martedì, gennaio 15, 2008
Io sono leggenda - I am legend
giovedì, gennaio 10, 2008
Lussuria - Lust, Caution
La nuova Hollywood messicana: Guillermo del Toro
Cinema mediterraneo
Film in sala da venerdi' 11 gennaio
BIANCO E NERO
Regia: Cristina Comencini
Genere: drammatico
COUS COUS
LA GRAINE ET LE MULET
Regia: Abdel Kechiche
Genere: drammatico
IO SONO LEGGENDA
I AM LEGEND
Regia: Francis Lawrence
Genere: azione
L’ALLENATORE NEL PALLONE 2
L’ALLENATORE NEL PALLONE 2
Regia: Sergio Martino
Genere: commedia
martedì, gennaio 08, 2008
Lars and the real girl
il male di vivere con un empatia ed una comprensione che non diventa mai pietismo . E' geniale nell'oggettivare la malattia attraverso un espediente che unisce immaginario popolare e scienza psicanalitica in un tripudio di situazioni drammaticamente divertenti . Ryan Gosling e' perfetto nel restituire la goffaggine del protagonista, fatta di movimenti trattenuti e vestiti troppo stretti, nel farci sentire il suo senso di alienazione ma anche la spiazzante simpatia di una personalita' che agisce senza mediazioni e con angelica ingenuita' . Di diritto fra le cose migliori del 2007.
Halloween: the Beginning
Del prototipo la nuova versione mantiene la location, una anonima cittadina della provincia americana, e la tecnica in soggettiva usata da Carpenter per farci entrare nella testa del Mostro. La principale differenza sta nel fatto che il film di Zombie traduce in immagini i fatti che erano rimasti fuori dallo spazio filmico, e che costituivano l’antefatto ed insieme lo spunto drammaturgico della saga. Conosciamo cosi’ il nucleo familiare dell’efferato protagonista, un concentrato di menefreghismo e sensi di colpa avvilito dall’assenza della figura paterna e monopolizzato dalla madre ballerina di lap dance, nel quale e’ possibile rintracciare il germe di quel malessere che di li’ a poco diventera’ irrefrenabile voglia di morte, i tentativi di recupero psicologico operati dal Dottor Loomis, una sorta di padre putativo ed insieme la coscienza interna del film, efficace nel tirare le fila dell’interminabile escalation cosi’ come nel definire le inspiegabili manifestazioni del maligno, fino agli anni del carcere, dove si completa quella metamorfosi che trasformera’ lo spaurito bambinetto in una perfetta macchina di morte. Zombie gira secondo le regole del genere, confezionando un opera che rispetto agli standard appare piu’ sobria, meno gore ma lascia intendere che la suspence non risieda nella preparazione della scena ma nei convulsi movimenti di macchina e nelle urla assordanti delle vittime.Il sangue continua a scorrere, ma rispetto ad altri prodotti, il livello si mantiene sopportabile. Certo il film replica a memoria un mondo popolato da ninfette ninfomani e giovani sistematicamente arrapati, ma d’altronde e’ questo lo scenario preferito dal genere, quello che, secondo gli adepti, esorcizza al meglio i lati oscuri della nostra coscienza. Zombie dimentica la grottesca ironia e la vena surreale
che l’aveva fin qui contraddistinto, ed ai suoi proseliti, che ci dicono numerosi ed agguerriti, regala almeno un sorriso quando nelle file dei buoni fa recitare attori solitamente impiegati in ruoli totalmente opposti come Brad Dourif, Udo Kier e lo stesso Mc Dowell qui nella parte dello psichiatra dell’assassino. Chi si aspettava qualcosa di piu’ sul personaggio Meyers restera’ deluso, per i neofiti puo’ essere l’inizio di una nuova passione.
