venerdì, dicembre 05, 2014

MAGIC IN THE MOONLIGHTING

Magic in the Moonlight
di Woody Allen
con Colin Firth, Emma Stone
Usa, 2014
genere, commedia
durata,  97'
 
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"Magic in the moonlight", un mugolio di nasali, un allambiccare di rotondità che tentano di portarci in una dimensione temporale senza precisi confini.
Scivolano i consueti titoli di testa in caratteri di scrittura windsor bianchi su sfondo nero, musica jazz di sottofondo. Berlino, 1928. Un carismatico prestigiatore cinese, Wei Ling Soo — identità che cela le fantomatiche sembianze di Stanley Crawford   (Colin Firth)— si esibisce in giochi di magia di fronte a un pubblico in visibilio per la perfezione della sua arte. Già dai primi cinque minuti inizia lo sbadiglio imbarazzato. Woody Allen e la magia, ovvero corsi e ricorsi storici: vedere per credere "Broadway Danny Rose", "La maledizione dello scorpione di Giada", "Alice", "New York Stories", "Scoop",  e i più recenti  "Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni" e Midnight in Paris.

 
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 Allen infila abilmente la mano nel suo magico cilindro di topoi cinematografici e cosa tira fuori come colonna sonora? La nona sinfonia di Beethoven, da lui stesso peraltro già usata solo pochi anni fa in "Basta che funzioni",  vandalizzando così la celebre presenza del Ludovico Van al cinema.

 
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Ma la speranza è l'ultima a morire.
Sempre eccellente nella caratterizzazione, tanto da sconfinare quasi nella caricatura e nel caratteristico, il personaggio del protagonista di "Magic in the Moonlight" è presto delineato dopo poche battute: bisbetico, pessimista e brontolone.
Come il suo vecchio amico Howard Burkan (Simon McBurney) lo definisce, é  uno snob, un  genialmente perfezionista ma con il fascino di un'epidemia di tifo.
L'infelice misantropo abbandona la sua rocca di nichilismo per dirigersi in Costa Azzurra, dove, nella residenza della famiglia Catledge (Jacki Weaver, Hamish Linklater, Erica Leerhsen) è incaricato di sbugiardare Sophie Backer (Emma Stone), un'affascinante chiaroveggente da cui tutti paiono dipendere per ogni decisione.

E..chi l'avrebbe mai detto? Non solo la missione non sarà facile neppure per Stanley, il più celebre fra gli smascheratori di spiritualisti, ma l'astuta truffatrice gli risulterà presto insopportabile ma non del tutto sgradevole.


Se Sophie ai suoi occhi non è altro che concime istrionico, lui, pugnacemente certo che l'unico superpotere reale sia quello che brandisce la falce, si definisce un uomo razionale che crede in un mondo razionale: non esiste nessuna metafisica oltre ciò a che vediamo con gli occhi. L'entusiasmo e le domande della giovane lo inquietano —gli stessi dialoghi sono bipartiti tra zuccherose domande di lei e sarcastiche risposte di lui—, tanto da condurlo a sfidare le sue certezze.

 Settantanove  anni suonati, protagonista della scena col ritmo di quasi un film all'anno, ecco che Allen ritorna alla carica con le sue classiche riflessioni in bilico tra filosofia e religione.
Peccato che questa volta la lama raffinata della satira non sia abbastanza affilata e che la sceneggiatura —mitragliante, non si ha un attimo di respiro— proponga un'infilata di luoghi comuni sulla consolazione che l'uomo trae dalla menzogna e dalla religione.


Per non parlare della nostalgia di battute raffinate e dissacranti come poteva essere quella tratta da "Io e Annie" —una per tutte la geniale: "Dio é morto, Marx é morto e neanche io mi sento tanto bene"— sostituite da quelle che siamo costretti ad ascoltare  nel dialogo raffazzonato sulla morte di Dio, con tanto di supposti rimandi colti a Nietzsche e Hobbes. "Come si può dire cosa è possibile?", domanda in continuazione la truffatrice americana, e con lei ce lo chiediamo anche noi se pensiamo che Allen non più di due anni fa ci ha deliziato con una perla rara come "Blue Jasmine".

E ancora, se la giovane in uno dei suoi allettanti sproloqui domanda al prestigiatore "chi vorrebbe un pessimista barbuto che si rintana tutto il giorno nella stanza a provare", noi potremmo a nostra volta domandare chi vuole più un regista che condisce ogni film con un ballo al charleston e un attore che recita come lui. Allen stesso ci risponde per mezzo del suo protagonista: si tratta certo di una sfida al buon senso e all'umana comprensione.
 Erica Belluzzi

giovedì, dicembre 04, 2014

THE ROVER

 The Rover
di David Michod
con Guy Pearce, Robert Pattison
Australia, 2014
genere, drammatico
durata, 100'



Frutto di una cinematografia che sembra sempre sul punto di diventare una succursale, anche produttiva, della mecca hollywoodiana, pronta a trasformarne il paesaggio in un estensione del suo vorace immaginario, “The Rover” appartiene invece a quella categoria di film che ambiscono a consolidare l’identità del cinema australiano. In primo luogo perché il regista, David Michod, dopo il successo di “Animal Kingdoom” continua a rimanere radicato alle proprie origini, immaginando storie e personaggi che sembrano nascere direttamente dalle viscere dell’outskirt continentale. E poi, non meno importante, per la scelta di ambientare la vicenda del film in quello stesso desertoche ha ispirato i lavori di due colleghi come Peter Weir (Picnic ad Hanging Rock), e soprattutto del George Miller di "Mad Max", di cui “The Rover” riprende non solo ambientazione e straniamento ma anche lo scarto temporale, collocando la sua vicenda in un futuro se non post nucleare, sicuramente apocalittico.

