sabato, febbraio 23, 2008

Caramel

Caramel, l'opera prima di Nadine Labaki, conquista il cuore e diverte con dolcezza.
In una Beirut contemporanea le storie di un gruppo di donne in cerca della propria felicita' e della realizzazione dei propri sogni. Ognuna delle protagoniste intraprende un percorso privato eppure comune che le condurra' verso la comprensione di loro stesse e dei limiti cosi' tremendi, eppure affascinanti, degli esseri umani.
Layale (Nadine Labaki, anche sceneggiatrice del film) e' innamorata di un uomo sposato, Nisrine (Yasmine Al Masri) sta per sposarsi ma non sa come dire al futuro sposo che ha gia' perduto la verginita', Rima (Joanna Moukarzel) non riesce ad accettare la propria omosessualita', Jamale (Gisèle Aouad), e' ossessionata dall'età e dall'invecchiamento, Rose (Siham Haddad) ha sacrificato i suoi anni migliori e rinunciato all'amore per prendersi cura della sorella Lili (Aziza Semaan). Il film, affresco delicato e corale di una ricerca incessante della felicita' personale, celebra l'amicizia, l'amore, il fascino e la forza tutte al femminile.
Le donne sono le protagniste assolutee; gli uomini, spesso relegati ai margini e piuttosto sgualciti, le guardano con stupore e ammirazione.
La messa in scena offre uno sguardo amorevole e critico su una realta' urbana difficile e povera, ma che non ha perduto la speranza. La Beirut che si muove sullo sfondo e' rumorosa, polverosa, scassata e piena di contraddizioni.
"Agli occidentali il Libano appare come esempio di un paese aperto, libero ed emancipato, ma non è sempre vero. Dietro la facciata, le donne sono ancora costrette a molti vincoli, al timore costante degli sguardi della gente e dei giudizi che impediscono loro di vivere la vita come vorrebbero. Per questo sono piene di sensi di colpa e di rimorsi, anche per cose che altrove possono apparire normali, come l’omosessualità femminile. I personaggi del film rappresentano queste contraddizioni e rubano costantemente attimi di felicità, sentendosi poi colpevoli." (Claudia Resta)

La scelta delle attrici e la caratterizzazione dei loro personaggi ricorda molto da vicino il Pedro Almodovar di Volver e le icone sexy-grunge del Tarantino di Grindhouse, nonche' una certa cinematografia arabo-francese ambientata nella Francia degli anni '50.
Ottime le musiche originali (di Khaled Mouzanar) e l'intreccio narrativo, gradevoli i dialoghi.
Mai volgare, ne' eccessivo, Caramel e' permeato da una pulsante sensualita' e da uno humor raffianto e legggero.
Un tocco di favola non guasta e si esce dalla sala commossi e soddisfatti.

martedì, febbraio 19, 2008

Il petroliere

L'America di Andersson è da sempre un Paradiso perduto non solo per le citazioni bibbliche(le colpe dei padri ricadono sui filgi dice la voce over di Magnolia) ed i riferimenti religiosi (la dissoluzione del nucleo famigliare è il peccato originale che nega la vita)continuamente richiamati ma anche per la condizione di esilio che afflige la sua umanità. Briciole di esistenza destinate all'oblio se non intervenisse la presa di coscienza di sè e degli altri che, in una condivisione esistenziale simile a quella descritta da Leopardi nella sua Ginestra, li emancipa da cotanto dolore.In questo senso le coordinate umane e psicologiche del "Cercatore di petrolio"impersonato in maniera sciamanica da D.D.Lewisnon si discostano da tali premesse; anche qui il passato familiare è all'origine di tutto ed è qualcosadi oscuro e doloroso.
Un nodo mai risolto a cui si risponde con un esistenza irrequieta e raminga fatta di pozzi di petrolio e paternità acquisite,di visioni profetiche e sguardi accecati dall'odio e la paura; un movimento sistematico ed ossessivo che è ricerca ed insieme fuga da quella risposta di amore che neanche Dio vuole soddisfare. L'incontro con il predicatore(Paul dano splendidamente ambiguo), è lo scontro tra due ossessioni (di Dio e dell'affermazione di sè)che si manifestano per antitesi visive (il petrolio è caratterizzato da un evidenza oggettiva a cui corrisponde un Dio antimaterico)e comportamentali (il predicatore è l'uomo dell'affabulazione, il petroliere del pensiero che diventa fatto)che finiscono per essere la faccia della stessa medaglia e di una sorte comune. Anderson si immerge nella Storia con precisi riferimenti temporali (siamo a cavallo tra 800 e 900)e filologici(la ricostruzione degli ambienti e delle atmosfere sembrano uscire da un album fotografico dell'epoca)che filtra attraverso uno sguardo lucidamente moderno (basti pensare all'uso ancora una volta vincente dell'apparato musicale creato da Gymmy Greenwood, chitarrista dei Radiohead, un crogiuolo di suoni e rumori che sembrano provenire dall'alba dei tempi e da una dimensione mai esistita)ed allo stesso tempo antico, per la presenza degli archetipi della modernità americana(la Ferrovia, la conquista del territorio e delle anime, la Frontiera e l'Etica protestante di matrice calvinista)di cui il film si serve per cristallizzare il momento della svolta, quello in cui il potere economico e quello religioso unirono le proprie forze in un patto di mutuo soccorso e di reciproca leggittimazione. La prosperità economica come segno evidente della Grazia di Dio, la fede come oggetto di scambio e chiave di accesso ai beni terreni sono i parametri di questa alleanza destinata a rinnovarsi nel tempo. La regia riesce a farci sentire la forza primordiale che muove il protagonista (un uomo che sembra condividere gli enigmatici silenzi dello spettacolo naturale che lo circonda)ed insieme il tormento che precede l'estasi dell'epifania petrolifera, sovrapponendoli al realismo del paesaggio che si carica di valenze simboliche ed evocative fatte di colori (magnifica fotografia di Bob Elswitt)che esplodono sullo schermo ed oggetti disposti nello spazio con una geometria di metafisica precisione. Forma e sostanza di un opera che si pone nella continuità di quel cinema della New Hollywood di cui si sentiva la mancanza. Un capolavoro.

Film in sala da venerdi' 22 febbraio

John Rambo
Rambo
regia: Sylvester Stallone
genere: azione
prod.: USA, Germania

Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street
Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street
regia: Tim Burton
genere: musical
prod.: USA, Gran Bretagna

Non e' un paese per vecchi
No Country for Old Men
regia: Ethan e Joel Cohen
genere: drammatico
prod.: USA

Un uomo qualunque
He Was a Quiet Man
regia: Frank Cappello
genere: commedia
prod.: USA

mercoledì, febbraio 13, 2008

Caos calmo

(di Fabrizio Luperto) Pietro Paladini ha 43 anni, sua moglie Lara muore all'improvviso durante le vacanze estive.
Lui non c'è, in quel momento è in mare e, per un crudele scherzo del destino, sta salvando la vita ad una donna.
Sua figlia ha 10 anni e frequenta la quinta elementare.
Pietro la accompagna il primo giorno di scuola e decide di aspettarla fino alla fine delle lezioni.
Anche il giorno dopo rimane lì ad aspettarla, e il giorno dopo ancora.
Aspetta, come se fosse l'unica cosa da fare.
Pietro in realtà aspetta l'arrivo del dolore, che non arriverà mai.
E' questo a sconvolgerlo, il dolore che non prova per la morte della moglie.
Il CAOS CALMO è quello dei bambini: una confusione priva di drammi, che il protagonista osserva all'uscita della scuola.
Ed è proprio osservando il CAOS CALMO di sua figlia e dei suoi amichetti, che Pietro cerca di esiliarsi dal mondo, di distaccarsi dalle tensioni della sua attività lavorativa, sforzandosi di rimettere ordine nella propria esistenza.
Moretti, che per la terza volta recita in un film non diretto da lui, è praticamente perfetto nel ruolo di Pietro Paladini.
Inutile dire che Moretti dal punto di vista interpretativo, sa solo interpretare se stesso, se a questo aggiungiamo che è anche co-autore della sceneggiatura ne risulta che il film diventa molto "moretti-style".
2 le scene chiave per "leggere" il film: il confronto con la posta elettronica della moglie morta, che Pietro decide di non leggere e cancellare, per paura di essere dilaniato da quello che potrebbe scoprire e l'ormai famosa scena di sesso che tanto sta facendo discutere i vescovi (ma quando la smetteranno di "mettere le mani" nelle mutande degli italiani?) senza motivo apparente, visto che si tratta di una normalissima scena dove 2 persone adulte e consezienti fanno l'amore.
Scena di sesso dicevamo, che rappresenta la rinascita, il ritorno alla vita del protagonista.
Il regista Antonello Grimaldi (Il cielo è sempre più blu - serie tv Distretto di polizia) dirige abbastanza anonimamente.
Ottimo Alessandro Gassman.
Alla base della storia c'è il romanzo di Sandro Veronesi.

lunedì, febbraio 11, 2008

Cloverfield

(di Fabrizio Luperto) Ennesimo film del filone catastrofico, tornato in produzione dopo la "tregua" imposta dagli eventi dell'11 settembre.
L'idea alla base del film è quella di raccontare la terrificante vicenda grazie al RITROVAMENTO DEL MATERIALE GIRATO "nell'area un tempo nota come Central Park" da un gruppo di giovani.
Iniziamo subito col dire che questa idea spacciata dal produttore J.J. Abrams come originale e innovativa, non è, nè originale, nè innovativa.
Andiamo indietro di qualche anno: THE BLAIR WICTH PROJECT è del 1998 e il film della coppia Myrick-Sanchez racconta di 3 studenti che vanno tra i boschi inseguendo la leggenda di una strega ritenuta responsabile della sparizione di alcuni bambini.
Ovviamente faranno una brutta fine, ma tutto verrà alla luce grazie al RITROVAMENTO DEL MATERIALE GIRATO dai 3 ragazzi.
Andiamo ancora più indietro nel tempo: CANNIBAL HOLOCAUST l'italianissimo stracult supercensurato di Ruggero Deodato è addirittura datato 1979.
Nella pellicola di R. Deodato 4 giovani reporter scompaiono in amazzonia eil RITROVAMENTO DEL MATERIALE GIRATO ci mostra come sono stati uccisi e mangiati dagli indigeni.
Quanto sopra per ribadire ancora una volta che quando si parla di "film di genere", tutti, ma proprio tutti, attingono a piene mani dai lavori anni '60-'70 degli "artigiani del cinema" italiano (che facevano di necessità virtù) e il tanto celebrato produttore di LOST e di questo CLOVERFIELD non fa eccezione.
Il film è ben strutturato, a tratti anche piacevole, a patto che lo si "inquadri" per quello che è, vale a dire un film di serie B girato con un budget da categoria superiore.
"Sorprendente" come l'autore delle riprese, anche in pieno pericolo riesce a tenere la sua handycam quasi sempre all'altezza giusta e addirittura riesce a fare qualche primo piano.
Bellissima la trovata della testa della statua della libertà mozzata, ma ahimè anche questa si era già vista sul manifesto di 1997: FUGA DA NEW YORK di J. Carpenter del 1981.
(Fabrizio Luperto)

Film in sala da venerdi' 15 febbraio

Parlami d'amore
Parlami d'amore
genere: commedia
regia: Silvio Muccino
prod.: Italia

Il petroliere
There Will Be Blood
genere: drammatico
regia: Paul Thomas Anderson
prod.: USA

Lo scafandro e la farfalla
Le scaphandre et le papillon
genere: drammatico
regia: Julian Schnabel
prod.: Francia

Lontano da lei
Away From Her
genere: drammatico
regia: Sarah Polley
prod.: Canada

lunedì, febbraio 04, 2008

Film in sala da venerdi' 8 febbraio

30 giorni di buio
30 days of night
regia: David Slade
genere: horror
prod.: USA

La guerra di Charlie Wilson
Charlie Wilson's War
regia: Mike Nichols
genere: drammatico
prod: USA

