA SPLENDENTE
Kaguyahime no monogatari
di Olivier Assayas
2014 GIA - Animazione - 137 min

DORAEMON
di Takashi Yamazachi, Ryuichi Yagi
2014 GIA - Animazione - 95 min

giovedì, novembre 06, 2014

INTERSTELLAR


Interstellar
di Christopher Nolan
con Mattew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain
Usa, 2014
genere, fantascienza
durata, 169'
 

Se buona norma della critica è quella di non voler mai erigere i propri frutti a unica chiave interpretativa dell'opera che tenta di analizzare, questo è quanto mai vero per Interstellar, nona fatica d'Ercole di Christopher Nolan.
‏Difficile trovare due pareri uguali su quest'opera, capace di rendere onore a uno dei tanti motivi per cui la settima arte suscita continuamente dibattiti, fa prendere posizioni agli ignavi e scuote gli abulici: essa ci mette in discussione, semina in noi domande senza sedare con formule e definizioni su cui accasciarci.

‏In un futuro prossimo l'umanità è messa in ginocchio da un improvviso cambiamento climatico che ne minaccia la sopravvivenza: un'enorme nuvola di sabbia impoverisce le produzioni agricole ricoprendo ogni cosa.
‏Le risorse governative sono destinate a far fronte alla mancanza di cibo e qualsiasi altra ricerca, incluse quelle militari e scientifiche, sono da tempo state abbandonate.
‏In una fattoria circondata da ettari di granoturco Cooper (Matthew McConaughey) cresce i suoi due figli, Murph (Mackenzie Foy) e Tom ( Timothée Chamalet) con l'aiuto del suocero Donald (John Lithgow), fino a quando un giorno padre e figlia dando credito a uno strano fenomeno gravitazionale, che pare esser causato da un fantasma, scoprono che la NASA é  divenuta una organizzazione nascosta impegnata nella ricerca di un altro pianeta in cui l'umanità possa vivere.
‏Il protagonista, un geniale astronauta reso dalle circostanze semplice agricoltore, viene ingaggiato come membro dell'equipaggio Endurance (Anne Hathaway, Wes Bentley, David Gyasi e il robot TARS) capitanato dal geniale Professor Brand —interpretato da uno splendido Michael Caine, per la sesta volta protagonista delle pellicole di Nolan—.


‏Uno dei pochi elementi di continuità con la produzione precedente è dato dal finale a sorpresa, per quanto l'intera storia sia già contenuta nel nome della vera protagonista del film, Murph, che non vuole essere un ineluttabile richiamo alla sempiterna Legge di Murphy, quanto un generoso benvenuto all'infinita potenzialità di ogni cosa. Tutto quello che può accadere accadrà, questo il significato della celebre legge, secondo Interstellar. Staremo a vedere se aveva ragione.
Vi siete mai chiesti come raffigurereste un'altra dimensione? In bilico fra le architetture impossibili di Escher e un viaggio visionario, Nolan crea un'opera d'arte —quasi— totale in cui ogni senso è coinvolto. Magnifica la musica di Hans Zimmer, assordante, grave, corale e umana come il suono dell'organo, vera narratrice dell'opera, senza cui il film assumerebbe tutta un'altra valenza e sarebbe forse in molti passaggi arduo da comprendere. Una colonna sonora in grado di creare il silenzio e porre tutta la concentrazione dello spettatore sull'immagine, spesso dichiaratamente simbolica e contrastante con ciò che la circonda, come la sola piccola navicella bianca che si staglia sull'infinito nero dello spazio.
Incapaci di levare il capo al cielo e sentirsi parte del firmamento, Cooper e i suoi si sacrificano affinché l'umanità non sia più attanagliata dal fango. Un gesto di vero amore, durante il quale il protagonista, alla stregua dell'ultimo dei paterfamilias o dei primi fra i maschi alfa, dovrà capire se anteporre all'egoistico desiderio di rivedere i figli, una più matura responsabilità generazionale. Ma Cooper, ottimo e perfetto in ogni cosa che fa —aspetto questo che lo rende un personaggio decisamente poco umano a dispetto dell'umanità di cui dovrebbe essere il prototipo — non ci deluderà. Lodevole e coraggiosa una delle tante questioni sollevate dal film, il dovere che tutti noi abbiamo di pensare non solo in termini di individui ma anche di specie, di non prestare ascolto unicamente al nostro istinto di sopravvivenza ma di esaltare la continuazione della collettività oltre che la nostra.
Triste parabola della tracotanza umana, quella narrata da Interstellar.  Se l'uomo, desiderando troppo ha superato le colonne d'Ercole ora, come unico rimedio alla sua ubris deve spingersi fin lassù, dove il tempo non esiste e lo spazio è freddo, quieto, così immobile da parere nella sua immensa grandezza, morto. Il tentativo pienamente raggiunto dal magnifico cast tecnico del film è quello di riuscire a offrire soluzioni visive e grafiche per dimensioni inimmaginabili. Sebbene la trama, estremamente cervellotica e talvolta di difficile digestione — si ricordi in questo senso il dovizioso lavoro compiuto da Nolan sulle teorie di Kip Stephen Thorne, fisico teorico consulente dei filmakers  — pare portarci lontano dalla quotidianità, vero perno narrativo della vicenda è l'amore che, tanto quanto la gravità, tiene la galassia unita.

Erica Belluzzi

lunedì, novembre 03, 2014

THE JUDGE

The Judge
di David Dobkin
con Robert Downey Jr, Rover Duvall, Vera Farmiga, Vincent D'Onofrio, Billy B Thorton
genere, drammatico
Usa, 2014
durata, 141'


Nella fabbrica dei sogni il passaggio di consegne tra vecchi e nuovi divi è diventato un fatto pubblico, dovuto e celebrato atttraverso corrazzate cinematografiche che stimolano lo spettatore soprattutto per il confronto, di stile e di bravura, tra gli attori messo il campo. Operazioni in qualche modo leggendarie, per la difficoltà di superare la ritrosia dei protagonisti, notoriamente vanesi, e quindi diffidenti quando si tratta di dividere primi piani con un concorrente di altrettanta bravura. La perseveranza dei produttori e la disponibilità del loro portafoglio ha fatto miracoli, regalandoci nel corso del tempo duetti memorabili, almeno in termini di divismo, con Marlon Brando, per esempio accostato a J Deep (Don Juan De Marco and the Centerfold) e tanti altri, tra cui, solo per citare alcune delle coppie più pregiate, Brad Pitt e Robert Redford insieme in "A River Run Through It", e ancora Deep a far da spalla al mitico Al Pacino in "Donnie Brasco". 