Bee Movie
Sono loro infatti la cartina di tornasole per giudicare opere di questo tipo, quando come adulti ci si trova spiazzati da uno spettacolo di superlativa maestria tecnica ma francamente ripetitivo e troppo scontato per destare un minimo di interesse. In questo caso quindi quegli sguardi sono la conferma di un flop inatteso, specialmente in Italia (ma anche in America) dove le feste natalizie e la mancanza di un analoga concorrenza (nel 2006 ben tre cartoni animati si contendevano il botteghino) lasciavano prevedere ben altri risultati. Ispirato ad una altro prodotto Dreamworks, quel “Z la formica” di cui riprende l’incipit con il solito protagonista, ora come allora alle prese con una crisi di identita’ che mette a repentaglio la sua esistenza all’interno del mondo chiuso e perfettamente calibrato sugli interessi della comunita’, piuttosto che del singolo (qui la societa’ apesca e’ rappresenta come un falansterio che sacrifica la componente umana all’efficienza del risultato, ovvero la produzione del miele), Bee Moovie ne ricalca anche gli sviluppi, attraverso una storia che e’ insieme un viaggio avventuroso alla scoperta del mondo ed un percorso di crescita personale.
Se l’apparato scenico (la rappresentazione della societa’ delle Api e’ divertente e fantasiosa) e figurativo (la rotondita’ delle linee associata ad una luce diretta e colorata conferiscono alle immagini un sapore dolcemente infantile) confermano gli standar di settore cio’ non si puo’ dire della storia (scritta da Jerry Seinfield, comicocatodico di massima popolarita’ negli States e Deus ex machina dell’intera operazione) che si avvale di uno spunto brillante ma viene meno sul piu’ bello, quando, messo in moto il meccanismo narrativo lo sviluppo dell’azione non deriva dall’incontro delle specie, dal fatto che Barry, questo il nome del protagonista, possa interagire con gli uomini alla pari, come se le differenze biologiche non esistessero ma, dalle diverse prospettive con cui ognuno vive gli avvenimenti che si innescano nel corso della vicenda - e definiti i temi liberal-ecologici (un mix di salvaguardia dell’ambientale ed ecumenismo radical chic) perde tempo a descrivere gli “svolazzi”platonico amorosi del nostro campione ed affida lo snodo fondamentale ad una serie di sequenze ambientate in Tribunale, con Barry impegnato a fronteggiare le arringhe partigiane di un Orco travestito da Perry Mason. Insomma mancano la scivolate sulla buccia di banana, le battuttaccie fulminanti ed un po’ irriverenti (e la Dreamworks dovrebbe conoscerne l’efficacia), le invenzioni mirabolanti e surreali che da sempre fanno la felicita’ di quel pubblico giovane a cui spetta l’ultima parola sulla qualita’ dell’opera.
L'assassinio di Jesse James
A dispetto della sua fluvialita’ questo film si puo’ riassumere in un istante: Jesse James scende da cavallo e si piega sull’acqua resa ghiacciata dalla stagione invernale, quasi a riprendere la situazione del famoso dipinto del Caravaggio: sembra che stia cercando le prove di un recente passaggio, in realta’ il bandito si sofferma su altro, forse sta guardando la vita che verra’ oppure cerca di capire qual e’ stato il senso della sua esistenza. Chi lo sa? Poi, improvvisamente, quasi risvegliandosi da un sogno ad occhi aperti e senza un apparente motivazione, infrange quella visione con un colpo di pistola e riprende a cavalcare verso un destino ormai segnato.