Caos calmo
Caos Calmo
regia: Antonello Grimaldi
genere: drammatico
prod.: Italia

Asterix alle Olimpiadi
Astérix aux jeux olympiques
regia: Frédéric Forestier
genere: drammatico
prod.: Francia, Spagna, Germania

L'innocenza del peccato
La Fille Coupée En Deux
regia: Claude Chabrol
genere: drammatico
prod.: Francia

Non c'è più niente da fare
Non c'è più niente da fare
regia: Emanuele Barrresi
genere: commedia
prod.: Italia

martedì, gennaio 29, 2008

The buchet list

the bucket list La lista del Capolinea è l’elenco dei desideri da soddisfare prima di morire. Un modo come un altro per non pensare ad una morte che ha la faccia di un malattia ad orologeria ed il dolore subdolo del palliativo chemioterapico affrontato dai due protagonisti a seguito della terribile diagnosi.
La sciagura è un fulmine a ciel sereno per due uomini che fino a quel momento erano profondamente calati nel loro ruolo quotidiano (Freeman saggio patriarca col il pallino della cultura in pillole che dispensa rispondendo ai quiz televisivi, Nicholson, capitalista misogeno e caustico, che ha sostituito gli affetti famigliari con il culto di mammona) e che improvvisamente si ritrovano a condividere una stanza d’ospedale ed un destino che li costringe a confrontarsi, attraverso una serie di schermaglie che preannunciano l’inevitabile amicizia, concedendosi una pausa dai problemi contingenti (ancora una volta attraverso il viaggio simbolo di quel movimento reale e metaforico che da sempre è il marchio della cultura americana) e riconciliandosi con quella parte di sé che la vita aveva soffocato.
The Bucket list, realizzato da Rob Reiner (The Sure thing e When Harry meets Sally) con una professionalità che non lascia spazio alla fantasia, è una commedia agrodolce che esorcizza la morte e ci mostra la paura come conseguenza di una serie di azioni mancate, che il film concentra soprattutto nel personaggio di Nickolson, incapace di confessare prima di tutto a se stesso l’amore verso una figlia allontanata dalle incomprensioni famigliari, ma anche in quello di Freeman nel ritrovato rapporto coniugale affievolito dalla routine di una fedeltà mai messa in discussione e favorito da un invenzione del compagno di avventure tanto semplice quanto efficace nel dimostrare che nessuno è perfetto, ma tutto è migliorabile.
Il sodalizio divistico, oltre ad essere il punto di forza del film, deve la sua efficacia alla complementarità della recitazione: esibita e cialtrona quella del vecchio Nick, che nella seconda parte dai toni maliconici e decisamente commovente, rinuncia - se Dio vuole - al mefistofelico sorriso e torna a recitare; cool e leggiadra quella di Freeman, appena visto aitante e baldanzoso in Ten items or less, e qui in un ruolo completamente opposto, semplicemente perfetto per tempi e misura.
Il film perde colpi soprattutto nella parte centrale e al dunque con una serie di cartoline che scandiscono per tappe successive i momenti dello spensierato viaggio e risultano un espediente poco riuscito per allungare un'opera che non ha il respiro di un lungometraggio.

Into the wild


Una parabola umana ed esistenziale sulla necessità di liberarsi dai condizionamenti che ci allontanano dalla nostra essenza, Into the wild è un film importante per vari motivi: innanzitutto segna la definitiva maturazione di una personalità che rischiava di rimanere imbrigliatà in un maledettismo fine a se stesso ed invece è riuscita, grazie ad un percorso cinematografico fortemente individuale e ricco di spunti psicanalitici, a metabolizzare i propri fantasmi e farne il punto di partenza per una consapevolezza pronta a mettersi in gioco con i grandi temi della contemporaneità americana e non (la nota trilogia Dio , patria e famiglia ma anche ambiente e palingenesi sociale), senza perdere di vista le esigenze di un privato che non è più disgiunto dalla realtà ma riesce ad interrogarla con la necessaria lucidità.
L’uomo in rivolta lascia all’arte il compito di trovare il senso delle sue azioni attraverso la rappresentazione di un mondo che sembra ricalcarne le inquietudini e soprattutto le scelte: l’inadeguatezza da Mac Endless rispetto al proprio nucleo familiare ed in senso più vasto ad una società che rinnega il senso dell’umano, la voglia di fuga che si mischia ad uno spirito d’avventura tipicamente americano, il concetto di esperienza come strumento indispensabile di conoscenza e comprensione sono le tappe di un ascetismo senza sangue e di una liberazione che appartiene al ciclo naturale delle cose e si presenta, con l’immagine del protagonista riflesso nel cielo in perfetta sintonia con il respiro dell’anima mundi, sintesi magistrale di un opera che riesce ad unire il linguaggio delle immagini con quello della parola, come un eterno ritorno a cui non c’è mai fine. Il paesaggio geografico di una bellezza struggente ed insieme crudele rimanda continuamente alle tappe emotive di questa ri-nascita, scandita nel film dai capitoli di un libro immaginario ed insieme reale (il film ci ricorda la bellezza di autori dimenticati od oggetto di facili semplificazioni come Jack London, Walden, Tolstoj) le cui frasi trovano rispondenza nella forza delle immagini che Penn costruisce con l’ispirazione di un poeta e la concretezza della vità, riuscendo ad eliminare dal suo cinema certi tic autoriali (uso esasperato del rallentì, spleen screen e distorsioni temporali al limite del sopportabile) e di scrittura (con storie che avevano la tendenza ad avvolgersi su se stesse) che lo emenacipano dal clichè elitario a cui si era relegato. Al contrario Into the wild è un film che rompe il muro di silenzio di un regista che ha ha imparato la lezione della vita e la vuole condividere in maniera costruttiva, lasciando ad altri il culto della morte (anche se il finale potrebbe sconfessare quest’affermazione inducendo i giovanissimi ad una pericolosa rilettura) e preferendo la voglia di fare all’apatia dei discorsi che rimangono sulla carta. Allo Sturm und Drung del super uomo herzoghiano, capostipite di quell’umanesimo panteista che pervade il film, Penn affianca un tipo umano (a cui Emile Hirsh, in un interpretazione totale, regala la sua faccia da ragazzo della porta accanto) che sente con altrettanta intensità ma reagisce con una saggezza antica come il mondo che sta scoprendo. Penn ci invita a fare le cose in grande rifiutando i modelli di un autoemarginazione minimale e compiaciuta così come lo spontaneismo di chi vive alla giornata, proponendo una scelta radicale da non seguire in maniera letterale ma cogliendone attraverso il paradosso finale, l’urgenza dell’attuazione, prima che il velo dipinto distolga i nostri occhi dal vero senso della vita.

lunedì, gennaio 28, 2008

Film in sala da venerdi' 1 febbraio

SOGNI E DELITTI
Cassandra's Dream
regia: Woody Allen
genere: dramamtico
prod: USA/Gran Bretagna

CLOVERFIELD
Cloverfield
regia: Matt Reeves
genere: azione
prod: USA

P. S. I LOVE YOU - NON E' MAI TROPPO TARDI PER DIRLO
P. S. I love you
regia: Richard LaGravenese
genere: commedia
prod: USA

IL FALSARIO - Operazione Bernhard

Die Fälscher
regia: Stefan Ruzowitzky
genere: drammatico
prod: Austria, Germania

PAROLE SANTE
Parole sante
regia: Ascanio Celestini
genere: documentario
prod: Italia

Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie
Mr. Magorium's Wonder Emporium
regia: Zach Helm
genere: commedia
prod.: USA

venerdì, gennaio 25, 2008

Cous Cous


Vincitore morale dell’ultimo festival di Venezia, Cous Cous, di Abdel Kechiche, ha conquistato il cuore degli spettatori per la carica emotiva dei personaggi, così ben scritti e così abilmente diretti sul set, ed una storia di sicura presa, apparentemente semplice e scontata. Fa ripensare al cinema italiano degli anni ’40, quel neo realismo targato De Sica e Rossellini che ha saputo mettere in luce il lato amaro della vita senza perdere la speranza nell’uomo e nelle sue possiblità.

Il titolo originale e’ La graine et le mulet scelto con cura dal regista e purtroppo così mal tradotto in italiano: in Cous Cous infatti si perde il senso profondo del soggetto.
Girato a Se'te, tra il Mediterraneo e lo stagno di Thau, La graine et le mulet ha nel titolo originale gli ingredienti del cous-cous: i grani e il muggine, cibo d'elezione delle famiglie arabe, quelle stesse che ruotano intorno al protagonista Slimane (Habib Boufares) e che si ritrovano intorno alla tavola da pranzo per condividere cibo, sentimenti e problemi. I personaggi vivono un senso di appartenenza e di protezione che si rinnovano nel gesto amorevole della madre del preparare il cous cous domenicale. La famiglia nutre e accoglie, è un riferimento imperituro, di sangue e cultura, ma è anche il primo e più doloroso luogo di perdita e sofferenza. E come nel cous cous unisce soggetti così tanto diversi tra loro, per creare una composizione unica nel proprio genere.
Abdel Kechiche, autore de La schivata, in questo suo terzo film torna a parlare degli arabo-francesi di Marsiglia, da decenni integrati nell’area marsigliese ma comunque, in qualche modo, visti sempre come 'diversi'.
Ma non e’ il problema dell’integrazione razziale a condurre il film, o almeno non solo, bensì le problematiche famigliari, il tentativo di dare un senso, uno scopo, alla propria esistenza, senza sentirsi arrivati, e l’incessante lotta tra ciò ch si crede di essere e ciò che si è davvero, quel mistero tremendo che sottende al destino di tutti.
Ho conferito - prosegue il regista - a questa famiglia il diritto a una dimensione romanzesca e contemplativa, mostrando quello che piu' mi tocca: la vita al di sopra dell'artificio cinematografico: al di la' del piacere di filmare, credo sia questa la mia cifra cinematografica. Il cous cous e' come la pizza o la pasta per voi italiani: qualcosa che i personaggi possono condividere, una dimensione identitaria di solidarieta' e unione". Per quanto riguarda la realizzazione del film, Kechiche dice: "Ho avuto bisogno di provare a lungo - la mia formazione e' teatrale - affinche' gli attori si sentissero davvero una famiglia. Per creare la giusta atmosfera fondamentale e' stata la musica: la vita era li', e ho cercato di coglierla. Ma mi imbarazza parlare di improvvisazione, preferisco piuttosto definirla liberta', quella che permette agli attori di appropriarsi del testo e del personaggio, sentendosi parte di una grande famiglia e perdendo le inibizioni". (Rai News)

La narrazione cresce gradualmente, come un germoglio verde, e prende forza durante le due ore e mezza del film. Lo script era stato scritto da Kechiche sulla figura del padre e doveva essere interpretato dal padre stesso, ma la sua prematura scomparsa blocco’ la produzione, ripresa in mano dal regista solo dopo qualche anno e solo dopo aver trovato, in un amico non attore, il volto ed i tratti espressivi del protagonista.
In Cous Cous ritroviamo segni di Rossellini e De Sica, per quel dolce-amaro che sottende agli eventi e per la malinconia profonda ed il senso di smarrimento che pervadono il protagonista; riroviamo tratti di John Cassavetes, per la forza degli attori, la naturalezza dei loro movimenti e soprattutto per i tanti primi piani che si appoggiano sui volti come finestre, come puntano come frecce, proprio come in Faces, come se volessero fare di quei volti piccoli arieti che bucano lo schermo e scendono in mezzo alla platea, per raccontare dal vivo le loro emozioni e svelarci che siamo noi stessi parte della loro storia; ritroviamo tratti di Kieslowski, per l’ineluttabilità degli eventi e per come ognuno di noi sia così inconsapevolmente responsabile delle proprie scelte da risultare goffo e compassionevole; ritroviamo un cinema intimo e di introspezione, sorretto da ottimi dialoghi e da una messa in scena perfetta.
Ma questo è soprattutto, a mio modesto parere, un tributo alle donne , perche' sono proprio le donne, con la loro passione, la fantasia, l’enegia straripante, la voglia di vivere e l’inimitabile sensualità, ad animare la quotidianità e, in questo contesto, a risolvere i problemi che paiono inestricabili.
Questa pellicola è bellezza, è sorpresa, è incanto, per come riesce a coinvolgere lo spettatore, risucchiandone sguardi e attenzione, lungo le curve del suo racconto.
Distribuiscde Lucky Red, di Andrea Occhipinti, ancora un a volta attenta promotrice di buon cinema.

giovedì, gennaio 24, 2008

American Gangster

Harlem 1968. Frank Lucas: nero, affascinante, è la guardia del corpo di un anziano boss che gestisce il quartiere con metodi vecchio stampo, ascolta le preghiere della gente di Harlem e regala tacchini il giorno del ringraziamento.
Richie Roberts: bianco, ebreo, laureato, sbirro, vita coniugale incasinata e da la caccia ai malavitosi.
Alla morte (naturale) del vecchio padrino, Frank Lucas rompe gli indugi, elimina i vecchi modi di fare e in pochi anni diventa l'indiscusso Re dell'eroina, andandosi a rifornire, a prezzi stracciati, direttamente in Vietnam con la complicità di soldati usa impegnati nel conflitto.