Occasioni imperdibili per attori e spettatori, questi film sono stati condizionati il più delle volte da un vizio di fondo, che li ha portati a privilegiare l'unicità dell'evento all'urgenza delle storie e dei loro contenuti. "The Judge" di David Dobkin conferma la regola, presentandoci due attori come Robert Duvall e Robert Downey Jr. impegnati nella parte di un padre e di un figlio costretti a mettere da parte contrasti e divisioni per affrontare il processo in cui il primo in veste di imputato- accusato di omicidio -, il secondo in quella di avvocato, devono affrontare. Sulla carta una scelta perfetta non solo dal punto di vista anagrafico ma per le coincidenze con un immaginario che soprattutto per il ruolo da "figliol prodigo" di Downey Jr rispecchiava in parte le vicissitudini autobiografiche dell'attore, morto e risorto nel giro di pochi anni a causa delle ormai note vicissitudini. Da una parte dunque il carisma e l'esperienza di uno dei beniamini della New Hollywood messi a servizio dell' uomo di legge duro e integerrimo che si ritrova di colpo messo in discussione; dall'altra l'affascinante guasconeria del più giovane collega prestata ad Hank Palmer, avvocato spregiudicato e di successo obbligato a ritornare nella provincia da cui era fuggito per aiutare il genitore che lo ha mai amato. 


Se l'impiego degli attori e la loro messinscena in una cornice melodrammatica e intimista, che favorisce contrasti e introspezione, è ideale per ammirare le differenze di due indubbi cavalli di razza, a non convincere è la sceneggiatura che non riesce a tenere testa alle numerose sollecitazioni innescate dai vari filoni della storia; quello procedurale, che "The Judge" porta a conclusione senza i meccanismi dialettici e d'indagine capaci di giustificare la sua centralità narrativa; quello tragico e sentimentale sviluppato più in termini di sorprese e colpi di scena che di profondità psicologiche, rivelate ma per lo più lasciate sospese in una vaga inderteminatezza, resa ancor più evidente dalla generosità del minutaggio (136')Alla fine quindi il valore di un film come "The Judge" consiste soprattutto nella possibilità di un'offerta che mette insieme interpreti, anche secondari (Vincent D'Onofrio, Vera Farmiga, Billy Bob Thorton) in genere poco visibili rispetto alla loro bravura. Continua invece la maledizione di Robert Downey Jr che non riesce più ad azzeccare un film al di fuori degli amatissimi Marvel Movie.

domenica, novembre 02, 2014

"9 Festival Internazionale del Film di Roma: bribes"




Trovandosi in una disposizione d'animo particolarmente tollerante (o essendo cuorcontenti di natura o, anche, sic et simpliciter indifferenti) si potrebbe sorvolare sulle magagne organizzative del Festival Internazionale del Film di Roma appena concluso e concentrarsi sulle proposte che il suddetto - bene o male - e' riuscito a mettere insieme. Basterà allora ricordare qui - a futura memoria, chissà, o per esausta testardaggine - in ordine sparso e senza la minima pretesa di arrivare ad incidere su meccanismi che sembrano vivere di vita propria, ben al di la', cioè, dello spazio, del tempo e del buon senso, spettacoli iniziati anche con trenta-minuti-trenta di ritardo; la logica indecifrabile ma non per questo più risolutiva che vivacizzava l'accesso alle sale tra i possessori di accredito e i titolari di biglietto giornaliero; l'utilizzo di spazi per la proiezione dei film poco più grandi della sala d'aspetto di un dentista, con tanto di sedie più o meno degne della medesima; cancellazione di titoli senza alcun preavviso e successiva spiegazione, e altre piacevolezze...


Per ciò che attiene alla programmazione, il consuntivo può dirsi soddisfacente, tenendo sempre nella giusta considerazione variabili specifiche dell'universo cinematografico, magari ovvie nel loro puntuale riproporsi, comunque difficilmente derogabili, a dire, presunti o reali capolavori - già di per se' in entrambi i casi rari - assenti o ufficialmente "non pronti" per l'occasione; difficoltà di reperimento di nomi altisonanti anche per via di strategie tanto elaborate quanto sfuggenti ad opera delle grandi majors; risorse eternamente all'osso che non consentono, da un lato, ampi margini di manovra (vedi sopra) e, dall'altro - in concorso con un invalsa tendenza alla cautela che orienta ad ottenere il massimo col minimo sforzo - indirizzano, quasi senza attrito, verso la politica dell'usato sicuro.


Come che sia, resta importante ribadire la conferma - tutt'altro che scontata - di pezzi grossi come Fincher e Miike (da ricordare la sua conferenza stampa oltreché per le risposte sempre argute e ammantate di cortesia, per la mise sfoggiata a base di bermuda e massicce scarpe da ginnastica); notare l'esordio di Gilroy dietro la mdp; assistere alla riflessione dolente ma vitale - e mai ruffiana o ricattatoria - di Matthews nel tratteggiare i contorni di una patologia per tanti versi ancora misteriosa come l'autismo; seguire il precisarsi della poetica di Moverman e della spregiudicatezza inventiva di Jeunet: calarsi con apprensione e gustare la strana malia del nero esistenziale di Anger. Così come salutare il redivivo Smith (che con "Tusk" getta le basi per una trilogia sul grande nord); intrattenersi con leggerezza grazie al godibile ritratto giovanile pensato da Meyer; ripercorrere i sentieri di un'eredita comune attraverso la testimonianza di una pagina negletta della Storia, per mano di Jacoby. Qualche parola, poi, e' giusto spenderla per alcuni italiani i quali, in un panorama sociale ed economico davvero poco esaltante, hanno dimostrato, pur nelle difficoltà (o proprio in virtù di esse), di avere idee e, soprattutto, gli strumenti per dar loro forma: Sportiello ("Index zero") - splendidi i bianchi e i grigi taglienti della sua fotografia - e Di Stefano ("Escobar: paradise lost") - dallo stile più classico ma alle prese con una materia che tra epopea criminale, avventura e romanzo di formazione, non nasconde ambizioni di ampio respiro - sembrano, in altre parole, guardare senza esitazioni altrove: più di tutto, sembrano cercarlo, quest'altrove, e avere voglia di esprimerlo. E' già tanto.


Con questa nona edizione del RFF si chiude anche l'esperienza di Müller al comando delle operazioni. Se il futuro e' incerto per definizione, quello dell'appuntamento romano - allo stato attuale dei fatti - appare ancor più nebuloso. Non resta che sperare per il meglio perché, come si dice, "sperare non costa niente", anche se pero', alla lunga, snerva.