Siamo quindi in un tempo imprecisato e all’interno di una civiltà che sembra essersi sfaldata sotto i colpi di un’oscura malattia. Vite ridotte all’osso e parole che escono a stento. E' più o meno così che si presentano Eric, vagabondo senza arte ne parte interpretato da uno straordinario Guy Pearce, lesto a scatenarsi all’inseguimento dei balordi che gli hanno rubato la macchina, e  Reynolds, impersonato da uno stralunato Robert Pattison, pronto a dargli manforte nonostante i vincoli famigliari che lo legano ai fuggitivi. Il film è tutto qui, nel senso che la caccia all’uomo non manca di colpi di scena, inseguimenti e sparatorie da ultimo ibrida western e road movie. Ma quello che conta si trova soprattutto nella rappresentazione di un afflizione che non risparmia nessuno e nelle dinamiche relazionali che ne scaturiscono Se la famiglia, o quello che ne rimane, è la causa principale di un disfacimento morale che rende gli uomini simili agli animali – e in questo senso l’ultima scena la dice lunga su chi, tra questi, preferisca il regista-  “The Rover” sfida le regole del genere perché a dispetto del suo incipit rinuncia a qualsiasi progressione psicologica, arrivando alla fine senza di fatto aver operato uno scarto rispetto alle condizioni di partenza. A guadagnarci è sicuramente il fascino dei personaggi, avvolti da un alone di mistero che riguarda soprattutto le motivazioni che li hanno portati a tale disperazione, come pure la potenza  del paesaggio, chiamato a sostituire quella reticenza con una desolazione che rimanda all’interiorità dei protagonisti. Al contrario della storia che, privata di ogni possibile aggancio che non riguardi lo sviluppo del piano criminale, diventa schematica e perde in parte le caratteristiche mitiche ed evocative messe in mostra negli scampoli iniziali.

Film in sala da Giovedì 4 Dicembre 2014

THE ROVER
di David Michôd
con Guy Pearce, Robert Pattinson, Scoot McNairy, Anthony Hayes, David Field
2014 AUS/USA - Drammatico - 100 min

MAGIC IN THE MOONLIGHT
di Woody Allen
con Emma Stone, Colin Firth, Marcia Gay Harden, Hamish Linklater
2014 USA - Commedia - 98 min

SCEMO E PIU' SCEMO 2
Dumb and Dumber To
di Bobby Farrelly e Peter Farrelly
con Jim Carrey, Jeff Daniels, Laurie Holden, Kathleen Turner
2014 USA - Commedia - 109 min

MOMMY
di Xavier Dolan
con Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément
2014 FRA/CAN - Drammatico - 140 min

L'IMMAGINE MANCANTE
L'image manquante
di Rithy Panh
2014 FRA/Cambogia - Documentario - 92 min

NARUTO - LA VIA DEI NINJA
Road to Ninja: Naruto the Movie
di Hayato Date
2012 GIA - Animazione - 109 min

IL CACCIATORE DI ANATRE
di Egidio Veronesi
con Federico Mazzoli, Francesca Botti, Giorgio Paltrinieri
2011 ITA - Drammatico - 90 min

AMBO
di Pierluigi Di Lallo
con Serena Autieri, Adriano Giannini, Maurizio Mattioli
2014 ITA - Commedia - 86 min

UN AMICO MOLTO SPECIALE
Le père Noel
di Alexandre Coffre
con Tahar Rahim, Victor Cabal
2014 FRA - Commedia - 81 min

LA METAMORFODI DEL MALE
Wer
di William Brent Bell
con A.J. Cook, Sebastian Roché, Vik Sahay, Stephanie Lemelin
2013 USA - Horror/Thriller - 89 min

THE PERFECT HUSBAND
di Lucas Pavetto
con Gabriella Wright, Bret Roberts, Tania Bambaci, Philippe Reinhardt
2014 ITA - Horror/Thriller - 85 min

martedì, dicembre 02, 2014

BEFORE I GO TO SLEEP

Before I Go to Sleep
di  Rowan Joffe
con Nicole Kidman, Colin Firth, Mark Strong
UK, 2014
Mystery, Thriller
durata, 91'