Anche questa volta Ridley Scott ci racconta la storia di 2 antagonisti come ha già fatto ne I DUELLANTI e ne IL GLADIATORE.
Oltre ai capi ci sono anche gli eserciti; lo spacciatore Lucas a capo della sua banda e supportato da un buon numero di poliziotti corrotti (sublime Josh Brolin), Roberts a capo dei giusti, duri e puri.
Tentativo di cinema d'intrattenimento colto, sullo sfondo la guerra del Vietnam con tutti gli interessi che ruotano intorno al conflitto, interessi politici e criminali che muovono fiumi di dollari.
Peccato che la vita del ghetto, la vita squallida dei tossici "duri", la povertà, al pari della guerra del Vietnam, rimangano sullo sfondo e vengano solo sfiorati da R. Scott.
Ad eccezione dei protagonisti, tutto è abbozzato e il film si riduce a semplice cronaca che non emoziona, seppur meravigliosamente rappresentata.
Bella fotografia con cambio di colore a seconda del periodo storico, tempi scanditi da una efficace colonna sonora.
Ridley Scott da il meglio di se nel finale evidenziando quanto ci viene raccontato parallelamente al plot principale. Il rincorrersi e superarsi delle generazioni, il nuovo e il vecchio, Frank Lucas che sostituisce il suo vecchio boss aspettandone la morte naturale, mentre dopo "soli" 15 anni di galera (siamo all'inizio dei '90) una volta fuori è un uomo "criminalmente vecchio" che viene subito "aggredito" dalla nuova generazione criminale che si presenta allo spettatore nelle vesti della colonna sonora hip hop.
Frank Lucas è di nuovo nell'arena, come Maximus ne IL GLADIATORE, ma tutto ci fa pensare che questa volta sarà sbranato.
Fotogramma finale di eccezionale bellezza.
(Fabrizio Luperto)

martedì, gennaio 22, 2008

Caludia Gerini nel futuro

Claudia ha le idee chiare sul futuro: "Quando mia figlia Rosa avrà 25 anni andrò in Africa a insegnare a leggere e scrivere ai bambini". (Fonte TgCom)

FIlm nelle sale da venerdi' 25 gennaio

SCUSA MA TI CHIAMO AMORE
SCUSA MA TI CHIAMO AMORE
Regia: Federico Moccia
Genere: drammatico

UN UOMO QUALUNQUE
HE WAS A QUIET MAN
Regia: Frank Cappello
Genere: commedia

ALIEN VS. PREDATOR 2
ALIEN VS. PREDATOR: REQUIEM
Regia: Colin Strause, Greg Strause
Genere: azione

HOTEL MEINA
HOTEL MEINA
Regia: Carlo Lizzani
Genere: drammatico

INTO THE WILD
INTO THE WILD
Regia: Sean Penn
Genere: drammatico

LA FAMIGLIA SAVAGE
THE SAVAGES
Regia: Tamara Jenkins
Genere: commedia

NON E’ MAI TROPPO TARDI

THE BUCKET LIST
Regia: Rob Reiner
Genere: commedia

Il club di Jane Austen

Il Club di Jane Austen ripropone un cinema al femminile che negli anni 80 aveva trovato nuovo vigore attraverso produzioni più che altro indipendenti, nelle quali la struttura narrativa mutuata dal seminale The Big Chill (Il grande freddo di Lawrence Kasdan,1983) incontrava il flusso di coscienza e l’impressionismo Cassavetiano. Ricchi di quell’esuberanza artistica tipicamente Sundance ed esenti dalle esigenze di botteghino, questi film riportavano l’attore al centro della scena e rappresentavano un punto di incontro e di confronto, privato ed insieme artistico per diverse generazioni di attrici; una sfida umana e professionale per ritrovare l’entusiasmo degli inizi ed affinare il proprio repertorio. A suo agio con il testo scritto e l’universo femminile (sua la sceneggiatura di Memorie di una geisha) Swicord contestualizza le tematiche della Austen riproducendone il microcosmo affettivo e sentimentale all’interno del Club a lei dedicato, nel quale le protagoniste con cadenza mensile si ritrovano a discutere dei suoi libri, da cui traggono lo spunto per cercare di risolvere una vita amorosa sempre in bilico.
Il consesso letterario diventa quasi subito una terapia di gruppo nella quale i libri prendono vita attraverso il vissuto delle protagoniste, il cui cotè è perfettamente calato in quel mondo di frizzanti schermaglie e improvvise ritrosie, dove l’incapacità di lasciarsi andare fino in fondo è compensata da un crogiuolo di incontenibili contraddizioni che costituiscono quell’ onda di calda umanità negata ad oltranza da tanto cinema contemporaneo. In questo contesto non bisogna stupirsi se gioie e dolori vengono accomunati da una visione conciliante ed in fin dei conti consolatoria perché lo scopo dell’opera non è quella di fornire un prontuario sulla vita ma concedere allo spettatore uno sguardo svincolato da qualsiasi determinismo o presunta ideologia e riportarlo in quella sospensione emotiva dove il male non esiste e la felicità è una chimera a portata di mano. Interpretato da un gruppo di attrici tutte in parte tra le quali si distinguono l’emergente Emily Blunt, deliziosamente irriconoscibile rispetto al ruolo della nevrotica segretaria de il Diavolo veste Prada, Maria Bello, materna e sensuale nel ruolo di single impenitente, Kathy Baker, ironica e scansonata nell’interpretare una sorte di madre putativa per l’eccentrico gruppo, il Club di Jane Austen, nonostante la densità dei dialoghi che, specialmente nella seconda parte, quando il film tira le fila degli intrecci narrativi, rischiano di rallentarne il ritmo, è un film da consigliare a tutti coloro che amano le donne ma anche a chi, tra il genere maschile si lamenta di non conoscerne i segreti e continua a non capire che l’altra metà del cielo è più vicina di quanto si possa credere: basterebbe rimanere in silenzio per un momento e provare ad ascoltarla.

venerdì, gennaio 18, 2008

La signorina effe

Valeria Solarino
"La mia generazione"(1996)di Wilma Labate ce l'aveva fatta conoscere con una storia che era insieme la fine di un'epoca (quella del terrorismo) ed il resoconto di un'utopia irrealizzabile. La Signorina Effe costituisce il seguito ideale di quel film, non solo dal punto di vista cronologico (il 1980 e la sconfitta del movimento operaio andarono di pari passo con la recrudescenza dell'eversione), ma anche per la voglia di raccontare con malinconica nostalgia un mondo in via di estinzione, nel quale aveva ancora senso parlare di partito comunista e sciopero ad oltranza.
Il titolo del film derivato dal documentario "Signorina Fiat", di Giovanna Boursier, da cui il film prende spunto, fa riferimento, giocando con la poesia del torinese Gozzano (Signorina felicita, agli scenari del capoluogo piemontese, da sempre punto di riferimento e snodo focale per le sorti del proletariato italiano, descrivendo, attraverso l'amore contrastato dei due protagonisti, il clima e le vicende dei 37 giorni di sciopero organizzato dai lavoratori della FIAT per annullare i provvedimenti di cassa integrazione a zero ore di 25000 lavoratori, decisa dalla dirigenza per mettere fine alla crisi economica che l'attanagliava.
Il film ripercorre quei momenti attraverso spezzoni di repertorio che ci mostrano l'ondata di attenzione ed insieme di accorata partecipazione che portarono la questione operaia al vertice dei problemi nazionali. Dopo la solidarieta' iniziale, (in uno dei comizi torinesi Berlinguer dichiara il totale supporto del suo partito alle iniziative poste in essere) in cui la speranza prevale sulle difficolta' del reale, subentrano le differenze di vedute ed il movimento si divide: da una parte le vecchie generazioni schierate a favore di quel padrone che li ha salvati dall'indigenza delle origini, disposti a seguirlo nelle sue decisioni, dall'altra quelle nuove che rifiutano questa rassegnazione senza futuro e sono disposti a rischiare lo stipendio per invertire la tendenza. Sergio ed Emma scandiscono quei momenti attraverso le diverse fasi del loro amore e rappresentano insieme le due anime di quel movimento, quella nuda e pura (lui) che ci crede fino in fondo, l'altra decisa a tirarsi fuori (lei), ad abbandonare le utopie ed i sacrifici a favore di scelte pragmatiche e di carriera (laurearsi e sposare l'ingegnere che favorirebbe la sua ascesa). Le loro divergenze reali e immaginarie finiranno spazzate via dalla storia che portera' i protagonisti di quegli eventi e del nostro film ad un eguale risultato di sconfitta. La Signorina Effe ha il pregio di ricordarci un pezzo della nostra storia, attraverso un plot che deludera' chi ha vissuto quei momenti, per le semplificazioni che non rendono giustizia alla complessità del momento ma potra' interessare, per l'appeal dei protagonisti - un mix di corpi e facce che respingongono ed insieme attraggono (Valeria Solarino che recita con gli occhi e con lo sguardo e Filippo Timi, un corpo da Fronte del Porto ed una faccia da Serpico all'italiana) - il pubblico piu' giovane, che entra per la prima volta nella storia che fu dei propri genitori.
Wilma Labate confeziona un prodotto che ha i difetti di molta produzione italiana, con un linguaggio pressoche' televisivo e la mancanza di coraggio che gli impedisce di dire fino in fondo come stanno le cose (ma perche' non viene mai pronunciato il nome di Gianni Agnelli?), ma al contrario la capacita' di dirigere gli attori in una performance che alla alla fine costituisce il punto di forza del film.

mercoledì, gennaio 16, 2008

Film in sala da venerdi' 18 gennaio

AMERICAN GANGSTER
AMERICAN GANGSTER
Regia: Ridley Scott
Genere: drammatico

IL CLUB DI JANE AUSTEN
THE JANE AUSTEN BOOK CLUB
Regia: Robin Swicord
Genere: drammatico

GLI ARCANGELI
GLI ARCANGELI
Regia: Simone Scafidi
Genere: drammatico

IL FALSARIO - OPERAZIONE BERNHARD
DIE FÄLSCHER
Regia: Stefan Ruzowitzky
Genere: drammatico

L’INCUBO DI JOANNA MILLS
THE RETURN
Regia: Asif Kapadia
Genere: thriller

RIPARO - ANIS TRA DI NOI
RIPARO - ANIS TRA DI NOI
Regia: Marco Simon Puccioni
Genere: drammatico

ALVIN SUPERSTAR
ALVIN AND THE CHIPMUNKS
Regia: Tim Hill
Genere: commedia

SIGNORINA EFFE

SIGNORINA EFFE
Regia: Wilma Labate
Genere: drammatico


grazie ad Anemicinema per gli elenchi :-)