TFK

sabato, novembre 01, 2014

FRANK

Frank
di Lenny Abrahamson
con Michel Fassbender, Domhnall Gleeson, Maggie Gyllenhaal 
genere, drammatico
Italia, 2014 
durata, 95' 
 
L'arte nelle sue molte accezioni è stato spesso un mezzo per sublimare gli aspetti più sgradevoli della condizione umana. In "Frank", il nuovo film di Michael Fassbender, questo aspetto assume le sembianze di una fuga dal mondo, deformato e respinto dalla scelta del protagonista di celare il proprio volto sotto una testa di cartapesta e da una volontà di perfezione che sfiora la follia. Frank è infatti il leader eccentrico e geniale di una music band altrettanto insolita, impegnata nella registrazione di un album che non riesce a decollare per i cortocircuiti di un ispirazione a dir poco balsana. Frammentata da dubbi amletici e da dinamiche di gruppo messe a dura prova dalla protatta convivenza, il processo creativo diventa una specie di terapia collettiva che metterà a rischio la sopravvivenza del progetto, in procinto di essere promosso con una tourneè in terra americana.
 
A metà strada tra road movie e kammerspiel, "Frank" è un finto biopic che fa della musica quasi un pretesto per ragionare sulle conseguenze, quasi sempre dolorose, dell'arte e del talento, con piccoli squarci di fenomenologia contemporanea che, nella sottolineatura dei fraintendimenti e della volubilità del successo legato alle nuove piattaforme mediatiche (You Tube ma anche Twitter utilizzato per commentare alcuni passaggi della storia) sembra trovare una possibile risposta al senso di alienazione che attanaglia i personaggi. Un film a senso unico dunque, in cui anche la presenza di una figura destabilizzante come quella di Jon, deciso a lasciarsi dietro le spalle l'anonimato del suo precedente lavoro, e per questo motivato a ricercare le vie della notorietà, è funzionale ad evidenziare la distanza che separa Frank dalla cosiddetta normalità. Così, a cominciare dal congedo finale, con la mdp che allontandosi dal locale in cui la band si esibisce, sembra separarla per sempre dal resto dell'umanità, continuando con i segnali di un'incomunicabilità ribadita attraverso il ricorso a territori di confine - la baita di montagna trasformata in studio di registrazione ma anche l'solamento di Frank, perennemente incapsulato nell'antropomorfico scafandro, per non dire delle sonorità cacofoniche delle varie incisioni - "Frank", nella coincidenza tra la purezza fanciullesca del protagonista e le suo malessere esistenziale, è un piccolo apologo sulle infinite manifestazioni dell'umana bellezza. Nascosto dietro la maschera del suo protagonista, Michael Fassbender è un attore bravo e coraggioso.

venerdì, ottobre 31, 2014

ANNIE PARKER

Annie Parker
di Steven Bernestein
con Samantha Morton, Helen Hunt, Aaron Paul
Usa, 2013
durata, 91'
Nel cinema il tema della malattia è stato quasi sempre e per ovvi motivi il pretesto per imbastire melodrammi ad alto tasso di coinvolgimento. Ma accanto alle storie strappalacrime sul tipo di quella che da "Love Story" in poi ha creato una serie di emulatori più o meno all'altezza del capostipite, il filone si è arricchito di varianti e sfumature che partendo dal caso clinico e dalle sue conseguenze, si sono sforzate di offrire un motivo di speranza allo spettatore scorato dalla visione di cotanta afflizione. Da "L'olio di Lorenzo" a "Con il fiato sospeso" della nostra Costanza Quatriglio, il genere in questione ha visto fiorire una serie di pellicole che accanto al dramma della sorte avversa presentano il tentativo di ribellarsi al destino già scritto attraverso l'individuazione di una possibile cura.  
In questo senso "Annie Parker", diretto dallo sconosciuto Steven Bernestein, è paradigmatico nel ricalcare per filo e per segno un canovaccio che, dopo il contraccolpo della terriibile scoperta, vede la protagonista affrontare il calvario di una risalita dolorosa e solitaria, in un'alternanza di speranza e delusione fatto apposta per sottolineare lo spirito indomito della donna, determinata a capire le ragioni di un destino che la unisce alla madre e alla sorella, già morte per il medesimo motivo. Accanto a lei ma impegnata sul fronte della ricerca  la dottoressa Marie Claire King condizionata dalla mancanza dei fondi necessari a portare avanti lasua battaglia.


Trattandosi di personaggi realmente esistiti ma adattati per lo schermo da sceneggiatori hollywoodiani (uno di questi è lo stesso regista) Annie e Marie risentono di quelle tipizzazioni che vanno a nozze con i  personaggi esemplari, privi cioè di quelle linee d'ombra che di solito appartengono alla vita ma che al cinema deprimono e spaventano Ad essere esaltate sono così le doti di perseveranza delle due donne e la loro ostinata fede nelle rispettive possibilità, così come la misericordia di un paesaggio umano votato al sostegno incondizionato delle nostre beniamine. La santificazione è dietro l'angolo ma ad impedirlo ci pensano le intepretazioni di Samanta Morton e Helen Hunt (dopo The Sessions in un altra parte "terapeutica"), brave nell'evitare i tranelli di ruoli che spingono l'acceleratore del pathos e dell'empatia. Nel dare vita ai fantasmi delle rispettive solitudini - Annie per via di un marito troppo fragile che non riesce più ad accettarla, Marie a causa dello scetticismo di chi potrebbe finanziargli le ricerche- si affidano ad una recitazione che non concede nulla di più di quanto necessario. A dar loro manforte, Aaron Paul, in un ruolo da "maledetto" che si allinea a quelli con cui abbiamo imparato a conoscerlo.

mercoledì, ottobre 29, 2014

Farewells: Benjamin 'Ben' Bradlee




Qualche giorno fa, a novantatré anni, ci ha lasciato Benjamin "Ben" Bradlee, giornalista, leggendario (e per una volta l'attributo non e' usato a vanvera) direttore del "Washington Post". All'inizio degli anni '70, aveva contribuito alla diffusione dei Pentagon papers (documenti riservati in cui venivano circoscritti intenzioni e scopi autentici del coinvolgimento USA in Vietnam) e, successivamente, sostenuto il lavoro d'investigazione giornalistica di Bob Woodward e Carl Bernstein (passato poi alla storia nell'accezione più ampia e comune di reportage sullo Scandalo Watergate) inerente il ruolo opaco e illegalmente manipolatorio recitato dall'amministrazione Nixon nel contesto periclitante del conflitto nel Sud-Est asiatico, allo scopo di arginare il montante dissenso dell'opinione pubblica, da un lato, e l'opposizione del Partito Democratico, dall'altro: sforzi, materiali e suggestioni confluiti, all'interno di una stagione contraddittoria ma ancora disposta alla riflessione e alla critica, nel resoconto serrato e impietoso di "All the President's men" (1976) di A.J.Pakula, con R.Redford e D.Hoffman. Pagine importanti di Storia e di Cinema, quelle qui in breve rievocate, che Bradlee ha concorso a scrivere e a sedimentare nella memoria comune. Grazie Ben.