La telecamera indugia un momento per osservare il passaggio di un pesce sotto lo strato di ghiaccio, quasi una morte anticipata, una metempsicosi senza dolore che ricorda il “Big Fish”Burtoniano o forse una soluzione salvifica sul modello del Bodisawtha, una vittoria dell’armonia sul caos del creato, un desiderio di espiazione senza dolore che rimane sospesa nel flusso della vicenda che si va costruendo. E’ questo il bello del film e forse anche il suo limite, quello di rimanere sempre sospeso sulla prossima scena, spiazzando solo gli impreparati per la mancanza di quell’apparato immaginario e narrativo che caratterizza il western in celluloide. Rivestito dall’etichetta del genere, “Jesse James” e’ in realta’ un film sull’impossibilita’ di riproporre un filone cinematografico che ha perduto per sempre la sua epica, spazzata via da un etica contemporanea che non lo capirebbe e da una percezione del mondo in cui le potenza dell’immaginazione ha lasciato il posto alla certezza della tecnica. Un cammino verso la fine che ricorda quella del “Dead Man” Jarmusciano, se non fosse per la diversita’ dei toni, surreali e stravaganti, qui dolenti e postmoderni, e per il diverso stile di recitazione, con un Brad Pitt piu’ che mai serioso e meditabondo che prende il posto del “Dead Deep” imbambolato e bambinesco, oltre alle evidenti differenze cromatiche (quelle di “Jarmush/Muller” rigorosamente in bianco e nero, quelle di “Molik/Deakins” che alternano i colori freddi e lividi del paesaggio naturale con quelli degli interni illuminati alla maniera di Wermer, quasi una “roulette russa” tra vivere e morire). La leggenda del bandito E’ messa a nudo dallo sguardo impietoso del suo assassino (Casey Afflek tanto antipatico quanto meritevole del massimo premio veneziano) ma seppure filtrata da un sentimento di odio amore non riesce a diminuire il suo fascino nero, il magnetismo sciamano degli sguardi persi nel vuoto della sua anima e di quelli che gli stanno attorno. Nel Novello Narciso interpretato da un divo che deve fare i conti con un privato da uomo adulto e cerca di rinnovare la sua arte con un cinema di sostanza, c’e’ anche l’essenza di un film capace di andare oltre la storia, di entrare dentro al mito senza lasciarsi scoraggiare dall’impresa, di inoltrarsi in una dimensione senza tempo dove solo l’alternarsi delle stagioni e la natura leopardianamente matrigna ci ricordano che esistiamo, che non siamo gia’ morti. Riesce a disegnare traiettorie esistenziali che sfuggono il parolaio quotidiano e si allineano con quelle dei grandi visionari (Malik e Mann per parlare del cinema recente) da cui li separa soltanto il compiacimento di chi sa di aver centrato il bersaglio.
Una nuova giovinezza
Che sia invocata come un sogno riparatore ad un vita sacrificata alla conoscenza (A youth without a youth) o presa a modello come ritorno ad uno stato dell’eden dove non c’e’ spazio per l’ipocrisia dei valori famigliari (Into the wild) o di quelli istituzionali (leoni per agnelli) questo stato della vita viene sempre definito in analogia (The flag of our father) o in contrapposizione a quella dei Padri, stastica, chiusa su se stessa, incapace di capire, corrotta e corrutrice perche’ non riesce a salvare i propri figli ma anzi li spinge per troppo zelo sull’orlo del precipizio (Nella valle di Elah). E’ un processo di identificazione transgenerazionale che accomuna indipendentemente dall’eta’ (ancora una volta Coppola che torna a filmare con la voglia di un ragazzino) o dalla cultura (il bambino afghano dell’ultimo film di Foster), nella consapevolezza che solo questo stato dell’anima ci puo autorizzare a pensare ad un mondo migliore.
Leoni per agnelli
mercoledì, gennaio 02, 2008
Film in sala da venerdi' 4 gennaio
BASTARDI
regia: Federico Del Zoppo, Andrés Arce Maldonado
genere: commedia
HALLOWEEN - THE BEGINNING
HALLOWEEN
regia: Rob Zombie
genere: horror
LARS E UNA RAGAZZA TUTTA SUA
LARS AND THE REAL GIRL
regia: Craig Gillespie
genere: commedia
LUSSURIA - SEDUZIONE E TRADIMENTO
SE JIE - LUST, CAUTION
regia: Ang Lee
genere: drammatico
UIBU’ - FANTASMINO FIFONE
HUI BUH
regia: Sebastian Niemann
genere: animazione
mercoledì, dicembre 19, 2007
Voglia di normalita'
Il film del canadese e' solo un esempio di una tendenza sempre piu' generalizzata, da parte di chi fa opinione, di esaltare quei film di registi, fino a poco tempo prima messi all'indice per il contenuto delle loro opere, ritenute pericolosamente malate e sobillatrici dell'ordine costituito ed ora esaltate per la riproposizione degli stessi temi, opportuamente ripuliti degli aspetti meno digeribili.