Bianco e Nero

Essere figlio d’arte non deve essere cosa facile: il lasciapassare ereditato dal famoso genitore diventa alla lunga un condizionamento che sul piano artistico si traduce in una produzione senza spessore, eternamente indecisa sugli obiettivi (alti o bassi) da raggiungere e indecifrabile negli esiti finali: insomma un'opera spuria che nel caso della Comencini e del suo “Bianco e Nero” delude tutti: in primo luogo lo spettatore di cassetta, che si diverte a riconoscere se stesso sullo schermo, e poi quello, sparuto ma di tendenza, sopravvissuto all’ondata del cinepanettone. Una carriera freudiana (al contrario della sorella che ha trovato nel contesto contemporaneo l’ambiente ideale per un cinema dapprima intimista ed ora dichiaratamente civile) fatta di drammi a forti tinte(“Bestia nel cuore”) e Commedia leggera (“Liberate i pesci”) che la Comencini tenta di ricomporre all’insegna di quella Commedia all’italiana che a partire dai 50 voleva uscire dal ricordo della guerra senza tradire la realtà con uno sguardo accondiscendente e melenso. Modelli di un cinema diverso e da dimenticare se si vuole pensare a qualcosa di nuovo e imparare a camminare da soli, incominciando a lasciarsi coinvolgere, nella maniera disordinata e scomposta di chi il disagio lo vive veramente; puntando ad un prodotto che arriva al cuore del problema infischiandosene del gusto dominante e dei modelli precotti e di successo; provando a tirare fuori senza mediazioni ne ideologie (cosa che Bianco e Nero non fà) il mostro che c’è in noi, così da capire quello che c’è negli altri (d’altronde i grandi della commedia non interpretavano ma erano); in grado di leggere quella realtà che la Comencini vuole disvelare ed invece continua a disconoscere girandogli intorno con storielle infiocchettate di buoni propositi (in questo caso dimostrare che la differenza tra le persone la fa il cuore e non la pelle), ma risolte con le solite scorciatoie che evitano accuratamente il fosforo del pubblico e lo relegano nella solita apatia televisiva; senza “Parenti Serpenti” (quello si era un film che faceva male) che sembrano dei mostri ma in realtà non lo sono, e dialoghi che strizzano l’occhio ad un immaginario indeciso tra il boccaccesco (si fa per dire) Pieraccioniano (tutte le scene ambientate nella casa/lavoro della sorella della splendida protagonista) ed il decor borghese Ozpetekiano su cui il film sembra sparare e da cui non si emancipa neanche un momento. Bianco e nero è un film scaturito dai sensi di colpa di chi non sa rinunciare ai propri privilegi ma d’altro canto non ha neanche il coraggio di viverli liberamente; si contornia di volti (Fabio volo, un non attore che davanti alla telecamera fa la sua figura perché almeno per il momento ci si pone ancora come un principiante) e corpi rassicuranti (quello neutro e pieno di responsabilità dell’Angioini si contappone alla materna carnalità dell’attrice Africana) che non riescono mai a trasfigurare nella maschera delle nostre ipocrisie (nel film un integrazione razziale espressa a parole ma evitata nel privato) ed a incarnare i vizi privati e le pubbliche virtù enunciate dall’assunto del titolo (fuori belli dentro marci). Costretto a districarsi tra l’amor fou dei due protagonisti, impegnati a realizzare l’incontro delle razze dando vita all’ennesimo Love Story (con la differenza che lì era la malattia qui le diversità culturali a contrastare il lieto fine), e le ripercussioni dei rispettivi ambienti familiari, costruite con siparietti insufficienti a soddisfare le esigenze di genere, il film perde ritmo, e scialacqua la dose di simpatia guadagnata nei minuti iniziali con uno schema piatto e telefonato che sfocia in un happy end a cui si finisce per non credere.

martedì, gennaio 15, 2008

Io sono leggenda - I am legend

That’s Entertainment. Questo è quello che si deve chiedere al film che riporta in vita per la terza volta (tante sono state le trasposizioni) le vicende dell’unico uomo sopravvissuto all’estinzione del genere umano provocata dal virus che essa stessa ha prodotto. Tratto da un romanzo di Richard Matheson diventato di culto per la carica visionaria della storia e le implicazioni ambientali e sociologiche che lo rendono più che mai attuale, I am legend si avvale della presenza dell’attore del momento, quel Will Smith, grazie al quale copioni come questo, ambientato in una New York cupa e terminale, priva del consueto cotè umano e di successo (per questo struggentemente bella), e con un solo personaggio sulla scena, ove si eccettui il cane (autore di una delle scene più struggenti di tutta la filmografia degli ultimi dieci anni) che lo accompagna restituendo al film una parvenza di umanità, possono andare in porto senza essere stravolti nella loro essenza. E’ inutile farsi domande sull’ indispensabilità artistica della star holliwoodiana, perché la sua presenza è il lasciapassare necessario ad un opera non facile da digerire per un pubblico che va a cento all’ora e crede ciecamente all’immortalità degli eroi di celluloide. Piuttosto vale la pena soffermarsi sull’efficacia del meccanismo che riesce a coinvolgere senza rinnegarsi, attraverso un uso appropriato degli effetti speciali, funzionali al realismo della storia e sapientemente dosati, e con una struttura che riesce a coinvolgere perché destabilizza lo stato emotivo dello spettatore sottraendogli quello che normalmente è abituato a vedere, privandolo di quell’overdose di immagini e situazioni che finiscono per azzerare ogni capacità di reazione. Detto questo il film conserva il suo apparato di crudeltà grazie alla presenza di un nemico formidabile ed angosciante, una sorta di Erinni che si manifesta (Il buio si avvicina) in un modo ancestrale eppure concreto, un contraltare di noi stessi che ci fa pensare a come siamo diventati in un oggi che è già domani. Infarcito di citazioni cinefile (Il Silenzio degli innocenti, Castaway, Leon, Alien, The Village, tra gli altri), e supportato da una fotografia che enfatizza con luci soffuse e nostalgiche penombre, la nostalgica solitudine di una vita arrivata all’ultima fermata ed insieme la speranza di una nuova palingenesi, I am a legend dice che c’è ancora spazio per un cinema blockbuster che non offende la nostra intelligenza.

giovedì, gennaio 10, 2008

Lussuria - Lust, Caution

Mai come in questo caso le definizioni risultano riduttive per esprimere cosa sia un film come Lust, caution: e questo non perché è difficile definire un opera siffatta e neanche per l’uso del termine melò, appropriato ad inquadrare la trama all’interno di quel codice, ma perché ci troviamo di fronte al miracolo del cinema alla massima potenza, quello che riesce a forzare la corazza del nostro cuore, quello capace di rapirci all’interno della storia e di rendere possibile l’esistenza di un'altra dimensione, fittizia ma reale come il personaggio che scende dallo schermo nella purpurea rosa del cairo di alleniana memoria. Di fronte a questo, ogni termine appare inappropriato, e non rende merito ad un regista che riesce a riproporsi al di là dei generi e delle produzioni, con una poetica di ambiguità e decoro, buone maniere ed impulsi primordiali, senza venir meno ad una forma che si mantiene sempre alta, grazie ad un apparato scenografico e di costumi che si inserisce nel quadro complessivo senza alterarne il significato ma anzi arricchendolo, ad una fotografia che sa di vero ma è capace di ricreare un mondo che non esiste più, quello di un Europa in guerra con se stessa e delle favole , anche nere, dei nostri genitori. Ang Lee non bada a spese e mette a dura prova la scorza emotiva armonizzando Bene e Male, riducendo le distanze, annullando differenze, demolendo certezze come se la realtà non fosse mai esistita e ci trovassimo davanti ad un mondo nuovo, una foresta di simboli e parole dove tutto è il contrario di tutto: eros, amore, attenzione, indifferenza, impegno e distrazione, tutto è inscatolato nel prisma del regista che orchestra un supremo balletto con il genio di una mente sopraffina, capace di leggere nell’animo degli uomini come un demiurgo onniscente, che nulla risparmia e tutto ci mostra, anche quando sembra nasconderlo dietro la bellezza dei suoi protagonisti, capaci di parlare attraverso le reticenze dei gesti, la volutta degli occhi e gli amplessi della carne. Visconti ma anche Cronemberg per quel senso di pericolo imminente, per il caos freddo che si lascia intravedere dietro le stanze eternamente chiuse come i corpi nelle molteplici identità. Siamo grati al cinema ed al suo ambasciatore.

La nuova Hollywood messicana: Guillermo del Toro

Il 2007 è stato per Del Toro l’anno della svolta. Dopo un apprendistato d’autore nella terra natia (Cronos 1993) il “Peones” sbarcato ad Hollywood per realizzare il sogno americano c’è la fatta. “Il labirinto del fauno” al di là dei trionfi accademici ed il clamore del botteghino ci dice di un autore che sa cosa vuole e lo realizza con la stupefatta incoscienza delle origini. L’inizio era sembrato uguale a tanti altri: “Mimic”(1997) era il classico prodotto di uno spirito Cormaniano, citazionista quanto basta (Alien) e su misura per una passatempo televisivo. Poi di colpo, anche se niente accade per caso, l’incontro con i fratelli Almodovar (in veste di produttori) ed un film (L’espinoza del diablo 2001)che sembrava condurlo altrove, certamente lontano dal professionismo americano e che invece definisce un immaginario d’autore che rivisita la Storia (la Spagna del Caudillo) con la fantasia di una mente bambina che mischia sacro (politica e religione) e profano (credenze popolari e fiabe per bambini) e gli fa fare sul piano della produzione quella messa a punto artistica ( di una troupe di fedelissimi capitanata dal cinematographer Guillermo Navarro e di attori feticcio come Federico Luppi ed in seguito da quel ragazzo infernale di Ron Perlman) e di esperienza (organizzativa e di budget) per un futuro che sarà nuovamente americano (nel 2002 Blade 2 il capolavoro della trilogia sul Vampiro nero e Hellboy 2004,) ma caratterizzato, soprattutto nella vertiginosa (e necessaria perché in un cinema di immersioni/emersioni) avventura del “Fauno”(2006) da uno stile assolutamente personale che ha assorbito le istanze commerciali (che riconoscono la validità mercantile del “Racconto di formazione” e della “Ghost story”) all’interno di una poetica che ripropone in maniera più asciutta ma non meno anarchica il Thanatos del grande Jodorowsky. Più dei risultati artistici quello che colpisce è il percorso di emancipazione che ha portato il regista messicano diventare in breve tempo un autore a tutto tondo, che sul modello della New Hollywood anni 70 riesce a far convivere visione personale e necessità da mainstream. L’avventura continua.

Cinema mediterraneo

Leggendo un intervista rilasciata dal regista di “Cous Cous” (ultrasponsorizzato dai “Pantaloni”che ancora ne piangono la mancata vittoria nella “Palude Veneziana”) in occasione della sua presentazione alla stampa italiana mi ha colpito la frase in cui, risponendo alla domanda sul tipo di cinematografia che lo ha ispirato Kechiche parla di “Ladri di biciclette” come esempio di quel “Cinema Mediterraneo” di cui vorrebbe riproporre lo spirito. Pare di capire che Mediterraneo non è solo un luogo geografico e cinematografico ma anche uno stato dell’anima, che si ha ogni qualvolta il cinema riproduce il sentimento di appartenenza ad una cultura nata sulle sponde di quel mare che ha impregnato “Leuropalatina” delle contraddizioni necessarie ad assaporare il gusto della vita ed è stato il vettore di una cultura di sangue e passione, carnale e rarefatta, indolente ma innamorata, dove l’arte di arrangiarsi non è solo uno slogan ma la conseguenza di una condizione che viene da lontano. Un cinema meticcio che getta acqua sul fuoco del razzismo e delle differenze culturali evidenziando quegli elementi di contatto (i colori della natura ed il piacere della tavola, i legami tribali ed il vitalismo irrefrenabile) che si tramandano di generazione in generazione a dimostrare una comune dignità di cui qualche volta ci accorgiamo (mi riferisco a “Lamerica” capolavoro assoluto di Gianni Amelio dove seppur con una rotta diversa il regista calabrese arriva alle stesse conclusioni). “Cous Cous” titolo italiano che fa folklore e sgrezza ingiustamente la fantastica semplicità di quello originale (Le greine e le Mullet) al di là delle frasi retoriche e dei soliti schemi potrebbe essere il punto di partenza per un Dogma Levantino impossibile da definire eppure reale, senza regole e proclami, di anima e di carne, mistico e sensuale come i sogni concreti di un mondo che lotta per la vita.