Immaginatevi una versione drammatica di "50 volte il primo bacio", contaminata niente di meno che da un film come "Memento" che, a tutt'oggi rimane uno dei film più belli di Christopher Nolan. insomma, una bomba esplosiva almeno sulle pagine e nelle parole del copione di "After You Go to Sleep", l'ultimo film di Nicole Kidman e Colin Firth. Caratteristiche che, tutte insieme, avrebbero dovuto rendere lo stesso, se non un campione d'incassi, almeno un lungometraggio degno di considerazione, e non, come invece è successo, un inedito, con scarse possibilità  di arrivare dalle nostre parti.
Proviamo a capire le ragioni della debacle iniziando ad esaminare le caratteristiche di una storia che si offre al pubblico senza alcuna premessa, immergendolo fin da subito in un'atmosfera d'incertezza, causata dalla totale mancanza di riferimenti riguardanti la protagonista del film. Christine infatti, soffre di una perdita di memoria che le impedisce di ricordare gli avvenimenti del giorno precedente ed è costretta ad affidarsi  alle verità delle uniche persone in grado di aiutarla: il marito (Firth), fedele ad oltranza nonostante il sentimento di estraneità che lo separa dall'amata consorte e il terapista, che, in segreto, la aiuta a recuperare ciò che ha perso.

Ovviamente nulla è ciò che sembra, e al film, così come ai personaggi, toccherà ricostruire a ritroso gli eventi di una vicenda che volge al nero quando, in un escalation di mezze verità, frammenti di memoria incominceranno a tormentare la mente della donna.


Ed è proprio nel tentativo di mettere insieme i pezzi del periglioso puzzle che il film perde quota,  assestandosi dalle parti di un giallo del sabato sera, per via di forzature e di leggerezze che privilegiano la matematica narrativa a discapito della credibilità del testo.
Con una tensione ridotta al minimo sindacale, l'appassionato e' costretto ad accontentarsi delle briciole: la messinscena, sufficientemente rarefatta per rendere il paesaggio mentale della protagonista, e il duetto da Oscar rappresentato da Nicole Kidman e Colin Firth. La prima a rivendire un fasto per il momento scomparso, il secondo, a sfruttare quello da poco ottenuto. Routine, o poco più.
(icinemaniaci.blogspot.com)

I RAID LETALI DI G.EVANS


Gareth Evans e' un simpatico giovanotto (classe 1980) - robusto, occhi vispi e barbetta rada - che un giorno ha preso armi e bagagli, mollato il natio Galles e fatto il salto al contrario, ossia percorso la distanza che lo separava dalle brughiere all'Est del mondo. Nello specifico, l'Indonesia, dove, tra l'altro, oltre a prendere moglie, ha perfezionato lo studio di un'antica arte di combattimento locale, il Silat, arrivando col tempo a coniugarlo con un'altra passione, quella del Cinema.

Dopo "Merantau" (2009), colorato romanzo di formazione e iniziazione marziale, interpretato da colui che sarebbe diventato la sua proiezione cinematografica - Iko Uwais - ecco che Evans, tra il 2011 e il 2014 scrive, produce e dirige il distico (ad oggi) di "The raid": "The raid/redemption" e "The raid II/berandal", centrati sulla figura del poliziotto Rama (Uwais, appunto) chiamato ad opporsi, in gran parte grazie alle sue eccezionali capacita' atletiche, alle insidie di un mondo cupo, violento, all'apparenza senza vie d'uscita - assediato da livide luci grigie, ocra, bluastre - in cui il crimine la fa da padrone e la corruzione alligna pressoché indisturbata tra le file delle forze dell'ordine.

Caratteristica primaria di "The raid" I e II e' la strepitosa matrice dinamico-estetica degli scontri secondo le figure e i ritmi - a volte parossistici - del Silat (e di altre specialità ad esso frammiste: dal Judo alla Lotta Libera, al Taekwondo, et.), tecnica che prevede l'utilizzo armonico e in sequenze rapide di pugni, gomiti, ginocchia e piedi in relazione alla loro efficacia, non di rado micidiale, su giunture e tendini.

Adagiati su intrecci convenzionali - più lineare quello di "The raid/redemption", che prevede l'irruzione di una simil SWAT in un caseggiato fatiscente al cui ultimo piano dimora e dispensa ordini Tama (Ray Sahetapy, perfettamente a suo agio nel calibrare il pendolo emotivo tra gli estremi del distacco e della crudeltà), boss dai modi tanto felpati quanto feroce negli scatti d'ira, secondo una logica a meta' strada tra l'assedio carpenteriano di "Distretto 13" (sebbene a parti invertite) e l'esasperazione della partitura classica di un videogame action, condizione di partenza/eliminazione degli ostacoli/livello successivo (ben esplicitata dalla necessita' di passare da un piano all'altro dell'edificio/fortezza); più costruito e un tanto farraginoso quello di "The raid II/berandal", azzardo d'incastri in cui Rama/Uwais si barcamena (e lotta) sul filo di una pericolosa missione sotto copertura nei gangli delle organizzazioni criminali, allo scopo di sgretolarle dall'interno - i due film di Evans hanno il pregio di giocare pressoché da subito a carte scoperte, ossia disponendosi in modo che le trame non disturbino troppo - o vadano ad integrarsi col minimo attrito, e' un fatto di punti di vista - gli scatenati combattimenti, sorta di controllatissima girandola a base di frenesie cinetiche, applicazione, riflessi e resistenza (innumerevoli i ciak relativi agli schemi dei duelli uno-contro-uno o di gruppo, nel tentativo di trasformare progressivamente la frizione degli urti nella fluidità quasi astratta di una coreografia), applicata ad un tappeto narrativo di brutale evidenza, fulmineo ed imprevedibile nelle singole circostanze, sebbene all'interno di un meccanismo che si avvale di stereotipi ampiamente collaudati.