Accanto al regista canadese figurano una schiera di ex-negletti che appena ritrovano la cosiddetta "linearita' di struttura". "..si sente la mano del cosceneggiatore Lawrence Block, formato al rigore dei gialli.." afferma Mereghetti quando dichiara di apprezzare la coerenza narrativa di Blueberry Nights di Wang Kar Wai, di per se' un pregio quando fa riferimento ad un cinema di tipo classico, sul modello riassunto in maniera splendida da tutta la filmografia di Clint Eastwood, un altro regista di cui bisognerebbe parlare a proposito di subitanei ripensamenti - dove la cronologia delle azioni e' la chiave necessaria per la loro interpretazione, ma banalizzante all'ennesima potenza quando ingabbia un cinema che vorrebbe esprimere l'ineffabile. Oppure dall'esaltazione tout cort dello sperimentalismo alla moda e molto voyeristico di Paranoid Park, l'ultima acclamatissima opera di Gus Van Sant (intere redazioni di giornali specilizzati lo indicano come miglior film del 2007!) - icona (i Cahiers du Cinema lo schiaffano nella loro empirea copertina in segno di riconosciuta venerabilita'!) prescelta per rimpiazzare il Von Trier, beniamino caduto in disgrazia - al salvataggio in calcio d'angolo di uno dei grandi della "Nuova Hollywood", il Francis Coppola di A youth without a youth, il cui polpettone filosofico-religioso-esistenziale viene graziato dai corrispondenti della Festa romana e, quand'anche criticato, si tratta pur sempre di buffetti affettuosi.
Di questo passo non si devono preoccupare "David Inland Empire Lynch" o "Emanuele
Nuovomondo Crialese" (unico tra i giovani registi italiani capace di ragionare con la propria testa), apertamente sbuccellati alla penultima mostra veneziana, per alcune sequenze ritenute pretenziose o volutamente criptiche (il mare di latte da dove emergono e poi nuotano gli emigranti siciliani e praticamente tutto il film del regista.
martedì, dicembre 18, 2007
Paranoid Park
martedì, dicembre 11, 2007
Across the universe
Piano, solo
10 items or less
lunedì, dicembre 10, 2007
Neandertal
rinascimento cinematografico dopo i fasti dei mitici '70 non assicura sempre la qualita' del prodotto. Prendi Neandertal, per esempio e ti accorgi della verita' di questo assioma. Presentato in concorsoal Torino Film Festival 2007 come un film su un ragazzo affetto da una dermatite acuta che gli deturpa la faccia e gli impedisce di vivere una vita normale, il film a poco a poco si trasforma in un percorso di ribellione di stampo sessantottina che e' anche un riassunto frettoloso di tutte le istanze del ribellismo dantan e della contestazione giovanile (rifiuto dei modelli familiari, fuga da casa e vita nel falansterio maledettismo, anarchia, sesso, droga e rock and roll, e l'elenco delle voci potrebbe dare vita ad altre sottocategorie che renderebbero l'elenco insostenibile) che si conclude, dopo un accumulo fraccassone e sgangherato, con un improvviso quanto repentino ritorno alla normalita', sancito da un commento fuori campo che annuncia il prossimo ritorno dell'Uomo di Neandertal. Indeciso sulla strada da seguire, il regista ha pensato all'ipotesi minestrone nella speranza che la quantita' della carne al fuoco ed una musica a tutto volume potessero da una parte acchiappare un pubblico trasversale, dall'altra far sentire in maniera chiara la rabbiosa urgenza che l'avrebbe convinto a girare il film. Peccato che oltre alla coerenza drammaturgica (dopo un po' della malattia non resta traccia ed il film prende tutt'altra direzione) al risultato faccia difetto uno stile ibrido e irrisolto, che assume il modello fassbinderiano come semplice cliche', ed una recitazione davvero approssimativa, con attori poco incisivi (il protagonista) o sopra le righe. Nel frattempo il film e' finito da un bel pezzo ed ancora non abbiamo capito il senso del titolo; prima o poi qualcuno lo spieghera' anche a noi,nel frattempo prendete carta e penna e segnatevi il titolo del film e il nome... del regista: se lo incontrate evitatelo con cura.