Film in sala da venerdi' 11 gennaio

BIANCO E NERO
BIANCO E NERO
Regia: Cristina Comencini
Genere: drammatico

COUS COUS
LA GRAINE ET LE MULET
Regia: Abdel Kechiche
Genere: drammatico
IO SONO LEGGENDA
I AM LEGEND
Regia: Francis Lawrence
Genere: azione

L’ALLENATORE NEL PALLONE 2
L’ALLENATORE NEL PALLONE 2
Regia: Sergio Martino
Genere: commedia

martedì, gennaio 08, 2008

Lars and the real girl

Fuori concorso al Torino Film Festival 2007, "Lars and the real girl" e' il classico film che solo parlarne ti viene voglia di rivederlo per l'originalita' della sua storia, il menage amoroso di un ragazzo disadattato con una bambola simil donna sullo sfondo della provincia americana, e per la freschezza della messa in scena, un surplus emotivo tentuto a bada da una scrittura ad orologeria e dalla bravura degli attori, su cui spicca Ryan Gosling, finalmente alle prese con un ruolo degno della sua bravura. Prodotto targato Sundance, il film riesce a coniugare le istanze che hanno reso famoso questo modello cinematografico (scelta di temi estranei al mainstream hollywoodiano, risorse produttive inversamente proporzionali alla liberta' espressiva) con la forza persuasiva del cinema americano degli anni d'oro. Favola per adulti con possibilita' di affascinare anche il pubblico dei giovanissimi, l'opera ha il potere di trasportare lo spettatore in un mondo senza tempo, in cui puo' succedere che le scelte di una comunita' (in questo caso la decisione di assecondare le scelte del protagonista) rispettino le ragioni del cuore piuttosto che gli interessi di bottega, e che la difficolta' del singolo diventi l'occasione per riscoprire un'umanita' dimenticata. Il regista racconta
il male di vivere con un empatia ed una comprensione che non diventa mai pietismo . E' geniale nell'oggettivare la malattia attraverso un espediente che unisce immaginario popolare e scienza psicanalitica in un tripudio di situazioni drammaticamente divertenti . Ryan Gosling e' perfetto nel restituire la goffaggine del protagonista, fatta di movimenti trattenuti e vestiti troppo stretti, nel farci sentire il suo senso di alienazione ma anche la spiazzante simpatia di una personalita' che agisce senza mediazioni e con angelica ingenuita' . Di diritto fra le cose migliori del 2007.

Halloween: the Beginning

Halloween e’ un film del 1978 diretto da John Carpenter, Halloween: the Beginning e’ un film del 2007 diretto da Rob Zombie. Basterebbe questa constatazione per capire la differenza tra il film originale, quello di Carpenter, ed il remake, quello di Zombie: e non parliamo solamente delle qualita’ artistiche, che per quanto riguarda Zombie sono tutte da dimostrare (La casa dei mille corpi, La casa del diavolinon ci convincono ), ma anche della dialettica sociale che ogni film si porta con se’, e che nel primo caso sembra rispondere ad un urgenza reale, spontanea (la fine degli anni ‘70 con le sue delusioni epocali) mentre il secondo nasce dall’esigenza, di far conoscere alle generazioni piu’ giovani le origini di un personaggio (dichiara il regista) e rilanciare le fortune (economiche) di un filone sopravvissuto all’usura del tempo.
Del prototipo la nuova versione mantiene la location, una anonima cittadina della provincia americana, e la tecnica in soggettiva usata da Carpenter per farci entrare nella testa del Mostro. La principale differenza sta nel fatto che il film di Zombie traduce in immagini i fatti che erano rimasti fuori dallo spazio filmico, e che costituivano l’antefatto ed insieme lo spunto drammaturgico della saga. Conosciamo cosi’ il nucleo familiare dell’efferato protagonista, un concentrato di menefreghismo e sensi di colpa avvilito dall’assenza della figura paterna e monopolizzato dalla madre ballerina di lap dance, nel quale e’ possibile rintracciare il germe di quel malessere che di li’ a poco diventera’ irrefrenabile voglia di morte, i tentativi di recupero psicologico operati dal Dottor Loomis, una sorta di padre putativo ed insieme la coscienza interna del film, efficace nel tirare le fila dell’interminabile escalation cosi’ come nel definire le inspiegabili manifestazioni del maligno, fino agli anni del carcere, dove si completa quella metamorfosi che trasformera’ lo spaurito bambinetto in una perfetta macchina di morte. Zombie gira secondo le regole del genere, confezionando un opera che rispetto agli standard appare piu’ sobria, meno gore ma lascia intendere che la suspence non risieda nella preparazione della scena ma nei convulsi movimenti di macchina e nelle urla assordanti delle vittime.Il sangue continua a scorrere, ma rispetto ad altri prodotti, il livello si mantiene sopportabile. Certo il film replica a memoria un mondo popolato da ninfette ninfomani e giovani sistematicamente arrapati, ma d’altronde e’ questo lo scenario preferito dal genere, quello che, secondo gli adepti, esorcizza al meglio i lati oscuri della nostra coscienza. Zombie dimentica la grottesca ironia e la vena surreale
che l’aveva fin qui contraddistinto, ed ai suoi proseliti, che ci dicono numerosi ed agguerriti, regala almeno un sorriso quando nelle file dei buoni fa recitare attori solitamente impiegati in ruoli totalmente opposti come Brad Dourif, Udo Kier e lo stesso Mc Dowell qui nella parte dello psichiatra dell’assassino. Chi si aspettava qualcosa di piu’ sul personaggio Meyers restera’ deluso, per i neofiti puo’ essere l’inizio di una nuova passione.

Bee Movie

A giudicare dagli sguardi dei bambini che lasciavano la sala, il personaggio dell’Ape anticonformista non entrera’ nel loro immaginario.
Sono loro infatti la cartina di tornasole per giudicare opere di questo tipo, quando come adulti ci si trova spiazzati da uno spettacolo di superlativa maestria tecnica ma francamente ripetitivo e troppo scontato per destare un minimo di interesse. In questo caso quindi quegli sguardi sono la conferma di un flop inatteso, specialmente in Italia (ma anche in America) dove le feste natalizie e la mancanza di un analoga concorrenza (nel 2006 ben tre cartoni animati si contendevano il botteghino) lasciavano prevedere ben altri risultati. Ispirato ad una altro prodotto Dreamworks, quel “Z la formica” di cui riprende l’incipit con il solito protagonista, ora come allora alle prese con una crisi di identita’ che mette a repentaglio la sua esistenza all’interno del mondo chiuso e perfettamente calibrato sugli interessi della comunita’, piuttosto che del singolo (qui la societa’ apesca e’ rappresenta come un falansterio che sacrifica la componente umana all’efficienza del risultato, ovvero la produzione del miele), Bee Moovie ne ricalca anche gli sviluppi, attraverso una storia che e’ insieme un viaggio avventuroso alla scoperta del mondo ed un percorso di crescita personale.

Se l’apparato scenico (la rappresentazione della societa’ delle Api e’ divertente e fantasiosa) e figurativo (la rotondita’ delle linee associata ad una luce diretta e colorata conferiscono alle immagini un sapore dolcemente infantile) confermano gli standar di settore cio’ non si puo’ dire della storia (scritta da Jerry Seinfield, comicocatodico di massima popolarita’ negli States e Deus ex machina dell’intera operazione) che si avvale di uno spunto brillante ma viene meno sul piu’ bello, quando, messo in moto il meccanismo narrativo lo sviluppo dell’azione non deriva dall’incontro delle specie, dal fatto che Barry, questo il nome del protagonista, possa interagire con gli uomini alla pari, come se le differenze biologiche non esistessero ma, dalle diverse prospettive con cui ognuno vive gli avvenimenti che si innescano nel corso della vicenda - e definiti i temi liberal-ecologici (un mix di salvaguardia dell’ambientale ed ecumenismo radical chic) perde tempo a descrivere gli “svolazzi”platonico amorosi del nostro campione ed affida lo snodo fondamentale ad una serie di sequenze ambientate in Tribunale, con Barry impegnato a fronteggiare le arringhe partigiane di un Orco travestito da Perry Mason. Insomma mancano la scivolate sulla buccia di banana, le battuttaccie fulminanti ed un po’ irriverenti (e la Dreamworks dovrebbe conoscerne l’efficacia), le invenzioni mirabolanti e surreali che da sempre fanno la felicita’ di quel pubblico giovane a cui spetta l’ultima parola sulla qualita’ dell’opera.

L'assassinio di Jesse James


A dispetto della sua fluvialita’ questo film si puo’ riassumere in un istante: Jesse James scende da cavallo e si piega sull’acqua resa ghiacciata dalla stagione invernale, quasi a riprendere la situazione del famoso dipinto del Caravaggio: sembra che stia cercando le prove di un recente passaggio, in realta’ il bandito si sofferma su altro, forse sta guardando la vita che verra’ oppure cerca di capire qual e’ stato il senso della sua esistenza. Chi lo sa? Poi, improvvisamente, quasi risvegliandosi da un sogno ad occhi aperti e senza un apparente motivazione, infrange quella visione con un colpo di pistola e riprende a cavalcare verso un destino ormai segnato.
La telecamera indugia un momento per osservare il passaggio di un pesce sotto lo strato di ghiaccio, quasi una morte anticipata, una metempsicosi senza dolore che ricorda il “Big Fish”Burtoniano o forse una soluzione salvifica sul modello del Bodisawtha, una vittoria dell’armonia sul caos del creato, un desiderio di espiazione senza dolore che rimane sospesa nel flusso della vicenda che si va costruendo. E’ questo il bello del film e forse anche il suo limite, quello di rimanere sempre sospeso sulla prossima scena, spiazzando solo gli impreparati per la mancanza di quell’apparato immaginario e narrativo che caratterizza il western in celluloide. Rivestito dall’etichetta del genere, “Jesse James” e’ in realta’ un film sull’impossibilita’ di riproporre un filone cinematografico che ha perduto per sempre la sua epica, spazzata via da un etica contemporanea che non lo capirebbe e da una percezione del mondo in cui le potenza dell’immaginazione ha lasciato il posto alla certezza della tecnica. Un cammino verso la fine che ricorda quella del “Dead Man” Jarmusciano, se non fosse per la diversita’ dei toni, surreali e stravaganti, qui dolenti e postmoderni, e per il diverso stile di recitazione, con un Brad Pitt piu’ che mai serioso e meditabondo che prende il posto del “Dead Deep” imbambolato e bambinesco, oltre alle evidenti differenze cromatiche (quelle di “Jarmush/Muller” rigorosamente in bianco e nero, quelle di “Molik/Deakins” che alternano i colori freddi e lividi del paesaggio naturale con quelli degli interni illuminati alla maniera di Wermer, quasi una “roulette russa” tra vivere e morire). La leggenda del bandito E’ messa a nudo dallo sguardo impietoso del suo assassino (Casey Afflek tanto antipatico quanto meritevole del massimo premio veneziano) ma seppure filtrata da un sentimento di odio amore non riesce a diminuire il suo fascino nero, il magnetismo sciamano degli sguardi persi nel vuoto della sua anima e di quelli che gli stanno attorno. Nel Novello Narciso interpretato da un divo che deve fare i conti con un privato da uomo adulto e cerca di rinnovare la sua arte con un cinema di sostanza, c’e’ anche l’essenza di un film capace di andare oltre la storia, di entrare dentro al mito senza lasciarsi scoraggiare dall’impresa, di inoltrarsi in una dimensione senza tempo dove solo l’alternarsi delle stagioni e la natura leopardianamente matrigna ci ricordano che esistiamo, che non siamo gia’ morti. Riesce a disegnare traiettorie esistenziali che sfuggono il parolaio quotidiano e si allineano con quelle dei grandi visionari (Malik e Mann per parlare del cinema recente) da cui li separa soltanto il compiacimento di chi sa di aver centrato il bersaglio.