Evans - appassionato di eroi storici del Cinema orientale, da Bruce Lee a Jackie Chan, a Jet Li, e di autori come John Woo (ma alcune soluzioni drastiche evocano Park Chan-wook e la sua "trilogia della vendetta") che hanno contribuito alla codificazione di stili e di modelli ad alto tasso adrenalinico via via entrati a far parte dell'immaginario comune - non nasconde le sue predilezioni (costruzione serrata del ritmo; messinscena essenziale; attenzione pignola ai dettagli delle mosse e delle acrobazie; rappresentazione della forza-al-lavoro ma in ragione di una prassi talmente fulminea e paradossale da sopire sul nascere fraintendimenti circa la cosiddetta "estetica della violenza") e i suoi debiti (l'eroe e' per antonomasia solitario, inviso alle alte sfere, scarsamente loquace, con il punto debole rappresentato dal nucleo familiare esposto alle ritorsioni conseguenti alla sua integrità professionale; il Male e' incistato talmente a fondo nella struttura sociale e nel cuore dell'uomo da formare un tutt'uno per cui diventa quasi impossibile distinguere chi se ne serve da chi afferma di contrastarlo; la realtà e', per lo più, un groviglio di pulsioni distorte e di finalità inconfessabili, chiusa su se stessa, piena di chiaroscuri e d'inganni, la cui prospettiva di redenzione si allontana ogni giorno di più, et.). Asseconda le prime, in sostanza, e prova a trar frutti dai secondi. "The raid" I e II dicono che e' riuscito a venire incontro ad entrambi.

TFK

lunedì, dicembre 01, 2014

KIJIJI WEBSITE AWARDS 2014: 35MM




MIGLIOR BLOG CINEMATOGRAFICO 2014: ICINEMANIACI.BLOGSPOT.COM


I premi non sono mai scontati, ancor più quando sono il risultato di una scelta che prende in considerazione una realtà come quella dei blog cinematografici,
difficilmente intercettabile per la miriade di offerte che la rete riesce ad offrire ai suoi utilizzatori. Per questo motivo siamo lieti di annunciarvi che icinemaniaci. blogspot.com è stato scelto come miglior blog cinematografico del 2014 sul blog ufficiale di KiJiJi. Ringraziando chi ha ritenuto questo spazio all'altezza di un titolo così importante, ci impegniamo con rinnovato entusiasmo a proseguire il nostro viaggio sentimentale nel mondo della settima arte. 
icinemaniaci


domenica, novembre 30, 2014

32TFF-MERCURIALES

Mercuriales
di Virgil Vernier
Francia, 2014
durata, 104'

Simbolo del boom economico anni '70 e totem decadenti della ferocia capitalistica e dei suoi danni collaterali, le due torri gemelle del Mercuriale dominano la banlieu sud di Parigi, sfigurata da un’urbanistica scellerata distante dal cuore delle persone che ci vivono.
Qui, con un’affascinate narrazione frammentata, dai ritmi di un diario personale fatto di monologhi interiori e deliri onirici, si dischiudono i tentativi di adattamento di Zouzou, addetto alla sicurezza delle torri, le speranze di Liza, giovane moldava appena arrivata a Parigi con un carico di fiducia, e di Joanne, ventenne parigina con velleità artistiche; una ricerca della felicità in fretta scoraggiata dalle regole di sopravvivenza imposte a forza dal moloch senza tempo dell’economia globalizzata che alla conquista della trasversalità uniforma gli standard dell’esistenza schiacciandoli sempre di più verso il basso.

Girato in 16mm e accompagnato da una musica elettronica che ricorda le atmosfere horror anni 80, Virgil Vernier al suo primo lungometraggio prodotto con la collaborazione del Torino FilmLAB, ritorna nei luoghi in cui è cresciuto e confeziona un film che ha l’effetto estraniante di un viaggio all’indietro nel tempo, rimanendo però nel qui e ora raccontando lo scenario di spaesamento intimo dei protagonisti, sovrapposto allo scenario di degrado comune a tutti gli hinterland del mondo, e lo fa essenzialmente discostandosi dal modo superficiale in cui i media riportano la cronaca di guerra delle periferie parigine, per parlare invece dell’altra violenza che le caratterizza, quella più sotterranea del degrado stesso che entra in vibrazione con l’anima degli esseri umani, verso una desertificazione delle speranze ed una cemetificazione dei sentimenti.

Durante un sogno notturno, con una sequenza di immagini di devastazione urbana, Liza ripete che tutto questo non è vero, che è solo un brutto sogno, è solo un incubo.
Ma alla fine, le sue paure si realizzano e prendono forma in un mostro meccanico dalle terribili fauci che divora nottetempo le case dove le ragazze cullavano sogni di felicità.
Parsec

sabato, novembre 29, 2014

32 TFF-THE DROP


The drop" 
regia di Michael R. Roska
Usa, 2014
genere, crime story
durata,107'




Bob è il barista di un locale - gestito dalla mafia cecena - che è solito essere deposito momentaneo di soldi sporchi delle gang locali.