Nella valle di Elah
Diario di una tata
Scarlett Johansson sempre più a disagio davanti alla macchina da presa grazie anche ad un copione che ne mortifica la fisicita' e la relega ad un ruolo monofaccia, vi interpreta il ruolo di una Tata "Pretty Woman" con aspirazioni cristologiche, costretta per spirito di corpo (nei confronti del copione, non della storia di cui si vede non le interessa un granche') a subire le vessazioni di una "matrigna" dalla faccia d'angelo, interpretata con la solita professionalita' da Laura Linney, e le sporche attenzioni del di lei marito, cattivo e fedigrafo, impersonato da quel marpione della recitazione di Paul Giammatti. Non contenta di cotanta afflizione la poverina rincara la dose e si sacrifica nel tentativo di salvare il figlio di questi sciagurati, una simpatica faccetta simile al piccolo Nicholas Bradford della mitica serie televisiva (stesso taglio di capelli, stessa faccia paffutella). Non temete però, con un finale da fantascienza - ma non doveva essere una commedia di costume, che poi era diventata una commedia sentimentale? - tutto si conclude senza spargimento di sangue e con un happy end che non si fa piu' neanche in televisione. Che dire di piu', speriamo solo di aver sognato oppure facciamo finta che nulla sia accaduto e rimettiamoci in attesa del nuovo film di Robert Pulcini e Shari Springer Berman: quello appena visto non e' mai pervenuto.
giovedì, dicembre 06, 2007
Charlie Bartlet
The art of negative thinking
Nel caso specifico a venire demolito e' il sistema di pensiero e le azioni che riguardano il recupero psicologico delle cosiddette "persone diversamente abili": terapia di gruppo, assistenza medica domiciliare, pensiero positivo vengono tirati in ballo quando la moglie del protagonista, nel disperato bisogno di recuperare il matrimonio messo a rischio da un incidente stradale che lo ha reso tetraplegico, si affida ai moderni mezzi del sistema sanitario, ottenendone in cambio un unita' di supporto modello Ghostbuster, capitanata da una venditrice di fumo intenta a confermare le teorie contenute del libro che vuole pubblicare e formata da un accolita di derelitti, che dovrebbero essere la prova della giustezza del metodo ed invece ne sono la sconfitta piu' evidente. Dall'incontro/scontro tra il mondo del dolore reale e quello immaginato, ognuno dei protagonisti trovera' la sua dimensione e forse una vita piu' felice. Caratterizzato da momenti di comicita' involontaria che non e' mai gratuita ma
scaturisce dall'assurdita' delle situazioni, il film e' allo stesso tempo duro e delicato ed ha il pregio di non dare nulla per scontato. Corredato da spunti cinefili che diventano il simbolo di una condizione (il protagonista, giacca verde e capelli spinaciosi, sembra un reduce del Vietnam e fa la roulette russa come Christopher Walken ne "Il Cacciatore" ) e con un crescendo emotivo che sfocia in una catarsi finale inaspettata e liberatoria, il film e' un autentica rivelazione e si candida di diritto tra i possibili vincitori del Torino Film Festival 2007.