Una nuova giovinezza

Leoni per Agnelli di Robert Redford (che si ricollega idealmente e quasi chiude il cerchio con il Clint Eastwood di Million Dollar Baby ovvero il rammarico di un passaggio di consegne impossibile, di una incomunicabilita’ generazionale definitiva nonostante le indubbie affinita’) delinea una tendenza nel cinema americano che prendendo spunto dagli avvenimenti bellici di fine secolo, ripropone sulle basi di un realismo nudo e crudo, spesso traumantico per un paese che piu’ di tutti sta pagando in termini di vite umane lo sforzo bellico messo in atto, un modello di giovinezza intesa non solo come eta’ anagrafica e di iniziazione alla vita ma come contenitore di quegli ideali di verita’ e giustizia che sono stati alla base della nascita della giovane democrazia d’oltreoceano e che hanno fatto sognare a colpi di peace and love and rock and roll (Across the universe) buona parte di quei registi che ora la raccontano sullo schermo.

Che sia invocata come un sogno riparatore ad un vita sacrificata alla conoscenza (A youth without a youth) o presa a modello come ritorno ad uno stato dell’eden dove non c’e’ spazio per l’ipocrisia dei valori famigliari (Into the wild) o di quelli istituzionali (leoni per agnelli) questo stato della vita viene sempre definito in analogia (The flag of our father) o in contrapposizione a quella dei Padri, stastica, chiusa su se stessa, incapace di capire, corrotta e corrutrice perche’ non riesce a salvare i propri figli ma anzi li spinge per troppo zelo sull’orlo del precipizio (Nella valle di Elah). E’ un processo di identificazione transgenerazionale che accomuna indipendentemente dall’eta’ (ancora una volta Coppola che torna a filmare con la voglia di un ragazzino) o dalla cultura (il bambino afghano dell’ultimo film di Foster), nella consapevolezza che solo questo stato dell’anima ci puo autorizzare a pensare ad un mondo migliore.

Leoni per agnelli

Ci voleva Redford, icona di un cinema liberal che pur non rinunciando all’intrattenimento si concede spesso all’analisi sociale ed alla denuncia del potere sotto tutte le sue forme, per organizzare una sorta di dialogo a quattro voci sui massimi sistemi americani, la politica e l’informazione, che diventa anche lo spunto per una riflessione sui miti fondanti della nazione e su cosa vuol dire essere americano, alla luce delle scelte dell’attuale governo statunitense. Insomma un sacco di carne al fuoco, e non solo anche il rischio di diventare retorico o ancora peggio pesante dal, per quel modo di mettere in scena i protagonisti (il film si svolge all’interno di uno spazio circoscritto e ci mostra le due coppie di interlocutori seduti uno di fronte all’altro, separati da una scrivania che diventa una sorta di spartiacque culturale e generazionale ed anche, quando Tom Cruise la oltrepassa, il simulacro di una diversita’ che non e’ mai esistita), come fossero in una specie di confessionale, in cui, lontano dall’immagine pubblica o istituzionale, senza la divisione tra alunno e professore si affrontano alla pari, senza i vantaggi dei rispettivi ruoli e con a disposizione un corrispettivo che diventa anche un contraltare sulla propria situazione personale. Ed invece avvalendosi di un cast di prime donne assolutamente votate alla causa Redford riesce a tracciare un punto di situazione sullo “Stato dell’Unione” da far rabbrividire: attraverso la figura del senatore repubblicano, che ha la risata contaggiosa ed i modi convincenti del redivivo Cruise, qui alle prese con un ruolo che lo mette in discussione non solo sul piano artistico ma anche personale (molti lo hanno accusato di essere l’ottimo venditore del progetto Scientology), ci dice come sia caduta in basso la politica americana, eternamente aggrappata al prossimo conflitto di civiltA’ per rimediare a scelte operate sulla base del tornaconto personale o per emotivita’ culturale (“mi sono stancato di prenderle” dice il politico in un momento di sincerita’ , per spiegare le ragioni della nuova strategia militare), con quello della giornalista (Meryl Streep) che l’intervista, una donna senza qualita’ e dalla morale assai incerta, il simbolo di una stampa assoldata al servizio del miglior offerente (in questo caso i Repubblicani), e promulgatrice di una verita’ al quale per prima non crede. A riequilibrare le sorti di una situazione senza uscita ci pensa l’accorato appello del vecchio professore, con il regista per la prima volta in una parte che sembra quasi una laurea honoris causa, impegnato a risvegliare, sull’esempio dei due studenti che hanno scelto il rischio della guerra ( ed il film ci tiene a precisare che non appartengono alla classe dominante ma a quelle minoranze che di fatto pagano il prezzo piA’¹ pesante, anche in termini di vite umane dell’insensatezza dominante) al disimpegno qualunquista, arruolandosi nell’esercito impegnato in una guerra (afghana) che sembra la rivisitazione piu’ crudele del deserto dei Tartari, con un nemico che non si vede quasi mai e che ad un certo punto sembra non esistere (e forse e’ cosi’),e che il film ci mostra in un’eroica quanto comovente scena finale, gli ideali dello svogliato studente reso apatico dalla constatazione della banalita’ del male ed avviato, come la maggior parte dell’umanita’ ad una esistenza di pura, (anche se nel caso del personaggio in questione si presuppone ricca di soddisfazioni materiali) di pura sopravvivenza . Certo non siamo di fronte ad un capolavoro ed in fondo il film non ci dice nulla di cio’ che non sapevamo (ma d’altronde la storia continua a dirci le stesse cose), ma il punto non e’ questo: a Redford non interessa spettacolarizzare la forma ne tantomeno confezionare il contenuto con artifici che non gli appartengono: per far questo avrebbe potuto assoldare un regista all’ultima moda od uno dei tanti venditori di fumo che tanto successo riscuotono tra la critica oltranzista. Ed invece quello che gli preme e’ mettere la sua firma ed ancor piu’ la sua faccia sul manifesto di un dissenso che deve diventare una volta per tutte il monito per non perdere piu’ tempo ( i personaggi devono esporre le loro teorie in fretta, perche’ il termpo che li riportera’ ai rispettivi impegni sta per scadere) ed iniziare a fare qualcosa per cambiare il corso della storia, per evitare le conseguenze di un Armageddeon senza ritorno, evitando di aspettare che lo faccia qualcun altro ma prendendosi fino in fondo le proprie responsabilita’ di uomo e di cittadino americano.

mercoledì, gennaio 02, 2008

Film in sala da venerdi' 4 gennaio

BASTARDI
BASTARDI
regia: Federico Del Zoppo, Andrés Arce Maldonado
genere: commedia

HALLOWEEN - THE BEGINNING
HALLOWEEN
regia: Rob Zombie
genere: horror

LARS E UNA RAGAZZA TUTTA SUA
LARS AND THE REAL GIRL
regia: Craig Gillespie
genere: commedia

LUSSURIA - SEDUZIONE E TRADIMENTO
SE JIE - LUST, CAUTION
regia: Ang Lee
genere: drammatico

UIBU’ - FANTASMINO FIFONE
HUI BUH
regia: Sebastian Niemann
genere: animazione

mercoledì, dicembre 19, 2007

Voglia di normalita'

Il plauso decretato dalla quasi totalita' dei critici presenti alla prima nazionale de La promessa dell'assassino di David Cronemberg, film di chiusura della 25esima del Torino Film Festival 2007, la dice lunga sull'assuefazione degli addetti ai lavori al conformismo generale che attanaglia il giornalismo italiano.
Il film del canadese e' solo un esempio di una tendenza sempre piu' generalizzata, da parte di chi fa opinione, di esaltare quei film di registi, fino a poco tempo prima messi all'indice per il contenuto delle loro opere, ritenute pericolosamente malate e sobillatrici dell'ordine costituito ed ora esaltate per la riproposizione degli stessi temi, opportuamente ripuliti degli aspetti meno digeribili.
Accanto al regista canadese figurano una schiera di ex-negletti che appena ritrovano la cosiddetta "linearita' di struttura". "..si sente la mano del cosceneggiatore Lawrence Block, formato al rigore dei gialli.." afferma Mereghetti quando dichiara di apprezzare la coerenza narrativa di Blueberry Nights di Wang Kar Wai, di per se' un pregio quando fa riferimento ad un cinema di tipo classico, sul modello riassunto in maniera splendida da tutta la filmografia di Clint Eastwood, un altro regista di cui bisognerebbe parlare a proposito di subitanei ripensamenti - dove la cronologia delle azioni e' la chiave necessaria per la loro interpretazione, ma banalizzante all'ennesima potenza quando ingabbia un cinema che vorrebbe esprimere l'ineffabile. Oppure dall'esaltazione tout cort dello sperimentalismo alla moda e molto voyeristico di Paranoid Park, l'ultima acclamatissima opera di Gus Van Sant (intere redazioni di giornali specilizzati lo indicano come miglior film del 2007!) - icona (i Cahiers du Cinema lo schiaffano nella loro empirea copertina in segno di riconosciuta venerabilita'!) prescelta per rimpiazzare il Von Trier, beniamino caduto in disgrazia - al salvataggio in calcio d'angolo di uno dei grandi della "Nuova Hollywood", il Francis Coppola di A youth without a youth, il cui polpettone filosofico-religioso-esistenziale viene graziato dai corrispondenti della Festa romana e, quand'anche criticato, si tratta pur sempre di buffetti affettuosi.
Di questo passo non si devono preoccupare "David Inland Empire Lynch" o "Emanuele
Nuovomondo Crialese" (unico tra i giovani registi italiani capace di ragionare con la propria testa), apertamente sbuccellati alla penultima mostra veneziana, per alcune sequenze ritenute pretenziose o volutamente criptiche (il mare di latte da dove emergono e poi nuotano gli emigranti siciliani e praticamente tutto il film del regista.

martedì, dicembre 18, 2007

Paranoid Park

L'ultimo lavoro di Gus Van Sant, Paranoid Park, girato interamente a Portland con attori non professionisti, selezionati attraverso il sito Myspace.com, chiude la trilogia dedicata all'osservazione del mondo adolescenziale del regista statunitense, iniziata con Elephant e proseguita con Last Days. Il film mette in scena l'omonimo romanzo di Blake Nelson, che racconta la presa di coscienza di un adolescente di fronte all'accidentale omicidio di cui e' artefice. Alex ha sedici anni, frequenta il liceo, e' un bel ragazzo ed e' appassionato di skateboard; una sera, accidentalmente, uccide una guardia di sicurezza nei pressi di Paranoid Park, il parco piu' malfamanto della citta'. La morte dell'uomo è efferata, poichè caduro sotto le rotaie di un treno in transito rimane tranciato a meta'. La scena è certamente incisiva ma dai toni splatter al limite del grottesco. Si tratta di una fatalita', di una tragedia non voluta, che turba profondamente Alex e che lo chiude in un silenzio apatico. Tutto cio' che gli accadra', dopo quella sera, gli scivolera' addosso come acqua, mentre egli cerca una via d'uscita dalla spirale di senso di colpa ed angoscia che lo divora lentamente. Il film ha una struttuta spezzata e non lineare, sorretta da flashback e dalla voce fuori campo narrante del protagonista, espediente che cerca di unire le varie parti narrative. Lo spettatore si trova disorientato in questa costruzione, alimentando un certo disagio. Gli occhi di Alex sono gli occhi dello spettatore: tutto rimane sospeso in un limbo sofferto ed estraniante; i suoni si mescolano e spesso sostituscono le parole, alterando la percezione del presente, molti silenzi lasciano spazio alle immagini di lenti movimenti, sulle quali tanto ama soffermarsi il regista. Alex barcolla in uno stato onirico e turbato, il suo viso d'angelo ricorda le figure della pittura del Raffaello, angeliche, pulite, con lo sguardo non più sognante, ma teso alla ricerca muta di una via di fuga. Il racconto si dipana lentamente, mantenendo un tempo dilatato e colloso. Non coinvolge ne' emoziona questa parabola sulla accidentalita' degli eventi e le conseguenze delle prorie azioni, ma certamente e' apprezzabile per la perfezione tecnica con la quale e' stata girata e montata, per la bellezza dei giovani protagonisti, celebrati come icone di un presente contraddittorio e malato, dove il sogno americano ha perso la propria identita' ed i propri riferimenti. La narrazione assume toni sempre piu' cupi e mostra i giovani in tutta la loro indifferenza verso gli altri, in questa ennesima fotografia sugli Stati Uniti di oggi. I genitori sono sempre inquadrati di spalle, sfocati o in ombra, presenze ai margini dello schermo, della memoria, incapaci di aiutare o anche solo di ascoltare i bisogni dei propri figli. La solitudine avvolge questi corpi adolescenti acerbi e bellissimi, toccati dal male e corrotti nel profondo dalla disillusione.