Tra storie che vanno incrociandosi alla perfezione creando un ritmo assai serrato, "The drop" è un noir metropolitano dall'innegabile fascino costituito dai vari strati che lo costituiscono. In primis, come già accennavamo, quello che riguarda prettamente l'intrattenimento; in secondo luogo fondamentale è l'estetica di cui l'opera si fregia, con una fotografia abile a ritrarre situazioni e personaggi in tutte le proprie sfumature; come ultima osservazione - che, in definitiva, è il motivo per cui il film potrebbe essere più considerato rispetto ai cugini di genere - è l'apporto contenutistico, che si inoltra in riflessioni sulla natura umana di non poco conto.

Sarebbe tutto perfetto - anzi, verrebbe  quasi da dire al limite del capolavoro - se non fosse per gli ultimi dieci minuti che, dovendo giudicare il film nella sua interezza, abbassano, e di parecchio, il livello.
Antonio Romagnoli

32 TFF-WHAT WE DO IN THE SHADOWS

What we do in the shadows
di Jemaine Clement e Taika Waititi
New Zeland, 2014
durata, 85 min

Risate fragorose e applausi a scena aperta per il film più divertente di questa edizione del 32esimo TFF,
l’ironico mocumentary neozelandese sulla convivenza di quattro vampiri seguiti giorno e notte da una troupe televisiva,
alle prese con la suddivisione delle faccende domestiche e le piccole e grandi ambasce della vita quotidiana.
Un excursus di tutti i luoghi comuni sui vampiri, rivisti in chiave parodistica trattandone gli aspetti più prosaici che il cinema romantico più di moda sul genere non mostra mai,
una presa in giro del mito che ricondotto ad un contesto realistico si presta facilmente ad essere ridicolizzato con ritmo incalzante ed un susseguirsi di gag esilaranti che conducono ad un epilogo pacioso. Si continua a ridere anche alla fine dei titoli di coda, grazie ad un commiato in perfetto vampire style.
Parsec

32 TFF- INFINITELY POLAR BEAR


"Infinitely polar bear"
di Maya Forbes
con Mark Ruffalo, Zoe Saldana
USA 2014
durata, 88'
 
 

"Negli anni '60 era normale". Così viene giustificato, da parte della moglie, l'iniziale non prendere sul serio la bipolarita' maniaco/depressiva di Cameron, personaggio eccentrico protagonista della storia. E la smitizzazione dei favolosi anni '60 è solo uno dei tanti tratti che colora una commedia intelligente e scritta come più spesso dovrebbero essere scritti film di questo genere.
Accompagnata da una regia accorta a non dissacrarne i ritmi, "Infinitely polar bear" - titolo dato da uno svarione lessicale di una delle due figlie sul disturbo del padre - è un'opera di raro fascino che, senza far avvertire bruschi cambi, a tratti fa ridere di gusto, a volte assume toni semi-drammatici, a volte quasi commuove. Ma la peculiarità fondamentale - quindi vera riuscita del film - è che lascia in volto, ogni secondo, un sorriso che ne riassume ogni sfumatura.

venerdì, novembre 28, 2014

32 TFF PALE MOON

TFF '14
"Pale moon"
di Daihachi Yoshida
Giappone 2014
durata, 126'
 

Impiegata in banca, apprezzata dai colleghi  e con un matrimonio iper-ordinario alle spalle. Una vita che non lascerebbe mai intendere il complesso ritratto psicologico che muove la protagonista all'interno della vicenda.
Arzigogolandosi all'interno di una messa in scena perfetta e di un'ottima sceneggiatura - che ha l'unico difetto di protrarsi eccessivamente al momento dell'epilogo -, "Pale Moon" diventa un thriller ottimamente congegnato che ha i suoi reali punti di forza nei contenuti tanto quanto nell'intrattenimento.

"E' tutto finito" è il mantra/epigrafe esistenziale di Rika, che si abbandona serenamente alla visione del genere umano come inerme di fronte ad un'eterna condanna. Com'è condanna la routine del posto fisso - e Chinaski avrebbe qualcosa da dire in proposito -, è condanna il breve momento di felicità procurato dalla passione carnale e dai soldi rubati.
Il denaro, il lavoro, l'amore, il matrimonio, la passione, la beneficenza: tutto ciò che esiste è finzione. La libertà, che dell'esistenza è - o, perlomeno, dovrebbe essere - la massima espressione, diventa la più grande delle illusioni.
Antonio Romagnoli

PERFIDIA

Perfidia
di Bonifacio Angius
con Stefano Deffenu, Mario Olivieri, Noemi Medas 
Italia, 2014
genere, drammatico
durata, 100'


Pensiamo che una delle cose più importanti e difficoltose per un'opera cinematografica sia quella di riuscire a cogliere le caratteristiche più significative del proprio tempo, il famoso Zeitgest, per dirla in termini consoni a un festival come quello di Locarno, naturalmente predisposto a utilizzare idiomi appartenenti alla lingua tedesca.