TFK

Film in sala da Giovedì 30 Ottobre 2014

UNA FOLLE PASSIONE
Serena
di Susanne Bier
con Jennifer Lawrence, Bradley Cooper, Rhys Ifans
2014 USA - Drammatico - 106 min

LA DANZA DELLA REALTA'
La Danza de la Realidad
di Alejandro Jodorowsky
con Alejandro Jodorowsky, Brontis Jodorowsky, Pamela Flores, Jeremias Herskovits
2014 FRA/CHI - Drammatico - 130 min

DRACULA UNTOLD
di Gary Shore
con Luke Evans, Sarah Gadon, Dominic Cooper, Samantha Barks
2014 USA - Drammatico/Horror - 92 min

RITORNO A L'AVANA
Retour à Ithaque
di Laurent Cantet
con Jorge Perugorría, Isabel Santos, Fernando Hechevarria, Nestor Jimenez
2014 FRA - Commedia- 90 min

PELO MALO
di Mariana Rondón
con Samuel Lange, Samantha Castillo, Beto Benites, Nelly Ramos
2014 GER/VEN - Drammatico - 93 min

LA SPIA
A Most Wanted Man
di Anton Corbijn
con Rachel McAdams, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Willem Dafoe
2014 GER/GB/USA - Thriller - 122 min

ANNIE PARKER
Decoding Annie Parker
di Steven Bernstein
con Samantha Morton, Helen Hunt, Aaron Paul
2013 USA - Drammatico - 91 min

LAST SUMMER
di Leonardo Guerra Seràgnoli
con Rinko Kikuchi, Lucy Griffiths, Yorick van Wageningen
2014 ITA - Drammatico - 94 min

CONFUSI E FELICI
di Massimiliano Bruno
con Claudio Bisio, Marco Giallini, Anna Foglietta, Massimiliano Bruno,
Paola Minaccioni, Caterina Guzzanti
2014 ITA - Commedia - 105 min

lunedì, ottobre 27, 2014

BOYHOOD


Boyhood
di Richard Linklater
con Ellar Coltrane, Ethan Hawke, Patricia Arquette
Usa, 2014
genere, drammatico
durata, 165'
 
 
Immaginiamo le facce dei produttori quando Richard Linklater, regista indipendente con qualche puntata nel cinema mainstream (School of Rock), si è presentato con la sceneggiatura di quello che poi (inizialmente il titolo era "12 years) sarebbe diventato "Boyhood". Il progetto infatti prevedeva di utilizzare il tempo reale e non quello fittizio per rappresentare anche in fase di cambiamenti fisici e anagrafici il percorso esistenziale di Mason e della sua famiglia, protagonisti del racconto. Si trattava in pratica di suddividere il set del film in 12 parti, da girare necessariamente anno dopo anno fino ad arrivare a più di due lustri di durata. Linklater ahimè per lui non era Kubrick, famoso ai suoi tempi per una simile idea poi addomesticata e normalizzata dal punto di vista cimematografico con "Intelligenza Artificiale", e così tanto ardire deve aver stupito non poco i suoi interlocutori. Che però, in silenzio, e con molta speranza si sono imbarcati in un impresa poi felicemente coronata dai riconoscimenti, anche critici, ricevuti all'ultima berlinale. 
 
Così, seguendo alla lettera le premesse del titolo, Linklater filma il persorso esistenziale e geografico di Mason, figlio di genitori separati che insieme alla madre e alla sorella cerca di trovare il suo posto nel mondo tra gli alti e bassi che caratterizzano il quadro emotivo e psicologico di qualsiasi vita umana. Ed è proprio la ricerca di questa normalità da parte del regista, pur in quadro assolutamente disfunzionale - valga per tutti il reiterati fallimenti matrimoniali della madre e l'eterna adolescenza del genitore - a costituire la peculiarità che fa la differenza. Perchè Linklater, dal canto suo, invece di far pesare sul piano estetico e di marketing la scommessa delle sue scelte, le investe in termini di credibilità e verosimiglianza. Conoscendo le dinamiche dell'inconscio ed i condizionamenti che esso riceve dalla visione delle immagini, il regista sembra quasi nascondere il tesoro del film dietro il flusso temporale che scorre davanti ai nostri occhi per farlo tornare sotto forma di immedesimazione. Una progressione che ha l'estensione di un romanzo, ed almeno all'inizio, la sua fatica introduttiva. Ma è solo un momento perchè con il passare dei fotogrammi il dispositivo messo a punto da "Boyhood", con i volti degli attori naturalmente modificati dalla particolarità della lavorazione, smette di essere finzione per diventare vita.
 
Nel raccontare il suo arco cronologico, "Boyhood" non cade in tentazioni da riassunto del bigami, e quindi nelle rappresentazioni da cartolina, preferendo riflettere i cambimenti storici in maniera indiretta: mediante le parole di un telegiornale o nei discorsi dei personaggi, oppure evidenziando la progressione anagrafica di Mason attraverso l'evoluzione  dei mezzi di comunicazione (computer, cellulari e tablet), colti con rapidi stacchi della mdp. I cambiamenti fisiogomici e quelli emotivi diventano allora il vettore di un umanesimo ricco di grazia e di leggerezza che Linklater ha messo progressivamente a punto con il rigore della sua carriera (soprattutto attraverso la trilogia dedicata a Celine e Jesse) e che qui tocca, secondo chi scrive, il punto più alto. Spalleggiato dal suo attore feticcio, quel Ethan Hawke ormai abbonato ai ruoli "in diretta", ma anche da Patricia Arquette e Ellar Coltrane (Mason) bravo nel non farsi condizionare dalla responsabilità del ruolo, il regista americano crea un universo che si tocca con mano, e che riesce ad farsi amare senza alcun ammiccamento e pur con le forti dosi di sano pessimismo. Se Tarkovsky diceva che il compito del cinema è quello di cattura il tempo e il suo divenire, allora dobbiamo dire che oggi Linklater è il migliore dei suoi allievi.

sabato, ottobre 25, 2014

IS THE MAN WHO IS TALL HAPPY?