martedì, dicembre 11, 2007

Across the universe

Julie Taymor, ci ha abituato ad un cinema che canta fuori dal coro non solo per le scelte stilistiche, frutto di un talento a tutto campo, capace di spaziare dal teatro alla pittura e senza trascurare danza e letteratura. A film che sono innanzitutto spettacolo per gli occhi ma lasciano il segno per l'efficacia dei contenuti. E su queste basi che si rimane delusi da "Across the universe", un greatest hits romanzato sul gruppo piu' famoso del mondo. Un idea mica male quella di unire un repertorio musicale solitamente confinato nella realta' fotoromanzo ad uno epoca storica (siamo a cavallo degli anni 60/70) in cui l'America doveva fare i conti con le conseguenze di una politica falsamente libertaria nei costumi ed antiprogressista nei contenuti. Peccato che l'emozione delle note si cosparga su un plot che sembra un riassunto del bignami, pieno di tutto (amore, sesso politica e rock and roll) tranne che di idee. Un album delle figurine in cui riconoscere i personaggi della storia, quella musicale, popolata dalle facce che l'hanno fatta (Jimi Hendricks e Janis Joplin) e quella personale, per riconoscersi tra quelli che credevano di poter cambiare il mondo. Insomma una cosa nostalgica adatta a tipi come Gianni Mina' e Fabio Fazio, ma inutile per quelli che vogliono cercare di capire chi eravamo e come siamo diventati. La faccia angelica di Rachel Wood che gioca con il fuoco e rischia di bruciarsi, i capelli a caschetto del protagonista, le comparsate delle star di turno e le coreografie sempre uguali di Daniel Ezralow dovrebbero rafforzare la potenza dell'opera ed invece sono magnifici orpelli di un successo mancato.

Piano, solo

Il riferimento musicale del titolo allude alla solitudine del protagonista, il jazzista Luca Flores suicidatosi in giovane eta' , al termine di un esistenza ricca di successi artistici, ma inevitabilmente segnata dalla scomparsa della madre di cui non smise mai di sentire la responsabilita'. Un legame strettissimo che andava a colmare quello pressoche' assente con il padre, geografo di fama, rubato alla famiglia dagli impegni di lavoro e da un carattere privo di slanci affettivi. Il film ripercorre in maniera cronologica i momenti salienti della sua esistenza, dall'infanzia assolata delle spiaggie del Kenia, agli inizi musicali, folgoranti e talentuosi, che precedono gli anni della crisi, quelli su cui maggiormente si sofferma la narrazione, in cui la parvenza di normalita' lascia il posto all'instabilita' psichica. La scelta di rinunciare alla riproposizione dell'artista maledetto per soffermarsi sul dramma dell'"uomo interrotto" appare in linea con lo spirito del libro che ha ispirato il film e con i toni volutamente sommessi della regia. La prova attoriale, in aderenza con il inguaggio cinematografico del film, ci da l'opportunita' di apprezzare una schiera di attori che da soli costituiscono passato e presente del nostro cinema piu' recente: da Kim Rossi Stuart, a suo agio con gli sguardi insondabili del giovane musicista, a Mariella Valentini, indimenticabile giornalista che tormentava Michele Apicella con il "Trend negativo" (Palombella Rossa) a Corso Salani, regista e attore un tempo famoso ed ora impegnanto in un cinema di ricerca che non si chiude in se stesso (Palabra), per continuare con la delicata Sandra Ceccarelli, attrice di cui si sentiva la mancanza ed ancora Paola Cortellesi in un ruolo che ne conferma la grande versatilita' . Un Pantheon di prime donne che suonano come violini sull'altare delle emozioni, grazie ad un regia da sempre abituata a privilegiare il fattore umano. Quello che impedisce al film di portare a casa l'intera posta e' un eccesso di didascalismo, soprattutto nella parte centrale, quando il disagio del protagonista avrebbe meritato qualcosa in piu' dei continui primi piani ed un eccesso di pudore che normalizza in modo eccessivo un percorso artistico ed umano fuori dal comune.

10 items or less

Girato nello stile caro al cinema indie (pauperismo produttivo, telecamera a spalla, luci naturali, scenografia presa in prestito dalla realta' ) il film di Brad Sieberling mette in scena l'incontro di due solitudini sullo sfondo di una Los Angeles lontana anni luce dall' immagine ideale e glamour che propaganda: lui (un Morgan Freeman leggero come l'aria) e' un attore hollywoodiano in cerca di rilancio, lei (Paz Vega dallo sguardo di fuoco e le curve consistenti) e' una cassiera di un supermarket periferico. Due modi diversi di reagire alle difficolta' della vita ma la stessa ansia da prestazione che ne accompagna le scelte quotidiane. Una giornata particolare dara' loro l'occasione per fare pace con se stessi e credere nuovamente nelle proprie capacita'. Balzato alle cronache per meriti che nulla hanno a che fare con le sue qualita' artistiche(nell'estate americana il film era regolarmente nelle sale e ufficialmente scaricabile dalla rete ) il film si sviluppa su due momenti successivi, il primo, reso divertente dalla comicita' involontaria delle situazioni e da una scelta stilistica che lavora sulle suggestioni tanto dei corpi quanto delle parole, la seconda piu' riflessiva ed intimista, quasi un on the road esistenziale, in cui le diverse fermate (a casa della collega che le ha rubato il marito, nel grande magazzino per la scelta dei vestiti, nell'ufficio in cerca di un nuovo lavoro) rappresentano il passaggio obbligato per il definitivo cambiamento. Un film di affetti speciali prodotti dalla generosita' di due interpreti in stato di grazia, che non si limitano alla replica di uno schema gia' pensato ma diventano essi stessi personaggi, espressioni di un feeling vitale e contaggioso che dimentica la tecnica e prende a piene mani dalla vita. Il duetto fisico e vocale ci restituisce due persone in carne ed ossa, lontani dal modello surrogato da tanto cinema contemporaneo; riesce a rendere la sospensione emozionale, l'afflato sottile e soprattutto la distanza fisica che divide l'empatia caratteriale dal desiderio omnicomprensivo.

lunedì, dicembre 10, 2007

Neandertal

Non e' detto che qualunque film arrivi dalla Germania debba essere per forza una cosa da vedere. Il fatto di vivere un nuovo
rinascimento cinematografico dopo i fasti dei mitici '70 non assicura sempre la qualita' del prodotto. Prendi Neandertal, per esempio e ti accorgi della verita' di questo assioma. Presentato in concorsoal Torino Film Festival 2007 come un film su un ragazzo affetto da una dermatite acuta che gli deturpa la faccia e gli impedisce di vivere una vita normale, il film a poco a poco si trasforma in un percorso di ribellione di stampo sessantottina che e' anche un riassunto frettoloso di tutte le istanze del ribellismo dantan e della contestazione giovanile (rifiuto dei modelli familiari, fuga da casa e vita nel falansterio maledettismo, anarchia, sesso, droga e rock and roll, e l'elenco delle voci potrebbe dare vita ad altre sottocategorie che renderebbero l'elenco insostenibile) che si conclude, dopo un accumulo fraccassone e sgangherato, con un improvviso quanto repentino ritorno alla normalita', sancito da un commento fuori campo che annuncia il prossimo ritorno dell'Uomo di Neandertal. Indeciso sulla strada da seguire, il regista ha pensato all'ipotesi minestrone nella speranza che la quantita' della carne al fuoco ed una musica a tutto volume potessero da una parte acchiappare un pubblico trasversale, dall'altra far sentire in maniera chiara la rabbiosa urgenza che l'avrebbe convinto a girare il film. Peccato che oltre alla coerenza drammaturgica (dopo un po' della malattia non resta traccia ed il film prende tutt'altra direzione) al risultato faccia difetto uno stile ibrido e irrisolto, che assume il modello fassbinderiano come semplice cliche', ed una recitazione davvero approssimativa, con attori poco incisivi (il protagonista) o sopra le righe. Nel frattempo il film e' finito da un bel pezzo ed ancora non abbiamo capito il senso del titolo; prima o poi qualcuno lo spieghera' anche a noi,nel frattempo prendete carta e penna e segnatevi il titolo del film e il nome... del regista: se lo incontrate evitatelo con cura.

Nella valle di Elah

"Nella valle di Elah" e' un film che parla di dolore ma non solo. La presa di coscienza, lenta ma inesorabile del protagonista, interpretato da un Tommy Lee Jones in versione Eastwoodiana, e' un modo per mettere in discussioni due decenni di politica americana e per dire basta alla peggiore delle abberrazioni umame. Ma e' anche un'occasione per ricordarci che in questo cammino di redenzione abbiamo bisogno di tutto, di noi stessi, delle persone che ci vivono accanto, di quelle che ci circondano, nel piu' assoluto anonimato, per le vie delle nostre citta', del senso della vita che abbiamo completamente perduto, di quel senso religioso, di cui il film e' impregnato fin dal dal titolo, e poi proseguendo, con la raffigurazione di una famiglia "sacra" che riesce a sopravvivere ad un esperienza terribile, la morte del figlio prediletto, aggrappandosi alla speranza che quell'esempio disumano salvera' altre vite, che sara' il punto di partenza per la liberazione definitiva. Tutto cio' non basterebbe se non fosse supportato da un copione di ferro, che mette sullo stesso piano impegno civile e necessita' dell'anima, stendendo su entrambi un pietoso velo di parole e silenzi che sembrano durare all'infinito. Chiamato alla prova piu' difficile, quella della riconferma, dopo un successo da Oscar, Paul Haggis fa vedere di che pasta e' fatto, mostrandoci una guerra senza sangue, che riesce ad essere terribile anche solo a sentirla raccontare; c'e' la fa vedere sulla faccia delle persone, sui soldati rimpatriati che in realta' non sono mai tornati, su quelle dei genitori che non riusciranno piu' a dormire. Non ha bisogno di armi da fuoco, Paul Haggis riesce a sparare con la forza delle immagini ed il potere defragrante della verita'. Bisognerebbe ringraziarlo per averci fatto partecipare a questo viaggio nella notte oscura, dandoci la possibilita' di tornare e di iniziare a fare qualcosa anche noi per impedire che la storia torni a ripetersi.