Actrices
lunedì, dicembre 03, 2007
Vogliamo anche le rose
La promessa dell'assassino
The Savages
martedì, novembre 27, 2007
My Blueberry nights
Un'altra giovinezza
Insomma una vera e propria abbuffata cui si fa fatica a tener dietro, non solo per mancanza di istruzioni d'uso ma, soprattutto, per una costruzione lambiccata e pretenziosa che salta di palo in frasca, lasciando lo spettatore sbigottito di fronte a tanta confusione. In sede di presentazione Coppola non si e' scomposto di fronte alle perplessita' dei suoi interlocutori dichiarando che il film appartiene alla categoria dei tesori da riscoprire per la complessita' della posta in gioco. Senza nulla togliere al valore assoluto dell'artista, non si commette lesa maesta' affermando che, eccezion fatta per l'attrice romena, deliziosa quanto basta per farti dimenticare tutto il resto, l'ambizione coppoliana ha prodotto questa volta un'opera spuria, in cui semplicita' produttiva, voglia di rimettersi in gioco e sfida alle regole precostituite devono essere accostate al film nelle loro accezioni negative.
giovedì, novembre 15, 2007
Ai confini del paradiso
cammino di liberta' da loro intrapreso.
Akin dimostra che la Sposa Turca non era un episodio occasionale, grazie ad un linguaggio cinematografico che e' secondo solo al vitalismo ed alla passione che trasuda nell'opera e che qui viene tenuta a bada da una tecnica che riesce a diventare sangue e corpo della storia. Di fronte ai sentimenti di gioia e di dolore la telecamera sembra quasi fare un passo indietro, condividendo gli stati d'animo senza far l ricorso al voyeurismo imperante. Ne consegue un pudore che non cancella la capacita' di raccontare la vita fino al termine della notte ma restituisce dignita' ad una condizione continuamente offesa dall'invadenza Orwelliana. La scelta degli attori, bravi e sconosciuti, la fotografia che diventa il barometro della situazione, la capacita' di restituire un momento storico senza intaccare la fluidita' della narrazione sono la conferma definitiva di una maturita' precocemente raggiunta.
lunedì, novembre 12, 2007
La giusta distanza
domenica, novembre 11, 2007
Giorni e nuvole
venerdì, ottobre 19, 2007
Popcorn
martedì, settembre 25, 2007
L'ora di punta
Premonition
domenica, settembre 23, 2007
Il dolce e l'amaro
La ragazza del lago
I'm not There
mercoledì, settembre 12, 2007
Reign Over Me
Se ce ne fosse ancora bisogno Reign over me conferma come i fatti dell'11 settembre siano ancora una ferita aperta non solo per il pubblico americano ma in generale per l'intero emisfero cinematografico. Solo cosi' si puo spiegare la scarsa considerazione nei confronti di un film che ha le qualita' estetiche e morali per affiancare e talvolta superare illustri predecessori. Sarebbe pero' riduttivo relegare l'opera nell'angusto recinto dei film a tema, frutto di una ecessita' contingente e modaiola. Qui la tragedia assume un respiro piu' ampio, diventando quasi laterale alla struttura del racconto che costruisce le atmosfere attraverso un sottile equilibrio di parole e silenzi ed affonda le sue radici in un esistenzialismo laico e vitale che ai voli pindalici preferisce una fenomenologia dell'anima capace di accostarsi al dolore senza cadere in ammiccamenti voyeristici o nelle soluzioni ad effetto. Diretto con mano sicura da Mike Binder (The upside unger) che firma anche la sceneggiatura e si ritaglia un piccolo ruolo (e' l'avvocato occhialuto e pragmatico che amministra le ricchezze del protagonista), corredato da una fotografia (Russ Alsobrook) crepuscolare ma calda, capace di regalarci una New York inedita e altrettanto affascinante, il film si avvale di un cast superbo su cui spiccano un attore di classe come Don Cheadle e soprattutto un Adam Sandler in versione Bob Dylan capace di valorizzare il suo ruolo con efficace sobrieta. Quando poi un film si puo permettere un cameo come quello di Donald Sutherland, giudice risoluto e vagamente luciferino non ci sono piu dubbi sul valore assoluto della visione
giovedì, settembre 06, 2007
Sicko
Licenza di matrimonio
Il bacio che aspettavo
mercoledì, settembre 05, 2007
Marie Antoinette
martedì, settembre 04, 2007
Paradiso + Inferno
martedì, agosto 28, 2007
Disturbia
La scelta di riproporre il modello hitckochiano aggiornandolo ai gusti del pubblico che affolla le sale cinematografiche appare a conti fatti l'ennesimo escamotage di un industria che rincorrendo a tutti i costi le mode del momento non riesce piu' ad incidere all'interno del suo prodotto, generando scatole vuote giustificate solamente dall'eventuale risultato al botteghino; cosi' Disturbia aggiorna solamente in superficie l'abusata fonte riducendo il vojerismo a semmplice spot pubblicitario ed i canoni del genere a meccanismi ripetitivi e completamente depauperati della componente catartica.