Is the Man Who Is Tall Happy?
di Michel Gondry
con Noam Chomsky, Michel Gondry
Francia, 2013
genere, documentario, animazione


Ci sarebbero molti modi per iniziare a parlare del nuovo film di Michel Gondry, tanti quanti sono i rivoli di un tessuto visivo che nelle opere del regista francese arricchisce di spunti, trovate e microstorie la descrizione del soggetto principale. Gondry, infatti, è uno di quegli autori che si fatica a incasellare in uno spazio artistico definito. Formidabile inventore di immagini che sfuggono alla normalità attraverso la contaminazione di forme e di stili (dalla video-arte al videoclip, dall'animazione alla pittura), il nostro autore è riuscito con una manciata di film, anche non completamente riusciti ("Mood Indigo - La schiuma dei giorni"), a guadagnarsi la fama di demiurgo cinematografico in grado di competere per fantasia e suggestioni con quella di un collega talentuoso e altrettanto alla moda come Wes Anderson. Per non smentire la sua fama, Gondry si ripresenta sulla scena con un lavoro che in un certo senso esula da quello a cui ci ha abituato e nello stesso tempo ci rientra pienamente. Cercheremo d'essere più chiari, non prima di aver premesso che "Is the Man Who Is Tall Happy?" è il resoconto di una serie di incontri con Noam Chomsky, linguista di fama universale, ma anche personaggio che sfugge a qualsiasi tentativo di normalizzazione, se è vero che pur in presenza di riconoscimenti e tributi da parte dell'establishment, Chomsky si è distinto per una militanza radicale e antimperialista rivolta non solo contro la politica estera degli Stati Uniti ma anche di quella di Israele, terra promessa di cui è impossibile condividere le scelte.

 

È infatti la personalità dell'interlocutore, insieme al tema dell'intervista, tanto specifico quanto astratto per chiunque non sia un addetto ai lavori e abbia voglia di saperne di più sulle origini del linguaggio e sull'influenza che esso produce nella percezione della realtà, ad accendere la spia su un soggetto che, fin da subito, denuncia una singolarità affine alla poetica dell'autore francese. Senza rinunciare alla finalità di quell'incontro, con il consueto schema di domande e risposte che, salvo qualche eccezione - quella che accenna al legame con l'adorata moglie, da poco scomparsa, lo è di sicuro - si mantengono sempre in linea con le premesse del documentario, Gondry si comporta da par suo, rappresentando quell'intervista attraverso disegni animati, che egli stesso si prende la briga di realizzare. Un lavoro "pazzo e disperatissimo", come egli stesso afferma, che Gondry compie in concomitanza con la fase di pre-produzione di "Mood Indigo" (è forse questa la ragione della sua parziale riuscita?), e che, però, gli consente di illustrare come meglio non si potrebbe l'ineffabilità dell'argomento in questione e i molti paradossi di cui Chomsky si serve per cercare di rendere comprensibili le proprie affermazioni.

 

Collocati su uno sfondo nero e grezzo, immersi nel rumore della telecamera demodé utilizzata dal regista e dominati da un segno stilistico che sembra pensato da una "spotless mind", i disegni di Gondry sembrano rifarsi a un cinema che riesce a coniugare le possibilità della moderne tecniche alla purezza del cinema muto. Una fantasmagoria di linee che si reinventano continuamente per dare vita a una gemmazione di storie pronte a spiccare il volo sulle ali di un'immaginazione febbrile e instancabile. Ma a dispetto di altri lavori dove il lato più artistico del regista sembrava prendere il sopravvento sulla centralità dei contenuti, quanto vediamo sullo schermo si sposa perfettamente con l'inafferrabilità delle parole, di cui l'animazione ci permette se non di afferrarne i significati, almeno di sfiorarne il senso.

 

Se Gondry, d'accordo con Chomsky, è convinto della parzialità dell'opera cinematografica che, anche nelle versioni più genuine, è il frutto della manipolazione operata dal regista sul materiale filmato, allora l'animazione diventa - come afferma il regista nella sequenza iniziale - un atto di onestà nei confronti dello spettatore, avvertito fin da subito del carattere unilaterale dei contenuti mostrati. Speculazioni che poco incidono sul valore di un'opera tra le più personali fra quelle realizzate dall'autore francese e che, in prospettiva, potrebbe fornire nuovi strumenti per un'eventuale esegesi della sua filmografia.
(pubblicato su ondacinema.it)

venerdì, ottobre 24, 2014

9 FESTIVAL DEL FILM DI ROMA: PARADISE LOST

 Festival del film di Roma-8 giornata
Escobar: Paradise lost
di Andrea Di Stefano
durata,

L’aura che si crea attorno ai criminali illustri, sul piano specie iconografico, attecchisce spesso sulla fantasia di autori, in particolar modo registi cinematografici, che ne subiscono la fascinazione. Talvolta – anzi fin troppo spesso – si rischia di cadere nel cliché (vedi “Blow”, storia con la quale, tra l’altro, il nostro Pablo aveva già qualcosa a che fare); altre volte, ed è il caso del film di Di Stefano, si riesce ad andare oltre la siepe che delimita il proprio giardino per indagare – e/o mostrare – dell’altro.
La storia è quella di Nick che, dopo aver lasciato il Canada ed aver aperto una piccola attività in spiaggia col fratello, conosce e s’innamora di Maria, adorata nipote di zio Pablo Escobar.
Ed è partendo da questo punto di vista inedito che il film – complice un Benicio del Toro mostruoso nel costruire il suo personaggio, sempre sul filo del tagliente rasoio dell’imprevedibilità – va a confermarsi un prodotto d’ottima fattura e fuori dalla norma. Partendo da una fotografia curata in ogni dettaglio e che restituisce a pieno l’illusione/amarezza del titolo, passando per una sceneggiatura che matura attraverso i silenzi, laddove i dialoghi sono ridotti all’essenziale e non prendono mai troppo il sopravvento.

Andrea Di Stefano, un po’ come aveva fatto Paolo Sorrentino ne “Il Divo”, utilizza la figura di Escobar per parlare del potere e circoscriverne tutte le proprie dualità e contraddizioni. Il denaro e la popolarità diventano solo mezzi attraverso il quale il potere vuole, sempre più senza limiti, superare sé stesso, distruggere ogni cosa che gli si opponga e, attraverso le proprie facoltà divinatorie, costruirsi su come si mostra dall’esterno: intoccabile. Nick e Pablo   –  ne abbiamo ulteriore conferma nel dialogo che ha quest’ultimo col prete prima dell’arresto – altri non sono che, ognuno a proprio modo,  l’uomo che disseta e asseconda, oltre ogni limite, la propria natura: l’illusione o l’avere il controllo di essa.
“E non Dio ma qualcuno che per noi l’ha inventato
ci costringe a sognare in un giardino incantato”.
Antonio Romagnoli

9 FESTIVAL INTERNAZIONE DEL CINEMA DI ROMA: LA FORESTA DI GHIACCIO

Festival del film di Roma -9 giornata
La foresta di ghiaccio
di Claudio Noce
Italia 2014
durata, 99'
 