Diario di una tata

Se uno non lo leggesse con i suoi occhi, si stenterebbe a credere che gli autori del magnifico American Splendor, esempio di un cinema che non rinuncia alle sue prerogative e prova vivente della cecita' distributiva dei nostri mestieranti, siano gli sceneggiatori ed i registi di una simile banalita'. Siamo d'accordo che l'integrita' dell'arte sia ormai una roba d'altri tempi e magari neanche di quelli, cosi' come della necessita' di lavorare all'interno del sistema per riuscire a sfruttare le sue potenzialita' di promozione e visibilita', ma ci dovrebbero essere dei limiti. Ed invece in barba a qualsiasi considerazione artistica ed ad un talento a cui non vorremmo rinunciare, i due ci rifilano la solita polpetta infarcita di buoni sentimenti e finale a lieto fine.
Scarlett Johansson sempre più a disagio davanti alla macchina da presa grazie anche ad un copione che ne mortifica la fisicita' e la relega ad un ruolo monofaccia, vi interpreta il ruolo di una Tata "Pretty Woman" con aspirazioni cristologiche, costretta per spirito di corpo (nei confronti del copione, non della storia di cui si vede non le interessa un granche') a subire le vessazioni di una "matrigna" dalla faccia d'angelo, interpretata con la solita professionalita' da Laura Linney, e le sporche attenzioni del di lei marito, cattivo e fedigrafo, impersonato da quel marpione della recitazione di Paul Giammatti. Non contenta di cotanta afflizione la poverina rincara la dose e si sacrifica nel tentativo di salvare il figlio di questi sciagurati, una simpatica faccetta simile al piccolo Nicholas Bradford della mitica serie televisiva (stesso taglio di capelli, stessa faccia paffutella). Non temete però, con un finale da fantascienza - ma non doveva essere una commedia di costume, che poi era diventata una commedia sentimentale? - tutto si conclude senza spargimento di sangue e con un happy end che non si fa piu' neanche in televisione. Che dire di piu', speriamo solo di aver sognato oppure facciamo finta che nulla sia accaduto e rimettiamoci in attesa del nuovo film di Robert Pulcini e Shari Springer Berman: quello appena visto non e' mai pervenuto.

giovedì, dicembre 06, 2007

Charlie Bartlet

Presentato nella sezione anteprime della 25esima edizione del Torino Film Festival, "Charlie Bartlet" rappresenta l'esordio alla regia di James Poll, gia' montatore della serie "Ti presento i tuoi/miei" e di "Scary movie n.3", qui alle prese con un film che analizza le inquietudini giovanili, utilizzando il genere "College movie" come contenitore, in cui far confluire non solo le forme dell'intrattenimento giovanilistico (amore, amicizia,conflitto generazionale) ma anche quelle di un cinema piu' adulto e nichilista, sulla falsa riga di due campioni del genere come "Heathers" e "Pump up the volume". Affiancando il protagonista a uno stuolo di attori consumati (Robert Downey jr, Hope Davis) il regista disegna uno spaccato di gioventu' depressa e desiderosa di comunicare il proprio disagio senza sentirsi giudicata. Charlie Bartlet fa al caso loro e quando le circostante della vita lo mettono in contatto con un simile uditorio si producono una serie di reazioni a catena che costituiscono la parte piu divertente del film. Soprattutto nella prima parte, Poll si ricorda delle sue origini e presenta in maniera efficace il suo protagonista e l'ambiente in cui si muove. Diversamente se ne dimentica quando deve tirare le fila, dilungandosi in un finale telefonato e poco rischioso, dove la morale della "famiglia a tutti costi" getta una luce di conformismo sull'intera operazione.

The art of negative thinking

Finalmente un film liberatorio ed anticonformista che se ne frega del politicamente corretto e picchia duro sull'ipocrosia della societa' borghese. Piu vicino al cinema da camera ed alla compostezza formale di Susan Blier che alla presunta improvvisazione di Von Trier il film fa parte di quel cinema scandinavo che riesce ad intrattenere e nello stesso tempo a raccontare la societa' in cui vive, senza avere paura di affrontarne i tabu'.
Nel caso specifico a venire demolito e' il sistema di pensiero e le azioni che riguardano il recupero psicologico delle cosiddette "persone diversamente abili": terapia di gruppo, assistenza medica domiciliare, pensiero positivo vengono tirati in ballo quando la moglie del protagonista, nel disperato bisogno di recuperare il matrimonio messo a rischio da un incidente stradale che lo ha reso tetraplegico, si affida ai moderni mezzi del sistema sanitario, ottenendone in cambio un unita' di supporto modello Ghostbuster, capitanata da una venditrice di fumo intenta a confermare le teorie contenute del libro che vuole pubblicare e formata da un accolita di derelitti, che dovrebbero essere la prova della giustezza del metodo ed invece ne sono la sconfitta piu' evidente. Dall'incontro/scontro tra il mondo del dolore reale e quello immaginato, ognuno dei protagonisti trovera' la sua dimensione e forse una vita piu' felice. Caratterizzato da momenti di comicita' involontaria che non e' mai gratuita ma
scaturisce dall'assurdita' delle situazioni, il film e' allo stesso tempo duro e delicato ed ha il pregio di non dare nulla per scontato. Corredato da spunti cinefili che diventano il simbolo di una condizione (il protagonista, giacca verde e capelli spinaciosi, sembra un reduce del Vietnam e fa la roulette russa come Christopher Walken ne "Il Cacciatore" ) e con un crescendo emotivo che sfocia in una catarsi finale inaspettata e liberatoria, il film e' un autentica rivelazione e si candida di diritto tra i possibili vincitori del Torino Film Festival 2007.

Actrices

Giunta alla seconda parte della sua cinebiografia, Valeria Bruni Tedeschi abbandona il mondo agrodolce e le nostalgie colorate di "E' piu facile per un cammello.." e si immerge nelle atmosfere autunnali e un po' rarefatte di "Actrices". La materia del contendere nasce dall'urgenza di oggettivare un esistenza in bilico tra i successi del palcoscenico e la precarieta' del privato. Per tradurre questa necessita' la Tedeschi adotta una storia vicina alla sua vicenda personale (il palcoscenico delle prove e' lo stesso che la vide esordire nei teatri parigini mentre il ricordo dell'amante prematuramente scomparso rimanda all'analogo destino toccato in sorte al fratello dell'attrice, a cui il film e' dedicato) ed una struttura di impianto teatrale, corredata da intermezzi di quotidianita' che alleggeriscono i toni e danno ritmo alla narrazione. Durante le prove di "Un mese in campagna" di Turgeniev, un'attrice di massimo successo e' colta da una crisi d'identita' che mettera' in discussione il valore dell'arte e le scelte di una vita. Il tema e' di quelli impegnativi cosi' come le scelte della Tedeschi che non rinuncia al suo cote' attoriale ma lo mette a disposizione di un linguaggio cinematografico tradizionalemente frequentato da grandi come Bergman, ampiamente citato nelle estemporanee resurrezioni dei cari estinti e nell'alter ego artistico della diva, impersonato da una Valeria Golino in libera uscita, per non parlare di Truffaut, riproposto nella rappresentazione di un modello narrativo in cui il binomio arte/vita fluisce senza soluzioni di continuita' . I propositi sono lodevoli ma il film non decolla perche' i modelli sono accettati in maniera acritica e senza l'elaborazione necessaria ad evitare il cliche'. Le situazioni d'autore, schematiche e poco appassionanti, sono presentate in maniera programmatica ed alla fine fanno addirittura rimpiangere il dilettantismo dei siparietti familiari.

lunedì, dicembre 03, 2007

Vogliamo anche le rose

Salutata con la solita sobrieta’ da un popolo festivaliero numeroso e trepidante Alina Marrazzi torna al Torino Film Festival dopo lo strepitoso successo ottenuto da "Un ora sola ti vorrei" il documentario che l’ha imposta come una delle realta’ piu’ interessanti del nostro panorama cinematografico, non solo tra gli addetti ai lavori, a volte propensi ad inventare il caso per sfruttarne l’inevitabile ritorno di visibilita’, ma anche dal pubblico piu’ giovane che aveva apprezzato l’originalita’ dell’opera e la delicatezza nella rappresentazione di un dramma personale. E non c’e’ dubbio che anche questa volta il tema dell’emancipazione femminile e piu’ in generale quello della condizione della donna a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘70 non sia semplicemente l’oggetto dell’indagine ma appartenga al vissuto dell’autrice non solo come categoria ma anche come esperienza vissuta. Lo dimostra la volonta’ di privilegiare la dimensione privata ed emozionale delle sue protagoniste all’elemento sociale e politico: nel corso del documentario, costruito come un patchwork di immagini e parole tratte dalle fonti piu’ disparate (materiale di repertorio, super 8, filmato d’animazione e testimonianza diaristica), al di la’ della cronaca di una battaglia che non e’ ancora finita , emerge il tormento di una presa di coscienza lunga e dolorosa, popolata da fantasmi personali e sovrastrutture opprimenti ed in cui solitudine e sensi di colpa sono le uniche certezze. La fluidita’ dello stile insieme ai simpatici siparietti d’epoca concorrono ad abbassare i toni, ma i nervi sono scoperti ed il pericolo di farsi male e’ inevitabile. Nel corso della presentazione del film, rispondendo ad una domanda di Nanni Moretti su un suo eventuale passaggio al cinema di finzione, l’autrice dapprima titubante poi decisa, ha detto di considerare come tale il suo documentario per la capacita’ di far vivere le protagoniste al di sopra del vissuto che raccontano.

La promessa dell'assassino

Utilizzando un impianto di genere, il gangster movie, ed una citta’, Londra, David Cronemberg continua a parlare di violenza come pulsione primaria dell’essere umano, raccontando le vicende di ordinaria criminalita’ di una famiglia mafiosa alle prese con uno scomodo diario e costretta a fronteggiare l’idealismo senza frontiere di una coraggiosa dottoressa. Il microcosmo delinquenziale inserito all’interno della comunita’ russa e’ l’ambiente ideale per vedere in azione i meccanismi che regolano l’esistenza umana. La struttura tribale come principio informatore di ogni attivita’ ,i meccanismi ancestrali vissuti come fardello psicologico, le relazioni familiari organizzate come strumento di potere sono rappresentate con sguardo da entomologo ed una messa in scena che e’ un referto patologico. Il determinismo darwiniano impone la sua legge attraverso l’escalation di un "uomo tranquillo", un factotum della mafia con aspirazioni filosofiche, personaggio speculare all’imperturbabile padre di famiglia di "A History of violence", che mostra la sua vera natura quando, in un escalation di brutalita’ realizzata in puro stile cronemberghiano con i corpi che si avvinghiano in un estasi di sangue e redenzione e’ costretto a lottare per salvare la propria vita. Come al solito il regista piega le regole del genere alle necessita’ della sua visione ma questa volta il meccanismo non funziona perche’ si lascia trascinare da un plot monocorde, piu’ attento ai dettagli visivi (il look tatuato ed il taglio di capelli del faccendiere) che allo sviluppo drammaturgico (la bellezza bionda e angelica di Naomi Watts e la virilita’ nera e trattenuta del protagonista) che non aiuta l’elaborazione di quel mondo altro che si annida dietro la normalita’ del quotidiano. Ciononostante il pubblico del TFF come era accaduto per il deludente "Blueberry Nights" ha applaudito con convinzione i titoli di coda confermando una succube assuefuazione.

The Savages

Forte dei successi riscossi al Sundance "The savages" e’ stato scelto per inaugurare non solo il concorso ufficiale ma anche la vetrina del 25° Torino Film Festival (TFF). Una scelta su cui riflettere per cercare di capire quale sara’ la tendenza di questo edizione. L’opera in questione sembra riflettere il carattere del suo direttore, serio, professionale, che bada alla sostanza infischiandosene del chiacchericcio mediatico che lo circonda. Se poi ci si vuole inoltrare nello specifico bisogna aggiungere che il film riassume pregi e difetti del cinema Indi targato Redford: una sceneggiatura di ferro, attori che calzano a pennello con i personaggi interpretati (Linney e Hoffman nella stessa inquadratura valgono il biglietto), regia pragmatica ed al servizio dell’opera ma anche una certa ripetitivita’ dei temi, in questo caso le conseguenze di una educazione anaffettiva e violenta, e delle scelte stilistiche, improntate ad un minimalismo carveriano che alla lunga appare monocorde e poco vitale. Detto questo il film e’ all’altezza del compito perche’ riesce ad essere impegnato senza venir meno alle sue prerogative di intrattenimento cinefilo.