Una peculiarità che appartiene a "Perfidia" di Bonifacio Angius, presentato quest'oggi nel concorso ufficiale. E questo non tanto per il processo di identificazione che la storia di un rapporto tardivo tra un padre e un figlio può innescare nella psicologia dello spettatore, catapultato per forza di cose all'interno di un'esperienza che gli appartiene in prima persona. Ma piuttosto per il fatto che il film di Angius, si svoltge all'interno di un orizzonte, umano e sociale, segnato da sentimenti che, in tempi di crisi conclamata, sono diventati parte integrante del nostro quotidiano. Ma c'è di più, perché la vicenda Peppino (uno straordinario Mario Olivieri), genitore e vedovo che si preoccupa per il futuro della propria prole, e di Angelo, suo figlio, trentacinquenne disoccupato e vinto da un'apatia che gli impedisce di scrollarsi di dosso il peso della propria insicurezze, è anche il punto di raccolta di un idea di cinema, morale e psicologico, che le figure dei due protagonisti rappresentano in una sospensione continua tra il passato e il presente del nostro paese. Una dicotomia che è propria del paesaggio (siamo a Sassari) in cui si muovo i personaggi, anonimo come lo è la modernità che attraversa gli spazii urbani, e antico, nella distanza geografica ed emotiva che il regista ci fa percepire nei discorsi degli amici di Angelo, popolati in maniera ossessiva dal mito del continente e delle sue infinite possibilità. Ma che appartiene anche al privato di una cultura patriarcale, dominata da modelli genitoriali oppressivi e castranti, che di fatto hanno impedito ad Angelo di crescere e di prendersi le proprie responsabilità. In questo senso sono significativi due piani sequenza che nella loro continuità tematica costituiscono il nucleo centrale del film. Nel primo, caratterizzato da toni idilliaci e sognanti, la soggettiva di Angelo che osserva i passi della ragazza di cui è innamorato viene bruscamente interrotta dall'entrata in campo del genitore che, alla guida di un automobile, gli nasconde l'agognata visuale e lo invita a non perdere tempo insieme ai suoi amici; nel secondo, che arriva quando oramai il destino è gia segnato, la decisione di Angelo di conoscere la ragazza coincide con il lento scivolamento della mdp che si lascia dietro la visione onirica di un quadretto famigliare che non esiste più, e si lancia fuori dal balcone per seguire i particolari di quel primo contatto. Un prima e dopo nel quale l'iniziazione fuori tempo massimo del protagonista e la conseguente indipendenza dal sostrato famigliare è pagata in maniera tanto imprevista quanto drammatica.

Una progressione che "Perfidia" racconta con stile classico, e con una grammatica che satura le possibilità del montaggio, con stacchi netti tra una scena e l'altra, quando si tratta di far percepire il senso di profonda alienazione di Angelo, e la percezione di un mondo che non riesce a comprendere, oppure dolci e sfumati quando da spazio al mondo ideale che il protagonista si è nel frattempo costruito. Organizzato in modo circolare, con il pre finale che ritorna alla scena iniziale ambientata sul margine di una veduta marina, e con la sequenza conclusiva che dimostra l'ineluttabilità di un peccato originale, annunciato in apertura dai pensieri di Angelo (informati a un dogma religioso personale e ingenuo, e usato come sistema per decodificare il reale) a proposito della sua presunta cattiveria, "Perfidia" è un'opera seconda (dopo "Sagrascia") coraggiosa e disturbante, bene interpretata, e in cui le ingenuità sono il certificato di una genuinità che ci auguriamo di rivedere presto all'opera.
(pubblicata su ondacinema.it)

mercoledì, novembre 26, 2014

32 TFF- FOR SOME INEXPLICABLE REASON

For Some Inexplicable Reason
di Gabor Reisz
Ungheria, 2014
durata, 

Voce narrante fuori campo, improvvise riprese al rallentatore, momenti musicali di grande leggerezza, personaggi che parlano di se stessi guardando direttamente in macchina, 
restituiscono in modo vibrante e coinvolgente lo stato d’animo di Aron, timido ventinovenne ungherese laureato in storia del cinema alle prese con il dolore per essere stato lasciato dalla fidanzata e in profonda crisi esistenziale per un sofferto “coming of age”.
Riluttante ad approdare all’età adulta ed in conflitto con il desiderio di tagliare il cordone ombelicale dai genitori iperprotettivo, si ritrova incidentalmente ad intraprendere un viaggio che potrebbe rappresentare la svolta per il suo affrancamento emotivo. Nel frattempo, monologhi stralunati, gli amici di sempre, la città attraversata a piedi in un ellittico piano sequenza giorno-notte.
Ritmo e freschezza sono le doti di questa opera prima che instaura da subito una connessione emozionale con lo spettatore con trovate divertenti ed un tema musicale accattivante - impossibile non canticchiarlo alla fine della visione - ed un protagonista dalla tenerezza irresistibile.
Molto americano e poco ungherese, film divertente, assolutamente consigliato per il buonumore. Bellissima la sequenza sui titoli di coda.
parsec

32 TFF- THE DUKE OF BURGUNDY

The Duke of Burgundy
di Peter Strickland
con Sidse Babett Knudsen, Chiara D'Anna, Monica Swinn
UK, 2014
durata 

In un luogo ed un tempo volutamente impossibili da contestualizzare, si racconta di due donne e della loro passione per parlare in modo autoironico dell'ossessione per il controllo come anima e spina dorsale del fare cinema.
 