Fare un film di genere significa, se non innovarne modi e linguaggi, perlomeno rispettare i codici che esso esige per propria natura. Claudio Noce tenta di fare un thriller tra le montagne del Trentino, dove la narrazione si sviluppa attorno ai fatti riguardanti gli immigrati dal confine sloveno.
Di manifattura  davvero pregevole, il film risulta però poco convincente dal punto di vista della scrittura dal momento in cui, essendo, come dicevamo sopra, un tentativo thriller (che si trasforma a tratti in un noir mal gestito), è privo dei momenti di tensione che dovrebbero caratterizzarlo in quanto tale. A non aiutare sono la piattezza dei personaggi, a loro modo tutti già preconfezionati - la poliziotta sotto copertura che svolge indagini inutili agli occhi dei colleghi, il protagonista in cerca di vendetta etc..-, e dello svolgimento che ne consegue. Quest'insieme di elementi rende la visione - seppur scorrevole - apatica, non creando alcun senso né di fastidio né d'interesse a proseguire oltre.
Andando, con le sue evidenti pecche, a confermare l'importanza della fase di scrittura di cui ogni film necessita, "La foresta di ghiaccio" va a inserirsi in quella filmografia  di prodotti narcisisti che si fregiano esclusivamente della propria estetica dimenticando il resto, fruitore compreso.
Antonio Romagnoli (voto **1/2)

giovedì, ottobre 23, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: INDEX ZERO

9  Festival del film di Roma- 8
Index Zero
di Lorenzo Sportiello
Italia 2014
durata, 84'
 
"Una società non si giudica soltanto da ciò che crea, ma soprattutto da ciò che non riesce a distruggere".
Basterebbero queste parole a definire il limbo di ricorsi storici ai quali l'uomo è eternamente condannato. E' compito del cinema, invece, laddove sia questo l'argomento interessato, mostrare l'elemento brutale del concetto di società e di tutte le declinazioni affini che ruotano intorno alla parola stessa.
"Index Zero" racconta, in una società di un futuro nemmeno troppo lontano, di Kurt ed Eva che, per dare una prospettiva migliore al figlio ormai prossimo alla nascita, tentano di entrare illegalmente negli Stati Uniti d'Europa (ipotesi, quella degli U.S.E., nemmeno troppo campata per aria, già presa in considerzione da Ortega Y Gasset tempo addietro). I due vengono catturati e destinati in un centro, la cui funzione è rendere gli essere umani pronti per essere produttivi ed inseriti nella comunità una volta raggiunto l'indice zero.
Prodotto in maniera indipendente , "Index Zero" è un film che fa sicuramente categoria a sé in ogni sua fase, che sia pre-produttiva, di realizzazione e contenutistica, rendendo fattibile ciò che in Italia, fin'ora, è stato solo utopia. Una messa in scena perfetta e mai sopra le righe accompagna la fotografia, sempre grigia e disperata, in una coerenza narrativa tenuta insieme da una grande regia e da una sceneggiatura talvolte al tritolo, che sbava solo in alcuni momenti  tirati troppo per le lunghe.
La rivolta popolare finale e il cenno d'innamoramento tra i due giovani, in maniera tutt'altro che ottimista, pongono l'uomo in una condizione irriversibilmente astorica in cui la vita - e noi dietro ad essa - continua a girare a vuoto.
Antonio Romagnoli

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: ALL CATS ARE GREY

Festival del film di Roma-8 giornata
All cats are grey
di S.Dellicour
Belgio201
durata, 85'



Nel tranquillo (molti dicono semi-anestetizzato) Belgio, Dorothy, adolescente di qual grazia e poche parole mena, in apparenza senza troppi patemi, la sua routine borghese comoda e insulsa. Senonché un cruccio non le da pace: il desiderio di conoscere il vero padre, quello biologico, dal momento che l'altro - con cui condivide le abitudini di tutti i giorni - altro non e' che il frutto della sagace mobilitazione materna, finalizzata, attraverso un passaggio sull'altare, a meglio puntellare le proprie ambizioni di classe. Dorothy un po' per noia, un po' per testardaggine, un po' per autentica frustrazione, comincia ad indagare per suo conto, coadiuvata da un all'inizio riluttante Paul - detective privato dalla corporatura robusta e dall'animo malinconico, convinto di essere lui il vero padre della ragazza - mettendo così pian piano insieme le tessere di un puzzle che si rivelerà più complicato di ciò che l'apparenza di una consuetudine confortevole e rispettabile poteva lasciar supporre.

Il circolo vizioso fatale in cui spesso finiscono per avvitarsi film del tenore e della fattura di "All cats...", risiede nella rigidità eccessiva della struttura drammaturgica, la quale, dopo aver isolato i caratteri principali e averli impostati - la madre bas-bleu apprensiva e invadente; il padre acquisito campione d'assenza; quello in teoria naturale combattuto tra il senso di colpa e lo slancio di riannodare i fili di un discorso affettivo troppo presto interrotto; l'amica del cuore - Claire - programmaticamente ribelle in ragione di atteggiamenti che combinano con scarse varianti, faccia tosta, indolenza e lingua lunga - li obbliga a non muoversi più di tanto entro uno schema di parole e gesti che, col tempo, tende sempre più ad abbandonare la complessità del ritratto per accomodarsi nella più ovvia restituzione di un cliché , precludendo, di fatto, qualunque ipotesi di evoluzione psicologica e, con essa, l'eventualità di un azzardo o di una sorpresa.

E se sul serio tutti-i-gatti-sono-grigi, e' non tanto e non solo, quindi, perché la madre di Dorothy paga con il rimorso e la vergogna  forse l'unica parentesi sfrenata di un'esistenza centrata sul controllo e l'onorabilità, quanto per il motivo che nella passiva coerenza ad un campionario ristretto di accorgimenti narrativi e formali, non viene quasi data possibilità a tensione e coinvolgimento per ritagliarsi uno spazio autonomo e attivo nella vicenda, lasciando di conseguenza campo libero ad una uniformità (una sorta d'indefinito grigiore, appunto) che della concretezza e della vitalità ha solo i contorni.

Da rilevare, ancora, l'accorto lavoro sulla luce che, soprattutto negli interni dalle geometrie moderne, si diffonde morbida nelle sfumature dei bianchi, dei grigi e dei bruni; anche se, a stagliarsi davvero, alla fine resta solo il viso chiaro e un po' scostante di Dorothy.