Interamente sulle spalle dell'attore del momento che riproduce in maniera convenzionale l'adolescente precocemente bruciato dalla vita, il film non ci fa mancare inquadrature ad effetto e colpi di scena a gogo ma lo fa con un cinismo che finisce per raggelare qualsiasi spinta emotiva e contraddicendo le premesse del titolo produce effetti a dir poco rilassanti. Quando poi per suscitare i fantasmi di una sessualita' repressa viene usato un clone di Paris hilton il piu e' fatto con buona pace si fa per dire...del malcapitato spettatore.
venerdì, agosto 24, 2007
Hotel cinque stelle
domenica, agosto 19, 2007
Transformers
Jimmy Hollywood
Perche' te lo dice mamma
Fast Food Nation
E al di la della nobile tematica e di qualche scena che non lascia indifferenti (quella finale sembra uscita dal pasto nudo burroghsiano)il film rimane impastato nel suo intento pamplhettistico non riuscendo mai a trasformarsi in opera cinematografica compiuta, lasciando ibrido il processo di trasposizione dalla pagina scritta alle immagini in movimento. Gli interventi delle star di turno (Willis, Hawke) appaiono piu che altro un sostegno all'operazione e mai si amalgano con una storia che non riesce mai ad appassionare.
Le seduttrici
Qui al ritardo estetico si somma anche quello industriale nel tentativo di sfruttare la popolarità della diva di turno qui nei panni della giovane preda alle prese con la maliarda ma al quanto sciupata Helen Hunt a cui non manca la classe per dare succoad un ruolo altrimenti insipido. Supportato da uno stuolo di caratteristi da leccarsi i baffi (tra questi la brava milena Vukotic) e sullo sfondo del solito acquarello italico il film ha almeno il pregio di non prendersi sul serio puntellando quà e là le singole scene con un divertito e riuscito anglossassone. La Johansson per inciso non incide e questo film conferma il trend negativo che ne accompagna la scelta dei copioni.
Incontri d'amore
martedì, maggio 29, 2007
cult
martedì, marzo 20, 2007
In memoria di me
lunedì, marzo 19, 2007
Diario di uno scandalo
La storia si ripete con diario di uno scandalo,ispirato ad una vicenda realmente accaduta e qui interpretato da due attrici brave ma a rischio di maniera per una recitazione con il pilota automatico, che procede senza sorprese verso una fine inevitabile quanto scontata. Ma il vero punto debole è costituito da una regia decorativa che cede il passo alle due regine senza preoccuparsi di organizzare un atmosfera che faccia sentire oltrè che vedere i dolori delle due donne. Ma il paradosso maggiore è quello di trattare una storia "diversa" in maniera assolutamente normale,con uno stile che guarda alla televisione più che allo schermo di una sala cinematografica.