Richiamando alla memoria per l'uso del colore le atmosfere sensuali del cinema erotico anni settanta,
il luogo non-luogo e il tempo non-tempo sono privi di automobili senza sembrare antichi, e senza che si noti l'assenza del genere maschile sono popolati da sole donne, immerse in un naturalismo un po' fantasy da villaggio medievale, dove le protagoniste trascorrono le giornate tra ambienti di decadente bellezza dalle vaghe architetture patrizie, dedite allo studio meticoloso delle farfalle - hobby coltivato individualmente e condiviso in incontri collettivi con il resto della comunità femminile - e alla ripetizione puntuale e ossessiva di routine sadomaso. Da qui l'ironico parallelismo che accosta l'estremo rigore della classificazione entomologica alla necessità maniacale di esercitare il controllo,
e in ultimo, al lavoro del cineasta.
 
Identificati i rispettivi ruoli 'top' e 'bottom', le scenette erotiche di sadismo vengono scritte ed interpretate alla lettera, preparate dettagliatamente nel tentativo di renderle più autentiche della realtà, e alla ricerca sofferta della volontaria sospensione di incredulità le due protagoniste non fanno che replicare a tavolino la spontaneità della vita, con risvolti a tratti esilaranti. Un film elegantissimo che coccola il voyeurismo dello spettatore, e prende in giro lo strano rapporto sentimentale tra l'autore e la sua creatura.
Parsec

martedì, novembre 25, 2014

32 TFF- AS YOU WERE

As you were
di Jiekai Liao
Singapore 2014
durata, 92'

Talvolta il verbo costruire, per assumere il valore che la sua stessa accezione richiede, necessita del suo significato opposto. La decostruzione, quindi, nel cinema, implica spesso una visione crittografata, sacrificando - a ragione - le esigenze del pubblico che pretende gli si offra, sul classico piatto d'argento, una leggerezza illusoria.

Jiekai Liao, ben consapevole di queste premesse, ci offre invece una pellicola arguta e raffinata. A partire dalla confezione, quasi feticista, che propone l'opera - già particolareggiata dalla divisione in tre capitoli - nel formato 4:3; per finire alla fotografia, che diventa, pian piano, la vera istanza narrante. "As you were", dunque, racconta per immagini una storia d'amore che lascia frammenti di esistenze sparsi lungo la pellicola, pensata ad immagine e somiglianza del tempo.

La miseria umana, anche quando guarda la città - ed il suo ineluttabile divenire - da lontano, non può non scappare da sé stessa. "Qui ed ora.. qui è libertà". Ma  qui, un attimo dopo, è già passato.
Antonio Romagnoli


32 TFF FELIX & MEIRA

32TFF 2014 
Felix & Meira
di Maxime Giroux
Canada 2014
durata, 105′
Meira vive, palesemente suo malgrado, in una comunità chassidica con la figlia piccola ed il marito. Le rigide regole che la comunità impone ai suoi componenti vengono sistematicamente infrante da Meira, che ascolta di nascosto musica soul e prende la pillola. A definire la crisi personale ci sarà l’incontro con Felix, che perde il padre nei giorni in cui i due iniziano ad avvicinarsi.
Il film di Giroux, oltre a non essere girato in maniera impeccabile, presenta delle falle che difficilmente possono essere tralasciate. I personaggi, caratterizzati nemmeno troppo bene, sono mossi all’interno di un contesto narrativo farraginoso che fatica ad arrivare a conclusione.
In un discorso che poco aggiunge alla dialettica – già di per sé stantia e melensa – tra proibizionismo e libertinaggio, Felix & Meira diventa, nonostante gli intenti siano evidentemente altri, un prodotto – per non usare epiteti peggiori – sostanzialmente innocuo.

lunedì, novembre 24, 2014

32 TFF - WIR WAREN KONIGE THE KINGS SURRENDER


32 TFF- Wir Waren Könige the kings surrender "
 di Philipp Leinemann
 Germania 2014
durata, 107'


Il cinema autoriale europeo, in costante distacco dal giro commerciale creatosi attorno a prodotti Hollywodiani, presenta - specie nel caso in cui ci sia un particolare approccio ad un genere - opere sempre complesse e mai scontate.



Accade nel caso di Leinemann, che porta a Torino un noir metropolitano pervaso da un costante senso di tensione. Protagonisti sono un reparto speciale della polizia, costituito  da uomini quasi sempre in contraddizione col proprio distintivo, ed una gang di ragazzi. I primi dieci minuti del film, intenti a descrivere un'irruzione non andata a buon fine, sono girati in maniera sontuosa e innalzano l'asticella delle aspettative. Aspettative che non vengono rispettate, dal momento in cui il film perde sia nell'impatto visivo come in quello narrativo, in un prolisso dispiegarsi di successioni troppo copiose per essere contenute all'interno dei suoi centosette minuti.