TFK
(voto: **)

mercoledì, ottobre 22, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: TUSK

 Festival del cinema di Roma-7 giornata
Tusk
di  Kevin SmithUSA 2014 
Usa, 2014
durata, 102'
 



Wallace Bryton/Justin Long e Teddy Craft/un dilatato H.J.Osment si sono inventati un loro podcast (trasmissione radio via internet) specializzato sulle figure appartenenti a quella particolare fauna umana che tra goliardia e cretinismo gira in maniera amatoriale video demenziali o strambi e poi riversa il frutto delle proprie prodezze in rete. La coppia di amici campa discretamente sull'idiozia di massa, fin quando Wallace si mette in testa di conoscere uno dei semi-svitati di persona e va a cercarlo al suo luogo di origine, una cittadina canadese, ove, giunto, scopre che familiari e amici ne stanno celebrando il funerale. Infastidito per aver macinato tanti chilometri a vuoto e comunque intenzionato a spremere qualcosa di sostanzioso per la sua attività, nel gabinetto di un bar del posto, appeso di fronte alla latrina, Wallace crede di aver trovato ciò che fa per lui: tra pubblicità, annunci di ogni genere e altre amenità, scova una lettera scritta su carta di pregio, con calligrafia ordinata e senza errori o cancellature, nella quale si promette - a chi sarà interessato e si farà vivo - ristoro e una confortevole permanenza a base di storie e mirabolanti avventure narrate dalla viva voce di chi ne e' stato protagonista. Wallace, intrigato, s'appropria della lettera e comincia le sue ricerche. Contattato per telefono il tizio autore della missiva - un tale che dice di chiamarsi Howard Howe/M.Parks - chiede lumi circa la località da raggiungere e vi si reca. La', nell'atmosfera ovattata e tetra di una grande casa isolata nei boschi del grande nord, colma di cimeli e quadri, dagli interni in legno, adornata di enormi tappeti, con pareti rosso scuro, tra una tazza di te', resoconti di viaggi e complicate peripezie, citazioni da Coleridge e Tennyson, il nostro eroe verra' sequestrato e, con perizia certosina, degna del più accorto macellaio come di un altrettanto meticoloso chirurgo, trasformato in un... tricheco ! Più precisamente nel Mr.Tusk che da titolo al film ('tusk' in originale sta, appunto, per 'zanna'), secondo le stazioni della personalissima e aberrante teoria psicopatico-nichilista di Howe, volta alla dimostrazione materiale del fondo orribile e disumano che motiva ogni azione.

Con "Tusk" Smith guarda alla fabula gotica con venature horror il cui collante stavolta solo in parte e' rappresentato dalla rivelazione grottesca del mondo delle circostanze e dei fatti o di quello psicologico-emotivo, spesso sgangherato o non al passo coi tempi, come dal divagare su aspetti minimi della cultura popolare americana o dal trastullarsi in non di rado spassosi nonsense: ad un livello più profondo e in altre parole, in "Tusk", si snoda piano piano - pur tra parentesi che non disdegnano, in ogni caso, lo sberleffo e lo sghignazzo di antica memoria - il filo di una riflessione non accomodante riguardo l'interessata ambiguità del singolo contemporaneo - Wallace, abile nella loquela, disinvolto e puntuto, con i suoi atteggiamenti da eterno ragazzo scanzonato, manipola chi gli sta attorno: Teddy che gli tiene bordone più per ammirazione che per paritario legame di amicizia; Ally/Genesis Rodriguez, la fidanzata, che dice di amare ma tradisce sistematicamente (e da cui proprio con Teddy viene a sua volta tradito, e come se nulla fosse); gli stessi mostri di cui va a caccia, mero strumento, per lui, di arricchimento personale - l'avanzato stato di una malattia dai risvolti feroci e per tanti versi imprevedibile che assedia l'uomo comune d'inizio millennio - Howe, benché in la' con gli anni, racconta il suo gesto mentre si compie alla stregua di un orripilato rifiuto della società moderna, gretta, individualista nel senso più abbietto del termine, falsamente civilizzata, poco al di sotto della quale pulsano desideri e smanie tanto ancestrali quanto sanguinarie - l'anestetizzata passività con cui si assiste (e si contribuisce) alla disintegrazione dei rapporti umani - la liaison fra Teddy e Ally e' data per scontata e solo in parte e' motivata dalla frustrazione della ragazza per il comportamento irresponsabile di Wallace - il piacere sadico-puerile (a dire quasi del tutto incosciente) con cui s'infligge il dolore - l'impassibilità distante mostrata da Howe nel portare a compimento la sua opera vivente; i resoconti truci e dettagliatissimi cadenzati dal detective LaPointe/J.Depp in un misto di ebetudine, frenesia alimentare e sonnolenza - et,.

"Tusk" risulta, così, un film più cupo e stranito di quello che la sua superficie sarcastica e disimpegnata - qua e la' - lascia intravedere. Qualche perplessità emerge per il finale, che appare paradossalmente più consolatorio, nella sua prevedibilità, dell'intenzione che lo ispira, si presume, quest'ultima, beffarda.

TFK
(voto: ***1/2)

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: I GUARDIANI DELLA GALASSIA

Festival del cinema di Roma
I guardiani della galassia
di John Gunn
con Chris Pratt, Zoe Saldana, Vin Diesel
genere, fantasy
Usa, 2014
durata, 121'

Parlare de “I guardiani della galassia” è un po’ come tirare fuori la vecchia storia delle uova al tegame: chi le vuole ben cotte, chi meno ma, al dunque sempre di quello si tratta, di uova. L’ultimo parto dei Marvel studios (distribuzione Disney) si muove, infatti, in equilibrio su un grado di cottura – per continuare ad usare la metafora alimentare – che rasenta una buona frittata, buona perché ha più o meno il sapore di sempre.
La storia della combriccola dei Guardiani – Peter Quill, ragazzone scapestrato ma dal cuore d’oro, Indiana Jones con meno titoli accademici ma con sempre al seguito un walkman, ultimo regalo della madre scomparsa; Gamora, guerriera dalla pelle verde in cerca di riscatto da un passato burrascoso; Drax, galeotto iper-palestrato animato dall’unico desiderio di vendicare lo sterminio della propria famiglia; Rocket, procione parlante frutto di strane alchimie biologico-cibernetiche, ingegnere tuttofare, mercenario petulante e sarcastico e Groot, albero antropomorfo che si esprime ripetendo all’infinito l’asserzione che indica il suo nome – è quella tipica dei buddy movies, in cui all’inizio si sta sempre sul punto di staccarsi la testa vicendevolmente e alla fine si diventa amiconi inseparabili. Nel caso, a porsi di mezzo, è il tira e molla intrapreso fra due razze opposte e ostili, una delle quali briga senza esclusione di colpi per impossessarsi di una sfera prodigiosa –Orb – contenente il potere immenso della commistione degli elementi che hanno formato l’universo, al fine di sterminare gli avversari, da un lato e porre la propria decisa candidatura al comando del medesimo, dall’altro.