Seppure le ottime interpretazioni in alcuni casi riescono a non far crollare il castello di carte, "Wim Waren..." è un film che si pone nel fastidioso limbo tra tentativo d'autore e tentativo d'intrattenimento, tentativi, in ogni caso, falliti.
Antonio Romagnoli

TURIST

32 TFF'
di Ruben Östlund
Svezia, Danimarca, Norvegia 2014
118'
 
Inserirsi all'interno di trame mentali ingarbugliate, che compongono la psicologia dei personaggi portati sullo schermo, richiede un approccio sempre complesso. "Turist", che è costituito  essenzialmente da quest'unico intento, racconta di una famiglia in settimana bianca e delle crepe che vanno aprendosi tra marito e moglie.
Se è molto ad effetto la contrapposizione tra gli ampi scenari imbiancati e le tonalità calda ed intima degli interni, e sono sempre riuscite le parentesi comiche che colorano lo schermo, a venir meno è la costanza del procedere narrativo e della distorsione che dovrebbe venire a crearsi, mancanze che  evitano la percezione richiesta in quello che è - o meglio dovrebbe essere -  un découpage psicologico.
Al momento di fare i conti, il film si chiude con un finale in cui - a conferma dell'impressione che si ha durante tutto "Turist" - i conti proprio non tornano.

Antonio Romagnoli

32TFF - N-CAPACE


di e con Eleonora Danco


Il vantaggio del cinema è che in un periodo molto concentrato di tempo si accede velocemente ad una conoscenza che impiegheremmo molto di più a fruire con un altro mezzo di espressione.
In questo caso specifico, davanti alla sincera urgenza di raccontare per immagini che Eleonora Danco offre mettendosi - anche letteralmente - a nudo, l’esperienza può diventare catartica: è tutto lì, a portata di anima, e si può arrivare a cogliere qualcosa di noi lungo il percorso condiviso.
Tutto questo è essenzialmente il primo lungometraggio di Eleonora Danco: poetico, commovente, terapeutico, un film che fa onore al TFF perché ne rappresenta pienamente lo spirito, da un’autrice dotata di quella passione, espressa anche disordinatamente, di quel fuoco sacro che ci si aspetta dagli autori esordienti.

E poi, volendo, che si tratta di un film sull’elaborazione del lutto, sul senso di inadeguatezza, la malinconia per chi è assente, la nostalgia dell’infanzia e dei luoghi dell’infanzia, sul tempo che passa e che cambia tutto. Sulla vita che ci chiede il conto, sui promossi e sui bocciati.
Temi che emergono lungo un viaggio fatto di interviste ad anziani ed adolescenti, dove con sfrontate domande si chiamano tutti a parlare di se, un percorso in cui Eleonora Danco coinvolge il proprio padre e il ricordo della madre scomparsa, come in una terapia di gruppo, confessioni intime che aiutano a recuperare tanti pezzi di se, per scoprire alla fine che il tempo che è passato forse non ha cambiato niente e che l’umanità ruota intorno agli stessi mutevoli principi ed alle stesse mutevoli necessità, dove i corpi sono già polvere e le lacrime bellissime.
Soprattutto, da spettatori facciamo il tifo affinché quel fuoco continui a bruciare, con l'auspicio che la scena della vasca piena di "gentilini" in cui “Anima in pena” è immersa nuda, possa diventare un cult come il barattolo di Nutella in Bianca.

Parsec

domenica, novembre 23, 2014

32TFF - Gentlemen



GENTLEMEN

di Mikael Marcimain

Mikael Marciman è il 44enne regista svedese al secondo film (il primo è Call Girl del 2012) che ha accettato l'onere e l'onore di portare sul grande schermo il romanzo del 1980 del prolifico scrittore Klas Ostergren (qui anche autore della sceneggiatura) "Gentlemen", una creatura letteraria enorme e venerata in patria, romanzo considerato già un classico della letteratura svedese del XX secolo, con una complessità di piani temporali da far tremare i polsi all’idea di tradurlo in cinema.
Con alle spalle anni di serial tv, Marciman non sembra essere soltanto al suo secondo film, e con grande mestiere e forse incoscienza si misura con il tentativo di domare il magma/racconto che pare vivere di vita propria, refrattario a farsi ridurre entro i limiti del mezzo cinematografico, tanto che sembra di assistere alla visione di tre o quattro film in uno solo, per la proliferazione di generi, dal noir al sentimentale, dal giallo-thriller al biopic, dal musical allo storico.
Il risultato è una travolgente incontinenza visiva, per la traboccante scenografia e la ricchezza di dettagli, per le tante storie che dalla storia portante si diramano, si allontanano per poi ritornare a quella principale, in un lungo flash back con dentro tanti flash back, in un’ubriacatura narrativa che fa perdere a tratti il filo del discorso. Come la musica di Elton John, continuamente citato durante la storia, lo stile è barocchissimo e fa venire in mente le atmosfere de La Talpa di cui Marciman è stato regista della second unit.
Promosso per coraggio e per stile, film visivamente bello da vedere intorno al tema della storia che si ripete, dove non esistono buoni o cattivi, gli ideali si accomodano con il passare degli anni, e diventando grandi la verità si confonde con la necessità.