Ciò che è interessante notare, però, è che dove il film funziona meglio – e sembra un paradosso – per i suoi 121′ (che filano via, in ogni caso, con una certa agilità) è quando si affida ai siparietti farsesco-goliardici modello slapstick comedy, più che alle sequenza d’azione, le quali, nella ripetitività di schemi e soluzioni formali abbondantemente usurate, dicono poco anche al più integralista dei sostenitori. A riparo della propria noncurante superfluità, “I Guardiani della galassia” si apprestano a sbarcare/sbancare anche da noi (sono annunciate per l’uscita del 22/10 ben 600 copie) e a non abbandonarci per un bel pezzo. L’ultima immagine del film, difatti, è una sovrimpressione che recita: “I guardiani della galassia torneranno ancora”. Se lo dicono loro…
(Il 3D, nel caso, non aggiunge sale alle uova).
TFK (Voto **1/2)

martedì, ottobre 21, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: ROMA TERMINI

Festival del cinema di Roma-7 giornata
Roma Termini
di Bartolomeo Pampaloni
Italia 2014
durata, 79′

Il documentario, in Italia, da qualche anno a questa parte sembra avere un fascino, oltre che un discreto successo – si vedano le premiazioni di “Sacro G.R.A.” e “Tir”, rispettivamente alle edizioni 2013 dei festival di Venezia e Roma – al quale sempre più registi nostrani cedono, riuscendo però ad innovarne i modi ed i linguaggi. Tra questi autori s’aggiunge anche Bartolomeo Pampaloni che, con “Roma Termini”, narra, attraverso la drammaturgia documentaristica, la vita dei barboni – altresì, come direbbero i politicamente corretti, i senzatetto – che bazzicano la stazione Termini.
Argomento, quello degli homless, già trattato, durante il festival, in maniera diversamente efficace da Moverman con “Time out of mind”. Usiamo l’epiteto diversamente efficace poiché qui, trattandosi di documentario, s’affronta la tematica con un approccio ed un linguaggio, del tutto differente. Linguaggio che, però, ha le sue innovazioni e peculiarità, specie nel manierismo delle riprese, sgranate e quasi sempre sfocate, che vanno a richiamare la diegeticamente  vita sbiadita dei protagonisti che vivono nel caos, quasi atavico, della stazione centrale della città capitolina. Film che trova i suoi lievi difetti – difetti che, del resto, avevamo riscontrato già nel sopracitato “Time out of mind”- nell’eccessiva prolissi del proprio giungere a conclusione.
La solitudine diventa un’arma a doppio taglio nell’essere, da una parte, fonte di disperazione, dall’altra, nella presa di coscienza d’un eccesso di lucidità, quasi una salvezza.
“Ti sei mai innamorato in vita tua?”
“No”.
Antonio Romagnoli (voto ***1/2)

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: TIME OUT OF MIND

Festival del cinema di Roma-6 giornata
Time out of mind
di O.Moverman.
Usa 2014
durat, 



Una delle prime cose che viene in mente riflettendo su un film come "Time out of mind" di Oren Moverman, e' che la sola, autentica, libertà rimasta all'individuo occidentale e' quella di sparire. Non si spiegherebbe altrimenti il calvario materiale e morale vissuto ogni giorno da George/Gere, uomo che ha perso il lavoro, non ha mezzi, famiglia (se non una figlia che non frequenta più ma spia di tanto in tanto dall'esterno della vetrina del bar in cui lavora), amici, e del quale il mondo - il mondo delle opportunità e del benessere, il mondo in cui ogni desiderio ha un nome e un'etichetta col prezzo sopra - semplicemente non ne vuole sapere.

Spesso il cinema di Moverman si e' mosso entro i meandri scomodi del dolore e della perdita: pensiamo all'esordio alla sceneggiatura per "Jesus' son" (1999), sui racconti di Denis Johnson; ai reduci spostati di "The messenger" (2009), o al poliziotto disadattato di "Rampart" (2012). In "Time out of mind" il passo rallenta e si concentra sulla vita minuta di un uomo-massa solo e confuso (un Gere controllato e convincente nell'esprimere lo smarrimento, l'incredulità e il disinganno che ha portato via al personaggio, lentamente ma senza scampo, persino il tempo, quello del titolo, cancellandone le tracce dall'esperienza comune, al punto da forzarlo ad esclamare con allibito scoramento: "Io... non esisto"); sui tentativi spesso patetici - se non fossero tragici - di racimolare un pasto o un letto; sui peripli insensati all'interno di un organismo burocratico deputato in linea teorica alla sua salvezza e  auspicabile reinserimento che, al contrario, lo umilia e lo esaspera con la richiesta, per dire, della copia di un documento inesistente al fine di avere accesso all'assistenza o con la sistematica ingiunzione di rispondere a questionari la cui mancanza di qualunque sensibilità tipica delle regole e dei protocolli, alla fine, non fa che rimestare oscenamente nelle pieghe di sofferenze tutt'altro che superate o anche solo rimarginate.

Ciò che può in via erronea sembrare una sorta di spaccato sociologico descrittivo ed anodino ed invece rappresenta il quotidiano di un numero sempre maggiore di uomini e donne, si avvale di una messinscena sobria - attenta ai dettagli, ai mutismi imbarazzati, ai piccoli gesti trattenuti o abortiti - come intrisa di una qual mesta eleganza e sostenuta dalle meravigliose luci della fotografia espansa di Bobby Bukowski, livida e splendente sulle cose e sui volti durante i giorni freddi di una primavera che tarda ad arrivare; morbida e densa negli interni desolati, nelle sale d'aspetto degli ospedali o nei locali pubblici ove si consuma il teatrino sfinito di una cordialità che oramai stenta a passare persino nelle formule convenzionali di un linguaggio che non interroga mai, davvero, l'umano ma si limita a gestirne le circostanze esteriori. Meno convincente e' la scelta di dilatare alcune scene oltre la loro naturale conclusione: il ritmo interno dell'opera, via via, ne risente, non aggiungendo di fatto nulla allo spessore emotivo dei protagonisti o alla tensione narrativa della storia. Come che sia, Moverman, pur alludendo nel finale ad una possibilità di rinascita - l'unica sensata, l'unica degna - compone l'ennesimo ritratto avvilente e scoraggiante di questa nostra presunta modernità, di un altro nuovo secolo ottimista e sorridente per contratto, quanto crudele e oppressivo per quel poco che resta nel cuore dell'uomo.

TFK (voto: ***1/2)